[502] UNA STORIA DIMENTICATA
La lunga vita del Capomastro

La storia di Giuseppe Guarda attraversa quasi novant’anni di vita italiana. Comincia in un piccolo paese del Vicentino alla fine dell’Ottocento e si conclude nell’estate del 1980, dopo che il mondo attorno a lui era cambiato più volte. Quando morì, il 4 agosto 1980, aveva ottantanove anni e quasi due mesi. Aveva visto nascere il nuovo secolo, aveva assistito a due guerre mondiali e aveva attraversato decenni di trasformazioni che avevano modificato profondamente il volto dell’Italia.
A Montebello Vicentino, dove era nato l’8 giugno 1891, Giuseppe era conosciuto anche con un soprannome che accompagnava la sua famiglia: “Capomastro”. Era parente dell’omonimo costruttore dell’Oratorio della Sacra Famiglia, anche lui etichettato come “Capomastro” ma figlio di Giovanni Battista. Nei paesi di allora i soprannomi avevano spesso un’importanza particolare. Servivano a distinguere le famiglie, a identificarle immediatamente all’interno della comunità. Talvolta finivano quasi per affiancare il cognome stesso, diventando parte della memoria collettiva locale. Nella ormai scomparsa (aggiornata) lapide, nel cimitero di Montebello, stava scritto “Famiglia Guarda Capimastri”.
Figlio di Achille Guarda e di Angela Castaman, Giuseppe crebbe in una realtà molto diversa da quella che conosciamo oggi. Le campagne dominavano il paesaggio, il lavoro seguiva il ritmo delle stagioni e gli spostamenti erano limitati. Per molti giovani della sua generazione, il mondo sembrava fermarsi poco oltre i confini del proprio paese. Eppure, proprio mentre Giuseppe stava diventando adulto, l’Italia iniziava a guardare sempre più oltre i propri confini. Il giovane Regno d’Italia cercava un ruolo tra le potenze europee e perseguiva ambizioni coloniali che avrebbero portato il Paese a confrontarsi con l’Impero Ottomano.
Nel Ruolo Matricolare di Giuseppe compare una delle prime informazioni significative della sua esperienza militare: la partecipazione alla campagna di guerra italo-turca del 1911-1912. Nel 1911 aveva vent’anni. Era ancora un ragazzo secondo i criteri dell’epoca, ma abbastanza grande da essere coinvolto negli eventi che stavano prendendo forma. La guerra italo-turca scoppiò il 29 settembre 1911 e terminò il 18 ottobre 1912. L’obiettivo dell’Italia era ottenere il controllo della Tripolitania e della Cirenaica, territori appartenenti all’Impero Ottomano che in seguito sarebbero stati associati alla Libia italiana.
Le fonti non permettono di sapere in quale reparto fosse inquadrato né in quali località abbia operato. Non possiamo confermare dettagli ulteriori. Possiamo però affermare con certezza che prese parte a quella campagna e che si trovò coinvolto in una guerra combattuta lontano dalla sua terra d’origine.
Per un giovane proveniente da Montebello Vicentino, il distacco doveva essere notevole. La distanza geografica era enorme, ma ancora più grande era probabilmente la distanza culturale e ambientale. Molti soldati italiani si trovarono per la prima volta davanti a paesaggi, condizioni climatiche e realtà completamente diverse da quelle conosciute. Quella guerra occupa un posto particolare nella storia. Fu infatti uno dei primi conflitti in cui vennero impiegati gli aeroplani per scopi militari. Si trattava di una novità assoluta che, all’epoca, suscitò curiosità e interesse. Senza che i contemporanei potessero immaginarlo pienamente, quelle innovazioni anticipavano alcuni aspetti delle guerre che avrebbero segnato il resto del secolo.
Terminata la campagna, Giuseppe tornò alla vita civile. Nel 1911 risulta residente a Montebello Vicentino e per alcuni anni la documentazione non registra altri eventi militari rilevanti. Sembrava una fase di relativa tranquillità.
Ma l’Europa stava cambiando rapidamente.
Nel 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale. Inizialmente l’Italia rimase neutrale, osservando gli sviluppi del conflitto. Nel corso dei mesi successivi, tuttavia, il quadro politico cambiò e il Paese si preparò all’ingresso in guerra. Anche per Giuseppe arrivò il momento di tornare in uniforme. Il 22 aprile 1915 fu richiamato alle armi nel 113° Reggimento Fanteria della Brigata Mantova. Aveva quasi ventiquattro anni e possedeva già una precedente esperienza militare. Questo elemento lo distingueva da molti giovani che stavano affrontando per la prima volta la vita di caserma e la disciplina dell’esercito.
La guerra che lo attendeva era però diversa da quella combattuta in Africa. Non si trattava di una campagna relativamente circoscritta, ma di un conflitto destinato a coinvolgere milioni di uomini. Le operazioni militari si sarebbero svolte in ambienti difficili, spesso caratterizzati da montagne, alture e posizioni fortificate.
I documenti non raccontano la sua quotidianità durante quei mesi. Non sappiamo quali fossero le sue impressioni, né quali rapporti avesse con i commilitoni. Tuttavia, le successive annotazioni permettono di intuire che il suo percorso all’interno dell’esercito stava assumendo un’importanza crescente. Il 1° dicembre 1915 venne promosso sergente. La promozione non rappresentava soltanto un avanzamento formale. Un sergente era chiamato a svolgere funzioni essenziali per la vita del reparto. Doveva trasmettere ordini, coordinare uomini e contribuire alla gestione delle attività quotidiane. In un esercito impegnato in guerra, tali responsabilità assumevano un valore ancora maggiore.
L’avanzamento suggerisce che Giuseppe fosse considerato affidabile dai superiori. Le fonti non spiegano i motivi specifici della promozione, ma il passaggio a un grado superiore indica chiaramente una crescita del suo ruolo.
Il conflitto continuava nel frattempo a richiedere uomini preparati e capaci di assumere incarichi sempre più impegnativi. Le necessità operative spinsero l’esercito a formare nuovi ufficiali, individuando personale che avesse dimostrato competenza ed esperienza. Anche Giuseppe entrò in questo percorso. Il 31 luglio 1916 fu nominato allievo ufficiale di complemento nel 113° Reggimento Fanteria. Si trattava di un passaggio importante. Diventare allievo ufficiale significava essere avviato verso funzioni di comando. Non era un riconoscimento automatico. Comportava nuove responsabilità e una preparazione adeguata ai compiti che lo attendevano.
La sua situazione cambiò rapidamente.
Il giorno successivo, il 1° agosto 1916, risulta in servizio presso il 32° Reggimento Fanteria della Brigata Siena.
Dietro questa annotazione si può cogliere uno degli aspetti tipici della vita militare durante la guerra: il continuo adattamento. Cambiare reparto significava inserirsi in una nuova realtà, conoscere nuovi superiori e collaborare con uomini provenienti da contesti differenti. A quel punto Giuseppe aveva accumulato un bagaglio di esperienza significativo. Aveva partecipato alla campagna italo-turca, era stato richiamato durante la Prima guerra mondiale e aveva ottenuto avanzamenti progressivi all’interno dell’esercito. Gli anni successivi furono particolarmente intensi per le forze armate italiane. Le difficoltà del conflitto richiedevano ufficiali preparati e capaci di assumere responsabilità dirette. Il riconoscimento più importante della sua carriera documentata arrivò il 26 maggio 1918. In quella data venne promosso sottotenente di complemento dell’Arma di Fanteria.
Aveva ventisei anni. Per un giovane nato in un piccolo paese veneto, si trattava di un traguardo rilevante. Il grado di sottotenente comportava responsabilità di comando e un ruolo di riferimento per i soldati affidati alla sua guida.
La promozione avvenne in una fase cruciale della guerra. Il conflitto sarebbe terminato pochi mesi dopo, ma nel maggio del 1918 il suo esito non era ancora scritto. Gli ufficiali erano chiamati a svolgere compiti delicati in un contesto che continuava a essere estremamente complesso. Le informazioni disponibili si fermano sostanzialmente qui. Oltre questo punto, il Ruolo Matricolare non fornisce ulteriori dettagli sul suo percorso militare. Non possiamo confermare quali incarichi abbia ricoperto successivamente né quali siano stati gli sviluppi della sua vita professionale. Possiamo però osservare il quadro complessivo. Giuseppe Guarda apparteneva a quella generazione che vide l’Italia passare dalle ambizioni coloniali della guerra di Libia alle immense prove della Prima guerra mondiale. Nel giro di pochi anni attraversò esperienze che modificarono il destino di milioni di persone.
Dopo la fine del conflitto, la sua vita proseguì ancora per molti decenni. Sappiamo che visse abbastanza a lungo da assistere ai profondi cambiamenti del Novecento. Quando nacque, i fratelli Wright non avevano ancora compiuto il loro primo volo. Quando morì, nell’agosto del 1980, l’uomo aveva già camminato sulla Luna da oltre un decennio. Tra questi due estremi si colloca l’esistenza di Giuseppe Guarda, il “Capomastro” di Montebello Vicentino. Un uomo la cui storia ci è arrivata attraverso poche annotazioni ufficiali, ma che permette ancora oggi di intravedere il percorso di un soldato e di una generazione intera. Le date registrate nei documenti raccontano promozioni, trasferimenti e incarichi; dietro quelle righe emerge invece il cammino di una persona che attraversò quasi novant’anni di storia italiana, conservando il proprio posto nella memoria della comunità che lo aveva visto nascere.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
FOTO: 1) Cartolina d’epoca, Cartolina diffusa nel 1911 – 1912 che esalta “i valorosi combattenti nel nome d’Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica”.
2) La lapide della tomba della famiglia Guarda, nel cimitero di Montebello Vicentino, com’era fino al gennaio 1995, prima del completo restauro (cortesia di Martine Audain).
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Nelle lettere trovano spazio anche riferimenti agli eventi del tempo. Le due amiche commentano fatti di cronaca e tragedie naturali, segno di una partecipazione attiva alla vita del paese. Questo intreccio tra dimensione privata e contesto storico rende la loro corrispondenza particolarmente significativa. Il rapporto epistolare prosegue fino al 1914. L’ultima lettera conosciuta è scritta da Ada da Zurigo, dove si è recata per raggiungere la figlia dopo la separazione dal marito. Questo momento segna anche una svolta nella sua vita personale.






Il primo ottobre 1917 Nicoletti ottiene la promozione a Sergente Maggiore di riserva. Due mesi dopo è di nuovoassegnato all’8° Reggimento Artiglieria da Campagna. Tornare al reparto dopo essere stati feriti significava ritrovare una realtà diversa. La guerra consumava uomini continuamente. Alcuni commilitoni erano morti, altri erano stati trasferiti o ricoverati. Nuove reclute arrivavano al fronte senza conoscere davvero ciò che le aspettava. Nel giugno del 1918 il fronte italiano affrontò uno dei passaggi decisivi dell’intero conflitto: la Battaglia del Solstizio. Sul Piave gli austro-ungarici tentarono un’offensiva gigantesca per sfondare le linee italiane. Tra il 15 e il 22 giugno, a Capo d’Argine di Losson di Piave, Silvio Nicoletti si distinse ancora una volta. Anche in quella circostanza operò come capo-pezzo sotto il bombardamento dell’artiglieria nemica.



