IL REVERENDO GIO.BATTA LONGHIN

[256] IL REVERENDO GIO.BATTA LONGHIN

La famiglia Longhin arrivΓ² a Montebello probabilmente dopo la fine della peste del 1630-31, forse alla metΓ  di quel secolo. L’Estimo montebellano del 1665-70 ci dice che provenivano da Thiene, vantando ancora in questo paese la proprietΓ  di una modesta casa di due stanze. Due suoi componenti, Mattio e Gio.Maria si insediarono nella ContrΓ  di Vigazzolo per esercitare in una stanza dell’abitazione il mestiere di β€œscarparo per accomodar scarpe vecchie e farne qualche pezzo di nove”. Qualche anno piΓΉ tardi i due ciabattini svolsero la loro attivitΓ  separatamente, dal momento che uno di loro in piazza aprΓ¬ una bottega, frequentata anche dai notai del luogo non solo per l’acquisto di calzature. In particolare Giacomo Longhin, erede della bottega in piazza, era spesso visitato dal notaio Gratton, che del calzolaio portava lo stesso nome, sempre alla ricerca di un paio di testimoni da compensare poi, a rogito avvenuto, con un buon bicchiere di vino. Uno dei primi arrivati a Montebello, Mattio, si inserΓ¬ bene nella comunitΓ  e nel 1665 diventΓ² consigliere della Confraternita del S.S. Corpo di Cristo.
Nel 1687, nella bottega del sopraccitato Giacomo Longhin, il notaio Gratton redasse l’inventario, forse per la sopravvenuta morte del calzolaio.
All’interno si contarono almeno 200 paia di scarpe, una cinquantina delle quali di buona fattura nonchΓ© di pelle pregiata, 100 forme, innumerevoli strisce di cuoio da tacchi, pellami di montone, di vitello, di cinghiale, minuterie e attrezzi vari.
Per tutta la prima metà del settecento i Longhin non si segnalarono per quasi per niente di particolare. Nella seconda metà invece assurse agli onori della cronaca il Reverendo don Gio.Batta Longhin che possedeva una pezza di terra, forse ereditata, poco lontano dalla fine della contrà di Vigazzolo, oltre il Capitello del Santo, nella strada cioè dove la sua famiglia aveva sempre risieduto.
Un’altra pezza di terra, contrapposta a quella del reverendo, era detta β€œil prΓ  del marchese” e il proprietario era un altro reverendo: don Giulio Roselli. La seconda pezza di terra nominata si trovava alla sinistra della strada che portava a Zermeghedo e Montorso mentre la sua contrapposta era compresa tra la menzionata via e l’argine del Rodegoto. CiΓ² che accumunava i due terreni erano due filari di gelsi, da una e dall’altra parte della strada, cosΓ¬ prossimi alla carreggiata da fungere da paracarri. A rendere i gelsi meno oppressi ci pensarono i due preti che, un po’ per volta, si appropriarono ciascuno di poco meno di un metro di terreno rendendo la strada difficilmente percorribile ai carri agricoli e da trasporto in genere. Tutto ciΓ² non passΓ² inosservato.
Onde riportare la strada al suo primitivo stato, il comune iniziΓ² l’iter burocratico partendo dalle testimonianze prodotte da Antonio Zambon, Valentin Brunello, Sabin Castegnaro e Stefano Grumolato:
« … la strada comune che conduce da Montebello a Zermeghedo e Montorso, principiando dal Capitello del Santo sino al suo confine, era larga per tutto lo spazio frapposto tra gli antichi morari de’ rispettivi confinanti de’ beni con essa strada Specialmente nel sito ove confina il Rev. Don Gio.Batta Longhin da una parte, e dall’altra opposta, il Rev. Don Giulio Roselli, eravi il terraglio confinante con la strada nel preciso sito in cui vi sono le piante vecchie di moraro ed ora vedesi ristretta in detto sito a tal segno che, specialmente dalla parte del Rev. Longhin, le piante vecchie di moraro, che erano i veri confini della strada, sono in presente assai discoste dalla medesima. E’ quasi in tal modo, distrutta essa strada essendo incorporata nelli beni del detto Rev. Longhin, nella qual parte di strada occupata, le piante sono tutte nuove o da pochi anni piantate, dimodochΓ¨, siccome secondo certa memoria di essi costituenti (testimoni – n.d.r.) era la strada stessa di sua natura assai larga e transitabile dentro i confini degli antichi morari, al presente Γ¨ resa oramai intransitabile.Β Β»
Qualche anno piΓΉ tardi il Rev. Longhin finΓ¬ tragicamente i suoi giorni, assieme alla perpetua Sabina, per mano di Bortolo V. che introdottosi di notte per rubare nella casa del religioso in contrΓ  Vigazzolo, fu sorpreso dalla donna che si era svegliata per il rumore dello scasso della porta. Dopo l’omicidio Bortolo V. fu notato in giro con il volto spaurito e i vestiti macchiati di sangue. Gli inquirenti arrivarono ben presto a lui che fu condannato alla pena capitale, eseguita il 17 giugno 1777. Tre giorni dopo la morte del Reverendo Longhin furono inventariati i suoi beni, alcuni insoliti, che tanta bramosia avevano suscitato nell’omicida. Eredi la sorella Beatrice e i nipoti Giacomo, Eurosia e Beatrice:

Un gabion di quaglie
Una pistola corta
Un cortello da sparesi
Un canocchiale
Un paro di scarpe con fibbia de oton
Tre frossine (fiocine da pesca – n.d.r.)
Uno schioppo da roda
Una spada
Un Cristo de’ busso (legno di bosso – n.d.r.)
Un barile da cospettoni (aringhe in salamoia – n.d.r.) pieno di sorgo1.

Forse il Reverendo Gio. Batta fu l’ultimo dei Longhin a risiedere a Montebello. Nel lunghissimo elenco dei contribuenti montebellani per il Dazio della Macina redatto nel 1789 non vi Γ¨ nominato alcun contribuente con questo cognome.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) Giacomo Longhin ‘scarparo per accomodar scarpe vecchie e farne qualche pezzo di nove’ (elaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
Note:
(1) Il prete aveva riciclato uno di quei mezzi barili usati per contenere le aringhe affumicate, recipienti che fino agli anni ’50 del secolo scorso erano esposti all’esterno, sul marciapiedi, per non ammorbare l’aria della bottega.

Umberto Ravagnani

Se hai FACEBOOK e l’articolo ti ha soddisfatto metti MI PIACEΒ 
Oppure lascia un commento qui sotto…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarΓ  pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *