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UNA STORIA DIMENTICATA

[502] UNA STORIA DIMENTICATA
La lunga vita del Capomastro

La storia di Giuseppe Guarda attraversa quasi novant’anni di vita italiana. Comincia in un piccolo paese del Vicentino alla fine dell’Ottocento e si conclude nell’estate del 1980, dopo che il mondo attorno a lui era cambiato più volte. Quando morì, il 4 agosto 1980, aveva ottantanove anni e quasi due mesi. Aveva visto nascere il nuovo secolo, aveva assistito a due guerre mondiali e aveva attraversato decenni di trasformazioni che avevano modificato profondamente il volto dell’Italia.
A Montebello Vicentino, dove era nato l’8 giugno 1891, Giuseppe era conosciuto anche con un soprannome che accompagnava la sua famiglia: “Capomastro”. Era parente dell’omonimo costruttore dell’Oratorio della Sacra Famiglia, anche lui etichettato come “Capomastro” ma figlio di Giovanni Battista. Nei paesi di allora i soprannomi avevano spesso un’importanza particolare. Servivano a distinguere le famiglie, a identificarle immediatamente all’interno della comunità. Talvolta finivano quasi per affiancare il cognome stesso, diventando parte della memoria collettiva locale. Nella ormai scomparsa (aggiornata) lapide, nel cimitero di Montebello, stava scritto “Famiglia Guarda Capimastri”.
Figlio di Achille Guarda e di Angela Castaman, Giuseppe crebbe in una realtà molto diversa da quella che conosciamo oggi. Le campagne dominavano il paesaggio, il lavoro seguiva il ritmo delle stagioni e gli spostamenti erano limitati. Per molti giovani della sua generazione, il mondo sembrava fermarsi poco oltre i confini del proprio paese. Eppure, proprio mentre Giuseppe stava diventando adulto, l’Italia iniziava a guardare sempre più oltre i propri confini. Il giovane Regno d’Italia cercava un ruolo tra le potenze europee e perseguiva ambizioni coloniali che avrebbero portato il Paese a confrontarsi con l’Impero Ottomano.
Nel Ruolo Matricolare di Giuseppe compare una delle prime informazioni significative della sua esperienza militare: la partecipazione alla campagna di guerra italo-turca del 1911-1912. Nel 1911 aveva vent’anni. Era ancora un ragazzo secondo i criteri dell’epoca, ma abbastanza grande da essere coinvolto negli eventi che stavano prendendo forma. La guerra italo-turca scoppiò il 29 settembre 1911 e terminò il 18 ottobre 1912. L’obiettivo dell’Italia era ottenere il controllo della Tripolitania e della Cirenaica, territori appartenenti all’Impero Ottomano che in seguito sarebbero stati associati alla Libia italiana.
Le fonti non permettono di sapere in quale reparto fosse inquadrato né in quali località abbia operato. Non possiamo confermare dettagli ulteriori. Possiamo però affermare con certezza che prese parte a quella campagna e che si trovò coinvolto in una guerra combattuta lontano dalla sua terra d’origine.
Per un giovane proveniente da Montebello Vicentino, il distacco doveva essere notevole. La distanza geografica era enorme, ma ancora più grande era probabilmente la distanza culturale e ambientale. Molti soldati italiani si trovarono per la prima volta davanti a paesaggi, condizioni climatiche e realtà completamente diverse da quelle conosciute. Quella guerra occupa un posto particolare nella storia. Fu infatti uno dei primi conflitti in cui vennero impiegati gli aeroplani per scopi militari. Si trattava di una novità assoluta che, all’epoca, suscitò curiosità e interesse. Senza che i contemporanei potessero immaginarlo pienamente, quelle innovazioni anticipavano alcuni aspetti delle guerre che avrebbero segnato il resto del secolo.
Terminata la campagna, Giuseppe tornò alla vita civile. Nel 1911 risulta residente a Montebello Vicentino e per alcuni anni la documentazione non registra altri eventi militari rilevanti. Sembrava una fase di relativa tranquillità.
Ma l’Europa stava cambiando rapidamente.
Nel 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale. Inizialmente l’Italia rimase neutrale, osservando gli sviluppi del conflitto. Nel corso dei mesi successivi, tuttavia, il quadro politico cambiò e il Paese si preparò all’ingresso in guerra. Anche per Giuseppe arrivò il momento di tornare in uniforme. Il 22 aprile 1915 fu richiamato alle armi nel 113° Reggimento Fanteria della Brigata Mantova. Aveva quasi ventiquattro anni e possedeva già una precedente esperienza militare. Questo elemento lo distingueva da molti giovani che stavano affrontando per la prima volta la vita di caserma e la disciplina dell’esercito.
La guerra che lo attendeva era però diversa da quella combattuta in Africa. Non si trattava di una campagna relativamente circoscritta, ma di un conflitto destinato a coinvolgere milioni di uomini. Le operazioni militari si sarebbero svolte in ambienti difficili, spesso caratterizzati da montagne, alture e posizioni fortificate.
I documenti non raccontano la sua quotidianità durante quei mesi. Non sappiamo quali fossero le sue impressioni, né quali rapporti avesse con i commilitoni. Tuttavia, le successive annotazioni permettono di intuire che il suo percorso all’interno dell’esercito stava assumendo un’importanza crescente. Il 1° dicembre 1915 venne promosso sergente. La promozione non rappresentava soltanto un avanzamento formale. Un sergente era chiamato a svolgere funzioni essenziali per la vita del reparto. Doveva trasmettere ordini, coordinare uomini e contribuire alla gestione delle attività quotidiane. In un esercito impegnato in guerra, tali responsabilità assumevano un valore ancora maggiore.
L’avanzamento suggerisce che Giuseppe fosse considerato affidabile dai superiori. Le fonti non spiegano i motivi specifici della promozione, ma il passaggio a un grado superiore indica chiaramente una crescita del suo ruolo.
Il conflitto continuava nel frattempo a richiedere uomini preparati e capaci di assumere incarichi sempre più impegnativi. Le necessità operative spinsero l’esercito a formare nuovi ufficiali, individuando personale che avesse dimostrato competenza ed esperienza. Anche Giuseppe entrò in questo percorso. Il 31 luglio 1916 fu nominato allievo ufficiale di complemento nel 113° Reggimento Fanteria. Si trattava di un passaggio importante. Diventare allievo ufficiale significava essere avviato verso funzioni di comando. Non era un riconoscimento automatico. Comportava nuove responsabilità e una preparazione adeguata ai compiti che lo attendevano.
La sua situazione cambiò rapidamente.

Il giorno successivo, il 1° agosto 1916, risulta in servizio presso il 32° Reggimento Fanteria della Brigata Siena.
Dietro questa annotazione si può cogliere uno degli aspetti tipici della vita militare durante la guerra: il continuo adattamento. Cambiare reparto significava inserirsi in una nuova realtà, conoscere nuovi superiori e collaborare con uomini provenienti da contesti differenti. A quel punto Giuseppe aveva accumulato un bagaglio di esperienza significativo. Aveva partecipato alla campagna italo-turca, era stato richiamato durante la Prima guerra mondiale e aveva ottenuto avanzamenti progressivi all’interno dell’esercito. Gli anni successivi furono particolarmente intensi per le forze armate italiane. Le difficoltà del conflitto richiedevano ufficiali preparati e capaci di assumere responsabilità dirette. Il riconoscimento più importante della sua carriera documentata arrivò il 26 maggio 1918. In quella data venne promosso sottotenente di complemento dell’Arma di Fanteria.
Aveva ventisei anni. Per un giovane nato in un piccolo paese veneto, si trattava di un traguardo rilevante. Il grado di sottotenente comportava responsabilità di comando e un ruolo di riferimento per i soldati affidati alla sua guida.
La promozione avvenne in una fase cruciale della guerra. Il conflitto sarebbe terminato pochi mesi dopo, ma nel maggio del 1918 il suo esito non era ancora scritto. Gli ufficiali erano chiamati a svolgere compiti delicati in un contesto che continuava a essere estremamente complesso. Le informazioni disponibili si fermano sostanzialmente qui. Oltre questo punto, il Ruolo Matricolare non fornisce ulteriori dettagli sul suo percorso militare. Non possiamo confermare quali incarichi abbia ricoperto successivamente né quali siano stati gli sviluppi della sua vita professionale. Possiamo però osservare il quadro complessivo. Giuseppe Guarda apparteneva a quella generazione che vide l’Italia passare dalle ambizioni coloniali della guerra di Libia alle immense prove della Prima guerra mondiale. Nel giro di pochi anni attraversò esperienze che modificarono il destino di milioni di persone.
Dopo la fine del conflitto, la sua vita proseguì ancora per molti decenni. Sappiamo che visse abbastanza a lungo da assistere ai profondi cambiamenti del Novecento. Quando nacque, i fratelli Wright non avevano ancora compiuto il loro primo volo. Quando morì, nell’agosto del 1980, l’uomo aveva già camminato sulla Luna da oltre un decennio. Tra questi due estremi si colloca l’esistenza di Giuseppe Guarda, il “Capomastro” di Montebello Vicentino. Un uomo la cui storia ci è arrivata attraverso poche annotazioni ufficiali, ma che permette ancora oggi di intravedere il percorso di un soldato e di una generazione intera. Le date registrate nei documenti raccontano promozioni, trasferimenti e incarichi; dietro quelle righe emerge invece il cammino di una persona che attraversò quasi novant’anni di storia italiana, conservando il proprio posto nella memoria della comunità che lo aveva visto nascere.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:  – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
FOTO: 1) Cartolina d’epoca, Cartolina diffusa nel 1911 – 1912 che esalta “i valorosi combattenti nel nome d’Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica”.
2) La lapide della tomba della famiglia Guarda, nel cimitero di Montebello Vicentino, com’era fino al gennaio 1995, prima del completo restauro (cortesia di Martine Audain).

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GEMMA CENZATTI E ADA NEGRI

[501] GEMMA CENZATTI E ADA NEGRI
Due donne, due visioni, un tempo condiviso

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, l’Italia vive una stagione di passaggi decisivi. Le città si espandono, l’industria cresce, le idee politiche si moltiplicano e, lentamente, anche il ruolo delle donne inizia a cambiare. In questo scenario si incontrano due percorsi che, pur diversi per visibilità pubblica, risultano profondamente intrecciati: quello dell’insegnante e intellettuale Gemma Cenzatti e quello della poetessa Ada Negri. La loro amicizia, documentata attraverso uno scambio epistolare durato circa un decennio, offre uno sguardo concreto sulla vita culturale dell’epoca e sulle sfide affrontate dalle donne che cercavano spazio nella società. Gemma Cenzatti nasce nel 1872 a Pojana Maggiore, in provincia di Vicenza, in una famiglia numerosa e legata al mondo agricolo. Essere l’ultima di undici figli significa crescere in un contesto dove le risorse sono limitate e le opportunità, soprattutto per una ragazza, non sono scontate. Il padre, originario di Montebello Vicentino, lavora come affittanziere, cioè gestisce terreni presi in affitto e li concede ad altri contadini. È un ruolo importante ma fragile, perché dipende dalle condizioni economiche e dai raccolti.
Nonostante queste difficoltà, Gemma sviluppa presto una forte inclinazione per lo studio. Nell’Italia di fine Ottocento l’istruzione femminile è ancora limitata: molte ragazze frequentano solo la scuola elementare, mentre l’accesso agli studi superiori è raro. Quando nel 1888 Gemma chiede di essere ammessa al ginnasio di Este, incontra una resistenza significativa. Pur avendo superato l’esame di ingresso, viene inizialmente esclusa proprio perché donna. Solo dopo l’intervento del Ministero ottiene il diritto di frequentare. Questo episodio, apparentemente circoscritto, riflette un cambiamento più ampio: sempre più donne iniziano a rivendicare il diritto allo studio.
Gemma prosegue il suo percorso con determinazione. Frequenta il liceo classico a Padova e poi l’università, dove studia filosofia e lettere. Si tratta di un ambiente ancora prevalentemente maschile, ma lei riesce a distinguersi per i risultati. Nel 1898 si laurea con una tesi dedicata al poeta francese Lamartine e ai suoi rapporti con l’Italia. L’anno successivo ottiene l’abilitazione all’insegnamento, aprendo così la strada alla sua carriera educativa.
Nel frattempo, qualche anno prima, nel 1870, nasce a Lodi Ada Negri, in una famiglia molto modesta. Il padre è vetturino, la madre tessitrice. L’infanzia di Ada si svolge in gran parte nella portineria di un palazzo dove la nonna lavora come custode. Questo ambiente, semplice ma ricco di osservazioni quotidiane, diventa una sorta di palestra per il suo sguardo sul mondo. Fin da piccola impara a osservare le persone, i gesti, le differenze sociali.
Anche Ada riesce, con impegno, a studiare e diventare maestra. L’insegnamento rappresenta per lei non solo un lavoro, ma anche un punto di partenza per la scrittura. Inizia a comporre poesie che parlano della realtà sociale: operai, povertà, fatica quotidiana. Questi temi, trattati con intensità emotiva, la rendono presto una voce riconoscibile nel panorama letterario italiano. Alla fine dell’Ottocento il suo nome è già noto e associato agli ambienti sensibili alle questioni sociali.
All’inizio del Novecento, entrambe le donne si trovano, in modi diversi, legate a Milano. La città è uno dei centri più dinamici del paese, caratterizzata da un forte sviluppo industriale e da un intenso fermento culturale. Qui operano figure come Anna Kuliscioff, impegnata nella lotta per i diritti dei lavoratori e delle donne, e Alessandrina Ravizza, attiva nel campo dell’assistenza sociale. Gemma si inserisce pienamente in questo contesto. Trasferitasi a Milano, entra in contatto con la Società Umanitaria, un’istituzione nata nel 1893 con l’obiettivo di promuovere l’istruzione e migliorare le condizioni delle classi popolari. Qui insegna storia del costume in una scuola professionale femminile. Questa disciplina non riguarda solo gli abiti, ma permette di capire come vivono le persone nelle diverse epoche, quali sono le differenze sociali e come cambiano i ruoli tra uomini e donne.
Ada, invece, vive un rapporto più intermittente con Milano. Dopo il matrimonio con Giovanni Garlanda, si trasferisce spesso lontano dalla città, in particolare a Valle Mosso, nelle Prealpi piemontesi. Questa distanza geografica si traduce anche in una certa distanza dalla vita culturale milanese, che Ada osserva da lontano con curiosità ma anche con un senso di esclusione. È proprio in questo contesto che nasce e si sviluppa l’amicizia tra le due. Dal 1904 iniziano a scambiarsi lettere con regolarità. Per Ada, Gemma diventa una figura fondamentale: una confidente, una lettrice attenta, una presenza stabile in un momento della vita segnato da incertezze. Per Gemma, Ada è una voce autorevole della letteratura, ma anche un’amica con cui condividere riflessioni personali e culturali.
Le lettere mostrano un rapporto intenso e sincero. Ada si apre con grande franchezza, raccontando le difficoltà della vita familiare, le preoccupazioni per la figlia Bianca e i momenti di crisi interiore. In alcuni passaggi emerge un forte senso di inquietudine: teme di non riuscire più a scrivere come un tempo, si interroga sul proprio talento, cerca nuove forme espressive. Gemma, da parte sua, appare più stabile e inserita nella realtà milanese. Insegna, scrive articoli, mantiene rapporti con altri intellettuali. Nelle lettere svolge spesso il ruolo di interlocutrice critica, offrendo osservazioni e consigli sui testi di Ada. Il loro dialogo non è mai superficiale: tocca questioni letterarie, ma anche temi legati alla condizione femminile e alla società.
Le due discutono spesso di altre scrittrici contemporanee. Tra i nomi citati compare Grazia Deledda, che qualche anno più tardi riceverà il Premio Nobel per la letteratura. Viene menzionata anche Sibilla Aleramo, il cui romanzo Una donna affronta il tema della libertà personale femminile, suscitando ampio dibattito.
Nelle lettere trovano spazio anche riferimenti agli eventi del tempo. Le due amiche commentano fatti di cronaca e tragedie naturali, segno di una partecipazione attiva alla vita del paese. Questo intreccio tra dimensione privata e contesto storico rende la loro corrispondenza particolarmente significativa. Il rapporto epistolare prosegue fino al 1914. L’ultima lettera conosciuta è scritta da Ada da Zurigo, dove si è recata per raggiungere la figlia dopo la separazione dal marito. Questo momento segna anche una svolta nella sua vita personale.
Negli anni successivi, le strade delle due donne si allontanano progressivamente. Le loro scelte politiche, in particolare, divergono. Ada Negri, pur provenendo da ambienti vicini al socialismo, negli anni del regime fascista riceve riconoscimenti ufficiali e nel 1940 entra a far parte dell’Accademia d’Italia, diventando la prima donna a ottenere questo incarico.
Gemma Cenzatti, invece, mantiene una posizione critica nei confronti del regime. Continua a lavorare nel campo dell’istruzione e diventa preside della Scuola Superiore Femminile A. Manzoni di Milano. Il suo impegno è rivolto soprattutto alla formazione delle giovani donne. Tuttavia, negli anni Trenta, il controllo politico sulla scuola si intensifica. Gemma rifiuta di aderire al partito fascista e nel 1935 viene destituita per “incapacità professionale” dal suo incarico, una motivazione formale che nasconde ragioni politiche. La perdita del lavoro ha conseguenze pesanti. Senza uno stipendio e senza pensione, affronta anni difficili dal punto di vista economico. Dopo la Seconda guerra mondiale ottiene un risarcimento, ma le sue condizioni di salute sono ormai compromesse. Muore nel 1948.
Ada Negri, scomparsa nel 1945, ha continuato la sua attività letteraria fino agli ultimi anni della vita. La sua figura resta legata alla poesia e alla capacità di raccontare la realtà sociale con intensità emotiva. Tuttavia, il suo percorso rimane complesso, segnato da scelte che hanno suscitato interpretazioni diverse nel tempo.
Le storie di Gemma Cenzatti e Ada Negri, considerate insieme, mostrano due modi diversi di affrontare le sfide di un’epoca in trasformazione. Entrambe cercano di costruire uno spazio per sé in una società che offre ancora poche possibilità alle donne. Una lo fa attraverso la scuola e l’impegno civile, l’altra attraverso la scrittura e la letteratura. La loro amicizia rappresenta un punto di incontro tra questi due percorsi. Nelle lettere si riconosce una fiducia reciproca che supera le differenze di vita e di carattere. È proprio questo dialogo, fatto di parole sincere e di confronto continuo, a restituire oggi il senso più autentico della loro esperienza.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: – A. Negri « Lettere a Gemma Cenzatti », pubblicata in ADA NEGRI, « La vita di un giorno », Milano, Agnesi, 2017.
– V. Maggiolo, L. Silva – “Gemma Cenzatti: da Este a Milano, un’intellettuale tra Otto e Novecento“, in Terra d’Este – Rivista di storia e cultura, anno XXXIV – n. 67, Este.
NOTE: ⁕ Vedi anche l’articolo n. [94] LA FAMIGLIA CENZATTI di Ottorino Gianesato e l’articolo n. [397] GEMMA CENZATTI di Umberto Ravagnani.
FOTO: 1) La copertina del libro “Alfonso De La Martine e l’Italia” tesi di laurea di Gemma Cenzatti.
2) La poetessa Ada Negri (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

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MONTEBELLO VICENTINO

[500] MONTEBELLO VICENTINO
500 finestre aperte sul passato

Cinquecento articoli. Letto così, può sembrare semplicemente un numero. Eppure, dietro questo traguardo si nasconde un lavoro lungo anni, costruito con pazienza, passione e desiderio di conoscere meglio la storia di Montebello Vicentino. Ogni articolo pubblicato rappresenta una ricerca, una scoperta, una domanda alla quale si è cercato di dare risposta. Messo insieme agli altri, diventa parte di un racconto molto più grande: quello di una comunità che nel corso dei secoli ha costruito il proprio territorio, la propria identità e la propria memoria.
Raggiungere il cinquecentesimo articolo significa fermarsi per un momento e guardare il cammino percorso. Significa rendersi conto di quante persone, luoghi, documenti e vicende siano passati attraverso queste pagine. Significa anche comprendere quanto sia ricca la storia di una realtà locale che, a prima vista, potrebbe sembrare piccola, ma che in realtà custodisce una straordinaria quantità di esperienze umane.
Fin dall’inizio, il nostro obiettivo è stato quello di raccontare il passato di Montebello in modo accessibile, cercando di avvicinare alla storia anche chi non possiede conoscenze specifiche. Spesso si pensa che la storia sia fatta soltanto di re, guerre o grandi eventi. In realtà la storia è molto di più. È fatta anche delle persone comuni che hanno abitato un paese, lavorato nei campi, frequentato le scuole, costruito case, aperto attività e affrontato le difficoltà del proprio tempo.
Per questo motivo abbiamo cercato di raccogliere e raccontare vicende molto diverse tra loro. Alcune riguardano eventi importanti, altre episodi apparentemente semplici. Tutte, però, contribuiscono a comprendere meglio il mondo che ci circonda e il modo in cui è arrivato fino a noi.
Nel corso degli anni abbiamo compiuto un lungo viaggio attraverso le varie epoche storiche. Siamo partiti dalla Preistoria, il periodo che precede l’invenzione della scrittura. Può sembrare un tempo lontanissimo, quasi impossibile da immaginare, eppure anche il territorio di Montebello conserva tracce della presenza umana risalenti a quelle epoche. Gli studiosi ricostruiscono la vita di quei tempi grazie ai reperti archeologici, cioè agli oggetti e alle testimonianze materiali lasciate dalle popolazioni antiche.
Successivamente abbiamo attraversato il Medioevo, che convenzionalmente si colloca tra il V e il XV secolo. Quando si parla di Medioevo vengono subito in mente castelli e cavalieri, ma quella fu soprattutto un’epoca durante la quale le comunità locali iniziarono a sviluppare molte delle caratteristiche che ancora oggi possiamo riconoscere nel territorio. Le campagne, le attività produttive, le istituzioni religiose e le forme di organizzazione sociale contribuirono a modellare il paesaggio e la vita quotidiana.
Il racconto è poi proseguito nell’Età Moderna, il periodo compreso tra la fine del Quattrocento e la fine del Settecento. Furono secoli di profondi cambiamenti. Nuove idee si diffusero in Europa, aumentarono gli scambi commerciali e si trasformarono molti aspetti della società. Anche i centri minori furono coinvolti in questi processi, lasciando tracce che ancora oggi possono essere rintracciate nei documenti e negli edifici storici.
L’Età Contemporanea, infine, ci ha accompagnato fino ai giorni nostri. È il periodo che sentiamo più vicino perché riguarda direttamente le esperienze dei nostri genitori, dei nostri nonni e, in alcuni casi, della nostra stessa generazione. Grazie alla maggiore disponibilità di documenti e testimonianze, è possibile ricostruire con precisione molti aspetti della vita quotidiana e comprendere come il paese sia cambiato nel corso del tempo.
I temi affrontati in questi cinquecento articoli sono stati numerosi. Abbiamo parlato delle famiglie che hanno segnato la storia locale, dei mestieri tradizionali, delle attività economiche, della scuola, della religione, delle trasformazioni urbanistiche e delle persone che hanno lasciato un ricordo nella comunità.
Particolarmente importanti sono stati i racconti dedicati al lavoro. I mestieri del passato rappresentano infatti una preziosa chiave di lettura per comprendere la società di altre epoche. Molte attività che un tempo erano diffuse e indispensabili oggi non esistono più oppure si sono trasformate profondamente grazie al progresso tecnologico. Recuperarne la memoria significa conservare una parte importante della nostra identità collettiva.
Un altro argomento che ha trovato ampio spazio è quello dell’emigrazione. Tra Ottocento e Novecento molte famiglie lasciarono il Veneto e altre regioni italiane per cercare opportunità migliori altrove. Alcuni si trasferirono in altre zone d’Italia, altri raggiunsero paesi molto lontani. Dietro ogni partenza vi erano speranze, sacrifici e spesso anche momenti di grande difficoltà. Raccontare queste esperienze significa ricordare una pagina fondamentale della storia delle nostre comunità. Proprio parlando di emigrazione, non possiamo dimenticare una persona che negli ultimi anni ha offerto un contributo straordinario al nostro sito: Lino Timillero. Nato a Montebello Vicentino nel 1944, emigrò giovanissimo in Australia nel 1967, seguendo quel percorso che tanti italiani della sua generazione intrapresero alla ricerca di nuove opportunità. Nonostante la distanza geografica, mantenne sempre un forte legame con il paese natale e con i ricordi della sua giovinezza.
Negli ultimi anni Lino ci ha inviato ben quarantotto contributi, diventando uno dei collaboratori più generosi e apprezzati del nostro progetto. Attraverso i suoi racconti abbiamo potuto conoscere aspetti della vita quotidiana nella Montebello del dopoguerra, le esperienze dell’infanzia, le abitudini di un tempo, i rapporti tra le persone e le trasformazioni che il paese ha vissuto nel corso dei decenni. Allo stesso tempo, le sue testimonianze ci hanno permesso di comprendere meglio cosa significasse lasciare l’Italia e costruire una nuova vita dall’altra parte del mondo. I suoi scritti rappresentano qualcosa di più di semplici ricordi personali. Costituiscono una testimonianza preziosa di una generazione che ha vissuto profondi cambiamenti sociali ed economici. Grazie alla sua disponibilità, molte esperienze che rischiavano di andare perdute sono state conservate e condivise con tutti i lettori. Purtroppo Lino Timillero è venuto a mancare il 23 febbraio 2025 a Wollongong, in Australia. La sua scomparsa ha lasciato un grande vuoto in chi ha avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. Tuttavia, i suoi racconti continuano a vivere nelle pagine del sito e rappresentano uno degli esempi più significativi di come la memoria personale possa trasformarsi in patrimonio collettivo. Ricordarlo nel momento in cui raggiungiamo il traguardo dei cinquecento articoli ci sembra non solo doveroso, ma anche profondamente coerente con lo spirito che ha sempre guidato il nostro lavoro.
Grande attenzione è stata dedicata anche agli edifici storici. Chiese, ville, abitazioni rurali e altri luoghi del territorio non sono semplicemente costruzioni antiche. Essi rappresentano testimonianze concrete del passato. Ogni edificio racconta qualcosa delle persone che lo hanno costruito, abitato o utilizzato. Osservarli con maggiore consapevolezza permette di comprendere meglio la storia che ci circonda.
Anche la scuola ha occupato uno spazio importante nelle nostre ricerche. Oggi l’istruzione è considerata un elemento essenziale della vita sociale, ma non è sempre stato così. Per molti secoli studiare non era un’opportunità accessibile a tutti. Ricostruire la storia delle scuole locali significa comprendere come siano cambiate le possibilità educative e come si sia evoluta la società. Lo stesso vale per la religione, che per lunghi periodi ha rappresentato uno degli elementi centrali della vita comunitaria. Le parrocchie, le celebrazioni religiose e le attività collegate alla vita della Chiesa hanno avuto un ruolo importante nell’organizzazione sociale del territorio. Comprendere questi aspetti aiuta a interpretare molte tradizioni che ancora oggi fanno parte della nostra cultura.
Naturalmente nessuno studio storico può dirsi completo una volta per tutte. In questi anni abbiamo consultato una grande quantità di fonti: documenti conservati negli archivi, pubblicazioni di storici, fotografie, registri, giornali e testimonianze dirette. Tuttavia la ricerca è un’attività in continua evoluzione. Nuovi documenti possono emergere, nuove interpretazioni possono arricchire ciò che già conosciamo e nuovi contributi possono aiutare a completare il quadro. Per questo motivo abbiamo sempre considerato fondamentale la collaborazione dei lettori. Molte informazioni sono arrivate proprio grazie alla disponibilità di persone che hanno condiviso ricordi di famiglia, fotografie, lettere o racconti tramandati nel tempo. Si tratta di contributi preziosi, perché consentono di conservare una memoria che altrimenti rischierebbe di scomparire.
Uno degli insegnamenti più importanti emersi da questo percorso riguarda il valore della memoria. Viviamo in un’epoca in cui le informazioni scorrono rapidamente e vengono spesso dimenticate con altrettanta velocità. La storia, invece, richiede tempo. Richiede attenzione, pazienza e la volontà di approfondire. Ogni documento conservato, ogni testimonianza raccolta e ogni racconto pubblicato contribuisce a salvare una piccola parte del patrimonio culturale della comunità.
I cinquecento articoli pubblicati fino a oggi testimoniano proprio questo impegno. Non rappresentano soltanto una raccolta di testi, ma un lavoro collettivo che coinvolge autori, studiosi, appassionati e lettori. Ognuno ha contribuito, in misura diversa, a costruire una narrazione sempre più ricca e articolata della storia di Montebello Vicentino. Questo importante traguardo non deve però essere considerato un punto di arrivo. Al contrario, rappresenta una nuova tappa di un percorso che continua. Ci sono ancora documenti da studiare, testimonianze da raccogliere, fotografie da identificare e vicende da approfondire. Ogni generazione aggiunge infatti nuovi capitoli alla storia del paese. La speranza che accompagna questo lavoro è che i racconti pubblicati possano aiutare a guardare il territorio con occhi diversi. Dietro una strada, una casa, una piazza o una tradizione si nascondono spesso vicende che meritano di essere conosciute. Comprendere il passato permette di attribuire un significato più profondo ai luoghi che frequentiamo ogni giorno.
Se questi cinquecento articoli hanno contribuito a rafforzare il legame tra la comunità e la propria storia, hanno raggiunto il loro obiettivo più importante. Perché conoscere il passato non significa soltanto ricordare ciò che è stato, ma comprendere meglio il presente e trasmettere alle generazioni future la consapevolezza delle proprie radici. È questo, in fondo, il valore più autentico di ogni ricerca storica: trasformare la memoria in una risorsa condivisa e mantenere vivo il dialogo tra chi ci ha preceduto, chi vive oggi e chi verrà dopo di noi.
Umberto Ravagnani

COMPOSIZIONE: Un grande mosaico composto da singole scene storiche. Ogni tessera racconta una storia diversa: antichi insediamenti, vita medievale, chiese, scuole, lavoratori, emigranti, famiglie, feste e momenti quotidiani. L’occhio simboleggia una comunità che guarda al proprio passato (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).
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QUARANT’ANNI IN CATTEDRA

[499] QUARANT’ANNI IN CATTEDRA
Una vita tra i banchi di scuola

La storia della scuola non è fatta soltanto di edifici, programmi ministeriali o riforme. È fatta soprattutto di persone. Tra queste vi sono insegnanti che, anno dopo anno, hanno accompagnato la crescita di intere generazioni, lasciando un segno profondo nelle comunità in cui hanno operato. Una di queste figure fu Ida Agnolin Tonelato*, maestra elementare di Montebello Vicentino, che dedicò oltre quarant’anni della propria vita all’educazione dei bambini del suo paese. Nata a Montebello Vicentino il 26 gennaio 1899, conseguì il Diploma di Abilitazione Magistrale a Vicenza il 2 giugno 1916. A quel tempo il diploma magistrale era il titolo che consentiva di insegnare nelle scuole elementari. Le maestre rappresentavano una presenza fondamentale nella società italiana, soprattutto nei piccoli centri, dove spesso erano tra le persone più istruite della comunità.
Quando Ida ottenne il diploma, l’Italia era coinvolta nella Prima guerra mondiale. In quel contesto difficile iniziò il suo percorso professionale. Già nell’anno scolastico 1917-1918 insegnava come maestra non di ruolo a Montebello. L’espressione “non di ruolo”, oggi poco utilizzata nel linguaggio comune, indicava un insegnante che non possedeva ancora una nomina stabile e definitiva. Successivamente fu assunta a pieno titolo a Nogarole Vicentino. Dopo alcuni anni riuscì però a ottenere il trasferimento nel paese natale. Da quel momento, e precisamente dal 1927 fino al 1959, la sua vita si intrecciò con quella della scuola elementare di Montebello Vicentino. La durata della sua carriera è già di per sé significativa. Insegnò infatti durante il periodo tra le due guerre mondiali, attraversò gli anni del regime fascista, visse il dramma della Seconda guerra mondiale e proseguì il proprio lavoro nell’Italia del dopoguerra. Quando entrò in classe per la prima volta, molte famiglie vivevano ancora secondo ritmi tradizionali e l’analfabetismo era un problema diffuso. Quando andò in pensione, il Paese stava entrando negli anni del cosiddetto “miracolo economico”, una fase di forte crescita e modernizzazione.
Dietro questi grandi cambiamenti storici vi era però la quotidianità della scuola. E proprio nella vita quotidiana emergono le qualità che resero speciale il suo lavoro. Al suo arrivo a Montebello le fu affidata una situazione che oggi può sorprendere. Doveva insegnare a una prima classe composta da ben settantacinque alunni maschi e, nello stesso tempo, seguire una piccola scolaresca separata di dieci bambine. Per comprendere la portata di questo incarico bisogna ricordare che le scuole dell’epoca disponevano di risorse molto più limitate rispetto a oggi. Le classi erano spesso numerose e il lavoro dell’insegnante richiedeva una grande capacità di organizzazione. Gestire decine di bambini piccoli, seguirne l’apprendimento e mantenere l’ordine richiedeva esperienza, pazienza e una notevole energia.
Un episodio curioso permette inoltre di cogliere il legame tra la storia nazionale e la vita del paese. Alcuni alunni abitavano lungo una strada che, durante il periodo fascista, era stata indicata come “Via B. Mussolini”. In realtà il nome derivava dall’antica “Contrada Mussolina”. La denominazione venne adattata per richiamare il nome del capo del governo dell’epoca. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la strada recuperò il suo nome tradizionale. È un piccolo dettaglio, ma aiuta a capire come i grandi eventi politici influenzassero anche gli aspetti più ordinari della vita quotidiana. Le testimonianze più interessanti sulla personalità di Ida Agnolin Tonelato provengono dagli ultimi anni della sua carriera. In particolare, la cronaca scolastica del 1957-1958 consente di osservare da vicino il suo modo di insegnare e il rapporto costruito con le alunne. Fin dalle prime annotazioni emerge una caratteristica fondamentale: il senso del dovere. Il 5 novembre 1957 le lezioni ripresero regolarmente dopo un periodo di chiusura dovuto alla cosiddetta “febbre asiatica”, una pandemia influenzale che interessò numerosi Paesi del mondo tra il 1957 e il 1958. La maestra registrò la presenza di quasi tutte le bambine e annotò con fiducia: « Con buona volontà spero recuperare il tempo perduto ». Si tratta di una frase semplice, ma molto significativa. Rivela una persona che affrontava le difficoltà con spirito pratico e determinazione. Il suo obiettivo non era lamentarsi dei problemi incontrati, ma trovare il modo di garantire alle alunne una preparazione adeguata. Pochi giorni dopo compare un altro elemento interessante. Il 9 novembre la classe partecipò alla trasmissione inaugurale dell’anno radioscolastico. La radioscuola era un progetto educativo che utilizzava la radio per portare nelle classi programmi didattici e culturali. Oggi può sembrare una soluzione elementare, ma negli anni Cinquanta rappresentava uno strumento moderno e innovativo. Molte scuole vedevano nella radio una possibilità per ampliare gli orizzonti degli alunni.
La maestra dimostrò subito di comprenderne le potenzialità. Scrisse infatti: « Farò in modo che le bimbe seguano con interesse per trarre profitto da questo mezzo educativo ». Questa osservazione mostra una professionista aperta alle novità e desiderosa di sfruttare ogni occasione utile per migliorare l’apprendimento delle proprie allieve. Ancora più evidente appare il suo interesse per la formazione morale delle bambine. Il 20 novembre raccontò alla classe la vicenda di Nicolino Longo, uno scolaro premiato per la sua generosità. Più che il premio in sé, le interessava il messaggio educativo che poteva trasmettere. Invitò infatti le alunne a essere « sempre buone, generose e a vedere le necessità delle compagne più povere ». Queste parole permettono di comprendere una convinzione molto diffusa tra gli insegnanti della sua generazione: la scuola doveva certamente insegnare a leggere, scrivere e fare di conto, ma doveva anche contribuire alla formazione del carattere e dei valori personali.
Lo stesso approccio emerge durante la Festa degli Alberi del 21 novembre. Questa iniziativa, diffusa nelle scuole italiane fin dalla fine dell’Ottocento, aveva lo scopo di educare i giovani al rispetto della natura. Prima della cerimonia la maestra parlò dell’utilità delle piante e delle cure che meritano. Fece inoltre ripassare alcune poesie dedicate agli alberi e invitò ogni scolara a scrivere una breve cronaca dell’evento. Anche in questo caso si nota un metodo educativo concreto. Le bambine osservavano, ascoltavano, riflettevano e infine rielaboravano l’esperienza attraverso la scrittura. Nella stessa giornata la maestra annotò il ritorno a scuola di Nadia, rientrata dalla Svizzera con la famiglia. Negli anni Cinquanta molte famiglie italiane emigravano temporaneamente all’estero per motivi di lavoro e non era raro che i bambini cambiassero scuola più volte. La frase che Ida dedica a questa alunna è particolarmente significativa: « Sarà mia cura seguirla con amore ». Queste parole rivelano una qualità che emerge più volte nelle sue annotazioni: l’attenzione verso ogni singolo bambino. Dietro la disciplina e l’organizzazione vi era una sincera sensibilità umana. Le cronache dei mesi successivi confermano l’immagine di un’insegnante molto scrupolosa. A marzo partecipò a una riunione con il direttore scolastico per discutere i programmi e la preparazione degli esami.
Gli esami di seconda elementare rappresentavano allora una tappa importante del percorso scolastico. Il direttore raccomandò che gli argomenti fossero affrontati in modo approfondito e non superficiale. La maestra registrò con attenzione tali indicazioni, dimostrando il valore che attribuiva alla qualità dell’insegnamento. Nelle sue annotazioni compaiono anche istituzioni oggi poco conosciute. Il Patronato Scolastico, ad esempio, era un ente assistenziale che aiutava gli alunni appartenenti a famiglie in difficoltà economica. Durante la giornata dedicata a questo organismo vennero venduti francobolli e cartoline per raccogliere fondi destinati alle attività di sostegno. Anche questa iniziativa riflette l’importanza attribuita alla solidarietà e all’aiuto reciproco all’interno della comunità scolastica. Particolarmente interessante è inoltre il rapporto che la maestra manteneva con le famiglie. Alla fine del secondo trimestre distribuì le pagelle e invitò personalmente le madri a incontrarla. La pagella era il documento ufficiale che riportava voti e giudizi. Tuttavia Ida non considerava sufficiente una semplice valutazione scritta. Riteneva importante confrontarsi direttamente con i genitori per fornire informazioni precise sul comportamento e sul rendimento delle figlie. Questa attenzione al dialogo testimonia una visione dell’educazione fondata sulla collaborazione tra scuola e famiglia.
Forse la descrizione più bella delle sue alunne è contenuta in una breve osservazione scritta alla fine di marzo. La maestra nota come molte bambine seguano le lezioni con impegno, si mostrino curiose e partecipino con entusiasmo alle novità proposte. Con soddisfazione scrive che esse « danno all’insegnante la soddisfazione che sulla scuola cerca ». In questa frase si coglie il significato più profondo della sua lunga carriera. La vera ricompensa non era rappresentata dagli anni di servizio o dai riconoscimenti ufficiali, ma dalla crescita delle bambine affidate alle sue cure. Dopo oltre quarant’anni trascorsi in aula, Ida Agnolin Tonelato lasciò la scuola portando con sé il ricordo di migliaia di giornate trascorse tra lezioni, esercizi, colloqui con le famiglie e momenti condivisi con i propri alunni. Le sue cronache mostrano una maestra preparata, responsabile, attenta alle innovazioni, sensibile ai bisogni dei più fragili e profondamente convinta del valore educativo della scuola. Una figura che, attraverso il lavoro quotidiano e spesso silenzioso, contribuì alla crescita culturale e umana della comunità di Montebello Vicentino.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, U. Ravagnani e M. E. Dalla Gassa, LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO, Amici di Montebello, 2018, Montebello Vicentino.
FOTO: Anno scolastico 1927-28, classe I maschile, con la maestra Ida Agnolin Tonelato. In questa classe frequentavano 75 alunni.
NOTA: * Vedi anche il nostro articolo n. [345] del 6 luglio 2023 “[345] LA MAESTRA IDA AGNOLIN TONELATO – Una maestra davvero importante.
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MONTEBELLO 1926

[498] MONTEBELLO 1926
Guglielma Costa e la scuola di cento anni fa

Per comprendere davvero chi fosse la maestra Guglielma Costa non basta leggere le date della sua carriera o i documenti amministrativi che la riguardano. Occorre immaginarla nella sua aula, circondata dalle sue alunne, mentre segue le lezioni, controlla i quaderni, parla con le famiglie e affronta le difficoltà quotidiane di una scuola di quasi cento anni fa. È proprio da una sua relazione scolastica del 1926-1927 che emerge il ritratto di una donna preparata, responsabile e profondamente legata al proprio ruolo educativo.
Guglielma Costa nacque a Montebello Vicentino il 19 agosto 1874. Era l’ultima di sei figli di Giuseppe Costa e Teresa Pianton. La sua giovinezza coincise con un periodo in cui l’Italia stava cercando di costruire un sistema scolastico moderno e accessibile. In molte zone del Paese l’analfabetismo era ancora diffuso e gli insegnanti elementari svolgevano una funzione essenziale per la crescita culturale delle comunità. Per diventare maestra frequentò la Scuola Normale, l’istituto destinato alla formazione degli insegnanti. Nel 1900 conseguì a Verona la patente di grado superiore. Oggi questo titolo può sembrare lontano e difficile da interpretare, ma all’epoca rappresentava una qualifica importante. Consentiva infatti di insegnare in tutte le classi della scuola elementare e attestava una preparazione completa ottenuta attraverso studi specifici, tirocinio ed esame finale.
La sua carriera iniziò nella scuola elementare di Selva di Montebello, dove lavorò dal 1897 al 1907. Successivamente fu trasferita alla scuola elementare del centro di Montebello Vicentino, dove rimase fino al pensionamento, avvenuto nel 1935 all’età di sessantuno anni. Quasi quarant’anni trascorsi tra i banchi rappresentano una testimonianza concreta della sua dedizione all’insegnamento.
Nel 1926, quando scrisse la relazione che oggi ci permette di conoscere il suo lavoro, era ormai una maestra esperta. Aveva attraversato decenni di cambiamenti e continuava a svolgere il proprio compito con grande serietà. L’anno scolastico iniziò il 24 settembre 1926 e terminò il 2 luglio 1927. Le lezioni si svolsero per 198 giorni distribuiti nell’arco di nove mesi. Gli orari cambiavano a seconda delle stagioni. Nei mesi estivi le bambine entravano a scuola molto presto, mentre durante l’inverno l’inizio delle lezioni veniva posticipato per adattarsi alle ore di luce disponibili. La scuola si trovava in Via XXIV Maggio. Prima della Grande Guerra quella strada era chiamata Via Maggiore. Dopo il conflitto venne rinominata per ricordare il 24 maggio 1915, giorno dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Anche attraverso i nomi delle strade si trasmetteva la memoria degli avvenimenti considerati importanti per la storia nazionale.
L’aula nella quale insegnava Guglielma Costa era descritta in modo positivo. Riceveva molta luce naturale e una buona ventilazione. “Posizione dell’aula ottima, riceve aria e sole in abbondanza”, scrive la maestra. In anni in cui le conoscenze igieniche stavano assumendo un ruolo sempre più importante, queste caratteristiche erano considerate particolarmente favorevoli per la salute degli scolari.
La stanza era riscaldata da una stufa e disponeva di ventiquattro banchi. Nonostante l’ordine e la pulizia fossero giudicati adeguati, non mancavano problemi. La stessa maestra annotava che “il materiale didattico è insufficiente”. Carte geografiche, sussidi per le lezioni e strumenti educativi erano spesso pochi e gli insegnanti dovevano fare affidamento soprattutto sulle proprie capacità. Le alunne iscritte erano quaranta. Dieci di esse erano ripetenti, cioè stavano frequentando nuovamente la stessa classe. Oggi il numero può apparire elevato, ma negli anni Venti la frequenza scolastica era spesso condizionata dalle difficoltà familiari, dalla povertà o dai problemi di salute. La relazione dimostra quanto Guglielma Costa fosse attenta alle sue scolarette. Non si limitava a registrare le assenze, ma cercava di comprenderne le cause. Una bambina smise temporaneamente di frequentare per aiutare la madre malata; un’altra abbandonò la scuola senza fornire spiegazioni; una terza si ammalò e non riuscì più a tornare in classe; due si trasferirono con le famiglie in città.
Dietro queste annotazioni emerge una realtà sociale fatta di sacrifici e responsabilità precoci. Molte bambine contribuivano già alla gestione della casa e spesso le esigenze familiari avevano la precedenza rispetto alla scuola. Nonostante queste difficoltà, la frequenza rimase soddisfacente. A giugno erano ancora presenti trentatré alunne, pari all’87 per cento delle iscritte. Un risultato che testimonia non solo l’impegno delle famiglie, ma anche la capacità dell’insegnante di mantenere vivo il legame con la scuola. Uno degli aspetti più interessanti della relazione riguarda il rapporto tra la maestra e i genitori. Guglielma Costa racconta di aver convocato più volte le madri per discutere dell’andamento scolastico delle figlie. Si tratta di un elemento che rivela una concezione moderna del lavoro educativo: la convinzione che scuola e famiglia dovessero collaborare per favorire la crescita dei bambini.
La maestra appare inoltre molto soddisfatta del lavoro svolto durante l’anno. “Il programma scolastico fu svolto completamente e con profitto soddisfacente”, scrive nella relazione finale. Dietro questa frase si intravede una docente organizzata e capace di raggiungere gli obiettivi prefissati nonostante le limitazioni materiali della scuola. L’insegnamento non riguardava soltanto la lettura, la scrittura e l’aritmetica. Come era normale nella scuola italiana dell’epoca, grande importanza veniva attribuita alla formazione morale. Guglielma Costa ricorda di aver organizzato lezioni destinate a trasmettere alle bambine valori considerati fondamentali dalla società del tempo. L’insegnamento religioso occupava uno spazio significativo e veniva accompagnato dall’uso di testi specifici, tra cui “Fra Campi e Borghi” di G. Marcati. La maestra sottolinea di aver ottenuto buoni risultati anche in questo ambito.
Un’altra caratteristica del suo metodo educativo era l’attenzione alle attività che oggi definiremmo ricreative. Attraverso favole, letture e indovinelli cercava di rendere piacevole il tempo trascorso in classe. Questi momenti non erano considerati semplici pause, ma strumenti per stimolare la curiosità, l’immaginazione e il gusto per la lettura. Alle bambine veniva inoltre insegnato il cosiddetto “lavoro femminile”. Con questa espressione si indicavano attività pratiche come il cucito, il ricamo e il rammendo. Si trattava di competenze che la mentalità dell’epoca considerava importanti nella formazione delle future donne adulte. Non mancavano neppure gli esercizi di ginnastica, svolti sia all’aperto sia all’interno dell’aula. Nella relazione compare anche il Patronato Scolastico, un’organizzazione che aiutava gli studenti provenienti da famiglie in difficoltà economica. Grazie a questo sostegno quattordici alunne ricevevano materiale scolastico. In molte realtà italiane tali aiuti rappresentavano una risorsa fondamentale per garantire la frequenza scolastica dei bambini meno fortunati.
La maestra osserva che gran parte delle sue alunne proveniva da famiglie disagiate. Tuttavia mette in evidenza soprattutto la loro buona volontà, la diligenza e l’impegno. È un aspetto significativo perché dimostra come fosse capace di riconoscere il valore dello sforzo personale, anche quando i risultati non erano sempre eccellenti. Tra tutte le testimonianze conservate nella relazione, una in particolare colpisce ancora oggi. Si tratta di un tema scritto da una bambina di nome Agnese, che la maestra volle riportare integralmente come esempio del lavoro svolto in classe. Alla traccia « Racconta quello che hai fatto durante l’Autunno », Agnese scrisse: « Io sono una bambina disgraziata, ho perduto il mio babbo, e sono la maggiore di tre fratellini. Durante le vacanze di autunno leggevo tanti libretti, scrivevo qualche raccontino e qualche problema. Finché la mia mamma andava a lavorare io badavo a tutte le faccende di casa: Lavavo i miei fratellini davo loro da mangiare e apparechiavo la polenta fumante. Ora spero di essere promossa per dare un po’ di consolozione alla mamma. »
In poche righe la bambina raccontava una realtà difficile fatta di lutto, responsabilità e sacrificio. Eppure emergeva anche il desiderio di studiare, migliorare e rendere orgogliosa la madre. Guglielma Costa notò che il componimento conteneva soltanto tre piccoli errori e lo valutò con un 7+. La sua scelta sembra rivelare sensibilità e attenzione verso il percorso umano dell’alunna, non soltanto verso gli aspetti tecnici della scrittura. Attraverso questa relazione emerge il profilo di una maestra che seppe unire preparazione professionale, senso del dovere e comprensione delle difficoltà vissute dalle sue scolarette. La sua lunga esperienza nelle scuole di Montebello Vicentino racconta la storia di tante insegnanti che, con pazienza e costanza, contribuirono alla diffusione dell’istruzione elementare in Italia. Grazie al loro lavoro, la scuola divenne non soltanto un luogo di apprendimento, ma anche uno spazio di crescita, speranza e opportunità per intere generazioni.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, U. Ravagnani e M. E. Dalla Gassa, LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO, Amici di Montebello, 2018, Montebello Vicentino.
FOTO: Anno scolastico 1927-28, classe IIIa femminile, con la maestra Guglielma Costa. In questa classe, all’inizio dell’anno, frequentavano 32 alunne.
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LA ROCCA DEI MALTRAVERSO

[497] LA ROCCA DEI MALTRAVERSO
Cronache medievali di guerre e tradimenti

Il castello di Montebello si alza ancora oggi sopra il paese come una sentinella antica. Dalla cima del colle osserva il corso del Chiampo, le vallate vicine e le strade che da secoli collegano Vicenza a Verona. È proprio questa posizione a spiegare perché la fortezza sia stata tanto contesa nel Medioevo.
Chi possedeva Montebello controllava un punto strategico fondamentale, capace di influenzare commerci, movimenti militari e difesa del territorio. Le origini del castello affondano in un’epoca lontana e turbolenta. Alcuni storici del passato pensarono che una fortificazione esistesse già nel IX secolo, durante le guerre tra Vicenza e Verona. In quegli anni le due città combattevano duramente per il dominio delle zone di confine.
A raccontare quelle vicende fu anche Bonamente Aliprandi, storico mantovano vissuto tra Trecento e Quattrocento. Nel suo poemetto descrive i Veronesi impegnati a consolidare il controllo del territorio vicino al torrente Chiampo. Secondo il racconto, i Vicentini riuscirono con uno stratagemma a sorprendere i nemici e a distruggere la loro fortificazione. Per molto tempo si credette che Aliprandi stesse parlando proprio del castello di Montebello. In realtà il testo lascia intuire altro. Lo storico spiega infatti che i Veronesi decisero di costruire una fortificazione dopo aver occupato Montebello. Questo dettaglio fa pensare che il castello non esistesse ancora.
La costruzione della vera fortezza viene infatti collocata verso la fine del X secolo, poco dopo le invasioni degli Ungari. Quelle incursioni avevano devastato gran parte dell’Italia settentrionale, lasciando villaggi distrutti e popolazioni terrorizzate.
Per difendersi da nuovi attacchi, gli abitanti della zona decisero di costruire una roccaforte sulla sommità del colle. Da lì era possibile controllare facilmente il territorio circostante e organizzare la difesa in caso di pericolo.
Montebello divenne presto una struttura militare importante. I cronisti medievali la descrivevano come una difesa avanzata a protezione di Vicenza. Ma la presenza di quella fortezza irritava profondamente Verona. I Veronesi vedevano il castello come una minaccia troppo vicina al confine. L’occasione per eliminarlo arrivò intorno all’anno Mille, quando a Vicenza esplose una lotta politica tra due famiglie potenti: i Miari e i Marii. Felice dei Miari cercò aiuti militari presso diverse città vicine e alla fine si rivolse ai Veronesi. Questi accettarono di sostenerlo, ma imposero una condizione precisa: il castello di Montebello doveva essere demolito.
La situazione cambiò rapidamente grazie a Mario dei Marii, rivale di Felice. Con abilità politica riuscì a ottenere l’appoggio di Verona e consolidò l’alleanza sposando Egiltenda, figlia di un importante cittadino veronese.
Una volta conquistato il potere, Mario mantenne la promessa fatta ai suoi alleati.
Il castello venne distrutto dalle fondamenta. Secondo le cronache, i Vicentini accolsero quella notizia con grande paura, perché compresero subito quanto fosse grave perdere una difesa tanto importante.
“Ben conobbero esser vicino l’ultimo sterminio della patria…”
Mario dei Marii governò con durezza. Molte famiglie nobili furono costrette all’esilio e il clima politico diventò sempre più violento. Alla fine gli esiliati si ribellarono. Aiutati dal vescovo Girolamo e dalla potente famiglia dei Maltraverso, organizzarono una rivolta armata contro il tiranno. Mario venne sconfitto e decapitato.
Furono proprio i Maltraverso a ricostruire il castello sulle rovine della vecchia fortezza. Il nuovo complesso difensivo era più grande e meglio protetto. Tra i personaggi più importanti della famiglia spicca Aldrighetto Maltraverso, ricordato come uomo valoroso e protagonista delle lotte del suo tempo. Nel Duecento egli rafforzò il sistema difensivo facendo costruire mura che proteggevano non soltanto il castello, ma anche parte dell’abitato.
La “cinta muraria” era appunto l’insieme delle mura che circondavano il borgo. Sulla sommità correvano le merlature, cioè le sporgenze dietro cui i soldati potevano ripararsi durante i combattimenti.
Alla morte di Aldrighetto, il castello passò al figlio Pietro. La sua vita fu segnata dagli scontri tra imperatori, signori e fazioni rivali. Nel 1239 Pietro venne catturato dall’imperatore Federico II di Svevia. Mentre il proprietario era tenuto come ostaggio, il castello fu affidato a duecento soldati saraceni, chiamati nelle cronache medievali “mori”. Poco tempo dopo Pietro riuscì però a fuggire e a riprendere Montebello con l’aiuto dei suoi sostenitori.
I soldati lasciati da Federico II furono uccisi e l’imperatore reagì immediatamente.
Nel giugno del 1239 fece pubblicare un bando contro Pietro da Montebello. Nel Medioevo il “bando” era un atto ufficiale che dichiarava una persona ribelle o nemica dell’autorità. Tre anni più tardi Pietro dovette cedere il castello a Ezzelino III da Romano, il celebre signore ghibellino noto per la sua durezza.
In quel periodo il Nord Italia era sconvolto dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini. I Guelfi sostenevano il papa, mentre i Ghibellini erano favorevoli all’imperatore. Montebello passò così sotto il controllo dei mercenari di Ezzelino e subì anni difficili. Quando Ezzelino morì, nel 1259, Pietro riuscì a recuperare il castello, ma morì poco dopo a Padova. Il fratello Gilberto comprese che mantenere quella fortezza era diventato quasi impossibile. Le guerre erano continue e il castello veniva attaccato da eserciti rivali. Per questo decise di venderlo alla città di Vicenza, che ne prese possesso nel 1265. La pace però durò poco.
Nel 1267 i Veronesi conquistarono nuovamente Montebello. L’anno seguente i Vicentini riuscirono a riprenderlo dopo duri combattimenti. Nel 1311 il castello cadde invece nelle mani di Cangrande della Scala, il più famoso signore di Verona. Due anni dopo, nelle vicinanze della fortezza, si combatté una battaglia ricordata dagli storici come particolarmente feroce. I Padovani vennero sconfitti e molti soldati finirono prigionieri.
Dopo tanti assedi Montebello appariva gravemente danneggiato. Cangrande ordinò allora importanti restauri.
Fece ricostruire porte e mura e aggiunse nuove strutture difensive, tra cui la “bertesca”. Con questo termine si indicava una costruzione sporgente che permetteva di colpire gli assalitori dall’alto. Venne sistemato anche il camminamento di ronda, il percorso usato dalle guardie per sorvegliare il castello. La torre più famosa era quella detta dei Quattro Venti, chiamata così perché rivolta verso tutti i punti cardinali. “Fortificato così il castello, tanto da annoverarsi tra i migliori del territorio…” Nei decenni successivi Montebello continuò a essere coinvolto nelle guerre dell’Italia settentrionale. Nel 1337 Veneziani e Fiorentini unirono le loro forze contro Verona e assediarono il castello. Nuovi scontri seguirono anche negli anni successivi.
Nel 1379 furono invece gli Ungari a tentare la conquista della fortezza durante il declino della signoria scaligera.
Alla fine del Trecento Montebello passò sotto il dominio di Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano. Nel 1404 il castello entrò invece nei territori della Repubblica di Venezia. Sulle sue mura venne issato il vessillo con il leone di San Marco. Anche sotto Venezia il castello continuò ad avere un ruolo difensivo.
Nel 1413 gli Ungari tentarono ancora di espugnarlo, ma gli abitanti di Montebello opposero una resistenza così efficace da ricevere l’elogio ufficiale del doge Michele Steno. Una “ducale”, cioè un documento emanato dal governo veneziano, ricorda infatti il premio concesso alla comunità per il coraggio dimostrato.
Nel Cinquecento nuove guerre travolsero il territorio. Durante la Lega di Cambrai, l’alleanza creata contro Venezia da diverse potenze europee, il castello venne occupato più volte da francesi, tedeschi e imperiali.
Per evitare che la fortezza continuasse a essere utilizzata dai nemici, il generale veneziano Bartolomeo d’Alviano ordinò nel 1514 la demolizione degli edifici destinati ai soldati. Da quel momento Montebello perse lentamente la sua funzione militare. Nel 1597 la Repubblica di Venezia vendette il castello al Comune di Montebello, imponendo però l’obbligo di conservare torri e mura. Ancora oggi il complesso conserva molte tracce del passato.
L’ingresso principale appartiene all’epoca scaligera. Nel primo cortile, un tempo occupato dagli alloggiamenti delle truppe, oggi si trova un vigneto. Nel cortile centrale sorge la chiesetta di San Daniele Levita e Martire, costruita dai Maltraverso nel XIII secolo. Nel linguaggio religioso medievale il termine “levita” indicava un diacono. La parte più antica della fortezza si trova nel terzo cortile, dove sorge il mastio. Il mastio era la torre principale del castello e rappresentava l’ultimo rifugio durante gli assedi. Lungo le mura sopravvivono ancora tratti del camminamento di ronda. Particolarmente suggestivo è il grande pozzo scavato nel tufo vulcanico, profondo circa settanta metri. Intorno a quel pozzo la tradizione popolare ha costruito racconti e leggende.
Ed è proprio questo il fascino del castello di Montebello: la capacità di far immaginare un mondo lontano, fatto di battaglie, cavalieri, assedi e intrighi. “Queste mura diroccate… questi cortili deserti…
Passeggiando tra le antiche pietre sembra quasi di sentire ancora il rumore delle armi e le voci degli uomini che per secoli combatterono per conquistare questa altura. Montebello resta così una delle testimonianze medievali più affascinanti del territorio vicentino, capace ancora oggi di raccontare quasi mille anni di storia.
Umberto Ravagnani

FOTO: Il castello di Montebello (il terzo cortile), da un disegno di Bruno Munaretto (1933). (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: “Vicenza”, pubblicazione mensile illustrata, 1933, pp. 188-189, a cura di Bruno Munaretto.
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IL BERSAGLIERE CICLISTA

[496] IL BERSAGLIERE CICLISTA
Fra le trincee del monte Sisemol

Giuseppe Abbreviato nacque il 15 aprile 1895 a Montebello Vicentino, in una famiglia che conosceva bene il significato della fatica. Suo padre Cecilio lavorava come cantoniere ferroviario, mestiere duro e continuo, legato alla manutenzione delle linee ferrate che attraversavano il Veneto di fine Ottocento. Sua madre, Luigia Barcaro, apparteneva invece a quel mondo rurale veneto fatto di economie modeste, piccoli sacrifici quotidiani e legami familiari molto forti. Gli Abbreviato vivevano in Contrà Vigazzolo, una zona periferica di Montebello, ma il loro nome scompare presto dai registri parrocchiali dello Stato d’Anime del 1899. Non si trattò di una dimenticanza. La famiglia aveva lasciato il paese. In quegli anni il Veneto era attraversato da una forte emigrazione: molte famiglie partivano per cercare lavoro altrove, schiacciate dalla povertà e dall’incertezza economica. Alcuni andavano all’estero, altri si spostavano semplicemente in province vicine dove le possibilità sembravano maggiori.
Fu probabilmente in quel periodo che anche Giuseppe, ancora bambino, lasciò Montebello insieme ai genitori. Gli archivi anagrafici raccontano infatti che il 24 novembre 1920 si sposò a Badia Polesine, nel Rodigino. È lì che la famiglia aveva costruito una nuova vita. Ancora oggi il cognome Abbreviato è presente quasi esclusivamente in quella zona del Polesine, segno di un radicamento nato proprio all’inizio del Novecento. La giovinezza di Giuseppe trascorse quindi lontano dal paese natale, dentro un’Italia ancora segnata dalla povertà agricola e dalle profonde differenze sociali. Era il tempo delle grandi trasformazioni industriali, ma anche delle difficoltà quotidiane per le famiglie operaie e contadine. Nessuno avrebbe immaginato che quel ragazzo veneto sarebbe diventato uno dei tanti protagonisti silenziosi della Prima guerra mondiale.
Quando l’Italia entrò nel conflitto nel maggio 1915, Giuseppe aveva vent’anni. Come accadde a migliaia di giovani italiani, la guerra arrivò improvvisamente a cambiare il corso della sua esistenza. Fu assegnato al 5° Reggimento Bersaglieri ciclisti, un reparto considerato moderno e particolarmente dinamico. I bersaglieri ciclisti erano addestrati a muoversi rapidamente lungo il fronte, utilizzando biciclette pieghevoli per mantenere i collegamenti tra i reparti, trasportare ordini e intervenire nei punti più critici della linea. Dietro quell’immagine quasi innovativa si nascondeva però una realtà durissima. I ciclisti militari operavano spesso sotto il tiro dell’artiglieria, attraversando strade sconvolte dalle granate o sentieri di montagna coperti di neve. Le comunicazioni durante la guerra erano fragili: i cavi telefonici venivano distrutti dai bombardamenti e, in molti casi, soltanto i portaordini riuscivano a garantire il collegamento tra un comando e le trincee avanzate. Era una missione estremamente rischiosa. Portare un messaggio significava esporsi continuamente al fuoco nemico.
Giuseppe Abbreviato dimostrò un coraggio fuori dal comune proprio in questo ruolo. Il suo nome compare infatti nell’Album dei decorati della Prima guerra mondiale con due importanti riconoscimenti: una medaglia di bronzo e una medaglia d’argento al valor militare. Le motivazioni ufficiali, brevi ma intense, raccontano molto di ciò che visse tra gli altipiani vicentini durante gli ultimi anni del conflitto.La medaglia d’argento gli fu concessa per le azioni compiute il 6 dicembre 1917 sul Monte Sisemol, nell’Altipiano di Asiago. Erano settimane drammatiche per l’esercito italiano. Dopo la disfatta di Caporetto, avvenuta tra ottobre e novembre, le truppe italiane si erano ritirate lungo il Piave e sugli altipiani veneti. Il Paese intero viveva un momento di enorme tensione. La paura che l’esercito austro-ungarico riuscisse a sfondare definitivamente era concreta. Il Monte Sisemol rappresentava uno dei punti più delicati della difesa italiana. Insieme al sistema Monte Fior-Castelgomberto costituiva uno sbarramento fondamentale verso la Val Brenta e la pianura veneta. Per questo gli austro-ungarici concentrarono lì attacchi violentissimi.
I bollettini militari di quei giorni descrivono una battaglia feroce. Artiglieria incessante, assalti continui, contrattacchi corpo a corpo combattuti nella neve e nel gelo. Le truppe italiane resistettero per ore sotto una pressione enorme. Il Sisemol diventò uno dei simboli della resistenza italiana dopo Caporetto. La motivazione della medaglia racconta che Giuseppe, addetto al comando di un battaglione duramente attaccato, sfidò più volte la morte per consegnare ordini urgentissimi. Partecipò inoltre ai contrattacchi alla baionetta, incoraggiando i compagni alla resistenza. Dietro quelle parole ufficiali si può immaginare un giovane soldato costretto a muoversi continuamente tra trincee sconvolte e pendii battuti dalle mitragliatrici. Ogni volta che partiva con un ordine sapeva di poter non tornare. In quelle condizioni bastava un ritardo nelle comunicazioni per compromettere un’intera posizione difensiva.
Il bollettino del 7 dicembre 1917 racconta che sul Monte Sisemol si combatté per dodici ore consecutive. Gli austro-ungarici tentarono ripetutamente di spezzare la linea italiana, ma i contrattacchi riuscirono a rallentarne l’avanzata. Alcuni reparti alpini, rimasti isolati su altre cime dell’altopiano, preferirono combattere fino all’ultimo piuttosto che arrendersi. In quelle stesse giornate arrivarono al fronte italiano anche reparti francesi e britannici inviati dagli Alleati dopo Caporetto. Il generale Armando Diaz, succeduto a Luigi Cadorna nel comando dell’esercito, accolse le truppe alleate sottolineando il valore della collaborazione tra eserciti. Ma furono soprattutto i reparti italiani già schierati sul Piave e sugli altipiani a sostenere il peso della difesa in quelle settimane decisive.
Giuseppe continuò a combattere anche nei mesi successivi. Tra il 28 e il 31 gennaio 1918 prese parte alla Battaglia dei Tre Monti, uno dei primi successi italiani dopo la ritirata di Caporetto. Gli scontri riguardarono Monte Val Bella, Col del Rosso e Col d’Echele, posizioni strategiche perse nel dicembre precedente. La situazione militare restava fragile. Le linee italiane sull’altopiano erano troppo esposte e prive di profondità difensiva. Un nuovo sfondamento austro-ungarico avrebbe aperto la strada verso la pianura vicentina. Per questo i comandi italiani decisero di organizzare un’offensiva mirata alla riconquista delle alture perdute. L’operazione coinvolse alpini, fanteria e reparti scelti. Nella notte precedente l’attacco molti soldati avanzarono nel silenzio assoluto. Alcuni avevano le scarpe avvolte nei sacchi per non produrre rumore sulle rocce gelate. Altri scalarono pendii quasi verticali aiutandosi con funi, nel buio più completo. Anche Giuseppe Abbreviato si trovava in mezzo a quell’azione. La motivazione della medaglia di bronzo al valor militare ricorda che affrontò ripetutamente il pericolo nel recapito di ordini e che prese parte agli accaniti combattimenti corpo a corpo sul Monte Val Bella tra il 28 e il 29 gennaio 1918.
La Battaglia dei Tre Monti ebbe un’importanza enorme soprattutto sul piano morale. Dopo mesi di sconfitte e ritirate, l’esercito italiano dimostrò di essere ancora capace di attaccare e riconquistare terreno. Molti storici vedono in quella vittoria uno dei primi segnali della ripresa che avrebbe portato, nell’autunno del 1918, alla vittoria finale di Vittorio Veneto. Dentro quella grande storia militare emerge la figura semplice di Giuseppe Abbreviato. Non un comandante famoso, ma un soldato qualunque che si trovò a vivere uno dei periodi più duri della guerra sul fronte italiano. Gli altipiani vicentini dell’inverno 1917-1918 erano luoghi estremi: neve alta, temperature rigidissime, bombardamenti continui e lunghi giorni trascorsi nelle trincee senza riposo.
Molti soldati soffrivano la fame, il gelo e la paura costante degli assalti improvvisi. In quel contesto, continuare a muoversi sotto il fuoco per mantenere i collegamenti richiedeva nervi saldi e una straordinaria forza d’animo. Di Giuseppe non rimangono memorie personali o racconti diretti. Restano però i documenti ufficiali e il ricordo delle sue azioni. Quelle poche righe incise nelle motivazioni delle medaglie bastano ancora oggi a trasmettere il senso del suo coraggio. Dopo la guerra tornò alla vita civile. Nel 1920 si sposò a Badia Polesine, cercando probabilmente di ricostruire una normalità dopo anni segnati dalla violenza del fronte. Come molti reduci italiani, rientrò in un Paese profondamente cambiato, attraversato da difficoltà economiche e tensioni sociali.
Oggi il nome di Giuseppe Abbreviato sopravvive nei registri militari e nella memoria storica della Grande Guerra. Sopravvive soprattutto nei luoghi dove combatté: il Monte Sisemol, Monte Val Bella, l’Altopiano di Asiago. Paesaggi silenziosi che conservano ancora trincee, camminamenti e cicatrici di quel conflitto. Ed è forse proprio lì che la sua storia continua a parlare con maggiore forza. Nella memoria di un giovane bersagliere veneto che, mentre il fronte sembrava cedere sotto la pressione nemica, continuò a correre tra neve, esplosioni e paura per mantenere vivi i collegamenti e sostenere la resistenza dei suoi compagni.
Umberto Ravagnani

FOTO: Il Monte Sisemol, sulle pendici sud-occidentali di Meletta di Gallio (Cartolina postale edita nel 1924).
BIBLIOGRAFIA: – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
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DAL REGNO ALLA REPUBBLICA

[495] DAL REGNO ALLA REPUBBLICA
attraverso i ricordi di una maestra

Maria Costa nacque a Montebello Vicentino il 13 maggio 1881, in un periodo in cui la scuola elementare stava lentamente diventando una presenza importante anche nei piccoli paesi italiani. Il Veneto di fine Ottocento era ancora un territorio povero, legato soprattutto all’agricoltura, e per molte famiglie mandare i figli a scuola significava fare sacrifici. In questo contesto Maria Costa intraprese la professione di maestra, un lavoro che allora richiedeva non solo preparazione, ma anche grande senso del dovere. Dal 1935 al 1948 insegnò nella scuola elementare di Montebello Vicentino. I documenti rimasti, in particolare i diari scolastici, permettono oggi di osservare da vicino la vita quotidiana di una scuola durante anni complessi della storia italiana. Tra le sue righe si incontrano la propaganda del fascismo, le difficoltà della guerra, la povertà del dopoguerra e, soprattutto, il rapporto costante tra una maestra e le sue alunne.
Maria Costa veniva ricordata come un’insegnante severa ma giusta, ordinata e molto paziente. Nei suoi appunti emerge una donna attenta al lavoro e alla crescita delle bambine, anche nei momenti più difficili.
Nel settembre del 1936 partecipò a una riunione degli insegnanti convocata a Montecchio Maggiore dal “Regio Direttore Didattico”. Con il termine “Regio” si indicava che l’Italia era ancora una monarchia governata dal re Vittorio Emanuele III. Il Direttore Didattico era il responsabile delle scuole elementari del territorio e aveva il compito di trasmettere agli insegnanti le indicazioni del governo. In quel periodo il fascismo controllava ogni aspetto della vita pubblica, compresa la scuola. Solo pochi mesi prima Mussolini aveva proclamato la nascita dell’Impero italiano dopo la conquista dell’Etiopia. Il regime presentava quell’evento come una grande vittoria nazionale e pretendeva che anche gli insegnanti partecipassero alla diffusione di questo entusiasmo.
Nel diario di Maria Costa si legge infatti: « Questo si inizia nella radiosa realtà dell’Impero conquistato per la tenace volontà del Duce ». Oggi queste parole possono sembrare lontane dalla sensibilità moderna, ma allora erano parte del linguaggio ufficiale imposto nelle scuole italiane.
Gli insegnanti ricevevano istruzioni molto precise. Dovevano essere puntuali, controllare con attenzione le assenze degli alunni e mantenere buoni rapporti con le famiglie e con le autorità locali. Veniva anche richiesto di partecipare attivamente alla propaganda fascista.
L’anno scolastico iniziò ufficialmente il 1° ottobre 1936. Come accadeva spesso nelle scuole del tempo, la giornata si aprì con una cerimonia religiosa. Insegnanti e alunni parteciparono alla Messa e cantarono il “Veni Creator”, un antico canto latino usato nelle occasioni solenni. Terminata la funzione, tutti si recarono al Monumento ai Caduti per rendere omaggio ai soldati morti in guerra. Questi momenti pubblici erano molto importanti nell’Italia degli anni Trenta. La scuola aveva il compito di educare non solo allo studio, ma anche al rispetto della religione, della patria e delle istituzioni.
Maria Costa si trovò a insegnare a quarantasette bambine. Le classi erano numerose e spesso divise tra maschi e femmine. Le condizioni economiche delle famiglie erano modeste e molte alunne arrivavano a scuola con una preparazione fragile. La maestra annotò infatti con preoccupazione: « Pochissime alunne hanno presentato i compiti autunnali ». Durante le vacanze estive molte bambine aiutavano i genitori nei lavori agricoli o nelle faccende domestiche. Per questo, una volta tornate in aula, avevano dimenticato parte di quanto imparato durante l’anno precedente. Nei diari compare spesso l’O.N.B., cioè l’Opera Nazionale Balilla. Era l’organizzazione giovanile fascista che raccoglieva bambini e ragazzi. Le bambine venivano chiamate “Piccole Italiane” e partecipavano a cerimonie, attività ginniche e manifestazioni patriottiche.
Maria Costa registrava con attenzione il numero delle tessere distribuite alle alunne. Questo dimostra quanto la scuola fosse coinvolta nella diffusione delle organizzazioni del regime. Le celebrazioni fasciste occupavano una parte importante della vita scolastica. In ottobre la maestra parlò alle bambine della Marcia su Roma, l’evento del 1922 che aveva portato Mussolini al governo. Le autorità organizzavano sfilate, discorsi pubblici e commemorazioni a cui partecipavano insegnanti, alunni e cittadini. Anche il re Vittorio Emanuele III veniva celebrato frequentemente. Nei documenti è definito “Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia”, titolo assunto dopo la conquista coloniale africana.
Accanto alla propaganda politica emergono però molti dettagli della vita quotidiana. Uno dei più significativi riguarda la “Befana Fascista”, organizzata il 6 gennaio 1937. In quell’occasione vennero distribuiti piccoli doni ai bambini poveri iscritti alle organizzazioni fasciste. Maria Costa raccontò che alcune bambine ricevettero stoffa per cucire un grembiule, mentre altre ottennero un paio di “zoccole”, scarpe economiche con suola di legno molto diffuse nelle campagne venete. Tutte ebbero anche due arance, considerate allora un regalo prezioso per molte famiglie. Sono dettagli semplici, ma aiutano a capire le condizioni economiche dell’epoca meglio di tanti discorsi ufficiali.
L’inverno rendeva spesso difficile frequentare la scuola. Le nevicate erano abbondanti e molte alunne abitavano lontano dall’edificio scolastico. Nei mesi più freddi Maria Costa annotò numerose assenze a causa del maltempo.
La scuola italiana degli anni Trenta aveva anche il compito di trasmettere abilità pratiche utili nella vita quotidiana. Tra le attività suggerite agli insegnanti compariva persino l’allevamento del baco da seta, molto diffuso nel Veneto rurale. I bachi producevano il filo di seta e rappresentavano una piccola ma importante risorsa economica per molte famiglie contadine. Le direttive ministeriali chiedevano inoltre di decorare le aule con immagini patriottiche e frasi tratte dai discorsi di Mussolini. L’obiettivo era creare quello che il regime definiva “spirito imperiale”. Nonostante questo clima fortemente politicizzato, nel diario della maestra trovano spazio soprattutto le preoccupazioni concrete della scuola: il rendimento delle alunne, la disciplina, gli esami, le malattie e le difficoltà quotidiane.
Nel 1937 Maria Costa accompagnò le bambine in una passeggiata scolastica fino all’obelisco di Sorio per ricordare i caduti del 1848. Anche queste uscite avevano una funzione educativa e patriottica, ma rappresentavano pure un’occasione speciale per le alunne, che raramente si allontanavano dal paese.
Con l’inizio della Seconda guerra mondiale, nel 1940, la situazione italiana peggiorò rapidamente. I documenti conservati non raccontano nel dettaglio gli anni del conflitto, ma è chiaro che anche la scuola dovette affrontare molte difficoltà: scarsità di materiale, freddo, problemi economici e continue preoccupazioni per il futuro. Quando la guerra terminò, il Paese appariva profondamente cambiato. Nel 1946 gli italiani votarono per scegliere tra monarchia e repubblica, e nacque così la Repubblica Italiana.
Il diario dell’anno scolastico 1947-48 mostra una realtà diversa rispetto agli anni del fascismo. Scompaiono i riferimenti al Duce e all’Impero, mentre tornano centrali il lavoro scolastico e il desiderio di ricostruire una vita normale. Il Direttore Didattico raccomandò agli insegnanti puntualità, disciplina, ordine e gentilezza verso gli alunni. Maria Costa ricevette la quarta classe femminile e annotò con soddisfazione: « Tutte le alunne sono molto contente di avere ancora la loro maestra ».
Dopo gli anni della guerra, la continuità scolastica diventava un elemento rassicurante sia per i bambini sia per le famiglie. Anche nel dopoguerra, però, le difficoltà economiche restavano evidenti. In novembre molte bambine si assentarono per malattia. A dicembre la maestra scrisse che la stufa scaldava poco perché la legna era troppo umida. Un particolare molto semplice racconta bene le condizioni della scuola di allora: nel corridoio vennero finalmente rimessi gli attaccapanni, così le bambine non furono più costrette a tenere i cappotti addosso durante le lezioni.
Nel gennaio del 1948 la scuola organizzò una raccolta di offerte per aiutare i disoccupati. L’Italia stava cercando di riprendersi dopo la guerra, ma la povertà era ancora diffusa. Per alcuni mesi Maria Costa dovette lasciare la scuola e fu sostituita da una supplente il cui nome non è rimasto nei documenti. Quando tornò in classe, nel maggio del 1948, annotò una frase molto semplice ma significativa: « Le mie alunne furono tutte contente di rivedermi ». Queste parole mostrano il forte legame costruito negli anni tra la maestra e le sue bambine. Al di là della politica e delle difficoltà del tempo, la scuola restava soprattutto un luogo fatto di rapporti umani, attenzione e presenza quotidiana.
Anche nel dopoguerra continuarono alcune tradizioni del passato, come gli esami di religione davanti al Monsignore Prevosto. La religione cattolica rimase infatti una presenza importante nella scuola italiana per molti anni. I diari di Maria Costa rappresentano oggi una testimonianza preziosa della vita quotidiana in una scuola elementare del Novecento. Attraverso le sue annotazioni si comprende come i grandi eventi storici influenzassero concretamente la vita delle persone comuni. Nelle sue pagine convivono due dimensioni: da una parte la grande storia italiana, con il fascismo, la guerra e la nascita della Repubblica; dall’altra la realtà semplice di una scuola di paese fatta di quaderni, grembiuli, stufe accese male, bambine infreddolite e una maestra che continuava ogni giorno a svolgere il proprio lavoro con impegno e serietà.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, U. Ravagnani e M. E. Dalla Gassa, LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO, Amici di Montebello, 2018, Montebello Vicentino.
IMMAGINE:
Ancora oggi gli scolari effettuano una passeggiata scolastica all’obelisco di Sorio per ricordare i caduti del 1848. (Cartolina postale emessa negli anni 20 del Novecento – Collezione Umberto Ravagnani).
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L’ARTIGLIERE

[494] L’ARTIGLIERE
Due medaglie nel cuore del fronte

Il nome di Silvio Nicoletti compare in un documento militare insieme a numeri, date e promozioni. A prima vista sembra poco più di una registrazione amministrativa, una delle migliaia compilate dall’esercito italiano durante gli anni della guerra. Eppure, osservando meglio quelle annotazioni, emerge il profilo di un uomo che attraversò alcuni dei momenti più drammatici del Novecento italiano, vivendo in prima persona la durezza del fronte e lasciando dietro di sé una testimonianza fatta di disciplina, resistenza e coraggio.
Silvio Nicoletti nacque il 16 maggio 1892 a Castelgomberto, nel Vicentino. Era figlio di Domenico e di Angela Poletto. Crebbe in una zona dove la vita era ancora profondamente legata alla terra e ai ritmi delle stagioni. I paesi del Veneto di inizio secolo erano mondi piccoli, dove quasi tutti si conoscevano e il futuro sembrava seguire percorsi già scritti: il lavoro, la famiglia, il servizio militare. Nel 1912 risultava residente a Montebello Vicentino, un altro centro della provincia vicentina immerso in quel paesaggio di campagne e colline che, pochi anni dopo, avrebbe visto passare soldati, convogli e notizie di guerra. Quando il suo nome entra nei registri dell’esercito, l’Europa sta vivendo una tensione crescente. Il 31 gennaio 1914 Silvio è già Caporal Maggiore nell’8° Reggimento Artiglieria da Campagna. Non sa ancora che di lì a poco il continente verrà travolto da un conflitto immenso. In caserma la vita continua tra ordini, addestramenti e giornate scandite dalla rigida organizzazione militare. Gli uomini dell’artiglieria imparano a lavorare insieme con precisione assoluta. Ogni componente della batteria ha un compito preciso e il margine di errore è minimo.
L’artiglieria rappresentava uno degli elementi più decisivi della guerra moderna. I cannoni non erano soltanto strumenti offensivi: spesso determinavano la sopravvivenza di interi reparti. Servirli richiedeva sangue freddo, rapidità e capacità di agire sotto pressione. Qualità che Silvio Nicoletti avrebbe dimostrato più volte negli anni successivi. Il primo gennaio 1915 viene trattenuto alle armi. L’Italia è ancora neutrale, ma il clima sta cambiando rapidamente. Nelle città si discute di intervento, nelle caserme aumentano preparativi e mobilitazioni. Quando il 23 maggio 1915 l’Italia entra ufficialmente nella Prima guerra mondiale, Nicoletti riceve la promozione a Sergente. Una coincidenza che sembra segnare l’inizio di una fase completamente diversa della sua vita.
Con il grado arrivano nuove responsabilità. Un sergente deve guidare uomini spesso più giovani di lui, mantenere l’ordine durante il combattimento, prendere decisioni rapide mentre intorno esplodono colpi d’artiglieria e raffiche di fucileria. Sul fronte italiano la guerra assume presto un volto durissimo. Le montagne, il Carso e le trincee trasformano il conflitto in una lotta estenuante fatta di assalti sanguinosi e bombardamenti continui.
L’8° Reggimento Artiglieria da Campagna aveva una storia importante alle spalle. Era stato costituito il primo luglio 1860 a Verona, nel pieno del processo di unificazione nazionale. Al suo interno confluirono batterie provenienti da differenti territori italiani, comprese unità toscane ed emiliane già impegnate nelle guerre d’indipendenza. Una delle batterie aveva conquistato una Medaglia di Bronzo durante l’assedio di Peschiera del 1848. Il reparto aveva partecipato anche alle campagne nelle Marche, in Umbria e nel Mezzogiorno durante il Risorgimento. Successivamente prese parte alla terza guerra d’indipendenza e ai combattimenti del 20 settembre 1870 a Roma, nei pressi di Porta San Pancrazio, durante la presa della città. Per i soldati che ne facevano parte durante la Grande Guerra, quel passato rappresentava una tradizione da rispettare e continuare.
Quando il conflitto mondiale esplose, il reggimento venne assegnato alle truppe suppletive del I Corpo d’Armata dipendente dalla 4ª Armata. Gli artiglieri italiani operarono in condizioni spesso proibitive. Le postazioni venivano ricavate nella roccia o nel terreno sconvolto dalle esplosioni. Pioggia, freddo e fango accompagnavano intere settimane trascorse accanto ai pezzi d’artiglieria. Fu nell’estate del 1917 che Silvio Nicoletti visse l’episodio destinato a segnare il suo nome nei registri delle decorazioni al valor militare. Sull’Altipiano Carsico, nella zona della Dolina Pavignana, durante un’azione di fuoco della batteria, Nicoletti svolgeva il ruolo di capo-pezzo. Era una posizione delicata. Il capo-pezzo coordinava il funzionamento del cannone e dei serventi, controllava il tiro e manteneva la lucidità del gruppo anche sotto attacco. Quel giorno la batteria si trovava completamente esposta al tiro nemico. Le esplosioni cadevano vicinissime alla postazione. Nel pieno dell’azione Silvio venne colpito gravemente a entrambe le gambe. Nonostante le ferite, continuò a restare vicino al suo pezzo d’artiglieria.
La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare parla di un “mirabile esempio di calma e coraggio”. Racconta che, benché ferito gravemente e con il cannone allo scoperto sotto il fuoco avversario, continuò a dirigere gli uomini e a incoraggiarli fino a quando fu necessario allontanarlo. Dietro quella formulazione ufficiale si può immaginare una scena di enorme tensione. Il fragore continuo dei colpi, il terreno che trema, il fumo che rende difficile vedere a pochi metri di distanza. E poi un sottufficiale ferito che cerca comunque di mantenere il controllo della situazione mentre i serventi continuano a operare attorno al cannone.
Nella guerra di trincea il coraggio spesso coincideva con la capacità di non cedere al caos. Restare lucidi, continuare a fare il proprio dovere anche quando il pericolo sembrava ormai inevitabile. Il 12 agosto 1917 Silvio Nicoletti viene ricoverato all’Ospedale Massimo di Guerra di Roma. Le ferite riportate sul Carso dovevano essere molto serie. Gli ospedali militari italiani, durante la Prima guerra mondiale, erano pieni di soldati mutilati o segnati profondamente dalla violenza del fronte. Molti trascorrevano mesi tra cure, operazioni chirurgiche e lunghe convalescenze. Ma la guerra non era ancora finita.

Il primo ottobre 1917 Nicoletti ottiene la promozione a Sergente Maggiore di riserva. Due mesi dopo è di nuovoassegnato all’8° Reggimento Artiglieria da Campagna. Tornare al reparto dopo essere stati feriti significava ritrovare una realtà diversa. La guerra consumava uomini continuamente. Alcuni commilitoni erano morti, altri erano stati trasferiti o ricoverati. Nuove reclute arrivavano al fronte senza conoscere davvero ciò che le aspettava. Nel giugno del 1918 il fronte italiano affrontò uno dei passaggi decisivi dell’intero conflitto: la Battaglia del Solstizio. Sul Piave gli austro-ungarici tentarono un’offensiva gigantesca per sfondare le linee italiane. Tra il 15 e il 22 giugno, a Capo d’Argine di Losson di Piave, Silvio Nicoletti si distinse ancora una volta. Anche in quella circostanza operò come capo-pezzo sotto il bombardamento dell’artiglieria nemica.
La Medaglia di Bronzo al Valor Militare gli venne conferita con una motivazione che sottolineava la calma e l’ordine dimostrati durante tutta l’azione, oltre al coraggio con cui affrontò il pericolo. Le battaglie lungo il Piave furono devastanti. Il rumore dei cannoni era continuo, il terreno veniva sconvolto senza sosta dai bombardamenti e gli uomini vivevano in uno stato di tensione permanente. In quel contesto mantenere il controllo della batteria era fondamentale. Bastava un momento di esitazione per compromettere il funzionamento dell’intera posizione. Il 14 giugno 1919 il nome di Nicoletti compare ancora nei registri, questa volta presso l’Ospedale numero 199 di Trieste. La guerra era ormai terminata, ma le sue conseguenze continuavano a pesare sui reduci. Molti soldati portarono con sé per tutta la vita le ferite fisiche e psicologiche del conflitto. Anche il reggimento al quale Silvio aveva appartenuto proseguì il proprio cammino nella storia italiana. Nel 1926 entrò a far parte della Divisione Militare Territoriale di Verona. Negli anni successivi assunse la denominazione “Del Pasubio”, richiamando una delle montagne simbolo della guerra combattuta sul fronte alpino.
Durante la Seconda guerra mondiale il reggimento venne inviato in Russia insieme alla Divisione “Pasubio”. La campagna sul fronte orientale fu una tragedia immensa per l’esercito italiano. Il reparto percorse oltre mille chilometri fino al Don, affrontando combattimenti durissimi e condizioni climatiche estreme. Nel terribile inverno tra il 1942 e il 1943 il reggimento venne quasi completamente distrutto durante la battaglia difensiva del Don. Eppure i superstiti riuscirono a salvare lo stendardo, trascinando persino l’ultimo cannone a braccia per centinaia di chilometri nella neve. Un’immagine che riassume il senso di sacrificio e appartenenza che caratterizzò la storia del reparto. Dopo il conflitto mondiale il reggimento venne ricostituito più volte. Tornò operativo a Livorno nel 1947, cambiò in seguito struttura e dipendenze fino ad arrivare, nel 2001, alla ricostituzione presso Persano, in provincia di Salerno, all’interno della Brigata Bersaglieri “Garibaldi”.
Eppure, più delle vicende organizzative e militari, colpisce il percorso umano di uomini come Silvio Nicoletti. Persone comuni che si trovarono dentro eventi enormi e che affrontarono la guerra con una forza spesso silenziosa. Di lui restano poche informazioni personali. Nessuna fotografia nel testo, nessun racconto diretto, nessuna memoria scritta. Restano però le sue azioni registrate nei documenti ufficiali. Restano le parole usate per descriverlo: calma, coraggio, esempio. E bastano quelle parole per intuire il peso di ciò che visse sui campi di battaglia del Carso e del Piave. La sua storia, conservata nei registri militari, continua ancora oggi a raccontare il volto umano della guerra.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
IMMAGINE:
1) L’area a ridosso del Piave dove si svolsero i fatti qui raccontati.
2) Lo stemma dell’8° Reggimento artiglieria terrestre “Pasubio”. (Rielaborazioni digitali di Umberto Ravagnani).
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PIETRO CAPRINI

[493] PIETRO CAPRINI
Quando la fede diventa azione

Alla fine del Seicento, in un territorio fatto di piccoli paesi, campi coltivati e comunità molto unite, nacque Pietro Caprini. Era il 18 giugno 1687 e il luogo era Fusine di Posina, una zona montana del Vicentino. La sua famiglia, composta da Antonio e Orsola Baroni, era profondamente religiosa e convinta che lo studio fosse una strada importante per costruire il futuro di un figlio. Quando raggiunse l’età adatta, Pietro fu mandato a studiare a Thiene. Qui fu seguito da un precettore pubblico, cioè un insegnante che si occupava della formazione dei giovani prima del loro eventuale ingresso in istituzioni più strutturate. Le materie principali erano il latino, la lettura, la scrittura e le basi della cultura umanistica, fondamentali per chi voleva proseguire negli studi ecclesiastici.
Il passo successivo fu il seminario di Vicenza. In quel tempo, il seminario non era solo un luogo dove si preparavano i futuri sacerdoti, ma anche un centro culturale importante, dove si studiavano filosofia, teologia e discipline utili a comprendere il mondo. Pietro dimostrò presto di avere buone capacità, tanto da essere ordinato sacerdote nel 1711, sotto la guida del vescovo Sebastiano Venier.
La sua formazione, però, non si fermò lì. Fu inviato all’Università di Padova, una delle più rinomate d’Europa. Qui si dedicò allo studio del diritto civile e del diritto canonico. Quando si parla di “laurea in ambe le leggi”, si intende proprio questo doppio percorso: conoscere sia le leggi dello Stato sia quelle della Chiesa. Era una preparazione molto completa, che apriva diverse possibilità di incarichi.
Durante gli anni universitari, Caprini si fece apprezzare anche per la sua capacità di parlare in pubblico. Scrisse e recitò alcuni panegirici, cioè discorsi solenni dedicati ai santi, pensati per istruire e coinvolgere chi ascoltava. “Con universale approvazione degli ascoltatori”, si dice di queste occasioni, segno che le sue parole arrivavano in modo chiaro e convincente.
Dopo aver concluso gli studi, avrebbe voluto tornare a Vicenza, ma ricevette una proposta che cambiò temporaneamente i suoi piani. Il conte Sigismondo Policastri gli chiese di diventare educatore dei suoi figli. In quell’epoca era frequente che le famiglie nobili affidassero l’istruzione dei giovani a sacerdoti colti. Caprini accettò e svolse questo compito con grande impegno. I risultati furono evidenti: i tre figli del conte completarono brillantemente il loro percorso di studi, arrivando a laurearsi insieme. Un risultato che fece grande impressione. Nonostante il conte desiderasse trattenerlo ancora, Caprini scelse di tornare alla sua diocesi. Qui il vescovo lo nominò maestro di filosofia nel seminario. Era un incarico importante, perché la filosofia aiutava a sviluppare il pensiero critico e a preparare i futuri sacerdoti ad affrontare questioni complesse.
Poco tempo dopo, si aprì una nuova possibilità: la guida della parrocchia di Montebello, detta prepositura. Il prevosto era il parroco principale, con responsabilità non solo religiose ma anche sociali. Caprini si candidò e dovette affrontare un esame impegnativo, davanti al vescovo e ad altri responsabili della diocesi. “Solo il Caprini colpì giustamente nel segno tutti i casi proposti”, si racconta, a sottolineare la sua preparazione e sicurezza. Fu quindi scelto per questo incarico. Entrò ufficialmente a Montebello nel 1727. La situazione che trovò non era facile. La partecipazione dei fedeli era diminuita e i rapporti tra la popolazione e la Chiesa erano tesi. Uno dei motivi principali riguardava le decime, cioè una parte dei prodotti agricoli che i contadini dovevano versare. Questo sistema serviva a sostenere la parrocchia, il clero e alcune spese della comunità.
Le decime venivano divise in più parti: una per la Chiesa locale, una per istituzioni religiose come i seminari, e una per il Comune, che si occupava della manutenzione degli edifici sacri e di altre necessità pratiche. Quando il precedente Prevosto Leonardo Sangiovanni aveva concesso esenzioni a favore di alcuni nobili proprietari terrieri, si era creato uno squilibrio che aveva generato malcontento tra la popolazione. Caprini capì che per migliorare la situazione era necessario ricostruire la fiducia. Non si limitò a intervenire sulle questioni economiche, ma lavorò soprattutto sul piano umano e spirituale. Con il tempo, grazie alla sua presenza costante e al suo esempio, i fedeli tornarono a partecipare alla vita religiosa. La frequenza ai sacramenti, cioè confessione e comunione, aumentò sensibilmente.
Il territorio della parrocchia era ampio e difficile da gestire da soli. Per questo Caprini cercò aiuto. Nel 1731 favorì l’arrivo dei frati francescani, che costruirono un ospizio sul colle della Mussolina.* L’ospizio era una piccola struttura dove i religiosi vivevano e da cui partivano per svolgere attività pastorali. I francescani diedero un contributo importante. Aiutavano nelle confessioni, visitavano gli ammalati e raggiungevano anche le zone più lontane. Grazie alla loro presenza, furono riprese alcune tradizioni, come le prediche d’Avvento, momenti di riflessione che preparavano al Natale.
Caprini promosse anche la Via Crucis nell’oratorio di San Giovanni. Questa pratica consiste nel ripercorrere simbolicamente le tappe della passione di Cristo, spesso in forma di processione. Era un modo per coinvolgere i fedeli in modo attivo e partecipato.
La sua vita personale era segnata da grande semplicità e impegno. Passava molte ore in chiesa, spesso in preghiera. A volte arrivava prima dell’apertura e, trovando la porta chiusa, si fermava all’esterno. “Come fosse in chiesa, adorava con profondi inchini”, un gesto che mostrava quanto fosse importante per lui quel momento.
Uno degli aspetti più importanti del suo lavoro era l’ascolto delle persone. Trascorreva molto tempo nel confessionale, soprattutto nei periodi più intensi dell’anno liturgico, come la Settimana Santa. In quelle occasioni, arrivava a rinunciare al pranzo pur di restare a disposizione dei fedeli. Grande attenzione era rivolta agli ammalati. Caprini portava loro il Viatico, cioè la comunione data a chi era vicino alla morte, considerata un conforto fondamentale. Non si fermava davanti alle difficoltà: affrontava lunghi tragitti, anche in condizioni difficili, pur di raggiungere chi ne aveva bisogno. Per organizzare al meglio l’assistenza, teneva con sé Agostino Caprini, medico condotto in Montebello e suo lontano parente, che lo informava sui casi più urgenti. Questo permetteva di intervenire rapidamente, unendo cura del corpo e attenzione spirituale. La sua generosità verso i poveri era continua.
Non mandava via nessuno senza aiuto. Se non aveva denaro, cercava di rimediare il giorno dopo. Distribuiva pane più volte alla settimana e aiutava le giovani senza risorse a prepararsi al matrimonio, offrendo denaro o oggetti utili. In alcuni casi arrivava a privarsi del necessario. “Dormiva senza lenzuola”, dopo averle donate a chi ne aveva bisogno.
Anche durante i viaggi a Vicenza, dove si recava come esaminatore sinodale – cioè incaricato di valutare i candidati alle parrocchie – continuava ad aiutare i poveri. Molti lo aspettavano lungo la strada. Se non aveva abbastanza denaro, lo chiedeva in prestito per poter comunque dare qualcosa. Un episodio racconta bene il suo modo di essere. Un uomo, disperato e senza mezzi, aveva deciso di compiere un gesto violento. Dopo aver incontrato Caprini e aver ricevuto aiuto, cambiò idea. “Quel buon Sacerdote mi ha fatto cambiare idea”, disse in seguito. Questo episodio mostra come l’incontro umano potesse fare la differenza.
Caprini osservava anche pratiche di penitenza. Durante la Quaresima mangiava una sola volta al giorno, e il Venerdì Santo si nutriva solo di pane e acqua. Queste abitudini, comuni all’epoca, erano viste come un modo per vivere la fede in modo più intenso. Negli ultimi anni, si diffuse la voce che avesse previsto alcuni eventi importanti, come l’elezione a papa del cardinale Rezzonico. Questi racconti contribuirono a rafforzare la sua reputazione.
Morì il 19 aprile 1761, dopo una malattia breve. “Fu assalito da febbre infiammatoria che in soli sei giorni lo ridusse agli estremi”. La sua morte colpì profondamente la comunità, che lo aveva conosciuto come guida e punto di riferimento. Fu sepolto nella chiesa, nella cappella del coro. La comunità gli dedicò una lapide in marmo, ricordandolo per la sua fede, la sua cultura e la sua generosità verso i poveri. La sua vita mostra come una persona, con impegno e coerenza, possa influire profondamente su una comunità. Caprini non fu solo un uomo di Chiesa, ma una figura capace di unire conoscenza, attenzione agli altri e senso del dovere.
Umberto Ravagnani

FONTE: Antico manoscritto, probabile trascrizione (non firmata) della biografia di don Pietro Caprini che fu scritta da Francesco Bonomo (MACCA’ G., “Storia del territorio vicentino”, VIII, p. 70), Archivio parrocchiale di Montebello Vicentino.
NOTA: * Per altre informazioni sull’Ospizio dei frati Francescani vedi l’articolo [428] IL MONTE DEI FRATI del  6-2-2025.
FOTO: La vecchia canonica di Montebello Vicentino, nell’attuale via G. Vaccari, in una foto dei primi anni del Novecento (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

TRA ORDINE E CAOS

 

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RESISTENZA ESTREMA

 

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OLTRE LA VITA

[490] OLTRE LA VITA
Quando il ricordo diventa storia

Ci sono luoghi che, a guardarli di fretta, sembrano non avere nulla da dire. Una facciata, qualche pietra, un edificio che oggi svolge una funzione del tutto ordinaria. Eppure, basta rallentare lo sguardo per accorgersi che certi dettagli custodiscono storie profonde. È il caso del doppio altorilievo sulla facciata dell’antico ospedale di San Giovanni Battista di Montebello Vicentino, oggi casa di riposo. Una figura scolpita, ferma, quasi sospesa, accompagnata da parole in latino. Non è solo decorazione: è memoria.
Quelle iscrizioni non raccontano una sola vicenda, ma due. E soprattutto mostrano due modi diversi di ricordare una persona. Per capirle, però, bisogna fare un passo indietro.1
Nel Quattrocento, nella piazza principale del paese, esisteva già un edificio chiamato ospedale.2 Ma attenzione: nel linguaggio dell’epoca, un “ospedale” non era un luogo di cura nel senso moderno. Era piuttosto un ospizio, cioè una struttura di accoglienza per viandanti, pellegrini e persone in difficoltà. Chi percorreva lunghe distanze aveva bisogno di punti di sosta sicuri, dove trovare un letto, del cibo e magari qualcuno disposto ad ascoltare. Accanto a questo ospizio sorgeva una chiesa dedicata a San Giovanni Battista. Questo insieme – ospizio e chiesa – formava un piccolo centro di assistenza e spiritualità, fondamentale per la comunità. Qui si intrecciavano gesti concreti e valori religiosi, quotidianità e fede. È in questo contesto che emergono le due figure protagoniste: don Nicolò Frigo e Francesco Viviano.
La prima iscrizione è dedicata a don Nicolò Frigo. Il testo si apre con una formula solenne: “A Dio ottimo massimo”. È una frase antica, che deriva dal mondo romano e che i cristiani hanno fatto propria. Significa, in sostanza, che tutto ciò che viene detto è posto sotto lo sguardo di Dio. Subito dopo, l’iscrizione propone una serie di espressioni che descrivono l’uomo. Si parla di “vita innocente”, cioè una vita condotta senza colpe; di “nemico dei vizi”, quindi lontano da comportamenti considerati sbagliati; di una persona “illustre nei costumi”, rispettata per il suo modo di vivere; e infine “chiarissimo per religione”, profondamente devoto.
Non si raccontano fatti specifici. Non si citano incarichi o risultati. Tutto si concentra sull’essenza della persona. È come se la lapide volesse fermare non ciò che Frigo ha fatto, ma ciò che ha rappresentato per chi lo ha conosciuto. Anche il modo in cui viene descritta la morte è significativo. Non si parla di fine, ma di passaggio: “dalla terra al cielo”. Questa espressione riflette una visione molto diffusa nel Seicento: la morte è un momento di transizione, non una conclusione definitiva.
A questo punto entra in scena Francesco Viviano. È lui ad aver voluto questa iscrizione. Viene definito “dottore in diritto”, cioè una persona esperta sia nelle leggi civili sia in quelle religiose. Una figura importante, inserita nella vita pubblica. Eppure, qui non parla come uomo di legge. Si presenta come allievo. Chiama Frigo “suo maestro” e lo descrive come “umanissimo”. Questo termine indicava una persona capace di comprensione, vicina agli altri, non distante o rigida.
Il tono è quasi confidenziale: sembra più una dedica personale che un atto ufficiale. Un gesto che nasce da un rapporto diretto, fatto di insegnamento e stima reciproca.
Passando alla seconda iscrizione, il quadro cambia. Il protagonista ora è proprio Francesco Viviano. Ma non è più lui a parlare: sono altri a ricordarlo. E il linguaggio riflette questa differenza. L’iscrizione si apre con una serie di titoli: “illustrissimo”, “eccellentissimo”, “signore”. Sono formule tipiche dell’epoca, usate per sottolineare il prestigio sociale. Subito dopo viene indicata la sua professione: “giureconsulto”. Anche questo termine, oggi poco usato, indicava un esperto di diritto. Qui non troviamo riferimenti alla sua interiorità o al suo carattere. L’attenzione si sposta sul suo ruolo nella società. In particolare, sul suo legame con l’ospedale di San Giovanni Battista. Viene definito “patrono liberalissimo”.
Per capire bene questa espressione, conviene soffermarsi sui termini. Il patrono era un benefattore, cioè qualcuno che sosteneva un’istituzione. Liberalissimo significa estremamente generoso. In altre parole, Viviano è ricordato per ciò che ha dato, per il suo contributo concreto.
Questa volta, inoltre, la lapide non è voluta da una sola persona. A dedicarla sono il massaro e i governatori dell’ospedale. Il massaro era una figura incaricata della gestione pratica e finanziaria, mentre i governatori erano responsabili delle decisioni.
È quindi un riconoscimento ufficiale, che rappresenta la voce di un’intera comunità. Non più un ricordo personale, ma una memoria condivisa. Anche il modo di parlare della morte cambia. Non si accenna al cielo o alla dimensione spirituale. L’accento è posto su un’altra forma di continuità: quella del ricordo. Si legge infatti che tutto è fatto “affinché il nome di un uomo così grande viva in eterno”.
Qui l’idea di “eternità” è legata alla memoria collettiva. Viviano continua a vivere attraverso ciò che ha lasciato e attraverso il ricordo degli altri. Se si osservano le due iscrizioni insieme, emerge un contrasto molto chiaro.
Da una parte c’è una memoria che potremmo definire “interiore”: legata ai valori, alla fede, al rapporto con Dio. Dall’altra c’è una memoria “esteriore”: legata al ruolo pubblico, alle azioni, al contributo alla comunità.
Sono due prospettive diverse, ma entrambe complete. Una guarda alla coscienza, l’altra alla società. Il legame tra Frigo e Viviano rende questo confronto ancora più interessante. Viviano, che nella prima iscrizione appare come allievo riconoscente, nella seconda diventa il protagonista del ricordo. È come un passaggio di testimone: chi ha imparato diventa, a sua volta, esempio per altri.
Questo meccanismo racconta molto del modo in cui funzionava la memoria nel Seicento. Non era qualcosa di astratto, ma un processo concreto, fatto di relazioni, di gesti, di riconoscimenti. Anche il contesto storico aiuta a comprendere meglio queste figure. Don Nicolò Frigo, oltre a essere sacerdote, fu coinvolto in un incarico delicato: la soppressione di due conventi locali, quello di San Francesco e quello di Sant’Egidio.
La soppressione di un convento significava la sua chiusura e la gestione dei suoi beni. Non era una decisione semplice. In questo caso, si inserisce in un quadro più ampio. Nel 1655, la Repubblica di Venezia aveva bisogno di fondi per sostenere la guerra di Candia contro l’Impero Ottomano. Per ottenere risorse, chiese al papa Alessandro VII il permesso di utilizzare i beni di alcuni monasteri. Frigo fu incaricato di seguire questo processo. Questo dettaglio mostra che la sua figura non era limitata alla dimensione religiosa, ma coinvolgeva anche aspetti amministrativi e politici. Dall’altra parte, Francesco Viviano rappresenta bene il ruolo del professionista impegnato nella vita civile. Il suo sostegno all’ospedale non era solo simbolico, ma concreto. In un’epoca in cui le istituzioni dipendevano molto dai benefattori, il suo contributo era fondamentale.
Oggi, osservando quelle due lapidi, si può cogliere qualcosa che va oltre il semplice ricordo storico. Ci mostrano due modi diversi di lasciare traccia: attraverso ciò che si è, e attraverso ciò che si fa. Non è necessario scegliere tra le due prospettive. Anzi, il loro valore sta proprio nel fatto che convivono. Quelle pietre, immobili da secoli, continuano a raccontare una storia fatta di relazioni, di riconoscenza e di memoria. Un dialogo silenzioso che, ancora oggi, invita a riflettere.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: – S.Vantini – L.Dainese – E.Agnolin, “Dalla Mansione del Tempio alla Casa di Riposo San G. Battista di Montebello”, 2001.
– L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol II, Montebello Vicentino 2018.
FOTO: L’altorilievo sulla facciata della Casa di Riposo (elaborazione digitale Umberto Ravagnani).
NOTE: 1) Queste le due iscrizioni:
« D.O.M.
[A Dio Ottimo Massimo]

A.D.R. NICOLAO FRIGO
[Al reverendo signore Nicolò Frigo]

VITA INNOCENTI VITIIS NOCENTI
[Di vita innocente, nemico dei vizi]

MORIBUS CLARO RELIGIONE CLARISS: MO
[illustre per i costumi, chiarissimo per religione]
ANNO MDCLXVII  PRID. NON. AVG.
[nell’anno 1667, il giorno prima delle None di agosto (il 4 agosto)]

E TERRIS IN COELUM PROFECTO.
[partito dalla terra verso il cielo]

FRAN.CVS VIVIANUS  I.V.D.
[Francesco Viviano, dottore in diritto]

TANTO DEI SERVO AC SUI PRAECEPTORI  HUMANISS: MO
[a un così grande servo di Dio e suo maestro, umanissimo]

HOC OBSERVANTIAE PIGNUS
[dedica questo pegno di rispetto] »

———————————————————————-
« PERRILL.ET AC EDCC.VS D. D. FRAN.CVS VIVIANO
[All’illustrissimo ed eccellentissimo signore Francesco Viviano]

JU.CONS. DIVI IO.BAPTAE OSPITALIS
[giureconsulto, dell’ospedale di San Giovanni Battista]

PATRONO LIBERALISS.MO IO.MARIA
[patrono liberalissimo Giovanni Maria]

COLLALTUS MASSARI.VS ET COETERI GUBERNA.RIS
[Collalto massaro, e gli altri governatori]

UT TANTI VIRI BENEMERITI NOMEN AETERNUM
[affinché il nome di un uomo così grande e benemerito]

VIVAT  HONORIS ERGO P.P.
[viva in eterno. In segno d’onore posero (questa lapide)]

ANNO SALUTIS MDCLXXIV
[Nell’anno della salvezza 1674] »

2) L’Ospedale viene citato in un documento del 1428, mentre la chiesa in un altro del 1432).

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SAN BERNARDINO

 

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TRA STORIA E RICORDI

 

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UN RAGAZZO DEL ’98

 

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I VALMARANA A MONTEBELLO

 

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MONTEBELLO 1797

 

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MEDAGLIA D’ARGENTO

 

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MONTEBELLO 1915-18

 

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IL DAZIO MACINA

 

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CELESTINO BONVICINI

 

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DON GIROLAMO VACCARI

 

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GIUSEPPE PASETTI

 

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IL RAGAZZO DI VIA BORGOLECCO

 

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I GUARDA A MONTEBELLO

 

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TRA MUSICA E PITTURA

 

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ATTILIO GULBERTI

 

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LINO LOVATO

 

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