1700-INNOCENTI BARUFFE

[260] INNOCENTI BARUFFE NELLA COMUNITA’ MONTEBELLANA DEL β€˜700

Può un banco nella chiesa Parrocchiale di santa Maria di Montebello diventare fonte di inimicizie e dissapori? Ebbene sì!
Nel 1740, quello presso l’altare della Beata Vergine della Concezione, la cui proprietΓ  era rivendicata da due famiglie, costrinse i contendenti a ricorrere al notaio Bortolo Guelfo per giustificare ognuno le proprie pretese. Da una parte Antonio Fasolato, confortato dai testimoni Girolamo Perlato e Giovanni Zambellin, e dall’altra Benetto Agnolin che in nome della famiglia Zardo ricorse ai servigi del notaio almeno un paio di volte: la prima con i due testimoni Zuanne Malacarne e Bortolo Castegnaro e la seconda con Giacomo Perana e Mattio Nardin. Le ultime due persone citate precisarono che il banco era da tempo immemorabile usato soprattutto dalle donne β€œZarde”.
Come si sia conclusa la disputa, durata almeno un anno, non si trovano riscontri.
Un anno piΓΉ tardi, il conte Alessandro Brasco, che pure possedeva un banco nella chiesa parrocchiale, onde evitare future rivendicazioni da parte di chicchessia, trovΓ² una soluzione. Mancavano pochi giorni alle feste natalizie e giΓ  si sapeva che la chiesa sarebbe stata maggiormente frequentata dai fedeli. Pertanto il conte incaricΓ² il suo uomo di fiducia, Antonio Garzetta, a far venire da Venezia un mastro intagliatore, tale Gio.Maria Moro, con il compito di incidere profondamente nel banco di legno β€œl’arma” o blasone di famiglia. Il conte Brasco, non contento, un paio di mesi dopo fece mettere nero su bianco dal notaio Guelfo le modifiche apportate al manufatto ligneo.
Forse Alessandro Brasco voleva tutelarsi soprattutto nei confronti della famiglia Castellan, proprietaria tra l’altro della chiesa di san Francesco, nobili con i quali da almeno trent’anni correva profonda inimicizia.
GiΓ  nell’ottobre 1714 don Francesco Castellan, appena finita la messa nella chiesa di famiglia, smessi gli abiti sacerdotali, uscΓ¬ incollerito dalla sacrestia e ordinΓ² al giovane figlio di Antonio Malacarne (chierichetto?) di chiudere immediatamente la porta della chiesa (di san Francesco). In quel momento le poche povere persone lΓ¬ presenti presero immediatamente la via dell’uscita. Non fece altrettanto la moglie di Alessandro Brasco che si trovava a poca distanza dall’altare di sant’Antonio. A questa vista don Francesco, con voce impropria e alterata, sollecitΓ² la donna ad abbandonare la chiesa dicendo β€œβ€¦ e che se voleva far la beata dovesse fare ciΓ² a casa sua”.
I dispetti tra queste due nobili famiglie non si sa da quanto tempo durassero, ma verso la fine dell’inverno del 1714 si moltiplicarono. Cristoforo Castellan non aveva digerito il fatto che Alessandro Brasco avesse fatto togliere le inferriate dalle finestre della sua casa che guardavano il cimitero di san Francesco. Il conte.Brasco voleva forse crearsi una scorciatoia, seppur scomoda, con i morti e l’aldilΓ ?
Appare evidente che tra le due famiglie la piΓΉ dispettosa fosse quella dei Brasco. Ne Γ¨ prova che, nell’estate di quell’anno, due persone testimoniarono presso il notaio Guelfo, su invito dei Castellan, di aver visto i Brasco β€œestender la biancheria sulla corda per estender la lissia” attaccata ai morari di proprietΓ  degli stessi Castellan tanto sopra quanto fuori del cimitero di san Francesco.
Come si legge anche il piΓΉ piccolo ed innocente comportamento non passava inosservato e veniva puntualmente rinfacciato alla parte avversa.
Tutte queste reciproche rivendicazioni, quasi sempre comunicate ad un notaio del paese che regolarmente le registrava perchΓ© di sua competenza, non si sa fino a quando perdurarono.
Se ai giorni nostri i vicini di casa ad ogni minima bega dovessero ricorrere, come una volta, a questi professionisti, non basterebbe uno studio notarile ad ogni via.
Tratto da β€œIl β€˜700 giorno per giorno” – OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) Chiesa Prepositurale di Montebello. Ancora oggi sono presenti alcuni banchi con i nomi dei loro ‘proprietari’, ma nei secoli passati furono molte le famiglie che godettero di questo diritto. Documenti scritti, lo dimostrano (foto Umberto Ravagnani – 2009).

Umberto Ravagnani

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