[503] L’ULTIMO ASSALTO
Quando il dovere supera la paura

L’autunno del 1918 stava lentamente avvolgendo le campagne francesi. I boschi di Bois de la Bovette, dopo quattro anni di guerra, non avevano più l’aspetto dei luoghi attraversati un tempo da contadini e viandanti. Gli alberi erano spezzati dall’artiglieria, il terreno scavato da crateri, l’aria impregnata dell’odore acre della polvere da sparo. Ogni metro conquistato era costato settimane di combattimenti, eppure la guerra non sembrava ancora disposta a concedere tregua. In quel paesaggio sconvolto, il 2 ottobre 1918, un sergente montebellano guidava il proprio plotone verso una postazione di mitragliatrice tedesca. Aveva soltanto ventitré anni. Si chiamava Eugenio Marana.
Oggi il suo nome compare in poche righe di archivio, tra un elenco di decorati al valore e i registri dei caduti della Grande Guerra. Sono documenti essenziali, asciutti, scritti con il linguaggio impersonale dell’amministrazione militare. Eppure, dietro quelle parole essenziali, si intravede una storia che parla di coraggio, responsabilità e di una generazione cresciuta troppo in fretta, costretta a diventare adulta mentre l’Europa bruciava.
Eugenio Marana nacque il 12 gennaio 1895. Era figlio di Girolamo Marana e di Francesca Dalla Valle. Di lui, prima della guerra, le fonti oggi conosciute non raccontano molto. Sappiamo che di mestiere faceva il contadino, ma non sappiamo quali fossero i suoi interessi o quali sogni coltivasse. Non conosciamo il colore della sua voce, né il contenuto delle eventuali lettere inviate a casa. La documentazione conservata ci restituisce soltanto ciò che la storia ufficiale ha ritenuto necessario tramandare.
Ed è proprio questo silenzio a rendere ancora più potente ciò che invece conosciamo.
Quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, nel maggio del 1915, Eugenio aveva vent’anni. Come centinaia di migliaia di giovani italiani, vide la propria vita cambiare improvvisamente direzione. Nel giro di pochi mesi il mondo quotidiano lasciò spazio all’uniforme, all’addestramento e alla disciplina militare. La guerra, che molti immaginavano breve, si trasformò invece in un conflitto destinato a durare anni e a coinvolgere intere generazioni.
Il suo percorso nell’Esercito emerge lentamente dai documenti. Il 1° settembre 1916 fu promosso sergente. Era una responsabilità importante. Il sergente non era soltanto un graduato: era il comandante più vicino ai soldati, colui che divideva con loro ogni marcia, ogni trincea e ogni assalto. Doveva mantenere l’ordine, trasmettere gli ordini degli ufficiali e, soprattutto, essere il primo a dare l’esempio quando il combattimento diventava più difficile. Eugenio prestava servizio nella Brigata “Napoli”, composta dal 75° e dal 76° Reggimento Fanteria. Per quella brigata, come per gran parte dell’Esercito italiano, i primi anni di guerra furono segnati dalle interminabili battaglie combattute lungo il fronte dell’Isonzo e nelle zone montane del Nord-Est. Era una guerra fatta di attese, di fango, di freddo, di avanzate misurate in poche decine di metri e di sacrifici enormi per conquistare posizioni che spesso venivano perdute nel giro di pochi giorni. Poi arrivò l’autunno del 1917.
La Battaglia di Caporetto sconvolse il fronte italiano e costrinse l’esercito a una lunga ritirata fino al Piave. Fu uno dei momenti più drammatici della storia nazionale. Eppure proprio da quella crisi nacque una nuova organizzazione delle forze italiane. Mentre il fronte interno veniva consolidato, gli Alleati decisero di rafforzare la cooperazione militare.
Nell’aprile del 1918 il II° Corpo d’Armata italiano, comandato dal generale Alberico Albricci, ricevette l’ordine di partire per la Francia. Tra le brigate scelte figurava anche la “Napoli”. Per Eugenio e per i suoi compagni significava lasciare definitivamente il fronte italiano per raggiungere un teatro di guerra completamente diverso.
Il viaggio verso la Francia rappresentò qualcosa di più di un semplice spostamento militare. Era il segno concreto dell’impegno italiano all’interno dello sforzo comune degli Alleati. Migliaia di fanti attraversarono le Alpi per combattere accanto ai francesi proprio mentre l’esercito tedesco stava tentando la sua ultima grande offensiva.
Le cronache militari raccontano che i reparti italiani si distinsero rapidamente. Tra il giugno e il luglio del 1918 furono protagonisti della difesa del settore di Bligny e della Montagna di Reims, opponendosi con determinazione agli attacchi tedeschi durante la Seconda battaglia della Marna. Fu uno scontro durissimo, nel quale le brigate italiane conquistarono la stima degli alleati francesi per la tenacia dimostrata. Ma la guerra non finì a Bligny.
Respinta l’offensiva tedesca, gli Alleati passarono al contrattacco. Cominciò una lenta e continua avanzata che, settimana dopo settimana, costrinse le truppe tedesche a ripiegare. Anche la Brigata “Napoli” seguì quell’avanzata, combattendo nel settore dell’Aisne. Fu lì che entrò in scena il Bois de la Bovette.
Oggi quel nome è poco conosciuto, ma nell’autunno del 1918 identificava uno dei tanti punti in cui la guerra continuava a consumarsi con straordinaria violenza. Boschi, piccoli rilievi e postazioni fortificate trasformavano ogni avanzata in una prova estenuante. Le mitragliatrici dominavano il terreno. Bastavano pochi uomini ben nascosti per arrestare l’intero slancio di una compagnia. Il 2 ottobre la Brigata “Napoli” era impegnata proprio in quel settore.
Le fonti ufficiali non descrivono minuto per minuto ciò che accadde. Non raccontano la disposizione dei reparti, né le condizioni atmosferiche o la durata dello scontro. Conservano però il fatto essenziale, quello che convinse i superiori a proporre Eugenio Marana per una decorazione al valore.
La motivazione, pubblicata nel Bollettino Ufficiale n. 75 del 17 settembre 1920 e riportata anche nel volume I vicentini decorati al valore militare nella guerra 1915-18, recita: « Scoperta una mitragliatrice nemica, alla testa del proprio plotone arditamente si spingeva avanti per catturarla, ma colpito da una granata avversaria, lasciava la vita sul campo. » Sono appena ventisei parole.
Eppure bastano per restituire l’essenza di quell’ultimo combattimento. Eugenio non rimase nelle retrovie. Non si limitò a impartire ordini. Guidò personalmente il proprio plotone verso la posizione nemica. La formula “alla testa del proprio plotone” ha un significato preciso nel linguaggio delle ricompense militari: indica un comandante che affronta il medesimo rischio dei propri uomini, avanzando con loro sotto il fuoco avversario. L’obiettivo era una mitragliatrice.
Durante la Prima guerra mondiale queste armi rappresentavano uno degli ostacoli più temuti dalla fanteria. Potevano bloccare un’intera avanzata e costringere i soldati a rimanere immobili sotto il tiro nemico. Neutralizzarle significava spesso decidere l’esito di un attacco. Fu tentando di conquistarne una che Eugenio Marana trovò la morte.
Una granata esplose durante l’azione e lo colpì mortalmente. Aveva ventitré anni. Mancavano poco più di cinque settimane all’armistizio dell’11 novembre 1918 che avrebbe posto fine ai combattimenti sul fronte occidentale. Come accadde a migliaia di altri soldati, la pace arrivò troppo tardi. Il suo sacrificio venne ufficialmente riconosciuto due anni dopo con il conferimento della Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Non era un riconoscimento attribuito automaticamente ai caduti. Veniva concesso sulla base di una precisa ricostruzione dell’azione compiuta e rappresentava il modo con cui l’Esercito intendeva fissare nella memoria un comportamento ritenuto esemplare.
Dopo la guerra molti dei militari italiani caduti sul fronte francese furono raccolti nel Cimitero Militare Italiano di Bligny, costruito per riunire le sepolture sparse nei luoghi dei combattimenti della Marna e dell’Aisne. È molto probabile che anche Eugenio Marana vi riposi oggi, insieme a migliaia di commilitoni del II Corpo d’Armata. Tuttavia questa circostanza richiede ancora la conferma attraverso il registro originale delle sepolture, poiché la documentazione consultabile finora non consente di affermarlo con assoluta certezza. A oltre un secolo di distanza, la sua vicenda continua a riemergere grazie ai documenti. Ogni archivio aggiunge un tassello. Un registro anagrafico restituisce la data di nascita. Un foglio matricolare racconta la promozione a sergente. Un bollettino ufficiale conserva le parole della decorazione. Un volume dedicato ai decorati vicentini impedisce che quel nome venga dimenticato. Sono frammenti, apparentemente piccoli, ma sufficienti a ricostruire il profilo di un uomo. Non quello di un eroe costruito dalla retorica, bensì quello di un giovane che attraversò uno dei periodi più difficili della storia italiana, assunse responsabilità sempre maggiori e rimase accanto ai propri uomini fino all’ultimo combattimento. Forse è proprio questo l’aspetto che colpisce di più.
Le grandi guerre vengono spesso raccontate attraverso le strategie dei generali, le decisioni dei governi o le date delle grandi battaglie. Ma la loro vera dimensione umana si ritrova nelle storie individuali, in quei nomi che rischiano di diventare soltanto un’incisione su una lapide o una riga in un registro militare. Eugenio Marana è uno di quei nomi. Un giovane diventato sergente durante la guerra, partito con la Brigata “Napoli” verso la Francia e caduto nel Bois de la Bovette mentre guidava il proprio plotone contro una mitragliatrice nemica. Di lui la storia non ha conservato molte parole. Quelle poche, però, continuano ancora oggi a raccontare una vita intera.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
FOTO: Eugenio Marana in una foto restaurata da una cartolina postale del 1920.
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