LA DURA ATTIVITÀ DEL BECHARO

[312] LA DIFFICILE ATTIVITÀ DEL “BECHARO”

Fino al boom economico degli anni sessanta del novecento la scarsa presenza sulle tavole di piatti a base di carne ha spesso rappresentato lo spartiacque tra povertà e benessere. E in qualche caso nemmeno chi esercitava il commercio al minuto dei prodotti freschi o derivati dalla macellazione degli animali poteva ritenersi soddisfatto dei proventi che ne derivavano. Romano Brusarosco, di professione “beccaro” morì a Montebello inaspettatamente alla giovane età di 40 anni. Se ne andò il 22 dicembre 1696, pochi giorni prima del Santo Natale, ricorrenza che solitamente vedeva anche qualche montebellano meno abbiente varcare la soglia della sua bottega per acquistare quella poca, ma tanto agognata carne che ben raramente compariva sulla sua mensa. Infatti era fortunato chi durante l’anno, e solitamente nei giorni festivi, poteva sacrificare qualche magro volatile da cortile. Non è noto se in quell’anno fosse ancora rispettata la tradizione contemplata negli Statuti Comunali cinquecenteschi quando, in occasione della Pasqua, il comune di Montebello donava a ciascuna delle 200/250 famiglie un agnello arrostito, dono atteso e graditissimo soprattutto per chi certe pietanze proprio non se le poteva permettere. D’altronde le precarie condizioni economiche che affliggevano gran parte della popolazione sono palesi nell’elenco del 1544 dei Vicari già eletti (cariche amministrative ricoperte dai nobili – n.d.r.) di Montebello, Montecchio Maggiore, Brendola e Orgiano. In questa lista figurano ben 56 rinunce a Montebello, 7 a Montecchio Maggiore e due ciascuno a Brendola e Orgiano. Al punto che, tre anni più tardi, il nobile vicentino, Teseo Brogliano preferì pagare una multa di 100 Ducati, inflitta a coloro che sebbene designati rinunciavano a detta carica, piuttosto di insediarsi in un Vicariato come quello di Montebello che notoriamente non fruttava molto denaro.
Tornando al macellaio sopraccitato, quando tempo dopo si fece l’inventario per gli eredi, o meglio per l’erede, dal momento che fu la moglie Claudia l’unica persona investita nella successione, una annotazione mise seriamente in dubbio la floridezza della bottega. Per la cronaca Romano Brusarosco lasciò:

due massanghe (coltelli a lama larga per dividere in due metà gli animali macellati – n.d.r.)
due coltelli grandi
una zocha de nogara (un ceppo di legno di noce sul quale si tagliava la carne – n.d.r.)
un legno da ponersi la carne
saladi di porco
una cadena de ferro da carne
un animaletto porcino (una porchetta – n.d.r.)
una scancìa da formaggio (una scansìa / uno scaffale – n.d.r.)
Alla fine dell’elenco il redattore dell’inventario aggiunse che il defunto Romano Brusarosco possedeva impegnati per Lire o Troni 84 presso il MONTE DI PIETA’ DI VICENZA:

 un anello con pietra turchina ed uno con pietra verde,
“una muda” (coppia – n.d.r.) di pendenti d’oro
un filo di “ambracan” (ambra grigia – n.d.r.)
un filo di “ingranate” signate d’oro (grani ricoperti d’oro)
Tutto lascia credere che, oltre ad altre sconosciute difficoltà familiari, le vendite non erano state all’altezza delle aspettative e i dazi che gravavano sulle carni lo avevano messo ancor più in crisi. Anche in passato quella del “becharo” era stata un’attività che a Montebello non vantava presenze di rilievo tanto che nel 1665 Domenico Sgreva fu l’unico a denunciare di praticare il mestiere di oste e di vendere “un poco di becharia”. E’ non è casuale se nel 1629, temendo di non trovare a Montebello le pietanze che abitualmente consumava, un folto gruppo di notabili vicentini in trasferta a per visionare le condizioni dei ponti, preferì acquistare in città le carni ed altre cose, e successivamente, arrivati sul posto, farle preparare da un oste (vicenda narrata in AUREOS N° 244).
A proposito di tasse, nel 1686, Andrea Bimbin, procuratore del comune di Montebello si recò a Venezia per offrire al “Principe Serenissimo” (Doge) la somma di circa 5000 Ducati affinchè la comunità montebellana fosse investita di hostaria, magazin, e becharia e di poter levare al pubblico incanto il dazio sulle tre tipologie di attività commerciali, delle quali la prima era la più redditizia. Il comune, una volta ottenuta l’investitura, avrebbe affittato al miglior offerente la riscossione del dazio, che però solo i più ricchi avrebbero ottenuto. Per esempio nel 1640 furono i nobili Antonio Sangiovanni e Iseppo Pagliarino detto “mantovano” a diventare “patroni del datio della bechariain Montebello.
Ma se a Montebello e molto diffusamente, la carne per alcuni era un miraggio, a Venezia c’era il paradiso delle varietà di pietanze a disposizione di molti dei suoi ricchi abitanti nonché dei visitatori che potevano permettersele. Ne è una conferma la commedia di Carlo Goldoni del 1764 “Chi la fa l’aspetta”, nella quale uno dei protagonisti, Lissandro, chiede all’oste Menego la lista degli arrosti che contempla: lonza, straculo, cinghial, lievro, agnello, cavretto, pollastri, dindi, capponi, ànere, quaggie, gallinazze, beccanotti, pernise, francolini, fasani, beccafichi.
Una’abbondanza di carni difficilmente riscontrabile nei più riforniti ristoranti del nostro tempo.

OTTORINO GIANESATO

Immagine: Dipinto ad olio su tavola di Pieter Aertsen “Banco di macelleria”, 1551, Uppsala, University Art Collections (rielaborazione di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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