I MORARI E L’ANTICA FILANDA

[302] I “MORARI” E L’ANTICA FILANDA DI MONTEBELLO

Il governo della Serenissima, producendo l’ESTIMO del 1545 ai fini fiscali, ritenne che la presenza dei gelsi, o più precisamente “morari” come venivano allora chiamati, costituiva un plusvalore dell’immobile, ragion per cui andava applicata una tassazione più alta. Si può dire che non c’era abitazione che non avesse almeno una pianta di gelso e nel territorio di Montebello la sua diffusione era di parecchie centinaia di unità se non migliaia.
Nella rilevazione appena nominata, incuriosisce la descrizione di un immobile valutato 170 Ducati che si affacciava sulla piazza di Montebello. Oltre alla presenza di 9 piante di gelso, tra gli annessi retrostanti, includeva una sezonta per tirar la seda. La sezonta in questione era una costruzione muraria, una sorte di tettoia o piccolo capannone aperto e coperto di coppi. Sta di fatto che questo edificio era una vera e propria piccola filanda!
I suoi proprietari erano gli eredi di Dante (da) Martinengo, cognome derivato dall’omonimo paese lombardo da cui proveniva questa benestante famiglia. Non si sa se gli eredi citati portassero il cognome Martinengo, ma quel che è sicuro è che di lì a poco sparirono letteralmente da Montebello e che i successori furono probabilmente i ricchi Castellan con i quali si erano precedentemente imparentati con un matrimonio.
Questo lo si viene a sapere perché nel 1538, sette anni prima della redazione dell’ESTIMO, Jacoba figlia di Dante Martinengo (il padre in quell’anno era ancora vivo) dettò le sue ultime volontà nominando sua erede universale la zia Anna, moglie di Jeronimo Castellan o Castellani.
Da una ricerca fatta allo scopo di determinare l’esatta posizione dell’antica filanda, si suppone che questa si trovasse nel retro dell’attuale casa Dainese. Ciò è avvalorato dal fatto che i Dainese, nei ricordi tramandati dai loro avi, affermano che agli inizi dell’Ottocento una sezonta presente poco lontano dall’abitazione era stata ristrutturata e che precedentemente questo sito aveva ospitato alcuni “fornelli” per lavorare i bachi da seta.
Che a Montebello si lavorasse artigianalmente la seta è dimostrato da parecchi documenti. Una stima di beni del 4 giugno 1571, redatta dall’estimatore Collaltino de’ Collalti per elencare quanto portato in dote da Gaspara figlia di Jeronimo Miolato, spicca un telaio per tessere lana e seta ossia: … un telaio ligneo ferrato ai capi con “bosemarola” (bozzima, liquido per impregnare i tessuti – n.d.r.), tre pettini a tela (due a due fili e uno a un filo) per seta, due casse per telaio, tre quarte di “gallette” da semina (per produrre i bachi da seta – n.d.r.), un travicello a telaio.
E non erano poche le famiglie che traevano sostentamento dall’allevamento del baco da seta e questo introito giungeva benedetto essendo forse il primo dell’anno. Nell’inventario del 1603 delle cose lasciate in eredità da Bernardino Braghetti, (anche lui aveva l’abitazione che dava sulla piazza), figurano 5 arelle per cavalieri (graticci per allevare i bachi da seta – n.d.r.) e questo è solo uno dei tanti allevatori di “cavalieri” così venivano curiosamene chiamati i preziosi animaletti.
Ma quanto valeva la seta? Nel 1630 in una cessione di questo bene tra un componente e l’altro della famiglia Gaboardo, residente nella contrà di Vigazzolo: libbre 3 e un quarto e mezzo passarono di mano in ragione di Troni o Lire 15 la libbra. Una discreta cifra che un operaio avrebbe guadagnato dopo oltre un mese e mezzo di lavoro dipendente.
L’allevamento dei bachi da seta non era né facile né privo di difficoltà. Tutto cominciava nel giorno di San Giorgio, il 23 aprile, nel quale in alcune località del vicentino dove esisteva qualche edificio sacro dedicato al santo, si benedivano i semi dei futuri bachi. Questi, dopo circa una settimana d’incubazione al caldo, se tutto andava bene, si schiudevano e bisognava iniziare la loro alimentazione mediante le foglie di gelso. Il tutto con due o tre somministrazioni giornaliere di foglie sminuzzate, operazione ripetuta per circa quindici giorni, passati i quali, incominciavano a formarsi sulle apposite fascine di legna i bozzoli. Da questi si ricavava poi la seta attraverso una complessa lavorazione da sempre attuata dalle esperte mani femminili.
Quando “la foglia” scarseggiava, perché i gelsi a disposizione erano insufficienti, o una inaspettata e tardiva gelata ne aveva bruciato i germogli, agli allevatori non restava altro che acquistarla o … rubarla come fece Bortolamio detto “Neno” Marchioro che nel 1603 spogliò proditoriamente i morari di proprietà della summenzionata famiglia Castellan, beccandosi così una denuncia.
Assieme a tanti altri prodotti agricoli, le foglie di gelso figuravano nel “Listino dei Prezzi” del 1666 e un sacco pari a litri 108 valeva 1 Trono e 4 Soldi, più o meno come un paio di bei polli o una libbra di zucchero, bene quest’ultimo allora molto costoso. E lo sfruttamento dei gelsi durò ancora centinaia di anni.
Nel secolo scorso l’abbattimento non rifuso di 23 piante di gelso, 17 delle quali crescevano nella scarpata del Viale della Stazione, diede vita a un ventennale contenzioso tra i proprietari, i fratelli Bortolo e Giacomo Castegnaro, e le Tramvie Vicentine. Quelle piante divelte durante la Prima Guerra Mondiale dall’Esercito Italiano (che negò ogni responsabilità), in base al vecchio progetto della costruenda tramvia Montecchio-Montebello-Lonigo avrebbero dovuto essere pagate ai proprietari dalle 10 alle 40 lire ciascuna a seconda del loro diametro. Una bella cifra (puoi leggere questa storia nel libro “Il treno dei desideri“).
I bachi da seta furono presenti nelle famiglie fino a parecchi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e il loro allevamento venne meno con l’industrializzazione degli anni sessanta.
In località Gualda, a ricordo di questa antica attività, sono rimasti alcuni lunghissimi filari di enormi gelsi secolari che, noncuranti dei confini, spaziano, come una verde cerniera, a cavallo tra i territori comunali di Montecchio Maggiore e Montebello.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Particolare di una veduta aerea di Montebello Vicentino nel 1955. Si possono notare le lunghe file di gelsi lungo i fossati e nei campi (IGM – Istituto Geografico Militare).

Umberto Ravagnani

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