[485] MONTEBELLO 1797 – Il testamento di Don Francesco Scortegagna

L’11 agosto 1797, a Montebello, il tempo sembra sospeso tra due epoche. In una stanza della casa del Prevosto, vicino alla chiesa parrocchiale, Don Francesco Scortegagna detta il suo testamento. Ha settantun anni, è costretto a letto da una colica, un dolore addominale intenso che in quel tempo poteva durare giorni, ma la mente è lucida. Il notaio lo certifica con parole che ancora oggi colpiscono: “sano per la Iddio grazia di mente non chè di chiara ed intelligente loquella”. Significa che è perfettamente cosciente, capace di ragionare e di esprimersi con chiarezza. L’atto si apre con una formula sorprendente: “LIBERTÀ – UGUAGLIANZA – POPOLO VICENTINO”. Non è la consueta intestazione religiosa o veneziana. È il segno evidente del nuovo potere politico. Nel 1797 la Repubblica di Venezia, la Serenissima, è appena caduta sotto la pressione delle armate francesi guidate da Napoleone Bonaparte. Per secoli il Veneto aveva fatto parte di uno Stato stabile e autonomo; ora si trova dentro un sistema ispirato alla Rivoluzione francese. Anche la data lo dimostra: “Anno V° della Repubblica Francese, e Primo della Lombarda, correndo l’anno del Signore 1797”. Si continua a contare gli anni “del Signore”, ma accanto compare il calendario rivoluzionario. È un doppio binario che racconta un passaggio ancora in corso.
Il testamento viene redatto “in Contrà della Chiesa, in Casa della Prepositura”. La “contrà” è la via o il quartiere; la “prepositura” è la casa del prevosto, cioè del parroco che guida la parrocchia principale. Non è solo un’abitazione privata. È un luogo dove si amministrano beni, si ricevono fedeli, si prendono decisioni che riguardano la vita spirituale e, spesso, anche quella sociale del paese.
Attorno al letto siedono sette uomini indicati come “cittadini”. È un termine nuovo per un documento di questo tipo. In passato si sarebbe parlato di sudditi della Serenissima. La parola “cittadini” riflette l’ideale rivoluzionario di uguaglianza civile. Anche il notaio si definisce “Pubblico Provvisorio Nodaro”. “Nodaro” è una forma antica di “notaio”; “provvisorio” indica che le strutture amministrative sono in fase di riorganizzazione. Il mondo istituzionale è instabile, ma il bisogno di ordine giuridico resta.
Don Francesco chiede che venga scritto un testamento “nuncupativo”. È un termine giuridico che oggi non si usa quasi più. Indica un testamento dettato a voce davanti a testimoni e messo per iscritto dal notaio. Non è un foglio preparato in anticipo, ma un atto solenne costruito parola per parola, sotto gli occhi della comunità. Prima di parlare di denaro e proprietà, il prevosto pensa al proprio funerale. Scrive che desidera la celebrazione del “terzo”, del “settimo” e del “Capodanno”. Il “terzo” e il “settimo” sono messe celebrate tre e sette giorni dopo la morte. Il “Capodanno”, in questo contesto, non è il primo gennaio, ma la messa celebrata a un anno dalla scomparsa. Nel codicillo aggiungerà anche il “trigesimo”, la celebrazione del trentesimo giorno. Si tratta di riti tradizionali della Chiesa cattolica, momenti in cui la comunità si riunisce per pregare per l’anima del defunto.
A queste celebrazioni lega un gesto concreto: “siano fatti ripartitamente distribuire Ducati 50 correnti ai poveri di questa sua parrocchia”. I ducati erano monete diffuse nell’area veneziana, soprattutto nella forma del ducato d’oro e di quello d’argento. L’espressione “correnti” indica che si tratta di moneta valida, in corso legale. Il prevosto vuole evitare ogni ambiguità. Nel codicillo aggiunto alla fine, aumenta la somma a 100 ducati e aggiunge il trigesimo tra i giorni di distribuzione. È un segno di attenzione verso i più fragili in un’epoca in cui non esistono strutture pubbliche di assistenza.
Il testamento continua con i lasciti ai familiari. Alla nipote Teresa Scortegagna assegna 2000 ducati, una cifra molto rilevante. Alla sorella Maddalena ne lascia 1000, con una clausola precisa: se lei dovesse morire prima di riceverli, la somma passerà ai nipoti Orazio e Luigi, divisa in parti uguali. Questo tipo di clausola era comune nei testamenti dell’epoca. Serviva a evitare contese e a mantenere il patrimonio all’interno della famiglia.
Al fratello Giovanni destina inizialmente 500 ducati. Nel codicillo, però, riduce la cifra a 350 e stabilisce che il pagamento dovrà avvenire entro sei mesi. Questa modifica mostra un aspetto umano del documento. Anche in un momento così delicato, Don Francesco riflette, rivede, corregge. Il testamento non è solo un elenco di cifre, ma il risultato di valutazioni ponderate.
Una parte importante del patrimonio si trova a Lonigo, paese d’origine del prevosto. Qui possiede terreni, affitti e “livelli”. I “livelli” erano contratti agrari che prevedevano il pagamento di un canone annuo per l’uso di un terreno, spesso con diritti e obblighi stabiliti in modo dettagliato. Non era una semplice locazione, ma una forma giuridica intermedia tra affitto e proprietà. Questi beni vengono lasciati all’“amato nipote Orazio”.* L’aggettivo non è scontato. In un atto notarile ogni parola pesa, e “amato” rivela un legame particolare.
Non mancano i riconoscimenti a chi ha lavorato al suo fianco. All’“agente di casa”, cioè al procuratore che amministrava i beni, assegna 30 ducati. Alla serva di casa Francesca Battibello lascia 10 ducati. Al servo Zuanne Castegnaro 20 lire. La lira era un’unità monetaria diffusa in vari Stati italiani. La presenza di più valute nello stesso documento riflette la complessità economica del tempo.
Colpisce il lascito al suo curato, Don Ventura Vigolo: “Lascia… il letto dove dorme”. Il curato era il sacerdote che collaborava con il prevosto nella gestione pastorale. Il letto non è solo un oggetto di valore materiale. È un simbolo di continuità. È come se il prevosto consegnasse non soltanto un bene, ma una parte della propria quotidianità e del proprio ruolo.
Tra i destinatari compare anche Domenica Gabbana, moglie di Giuseppe Corato, che riceve 10 ducati “a titolo di carità”. La formula chiarisce che non si tratta di un diritto familiare, ma di un gesto volontario di sostegno. Alla fine, Don Francesco nomina l’erede universale: il fratello Don Giuseppe Scortegagna. L’“erede universale” è colui che riceve tutto ciò che non è stato specificamente assegnato ad altri e che ha il compito di eseguire le disposizioni del testamento. È una figura centrale, perché garantisce che le volontà espresse vengano rispettate.
Dietro questo documento si intravede una biografia segnata dai cambiamenti. Durante la sua reggenza fu abbattuta la vecchia chiesa e costruita una nuova chiesa dedicata a Santa Maria. Ricostruire una chiesa alla fine del Settecento significava rinnovare il cuore architettonico del paese. Le chiese di quel periodo tendevano a spazi più ordinati e luminosi, in linea con il gusto che si stava affermando tra tardo barocco e prime influenze neoclassiche. Per una comunità rurale, un edificio sacro rinnovato rappresentava identità, stabilità, continuità.
Eppure, mentre la chiesa si rinnova, lo Stato cambia. Nel 1797 il Veneto passa dal dominio veneziano a quello francese e, pochi mesi dopo, a quello austriaco in seguito al trattato di Campoformio. Il testamento di Don Francesco si colloca esattamente in questo momento di transizione. Le parole rivoluzionarie in apertura convivono con riti antichi come il “terzo” e il “settimo”. La modernità politica e la tradizione religiosa si incontrano nello stesso foglio.
Quando il prevosto morirà nel 1798, sarà sostituito da Don Pietrantonio Dai Zovi. Ma il suo testamento resterà come testimonianza di un’epoca. In poche pagine si concentrano relazioni familiari, strutture economiche, consuetudini religiose e mutamenti politici. C’è una frase che riassume lo spirito del documento: “sapendo non esservi cosa più certa della morte né più incerta l’ora di quella”. In un tempo di rivoluzioni e di governi che si succedono rapidamente, la consapevolezza della fragilità umana resta immutata. Don Francesco non può controllare il destino degli Stati, ma può mettere ordine nei propri affari, sostenere i poveri, evitare conflitti tra parenti.
Il suo testamento non è soltanto un atto notarile. È uno specchio di Montebello alla fine del Settecento. Attraverso le sue disposizioni vediamo un paese che cambia padrone politico ma continua a riconoscersi nella chiesa, nei legami familiari, nella solidarietà verso i più deboli. È la storia di un uomo che, dal letto di malattia, sceglie la chiarezza e la responsabilità come ultime parole pubbliche.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, “Il ‘700 giorno per giorno”, 2005.
NOTA: * Francesco Orazio SCORTEGAGNA (nipote di don Francesco) era laureato in Scienze fisiche, matematiche e naturali, fu Medico in Lonigo, Direttore del Museo civico di storia naturale di Vicenza e Socio corrispondente dal 05/01/1840. Nato a Lonigo (VI) il 1767, morì a Lonigo (VI) nel 1851. A Lonigo, in via Scortegagna, al n. 37, c’è ancora oggi il suo palazzo, sede di una Scuola Superiore.
FOTO: Cartolina postale di Montebello Vicentino del 1900. Via Chiesa (oggi Via G. Vaccari).
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