PIETRO CAPRINI

PIETRO CAPRINI

[493] PIETRO CAPRINI
Quando la fede diventa azione

Alla fine del Seicento, in un territorio fatto di piccoli paesi, campi coltivati e comunità molto unite, nacque Pietro Caprini. Era il 18 giugno 1687 e il luogo era Fusine di Posina, una zona montana del Vicentino. La sua famiglia, composta da Antonio e Orsola Baroni, era profondamente religiosa e convinta che lo studio fosse una strada importante per costruire il futuro di un figlio. Quando raggiunse l’età adatta, Pietro fu mandato a studiare a Thiene. Qui fu seguito da un precettore pubblico, cioè un insegnante che si occupava della formazione dei giovani prima del loro eventuale ingresso in istituzioni più strutturate. Le materie principali erano il latino, la lettura, la scrittura e le basi della cultura umanistica, fondamentali per chi voleva proseguire negli studi ecclesiastici.
Il passo successivo fu il seminario di Vicenza. In quel tempo, il seminario non era solo un luogo dove si preparavano i futuri sacerdoti, ma anche un centro culturale importante, dove si studiavano filosofia, teologia e discipline utili a comprendere il mondo. Pietro dimostrò presto di avere buone capacità, tanto da essere ordinato sacerdote nel 1711, sotto la guida del vescovo Sebastiano Venier.
La sua formazione, però, non si fermò lì. Fu inviato all’Università di Padova, una delle più rinomate d’Europa. Qui si dedicò allo studio del diritto civile e del diritto canonico. Quando si parla di “laurea in ambe le leggi”, si intende proprio questo doppio percorso: conoscere sia le leggi dello Stato sia quelle della Chiesa. Era una preparazione molto completa, che apriva diverse possibilità di incarichi.
Durante gli anni universitari, Caprini si fece apprezzare anche per la sua capacità di parlare in pubblico. Scrisse e recitò alcuni panegirici, cioè discorsi solenni dedicati ai santi, pensati per istruire e coinvolgere chi ascoltava. “Con universale approvazione degli ascoltatori”, si dice di queste occasioni, segno che le sue parole arrivavano in modo chiaro e convincente.
Dopo aver concluso gli studi, avrebbe voluto tornare a Vicenza, ma ricevette una proposta che cambiò temporaneamente i suoi piani. Il conte Sigismondo Policastri gli chiese di diventare educatore dei suoi figli. In quell’epoca era frequente che le famiglie nobili affidassero l’istruzione dei giovani a sacerdoti colti. Caprini accettò e svolse questo compito con grande impegno. I risultati furono evidenti: i tre figli del conte completarono brillantemente il loro percorso di studi, arrivando a laurearsi insieme. Un risultato che fece grande impressione. Nonostante il conte desiderasse trattenerlo ancora, Caprini scelse di tornare alla sua diocesi. Qui il vescovo lo nominò maestro di filosofia nel seminario. Era un incarico importante, perché la filosofia aiutava a sviluppare il pensiero critico e a preparare i futuri sacerdoti ad affrontare questioni complesse.
Poco tempo dopo, si aprì una nuova possibilità: la guida della parrocchia di Montebello, detta prepositura. Il prevosto era il parroco principale, con responsabilità non solo religiose ma anche sociali. Caprini si candidò e dovette affrontare un esame impegnativo, davanti al vescovo e ad altri responsabili della diocesi. “Solo il Caprini colpì giustamente nel segno tutti i casi proposti”, si racconta, a sottolineare la sua preparazione e sicurezza. Fu quindi scelto per questo incarico. Entrò ufficialmente a Montebello nel 1727. La situazione che trovò non era facile. La partecipazione dei fedeli era diminuita e i rapporti tra la popolazione e la Chiesa erano tesi. Uno dei motivi principali riguardava le decime, cioè una parte dei prodotti agricoli che i contadini dovevano versare. Questo sistema serviva a sostenere la parrocchia, il clero e alcune spese della comunità.
Le decime venivano divise in più parti: una per la Chiesa locale, una per istituzioni religiose come i seminari, e una per il Comune, che si occupava della manutenzione degli edifici sacri e di altre necessità pratiche. Quando il precedente Prevosto Leonardo Sangiovanni aveva concesso esenzioni a favore di alcuni nobili proprietari terrieri, si era creato uno squilibrio che aveva generato malcontento tra la popolazione. Caprini capì che per migliorare la situazione era necessario ricostruire la fiducia. Non si limitò a intervenire sulle questioni economiche, ma lavorò soprattutto sul piano umano e spirituale. Con il tempo, grazie alla sua presenza costante e al suo esempio, i fedeli tornarono a partecipare alla vita religiosa. La frequenza ai sacramenti, cioè confessione e comunione, aumentò sensibilmente.
Il territorio della parrocchia era ampio e difficile da gestire da soli. Per questo Caprini cercò aiuto. Nel 1731 favorì l’arrivo dei frati francescani, che costruirono un ospizio sul colle della Mussolina.* L’ospizio era una piccola struttura dove i religiosi vivevano e da cui partivano per svolgere attività pastorali. I francescani diedero un contributo importante. Aiutavano nelle confessioni, visitavano gli ammalati e raggiungevano anche le zone più lontane. Grazie alla loro presenza, furono riprese alcune tradizioni, come le prediche d’Avvento, momenti di riflessione che preparavano al Natale.
Caprini promosse anche la Via Crucis nell’oratorio di San Giovanni. Questa pratica consiste nel ripercorrere simbolicamente le tappe della passione di Cristo, spesso in forma di processione. Era un modo per coinvolgere i fedeli in modo attivo e partecipato.
La sua vita personale era segnata da grande semplicità e impegno. Passava molte ore in chiesa, spesso in preghiera. A volte arrivava prima dell’apertura e, trovando la porta chiusa, si fermava all’esterno. “Come fosse in chiesa, adorava con profondi inchini”, un gesto che mostrava quanto fosse importante per lui quel momento.
Uno degli aspetti più importanti del suo lavoro era l’ascolto delle persone. Trascorreva molto tempo nel confessionale, soprattutto nei periodi più intensi dell’anno liturgico, come la Settimana Santa. In quelle occasioni, arrivava a rinunciare al pranzo pur di restare a disposizione dei fedeli. Grande attenzione era rivolta agli ammalati. Caprini portava loro il Viatico, cioè la comunione data a chi era vicino alla morte, considerata un conforto fondamentale. Non si fermava davanti alle difficoltà: affrontava lunghi tragitti, anche in condizioni difficili, pur di raggiungere chi ne aveva bisogno. Per organizzare al meglio l’assistenza, teneva con sé Agostino Caprini, medico condotto in Montebello e suo lontano parente, che lo informava sui casi più urgenti. Questo permetteva di intervenire rapidamente, unendo cura del corpo e attenzione spirituale. La sua generosità verso i poveri era continua.
Non mandava via nessuno senza aiuto. Se non aveva denaro, cercava di rimediare il giorno dopo. Distribuiva pane più volte alla settimana e aiutava le giovani senza risorse a prepararsi al matrimonio, offrendo denaro o oggetti utili. In alcuni casi arrivava a privarsi del necessario. “Dormiva senza lenzuola”, dopo averle donate a chi ne aveva bisogno.
Anche durante i viaggi a Vicenza, dove si recava come esaminatore sinodale – cioè incaricato di valutare i candidati alle parrocchie – continuava ad aiutare i poveri. Molti lo aspettavano lungo la strada. Se non aveva abbastanza denaro, lo chiedeva in prestito per poter comunque dare qualcosa. Un episodio racconta bene il suo modo di essere. Un uomo, disperato e senza mezzi, aveva deciso di compiere un gesto violento. Dopo aver incontrato Caprini e aver ricevuto aiuto, cambiò idea. “Quel buon Sacerdote mi ha fatto cambiare idea”, disse in seguito. Questo episodio mostra come l’incontro umano potesse fare la differenza.
Caprini osservava anche pratiche di penitenza. Durante la Quaresima mangiava una sola volta al giorno, e il Venerdì Santo si nutriva solo di pane e acqua. Queste abitudini, comuni all’epoca, erano viste come un modo per vivere la fede in modo più intenso. Negli ultimi anni, si diffuse la voce che avesse previsto alcuni eventi importanti, come l’elezione a papa del cardinale Rezzonico. Questi racconti contribuirono a rafforzare la sua reputazione.
Morì il 19 aprile 1761, dopo una malattia breve. “Fu assalito da febbre infiammatoria che in soli sei giorni lo ridusse agli estremi”. La sua morte colpì profondamente la comunità, che lo aveva conosciuto come guida e punto di riferimento. Fu sepolto nella chiesa, nella cappella del coro. La comunità gli dedicò una lapide in marmo, ricordandolo per la sua fede, la sua cultura e la sua generosità verso i poveri. La sua vita mostra come una persona, con impegno e coerenza, possa influire profondamente su una comunità. Caprini non fu solo un uomo di Chiesa, ma una figura capace di unire conoscenza, attenzione agli altri e senso del dovere.
Umberto Ravagnani

FONTE: Antico manoscritto, probabile trascrizione (non firmata) della biografia di don Pietro Caprini che fu scritta da Francesco Bonomo (MACCA’ G., “Storia del territorio vicentino”, VIII, p. 70), Archivio parrocchiale di Montebello Vicentino.
NOTA: * Per altre informazioni sull’Ospizio dei frati Francescani vedi l’articolo [428] IL MONTE DEI FRATI del  6-2-2025.
FOTO: La vecchia canonica di Montebello Vicentino, nell’attuale via G. Vaccari, in una foto dei primi anni del Novecento (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

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