[492] TRA ORDINE E CAOS
Un alpino nel cuore della battaglia

Come in precedenti racconti costruiti a partire da fonti simili, anche qui ci affidiamo ai ruoli matricolari dei caduti della Prima Guerra Mondiale, documenti sintetici e rigorosi che, nonostante la loro essenzialità, riescono a racchiudere l’intero cammino di un soldato, offrendo attraverso poche righe una visione d’insieme della sua esperienza, dalle origini al servizio militare, fino agli eventi che ne hanno segnato in modo definitivo la storia. Giovanni Donati nasce il 12 dicembre 1890 a Montebello Vicentino. È figlio di Emilio e Candida Biasin, e tutto lascia pensare a una vita inizialmente semplice, legata a un ambiente familiare e a una comunità ben definita. Nel 1910 risulta ancora residente nello stesso paese. È un dettaglio che suggerisce stabilità, un legame con la propria terra che non è stato ancora interrotto da eventi straordinari.
Poi compare un elemento che segna una prima svolta: nel 1911 è caporale maggiore nel 6° Reggimento Alpini. Non è solo un grado, ma un’indicazione precisa di responsabilità. Significa che ha già maturato esperienza, che ha dimostrato di poter guidare altri uomini. Gli Alpini, del resto, non sono soldati qualsiasi. Operano in condizioni difficili, in ambienti montani che richiedono resistenza fisica e mentale. Essere parte di quel corpo, e per di più con un ruolo di comando intermedio, implica disciplina e affidabilità.
Nel maggio del 1915, con l’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, la situazione cambia radicalmente. Il 7 maggio Giovanni viene richiamato alle armi. È un momento che segna una rottura netta con la vita precedente. Come molti altri uomini, si trova improvvisamente immerso in un contesto che richiede adattamento rapido, dove le certezze quotidiane lasciano spazio all’incertezza del fronte.
Nel marzo del 1916 è di nuovo nel 6° Reggimento Alpini, ma il suo percorso non si ferma lì. Il 21 aprile dello stesso anno viene trasferito al 4° Reggimento Alpini, nel Battaglione Intra. È un passaggio che avviene in un periodo cruciale della guerra, quando le forze italiane sono chiamate a fronteggiare una pressione crescente.
Poche settimane dopo, infatti, il fronte alpino viene investito da una delle offensive più significative del conflitto: la Strafexpedition austro-ungarica. Il 15 maggio 1916, le truppe imperiali, guidate dal generale Franz Conrad von Hötzendorf, lanciano un attacco massiccio dal Trentino meridionale. L’obiettivo è chiaro: sfondare le linee italiane sugli altipiani vicentini e aprirsi la strada verso la pianura veneta.
L’Altopiano dei Fiorentini diventa così uno dei punti nevralgici della difesa italiana. In quell’area, tra il Monte Coston, il Passo Sommo e la zona dell’Albergo Fiorentini, si concentra una parte importante della prima linea. Le posizioni italiane sono organizzate con trincee, camminamenti e postazioni di artiglieria, spesso costruite in condizioni difficili, adattandosi a un terreno irregolare e roccioso. L’offensiva austro-ungarica è inizialmente travolgente. Le linee italiane vengono colpite con forza e in diversi punti cedono. Il Monte Maggio e il Monte Toraro cadono rapidamente, mettendo in seria difficoltà la Prima Armata italiana. Il comando del generale Brusati si trova di fronte a una situazione critica, con il rischio concreto che il fronte si spezzi.
È proprio in questo contesto che Giovanni Donati si trova a combattere. Il suo nome compare in relazione agli scontri di Cima Maggio, nel maggio del 1916. Una breve annotazione segnala che viene ferito durante il combattimento. Ma accanto a questa informazione c’è un elemento che attira l’attenzione: la concessione della Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Per capire cosa sia accaduto in quei momenti, bisogna fare riferimento a una descrizione più dettagliata, riportata nell’Albo d’oro dei decorati della Prima Guerra Mondiale. Qui la scena prende forma con maggiore chiarezza. Donati, nel frattempo divenuto sergente degli Alpini, si trova nel mezzo di un’azione particolarmente difficile.
Durante il combattimento viene colpito in due parti del corpo. Nonostante le ferite, non si ritira immediatamente. La posizione che gli è stata affidata è una casa, che a un certo punto prende fuoco. È un’immagine forte: un edificio in fiamme, il pericolo che cresce, il caos che può facilmente prendere il sopravvento.
In quella situazione, Giovanni Donati continua a svolgere il suo compito. Raduna i suoi uomini, li mantiene al loro posto, impedisce che si disperdano. Rimane con loro, ferito, mentre tutto intorno peggiora. Solo quando riceve l’ordine di ripiegare lascia la posizione e si dirige verso il posto di medicazione.
Questo episodio spiega il senso della decorazione ricevuta. Non si tratta soltanto di resistere al fuoco nemico, ma di esercitare una leadership concreta in un momento critico. In guerra, soprattutto in situazioni così instabili, la capacità di mantenere la coesione di un gruppo è fondamentale. Il comportamento di un sottufficiale può determinare la tenuta di un’intera posizione.
Nel frattempo, sul piano più ampio, la situazione inizia a cambiare. Dopo le difficoltà iniziali, l’esercito italiano riesce a riorganizzarsi. Il generale Pecori Giraldi prende il comando della Prima Armata, sostituendo Brusati. Le truppe italiane riescono gradualmente a fermare l’avanzata austro-ungarica.
Luoghi come il Monte Fior diventano simboli di una resistenza accanita. Qui si combatte per impedire che il nemico prosegua verso l’Altopiano di Asiago. È una fase decisiva, in cui ogni posizione difesa contribuisce a stabilizzare il fronte.
Dopo l’offensiva del 1916, la situazione si assesta. Il fronte non crolla, ma si trasforma. L’Altopiano dei Fiorentini, pur restando segnato dai combattimenti, assume progressivamente il ruolo di retrovia tattica. Tuttavia, le tracce degli scontri restano evidenti. Ancora oggi, quell’area conserva segni concreti di ciò che è accaduto. Resti di trincee, postazioni in caverna, monumenti. Sono elementi che raccontano una storia senza bisogno di parole. Camminare tra quei luoghi significa confrontarsi con una memoria che è rimasta impressa nel paesaggio.
Il 4° Reggimento Alpini, di cui faceva parte Giovanni Donati, era articolato in diversi battaglioni. Tra quelli permanenti si trovavano “Ivrea”, “Aosta” e “Intra”, affiancati da unità di milizia mobile e territoriale come “Monte Levanna”, “Cervino”, “Monte Rosa”, “Val d’Orco”, “Val Baltea”, “Val Toce” e “Pallanza”. Una struttura che rifletteva la complessità del fronte alpino. All’interno di questo contesto, la storia di Donati rappresenta un esempio concreto di ciò che molti soldati vissero in quegli anni. Tuttavia, la presenza di una decorazione e di una descrizione dettagliata permette oggi di soffermarsi su di lui in modo particolare. Colpisce il modo in cui una vicenda così intensa emerga da annotazioni essenziali. All’inizio ci sono solo dati: nome, data di nascita, trasferimenti. Poi, improvvisamente, appare un episodio che concentra in sé il senso di un’intera esperienza.
Un uomo ferito, una posizione in fiamme, un gruppo di soldati da mantenere unito. Sono elementi che, messi insieme, restituiscono una scena concreta. Non c’è bisogno di aggiungere altro per capire la difficoltà di quel momento. La figura di Giovanni Donati assume così una dimensione più ampia. Non è solo un singolo soldato, ma rappresenta una realtà condivisa da molti. La sua storia diventa un modo per avvicinarsi, almeno in parte, a ciò che è stata la guerra per chi l’ha vissuta in prima linea. Rileggere oggi questi documenti significa anche questo: trasformare una registrazione burocratica in un racconto che restituisce profondità e significato. Senza alterare i fatti, ma lasciando emergere ciò che è già contenuto tra le righe.
Alla fine, resta l’immagine di un uomo che, pur ferito, continua a svolgere il proprio compito fino all’ultimo momento possibile. Un gesto che, nella sua semplicità, racchiude un senso di responsabilità difficile da ignorare. E resta anche il legame con quei luoghi, con l’Altopiano dei Fiorentini, dove la storia ha lasciato segni ancora visibili. Un paesaggio che conserva memoria, e che continua a raccontare, in silenzio, ciò che è accaduto.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
FOTO: 1) L’altopiano dei Forentini dove, nel maggio 1916, si svolse la sanguinosa battaglia del racconto.
2) Lo stemma del 4° Reggimento Alpini, Battaglione Intra. (Rielaborazioni digitali di Umberto Ravagnani).
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