SUOR GABRIELLA MENEGON

[303] SUOR GABRIELLA MENEGON – La mamma di Alìto

Nell’articolo di oggi vogliamo ricordare, in estrema sintesi, un personaggio tanto umile quanto generoso verso il prossimo al quale ha donato interamente la sua vita: Suor Gabriella Menegon (Gina). Il compianto prof. Rodolfo Peroni, poco prima di lasciare questo mondo, mi ha consegnato il suo libro “Da Montebello ad Alìto” nel quale racconta la vita di questa mirabile suora dopo aver raccolto sue notizie per almeno un decennio. Ci riferiremo quindi a questo scritto per narrarvi brevemente la sua straordinaria storia.
Gina Menegon, divenuta poi Suor Gabriella, è nata a Montebello Vicentino il 18 marzo 1906. Era quarta di sei fratelli: Oreste, Vittorio, Santina, Gina, Fortunato ed Anna. Il padre, Erminio, faceva il bracciante, mentre la madre Melania governava la casa e si occupava dei sei figli.
Nonostante l’avvento dell’industrializzazione, all’inizio del Novecento, la maggior parte della popolazione italiana rimaneva legata all’agricoltura, un lavoro tutto sommato molto precario che costrinse moltissimi italiani a cercare una vita migliore all’estero.
Gina era una bambina vivace, allegra, di compagnia. A sei anni frequentò con entusiasmo il nuovo Asilo Infantile gestito dalle suore Dorotee, un ambiente educativo e moralmente sano, dove poté imparare i lavori femminili. Anche la sorella Santina, che aveva un carattere diverso, più portata alla vita religiosa, frequentò lo stesso asilo e, più avanti, decise di entrare nella Congregazione delle Dorotee. Gina, invece, era una ragazza viva, impulsiva, allegra e lavorando cantava. Nessuno si aspettava che, di lì a poco, la sua vita sarebbe radicalmente cambiata. La svolta avvenne una domenica di Quaresima del 1928 quando fra i fedeli della parrocchia fu tirato a sorte il nome di chi doveva fare da assistente agli esercizi spirituali e, per ben due volte, risultò il nome di Gina che alla fine decise di accettare l’incarico. Al termine della settimana di esercizi sembrava che nulla fosse cambiato in lei ma dopo pochi giorni ci fu la rivelazione: Gina annunciò alla famiglia l’intenzione di farsi suora e per di più missionaria. Più avanti dirà: “Io ho avuto in sorte tanta forza, tanta energia e il Signore m’ha fatto la grazia di lasciarmela tirar fuori tutta, di farla fruttare…Ah, il cuore di Dio è grande e non c’è pericolo che ci mortifichi: a ognuno chiede di far fiorire il suo seme, il suo talento nascosto. Basta interpretare il suo comando, saper attendere l’ora”.
Dopo quattro anni trascorsi nel convento delle Pie Madri della Nigrizia a Verona, Gina professò i voti e assunse il nome di Suor Gabriella e, quando un missionario si rivolse al convento perché aveva bisogno dell’aiuto di una suora, non esitò ad accettare l’incarico.
Agli inizi del 1933 la giovane suora partì finalmente per l’Uganda, nel cuore dell’Africa, dove le Pie Madri della Nigrizia erano presenti da una quindicina d’anni. La sua prima missione fu quella di Angal, nel nord dell’Uganda, dove rimase per 13 anni dividendo le sue giornate fra l’insegnamento del catechismo e l’assistenza nel ricovero per anziani. Successivamente fu trasferita a Kalongo, dove rimase per 3 anni e, in seguito a Lira. Trascorse quindi la prima parte della sua avventura africana, per quasi vent’anni, in queste tre Missioni, dedicandosi ad un lavoro silenzioso e durissimo con spirito di sacrificio: insegnò, catechizzò, battezzò, curò piaghe e lenì pene, si prodigò nei lavori più umili e in quelli più rischiosi. Queste le sue parole “Vissi pienamente i miei anni. La bicicletta mi portava nei villaggi più remoti. Battezzai centinaia e centinaia di bambini e di vecchi vicini a morire e ogni volta si rinnovava in me l’indicibile felicità di essere missionaria. In quegli istanti tutto era ripagato a dismisura: sacrifici, lontananza, solitudine, difficoltà erano annullati, naufragavano nella gioia luminosa di comunicare il Signore”. È con questo spirito che Suor Gabriella si accinge ad affrontare il nuovo e più impegnativo compito: la fondazione di un lebbrosario.
La lebbra è arrivata in Africa migliaia di anni fa, probabilmente proveniente dall’Asia ed era diffusa in molte zone di questo Continente. Per molto tempo fu giudicata una malattia inguaribile. Solo alla fine degli anni 40 del Novecento venne trovato un farmaco efficace il Solfone. All’epoca di Suor Gabriella l’Uganda era uno dei Paesi più colpiti con una media di 17 per mille abitanti e, cioè, aveva contaminato circa 120.000 persone su una popolazione di 7.000.000. Suor Gabriella “…nei quasi vent’anni trascorsi in Africa ho visto ormai innumerevoli uomini e donne con lesioni che non sarebbero più guarite, con putrefazioni che emanavano un fetore repellente, ma ho incontrato anche casi di giovani appena contagiati per i quali la guarigione sarebbe stata cosa possibilissima”.
Spesso i malati, per un senso di vergogna venivano tenuti separati dal resto della comunità e questo impediva qualsiasi tentativo di cura e portava ad estendere il contagio. Il Governo Ugandese e le autorità inglesi (l’Uganda era ancora un Protettorato Britannico) decisero quindi di creare una zona dove raccogliere le persone colpite da questa terribile malattia. Il padre comboniano Angelo Tarantino, parroco di Lira, prese a cuore l’iniziativa e nel 1950 chiese l’autorizzazione al Governo per la fondazione di un lebbrosario. La pratica si concluse due anni dopo e la località prescelta fu Alìto, un piccolo villaggio a nord di Lira, dove Suor Gabriella lavorava in quel periodo. Fu quindi naturale scegliere lei per la direzione della nuova opera. Era il ‘coronamento’ del suo desiderio di dedicarsi completamente alle persone più diseredate e infelici. Le venne in aiuto Suor Rosalucia Vinco, che operava nella missione di Angal, offrendosi con entusiasmo al nuovo e più gravoso incarico.
Dopo un breve tirocinio di due settimane a Nyenga, presso un altro lebbrosario dove appresero tutte le precauzioni necessarie per questo lavoro. Furono informate del fatto che se i malati non venivano curati appena si presentavano i sintomi erano a rischio deformità, ma che solo il 20% dei pazienti era contagioso e che il pericolo cessava dopo tre mesi di cure regolari.
Il 3 maggio 1952 Suor Gabriella e Suor Rosalucia giunsero ad Alìto, fu fatta una breve cerimonia di inaugurazione con la presenza di P. Angelo Tarantino e molte persone dei villaggi vicini. Nel pomeriggio, conclusasi la ‘festa’, le due suore si ritrovarono sole nel nuovo centro appena sorto. La missione più vicina era a 20 Km. E, a parte qualche capanna nella boscaglia non c’era anima viva nei dintorni. Inoltre erano state avvisate della presenza nelle vicinanze di animali pericolosi come le iene e i leoni.
Dopo pochi giorni arrivarono i primi bambini ‘lebbrosetti’, prima 25, poi 40 e, dopo poche settimane 100. Erano tutti molto tristi e Suor Gabrilella, con tenerezza materna, li accarezzava, raccontava loro storielle, offriva caramelle, finché il sorriso spuntava sul loro viso. All’inizio il lebbrosario consisteva in due capannoni con il tetto di paglia, uno per i bambini e uno per le bambine, ma le condizioni igieniche all’interno erano deplorevoli. Che fare? Si chiedeva Suor Rosalucia. Ecco che spunta fuori il carattere intraprendente di Suor Gabriella: con la sua bicicletta comincia a girare fra i vari villaggi intorno ad Alìto e torna con buone notizie. “Sono andata nei villaggi vicini a chiedere stuoie, domani le porteranno, intanto loro passano la parola ad altri e così ne porteranno tante! Poi daremo una stuoia e una coperta a ogni bambino, così per qualche tempo saranno sistemati decentemente”.
Suor Gabriella sapeva che ciò non sarebbe bastato, era necessaria anche una adeguata alimentazione. Cominciò quindi a scrivere ai suoi conoscenti in Italia e in altri Paesi perché mandassero loro aiuti di qualsiasi tipo. Le sue richieste furono ben presto esaudite. Cominciò ad arrivare ogni sorta di materiale, dalle coperte, lettini, pacchi di indumenti, fagioli, riso, e anche qualche assegno. Questi aiuti la incoraggiarono a realizzare un vero e proprio villaggio. Sorsero quindi due edifici in muratura per i bambini, un altro per la scuola e, ancora, la dimora per le Suore. La costruzione dei nuovi edifici, la sistemazione del piccolo villaggio in modo razionale, il miglioramento deciso del vitto e le cure mediche ora più puntuali si devono, sicuramente, al lavoro generoso e incessante di Suor Gabriella. Per questo motivo Sua Maestà la Regina Elisabetta d’Inghilterra, su proposta del Governatore Generale dell’Uganda, nel 1959, assegnò a Suor Gabriella il titolo di Membro Onorario dell’Impero Britannico.
Nei suoi trentatré anni di missione Suor Gabriella è tornata alcune volte in Italia e ha potuto incontrare i suoi familiari, ma i suoi contatti erano soprattutto epistolari. Purtroppo, furtivo e inatteso, nel 1965, giunse per lei il momento di lasciare definitivamente questo mondo. Era nella sua Alìto quando accadde l’imprevedibile: all’improvviso ebbe un crollo fisico e le mancarono le forze. Si pensava a un malore passeggero ma il medico si rese conto subito della grave situazione. Le sue ultime parole furono: “Abbiate cura dei miei lebbrosetti”. Alle 3,30 di sabato 4 settembre 1965 il cuore di Suor Gabriella si fermò e la ‘mamma di Alìto‘ esalò l’ultimo respiro. Suor Gabriella Menegon è sepolta nel suo villaggio che, da molti anni ormai, non è più un lebbrosario ma una efficiente scuola per giovani denominata “Centro per l’agricoltura e l’allevamento di Alìto”.

Umberto Ravagnani

Foto: parte della famiglia Menegon in una foto datata 30/12/1924. Gina è in piedi tra il padre Erminio e il fratello Vittorio. A sinistra, in piedi, Fortunato e a destra seduta Anna. Mancano Oreste, emigrato in America e Santina suora presso le Dorotee di Vicenza (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani – Foto Lucenti).
Fonte: Peroni Rodolfo, “Da Montebello ad Alìto“, 2021.
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