[487] UN RAGAZZO DEL ’98
Un alpino montebellano nella tempesta della storia

Silvio Schiavo nacque il 5 giugno 1898 a Montebello Vicentino, un paese della provincia di Vicenza immerso nel paesaggio agricolo della pianura veneta. Alla fine dell’Ottocento la vita in queste comunità era semplice ma impegnativa: il lavoro nei campi occupava gran parte delle giornate e rappresentava spesso l’unica fonte di sostentamento per le famiglie. Silvio crebbe proprio in questo ambiente. Era figlio di Francesco Schiavo e di Stella Pellizzaro, e come molti ragazzi della sua generazione imparò presto cosa significasse guadagnarsi da vivere con il lavoro manuale.
La sua professione era quella di bracciante. Con questo termine si indicava un lavoratore agricolo che metteva la propria forza a disposizione dei proprietari terrieri per le attività stagionali: la semina, la raccolta, la cura dei campi. Non era un mestiere facile, perché richiedeva resistenza fisica e grande disponibilità al sacrificio. Tuttavia proprio questa esperienza contribuì a formare in lui una robusta tempra fisica e un carattere determinato.
Il foglio matricolare, cioè il documento militare che registrava le informazioni personali dei soldati, ci offre anche un breve ritratto del giovane Schiavo. Era alto circa un metro e settanta e possedeva una corporatura ben proporzionata, con un torace sviluppato. Aveva capelli castani lisci, occhi castani e lineamenti regolari. Il colorito roseo suggerisce un ragazzo abituato alla vita all’aria aperta. La dentatura veniva indicata come sana, dettaglio che nei registri militari era importante perché attestava una buona salute generale. Tutti questi elementi disegnano l’immagine di un giovane forte, cresciuto tra il lavoro nei campi e l’aria della campagna.
Un dato significativo riguarda l’istruzione. Silvio sapeva leggere e scrivere, un elemento che all’inizio del Novecento non era ancora universale nelle campagne italiane. Questo significa che aveva frequentato almeno le scuole elementari e possedeva una preparazione di base che gli permetteva di orientarsi meglio nella vita civile e militare.
Schiavo apparteneva alla classe 1898. Nel linguaggio dell’esercito italiano, questa espressione indicava l’insieme dei giovani nati nello stesso anno e chiamati al servizio militare. Quando la Prima Guerra Mondiale entrò nella sua fase più intensa, l’Italia mobilitò anche questa generazione molto giovane. Il 15 gennaio 1917 Silvio risultava registrato come soldato di leva, cioè inserito negli elenchi dei cittadini tenuti a svolgere il servizio militare obbligatorio. Poche settimane più tardi, il 28 febbraio 1917, ricevette la chiamata alle armi. Aveva appena compiuto diciotto anni.
Il 9 marzo 1917 fu assegnato al 60º Reggimento Alpini presso il centro complementare di Vicenza. I centri complementari erano luoghi di addestramento dove i soldati venivano preparati prima di essere inviati al fronte. Qui Silvio entrò a far parte del corpo degli Alpini, uno dei reparti più caratteristici dell’esercito italiano.
Gli Alpini erano soldati addestrati a combattere in montagna. Questo tipo di guerra richiedeva capacità particolari: resistenza fisica, equilibrio sui terreni ripidi, capacità di orientarsi tra rocce e sentieri difficili. Durante la Prima Guerra Mondiale il fronte alpino costrinse migliaia di soldati a vivere e combattere in condizioni estreme, spesso tra neve, vento e freddo intenso. Le trincee venivano scavate nella roccia o nel terreno ghiacciato e i rifornimenti arrivavano con grande difficoltà lungo sentieri di montagna.
In questo contesto severo Schiavo dimostrò presto di possedere qualità apprezzate dai suoi superiori. Il 20 giugno 1917 venne promosso caporale. Questo grado indicava un soldato incaricato di guidare un piccolo gruppo di compagni e di collaborare con i sottufficiali nell’organizzazione della vita militare. Era una responsabilità importante, segno che il giovane alpino si era distinto per impegno e affidabilità. Successivamente raggiunse anche il grado di caporal maggiore, una posizione che confermava la fiducia dei suoi comandanti.
Mentre Silvio iniziava la sua esperienza militare, la guerra sul fronte italiano stava attraversando uno dei momenti più difficili. Nell’ottobre del 1917 l’esercito italiano subì una grave sconfitta nella battaglia di Caporetto. L’offensiva austro-tedesca riuscì a sfondare le linee italiane, costringendo le truppe a una lunga ritirata verso ovest. Dopo settimane di arretramento, l’esercito italiano stabilì una nuova linea difensiva lungo il fiume Piave e il massiccio del Monte Grappa. Questa catena montuosa assunse un’importanza strategica fondamentale. Se il nemico fosse riuscito a conquistare il Grappa, avrebbe avuto accesso diretto alla pianura veneta e alle grandi città del nord-est. Per questa ragione le montagne del Grappa vennero trasformate in una poderosa barriera difensiva. Furono costruite trincee, gallerie scavate nella roccia e numerose postazioni per l’artiglieria. Le creste montuose divennero veri e propri campi di battaglia sospesi tra cielo e valle.
Tra le diverse alture che compongono il massiccio si trova il Monte Solarolo. Questa cima occupava una posizione strategica lungo la linea difensiva italiana. Da lì era possibile controllare diversi passaggi tra le montagne e osservare i movimenti del nemico. Per questo motivo il Solarolo fu teatro di combattimenti particolarmente intensi.
Dopo Caporetto, tra la fine del 1917 e l’inizio del 1918, le truppe austro-ungariche tentarono più volte di conquistare queste posizioni. Gli scontri furono durissimi. Le trincee erano spesso distanti solo poche decine di metri e il terreno roccioso rendeva difficile sia l’attacco sia la difesa.
Nel giugno del 1918 l’esercito austro-ungarico lanciò un’ultima grande offensiva contro le linee italiane. Questa operazione, conosciuta come Battaglia del Solstizio, rappresentò uno degli sforzi finali per piegare la resistenza italiana. Gli attacchi colpirono sia il fronte del Piave sia le montagne del Grappa.
Le truppe italiane riuscirono però a resistere con grande determinazione. In molte zone i combattimenti si trasformarono in scontri ravvicinati tra piccoli gruppi di soldati. Fu proprio durante uno di questi episodi che Silvio Schiavo compì l’azione che gli valse una decorazione al valor militare.
Il 5 luglio 1918, sul Monte Solarolo, le linee avversarie erano estremamente vicine. Dopo giorni di bombardamenti il terreno appariva devastato: buche di granata, rocce spezzate e trincee danneggiate rendevano il campo di battaglia caotico e pericoloso. In un ambiente del genere bastava un attimo perché uno scontro si trasformasse in un combattimento diretto.
Secondo la motivazione ufficiale della decorazione, Schiavo partecipò a una violenta mischia corpo a corpo. Questo tipo di combattimento avveniva quando i soldati si trovavano a pochi passi l’uno dall’altro, spesso dentro le trincee o tra le fortificazioni distrutte.
In queste situazioni le armi da fuoco diventavano difficili da usare e si ricorreva ad armi più semplici e immediate. Tra queste vi erano la baionetta, fissata alla canna del fucile, e il pugnale militare, progettato per il combattimento ravvicinato.
Il bollettino dei decorati, raccolto nel cosiddetto Nastro Azzurro, descrive l’azione di Schiavo con parole molto significative. Il documento sottolinea il suo “raro entusiasmo” e il suo spirito di sacrificio. Durante lo scontro il giovane alpino affrontò gli avversari con grande determinazione, lanciandosi nella mischia e colpendo numerosi soldati nemici con il pugnale.
Si trattò di un gesto estremamente rischioso. Il combattimento ravvicinato richiedeva coraggio, rapidità di reazione e sangue freddo. Un attimo di esitazione poteva essere fatale. Il fatto che Schiavo si sia gettato nello scontro dimostra una forte determinazione e una grande presenza di spirito.
Il suo comportamento ebbe anche un effetto importante sui compagni. In battaglia l’esempio personale può fare la differenza. Un soldato che affronta il pericolo con decisione spesso riesce a infondere coraggio anche agli altri. Per questo la motivazione della medaglia parla di un “fulgido esempio di ardire e sprezzo del pericolo”.
Per quell’azione Silvio Schiavo ricevette la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Questa decorazione viene concessa a chi compie atti di coraggio in combattimento. Anche se non è la più alta tra le medaglie al valore, rappresenta comunque un riconoscimento importante e testimonia un gesto concreto di eroismo.
La storia di Schiavo rappresenta in modo emblematico quella di molti giovani italiani della sua generazione. Ragazzi cresciuti in piccoli paesi, abituati alla vita semplice delle campagne, che si trovarono improvvisamente immersi nella realtà durissima della guerra.
Il foglio matricolare conserva solo poche informazioni essenziali: l’aspetto fisico, le promozioni, la decorazione ricevuta. Tuttavia dietro queste righe emerge la figura di un giovane che seppe affrontare con coraggio una delle prove più difficili del suo tempo.
Le montagne del Monte Grappa, dove combatté, sono oggi luoghi di memoria. Tra quelle creste battute dal vento si svolsero alcuni degli scontri più duri della Prima Guerra Mondiale. Migliaia di soldati combatterono per il controllo di poche alture strategiche.
Tra quei protagonisti c’era anche Silvio Schiavo, il ragazzo di Montebello Vicentino che, in un giorno d’estate del 1918, dimostrò quanto potesse essere forte il coraggio di un giovane alpino.
La sua storia continua a ricordarci che dietro i grandi eventi della storia esistono sempre vicende individuali fatte di sacrificio, determinazione e senso del dovere.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA:
– O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
FOTO: “La targa che ricorda i fatti di Monte Salgarolo”.
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