LA NOBILTÀ D’ANIMO

[304] LA NOBILTÀ D’ANIMO NON È PER TUTTI

In passato i rapporti tra i nobili proprietari terrieri e i loro fittavoli o dipendenti non sono stati sempre idilliaci. Spesso il fieno raccolto mal stagionato o la brusca (potatura delle viti – n.d.r.) non eseguita alla perfezione davano adito a lunghe controversie, anche legali, che portavano spesso alla perdita del lavoro o dell’affittanza. Di solito i grandi proprietari di campagne preferivano dare in locazione i loro beni dietro un congruo affitto e restarsene in città a goderne i proventi piuttosto che soggiornare a lungo a Montebello per controllare l’operato dei lavoratori della terra.
Nel novembre 1595, appena finita la stagione dei raccolti, Vincenzo del fu Filippo Brasco affittò tutte le sue possessioni in Montebello, a Giulio del fu Pietro Balestro di Rovegliana (in quel tempo Rovegliana era un libero comune non sottoposto a Recoaro – n.d.r.) per 5 anni per il prezzo di 500 Ducati annui da pagarsi in due rate: una a san Martino (11 Novembre) e l’altra a san Cristoforo (18 luglio).
Il contratto prevedeva il possesso della casa dominicale con tezza, orto, corte, brolo, con una casetta e sedime contigui a detta dimora, che un tempo era stata di messer Battista dell’Oste (forse Battista del fu Battista oste), in contrà del Borgo, cioè di sotto del ponte dell’Aldegà (Chiampo), con tutte le sue comodità.
Abitando solitamente in Vicenza il conte Brasco si riservò per suo uso, da poter stanziar quando sarà in Montebello, la camera in solaro sopra la strada. Il rapporto di affittanza durò meno di due anni. Nel settembre 1597 Giulio Balestro rimase ferito, non si sa se accidentalmente o per colpa di terze persone, e morì di lì a poco tempo. L’onesto fittavolo, prima di morire aveva onorato la regolarmente la rata di luglio di 250 Ducati e, come si vedrà in seguito, aveva messo da parte un buon gruzzolo per pagare il saldo di novembre.
Quando fu informato della morte di Giulio Balestro, il conte si precipitò a Montebello nella casa dominicale del defunto, accompagnato dal Degano locale, Marc’Antonio detto “Malanchin” Valentini per effettuare il sequestro conservativo dei beni e soprattutto dei denari della seconda rata di affitto.
Alla presenza anche di Stefano Balestro, cugino del defunto, furono inventariate tutte le cose presenti nella fattoria e tra queste :

 8 busi de ave (arnie per le api)
3 porcelletti
1 fassinaro di legna
 4 bovi
2 vacche
1 puledro

Furono contati i denari consistenti in monete di vario genere e consegnati a Vincenzo Brasco:

 27 Zecchini
4 Doppie
2 Ungari
6 Scudi d’argento
30 Troni (moneda bianca)
 4 sacchetti contenenti 31 Lire ciascuno

Il controvalore approssimativo delle monete era di Lire/ Troni 1000, circa due terzi dei 250 Ducati (ossia Troni/Lire 1550) della seconda rata di affitto con scadenza 11 novembre. (C’erano poi ancora da valutare il bestiame e quant’altro di valore). Questo sta a dimostrare l’onestà e la previdenza di Giulio Balestro che con l’approssimarsi della scadenza autunnale aveva poco a poco messo da parte una quota consistente per far fronte ai suoi impegni con il conte Brasco. Ma il nobile non si fece scrupolo di pensare che sequestrando quei denari e quei beni aveva tolto a quella comunità anche una parte di liquidità che non gli spettava e indispensabile per soddisfare i bisogni primari della stessa. Sicuramente con la perdita del capofamiglia si apriva per i superstiti un periodo pieno di incertezze e ristrettezze economiche poiché avrebbero dovuto lasciare la fattoria.
Se nel racconto appena narrato appare una velata ed ingiusta diffidenza nei confronti del fittavolo da parte del nobile Brasco di ben altro tenore deve essere stato il rapporto del conte Antonio Sangiovanni coi suoi dipendenti.
Il 22 settembre 1691 il nobile Antonio Sangiovanni a 75 anni compiuti dettò le sue ultime volontà, presagendo che era vicino il momento di raggiungere la moglie Virginia defunta nel 1679.
Se in quel tempo fosse esistito “il Premio della Bontà” il conte Antonio sarebbe stato un valido candidato per meritarsi l’assegnazione poiché tra le persone ricordate nel suo testamento c’erano anche i suoi dipendenti:
“… che per amor di Dio siano dati ad uno dei poveri fabbri che lavorano loro nella bottega (dei Sangiovanni) per non poter esso comprar gli strumenti necessari per il suo mestiere, tutti gli istrumenti della loro fucina anco qualche materiale di rottura di ferramenta che dentro si potessero ritrovare. Così possa metter bottega e guadagnarsi da viver con la propria famiglia.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Villa Sangiovanni (poi Pasetti-Freschi-Sparavieri) all’inizio del secolo scorso (cartolina postale – Collezione Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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