I DALLA GUARDA

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[480] I DALLA GUARDA
La lunga strada della divisione

Il testamento di Geronimo del fu Battista dalla Guarda, redatto a partire dal 9 febbraio 1595 e integrato con successive disposizioni fino al 6 gennaio 1597, è un documento eccezionale per ampiezza e contenuto. Si tratta di un atto lungo e articolato, oltre venticinque pagine, rogato dal notaio Camillo Chiarello, che segue passo dopo passo la sorte di un patrimonio familiare complesso. Geronimo, abitante a Selva di Montebello, muore nel corso del 1596; già dal 7 ottobre dello stesso anno iniziano le operazioni di divisione tra i suoi numerosi figli maschi: Nicolò, Iseppo, Antonio, Battista e Cesare. Tra i testimoni compare anche il reverendo Sebastiano Caberletto, rettore della chiesa di San Nicolò di Agugliana. Il testamento non è solo un atto giuridico, ma una rara finestra sulla vita materiale, familiare e sociale di una comunità rurale di fine Cinquecento.
Quando nel 1596 morì Geronimo Dalla Guarda, la sua scomparsa non lasciò soltanto un vuoto affettivo, ma aprì una fase lunga e complessa di sistemazione familiare. In una società contadina come quella della terraferma veneta di fine Cinquecento, la morte del capofamiglia non segnava solo la fine di una vita, ma l’inizio di un delicato processo di ridefinizione degli equilibri. Case, campi, animali, debiti, diritti e doveri dovevano essere separati con attenzione, perché da quella divisione dipendeva il futuro dei figli.
I cinque fratelli Dalla Guarda – Nicolò, Iseppo, Antonio, Battista e Cesare – si riunirono nella casa paterna in Contrà della Guarda, una piccola località rurale nelle pertinenze di Montebello. La documentazione ci dice che la divisione non avvenne in un solo giorno: iniziò l’8 ottobre 1596, ebbe un momento formale il 27 ottobre, e si concluse solo il 6 gennaio 1597. Questo lungo arco di tempo rivela quanto fosse complesso separare un patrimonio costruito nel corso di una vita.
Il testo notarile si apre con una formula solenne, tipica dell’epoca: « Nel nome di Cristo amen ». Non era un semplice richiamo religioso, ma una garanzia morale e giuridica. Tutto ciò che seguiva veniva posto sotto una sorta di tutela superiore, a conferma che la divisione non era solo un affare privato, ma un atto con conseguenze pubbliche e legali.
Il primo passo fu l’inventario e la stima dei beni. Questo compito spettava al notaio e agli stimatori, scelti dalle parti, che avevano il dovere di descrivere ogni cosa con precisione. Nulla doveva essere lasciato all’interpretazione. Le descrizioni partono dagli edifici, che erano il centro materiale della vita familiare.
Le case dei Dalla Guarda non erano strutture compatte come le abitazioni moderne. Erano il risultato di aggiunte successive. Accanto alla casa principale c’erano le “tezze”, costruzioni agricole coperte, usate come fienili o ricoveri per attrezzi e animali. Alcune erano coperte di coppi, cioè tegole in terracotta, più costose e durevoli; altre di paglia, più economiche ma meno resistenti. I “cassi” indicano le campate, cioè le porzioni strutturali dell’edificio. Una tezza con due cassi di coppi e una parte in paglia veniva valutata 130 ducati, una cifra importante, anche perché comprendeva un piccolo prato retrostante.
La casa principale comprendeva una “cameretta terrena”, una stanza al piano terra, e un “solaro”, il piano superiore in legno, usato come deposito o spazio abitabile. Intorno si estendeva la “corte”, lo spazio aperto comune, indispensabile per la vita quotidiana: qui si passava con carri e animali, si svolgevano lavori agricoli, si depositavano materiali.
Subito dopo le costruzioni, il documento elenca le terre. Qui emerge con chiarezza il paesaggio agricolo del tempo. I campi sono descritti uno a uno, con indicazione dei confini, delle strade vicine e delle colture presenti. Si distinguono le terre “arative”, destinate alla semina, quelle “prative”, usate per il fieno, le terre “montive” sui pendii e quelle boschive.
Le superfici sono misurate in “campi” e “quartieri”, unità agrarie locali, e spesso si specifica che il valore è “a utile o a danno”, cioè dipendente dalla resa. Le viti sono spesso “piantà”, ovvero sostenute da alberi, secondo una tecnica diffusa nell’Italia settentrionale. Gli olivi sono preziosi per la produzione di olio, mentre i morari, cioè i gelsi, sono fondamentali per l’allevamento dei bachi da seta, un’attività integrativa molto diffusa.
Il valore delle terre varia molto. Un campo ben esposto, vicino a una strada comune e ricco di colture, può valere fino a 200 ducati. Un bosco, utile soprattutto per la legna, vale molto meno. Sommando tutte le proprietà immobiliari iniziali si arriva a 380 ducati. Ma questa cifra è solo apparente.
Infatti, molti beni sono gravati da affitti e canoni. Qui compaiono termini oggi poco noti. I “troni” e i “marchetti” sono monete di conto locali. La “baceda” è una misura di olio. Molti terreni sono tenuti “a livello”, cioè concessi da un proprietario superiore – spesso un nobile o un’istituzione religiosa – in cambio di un pagamento annuo in denaro o in natura. Sottraendo questi oneri, il valore netto dei beni diminuisce sensibilmente.
Una parte dell’eredità spetta anche a Zenobia, nipote dei fratelli. Anche se donna, ha diritto a una quota, che viene amministrata da commissari fino al matrimonio. I fratelli si impegnano formalmente a pagarle quanto dovuto e a riconoscerle un interesse annuo del 6% sulla sua parte: « promettono dare e pagare… a ragion de 6% ». È un dettaglio che mostra come anche in ambito rurale le questioni patrimoniali fossero regolate con grande precisione.
Dopo gli immobili, il documento passa ai beni mobili, offrendo uno spaccato vivido della vita quotidiana. Vengono elencati carri con tre ruote, carriole per la boaria, tini e botti per il vino, utensili da cantina e da cucina, tavoli, panche, casse. Ogni oggetto ha un valore preciso. Anche ciò che oggi potrebbe sembrare insignificante era considerato parte integrante della ricchezza familiare.
Compaiono oggetti legati alla produzione domestica, come una grande caldaia per la liscivia, usata per fare il bucato, e numerosi recipienti per il vino. Ci sono piatti di peltro, più pregiati della ceramica, e perfino archibugi, armi da fuoco utilizzate sia per la difesa sia per la caccia. Tutto è contato, misurato e valutato.
Il bestiame occupa un posto centrale. Buoi, manzi, vacche, porci, pecore, una cavalla. Un paio di buoi grandi vale quanto una casa modesta. Gli animali non rappresentano solo un capitale, ma anche la forza lavoro necessaria per coltivare i campi. Anche il fieno viene conteggiato in carri. Alla fine, il valore complessivo dei beni mobili supera i 1500 troni, una cifra che indica una famiglia ben inserita nel tessuto economico locale.
Ma l’eredità comprende anche i debiti. Seguono pagine fitte di obbligazioni: doti ancora da completare per le mogli defunte, prestiti ricevuti, pagamenti a artigiani, affitti arretrati, compensi al notaio, offerte a confraternite religiose. Tra queste compare la Fraglia del Corpus Domini di San Nicolò, una confraternita laica con funzioni religiose e assistenziali. Il totale dei debiti supera i 620 troni. È evidente che l’eredità non è solo un vantaggio, ma anche un carico da gestire.
La fase più delicata è la divisione concreta dei beni. Le case vengono spezzate in parti distinte, con attenzione maniacale ai confini. A Battista viene assegnata una casetta indipendente, coperta di paglia, con una piccola corte e un grande moraro. Ma l’assegnazione comporta obblighi: deve spostare l’uscio, creare un nuovo accesso, sistemare una strada. Gli viene concesso tempo fino a maggio per completare i lavori. La casetta viene stimata 36 ducati e, se risulterà di valore inferiore rispetto alle altre parti, Battista dovrà essere compensato in denaro.
Il resto della casa viene diviso in tre porzioni. Le parti vengono assegnate tramite sorteggio, usando i “bolettini”, piccoli biglietti estratti a caso. Ma la sorte non basta: le differenze di valore vengono corrette con pagamenti compensativi. È un continuo tentativo di bilanciare equità e praticità.
Le terre seguono criteri simili. Alcune assegnazioni servono a compensare le doti già portate in casa dalle mogli. Altre vengono suddivise in strisce, le “antanà”, per garantire a ciascun fratello una combinazione di terreni migliori e peggiori. Grande attenzione è riservata alle servitù: strade comuni, fossi, passaggi per carri e persone. Una fontana deve restare di uso condiviso: « debba esser come tra essi fratelli ».
Anche gli oliveti vengono divisi trasversalmente, in modo che ciascuno abbia piante in zone diverse. Nei prati della Caldiera si citano le muraglie di un antico molino, segno di un paesaggio agricolo stratificato, modellato da generazioni di lavoro. Gli alberi vengono sempre menzionati, perché ogni moraro, peraro o castagno ha un valore economico preciso.
Nel gennaio 1597 restano ancora beni complessi da spartire. Una casa viene divisa verticalmente: una parte dal solaro in giù, l’altra dal solaro in su. Chi prende la parte superiore può costruire scale e rinforzare il solaio con travi, chiamate “bordoni”. Chi prende la parte inferiore deve spostare un uscio e mantenere le strutture fino al solaro. Ogni obbligo di manutenzione è chiaramente stabilito. I campi e i boschi vengono divisi in due grandi porzioni longitudinali. Da una parte terreni arativi e vegri, dall’altra boschi di castagni e terre sassose. Anche qui, la scelta comporta l’assunzione di affitti e canoni.
Emergono infine piccoli squilibri. Iseppo, ad esempio, resta senza gelsi. Gli altri fratelli gli cedono due morari, ma con un vincolo preciso: alla morte di uno di essi non potrà piantarne altri. È una soluzione che garantisce un minimo di equità senza alterare l’assetto complessivo.
Il documento si chiude con rinunce reciproche e garanzie contro liti pendenti, in particolare per alcuni beni alle Bedine e al Salvego. Alcuni fratelli si assumono il rischio, altri rinunciano a ogni diritto. Tutto viene messo per iscritto, con formule solenni e firme.
Alla fine, ciò che resta non è solo un elenco di beni divisi, ma il ritratto di una famiglia che ha trasformato un patrimonio comune in cinque destini separati. Ogni campo, ogni casa, ogni albero segna un confine nuovo. La divisione dei beni di Geronimo Dalla Guarda è il racconto concreto di come, alla fine del Cinquecento, una vita potesse essere misurata, valutata e infine distribuita, senza mai perdere il legame profondo con la terra da cui era nata.
Umberto Ravagnani

FONTE: O.Gianesato, DIVISIONE TRA I FRATELLI FIGLI DEL FU GERONIMO dalla GUARDA di Selva di Montebello, “Montebello nella quotidianità del ‘500”, 2010. Documento originale: Notaio Camillo Chiarello – busta n° 8572 – ARCHIVIO di STATO di Vicenza.
FOTO: Panoramica di Agugliana di Montebello Vicentino (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

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