26-27-28 settembre 2025: CAPRAROLA – VITERBO
Un intreccio di fede, arte e tradizione
CAPRAROLA
Il Palazzo Farnese di Caprarola, noto anche come Villa Farnese, domina il borgo con la sua maestosa struttura pentagonale. Nato come progetto di fortezza su incarico del cardinale Alessandro Farnese il Vecchio, fu affidato ad Antonio da Sangallo il Giovane, che immaginò una rocca possente con bastioni angolari. I lavori iniziarono nel 1530, ma si interruppero alla sua morte. Fu il nipote, Alessandro Farnese il Giovane, a riprendere il progetto, affidandolo al grande architetto Jacopo Barozzi da Vignola. Nel 1559 l’idea difensiva lasciò spazio a un sogno rinascimentale: la fortezza si trasformò in una sontuosa residenza estiva, con ampie terrazze panoramiche e un cortile circolare a due piani, cuore scenografico dell’edificio. Per valorizzarne la posizione, Vignola ridisegnò il borgo, aprendo una strada diritta che collegava idealmente il palazzo al paese.
Gli interni furono impreziositi da cicli di affreschi di Taddeo e Federico Zuccari, ispirati dal letterato Annibal Caro, mentre sul retro sorsero i raffinati Orti Farnesiani, giardini terrazzati che uniscono natura e architettura. Non a caso, secoli dopo, furono scelti come residenza estiva dal presidente Luigi Einaudi.
Ancora oggi, dall’alto, il palazzo rivela la sua pianta pentagonale con il cortile circolare al centro: un capolavoro di armonia e potere che continua a dominare Caprarola.
VITERBO
Viterbo, capoluogo dell’omonima provincia laziale, è una città che sorprende chi la visita per la sua capacità di unire storia, fede e natura. Conta oggi oltre 66.000 abitanti, ma passeggiando tra le sue strade sembra di entrare in un luogo sospeso nel tempo. Il cuore della città è il quartiere medievale di San Pellegrino: un dedalo di vicoli, archi, case in peperino e piazzette silenziose, circondato da mura perfettamente conservate, che restituiscono l’atmosfera autentica di un borgo del Medioevo. Le origini di Viterbo risalgono probabilmente all’epoca etrusca, ma è nel Medioevo che la città raggiunse il suo massimo splendore. Già dall’XI secolo, con l’affermarsi delle istituzioni comunali, Viterbo iniziò ad espandersi e a contendere territori vicini, fino ad attirare l’attenzione di imperatori e papi. Nel 1162 Federico Barbarossa vi riconobbe ufficialmente il comune, sancendo la sua importanza politica. Pochi decenni più tardi, il destino della città si intrecciò indissolubilmente con quello della Chiesa.
Tra il XIII e il XIV secolo, infatti, Viterbo divenne città dei Papi. Per 24 anni ospitò la corte pontificia, trasformandosi in capitale politica e spirituale della cristianità. Il Palazzo Papale, ancora oggi uno dei monumenti simbolo, fu teatro di cinque conclavi. Proprio qui, durante la tormentata elezione del 1268-1271, nacque il termine “conclave”: i cardinali, riuniti da mesi senza giungere a un accordo, furono rinchiusi e costretti a pane e acqua dal popolo viterbese, esasperato dall’attesa. Alla fine venne eletto papa Gregorio X, e da allora la clausura dei cardinali divenne regola per ogni successiva elezione pontificia. In questo periodo Viterbo non fu solo politica e potere, ma anche spiritualità. Tra le sue figure più amate c’è Santa Rosa, giovane donna vissuta tra il 1233 e il 1251, che con coraggio predicò contro gli eretici e sostenne i concittadini nella resistenza contro Federico II. Morta a soli 18 anni, è tuttora la patrona della città: ogni 3 settembre, la Macchina di Santa Rosa, una spettacolare torre luminosa alta 30 metri, viene portata a spalla da oltre cento facchini lungo le vie del centro, in una delle feste religiose più emozionanti d’Italia.
Il periodo aureo lasciò in eredità un ricco patrimonio architettonico: torri civiche, palazzi comunali, chiese romaniche e gotiche, e naturalmente il celebre Palazzo Papale. Nei secoli successivi la città conobbe momenti di decadenza, soprattutto dopo l’esilio avignonese dei papi, ma continuò a essere punto di riferimento per artisti, letterati e prelati. Nel Cinquecento accolse il cardinale Reginald Pole e il suo circolo culturale, frequentato da personalità come Vittoria Colonna e persino Michelangelo.
Nei secoli moderni Viterbo fu teatro di occupazioni straniere, dalla dominazione francese all’arrivo delle truppe garibaldine. Nel 1927, sotto il regime fascista, tornò a essere capoluogo di provincia. Durante la Seconda guerra mondiale subì pesanti bombardamenti che segnarono profondamente la città e la sua popolazione, ma non riuscirono a cancellarne il fascino.
Oggi Viterbo si presenta come una città viva e accogliente. Celebre per le sue sorgenti termali, eredi dell’antico Bullicame citato da Dante, è sede dell’Università della Tuscia e conserva un centro storico unico, dove ogni pietra racconta una storia. Visitare Viterbo significa immergersi in un intreccio di fede, arte e tradizione che continua a parlare al presente.
LA VITA DI SANTA ROSA
Rosa nacque a Viterbo attorno al 1233 in una famiglia modesta. La sua esistenza, breve e intensa, si intrecciò con le tensioni del suo tempo: l’Italia era divisa tra Guelfi, sostenitori del papato, e Ghibellini, fedeli all’imperatore Federico II. Viterbo apparteneva a questi ultimi, e ciò rese difficile la sua esperienza di fede.
Nel 1250, dopo una grave malattia, Rosa dichiarò di aver avuto visioni di Cristo, della Vergine e dei santi. Da quell’esperienza decise di vestirsi con l’abito della penitenza, composto da una tunica di cilicio (tessuto ruvido, simbolo di rinuncia) e una chordula, una corda che cingeva la vita, segno di disciplina spirituale. Questo gesto segnò l’inizio della sua missione pubblica.
Il 24 giugno, festa di San Giovanni, Rosa visitò le principali chiese di Viterbo portando in processione una “maestà”, una tavoletta dipinta raffigurante la Passione di Cristo. Fu un atto di devozione ma anche un modo per coinvolgere il popolo: canti, preghiere e inviti alla conversione caratterizzarono la sua predicazione, che durò solo pochi mesi.
Il suo fervore attirò l’ostilità dei Ghibellini, contrari alla sua predicazione filopapale. Rosa e la famiglia furono espulsi e si rifugiarono prima a Soriano nel Cimino, poi a Vitorchiano. Dopo la morte di Federico II, nel 1250, poté rientrare a Viterbo. Tentò di entrare nel monastero delle Damianite, ma senza successo. Poco dopo, probabilmente nel 1251, morì in giovane età.
Inizialmente sepolta a Santa Maria in Poggio, nel 1258 papa Alessandro IV dispose la traslazione del corpo nel monastero che oggi porta il suo nome.
La fama della giovane spinse la comunità a chiedere subito un riconoscimento ufficiale. Nel 1252 papa Innocenzo IV avviò un processo diocesano per accertarne la santità, ma non rimangono prove che sia stato realmente completato.
Due secoli più tardi, nel 1456, papa Callisto III, che diceva di essere guarito per sua intercessione, rilanciò la causa. Tra marzo e luglio 1457 vennero ascoltati 264 testimoni, soprattutto donne. Gli atti, conservati in due manoscritti, rappresentano una fonte storica di grande valore, anche se la canonizzazione non fu mai formalmente proclamata. Pur senza una canonizzazione ufficiale, Rosa divenne simbolo della città. Oggi la sua figura è celebrata ogni 3 settembre con la spettacolare Macchina di Santa Rosa, una torre luminosa portata in processione per le vie di Viterbo, testimonianza di una devozione che non si è mai spenta.
Umberto Ravagnani