[496] IL BERSAGLIERE CICLISTA
Fra le trincee del monte Sisemol

Giuseppe Abbreviato nacque il 15 aprile 1895 a Montebello Vicentino, in una famiglia che conosceva bene il significato della fatica. Suo padre Cecilio lavorava come cantoniere ferroviario, mestiere duro e continuo, legato alla manutenzione delle linee ferrate che attraversavano il Veneto di fine Ottocento. Sua madre, Luigia Barcaro, apparteneva invece a quel mondo rurale veneto fatto di economie modeste, piccoli sacrifici quotidiani e legami familiari molto forti. Gli Abbreviato vivevano in Contrà Vigazzolo, una zona periferica di Montebello, ma il loro nome scompare presto dai registri parrocchiali dello Stato d’Anime del 1899. Non si trattò di una dimenticanza. La famiglia aveva lasciato il paese. In quegli anni il Veneto era attraversato da una forte emigrazione: molte famiglie partivano per cercare lavoro altrove, schiacciate dalla povertà e dall’incertezza economica. Alcuni andavano all’estero, altri si spostavano semplicemente in province vicine dove le possibilità sembravano maggiori.
Fu probabilmente in quel periodo che anche Giuseppe, ancora bambino, lasciò Montebello insieme ai genitori. Gli archivi anagrafici raccontano infatti che il 24 novembre 1920 si sposò a Badia Polesine, nel Rodigino. È lì che la famiglia aveva costruito una nuova vita. Ancora oggi il cognome Abbreviato è presente quasi esclusivamente in quella zona del Polesine, segno di un radicamento nato proprio all’inizio del Novecento. La giovinezza di Giuseppe trascorse quindi lontano dal paese natale, dentro un’Italia ancora segnata dalla povertà agricola e dalle profonde differenze sociali. Era il tempo delle grandi trasformazioni industriali, ma anche delle difficoltà quotidiane per le famiglie operaie e contadine. Nessuno avrebbe immaginato che quel ragazzo veneto sarebbe diventato uno dei tanti protagonisti silenziosi della Prima guerra mondiale.
Quando l’Italia entrò nel conflitto nel maggio 1915, Giuseppe aveva vent’anni. Come accadde a migliaia di giovani italiani, la guerra arrivò improvvisamente a cambiare il corso della sua esistenza. Fu assegnato al 5° Reggimento Bersaglieri ciclisti, un reparto considerato moderno e particolarmente dinamico. I bersaglieri ciclisti erano addestrati a muoversi rapidamente lungo il fronte, utilizzando biciclette pieghevoli per mantenere i collegamenti tra i reparti, trasportare ordini e intervenire nei punti più critici della linea. Dietro quell’immagine quasi innovativa si nascondeva però una realtà durissima. I ciclisti militari operavano spesso sotto il tiro dell’artiglieria, attraversando strade sconvolte dalle granate o sentieri di montagna coperti di neve. Le comunicazioni durante la guerra erano fragili: i cavi telefonici venivano distrutti dai bombardamenti e, in molti casi, soltanto i portaordini riuscivano a garantire il collegamento tra un comando e le trincee avanzate. Era una missione estremamente rischiosa. Portare un messaggio significava esporsi continuamente al fuoco nemico.
Giuseppe Abbreviato dimostrò un coraggio fuori dal comune proprio in questo ruolo. Il suo nome compare infatti nell’Album dei decorati della Prima guerra mondiale con due importanti riconoscimenti: una medaglia di bronzo e una medaglia d’argento al valor militare. Le motivazioni ufficiali, brevi ma intense, raccontano molto di ciò che visse tra gli altipiani vicentini durante gli ultimi anni del conflitto.La medaglia d’argento gli fu concessa per le azioni compiute il 6 dicembre 1917 sul Monte Sisemol, nell’Altipiano di Asiago. Erano settimane drammatiche per l’esercito italiano. Dopo la disfatta di Caporetto, avvenuta tra ottobre e novembre, le truppe italiane si erano ritirate lungo il Piave e sugli altipiani veneti. Il Paese intero viveva un momento di enorme tensione. La paura che l’esercito austro-ungarico riuscisse a sfondare definitivamente era concreta. Il Monte Sisemol rappresentava uno dei punti più delicati della difesa italiana. Insieme al sistema Monte Fior-Castelgomberto costituiva uno sbarramento fondamentale verso la Val Brenta e la pianura veneta. Per questo gli austro-ungarici concentrarono lì attacchi violentissimi.
I bollettini militari di quei giorni descrivono una battaglia feroce. Artiglieria incessante, assalti continui, contrattacchi corpo a corpo combattuti nella neve e nel gelo. Le truppe italiane resistettero per ore sotto una pressione enorme. Il Sisemol diventò uno dei simboli della resistenza italiana dopo Caporetto. La motivazione della medaglia racconta che Giuseppe, addetto al comando di un battaglione duramente attaccato, sfidò più volte la morte per consegnare ordini urgentissimi. Partecipò inoltre ai contrattacchi alla baionetta, incoraggiando i compagni alla resistenza. Dietro quelle parole ufficiali si può immaginare un giovane soldato costretto a muoversi continuamente tra trincee sconvolte e pendii battuti dalle mitragliatrici. Ogni volta che partiva con un ordine sapeva di poter non tornare. In quelle condizioni bastava un ritardo nelle comunicazioni per compromettere un’intera posizione difensiva.
Il bollettino del 7 dicembre 1917 racconta che sul Monte Sisemol si combatté per dodici ore consecutive. Gli austro-ungarici tentarono ripetutamente di spezzare la linea italiana, ma i contrattacchi riuscirono a rallentarne l’avanzata. Alcuni reparti alpini, rimasti isolati su altre cime dell’altopiano, preferirono combattere fino all’ultimo piuttosto che arrendersi. In quelle stesse giornate arrivarono al fronte italiano anche reparti francesi e britannici inviati dagli Alleati dopo Caporetto. Il generale Armando Diaz, succeduto a Luigi Cadorna nel comando dell’esercito, accolse le truppe alleate sottolineando il valore della collaborazione tra eserciti. Ma furono soprattutto i reparti italiani già schierati sul Piave e sugli altipiani a sostenere il peso della difesa in quelle settimane decisive.
Giuseppe continuò a combattere anche nei mesi successivi. Tra il 28 e il 31 gennaio 1918 prese parte alla Battaglia dei Tre Monti, uno dei primi successi italiani dopo la ritirata di Caporetto. Gli scontri riguardarono Monte Val Bella, Col del Rosso e Col d’Echele, posizioni strategiche perse nel dicembre precedente. La situazione militare restava fragile. Le linee italiane sull’altopiano erano troppo esposte e prive di profondità difensiva. Un nuovo sfondamento austro-ungarico avrebbe aperto la strada verso la pianura vicentina. Per questo i comandi italiani decisero di organizzare un’offensiva mirata alla riconquista delle alture perdute. L’operazione coinvolse alpini, fanteria e reparti scelti. Nella notte precedente l’attacco molti soldati avanzarono nel silenzio assoluto. Alcuni avevano le scarpe avvolte nei sacchi per non produrre rumore sulle rocce gelate. Altri scalarono pendii quasi verticali aiutandosi con funi, nel buio più completo. Anche Giuseppe Abbreviato si trovava in mezzo a quell’azione. La motivazione della medaglia di bronzo al valor militare ricorda che affrontò ripetutamente il pericolo nel recapito di ordini e che prese parte agli accaniti combattimenti corpo a corpo sul Monte Val Bella tra il 28 e il 29 gennaio 1918.
La Battaglia dei Tre Monti ebbe un’importanza enorme soprattutto sul piano morale. Dopo mesi di sconfitte e ritirate, l’esercito italiano dimostrò di essere ancora capace di attaccare e riconquistare terreno. Molti storici vedono in quella vittoria uno dei primi segnali della ripresa che avrebbe portato, nell’autunno del 1918, alla vittoria finale di Vittorio Veneto. Dentro quella grande storia militare emerge la figura semplice di Giuseppe Abbreviato. Non un comandante famoso, ma un soldato qualunque che si trovò a vivere uno dei periodi più duri della guerra sul fronte italiano. Gli altipiani vicentini dell’inverno 1917-1918 erano luoghi estremi: neve alta, temperature rigidissime, bombardamenti continui e lunghi giorni trascorsi nelle trincee senza riposo.
Molti soldati soffrivano la fame, il gelo e la paura costante degli assalti improvvisi. In quel contesto, continuare a muoversi sotto il fuoco per mantenere i collegamenti richiedeva nervi saldi e una straordinaria forza d’animo. Di Giuseppe non rimangono memorie personali o racconti diretti. Restano però i documenti ufficiali e il ricordo delle sue azioni. Quelle poche righe incise nelle motivazioni delle medaglie bastano ancora oggi a trasmettere il senso del suo coraggio. Dopo la guerra tornò alla vita civile. Nel 1920 si sposò a Badia Polesine, cercando probabilmente di ricostruire una normalità dopo anni segnati dalla violenza del fronte. Come molti reduci italiani, rientrò in un Paese profondamente cambiato, attraversato da difficoltà economiche e tensioni sociali.
Oggi il nome di Giuseppe Abbreviato sopravvive nei registri militari e nella memoria storica della Grande Guerra. Sopravvive soprattutto nei luoghi dove combatté: il Monte Sisemol, Monte Val Bella, l’Altopiano di Asiago. Paesaggi silenziosi che conservano ancora trincee, camminamenti e cicatrici di quel conflitto. Ed è forse proprio lì che la sua storia continua a parlare con maggiore forza. Nella memoria di un giovane bersagliere veneto che, mentre il fronte sembrava cedere sotto la pressione nemica, continuò a correre tra neve, esplosioni e paura per mantenere vivi i collegamenti e sostenere la resistenza dei suoi compagni.
Umberto Ravagnani
FOTO: Il Monte Sisemol, sulle pendici sud-occidentali di Meletta di Gallio (Cartolina postale edita nel 1924).
BIBLIOGRAFIA: – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
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