[478] GIUSEPPE PASETTI
Un testamento che racconta una vita

Il 6 novembre 1889 Giuseppe Pasetti prende carta e penna e compie un gesto che, per un uomo del suo tempo, ha un significato profondo: mette per iscritto la propria ultima volontà.⁕ Non lo fa con toni drammatici né con formule solenni superflue. Il suo testamento olografo, scritto interamente di suo pugno, è un testo ordinato, ragionato, costruito come un bilancio morale oltre che patrimoniale. In ogni riga emerge l’abitudine a decidere, amministrare, prevedere. È il documento di un uomo che sente di aver concluso un percorso e desidera che ciò che lascia continui a funzionare senza scosse.
L’apertura del testamento non riguarda i beni, ma la famiglia. Pasetti chiarisce subito di aver adempiuto ai suoi doveri di padre: “Ora ch’ebbi il conforto di collocare bene a marito entrambe le mie figlie Amalia e Giulia”. In questa frase si concentra un intero sistema di valori ottocenteschi. Il matrimonio delle figlie non è solo una questione affettiva, ma una responsabilità sociale ed economica. A questo si aggiunge l’aver provveduto al loro “decoroso mantenimento”, espressione che indica uno stile di vita adeguato al rango e alla reputazione familiare. Solo dopo aver chiarito questo punto, Pasetti si sente legittimato a guardare oltre la propria vita.
Il passo successivo è netto: egli dichiara che è suo “ultimo dovere” provvedere anche per il tempo che seguirà la sua morte. Annulla ogni precedente disposizione e stabilisce nuove regole, precise e vincolanti. Al centro di questo sistema colloca la figlia maggiore, Amalia, che viene nominata “erede residuaria della mia sostanza”. L’espressione indica che sarà lei a ricevere ciò che resterà del patrimonio dopo l’esecuzione di legati e obblighi. Ma la scelta non è solo economica. Amalia dovrà anche dare esecuzione alle volontà paterne, evitando qualunque contrasto. È un incarico che richiede equilibrio, fermezza e senso di responsabilità, qualità che il padre evidentemente riconosce in lei.
Tra le prime disposizioni particolari compare la nipote Maria Teresa, figlia di Giulia. A lei vengono destinati cinquemila lire, con una clausola molto chiara: il denaro dovrà essere investito entro un anno presso una Cassa di Risparmio. Le casse di risparmio, diffuse nell’Ottocento, erano istituti pensati per garantire sicurezza e rendimento moderato, adatti a chi voleva proteggere un capitale senza rischi. Gli interessi dovranno capitalizzarsi, cioè sommarsi al capitale iniziale, e il certificato verrà consegnato alla giovane solo in un momento chiave della sua vita. Pasetti specifica infatti che ciò avverrà “il giorno del suo matrimonio, o compiuti che abbia i 21 anni d’età”. È una tutela che guarda lontano, costruita con attenzione.
Il testamento dedica poi spazio a coloro che hanno lavorato per la famiglia. L’agente Gaetano e la cameriera Erminia ricevono una gratificazione in denaro, purché siano ancora alle sue dipendenze al momento della morte. Anche i domestici con almeno dieci anni di servizio vengono ricordati singolarmente. Ma un passaggio spicca per il tono personale. Pasetti si rivolge al suo servitore di Montebello, Luigi, ringraziandolo apertamente: “uomo onesto e fedelissimo, dei servigi che mi ha resi”. Non solo: esprime il desiderio che continui a servire la moglie e le figlie, e chiede che gli venga donato un ricordo personale come segno di gratitudine. In un documento spesso dominato da cifre e clausole, questo passaggio introduce una nota di sincera umanità.
Il legame con la dimensione pubblica emerge con forza quando Pasetti si rivolge alla città di Vicenza. La definisce “patria mia carissima”, espressione che va oltre il semplice riferimento geografico. Vicenza è il luogo in cui ha costruito la propria identità civile. Elenca con precisione gli incarichi ricoperti: assessore municipale, direttore degli orfanotrofi, procuratore della Congregazione di Carità, deputato provinciale, centrale e parlamentare. Questi ruoli raccontano una lunga carriera al servizio delle istituzioni, tipica della borghesia impegnata dell’Italia postunitaria, in cui l’amministrazione locale e l’impegno sociale erano spesso intrecciati.
A Vicenza Pasetti lega anche una parte significativa del proprio patrimonio culturale. Avendo diretto per alcuni anni il Patrio Museo, istituzione nata per raccogliere e valorizzare opere d’arte e testimonianze storiche locali, decide di donare tre dipinti. La donazione avverrà dopo la morte della moglie, a tutela del suo diritto di continuare a goderne. Le opere sono indicate con cura: una “Madonna col Bambino”, ritenuta di Bartolomeo Montagna, pittore rinascimentale attivo tra Vicenza e Venezia; una “Contadina con gallo in grembo” di Alessandro Varotari, detto il Padovanino, pittore noto per le sue scene di genere; e una “Fuga in Egitto”, descritta come “piccolo prezioso quadretto di celebre autore ignoto”. La scelta di donare queste opere al museo cittadino mostra la volontà di trasformare un possesso privato in bene collettivo.
La stessa attenzione ritorna nelle disposizioni benefiche. All’Istituto della Misericordia di Vicenza, che aveva riorganizzato e presieduto per vari anni, Pasetti lascia quattromila lire. Alla Congregazione di Carità di Montebello, che egli stesso aveva istituito e amministrato per dodici anni, assegna invece una rendita annua di duecento lire. Questa somma dovrà essere distribuita nel giorno anniversario della sua morte in elemosine destinate ai poveri del paese. L’elemosina, cioè l’aiuto diretto ai bisognosi, deve essere concreta: non meno di cinque lire a persona. In mancanza della moglie o delle figlie, il compito passerà al prevosto locale, il parroco, a garanzia della continuità. È una carità organizzata, regolata, pensata per durare nel tempo.
Una parte ampia e dettagliata del testamento riguarda la moglie. Pasetti distingue con estrema precisione tra beni dotali ed extradotali. I beni dotali sono quelli che la moglie aveva portato in matrimonio; quelli extradotali sono beni di sua proprietà acquisiti successivamente. L’erede dovrà restituirli integralmente, attenendosi ai registri contabili che egli ha tenuto con cura. Pasetti parla di “un esatto resoconto tanto dei suoi capitali quanto delle rendite”, conservato in due libri, “Capitali” e “Rendite”. È una contabilità trasparente, pensata per evitare contestazioni e, soprattutto, per garantire che la moglie rimanga pienamente soddisfatta.
Non mancano le disposizioni relative a somme ricevute in deposito. Pasetti indica esplicitamente due creditori e ordina che i loro piccoli crediti vengano saldati entro un anno, se ancora disponibili. Anche qui emerge una concezione rigorosa dell’onore: ciò che è stato ricevuto in custodia deve essere restituito senza esitazioni.
Quando passa a disporre delle proprietà, il testamento assume quasi il tono di una descrizione geografica. Alla moglie lascia l’usufrutto di tutte le mobilie, suppellettili, argenti, biancheria e oggetti presenti nelle case di famiglia, “senza nessuna eccezione”. Le concede inoltre l’usufrutto delle proprietà nei comuni di Montebello e Fara, dei livelli – cioè canoni fondiari percepiti – e della casa di Vicenza. L’usufrutto, in termini semplici, consente di usare e trarre beneficio da un bene senza diventarne proprietari: una soluzione frequente per garantire sicurezza al coniuge superstite.
Alle figlie assegna invece le campagne dell’Anconetta e le proprietà di Grumolo delle Abbadesse, ripartite in proporzione ai crediti dotali ancora da saldare. Le cifre sono elevate e precise, segno di un patrimonio fondiario consistente, basato su terreni agricoli e immobili, tipico della ricchezza veneta dell’epoca.
Dopo la morte della moglie, la divisione definitiva dei beni viene stabilita senza ambiguità. Pasetti scrive che “passerà in piena proprietà di mia figlia Amalia lo stabile di Montebello con tutte le sue adiacenze”, mentre a Giulia spetteranno la campagna di Fara, quindici campi presso il Cimitero, due case d’affitto in Borgolecco e la casa di Vicenza. Ogni bene è nominato e collocato con precisione, come se l’autore volesse evitare qualsiasi incertezza futura.
Le ultime disposizioni riguardano la propria morte. Le spese funerarie dovranno essere contenute e i funerali svolgersi in forma privata e modesta, “secondo il costume della famiglia”. Il corpo sarà sepolto nella cella mortuaria di famiglia al Cimitero di Vicenza, dove già riposano i genitori. E c’è una richiesta semplice, quasi sussurrata: “Prego mia moglie di tenere anche per sé quel luogo di eterno riposo”. È un’immagine di continuità familiare che chiude il testamento con sobrietà e affetto.
Nel post scriptum, infine, Pasetti torna ai legami più ampi: generi, cugini, cognate, amici. A ciascuno chiede che venga donata una “piccola memoria”, scelta tra gli oggetti di casa, secondo il giudizio della moglie. Non grandi lasciti, ma oggetti carichi di ricordi, capaci di mantenere viva la sua presenza.
Letto oggi, questo testamento appare come molto più di un atto legale. È il ritratto di un uomo che ha vissuto intrecciando famiglia, città e istituzioni, e che ha voluto lasciare ordine, continuità e senso. Un documento che, pur scritto oltre un secolo fa, continua a parlare con chiarezza e misura.
Umberto Ravagnani
NOTA: ⁕ Giuseppe Pasetti nacque a Vicenza nel 1823 da Gaetano e Caterina Cabianca e si formò come giurista, una scelta che rifletteva il ruolo sociale della famiglia. Sposò la marchesa Bianca Villani, dalla quale ebbe due figlie: Amalia, nata nel 1854 a Vicenza, e Giulia, nata nel 1856 a Voltabarozzo, nel territorio padovano. Tra il 1856 e il 1857, divenuto proprietario dell’antico palazzo dei Sangiovanni a Montebello Vicentino (oggi conosciuto come villa Freschi), ne promosse l’ampliamento affidandosi all’architetto vicentino Antonio Caregaro-Negrin, con l’intento di renderlo più funzionale e decoroso. Dopo la morte del padre, avvenuta intorno al 1861, la famiglia utilizzò la dimora come residenza di villeggiatura. Qui si svolsero anche eventi significativi, come il matrimonio di Giulia con il conte fiorentino Giovanni Pelli-Fabbroni, accompagnato da una dote di 30.000 lire, cifra rilevante per l’epoca.
FONTE: TESTAMENTO OLOGRAFO DEL DOTT. COMM. PASETTI GIUSEPPE 6 novembre 1889 – Archivio di Stato di Vicenza: Notaio MAROTTI ANTONIO (senior) busta n° 13 (consultato da O. Gianesato).
FOTO: Palazzo Pasetti (oggi più nota come villa Freschi-Sparavieri (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
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