I VALMARANA A MONTEBELLO

I VALMARANA A MONTEBELLO

[486] I VALMARANA A MONTEBELLO
Continuità e fragilità di una famiglia nobile

Ci sono storie che non iniziano con un evento clamoroso, ma con un elenco. Un elenco di campi, case, rendite. È così che si affaccia la figura di Giustin Valmarana nei documenti relativi a Montebello. Gli estimi, registri fiscali compilati per valutare i patrimoni e calcolare le imposte, registrano ciò che conta in termini economici. Eppure, proprio attraverso quelle cifre apparentemente fredde, si intravede il profilo di una famiglia radicata nel territorio e consapevole del proprio ruolo. Per quanto riguarda Montebello, Giustin possedeva duecentonovantuno campi. Il “campo” era un’unità di misura agraria in uso a livello locale; la sua estensione poteva variare, ma indicava comunque un appezzamento significativo di terra coltivabile. Non si trattava di una proprietà raccolta in un unico blocco, bensì distribuita in più località. Al Vanzo si contavano sessantotto campi; al Frassine quaranta, divisi in due corpi distinti; a San Egidio quattro; poi beni alla Sgreva, al Quinto, alla Bona, lungo la Strada e in altre zone. È un paesaggio frammentato, fatto di campi disseminati, che suggerisce una presenza capillare e ben consolidata.
Accanto ai terreni agricoli, figuravano immobili e attività. Tre case, una decima, una casa con “imposition di osteria e beccaria”. La decima era una rendita di origine ecclesiastica, legata alla percezione di una quota dei prodotti o dei proventi agricoli. L’imposition indicava il diritto riconosciuto di esercitare un’attività pubblica. In questo caso si trattava di un’osteria, luogo di ristoro e incontro, e di una beccaria, cioè una macelleria. Non erano dettagli marginali: controllare questi spazi significava occupare un punto nevralgico nella vita sociale del paese.
Le case in piazza erano affittate a famiglie dai cognomi che disegnano la comunità del tempo: Merlughi, Padoan, Pizzardini, Marangoni, Brusolin, Fracari, Battilana, Cabianca. Altre abitazioni si trovavano in contrada della Chiesa, al Borgo, alla Guà. C’erano un’osteria grande, un’osteria alla Guà, una beccaria, una casa a Vigazzolo e ulteriori immobili. L’insieme degli affitti garantiva un’entrata di duecentoventuno ducati all’anno. Il ducato, moneta diffusa nei territori della Serenissima, rappresentava un valore solido e riconosciuto. Una rendita simile assicurava stabilità e prestigio.
Questo patrimonio non era solo un insieme di beni. Era il fondamento materiale su cui si reggeva l’identità della casata. E proprio la continuità della famiglia divenne il tema centrale all’inizio del 1725. Il primo gennaio di quell’anno, Leonoro, Giustin, don Giulio Cesare e Bartolomeo, figli del defunto conte Cristoforo Valmarana, si accordarono sul futuro della loro stirpe. La morte del padre aveva reso urgente una decisione: come garantire che il nome e i beni restassero uniti.
In un contesto nobiliare del Settecento, la sopravvivenza del casato passava attraverso la discendenza maschile. Occorreva un matrimonio che assicurasse eredi. Tuttavia, non tutti i fratelli erano disposti ad assumere questo compito. Leonoro e Bartolomeo non intendevano caricarsi di quello che definirono un “grave peso”. L’espressione riflette la consapevolezza delle responsabilità economiche e sociali legate al matrimonio. Don Giulio Cesare, in quanto religioso, era escluso per il suo stato. Rimaneva Giustin.
Fu lui a essere designato per sposarsi e proseguire la linea maschile. In cambio, i fratelli stabilirono alcune condizioni. Leonoro dichiarò che, in caso di futura divisione dei beni, un terzo della sua quota sarebbe stato destinato ai nipoti maschi nati dal matrimonio di Giustin. Alla sua morte, sarebbero stati proprio quei nipoti a ereditare. Il 9 marzo 1725 anche don Giulio Cesare e Bartolomeo decisero di fare lo stesso. Giustin venne nominato amministratore di tutti i beni di famiglia.
Il ruolo di amministratore comportava ampi poteri ma anche obblighi precisi. Doveva gestire l’intero patrimonio, occuparsi dei terreni, riscuotere affitti, mantenere gli immobili, garantire entrate regolari. Al tempo stesso, era tenuto a corrispondere ai fratelli somme annuali per le loro necessità. Se non avessero voluto abitare nella casa di famiglia a Vicenza, avrebbero comunque ricevuto quanto necessario per mantenere un tenore di vita adeguato. Le clausole erano molte e dettagliate, pensate per evitare conflitti e assicurare a ciascuno una posizione decorosa.
Nonostante queste precauzioni, le tensioni non tardarono a manifestarsi. Il caso più evidente riguardò don Giulio Cesare. Abate dei Filippini, ordine religioso noto per l’attività pastorale e culturale, egli accusò Giustin di non fornirgli risorse sufficienti per vivere in modo conforme al suo rango. L’idea di “vivere onestamente” non indicava solo una correttezza morale, ma un livello di decoro coerente con la sua condizione sociale e religiosa.
Dai documenti emerge un carattere inquieto. Don Giulio Cesare entrava e usciva dall’ordine, cambiava residenza, soggiornava in diversi luoghi e spesso a Montebello, in contrada della Chiesa, nella casa di Francesco Piana. Non rinunciava a gesti pubblici di generosità. In occasione della Corsa del Palio a Montebello, fece regali in zecchini, monete d’oro veneziane di alto valore. Il palio era una festa con gara pubblica, momento di forte partecipazione collettiva. Offrire zecchini significava esporsi, affermare una presenza visibile.
Questo stile di vita entrava in contrasto con la richiesta di maggiori somme. Don Giulio Cesare avviò un processo contro Giustin, chiedendo il raddoppio dell’assegno annuo. Giustin si difese sostenendo di rispettare puntualmente gli accordi presi nel 1725. Ricordava di aver assunto, su volontà dei fratelli, l’onere del matrimonio e della gestione complessiva del patrimonio. Inoltre, le sue spese erano considerevoli: cinque figlie da dotare, due figli maschi da mantenere, due sorelle monache da sostenere, una “dimessa” da aiutare. La dote, cioè il patrimonio che la famiglia della sposa doveva fornire al momento del matrimonio, rappresentava un impegno finanziario rilevante e imprescindibile.
La controversia coinvolse il podestà di Vicenza, magistrato che rappresentava l’autorità veneziana nel territorio, e successivamente giunse a Venezia. Quando una causa arrivava fino ai livelli superiori dell’amministrazione, significava che le parti non avevano trovato alcuna soluzione interna. Tra i documenti esibiti vi furono i testamenti dei Valmarana e gli atti di acquisto compiuti da Giustin dopo la morte del padre, sia a titolo personale sia per la casata. Queste carte consentono oggi di ricostruire parte della genealogia e di comprendere come il patrimonio sia stato consolidato nel tempo.
La vicenda giudiziaria mette in luce un aspetto delicato: l’equilibrio tra unità familiare e interessi individuali. Affidare tutto a un unico amministratore garantiva compattezza, ma esponeva anche a sospetti e recriminazioni. Il patrimonio, che doveva essere elemento di coesione, diventava motivo di attrito.
Con il passare degli anni, però, le scelte compiute produssero i loro effetti. La linea maschile tanto tutelata nel 1725 ebbe continuità. Tra i figli di Giustin vi era Gaetano Valmarana, uno dei due maschi. Il suo nome compare in un documento che ci conduce al 14 settembre 1791. In quella data, mons. Marco Zaguri, vescovo di Vicenza, effettuò la visita pastorale a Montebello. La visita pastorale era un’ispezione ufficiale durante la quale il vescovo verificava lo stato delle chiese, delle cappelle e della vita religiosa locale.
In quell’occasione, Gaetano risultava proprietario dell’oratorio della villa Valmarana. L’oratorio era una cappella privata annessa alla residenza nobiliare, dove la famiglia poteva partecipare alle funzioni religiose. Era dedicato alla Beata Vergine del Rosario, una devozione molto diffusa, legata alla preghiera del rosario e alla meditazione sui misteri della fede cristiana. Il fatto che l’oratorio fosse proprietà di Gaetano testimonia la continuità della famiglia e la permanenza del suo ruolo nel territorio.
Dalle liste degli estimi alla registrazione di una visita pastorale, il percorso è lungo ma coerente. All’inizio si incontrano campi, case, rendite. Poi emergono accordi tra fratelli, tensioni, processi. Infine, si ritrova una nuova generazione che custodisce non solo beni materiali, ma anche un luogo di culto privato. La storia dei Valmarana a Montebello non è fatta di eventi eclatanti, ma di decisioni ponderate, di conflitti familiari, di strategie per preservare un nome.
In questo intreccio, Montebello non è un semplice sfondo. Le sue contrade, la piazza, la Guà, il Borgo sono i luoghi concreti in cui si svolge la vicenda. Ogni campo coltivato, ogni casa affittata, ogni ducato riscosso o contestato racconta un frammento di vita quotidiana. Dietro le cifre si muovono persone con aspirazioni diverse: un amministratore chiamato a mediare, un abate inquieto, figli e figlie il cui futuro dipende da scelte economiche e familiari.
Alla fine, ciò che resta è l’immagine di una famiglia che ha cercato di tenere insieme patrimonio e identità, affrontando tensioni interne e responsabilità esterne. Dalle terre del Vanzo e del Frassine fino all’oratorio dedicato alla Beata Vergine del Rosario, la vicenda mostra come economia, fede e relazioni personali si intreccino in modo indissolubile. È in questa trama, fatta di decisioni spesso silenziose ma decisive, che si comprende il senso profondo della loro storia.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: L.Bedin, “Santa Maria de Montebello” Vol II, 2018, Cto Vicenza – pp. 287-288 in nota.
FOTO:Montebello Vicentino – Via Maggiore, com’era circa 100 anni fa. A sinistra Villa Valmarana edificata nel 1709”. (Cartolina postale datata 27-12-1938).

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