CURIOSITÀ MONTEBELLANE

[266] CURIOSITÀ ANAGRAFICHE MONTEBELLANE
NON SI PUO’ RESTARE SOLI …

Forse chi ha i capelli bianchi ricorda, con nostalgia, che il titolo in oggetto faceva parte del ritornello di una canzonetta, credo di Adriano Celentano, di più di cinquant’anni fa, ripreso poi nel 1997 da anche Luciano Ligabue nel suo brano “Certe Notti”. Comunque la frase in questione deve essere stata più volte proferita anche dalla montebellana Lucia figlia di Michele Roncà, verso la metà del ‘500, dopo che rimase vedova per la terza volta. Un vecchio adagio dice che non c’è due senza tre… ma qui non ci fu tre senza quattro! E questi quattro riti si celebrarono nel breve arco temporale di una decina di anni o poco più. Altre volte ho trovato casi di donne maritatesi tre volte, ma quattro mai! La nostra Lucia, giovane di buonissima ed agiata famiglia, al primo suo matrimonio sposò Donato Garofolo figlio di Antonello, la cui famiglia verso il 1550 era arrivata a Montebello da Brojanigo, frazione di Monteforte, alle dipendenze del marchese Malaspina. Purtroppo Donato Garofolo morì in una rissa nel 1554 e alla giovane vedova non restò altro che cercarsi un altro marito. Lo trovò in Francesco figlio di Gio.Maria del fu Lazzaro Braghetti, anche lui membro di un casato di discrete possibilità economiche. Ben presto Francesco si spense assai giovane a differenza del fratello Battista che nel 1591 era ancora vivente.
Il matrimonio tra Francesco e Lucia durò quindi solo pochi anni e l’8 dicembre 1559, la vedova prese come nuovo marito Giuseppecalligario” (calzolaio – n.d.r.) figlio di Bartolomeo Dugati di Roncà. L’unione durò pochissimo, appena un mese!
Circa due anni dopo, il 12 luglio 1562, Lucia mise fine alla sua vedovanza unendosi in matrimonio con Bartolomeo Crocco di Valdagno, uno dei tanti che in passato si spostarono a Montebello dall’alta valle dell’Agno come i componenti delle famiglie Zanuso e Menti.
È giusto ricordare che, per non essere da meno di una donna, sempre nel ‘500, anche un montebellano emulò Lucia Roncà eguagliando il record di quattro matrimoni. Questo si verificò praticamente nello stesso periodo, ossia verso l’inizio della seconda metà di quel secolo.
“Recordman” Jacobo Castellan del fu Jeronimo che il 24 agosto e 1579 dettò le sue ultime volontà pochi giorni prima che la morte lo raggiungesse. Sconosciuto allo scrivente, il nome della prima moglie, mentre si sa che la seconda si chiamava Claudia. Al terzo matrimonio prese in moglie Diana de’ Vicinis, figlia dell’Egregio Uomo Antonio, cittadino di Vicenza. Diana fece testamento quattro anni prima del marito Jacobo, presagendo di essere vicina alla morte che sicuramente la colse di lì a poco tempo. Questo lo si capisce dal momento che Jacobo Castellan, nelle sue ultime volontà del 1579, nominò la moglie Innocenza tra gli eredi testamentari e pertanto è chiaro che costei era la quarta consorte, essendo Diana passata a miglior vita.
Anche il cugino Gio.Antonio del fu Bernardino Castellan si ammogliò tre volte prima di ricorrere all’ausilio del notaio, sentendosi prossimo alla dipartita per l’aldilà. In prime nozze prese in sposa Corona, dalla quale ebbe un figlio: Battista. In seguito, rimasto vedovo, si risposò con Angela del fu Bartolomeo Passarin da Gambellara, che gli diede pure lei un figlio, Giorgio che in età adulta si fece frate.
Gli doveva piacere molto il nome Angela se, alla fatale scomparsa di costei, prese in moglie una donna con il medesimo nome.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Se oggi il matrimonio rappresenta un evento inerente la sfera personale e privata di due persone che decidono di pronunciare il fatidico sì attraverso una cerimonia civile o religiosa ben codificata in tutti suoi aspetti, non lo era certamente nel XV-XVI sec. La parola “sposi” deriva dal latino “spondeo”, ossia prometto, voce del verbo promettere. In età moderna gli sposi sono, dunque, coloro che si sono “promessi”, ossia quelli che oggi chiamiamo “fidanzati”.
Il matrimonio, prima che la Chiesa lo regolasse e gli riconoscesse un valore sacramentale, era un evento sociale basato su un processo che prevedeva fasi distinte.

  • Le famiglie o “i due interessati” prendevano accordi (i motivi potevano essere diversi da quelli prettamente sentimentali) e se non c’erano impedimenti si giungeva alla promessa di matrimonio.
  • Scambio dei consensi: i due dichiaravano di prendersi come marito e moglie scambiandosi un anello. Ciò poteva avvenire o di fronte ad una chiesa o al suo interno o a casa della sposa o davanti ad un notaio. Alcune testimonianze riportano di promesse scambiate nei campi, se non addirittura nelle birrerie.
  • Seguiva le nozze, ossia festeggiamenti segnati dal passaggio della sposa nella nuova sede di residenza.
  • Prima o dopo le nozze, ma non obbligatoriamente, la coppia era benedetta da un prete.

(Da “Il Blog di MORENA FEDERICI” https://morenafederici.wordpress.com)

Umberto Ravagnani

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