DON GABRIELE BERTOLA

[297] DON GABRIELE BERTOLA – CON UN MOLINO A VENTO DIEDE LUCE ALL’EREMO

Considerando la vita frenetica del giorno d’oggi verrebbe naturale pensare che gli eremi e gli eremiti si siano β€˜estinti’.
Da circa 700 anni, situato sulla cima del monte RuaΒ 1, (416 m s.l.m.) presso il comune di Torreglia (Padova), sorge l’eremo di Santa Maria Annunziata. Come riportato da alcuni documenti, la suaΒ  fondazione si deve a due eremiti appartenenti alla comunitΓ  di S. Mattia di Murano cheΒ  nel 1339 ottennero il permesso dal vescovo di Padova di costruire la chiesa in memoria della Madonna. Originariamente l’eremo fu costruito in legno, ma venne ristrutturato in pietra senza stravolgere l’ambiente circostante agli inizi del β€˜500 dopo un periodo di abbandono. Solo nel 1542 venne fondata la comunitΓ  dei Camaldolesi.Β  Le imponenti mura racchiudono 14 celle, ognuna delle quali somiglia a una piccola casetta completa di camera per dormire e studiare, una cappella con altare, un bagno, una legnaia ed esternamente un piccolo orto recintato da un muretto.

Ma perchΓ© vi raccontiamo questo? Ebbene la nostra storia inizia da lΓ¬: il nostro eroe di oggi Γ¨ don Gabriele Bertola nato a Montebello alla fine dell’Ottocento il quale, dopo molte traversie, aderΓ¬ all’ordine dei Camaldolesi e, nel 1939, divenne priore dell’Eremo di Monte Rua.
Un articolo del β€œCorriere d’Informazione” del 2 gennaio 1951, firmato Giuseppe Silvestri ci racconta un po’ della vita di questo ex missionario in Africa, studioso e dotato di molta inventiva.

Β« Monte Rua 2 gennaio. La piΓΉ splendida visione panoramica di Rua β€” mi dice la guida cortese si gode dalla cima del monte Venda. Ne sono convinto. Ma oggi da lassΓΉ non vedrei proprio niente, perchΓ© il piΓΉ alto degli Euganei, di questi strani monti conici che sembrano eruttati dalla terra in fermento, Γ¨ immerso in una enorme nuvola, che ne copre la sommitΓ , e per buon tratto le pendici. Un vento gelido soffia da occidente e spinge cumuli di denso vapore verso il mare, in un susseguirsi veloce ed incalzante. Pare che tutta quella caligine nascondendo il sole calante, abbia una sorgente inesauribile di lΓ  dall’estremo limite dei colli, nella pianura pingue. Urtando contro la vasta mole del Venda, la massa nuvolosa si spezza, si divide in due rami galoppanti lungo i fianchi del Monte Rua, che ne rimane sgombro. Spettacolo stupendo visto da quassΓΉ, poichΓ© l’occhio puΓ² spaziare liberamente verso il Po e verso le Alpi, come verso Venezia, La strada che da Torreglia sale ardita e tortuosa, tra il fitto bosco di castagni e carpini, consente d’arrivare in automobile fin quasi alla porta dell’eremo. Ma le ultime rampe, ripidissime, bisogna farle a piedi. Al suono della campanella un giovane frate, in saio camaldolese e bionda barba, apre la porta e ci fa subito entrare. Conosce in Dino Bonato, che mi accompagna, un visitatore abituale e un amico. PerciΓ² si affretta ad avvertire il priore. Saliamo per duplice rampa di scale ad una piazzetta erbosa e fiorita, che s’apre davanti alla chiesa. Ed ecco, che, uscendo da un magnifico cancello settecentesco in ferro battuto, il priore ci viene incontro e ci introduce nella foresteria. E’ un vecchio uomo sottile e canuto, dall’occhio vivace e dalla facile parola, cordialissimo ed ospitale. In una stanza piena di quadri, d’immagini e di ricordi sediamo ad una lunga tavola, ed egli stesso traendo da un armadio bottiglia e bicchieri ci offre un dolce vino ambrato, frutto della vigna del convento, e ripetutamente ce lo mesce. E’ moscatello β€” ci dice. E’ genuino e non fa male Ma il sant’uomo non ne beve un sorso. Vita serena la sua, e quella dei quattordici monaci che attualmente sono a Rua. Nel silenzio solenne che avvolge questa solitaria oasi di pace, i tumulti, le passioni e le bassezze del mondo sembrano infinitamente lontani chΓ© quassΓΉ non giunge neppure l’eco Tra un sorso e l’altro di moscatello chiedo al priore se vi siano molti novizi. Mi risponde indirettamente: Sono parecchi coloro che si illudono di avere la vocazione. Visitatori sedotti dall’incantevole bellezza del sito, chiedono spesso di fermarsi Β« per provare Β». Noi, secondo la regola, li accogliamo come ospiti. Ma quasi tutti, dopo qualche giorno, s’accorgono che questa vita non fa per loro, e se ne vanno scusandosi. Eppure osservo β€” qui non siete privi di tutte le comoditΓ . Avete perfino la luce elettrica Infatti vedo l’interruttore presso la porta e la lampadina sotto la campana d’una vecchia lucerna, sopra la tavola. Β« L’avevamo β€” mi risponde il priore β€” e speriamo di riaverla presto Β». E mi racconta la storia di don Gabriele e del suo molino a vento. Eccovela in breve. Nel 1939 era priore a Rua don Gabriele Bertola, da Montebello Vicentino. Da giovane egli era stato missionario nelle piΓΉ aspre e deserte regioni dell’Africa e durante la prima guerra mondiale s’era trovato isolato nel Sudan anglo-egiziano. Privo di soccorsi, per procurarsi i mezzi di sostentamento si dedicΓ² alla caccia degli elefanti, onde poter vendere l’avorio sul mercato di Khartum. Rimpatriato, entrΓ² nell’ordine camaldolese. Ma la lunga esperienza africana e la durissima vita nel deserto gli avevano insegnato molte cose. Soprattutto ad arrangiarsi, Era anche uno studioso, e molte ore del giorno e della notte passava curvo sui libri. Come fare a Rua con una tremolante candela, o con una lampada a petrolio? Con l’uno o con l’altro sistema la spesa sarebbe stata troppo forte, Allora don Gabriele chiese aiuto al vento, che quassΓΉ soffia assai spesso. CostruΓ¬ un molino a pale, il cui moto azionando una dinamo caricava gli accumulatori. CosΓ¬ diede a tutto l’eremo la luce elettrica, con la sola spesa del rudimentale impianto. La bazza durΓ² sei anni soli, perchΓ© nel 1945 un furioso uragano distrusse il molino, e don Gabriele non c’era piΓΉ per ricostruirlo. I monaci tornarono al petrolio e alle candele; ma, sperando nella provvidenza, hanno conservato dovunque le condutture e le lampadine. E adesso che la linea elettrica di distribuzione Γ¨ alle falde del monte, essi sperano di potervisi allacciare senza troppa spesa, e magari con qualche aiuto. La vigna e il bosco non rendono piΓΉ come un tempo. Ma la divina bontΓ  Γ¨ sempre infinita, per cui Γ¨ certo che le lampadine si riaccenderanno presto nelle bianche celle di Rua. »  Giuseppe Silvestri (Corriere d’Informazione del 2 gennaio 1951)

Note: 1) Il toponimo Rua anche se nella lingua veneta ricordaΒ il termine β€œruota” con ogni probabilitΓ  si deve farΒ risalire alla parola β€œruah” che in ebraico significaΒ β€œspirito”. In epoca preromana il colle, dedicatoΒ alla dea madre Rea, vide fra i suoi primi abitantiΒ gli Euganei, popolazione indoeuropea giunta inΒ quest’area via terra da est e poi soppiantata dalΒ popolo pelagico, venuto dal mare, dei Veneti. In epoca romana si hanno notizie di un tempio, sul Monte Rua, consacrato a Diana o forse a Venere e di un altro luogo di culto dedicato alle Ninfe, divinitΓ  queste ultime per le quali sono sacre le acque.

Foto: L’eremo di Monte Rua come si presenta oggi.

Umberto Ravagnani

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