8-15-22-29 Ottobre 2026 LEZIONI SULLA SALUTE (Scarica la locandina)
8 Ottobre 2026 – PRIMA LEZIONE: LA SINDROME METABOLICA – Cos’è e come si cura
Quando il corpo ci manda segnali da non ignorare

IL MEDICO Maria Grazia Maggio:
La sindrome metabolica è una condizione che merita particolare attenzione, soprattutto perché può svilupparsi lentamente, senza dare segnali evidenti. Per comprenderla meglio, dobbiamo partire da una parola che sentiamo spesso: metabolismo. Con questo termine indichiamo l’insieme dei processi attraverso i quali il nostro organismo trasforma ciò che mangiamo per ricavare energia e mantenere in efficienza i tessuti. L’energia serve a far funzionare il cuore, permettere ai polmoni di respirare, ai reni di filtrare il sangue e al cervello di lavorare. Altri processi, invece, permettono di costruire nuove cellule e riparare quelle danneggiate. In medicina questa attività viene chiamata anabolismo.
Il metabolismo, insomma, è una macchina che non si ferma mai. Tuttavia, con il passare degli anni, le sue esigenze cambiano. Ci muoviamo spesso meno, perdiamo gradualmente massa muscolare e possiamo accumulare più facilmente grasso corporeo. Per questo la sindrome metabolica è stata a lungo associata soprattutto all’età adulta. Oggi, però, sappiamo che i suoi fattori di rischio possono comparire anche nei bambini e negli adolescenti, rendendo importante la prevenzione fin dai primi anni di vita.
Ma che cosa significa esattamente sindrome metabolica? La parola sindrome indica un insieme di alterazioni che si presentano contemporaneamente e che, considerate nel loro complesso, segnalano un rischio per la salute. Non parliamo quindi di una singola malattia, ma di una combinazione di problemi: sovrappeso, soprattutto addominale, pressione elevata, glicemia alterata e valori anomali dei grassi nel sangue.
Uno degli strumenti utilizzati per valutare il peso è l’IMC, ovvero l’indice di massa corporea. Si ottiene dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza espressa in metri. Facciamo un esempio: una persona che pesa 53 chili ed è alta un metro e cinquanta avrà un IMC di 23,55. Il calcolo è 53 diviso 2,25. Nell’adulto, generalmente, si considera normopeso un valore tra 18,5 e 24,9, sovrappeso tra 25 e 29,9 e obesità da 30 in poi.
Attenzione, però: questo indice non racconta tutto. Non distingue la massa muscolare dal grasso e non indica dove quest’ultimo si accumula. Perciò si misura anche la circonferenza addominale. I valori tradizionali di riferimento sono 102 centimetri per gli uomini e 88 per le donne, anche se possono variare secondo i criteri utilizzati e le caratteristiche della popolazione. Come spesso accade in medicina, bisogna guardare la persona nel suo insieme, senza trasformare un numero in una sentenza.
Un altro elemento importante è la resistenza all’insulina. L’insulina è un ormone prodotto dal pancreas, una ghiandola che si trova nell’addome. La sua funzione principale è permettere al glucosio, cioè lo zucchero presente nel sangue, di entrare nelle cellule e venire utilizzato come fonte di energia. Quando le cellule rispondono meno efficacemente all’insulina, il pancreas deve produrne di più. Se questa compensazione non è sufficiente, la glicemia aumenta e può svilupparsi il diabete di tipo 2.
Il problema è che queste alterazioni possono rimanere silenziose per parecchio tempo. Una persona può sentirsi bene e avere già una glicemia superiore ai valori desiderabili. Ecco perché gli esami periodici sono importanti: consentono di intervenire prima che compaiano complicazioni.
Anche la pressione arteriosa fa parte del quadro. Quando la misuriamo troviamo due valori: la massima, che indica la pressione del sangue quando il cuore si contrae, e la minima, rilevata quando il cuore si rilassa. I valori devono essere interpretati considerando età, condizioni generali e presenza di altre malattie. Un paziente diabetico o cardiopatico, per esempio, può avere obiettivi di pressione differenti rispetto a una persona senza particolari problemi.
Lo stesso ragionamento vale per i grassi nel sangue, chiamati lipidi. Tra questi troviamo i trigliceridi, che rappresentano una riserva energetica, e il colesterolo, una sostanza indispensabile per costruire le membrane cellulari e produrre alcuni ormoni.
Spesso sentiamo parlare di colesterolo buono e cattivo. L’HDL contribuisce a trasportare il colesterolo in eccesso verso il fegato, mentre le LDL possono favorirne il deposito nelle pareti delle arterie. Quando questi depositi aumentano, si possono formare placche che restringono i vasi sanguigni: è il fenomeno dell’aterosclerosi. Per questo il colesterolo LDL deve essere controllato con particolare attenzione nei pazienti diabetici, cardiopatici o con precedenti problemi cardiovascolari. In alcuni casi il medico prescrive le statine, farmaci che riducono la produzione di colesterolo nel fegato. Se i valori migliorano grazie alla terapia, non bisogna sospenderla autonomamente: il trattamento va rivalutato insieme al medico.
Come possiamo intervenire? Il primo passo è modificare alcune abitudini quotidiane. Alimentarsi meglio e aumentare il movimento sono due strumenti fondamentali, anche se talvolta possono essere necessari farmaci specifici per controllare pressione, glicemia e colesterolo.
A tavola non occorre fare rinunce drastiche. Spesso basta ridurre leggermente le quantità. Se siamo abituati a mangiare 80 grammi di pasta, possiamo provare a diminuirne un po’ la porzione. È importante anche evitare di sommare continuamente alimenti ricchi di carboidrati, come pasta, pane e patate, nello stesso pasto.
Un aiuto arriva dalle fibre, presenti nella verdura, nella frutta, nei legumi e nei cereali integrali. Queste sostanze rallentano l’assorbimento degli zuccheri e contribuiscono al controllo della glicemia. Iniziare il pasto con un’insalata o una porzione di verdura può essere una buona abitudine. Anche la frutta è importante e non deve essere eliminata: bisogna semplicemente prestare attenzione alle quantità e preferire il frutto intero ai succhi zuccherati.
Formaggi stagionati, salumi e insaccati possono essere consumati occasionalmente, senza trasformarli in alimenti quotidiani. Anche le uova possono trovare spazio in un’alimentazione equilibrata. Non è il singolo alimento a determinare la salute, ma l’insieme delle scelte alimentari, delle porzioni e della frequenza di consumo.
Naturalmente, mangiare meglio non basta se trascorriamo tutta la giornata seduti. Il movimento aiuta a utilizzare l’energia accumulata e migliora la sensibilità delle cellule all’insulina. Una camminata a passo sostenuto, la bicicletta, il nuoto o la ginnastica dolce sono attività utili. Le raccomandazioni per gli adulti indicano almeno 150 minuti settimanali di attività fisica moderata, adattandola alle proprie possibilità. Chi ha problemi alle ginocchia, alle anche o alla schiena deve scegliere l’attività insieme al medico.
A questo punto possiamo parlare di invecchiamento. Quando una persona diventa anziana? Non basta guardare la data di nascita. Due individui di settant’anni possono avere condizioni fisiche completamente diverse. Conta soprattutto la capacità di muoversi, svolgere le attività quotidiane e mantenere una buona autonomia.
Anche il cervello ha bisogno di allenamento. Leggere, conversare, coltivare interessi, giocare a carte e fare le parole crociate sono attività che stimolano la memoria e le capacità cognitive. La scienziata Rita Levi-Montalcini ha rappresentato un importante esempio di curiosità intellettuale mantenuta anche in età avanzata. Non possiamo fermare il tempo, ma possiamo continuare a nutrire la nostra mente.
Un altro aspetto da non sottovalutare è lo stress. Quando siamo sotto pressione, il corpo attiva una risposta di allarme che coinvolge diversi ormoni. Tra questi troviamo l’adrenalina, che aumenta la frequenza cardiaca e rende rapidamente disponibile energia. È una risposta utile davanti a un pericolo, ma può contribuire a far aumentare temporaneamente la glicemia.
C’è poi il cortisolo, prodotto dalle ghiandole surrenali, situate sopra i reni. Questo ormone partecipa alla regolazione del metabolismo e della risposta allo stress. Viene sintetizzato a partire dal colesterolo, un altro motivo per comprendere quanto questa sostanza sia necessaria al funzionamento dell’organismo. Il problema non è avere cortisolo o colesterolo, ma mantenerli in equilibrio.
Nel 1998 l’Organizzazione Mondiale della Sanità propose una definizione della sindrome metabolica, contribuendo a riconoscere ufficialmente il legame tra queste alterazioni.
Oggi sappiamo che prendersi cura del metabolismo significa occuparsi della salute nel suo complesso. Non servono necessariamente cambiamenti spettacolari: ridurre un po’ le porzioni, camminare con regolarità, controllare periodicamente i propri valori e concedersi il giusto riposo sono gesti semplici, ma importanti. La vera sfida è mantenerli nel tempo. Perché la salute, un po’ come un buon motore, ha bisogno di manutenzione continua.
Umberto Ravagnani
Sintesi di quanto abbiamo avuto il piacere di ascoltare nella prima lezione della serie 2026 di “Lezioni sulla salute” di Maria Grazia Maggio.
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