[512] LA PALA DI SANT’ANTONIO
Una tela del 1745 e la storia della sua riscoperta

Ci sono opere d’arte che continuano a raccontare la propria storia anche quando sembrano scomparse. È il caso della Pala di Sant’Antonio Abate della chiesa prepositurale di Montebello Vicentino, un dipinto che per anni rimase in un ripostiglio e che, dopo essere stato recuperato e restaurato, tornò a occupare un posto visibile all’interno della chiesa. Dal 1989, infatti, la tela è stata collocata sopra l’ingresso della sacrestia, dove ancora oggi può essere osservata.
La sua vicenda è interessante non soltanto per la storia locale, ma anche perché permette di avvicinarsi alla figura di Giorgio Anselmi, pittore veronese nato nel 1722 e morto nel 1797. Quando realizzò questa pala, nel 1745, l’artista aveva appena ventitré anni. Era dunque ancora molto giovane, ma aveva già intrapreso quella carriera che lo avrebbe portato a lavorare intensamente per chiese e palazzi, a Verona e in numerosi altri centri.
Il Dizionario biografico degli italiani lo ricorda come un artista “assai stimato ai suoi tempi”, sottolineandone l’attività straordinariamente intensa. La sua produzione, iniziata quando aveva ventidue anni, crebbe progressivamente e si estese sia agli edifici religiosi sia alle dimore private. Non sorprende quindi che oggi sia difficile ricostruire con assoluta completezza il catalogo delle sue opere.
Un episodio raccontato da Diego Zannandreis nelle Vite dei pittori veronesi, pubblicate postume nel 1891, aiuta a comprendere il problema. Quando raggiunse i cinquant’anni, Anselmi preparò personalmente un catalogo dei propri lavori. Era però un elenco incompleto. Lo stesso pittore riconobbe di aver lasciato fuori “molte altre” opere “fatte a fresco”, cioè eseguite direttamente sull’intonaco, e numerosi quadri dipinti a olio per nobili e altri committenti, sia a Verona sia in diversi paesi.
La Pala di Sant’Antonio Abate di Montebello Vicentino sembra appartenere proprio a questa parte meno documentata della sua produzione. La tela, infatti, non compariva nel catalogo compilato dall’artista e per molto tempo non fu al centro dell’attenzione. La sua presenza era tuttavia nota agli studiosi già nell’Ottocento.
Il primo riferimento risale a Gaetano Maccà. Nella sua Storia del territorio, pubblicata nel 1814, lo studioso indicò la pala dell’altare di Sant’Antonio Abate come opera di “Giorgio Anselmi Veronese”. Più tardi, nel 1886, Arturo Pomello ne parlò nella Storia di Lonigo. Descrivendo gli altari della chiesa precedente a quella attuale, ricordò quello dedicato a Sant’Antonio abate e attribuì il dipinto a un pittore indicato come “Zorzi Anselmo di Verona”. Pomello fornì anche una data precisa: il 1745.
Quell’anno trova un riscontro significativo nella documentazione della Curia Vescovile di Vicenza. Il 23 aprile 1744 venne infatti concessa alla chiesa di Montebello l’autorizzazione a demolire il vecchio altare ligneo dedicato a Sant’Antonio Abate e a sostituirlo con uno nuovo in marmo. La licenza ecclesiastica era necessaria perché la modifica di un altare richiedeva il consenso dell’autorità religiosa.
La sequenza degli avvenimenti appare quindi abbastanza chiara: nel 1744 si decise di rinnovare l’antico altare e si ottenne il permesso per sostituirlo; l’anno seguente, nel 1745, venne realizzata la nuova pala destinata a completare l’altare marmoreo. In questo modo il dipinto si inserisce in un preciso momento della storia della chiesa, legato al rinnovamento di uno degli spazi dedicati alla devozione dei fedeli.
La tela raffigura Sant’Antonio Abate accompagnato da altri due santi. Il santo principale occupa il centro della composizione. È seduto su una pedana di due gradini e appare come un uomo anziano, con una lunga barba bianca. Nella mano destra tiene un libro aperto. La sua veste è bianca, mentre un ampio mantello rosso crea un deciso contrasto cromatico e rende la figura immediatamente riconoscibile.
Accanto a lui si trova un altro santo, che può essere identificato con San Francesco di Paola grazie alla scritta “CHARITAS”, visibile nella parte bassa della composizione. La parola latina significa “carità” e costituisce l’elemento che permette di collegare la figura al santo. Il terzo personaggio, invece, non può essere identificato con sicurezza. Non presenta infatti un attributo specifico, cioè un oggetto o un segno che ne renda certa l’identità. È stata suggerita la possibilità che si tratti di San Pietro, ma si tratta di un’ipotesi che non può essere considerata definitiva.
La presenza di San Francesco di Paola trova una spiegazione nella storia religiosa di Montebello. Nella precedente chiesa prepositurale esisteva infatti un altare a lui dedicato. La sua comparsa nella nuova pala testimonia quindi una devozione che aveva già avuto un proprio spazio all’interno della chiesa.
Sant’Antonio, invece, è riconoscibile anche attraverso gli oggetti posti vicino ai suoi piedi. Sui gradini della pedana compaiono un campanello e il bastone da viandante, elementi tradizionalmente associati alla sua immagine. Antonio Abate è ricordato come eremita e come iniziatore del monachesimo. Nel corso dei secoli fu inoltre particolarmente venerato per le guarigioni che, secondo la tradizione, avrebbe compiuto durante un’epidemia. Da questo racconto deriva anche il nome di “fuoco di Sant’Antonio”, con cui venne indicata la malattia.
La scena costruita da Anselmi è tutt’altro che statica. Il volto di Sant’Antonio, visto di profilo, si rivolge verso il santo che gli sta vicino, mentre quest’ultimo indica con gesto solenne il cielo. Lo sguardo viene così condotto verso la parte superiore del dipinto, dove le nuvole si sviluppano fino a raggiungere la zona dietro la testa del santo.
Tra le nuvole compaiono due angioletti, raffigurati vicini e con un atteggiamento spontaneo. Altri piccoli angeli animano la composizione: due sono collocati presso il santo che occupa la parte centrale della scena, mentre un altro, visto di spalle, appare in primo piano davanti a San Francesco di Paola.
Anche lo sfondo contribuisce alla costruzione dell’immagine. Una grande colonna, poggiata su un alto piedistallo, emerge dietro le figure; accanto si intravedono rami e foglie di un albero. Un arco completa l’ambientazione e incornicia da lontano il volto incappucciato di San Francesco.
La tela, di forma centinata, cioè con la parte superiore curva, misura 237 per 129 centimetri. L’organizzazione delle figure segue un andamento dinamico, quasi a zigzag, che accompagna lo sguardo attraverso la scena. La qualità del dipinto emerge dalla fluidità del disegno e dall’uso articolato dei colori. Il contrasto tra il bianco della veste di Sant’Antonio e il rosso del mantello è uno degli elementi che maggiormente valorizzano la figura principale.
Il dato forse più sorprendente è che Anselmi realizzò questa pala quando aveva appena ventitré anni. Si tratta quindi di una delle sue opere giovanili e offre una testimonianza importante della fase iniziale della sua attività. Il dipinto mostra già una certa sicurezza nella disposizione delle figure e nella costruzione della scena, elementi che permettono di collegarlo alla produzione successiva del pittore.
Il confronto con altre opere conosciute rafforza questa lettura. Federico Dal Forno, nella pubblicazione dedicata ad Anselmi come pittore frescante del Settecento, documenta diversi suoi lavori eseguiti nel Vicentino e nei territori vicini. Tra questi figurano quelli del palazzo Valmarana-Salvi di Vicenza, del 1752, del palazzo Sturm di Bassano, del 1764, dell’ex parrocchiale di Sant’Eusebio, del 1767, e della chiesa di San Giovanni Battista a Montebello Vicentino, realizzati tra il 1765 e il 1770.
Il legame tra Anselmi e Montebello sembra quindi essersi consolidato nel tempo. È plausibile che il buon esito della Pala di Sant’Antonio Abate abbia contribuito a favorire una nuova commissione. Nella chiesa di San Giovanni Battista l’artista realizzò infatti un affresco raffigurante la gloria del santo titolare, un’opera considerata tra le sue “più felici”.
La storia della pala non termina però con la sua realizzazione nel 1745. Dopo un lungo periodo in cui rimase in un ripostiglio, il dipinto venne recuperato per iniziativa del prevosto don Antonio Mozzo, con il contributo della Cassa di Risparmio di Vicenza. Nel 1989 Raffaello Peotta* ne curò il restauro. Una volta concluso l’intervento, la tela fu collocata sopra l’ingresso della sacrestia, tornando così a essere parte visibile dell’ambiente della chiesa.
Da un ripostiglio a una posizione nuovamente visibile: il percorso della Pala di Sant’Antonio Abate è anche una piccola storia di riscoperta. Un’opera realizzata da un pittore giovanissimo, ricordata dalle fonti ottocentesche ma rimasta a lungo poco accessibile, è stata recuperata e restituita alla comunità.
Oggi la pala permette quindi di leggere insieme diversi frammenti di storia: il rinnovamento dell’altare nel 1744, la commissione del dipinto nel 1745, la presenza delle devozioni legate a Sant’Antonio e San Francesco di Paola, gli inizi della carriera di Giorgio Anselmi e, infine, il recupero dell’opera nel Novecento. È una vicenda che dimostra come anche una singola tela possa conservare la memoria di una comunità, delle sue scelte e delle persone che, nel corso dei secoli, hanno contribuito a darle forma.
Umberto Ravagnani
FOTO: Pala di Sant’Antonio Abate con San Francesco e San Pietro (?), opera di Giorgio Anselmi, custodita nella Chiesa Prepositurale di Montebello Vicentino (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
NOTA: Raffaello Peotta, noto disegnatore, pittore e restauratore d’opere d’arte vicentino, originario di Grancona (Val Liona).
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