RESISTENZA ESTREMA

RESISTENZA ESTREMA

[491] RESISTENZA ESTREMA
Storia di un coraggio autentico

Ci sono storie che non iniziano con un racconto, ma con un documento. Un foglio compilato con precisione, dove ogni riga sembra limitarsi a registrare un fatto, senza spiegazioni né commenti. Il ruolo matricolare di Davide Cozza è così: essenziale, diretto, quasi impersonale. Eppure, proprio da quella struttura ordinata emerge lentamente qualcosa di più. Non solo una sequenza di eventi, ma il percorso di un uomo che attraversa uno dei momenti più difficili della storia italiana.
Davide Cozza nasce il 9 dicembre 1893 a Montorso, da Domenico e Margherita Cocco. È un contesto semplice, quello in cui cresce, fatto di piccoli centri e di una vita legata ai ritmi quotidiani del lavoro. Nel 1913 risulta residente a Montebello Vicentino. È un’informazione breve, ma indica già un movimento, uno spostamento che racconta di una vita in evoluzione, anche prima che la guerra entri in scena.
Quando arriva il 1915, tutto cambia. Il 24 maggio Davide viene chiamato alle armi nel 92° Battaglione della Milizia Territoriale. È lo stesso giorno in cui l’Italia entra in guerra. Per lui, come per molti altri, non è una scelta ma un passaggio obbligato. La normalità si interrompe, sostituita da una nuova realtà fatta di addestramento, attesa e crescente tensione. All’inizio il suo ruolo potrebbe sembrare marginale, ma la guerra non lascia spazio a posizioni davvero sicure. Il 30 dicembre 1916 viene trasferito al 79° Reggimento Fanteria, Brigata Roma. Questo passaggio segna l’ingresso pieno nelle unità combattenti. Non è più un soldato destinato a compiti secondari: è ora parte attiva di un esercito impegnato sul fronte.
Nel corso del 1917, il suo percorso si definisce con maggiore chiarezza. Il 1° aprile viene promosso caporale. Qualche mese dopo, il 10 settembre, diventa caporal maggiore. Il giorno seguente entra nella 1372ª Compagnia Mitraglieri Fiat. Questi avanzamenti indicano fiducia e responsabilità crescenti. In guerra, ogni grado in più significa anche essere osservati, valutati, messi alla prova.
Entrare tra i mitraglieri non è un dettaglio secondario. Le mitragliatrici Fiat-Revelli modello 1914 rappresentano uno degli strumenti più efficaci della guerra moderna. Sono armi complesse, che richiedono coordinazione tra più uomini e una gestione attenta. Chi le utilizza non combatte solo per sé, ma per l’intera linea difensiva che dipende da quel fuoco continuo e preciso.
Il 14 aprile 1918, Davide viene promosso sergente. È un passaggio significativo. Ora ha uomini sotto il suo comando. Deve non solo eseguire, ma anche decidere, organizzare, mantenere il controllo in situazioni che possono cambiare rapidamente. Poco tempo dopo, la guerra raggiunge uno dei suoi momenti più intensi.
Il 16 giugno 1918 è una data che emerge con forza tra tutte le altre annotazioni. È il giorno in cui, nel basso Piave, si combatte una fase cruciale della Battaglia del Solstizio, conosciuta anche come Seconda Battaglia del Piave. L’offensiva austro-ungarica è in pieno svolgimento. L’Operazione Albrecht punta a sfondare la linea italiana, sfruttando ogni punto debole.
La zona di Fossalta di Piave diventa rapidamente uno dei centri dello scontro. Non è un luogo simbolico in sé, ma lo diventa in quelle ore. Campi coltivati, strade secondarie, vegetazione fitta: elementi ordinari che si trasformano in ostacoli, coperture, punti di attacco e difesa.
La 1372ª Compagnia Mitraglieri Fiat viene inviata d’urgenza proprio nei pressi del bivio di Osteria di Fossalta.* È una posizione delicata, dove la pressione nemica è particolarmente forte. La compagnia viene assegnata al 2° battaglione del 152° Reggimento Fanteria della Brigata Sassari. I fanti della Sassari stanno già combattendo in condizioni difficili. Hanno subito perdite significative. Anche tra gli ufficiali ci sono feriti, come il maggiore Musinu. Nonostante questo, la linea tiene, ma con fatica. È chiaro che ogni rinforzo può fare la differenza.
In questo contesto, le mitragliatrici diventano decisive. Vengono posizionate per coprire i settori più esposti, soprattutto quelli aperti, dove il nemico deve avanzare allo scoperto. Spesso sono nascoste tra alberi e coltivazioni, sfruttando la vegetazione per sorprendere chi si avvicina.
L’ambiente è segnato da un rumore continuo. L’artiglieria colpisce senza sosta. Le esplosioni sollevano terra e frammenti. Le mitragliatrici avversarie rispondono, creando una rete di fuoco incrociato. In mezzo a tutto questo, ogni uomo deve mantenere la propria posizione e il proprio ruolo. È qui che si colloca l’azione di Davide Cozza.
La motivazione della medaglia d’argento al merito lo descrive sotto un fuoco intenso e costante. Non è una situazione fuori dall’ordinario per quel fronte, ma è comunque una delle più pericolose. In quelle condizioni, mantenere la lucidità è già di per sé difficile. Eppure, secondo quanto riportato, Davide riesce a farlo. Mantiene la calma. Continua a dirigere il fuoco. Non si limita a resistere, ma incoraggia gli uomini sotto il suo comando. Li spinge a non cedere, a continuare a contrastare il nemico che avanza con decisione.
A un certo punto viene colpito. Una ferita da arma da fuoco al braccio destro. È un momento critico. Una ferita del genere può compromettere la capacità di combattere, di muoversi, di restare in posizione.
Eppure, non lascia subito il suo posto. Rimane lì. Continua a svolgere il suo compito, nonostante il dolore e la difficoltà crescente. È una scelta che non deriva da un impulso improvviso, ma da una determinazione precisa.
Solo quando le forze vengono meno, quando il corpo non riesce più a sostenere lo sforzo, si allontana per raggiungere il posto di medicazione. Non è una ritirata volontaria, ma una necessità imposta dalle condizioni fisiche. Quello stesso giorno viene ricoverato nell’Ospedale da Campo n° 075. Due giorni dopo, il 18 giugno, viene trasferito all’ospedale da campo di Carpenedo, a Mestre. Il percorso di cura è lungo e porta a una conseguenza definitiva: il 1° aprile 1921 viene riconosciuto permanentemente invalido.
La guerra, per lui, non si conclude con la fine dei combattimenti. Continua nelle conseguenze fisiche, nella nuova condizione che deve affrontare. La medaglia d’argento al merito riconosce il valore dimostrato, ma non cancella ciò che è stato vissuto. Resta però il significato di quel comportamento. In una situazione in cui la pressione era massima, Davide Cozza ha scelto di restare al suo posto. Ha continuato a guidare gli altri anche dopo essere stato ferito. Ha mantenuto il controllo fino a quando è stato possibile.
Se si torna a osservare il ruolo matricolare, quelle annotazioni acquistano un peso diverso. Non sono più soltanto registrazioni amministrative. Diventano tracce di un percorso reale, fatto di passaggi concreti e momenti decisivi. Ogni data segna una tappa. Il richiamo alle armi, il trasferimento, le promozioni, la ferita, l’invalidità. Tutto si collega in una sequenza che, letta nel suo insieme, restituisce il senso di una vita attraversata dalla guerra.
La vicenda di Davide Cozza non si presenta come una storia straordinaria nel senso più evidente del termine. Non ci sono elementi spettacolari o fuori scala. Eppure, proprio nella sua concretezza, emerge qualcosa di significativo. È la storia di un uomo che, in un momento critico, ha fatto ciò che era richiesto, senza arretrare. Ha sostenuto gli altri, ha mantenuto il proprio ruolo, ha resistito fino al limite delle proprie forze. In un contesto come quello della Battaglia del Piave, dove ogni posizione poteva essere decisiva, comportamenti come il suo contribuivano a tenere insieme l’intera linea. Non da soli, ma insieme ad altri, in una rete di resistenza fatta di tanti gesti simili.
Alla fine, ciò che rimane non è solo il fatto registrato, ma il modo in cui è stato affrontato. Ed è questo che trasforma un semplice elenco di dati in una storia che continua a parlare, anche a distanza di tempo.
Umberto Ravagnani

NOTA BIBLIOGRAFICA: * « L’osteria divenne un caposaldo di primaria importanza durante i nove giorni dell’offensiva e fu battezzata dai Comandi militari col nome di “Osteria di Fossalta”. Una ben strana Osteria sorta senza licenza, dove i clienti non bevevano il nostro rinomato vino rosso ma spargevano generosamente il loro sangue. Un’Osteria ambita, che cambiava padrone di continuo, che veniva contesa a colpi di pugnale, di moschetto, a raffiche di mitraglia e a spari di artiglieria…» Alba Bozzo, Fossalta dal 130 a.C. alla battaglia del Piave, S.I.T., Aprile 1977.
BIBLIOGRAFIA: – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
FOTO:
FOSSALTA (Ve) Accanto a questo capitello di Sant’Antonio vi era l’Osteria di Fossalta (cartolina postale 1920 c.a.)
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