[504] SANT’EGIDIO – Tra guerre, devozione e vita quotidiana

L’Oratorio di Sant’Egidio, a Montebello Vicentino, è uno di quei luoghi che, a prima vista, potrebbero sembrare semplici edifici di campagna. Eppure, dietro le sue mura si nasconde una storia che parla di guerre lontane, di famiglie influenti, di amministratori locali e soprattutto di una comunità che desiderava conservare un punto di riferimento per la propria vita religiosa. A raccontarla sono due documenti tramandati, una cronaca manoscritta di Domenico Cenzatti nella seconda metà del Seicento e un altro del notaio Domenico Cenzatti, omonimo del precedente, in un atto notarile alla fine del Settecento, che permettono di seguire le vicende dell’oratorio.
Per comprendere ciò che accadde bisogna partire da un evento che interessò tutta la Repubblica di Venezia. Nel 1655 lo Stato veneziano era impegnato nella lunga guerra di Candia contro l’Impero Ottomano. Il conflitto, combattuto per il controllo dell’isola di Creta, assorbiva enormi risorse economiche e costringeva la Repubblica a cercare nuove entrate. Secondo la cronaca manoscritta di Domenico Cenzatti, Venezia chiese quindi al Papa l’autorizzazione a disporre dei beni appartenenti ad alcuni monasteri, così da poterli vendere e contribuire a finanziare le spese della guerra. Le conseguenze di quella decisione si fecero sentire anche nel territorio di Montebello. La cronaca ricorda che già nel 1659 il convento e i terreni di San Francesco furono messi all’asta e acquistati da un certo Castellani per settecento ducati, la moneta d’oro allora in uso nella Repubblica.
La situazione dell’Oratorio di Sant’Egidio seguì invece un percorso diverso. Le proprietà agricole sembrano essere state vendute soltanto nel 1689 al dottor Francesco Viviani, mentre la chiesetta era già passata nelle sue mani tre anni prima. Cenzatti riferisce infatti che nel 1686 Francesco Viviani l’aveva acquistata dai Procuratori di Venezia, una delle più importanti magistrature della Repubblica, che amministrava anche numerosi beni pubblici ed ecclesiastici. L’interesse della famiglia Viviani per Sant’Egidio non si limitò all’acquisto dell’edificio. L’anno seguente fu costruito un nuovo altare dedicato al santo, segno di una particolare attenzione verso quel luogo di culto. Lo stesso cronista, però, segnala un dettaglio curioso: in un altro punto della sua cronaca attribuisce già al 1650 un restauro e un ampliamento dell’oratorio sempre a un dottor Francesco Viviani. Se questa data fosse corretta, la famiglia avrebbe dimostrato la propria devozione a Sant’Egidio ancora prima della vendita dei beni ecclesiastici. Cenzatti non chiarisce questa apparente contraddizione, limitandosi a registrarla.
Il cronista propone anche un’ipotesi interessante. Secondo lui il Comune di Montebello potrebbe aver acquistato all’asta l’ex convento di Sant’Egidio, cedendolo successivamente ai Viviani. A sostegno di questa idea richiama una tradizione ormai consolidata: il Comune provvedeva infatti a far celebrare regolarmente la Messa festiva nell’oratorio. Per Cenzatti questo sarebbe stato « probabilmente l’onere che esso stesso si impose nell’acquisto dell’ex convento di S. Egidio », cioè un impegno assunto dalla comunità come parte dell’operazione.
Passano quasi cento anni e un altro documento datato 5 giugno 1795 permette di osservare come quel legame tra la famiglia Viviani e la comunità di Montebello fosse ancora saldo. Redatto a Vicenza dal notaio Domenico Cenzatti, racconta un accordo che nasce da un’esigenza molto concreta: offrire agli abitanti della contrada di Sant’Egidio la possibilità di assistere alla Messa nei giorni festivi senza dover raggiungere la chiesa parrocchiale.
Per ottenere questo risultato, i Governatori della Spettabile Comunità di Montebello, cioè gli amministratori del Comune dell’epoca, si rivolsero a Batta Viviani, figlio del defunto Francesco e proprietario della chiesetta.
Nel documento viene indicato come “jus patrono”, un’espressione latina che significa titolare del diritto di patronato. In pratica era il proprietario che, in virtù di un antico diritto, conservava alcune prerogative sulla chiesa, pur nel rispetto delle norme ecclesiastiche. La richiesta fu accolta favorevolmente. Il documento racconta infatti che Batta Viviani aderì « ben volentieri » alla domanda dei Governatori, concedendo l’uso della chiesetta per la celebrazione della Messa domenicale e festiva.
Quella disponibilità, tuttavia, era accompagnata da alcune condizioni molto precise. La principale stabiliva che il permesso potesse essere revocato in qualsiasi momento per volontà del proprietario. Il testo specifica infatti che la concessione sarebbe rimasta « sempre removibile a suo arbitrio », senza che la Comunità potesse opporsi.
Subito dopo compare anche la formula latina « ad nutum », che significa letteralmente “a un cenno”. Nel linguaggio giuridico indicava la facoltà di revocare una concessione liberamente, senza dover fornire particolari motivazioni. Era quindi un modo per ribadire che la proprietà dell’oratorio e le decisioni fondamentali restavano nelle mani della famiglia Viviani. L’accordo affrontava poi un aspetto altrettanto importante: la conservazione della chiesetta e di tutto ciò che serviva per il culto. Batta Viviani consegnava ai rappresentanti della Comunità gli arredi sacri e i mobili presenti nell’edificio, accompagnandoli con un inventario dettagliato. Gli oggetti venivano affidati « senza, per altro, nessuna stima », cioè senza attribuire loro un valore economico, ma con l’obbligo di custodirli accuratamente e di restituirli nelle stesse condizioni qualora la concessione fosse stata ritirata.
Il documento precisa infatti che gli arredi dovevano essere mantenuti « sempre capaci di servir con decenza alla celebrazione della Santa Messa ». Con il termine “decenza” si intendeva uno stato di ordine, pulizia e buona conservazione, ritenuto indispensabile per il rispetto del luogo sacro. Le responsabilità erano distribuite con precisione. Alla Comunità spettava acquistare la cera per le candele e procurare gli eventuali arredi mancanti necessari alle celebrazioni organizzate per la popolazione. Quando invece la Messa veniva fatta celebrare dalla famiglia Viviani, era quest’ultima a sostenere le relative spese. Restavano invece sempre a carico del proprietario gli interventi di manutenzione dell’edificio. Il documento afferma infatti che « staranno a debito di esso Viviani… li necessari e decenti restauri con vetriate ed altro di detta chiesetta », confermando come la famiglia continuasse a prendersi cura della struttura.
L’inventario allegato all’atto offre oggi una rara occasione per immaginare l’interno dell’oratorio alla fine del Settecento. Tra gli oggetti compare un calice d’argento con il piede in ottone e la relativa patena d’argento, cioè il piccolo piatto utilizzato durante la celebrazione eucaristica per deporvi l’ostia consacrata. Il documento precisa persino che il complesso era stato valutato ottantatré lire dall’orefice Sorè.
Sono poi elencati due messali: uno destinato alle celebrazioni ordinarie e uno utilizzato durante le Messe in suffragio dei defunti. Compare inoltre un « paramento ò sia pianeta », vale a dire la veste liturgica indossata dal sacerdote durante la celebrazione, accompagnata dagli altri accessori necessari. L’elenco continua con quattro candelieri in ottone, una croce dello stesso materiale, due campanelli, una lampada, tre antiche tavolette liturgiche, un lettorile, cioè un leggio per sostenere il messale, un armadietto destinato al calice, un altro mobile con tre cassetti, un inginocchiatoio, cinque banchi e tre tovaglie d’altare già descritte come « lacere », segno che erano ormai consumate dall’uso.
Sono dettagli che, a prima vista, potrebbero sembrare secondari. In realtà raccontano la quotidianità di una piccola chiesa frequentata con regolarità. Ogni oggetto aveva una funzione precisa e contribuiva allo svolgimento delle celebrazioni. Anche la presenza di tovaglie ormai logore dimostra che l’oratorio non era un edificio chiuso o poco utilizzato, ma un luogo vissuto dalla popolazione della contrada.
Ciò che emerge con maggiore evidenza dall’intero documento è il rapporto di collaborazione instaurato tra la famiglia Viviani e la Comunità di Montebello. Da una parte il proprietario conservava i propri diritti e continuava a farsi carico della manutenzione della chiesetta; dall’altra il Comune si impegnava a garantire il regolare svolgimento delle celebrazioni festive e la corretta custodia degli arredi.
A distanza di oltre due secoli, queste pagine non raccontano soltanto un accordo amministrativo. Restituiscono uno spaccato della vita di una comunità che considerava l’Oratorio di Sant’Egidio un punto di riferimento religioso e sociale. Attraverso le clausole dell’atto, l’elenco degli oggetti e le firme dei Governatori si percepisce la volontà comune di preservare un luogo caro agli abitanti, affinché continuasse a svolgere il suo ruolo anche per le generazioni future. È proprio questa attenzione condivisa che ha permesso all’oratorio di attraversare il tempo, lasciando ancora oggi una preziosa testimonianza della storia di Montebello.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, “RACCOLTA STORICA DI MONTEBELLO VICENTINO VOL. II“, Amici di Montebello, 2015, Montebello Vicentino.
FOTO: 1) L’interno dell’oratorio di Sant’Egidio il 1° Settembre 2024 con la celebrazione della S. Messa da parte di Don Eugenio Xompero (foto Umberto Ravagnani).
2) Dietro l’altare le scritte che ricordano il pregevole lavoro di restauro eseguito nel 2021 da Michelangelo Valbona, Bruno Turetta, Enrico Valente e i suoi collaboratori (foto Umberto Ravagnani).
VEDI anche l’art. [355] L’ORATORIO DI SANT’EGIDIO (14-09-2023).
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