AMICI DI MONTEBELLO

2025_Lezioni_sulla_Salute_VI

5-12-19-26 Novembre 2025 LEZIONI SULLA SALUTE (2a serie)

SECONDA LEZIONE: ESSERE VECCHI / SENTIRSI VECCHI (Scarica la locandina)

IL MEDICO Maria Grazia Maggio: Essere vecchi non coincide con sentirsi vecchi. Il corpo può invecchiare, ma la mente e lo spirito seguono leggi diverse. La vecchiaia, infatti, non è una malattia, ma una fase della vita che porta con sé trasformazioni fisiche e psicologiche. Capirle è il primo passo per viverle bene.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive la vecchiaia come la parte della vita che segue la giovinezza e la mezza età, un periodo segnato dal progressivo rallentamento delle funzioni dell’organismo. Fino a pochi decenni fa, si considerava “anziano” chi aveva superato i 65 anni. Ma oggi quella soglia ha perso significato. Non si diventa “vecchi” per decreto: c’è chi a ottant’anni corre maratone e chi a sessanta si sente già in declino.
La percezione dell’età è cambiata molto nel tempo. Nell’Italia dell’Unità, la speranza di vita media era di appena 48 anni per gli uomini e poco più di 50 per le donne. Con la Prima guerra mondiale salì di qualche anno, ma il vero salto avvenne dopo la Seconda guerra mondiale. Migliore alimentazione, igiene, cure mediche e benessere diffuso hanno portato oggi la vita media a oltre 80 anni per gli uomini e 85 per le donne. In meno di due secoli, abbiamo guadagnato trent’anni di vita: un traguardo straordinario, ma che apre una domanda cruciale — viviamo davvero meglio?
Con l’età, il corpo cambia. I muscoli perdono tono e forza, le articolazioni diventano meno flessibili, le ossa più fragili: è l’osteoporosi, un indebolimento dello scheletro che rende più facili le fratture. L’artrosi, invece, è l’usura delle articolazioni, spesso accompagnata da dolore, che può limitare i movimenti. Anche il sistema cardiovascolare invecchia: l’aterosclerosi — l’accumulo di grassi sulle pareti delle arterie — riduce il flusso del sangue e aumenta il rischio di infarto o ictus.
Il cuore, i polmoni, i reni e il cervello sono tra gli organi più sensibili all’età. I polmoni diventano meno elastici, rendendo il respiro più corto; il metabolismo rallenta, e con esso aumenta la tendenza al sovrappeso o al diabete. La pelle si segna di rughe, la vista e l’udito si indeboliscono, il gusto e l’olfatto perdono vivacità. Tutti segni naturali, ma che non devono trasformarsi in un limite invalicabile.
L’invecchiamento della mente è un terreno più sottile. Non si tratta solo di memoria che vacilla o pensieri più lenti: molto dipende da come reagiamo a questi cambiamenti. Chi accetta di essere più lento resta lucido; chi invece si sente “finito” rischia di chiudersi, fino alla depressione. Il cervello, come un muscolo, va allenato ogni giorno.
Rita Levi Montalcini, che a 101 anni continuava a lavorare nei suoi laboratori, diceva che il segreto è tenere la mente in esercizio. Parole crociate, lettura a voce alta, giochi di carte: attività semplici che obbligano il cervello a ricordare, confrontare, ragionare. Anche leggere o studiare qualcosa di nuovo stimola la memoria e rafforza la concentrazione. Il cervello, però, ha bisogno anche di carburante: gli zuccheri, soprattutto quelli complessi contenuti in pasta, pane e cereali integrali. Una dieta equilibrata e un po’ di movimento quotidiano aiutano la mente a restare attiva. Ma c’è un’altra medicina, spesso sottovalutata: la compagnia.
La solitudine accelera il declino. Chi vive solo tende a perdere interesse, a muoversi meno, a isolarsi dai rapporti umani. Al contrario, la socialità tiene vivi il pensiero e l’emotività. Parlare, ascoltare, condividere esperienze: sono gesti che nutrono la mente tanto quanto il cibo nutre il corpo.
Con l’età, purtroppo, aumentano anche le malattie degenerative. La demenza senile, per esempio, colpisce circa metà delle persone oltre gli 85 anni. Non esistono cure definitive, ma mantenere il cervello attivo, coltivare interessi, continuare a imparare e restare curiosi può rallentarne l’avanzata e preservare la qualità della vita.
Invecchiare non significa smettere di vivere, ma imparare a vivere diversamente. È accettare un passo più lento, senza rinunciare al piacere di muoversi, pensare, imparare. La curiosità è la vera giovinezza: chi resta curioso, chi continua a cercare, non invecchia mai davvero.

LA PSICOLOGA Carlotta Guardamagni: L’obiettivo più importante, in medicina come nella vita, non è solo curare, ma mantenere la qualità della vita. Significa dare valore non soltanto agli anni che viviamo, ma al modo in cui li viviamo. Anche nelle situazioni più difficili — una malattia cronica, una perdita, l’invecchiamento — si può lavorare per stare bene, per trovare un equilibrio che permetta di sentirsi ancora parte attiva del mondo.
La qualità della vita non ha età: che si abbiano otto anni o cent’anni, ciò che conta è riconoscere ciò che ci rende sereni, ciò che ci fa sorridere. Non esiste un “manuale perfetto” per vivere a lungo e in salute. Se davvero bastasse seguire dieci regole, i medici e gli psicologi,  non servirebbero più. Ma non è così: la vita è complessa e personale. Ognuno di noi sa, nel profondo, quali sono gli ingredienti della propria felicità — la compagnia, la libertà, la curiosità, l’affetto.
Uno di questi ingredienti, forse il più importante, è la socializzazione. Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che la solitudine, o anche solo la percezione di sentirsi soli, accelera il declino cognitivo, cioè la perdita progressiva di memoria, attenzione e capacità di ragionamento. È un fenomeno che può portare, nei casi più gravi, a forme di demenza, come il morbo di Alzheimer. Le relazioni, invece, agiscono come un “farmaco naturale”: parlando, ridendo, condividendo esperienze, manteniamo in esercizio il cervello e riduciamo il rischio di malattie neurodegenerative. Essere parte di una comunità non significa fare grandi cose: basta un caffè con un amico, una passeggiata, una chiacchierata al mercato. L’importante è non rinchiudersi. Perché l’isolamento non solo rattrista, ma rende più vulnerabili.
C’è poi un altro elemento fondamentale: la curiosità. La curiosità è la benzina della mente, la spinta che ci fa restare vivi dentro. A qualsiasi età, cercare di capire, scoprire, apprendere qualcosa di nuovo mantiene attive le connessioni cerebrali e stimola la produzione di nuove sinapsi — quei minuscoli ponti che collegano i neuroni. È la migliore prevenzione contro l’invecchiamento mentale.
Essere curiosi non significa dover leggere enciclopedie: basta interessarsi al mondo. Ogni persona che incontriamo, ogni argomento che esploriamo, ogni nuova esperienza, allena la nostra mente. Persino un bambino di sei anni, con il suo sguardo fresco, è una piccola enciclopedia vivente. Quando smettiamo di porci domande, di voler sapere, di sorprenderci, iniziamo davvero a invecchiare. Eppure, culturalmente, abbiamo imparato a temere la vecchiaia. Fino a pochi decenni fa, gli anziani erano considerati una risorsa: saggi, autorevoli, pilastri delle famiglie. Negli anni ’60 e ’70, invece, la società ha cominciato a idolatrare la giovinezza, trasformando l’età avanzata in una specie di difetto da nascondere. Ma la vecchiaia non è un problema: è una fase della vita, con le sue difficoltà ma anche con grandi vantaggi — tempo, esperienza, libertà.
Pensiamo alla possibilità di gestire la giornata come si desidera, di viaggiare fuori stagione, di riscoprire passioni dimenticate. Sono privilegi che spesso passano inosservati, ma che raccontano una forma diversa, più lenta e consapevole, di felicità. Naturalmente, l’età porta con sé anche una nuova consapevolezza: quella dei limiti. Ma imparare a riconoscerli non significa arrendersi. Ricordo, ad esempio, il momento in cui ho capito che mia nonna era “diventata anziana”: dopo il Covid, a novant’anni, lei che si truccava anche per lavare i piatti, un giorno disse di no a un invito a cena. Quel rifiuto era un piccolo segnale, il segno di una perdita di interesse, forse di energia. Sono questi i campanelli d’allarme che non vanno ignorati: quando si perde la voglia di fare ciò che un tempo piaceva, può esserci dietro una forma di depressione, molto comune nell’età avanzata ma spesso sottovalutata.
Per questo è importante mantenere una routine di socialità. Non serve essere sempre circondati da persone, ma almeno un incontro alla settimana, un’attività condivisa, è un toccasana per la mente e per l’umore.
L’invecchiamento, in fondo, non è una sconfitta. È un percorso naturale, che può essere vissuto con curiosità, equilibrio e leggerezza. E, soprattutto, con la consapevolezza che la vera giovinezza non si misura in anni, ma nella capacità di restare vivi dentro.
Umberto Ravagnani

Sintesi di quanto abbiamo avuto il piacere di ascoltare nella 2a lezione della seconda serie 2025 di “Lezioni sulla salute” di Maria Grazia Maggio e Carlotta Guardamagni.

( L. 213 )

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