MONTEBELLO 1926

MONTEBELLO 1926

[498] MONTEBELLO 1926
Guglielma Costa e la scuola di cento anni fa

Per comprendere davvero chi fosse la maestra Guglielma Costa non basta leggere le date della sua carriera o i documenti amministrativi che la riguardano. Occorre immaginarla nella sua aula, circondata dalle sue alunne, mentre segue le lezioni, controlla i quaderni, parla con le famiglie e affronta le difficoltà quotidiane di una scuola di quasi cento anni fa. È proprio da una sua relazione scolastica del 1926-1927 che emerge il ritratto di una donna preparata, responsabile e profondamente legata al proprio ruolo educativo.
Guglielma Costa nacque a Montebello Vicentino il 19 agosto 1874. Era l’ultima di sei figli di Giuseppe Costa e Teresa Pianton. La sua giovinezza coincise con un periodo in cui l’Italia stava cercando di costruire un sistema scolastico moderno e accessibile. In molte zone del Paese l’analfabetismo era ancora diffuso e gli insegnanti elementari svolgevano una funzione essenziale per la crescita culturale delle comunità. Per diventare maestra frequentò la Scuola Normale, l’istituto destinato alla formazione degli insegnanti. Nel 1900 conseguì a Verona la patente di grado superiore. Oggi questo titolo può sembrare lontano e difficile da interpretare, ma all’epoca rappresentava una qualifica importante. Consentiva infatti di insegnare in tutte le classi della scuola elementare e attestava una preparazione completa ottenuta attraverso studi specifici, tirocinio ed esame finale.
La sua carriera iniziò nella scuola elementare di Selva di Montebello, dove lavorò dal 1897 al 1907. Successivamente fu trasferita alla scuola elementare del centro di Montebello Vicentino, dove rimase fino al pensionamento, avvenuto nel 1935 all’età di sessantuno anni. Quasi quarant’anni trascorsi tra i banchi rappresentano una testimonianza concreta della sua dedizione all’insegnamento.
Nel 1926, quando scrisse la relazione che oggi ci permette di conoscere il suo lavoro, era ormai una maestra esperta. Aveva attraversato decenni di cambiamenti e continuava a svolgere il proprio compito con grande serietà. L’anno scolastico iniziò il 24 settembre 1926 e terminò il 2 luglio 1927. Le lezioni si svolsero per 198 giorni distribuiti nell’arco di nove mesi. Gli orari cambiavano a seconda delle stagioni. Nei mesi estivi le bambine entravano a scuola molto presto, mentre durante l’inverno l’inizio delle lezioni veniva posticipato per adattarsi alle ore di luce disponibili. La scuola si trovava in Via XXIV Maggio. Prima della Grande Guerra quella strada era chiamata Via Maggiore. Dopo il conflitto venne rinominata per ricordare il 24 maggio 1915, giorno dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Anche attraverso i nomi delle strade si trasmetteva la memoria degli avvenimenti considerati importanti per la storia nazionale.
L’aula nella quale insegnava Guglielma Costa era descritta in modo positivo. Riceveva molta luce naturale e una buona ventilazione. “Posizione dell’aula ottima, riceve aria e sole in abbondanza”, scrive la maestra. In anni in cui le conoscenze igieniche stavano assumendo un ruolo sempre più importante, queste caratteristiche erano considerate particolarmente favorevoli per la salute degli scolari.
La stanza era riscaldata da una stufa e disponeva di ventiquattro banchi. Nonostante l’ordine e la pulizia fossero giudicati adeguati, non mancavano problemi. La stessa maestra annotava che “il materiale didattico è insufficiente”. Carte geografiche, sussidi per le lezioni e strumenti educativi erano spesso pochi e gli insegnanti dovevano fare affidamento soprattutto sulle proprie capacità. Le alunne iscritte erano quaranta. Dieci di esse erano ripetenti, cioè stavano frequentando nuovamente la stessa classe. Oggi il numero può apparire elevato, ma negli anni Venti la frequenza scolastica era spesso condizionata dalle difficoltà familiari, dalla povertà o dai problemi di salute. La relazione dimostra quanto Guglielma Costa fosse attenta alle sue scolarette. Non si limitava a registrare le assenze, ma cercava di comprenderne le cause. Una bambina smise temporaneamente di frequentare per aiutare la madre malata; un’altra abbandonò la scuola senza fornire spiegazioni; una terza si ammalò e non riuscì più a tornare in classe; due si trasferirono con le famiglie in città.
Dietro queste annotazioni emerge una realtà sociale fatta di sacrifici e responsabilità precoci. Molte bambine contribuivano già alla gestione della casa e spesso le esigenze familiari avevano la precedenza rispetto alla scuola. Nonostante queste difficoltà, la frequenza rimase soddisfacente. A giugno erano ancora presenti trentatré alunne, pari all’87 per cento delle iscritte. Un risultato che testimonia non solo l’impegno delle famiglie, ma anche la capacità dell’insegnante di mantenere vivo il legame con la scuola. Uno degli aspetti più interessanti della relazione riguarda il rapporto tra la maestra e i genitori. Guglielma Costa racconta di aver convocato più volte le madri per discutere dell’andamento scolastico delle figlie. Si tratta di un elemento che rivela una concezione moderna del lavoro educativo: la convinzione che scuola e famiglia dovessero collaborare per favorire la crescita dei bambini.
La maestra appare inoltre molto soddisfatta del lavoro svolto durante l’anno. “Il programma scolastico fu svolto completamente e con profitto soddisfacente”, scrive nella relazione finale. Dietro questa frase si intravede una docente organizzata e capace di raggiungere gli obiettivi prefissati nonostante le limitazioni materiali della scuola. L’insegnamento non riguardava soltanto la lettura, la scrittura e l’aritmetica. Come era normale nella scuola italiana dell’epoca, grande importanza veniva attribuita alla formazione morale. Guglielma Costa ricorda di aver organizzato lezioni destinate a trasmettere alle bambine valori considerati fondamentali dalla società del tempo. L’insegnamento religioso occupava uno spazio significativo e veniva accompagnato dall’uso di testi specifici, tra cui “Fra Campi e Borghi” di G. Marcati. La maestra sottolinea di aver ottenuto buoni risultati anche in questo ambito.
Un’altra caratteristica del suo metodo educativo era l’attenzione alle attività che oggi definiremmo ricreative. Attraverso favole, letture e indovinelli cercava di rendere piacevole il tempo trascorso in classe. Questi momenti non erano considerati semplici pause, ma strumenti per stimolare la curiosità, l’immaginazione e il gusto per la lettura. Alle bambine veniva inoltre insegnato il cosiddetto “lavoro femminile”. Con questa espressione si indicavano attività pratiche come il cucito, il ricamo e il rammendo. Si trattava di competenze che la mentalità dell’epoca considerava importanti nella formazione delle future donne adulte. Non mancavano neppure gli esercizi di ginnastica, svolti sia all’aperto sia all’interno dell’aula. Nella relazione compare anche il Patronato Scolastico, un’organizzazione che aiutava gli studenti provenienti da famiglie in difficoltà economica. Grazie a questo sostegno quattordici alunne ricevevano materiale scolastico. In molte realtà italiane tali aiuti rappresentavano una risorsa fondamentale per garantire la frequenza scolastica dei bambini meno fortunati.
La maestra osserva che gran parte delle sue alunne proveniva da famiglie disagiate. Tuttavia mette in evidenza soprattutto la loro buona volontà, la diligenza e l’impegno. È un aspetto significativo perché dimostra come fosse capace di riconoscere il valore dello sforzo personale, anche quando i risultati non erano sempre eccellenti. Tra tutte le testimonianze conservate nella relazione, una in particolare colpisce ancora oggi. Si tratta di un tema scritto da una bambina di nome Agnese, che la maestra volle riportare integralmente come esempio del lavoro svolto in classe. Alla traccia « Racconta quello che hai fatto durante l’Autunno », Agnese scrisse: « Io sono una bambina disgraziata, ho perduto il mio babbo, e sono la maggiore di tre fratellini. Durante le vacanze di autunno leggevo tanti libretti, scrivevo qualche raccontino e qualche problema. Finché la mia mamma andava a lavorare io badavo a tutte le faccende di casa: Lavavo i miei fratellini davo loro da mangiare e apparechiavo la polenta fumante. Ora spero di essere promossa per dare un po’ di consolozione alla mamma. »
In poche righe la bambina raccontava una realtà difficile fatta di lutto, responsabilità e sacrificio. Eppure emergeva anche il desiderio di studiare, migliorare e rendere orgogliosa la madre. Guglielma Costa notò che il componimento conteneva soltanto tre piccoli errori e lo valutò con un 7+. La sua scelta sembra rivelare sensibilità e attenzione verso il percorso umano dell’alunna, non soltanto verso gli aspetti tecnici della scrittura. Attraverso questa relazione emerge il profilo di una maestra che seppe unire preparazione professionale, senso del dovere e comprensione delle difficoltà vissute dalle sue scolarette. La sua lunga esperienza nelle scuole di Montebello Vicentino racconta la storia di tante insegnanti che, con pazienza e costanza, contribuirono alla diffusione dell’istruzione elementare in Italia. Grazie al loro lavoro, la scuola divenne non soltanto un luogo di apprendimento, ma anche uno spazio di crescita, speranza e opportunità per intere generazioni.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, U. Ravagnani e M. E. Dalla Gassa, LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO, Amici di Montebello, 2018, Montebello Vicentino.
FOTO: Anno scolastico 1927-28, classe IIIa femminile, con la maestra Guglielma Costa. In questa classe, all’inizio dell’anno, frequentavano 32 alunne.
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