[482] IL DAZIO MACINA
Quando il parroco diventava funzionario dello Stato

Ai tempi della Repubblica di Venezia era in vigore il Dazio della Macina, una tassa che riguardava la produzione della farina, ottenuta dalla lavorazione del grano e degli altri cereali. Il termine “macinato” indicava proprio questo processo, fondamentale per l’alimentazione quotidiana, perché dal grano si ricavava il pane. Venezia aveva scelto un criterio relativamente equo: l’imposta era calibrata in base alle possibilità economiche delle famiglie, cercando di tutelare i ceti più poveri.
Dopo la fine della Serenissima, le guerre napoleoniche e il dominio austriaco, l’Italia arrivò all’Unità in condizioni economiche difficili. Il nuovo Regno d’Italia, nato nel 1861, aveva bisogno urgente di entrate. Per questo, il 7 luglio 1868 venne introdotta una nuova tassa sul macinato, attiva dal 1° gennaio 1869. A differenza del passato, colpiva tutti allo stesso modo. L’importo dipendeva dalla quantità di cereali macinati nei mulini, misurata con un contatore meccanico collegato alla ruota. Il costo ricadeva però sui consumatori, perché i mugnai aumentavano il prezzo della farina e del pane. Le proteste esplosero rapidamente e sfociarono nei « moti del macinato », repressi dall’esercito. La tassa fu abolita solo nel 1884.
Ma ritorniamo a Montebello ai tempi della Serenissima.
Alla fine del Seicento la Repubblica di Venezia si trovò davanti a una necessità sempre più pressante: conoscere con precisione chi abitava i propri territori. Non era una semplice curiosità statistica, né un esercizio di ordine amministrativo. Alla base di questa esigenza c’era la volontà di rendere più efficace il sistema fiscale, individuando con chiarezza chi fosse tenuto a contribuire e in quale misura. In un’epoca priva di registri civili moderni, lo Stato veneziano fece una scelta tanto pratica quanto carica di conseguenze: affidò ai parroci il compito di censire la popolazione. Erano loro a conoscere famiglie, legami, abitudini e condizioni di vita. Proprio per questo, l’incarico risultò spesso ingrato, perché trasformava figure spirituali in strumenti del fisco, esponendole a diffidenze e tensioni all’interno delle comunità.
Col passare degli anni, questo sistema di rilevazione divenne più articolato. Non bastava più sapere quanti fossero gli abitanti di una parrocchia. Bisognava stabilire anche il loro peso economico. La popolazione venne così suddivisa in tre classi principali: BENESTANTI, MEDIOCRI e INFIMI. Accanto a queste compariva una quarta categoria, separata dalle altre, quella dei QUESTUANTI. Questi ultimi venivano registrati, ma non inseriti in una vera classe sociale, poiché completamente esenti dal “Dazio Macina”. Si trattava di una tassa applicata alla macinazione dei cereali nei mulini, un passaggio obbligato per produrre la farina destinata al pane. Tassare la macina significava colpire indirettamente l’alimento base della popolazione, rendendo questa imposta particolarmente sensibile e, al tempo stesso, difficile da eludere.
Per comprendere il senso reale di queste categorie occorre però abbandonare i significati moderni delle parole. I MEDIOCRI, ad esempio, non erano affatto persone in difficoltà o di modesta levatura sociale. Erano famiglie con entrate solide, capaci di mantenere un tenore di vita dignitoso. Anche gli INFIMI, pur vivendo con risorse limitate, non rappresentavano l’ultimo gradino della società. Avevano un lavoro, un tetto, una forma di sussistenza. Ben più drammatica era la condizione dei QUESTUANTI, uomini e donne privi di mezzi, costretti a vivere esclusivamente di elemosina. La loro esenzione fiscale non era un privilegio, ma il riconoscimento ufficiale di una povertà assoluta.
Un’immagine concreta di questa suddivisione sociale emerge da una testimonianza tanto semplice quanto efficace, lasciata dal parroco di Sovizzo. Per distinguere i suoi parrocchiani, egli scelse un criterio immediatamente comprensibile a tutti: il tipo di pane consumato. Scriveva infatti: « BENESTANTI coloro che si cibano di pane di formento tutto l’anno, MEDIOCRI quelli nelle quali famiglie si fabbrica pane di più qualità, di bianco, di mistura e talvolta anche di sorgo turco, INFIMI che poco tempo all’anno si cibano di formento ossia mistura; ma per l’ordinario fanno sempre uso di sorgo turco e anche rosso. » Il formento, cioè il grano tenero, permetteva di ottenere il pane bianco, più costoso e considerato migliore. La mistura indicava una farina composta da cereali diversi, mentre il sorgo turco, vale a dire il mais, e il sorgo rosso erano prodotti più economici, spesso associati a un’alimentazione di necessità. Il pane, presente ogni giorno sulle tavole, diventava così una misura immediata della posizione sociale.
La redazione delle “Pedeliste Datio Macina” seguiva procedure rigorose. Non era un’operazione affidata alla sola iniziativa del parroco, ma a una commissione composta da lui e da quattro Consiglieri del Comune. Questo gruppo si muoveva sistematicamente di casa in casa, raccogliendo informazioni, verificando dichiarazioni e annotando ogni dato nei registri ufficiali. Ogni pagina dell’Anagrafe veniva controfirmata, a conferma del controllo svolto. Il termine “pedelista” indicava proprio un elenco dettagliato e ordinato, mentre il riferimento al Dazio Macina chiariva lo scopo fiscale dell’intero lavoro.
Il valore storico di questi documenti è oggi enorme. Giunti fino a noi in buone condizioni, offrono una fotografia sorprendentemente nitida delle comunità di fine Settecento. Le liste non si limitano a riportare nomi e numeri. Indicano il mestiere del capofamiglia, elemento centrale in una società in cui il lavoro definiva identità e status. Segnalano la presenza di bambini sotto i cinque anni, una fascia d’età esclusa dal computo fiscale ma fondamentale per comprendere la struttura demografica. Grazie a questi dettagli, è possibile ricostruire i nuclei familiari, comprenderne le dimensioni e collocarli all’interno della gerarchia sociale dell’epoca.
Una volta completata la compilazione degli elenchi, l’operazione veniva suggellata da una dichiarazione solenne. I parroci, il Sindaco e i Governatori, ossia i consiglieri comunali, sottoscrivevano un testo comune, dal forte valore giuridico e simbolico. In esso attestavano, sotto giuramento, di aver adempiuto fedelmente alle disposizioni ricevute dalla Carica Prefettizia di Vicenza, secondo la lettera del 20 febbraio 1789. Il linguaggio utilizzato, formale e solenne, rifletteva il peso attribuito alla verità delle informazioni raccolte.
Nella dichiarazione si affermava di essersi recati personalmente di casa in casa nelle parrocchie di Montebello e Agugliana, descrivendo « ogni e cadauna persona abitante in esse, nelle Classi, niuna eccettuata ». Particolare attenzione era riservata alla classe dei Benestanti, includendo chi possedeva rendite, svolgeva attività commerciali o esercitava forme di industria, intesa nel senso ampio dell’epoca. Nessuno doveva essere escluso, nemmeno i membri delle famiglie degli stessi compilatori. Venivano compresi anche i gastaldi e i fattori, figure chiave nella gestione delle proprietà agricole, così come cappellani, sacerdoti ed ecclesiastici di ogni ordine, indipendentemente da esenzioni o privilegi.
Il controllo non si fermava alle persone. La dichiarazione prevedeva la descrizione dettagliata di tutte le “poste da molin”, cioè i mulini presenti sul territorio, indicando il numero e la qualità delle “rode”, le ruote che permettevano la macinazione, e il nome degli esercenti. Allo stesso modo venivano elencati i pistori, i panettieri che producevano pane per la vendita, e i farinati, coloro che commerciavano farine. Questo livello di precisione mostra quanto il ciclo del grano fosse centrale non solo per l’alimentazione, ma anche per il controllo economico e fiscale. Un’attenzione particolare era riservata ai bambini. Tutti gli individui dai cinque anni in su venivano registrati senza eccezioni, mentre i più piccoli erano conteggiati separatamente, famiglia per famiglia, in apposite colonne. I questuanti, infine, erano indicati nell’ultima sezione, con la precisazione che « sono effettivamente tali e vivono di pura elemosina ». Questa formula, ripetuta con cura, sanciva ufficialmente la loro condizione di totale indigenza.
Il documento si chiudeva con le firme e i giuramenti dei singoli partecipanti, fino alla sottoscrizione finale del cancelliere della Comunità. In una società in cui il giuramento aveva un valore profondo, religioso e civile insieme, quelle firme rappresentavano un’assunzione di responsabilità davanti allo Stato, alla comunità e a Dio.
Oggi, leggendo queste carte, non ci troviamo di fronte a semplici registri fiscali. Tra le righe emergono vite, abitudini, disuguaglianze e strategie di sopravvivenza. Attraverso il pane che si mangiava, il lavoro che si svolgeva e il mulino che si gestiva, prende forma una comunità concreta, osservata con attenzione dalla Repubblica di Venezia. Documenti nati per tassare e controllare si trasformano così, a distanza di secoli, in una straordinaria finestra sulla vita quotidiana di uomini, donne e bambini dell’Antico Regime.
Per quanto riguarda Montebello Vicentino, Selva e Agugliana i numeri delle varie categorie, nel Dazio Macina del 1789 sono:
– Montebello e Selva con 2214 abitanti e 527 famiglie delle quali 47 risultavano BENESTANTI, 41 MEDIOCRI, 421 INFIME e 18 erano QUESTUANTI.
– Agugliana con 352 abitanti e 77 famiglie delle quali 1 risultava BENESTANTE, 2 MEDIOCRI, 69 INFIME e 5 erano QUESTUANTI.
L’elenco completo è riportato nel libro di Ottorino Gianesato “Il ‘700 giorno per giorno”.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: O.Gianesato, “Il ‘700 giorno per giorno”, 2005.
FOTO: Il mulino di Refrontolo (Tv), del XVII° sec., che la nostra Associazione ha visitato il 15 maggio 2011 (foto Umberto Ravagnani.
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