[490] OLTRE LA VITA
Quando il ricordo diventa storia

Ci sono luoghi che, a guardarli di fretta, sembrano non avere nulla da dire. Una facciata, qualche pietra, un edificio che oggi svolge una funzione del tutto ordinaria. Eppure, basta rallentare lo sguardo per accorgersi che certi dettagli custodiscono storie profonde. È il caso del doppio altorilievo sulla facciata dell’antico ospedale di San Giovanni Battista di Montebello Vicentino, oggi casa di riposo. Una figura scolpita, ferma, quasi sospesa, accompagnata da parole in latino. Non è solo decorazione: è memoria.
Quelle iscrizioni non raccontano una sola vicenda, ma due. E soprattutto mostrano due modi diversi di ricordare una persona. Per capirle, però, bisogna fare un passo indietro.1
Nel Quattrocento, nella piazza principale del paese, esisteva già un edificio chiamato ospedale.2 Ma attenzione: nel linguaggio dell’epoca, un “ospedale” non era un luogo di cura nel senso moderno. Era piuttosto un ospizio, cioè una struttura di accoglienza per viandanti, pellegrini e persone in difficoltà. Chi percorreva lunghe distanze aveva bisogno di punti di sosta sicuri, dove trovare un letto, del cibo e magari qualcuno disposto ad ascoltare. Accanto a questo ospizio sorgeva una chiesa dedicata a San Giovanni Battista. Questo insieme – ospizio e chiesa – formava un piccolo centro di assistenza e spiritualità, fondamentale per la comunità. Qui si intrecciavano gesti concreti e valori religiosi, quotidianità e fede. È in questo contesto che emergono le due figure protagoniste: don Nicolò Frigo e Francesco Viviano.
La prima iscrizione è dedicata a don Nicolò Frigo. Il testo si apre con una formula solenne: “A Dio ottimo massimo”. È una frase antica, che deriva dal mondo romano e che i cristiani hanno fatto propria. Significa, in sostanza, che tutto ciò che viene detto è posto sotto lo sguardo di Dio. Subito dopo, l’iscrizione propone una serie di espressioni che descrivono l’uomo. Si parla di “vita innocente”, cioè una vita condotta senza colpe; di “nemico dei vizi”, quindi lontano da comportamenti considerati sbagliati; di una persona “illustre nei costumi”, rispettata per il suo modo di vivere; e infine “chiarissimo per religione”, profondamente devoto.
Non si raccontano fatti specifici. Non si citano incarichi o risultati. Tutto si concentra sull’essenza della persona. È come se la lapide volesse fermare non ciò che Frigo ha fatto, ma ciò che ha rappresentato per chi lo ha conosciuto. Anche il modo in cui viene descritta la morte è significativo. Non si parla di fine, ma di passaggio: “dalla terra al cielo”. Questa espressione riflette una visione molto diffusa nel Seicento: la morte è un momento di transizione, non una conclusione definitiva.
A questo punto entra in scena Francesco Viviano. È lui ad aver voluto questa iscrizione. Viene definito “dottore in diritto”, cioè una persona esperta sia nelle leggi civili sia in quelle religiose. Una figura importante, inserita nella vita pubblica. Eppure, qui non parla come uomo di legge. Si presenta come allievo. Chiama Frigo “suo maestro” e lo descrive come “umanissimo”. Questo termine indicava una persona capace di comprensione, vicina agli altri, non distante o rigida.
Il tono è quasi confidenziale: sembra più una dedica personale che un atto ufficiale. Un gesto che nasce da un rapporto diretto, fatto di insegnamento e stima reciproca.
Passando alla seconda iscrizione, il quadro cambia. Il protagonista ora è proprio Francesco Viviano. Ma non è più lui a parlare: sono altri a ricordarlo. E il linguaggio riflette questa differenza. L’iscrizione si apre con una serie di titoli: “illustrissimo”, “eccellentissimo”, “signore”. Sono formule tipiche dell’epoca, usate per sottolineare il prestigio sociale. Subito dopo viene indicata la sua professione: “giureconsulto”. Anche questo termine, oggi poco usato, indicava un esperto di diritto. Qui non troviamo riferimenti alla sua interiorità o al suo carattere. L’attenzione si sposta sul suo ruolo nella società. In particolare, sul suo legame con l’ospedale di San Giovanni Battista. Viene definito “patrono liberalissimo”.
Per capire bene questa espressione, conviene soffermarsi sui termini. Il patrono era un benefattore, cioè qualcuno che sosteneva un’istituzione. Liberalissimo significa estremamente generoso. In altre parole, Viviano è ricordato per ciò che ha dato, per il suo contributo concreto.
Questa volta, inoltre, la lapide non è voluta da una sola persona. A dedicarla sono il massaro e i governatori dell’ospedale. Il massaro era una figura incaricata della gestione pratica e finanziaria, mentre i governatori erano responsabili delle decisioni.
È quindi un riconoscimento ufficiale, che rappresenta la voce di un’intera comunità. Non più un ricordo personale, ma una memoria condivisa. Anche il modo di parlare della morte cambia. Non si accenna al cielo o alla dimensione spirituale. L’accento è posto su un’altra forma di continuità: quella del ricordo. Si legge infatti che tutto è fatto “affinché il nome di un uomo così grande viva in eterno”.
Qui l’idea di “eternità” è legata alla memoria collettiva. Viviano continua a vivere attraverso ciò che ha lasciato e attraverso il ricordo degli altri. Se si osservano le due iscrizioni insieme, emerge un contrasto molto chiaro.
Da una parte c’è una memoria che potremmo definire “interiore”: legata ai valori, alla fede, al rapporto con Dio. Dall’altra c’è una memoria “esteriore”: legata al ruolo pubblico, alle azioni, al contributo alla comunità.
Sono due prospettive diverse, ma entrambe complete. Una guarda alla coscienza, l’altra alla società. Il legame tra Frigo e Viviano rende questo confronto ancora più interessante. Viviano, che nella prima iscrizione appare come allievo riconoscente, nella seconda diventa il protagonista del ricordo. È come un passaggio di testimone: chi ha imparato diventa, a sua volta, esempio per altri.
Questo meccanismo racconta molto del modo in cui funzionava la memoria nel Seicento. Non era qualcosa di astratto, ma un processo concreto, fatto di relazioni, di gesti, di riconoscimenti. Anche il contesto storico aiuta a comprendere meglio queste figure. Don Nicolò Frigo, oltre a essere sacerdote, fu coinvolto in un incarico delicato: la soppressione di due conventi locali, quello di San Francesco e quello di Sant’Egidio.
La soppressione di un convento significava la sua chiusura e la gestione dei suoi beni. Non era una decisione semplice. In questo caso, si inserisce in un quadro più ampio. Nel 1655, la Repubblica di Venezia aveva bisogno di fondi per sostenere la guerra di Candia contro l’Impero Ottomano. Per ottenere risorse, chiese al papa Alessandro VII il permesso di utilizzare i beni di alcuni monasteri. Frigo fu incaricato di seguire questo processo. Questo dettaglio mostra che la sua figura non era limitata alla dimensione religiosa, ma coinvolgeva anche aspetti amministrativi e politici. Dall’altra parte, Francesco Viviano rappresenta bene il ruolo del professionista impegnato nella vita civile. Il suo sostegno all’ospedale non era solo simbolico, ma concreto. In un’epoca in cui le istituzioni dipendevano molto dai benefattori, il suo contributo era fondamentale.
Oggi, osservando quelle due lapidi, si può cogliere qualcosa che va oltre il semplice ricordo storico. Ci mostrano due modi diversi di lasciare traccia: attraverso ciò che si è, e attraverso ciò che si fa. Non è necessario scegliere tra le due prospettive. Anzi, il loro valore sta proprio nel fatto che convivono. Quelle pietre, immobili da secoli, continuano a raccontare una storia fatta di relazioni, di riconoscenza e di memoria. Un dialogo silenzioso che, ancora oggi, invita a riflettere.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: – S.Vantini – L.Dainese – E.Agnolin, “Dalla Mansione del Tempio alla Casa di Riposo San G. Battista di Montebello”, 2001.
– L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol II, Montebello Vicentino 2018.
FOTO: L’altorilievo sulla facciata della Casa di Riposo (elaborazione digitale Umberto Ravagnani).
NOTE: 1) Queste le due iscrizioni:
« D.O.M.
[A Dio Ottimo Massimo]
A.D.R. NICOLAO FRIGO
[Al reverendo signore Nicolò Frigo]
VITA INNOCENTI VITIIS NOCENTI
[Di vita innocente, nemico dei vizi]
MORIBUS CLARO RELIGIONE CLARISS: MO
[illustre per i costumi, chiarissimo per religione]
ANNO MDCLXVII PRID. NON. AVG.
[nell’anno 1667, il giorno prima delle None di agosto (il 4 agosto)]
E TERRIS IN COELUM PROFECTO.
[partito dalla terra verso il cielo]
FRAN.CVS VIVIANUS I.V.D.
[Francesco Viviano, dottore in diritto]
TANTO DEI SERVO AC SUI PRAECEPTORI HUMANISS: MO
[a un così grande servo di Dio e suo maestro, umanissimo]
HOC OBSERVANTIAE PIGNUS
[dedica questo pegno di rispetto] »
———————————————————————-
« PERRILL.ET AC EDCC.VS D. D. FRAN.CVS VIVIANO
[All’illustrissimo ed eccellentissimo signore Francesco Viviano]
JU.CONS. DIVI IO.BAPTAE OSPITALIS
[giureconsulto, dell’ospedale di San Giovanni Battista]
PATRONO LIBERALISS.MO IO.MARIA
[patrono liberalissimo Giovanni Maria]
COLLALTUS MASSARI.VS ET COETERI GUBERNA.RIS
[Collalto massaro, e gli altri governatori]
UT TANTI VIRI BENEMERITI NOMEN AETERNUM
[affinché il nome di un uomo così grande e benemerito]
VIVAT HONORIS ERGO P.P.
[viva in eterno. In segno d’onore posero (questa lapide)]
ANNO SALUTIS MDCLXXIV
[Nell’anno della salvezza 1674] »
2) L’Ospedale viene citato in un documento del 1428, mentre la chiesa in un altro del 1432).
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