[494] L’ARTIGLIERE
Due medaglie nel cuore del fronte

Il nome di Silvio Nicoletti compare in un documento militare insieme a numeri, date e promozioni. A prima vista sembra poco più di una registrazione amministrativa, una delle migliaia compilate dall’esercito italiano durante gli anni della guerra. Eppure, osservando meglio quelle annotazioni, emerge il profilo di un uomo che attraversò alcuni dei momenti più drammatici del Novecento italiano, vivendo in prima persona la durezza del fronte e lasciando dietro di sé una testimonianza fatta di disciplina, resistenza e coraggio.
Silvio Nicoletti nacque il 16 maggio 1892 a Castelgomberto, nel Vicentino. Era figlio di Domenico e di Angela Poletto. Crebbe in una zona dove la vita era ancora profondamente legata alla terra e ai ritmi delle stagioni. I paesi del Veneto di inizio secolo erano mondi piccoli, dove quasi tutti si conoscevano e il futuro sembrava seguire percorsi già scritti: il lavoro, la famiglia, il servizio militare. Nel 1912 risultava residente a Montebello Vicentino, un altro centro della provincia vicentina immerso in quel paesaggio di campagne e colline che, pochi anni dopo, avrebbe visto passare soldati, convogli e notizie di guerra. Quando il suo nome entra nei registri dell’esercito, l’Europa sta vivendo una tensione crescente. Il 31 gennaio 1914 Silvio è già Caporal Maggiore nell’8° Reggimento Artiglieria da Campagna. Non sa ancora che di lì a poco il continente verrà travolto da un conflitto immenso. In caserma la vita continua tra ordini, addestramenti e giornate scandite dalla rigida organizzazione militare. Gli uomini dell’artiglieria imparano a lavorare insieme con precisione assoluta. Ogni componente della batteria ha un compito preciso e il margine di errore è minimo.
L’artiglieria rappresentava uno degli elementi più decisivi della guerra moderna. I cannoni non erano soltanto strumenti offensivi: spesso determinavano la sopravvivenza di interi reparti. Servirli richiedeva sangue freddo, rapidità e capacità di agire sotto pressione. Qualità che Silvio Nicoletti avrebbe dimostrato più volte negli anni successivi. Il primo gennaio 1915 viene trattenuto alle armi. L’Italia è ancora neutrale, ma il clima sta cambiando rapidamente. Nelle città si discute di intervento, nelle caserme aumentano preparativi e mobilitazioni. Quando il 23 maggio 1915 l’Italia entra ufficialmente nella Prima guerra mondiale, Nicoletti riceve la promozione a Sergente. Una coincidenza che sembra segnare l’inizio di una fase completamente diversa della sua vita.
Con il grado arrivano nuove responsabilità. Un sergente deve guidare uomini spesso più giovani di lui, mantenere l’ordine durante il combattimento, prendere decisioni rapide mentre intorno esplodono colpi d’artiglieria e raffiche di fucileria. Sul fronte italiano la guerra assume presto un volto durissimo. Le montagne, il Carso e le trincee trasformano il conflitto in una lotta estenuante fatta di assalti sanguinosi e bombardamenti continui.
L’8° Reggimento Artiglieria da Campagna aveva una storia importante alle spalle. Era stato costituito il primo luglio 1860 a Verona, nel pieno del processo di unificazione nazionale. Al suo interno confluirono batterie provenienti da differenti territori italiani, comprese unità toscane ed emiliane già impegnate nelle guerre d’indipendenza. Una delle batterie aveva conquistato una Medaglia di Bronzo durante l’assedio di Peschiera del 1848. Il reparto aveva partecipato anche alle campagne nelle Marche, in Umbria e nel Mezzogiorno durante il Risorgimento. Successivamente prese parte alla terza guerra d’indipendenza e ai combattimenti del 20 settembre 1870 a Roma, nei pressi di Porta San Pancrazio, durante la presa della città. Per i soldati che ne facevano parte durante la Grande Guerra, quel passato rappresentava una tradizione da rispettare e continuare.
Quando il conflitto mondiale esplose, il reggimento venne assegnato alle truppe suppletive del I Corpo d’Armata dipendente dalla 4ª Armata. Gli artiglieri italiani operarono in condizioni spesso proibitive. Le postazioni venivano ricavate nella roccia o nel terreno sconvolto dalle esplosioni. Pioggia, freddo e fango accompagnavano intere settimane trascorse accanto ai pezzi d’artiglieria. Fu nell’estate del 1917 che Silvio Nicoletti visse l’episodio destinato a segnare il suo nome nei registri delle decorazioni al valor militare. Sull’Altipiano Carsico, nella zona della Dolina Pavignana, durante un’azione di fuoco della batteria, Nicoletti svolgeva il ruolo di capo-pezzo. Era una posizione delicata. Il capo-pezzo coordinava il funzionamento del cannone e dei serventi, controllava il tiro e manteneva la lucidità del gruppo anche sotto attacco. Quel giorno la batteria si trovava completamente esposta al tiro nemico. Le esplosioni cadevano vicinissime alla postazione. Nel pieno dell’azione Silvio venne colpito gravemente a entrambe le gambe. Nonostante le ferite, continuò a restare vicino al suo pezzo d’artiglieria.
La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare parla di un “mirabile esempio di calma e coraggio”. Racconta che, benché ferito gravemente e con il cannone allo scoperto sotto il fuoco avversario, continuò a dirigere gli uomini e a incoraggiarli fino a quando fu necessario allontanarlo. Dietro quella formulazione ufficiale si può immaginare una scena di enorme tensione. Il fragore continuo dei colpi, il terreno che trema, il fumo che rende difficile vedere a pochi metri di distanza. E poi un sottufficiale ferito che cerca comunque di mantenere il controllo della situazione mentre i serventi continuano a operare attorno al cannone.
Nella guerra di trincea il coraggio spesso coincideva con la capacità di non cedere al caos. Restare lucidi, continuare a fare il proprio dovere anche quando il pericolo sembrava ormai inevitabile. Il 12 agosto 1917 Silvio Nicoletti viene ricoverato all’Ospedale Massimo di Guerra di Roma. Le ferite riportate sul Carso dovevano essere molto serie. Gli ospedali militari italiani, durante la Prima guerra mondiale, erano pieni di soldati mutilati o segnati profondamente dalla violenza del fronte. Molti trascorrevano mesi tra cure, operazioni chirurgiche e lunghe convalescenze. Ma la guerra non era ancora finita.
Il primo ottobre 1917 Nicoletti ottiene la promozione a Sergente Maggiore di riserva. Due mesi dopo è di nuovoassegnato all’8° Reggimento Artiglieria da Campagna. Tornare al reparto dopo essere stati feriti significava ritrovare una realtà diversa. La guerra consumava uomini continuamente. Alcuni commilitoni erano morti, altri erano stati trasferiti o ricoverati. Nuove reclute arrivavano al fronte senza conoscere davvero ciò che le aspettava. Nel giugno del 1918 il fronte italiano affrontò uno dei passaggi decisivi dell’intero conflitto: la Battaglia del Solstizio. Sul Piave gli austro-ungarici tentarono un’offensiva gigantesca per sfondare le linee italiane. Tra il 15 e il 22 giugno, a Capo d’Argine di Losson di Piave, Silvio Nicoletti si distinse ancora una volta. Anche in quella circostanza operò come capo-pezzo sotto il bombardamento dell’artiglieria nemica.
La Medaglia di Bronzo al Valor Militare gli venne conferita con una motivazione che sottolineava la calma e l’ordine dimostrati durante tutta l’azione, oltre al coraggio con cui affrontò il pericolo. Le battaglie lungo il Piave furono devastanti. Il rumore dei cannoni era continuo, il terreno veniva sconvolto senza sosta dai bombardamenti e gli uomini vivevano in uno stato di tensione permanente. In quel contesto mantenere il controllo della batteria era fondamentale. Bastava un momento di esitazione per compromettere il funzionamento dell’intera posizione. Il 14 giugno 1919 il nome di Nicoletti compare ancora nei registri, questa volta presso l’Ospedale numero 199 di Trieste. La guerra era ormai terminata, ma le sue conseguenze continuavano a pesare sui reduci. Molti soldati portarono con sé per tutta la vita le ferite fisiche e psicologiche del conflitto. Anche il reggimento al quale Silvio aveva appartenuto proseguì il proprio cammino nella storia italiana. Nel 1926 entrò a far parte della Divisione Militare Territoriale di Verona. Negli anni successivi assunse la denominazione “Del Pasubio”, richiamando una delle montagne simbolo della guerra combattuta sul fronte alpino.
Durante la Seconda guerra mondiale il reggimento venne inviato in Russia insieme alla Divisione “Pasubio”. La campagna sul fronte orientale fu una tragedia immensa per l’esercito italiano. Il reparto percorse oltre mille chilometri fino al Don, affrontando combattimenti durissimi e condizioni climatiche estreme. Nel terribile inverno tra il 1942 e il 1943 il reggimento venne quasi completamente distrutto durante la battaglia difensiva del Don. Eppure i superstiti riuscirono a salvare lo stendardo, trascinando persino l’ultimo cannone a braccia per centinaia di chilometri nella neve. Un’immagine che riassume il senso di sacrificio e appartenenza che caratterizzò la storia del reparto. Dopo il conflitto mondiale il reggimento venne ricostituito più volte. Tornò operativo a Livorno nel 1947, cambiò in seguito struttura e dipendenze fino ad arrivare, nel 2001, alla ricostituzione presso Persano, in provincia di Salerno, all’interno della Brigata Bersaglieri “Garibaldi”.
Eppure, più delle vicende organizzative e militari, colpisce il percorso umano di uomini come Silvio Nicoletti. Persone comuni che si trovarono dentro eventi enormi e che affrontarono la guerra con una forza spesso silenziosa. Di lui restano poche informazioni personali. Nessuna fotografia nel testo, nessun racconto diretto, nessuna memoria scritta. Restano però le sue azioni registrate nei documenti ufficiali. Restano le parole usate per descriverlo: calma, coraggio, esempio. E bastano quelle parole per intuire il peso di ciò che visse sui campi di battaglia del Carso e del Piave. La sua storia, conservata nei registri militari, continua ancora oggi a raccontare il volto umano della guerra.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
IMMAGINE: 1) L’area a ridosso del Piave dove si svolsero i fatti qui raccontati.
2) Lo stemma dell’8° Reggimento artiglieria terrestre “Pasubio”. (Rielaborazioni digitali di Umberto Ravagnani).
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