LE DECIME DI MONTEBELLO

LE DECIME DI MONTEBELLO

[516] LE DECIME DI MONTEBELLO
Una storia scritta nei campi

Per molti secoli, nelle campagne di Montebello, una parte di ciò che veniva prodotto dalla terra non rimaneva interamente nelle mani di chi la coltivava. Frumento, vino, uva, fagioli e altri prodotti agricoli erano infatti coinvolti in un sistema di antichi diritti che prendeva il nome di “decima”. Dietro questa parola si nasconde una storia fatta di concessioni, rendite ecclesiastiche, controversie e cambiamenti nei rapporti tra Chiesa, proprietari e comunità locali. La decima era il diritto di ricevere una parte dei frutti della terra coltivata da altri. Nel mondo feudale poteva essere collegata a diritti riconosciuti e trasmessi nel tempo. Non era quindi una tassa nel senso moderno, ma una rendita che poteva spettare a un ente religioso o a chi possedeva determinati diritti sul territorio.
A Montebello le vicende delle decime sono strettamente legate alla chiesa di Santa Maria e alla comunità dei suoi canonici. I Conti Maltraverso avevano già contribuito al mantenimento dei canonici con importanti donazioni, ma la prebenda prepositurale di Santa Maria, cioè l’insieme delle entrate destinate al sostentamento del prevosto, venne costituita anche attraverso decime concesse in feudo dai vescovi di Vicenza.
La prima concessione ricordata risale al 1232 e fu fatta dal vescovo Manfredo dei Pii. Nel 1256 seguì quella del vescovo Bartolomeo da Breganze. Dire che una decima era concessa “in feudo” significa che quel diritto veniva formalmente riconosciuto nell’ambito del sistema feudale, nel quale terre, rendite e poteri erano regolati attraverso rapporti di concessione e dipendenza.
Una testimonianza particolarmente significativa arriva da un documento del 5 giugno 1307. Il prevosto Gosmerinus, insieme ai canonici e ai chierici di Montebello, chiese al vescovo di Vicenza Altegrado il rinnovo dell’investitura delle decime relative alle terre della parrocchia di Santa Maria. L’investitura era l’atto con cui veniva confermato ufficialmente un diritto. La richiesta del 1307 dimostra quindi che il possesso delle decime doveva essere formalmente riconosciuto e rinnovato.
“Il Prevosto Gosmerinus ed i Canonici e chierici di Montebello, chiesero ed ottennero dal Vescovo di Vicenza Altegrado, la rinnovazione dell’investitura delle Decime delle terre della parrocchia di Santa Maria.”
Non tutto, però, è possibile ricostruire con precisione. La documentazione conservata non consente infatti di stabilire quali fossero esattamente i diritti del prevosto e quali quelli dei canonici, né di seguire senza lacune la distribuzione delle rendite nei diversi periodi. È un limite importante, perché la storia delle decime si sviluppò per secoli e i diritti cambiarono più volte.
Un ruolo particolare ebbero i dodici chiericati che appartenevano ai canonici di Montebello. Il chiericato era una rendita ecclesiastica destinata al mantenimento di un chierico. Nel corso del tempo, però, queste dodici rendite vennero progressivamente assegnate ad altri enti. Tra il 1566 e il 1596 quattro chiericati furono assegnati a Venezia. Tra il 1773 e il 1778 altri furono distribuiti diversamente: due passarono alla prebenda arcipretale del Duomo della medesima città e uno a Vicenza. Le antiche rendite nate all’interno della comunità montebellana finivano così, almeno in parte, sotto il controllo di realtà diverse.
Anche le entrate provenienti dalle campagne erano divise secondo regole precise. La metà della decima spettava al prevosto, compresa quella relativa all’uva e ai fagioli. L’altra metà veniva suddivisa tra i possessori dei dodici chiericati. Nel corso dei secoli, tuttavia, queste rendite si ridussero. Intorno al 1726, durante la reggenza del prevosto Eleonoro Sangiovanni, la prebenda di Montebello perse il diritto di riscuotere la decima su venti campi situati lungo il confine con Zermeghedo. Alla fine del Settecento venne inoltre meno il diritto di percepire la decima e il quartese dagli abitanti di Selva e Agugliana.
Il quartese era un’altra prestazione legata alla produzione agricola. Anche in questo caso si trattava di consegnare una parte dei prodotti ottenuti dalla terra. I documenti permettono di capire molto concretamente cosa significasse.
Una serie di atti, tra cui quelli del 1448, 1520, 1643 e 1665, conferma che le decime e il quartese di Agugliana e Selva spettavano alla parrocchia di Montebello. In seguito, però, alcuni abitanti di quelle località cominciarono a non versare più il quartese al prevosto, sostenendo di pagarlo invece al proprio rettore, cioè al sacerdote responsabile della loro comunità. Il comportamento di pochi abitanti venne seguito progressivamente dagli altri. I prevosti Scortegagna e Dai Zovi protestarono, ma il contrasto non si risolse facilmente.
Un processo della Reverenda Curia di Vicenza, datato 29 aprile 1678, offre un’immagine molto concreta di questi antichi obblighi. Per la sola contrada di Agugliana, il quartese dovuto in media al prevosto comprendeva 18 staia di frumento, 6 staia di sorgo turco, 3 staia di sorgo rosso, 2 staia di fava, 16 litri di olio e 4 mastelli di vino.
Le “staia” e i “mastelli” erano antiche unità di misura utilizzate per quantificare i prodotti agricoli. Queste quantità fanno capire come la rendita non fosse qualcosa di astratto: entrava direttamente nella gestione dei raccolti e nella vita quotidiana delle famiglie contadine.
Nel frattempo il sistema dei diritti sulle decime continuava a cambiare. Con il declino dei Maltraverso e la vendita del feudo nel 1265, il diritto di riscuotere le decime perse progressivamente il carattere di privilegio ereditario e passò sotto il controllo del Comune. I diritti di esazione, cioè di riscossione, vennero assegnati anche attraverso gli “incanti”, vale a dire aste pubbliche.
In epoca veneziana la gestione delle terre decimali venne collegata alla famiglia Fracanzan, il cui nome è rimasto associato alla Fracanzana. Successivamente, per via matrimoniale, la proprietà passò ai Poiana. Le terre furono interessate da una trasformazione in senso più aziendale e padronale, mentre gli antichi gravami decimali continuarono a pesare sui coloni fino alle riforme di fine Settecento.
Il passaggio decisivo arrivò nell’Ottocento. La legge Italica del 14 luglio 1887 trasformò la decima feudale in un canone fisso in denaro. Non si trattava più, quindi, di consegnare una parte del raccolto: l’antico obbligo veniva convertito in una somma monetaria. Il canone era inoltre “sempre affrancabile”, cioè poteva essere estinto attraverso il pagamento del capitale corrispondente.
A Montebello la trasformazione non chiuse subito tutte le questioni. L’ultima controversia importante ricordata nel testo nacque in occasione dell’affranco della ditta Dal Molin e coinvolse il prevosto don Domenico Giarolo e i possessori dei dodici chiericati. Il Tribunale Ecclesiastico di Vicenza, con sentenza del 15 luglio 1914, riconobbe al prevosto Giarolo il diritto di trattenere l’intero capitale dell’affranco, pari a 30.707 lire, intestato al Beneficio. Il Beneficio era l’insieme dei beni e delle rendite destinati al mantenimento della parrocchia. Il prevosto avrebbe comunque dovuto continuare a versare ai possessori dei dodici chiericati le annualità stabilite. La decisione venne impugnata dalla Fabbriceria della Cattedrale di Vicenza. La Fabbriceria era l’istituzione incaricata dell’amministrazione dei beni destinati alle necessità della chiesa. Mentre l’appello era ancora in corso, venne proposta una transazione, cioè un accordo per chiudere la controversia.
Il capitale Dal Molin avrebbe dovuto essere utilizzato per affrancare il Beneficio di Montebello dalle annualità dovute ai condomini, cioè ai possessori dei diritti sui dodici chiericati. L’operazione fu autorizzata con decreto del Ministero di Grazia, Giustizia e Culti del 2 aprile 1924, numero 639. Il 27 ottobre 1925 la polizza che rappresentava il capitale dell’affranco Dal Molin venne svincolata. La somma fu reinvestita in titoli di rendita e intestata proporzionalmente ai possessori dei dodici chiericati.
A quel punto il sistema era ormai profondamente diverso da quello nato nel Medioevo. Il Beneficio Parrocchiale di Montebello non doveva più raccogliere direttamente una parte dei prodotti della campagna: rimaneva titolare del diritto di percepire il canone fisso derivato dalla trasformazione della vecchia decima. “Così il Beneficio Parrocchiale di Montebello rimase solo detentore del diritto di percepire il canone fisso della commutata decima della campagna di Montebello.” La vicenda delle decime racconta quindi un cambiamento lento, ma profondo. Nel corso dei secoli mutarono i titolari dei diritti, cambiarono le istituzioni e vennero meno molte delle antiche forme di pagamento. Ciò che un tempo arrivava al prevosto sotto forma di grano, vino, olio o altri prodotti agricoli finì per trasformarsi in un’obbligazione monetaria.
La storia delle decime di Montebello è, in questo senso, anche la storia di un mondo rurale che cambia. Le antiche concessioni feudali, i dodici chiericati, le dispute sul quartese e le successive trasformazioni economiche mostrano quanto fossero stretti, un tempo, i rapporti tra terra, religione e potere. Ed è proprio attraverso queste vicende apparentemente lontane che possiamo leggere una parte concreta della storia di Montebello: non soltanto quella dei suoi edifici e delle sue istituzioni, ma anche quella dei campi, dei raccolti e delle persone che per secoli li coltivarono.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:  – G.Mantese, “Memorie storiche della Chiesa vicentina”, Vol. II,  1954.
– G.Mantese, “Memorie storiche della Chiesa vicentina”, Vol. III,  1958.
– B.Munaretto, “Memorie storiche di Montebello Vicentino”, 1932.
IMMAGINE: Ricostruzione di fantasia di un piccolo borgo medievale veneto, come poteva essere Montebello (elaborazione grafica Umberto Ravagnani). Per approfondire leggi il nuovo libro di L. Bedin “Montebello e il suo Medioevo“.
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