[484] MEDAGLIA D’ARGENTO
Un artigliere nella tempesta del Carso

A prima vista è solo un foglio d’archivio. Una scheda militare, con numeri, date, annotazioni stringate. Il ruolo matricolare di Golli Giovanni Battista non concede spazio alle emozioni. Riporta due numeri, 38194 di prima categoria e 36609 bis. Indica i nomi dei genitori, Giuseppe e Righetto Santa. Segna un luogo, Montebello Vicentino. Una data di nascita: 5 aprile 1890. Eppure, dietro quella scrittura ordinata, si apre una vicenda che attraversa uno dei periodi più drammatici della storia italiana. Montebello Vicentino, all’inizio del Novecento, è un paese agricolo. Campi, cortili, strade bianche. La vita si misura con il lavoro quotidiano, con stagioni che tornano sempre uguali. Nel 1913 Giovanni Battista risulta residente lì. Ha poco più di vent’anni. È cresciuto in un’Italia giovane, ancora impegnata a consolidare la propria identità. La guerra europea è iniziata nel 1914, ma per molti resta una notizia lontana, letta sui giornali.
Il 16 maggio 1915 tutto cambia. Giovanni Battista viene richiamato alle armi. Mancano pochi giorni all’ingresso ufficiale dell’Italia nel conflitto. Il 24 maggio 1915, mentre il Paese dichiara guerra all’Austria-Ungheria, lui si trova già a Treviso, nel Centro Artiglieria a Cavallo, assegnato alla 50ª Colonna munizioni. È l’inizio di un percorso che lo porterà lontano dalle campagne venete, dentro la guerra vera.
Le colonne munizioni hanno un compito preciso: rifornire le batterie in linea. Senza di loro, i cannoni restano inutili. Significa muoversi lungo strade battute dall’artiglieria nemica, trainando casse di proiettili, spesso sotto il tiro avversario. L’artiglieria a cavallo è pensata per essere rapida, capace di seguire i movimenti del fronte. Cavalli nervosi, ruote che scricchiolano, ordini gridati sopra il fragore delle esplosioni. È un servizio meno celebrato rispetto agli assalti, ma decisivo.
Il 6 gennaio 1917 Giovanni Battista passa al 1° Gruppo Batterie a Cavallo. Nel frattempo il fronte dell’Isonzo è diventato il simbolo della guerra italiana. Nove battaglie si sono già consumate lungo quel fiume. Il Carso, con le sue rocce taglienti e la terra arida, è stato scavato, distrutto, ricoperto di reticolati. Ogni offensiva promette uno sfondamento che non arriva mai davvero.
Nel maggio 1917 si apre la decima battaglia dell’Isonzo, dal 12 maggio al 5 giugno. La 3ª Armata tenta ancora di rompere le linee austro-ungariche sul fronte carsico, in direzione di Trieste. Uno dei settori chiave è Boscomalo, oggi Hudi Log, in territorio sloveno. Un saliente strategico, fatto di alture modeste ma importanti per il controllo della zona. Dopo aver superato la linea di Flondar, le truppe italiane conquistano posizioni a Boscomalo e avanzano verso Medeazza. Ma la resistenza è accanita, ogni passo è pagato con perdite pesanti.
Il 25 maggio 1917 Giovanni Battista è in quel settore. I combattimenti sono intensi. L’artiglieria colpisce senza sosta, le mitragliatrici rendono pericoloso ogni movimento allo scoperto. In quel contesto lui sta svolgendo un incarico essenziale: consegnare un ordine. In guerra, un messaggio può cambiare il corso di un’azione. Non è un gesto spettacolare, ma è cruciale.
Mentre si muove sotto un violento fuoco di artiglieria e mitragliatrici, una granata esplode vicino a lui. L’urto lo investe in pieno. È ferito gravemente in più parti. Il piede destro è quasi completamente asportato. La scena è quella tipica del Carso in quei giorni: fumo, terra sconvolta, uomini che cercano riparo tra i crateri.
La motivazione della Medaglia d’Argento al Valore Militare descrive ciò che accade dopo. Giovanni Battista non si arrende alla ferita. Si trascina carponi per qualche centinaio di metri. Non pochi passi, ma una distanza lunga, su terreno irregolare, sotto il pericolo costante di altri colpi. È un gesto di determinazione pura. Il dolore deve essere feroce, ma non lo ferma.
A un certo punto incontra un soldato. Si fa sollevare e trasportare a spalla fino al comando a cui era diretto. E quando finalmente arriva, la sua prima preoccupazione è consegnare il piego che porta con sé. Non chiede di essere medicato immediatamente. Prima compie il proprio dovere, poi pensa a sé. È questo atto di “eroica abnegazione”, come recita il documento, che gli vale la decorazione.
Viene fregiato di Medaglia d’Argento al Valore Militare dal Comandante della 3ª Armata. Riceve anche una Medaglia d’Argento per condotta distinta da Sua Altezza Reale il Duca di Connaught and Strathearn, Maresciallo di Campo dell’Esercito Inglese. A queste si aggiunge la Croce di Guerra al Merito. Sono riconoscimenti ufficiali, ma non cancellano le conseguenze della ferita.
Boscomalo resta uno dei tanti tentativi di sfondamento della 3ª Armata. Nonostante la conquista del saliente e l’avanzata verso Flondar e le pendici dell’Hermada, la decima battaglia dell’Isonzo non produce la rottura decisiva del fronte. Si conclude con guadagni territoriali limitati, a fronte di enormi sacrifici. Le alture carsiche si rivelano ancora una volta teatro di scontri sanguinosi per porzioni di terreno ridotte ma strategiche.
Il 26 maggio 1917 Giovanni Battista viene ricoverato nell’Ospedaletto da Campo n. 214, struttura da duecento posti letto assegnata alla 3ª Armata. Qui arrivano i feriti provenienti dal fronte immediato. Si interviene rapidamente, si stabilizzano le condizioni, si organizzano i trasferimenti nelle retrovie.
Il 28 maggio viene assegnato al Deposito Artiglieria a Cavallo di Milano perché ricoverato in luogo di cura. Inizia così un lungo percorso ospedaliero. Il 23 agosto 1917 è all’Ospedale Cialdini di Reggio Emilia. Il 1° settembre passa all’Ospedale Militare Principale di Pesaro. Il 6 febbraio 1918 viene ricoverato all’Ospedale Rizzoli di Bologna, centro specializzato in chirurgia ortopedica. Infine, il 18 maggio 1918 entra nella Casa Rieducazionale di Bologna.
La ferita al piede destro richiede un’amputazione al terzo medio della gamba. Inoltre presenta una cicatrice estesa e aderente alla coscia e al ginocchio sinistro, lesione secondaria dell’esplosione. Il suo corpo è segnato in modo permanente. La Casa Rieducazionale rappresenta il tentativo di accompagnare i mutilati verso una nuova autonomia. Si lavora sulla riabilitazione, sull’adattamento a una protesi, sul recupero di una quotidianità possibile.
Il 30 giugno 1918 gli viene concessa una licenza straordinaria con gli assegni previsti dalla normativa, su decisione del Direttore dell’Ospedale Militare di Bologna. La motivazione è esplicita: mancanza dell’arto inferiore destro amputato al terzo medio della gamba e cicatrice estesa aderente alla coscia e al ginocchio sinistro. La formula è burocratica, ma descrive una realtà definitiva.
Il 16 settembre 1918 arriva il congedo assoluto. Per Giovanni Battista la guerra termina così, poche settimane prima della fine ufficiale delle ostilità sul fronte italiano. Rientra a Montebello Vicentino come decorato al valore, ma anche come mutilato di guerra. Le medaglie attestano il coraggio dimostrato a Boscomalo. L’assenza della gamba racconta il prezzo pagato.
Nel 1917 l’Ospedale da Campo n. 214, come altre strutture sanitarie della 3ª Armata, gestisce centinaia di feriti in un anno che culminerà, pochi mesi dopo, con la ritirata di Caporetto. Il sistema sanitario militare è sottoposto a una pressione enorme. Giovanni Battista è uno dei tanti soldati transitati in quelle corsie, ma il suo gesto del 25 maggio rimane inciso nei documenti.
Il ruolo matricolare non riporta pensieri, né paure. Non racconta il momento in cui la granata esplode, né il silenzio che può seguire un’esplosione. Non descrive lo sforzo di trascinarsi sul terreno del Carso. Eppure, leggendo quelle righe, si intuisce il passaggio da giovane artigliere a uomo segnato per sempre dalla guerra.
Boscomalo non è soltanto un nome geografico. È il punto in cui la sua esistenza cambia direzione. In mezzo al caos della battaglia, sceglie di portare a termine la missione affidata. Quel gesto, compiuto sotto il fuoco nemico e con una ferita devastante, diventa il centro della sua storia.
Quando torna a casa, Montebello Vicentino non è più lo stesso luogo di prima. E neppure lui è lo stesso uomo che era partito nel maggio 1915. Porta con sé medaglie, cicatrici e una memoria che non compare nei registri ufficiali. Ma tra le righe di quel documento rimane traccia di una scelta precisa: andare avanti, anche quando tutto spinge a fermarsi.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA:
– O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
FOTO: “Soldati diretti a Boscomalo (oggi Hudi Log)”. (Cartolina postale del 1917).
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