VELO D’ASTICO

[341] VELO D’ASTICO – Storia della Colonia Alpina di Santa Maria Assunta (di Maria Rosa Trentin)

Maria Rosa Trentin ci ha chiesto di pubblicare questa sua breve storia della Colonia di Velo D’Astico alla cui buona operatività ha dedicato, con impegno, molto del suo tempo: « Certamente i giovani che, in questi ultimi anni, hanno avuto occasione di essere ospiti della Colonia Alpina “Santa Maria Assunta” situata nella bellissima vallata di Velo D’Astico, si saranno chiesti da chi, come, quando e perché è stata ideata e costruita.
Si era negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra quando disoccupazione e fame erano il triste retaggio di quel disastroso evento e molte famiglie versavano in poverissime condizioni, precisamente nel 1950, un sacerdote, l’allora cappellano Don Giuseppe Stella, impietosito da certe situazioni famigliari decideva di portare un gruppo di bambini lassù in montagna, collocandoli presso alcuni suoi parenti, per offrire loro una boccata di ossigeno e una scodella di latte fresco, nonché alimentare la speranza e la fiducia nei loro congiunti. L’anno successivo, nel 1951, l’esperienza si ripeteva ed erano 120 i bambini bisognosi che poterono “villeggiare” a Velo d’Astico nel mese di agosto, avendo come riparo alcune vecchie case prese in affitto, dei granai per dormitori, come materassi dei pagliericci, i fienili come refettorio e come assistenti un gruppo di coraggiosi suore e laici. Nel frattempo però Don Giuseppe consapevole che non poteva portare così all’avventura tanti bambini ma desideroso di continuare una così bella iniziativa, si rimboccò le maniche e con l’aiuto di alcuni volenterosi iniziò, sui resti cadenti di una baita, la costruzione della Colonia che, a prezzo di innumerevoli sacrifici, fu portata a termine nel 1953, Così finalmente i bambini poterono usufruire di un ambiente decoroso e appropriato dove non solo era salvaguardata la loro incolumità fisica ma era garantita la loro crescita morale e religiosa. I suppellettili vennero un po’ alla volta con il generoso apporto di tanta gente. Nel 1956 per avere lenzuola, coperte e copriletti si ricorse all’aiuto degli americani stanziati a Vicenza, mentre le brande e i materassi arrivarono con il contributo dei montebellani.
Nel 1958 oltre ai due turni che ospitavano in media 150 fanciulli fra maschi e femmine, si organizzò anche un turno per adolescenti dai 12 ai 16 anni con una partecipazione di circa 60 ragazze, cosa ripetuta anche negli anni successivi. All’inizio degli anni 70 però, con l’avvento del boom economico, i bambini cominciarono a disertare la colonia, i genitori preferivano portarseli appresso in altri luoghi di villeggiatura, così la bella Colonia alpina andava irrimediabilmente verso il declino, verso la chiusura e verso il decadimento.
Nel 1980 la vecchia cara Colonia ebbe ancora un sussulto di vita quando alcune famiglie, facenti parte del Gruppo Missionario Terzo Mondo di Montebello, decise di riaprirne i battenti e soggiornarvi per una quindicina di giorni adattandosi al suo stato decadente ma apprezzando la semplicità della vita in comune, dormendo nelle due camerate suddivise in maschi a sinistra e femmine a destra con materassi adagiati sul pavimento ma riscoprendo un luogo magico, unico. L’esperienza si era ripetuta anche nei due anni successivi e grazie alla presenza di queste persone semplici che si era potuto verificare che la struttura cominciava a dare segni di cedimento e che bisognava intervenire se si voleva salvare questo pezzo di storia del paese.
Era l’inizio della sua rinascita. Infatti, il Prevosto Don Luigi Matteazzi, intuendo che i tempi erano propizi al suo rilancio, con l’approvazione di tanta gente e l’aiuto di una commissione apposita diede avvio ai lavori di restauro. Dapprima il rifacimento del tetto, poi i servizi igienici, poi i muri divisori delle camerate, quindi la cucina e via via nuovi letti, nuovi materassi, armadi ecc. Molti sono stati i volontari che hanno dato il loro apporto costruendo, sistemando e mettendo un po’ di se stessi in quella che era chiaro fosse una seconda vita per la Colonia.
Così il 5 settembre 1983 Don Luigi accanto Don Giuseppe Stella, invitato per l’occasione, poteva riaprire e mostrare ai molti convenuti la Colonia rimessa a nuovo. Inizia così per la bella e amata Colonia una nuova era, Infatti vi accederanno in essa parecchi bambini, nel 1983 e nel 1984 sono stati fatti due turni di 20 giorni l’uno ospitanti ciascuno circa 60 persone fra assistiti e personale assistente, mentre nel 1985 e nel 1986 c’è stato un solo turno di bambini, però la Colonia ha ospitato per due settimane circa un gruppo di anziani, per altre due un gruppo di famiglie, per qualche settimana vari gruppi di scout, infine nell’arco dell’anno sono passati in essa gruppi pastorali ma anche gruppi culturali, sportivi, ricreativi sia di Montebello che di qualche altro paese.
La Casa Alpina Santa Maria Assunta di Velo d’Astico ha ripreso il suo ritmo di vita, sotto lo sguardo benigno e compiaciuto della Vergine Benedetta, ad essa auguriamo lunga vita. » (Maria Rosa Trentin)
Sulla storia di Velo D’Astico vedi anche l’articolo n. [280] Borgolecco Story (9) di Lino Timillero del 7 aprile 2022.
Di Maria Rosa Trentin è anche l’articolo n. [327] RICORDI DI SCUOLA del 2 marzo del 2023.

NOTA: Usufruendo della Colonia in Velo D’Astico non si può dimenticare il suo fondatore DON GIUSEPPE STELLA! Con tanti sacrifici e tanto amore ha “impastato” questa CASA sorretto anche dall’aiuto di tante persone laboriose e generose che avevano capito l’importanza e la preziosità di quest’opera.
Il 13 di settembre ricorrevano 20 anni dalla sua morte, i parenti si sono premurati di ricordarcelo, anche se non era stata dimenticata da noi tale ricorrenza, infatti Don Lidovino l’ha ricordato celebrando per lui una messa in suffragio. Chissà quante persone, nel tempo, l’hanno ricordato e ringraziato in cuor loro! Come sempre noi anche oggi vogliamo ricordarlo e ringraziarlo per questo gran dono e speriamo che lo facciano anche le giovani generazioni che usufruiscono e usufruiranno di esso. (I Montebellani – 13 settembre 2018)

FOTO: 1) Un ritratto di Don Giuseppe Stella fondatore della Colonia montebellana di Velo D’Astico (cortesia Maria Rosa Trentin, elaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) Maria Rosa Trentin con un gruppo di giovani nei pressi di Velo d’Astico nell’agosto del 1965 (cortesia Maria Rosa Trentin, elaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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BRUNO MUNARETTO

[340] BRUNO MUNARETTO – Un uomo consacrato al suo paese

Bruno Munaretto, fu certamente un personaggio ragguardevole del Novecento a Montebello. Figlio di Antonio e di Augusta Maria Mancini, nacque a Montebello, in via Gen. Vaccari, il 17 giugno 1911. La famiglia proveniva da Isola di Malo (Vi), ed era conosciuta come Munaretti ‘paja’.
Primo di 6 fratelli, Bruno, frequentò le cosiddette “Scuole Tecniche” dove si distinse per capacità e studio. Già a 18 anni incominciò a scrivere il suo libro più importante e impegnativo: “Memorie storiche di Montebello Vicentino”, illustrate da 15 bellissimi disegni di sua mano; il libro fu pubblicato nel 1932 ed ebbe un grandissimo successo. Ma nel corso della sua vita ne scrisse almeno altri 6 riguardanti la storia della nostra comunità.1
Si meritò la stima e l’affetto di altri due personaggi montebellani importanti dell’epoca: la medaglia d’oro Giuseppe Vaccari ed il compositore e musicista Arrigo Pedrollo con i quali condivise una profonda amicizia.
Durante la seconda guerra mondiale si distinse all’interno dell’organizzazione della resistenza partigiana locale e della Valle del Chiampo. Nel 1945, terminata la guerra, fu il primo Sindaco di Montebello libera dal giogo fascista e nel suo ruolo brillò per moderazione e giustizia per risolvere le difficoltà lasciate dal terribile conflitto appena concluso. Fu, inoltre, per molti anni Segretario politico della locale sezione della Democrazia Cristiana.
Continuò, anche quando giunse alla pensione, lo studio della storia di Montebello, così pure di quella antica, dopo i primi ritrovamenti di reperti paleoveneti sul cosiddetto Monte del Lago.
Bruno Munaretto amava molto anche il teatro, tanto che tra i suoi scritti troviamo pure un dramma in 3 Atti composto nel 1937. Fu sottoposto e approvato dal “Servizio di Censura Teatrale”, come di norma in quell’epoca. Il titolo dell’opera è “Amba-Aradam2 e narra del periodo in cui il regime fascista era impegnato nella conquista dell’Impero in Africa Orientale e precisamente tra l’ottobre 1935 e la prima metà del febbraio 1936. Il dramma venne rappresentato a Montebello subito dopo l’approvazione del Ministero della Propaganda ed ebbe un grandissimo successo.
Purtroppo, a causa di un gravissimo incidente stradale, il 6 luglio 1981 dopo 4 mesi di sofferenze Bruno Munaretto lasciava questo mondo. Era stato investito da una motocicletta mentre attraversava la Strada Statale 11 (oggi Strada Regionale 11), venne trasportato subito in ospedale e sembrò che non fosse in pericolo di vita. Per quattro mesi lottò per la guarigione ma non riuscì mai più a riprendersi.
Nel suo ‘luttino’ leggiamo « Uomo mite e buono intensamente amò il suo paese natale, la Chiesa e la sua gente a cui dedicò in silenzio umilmente ogni risorsa del suo nobile animo. Provato e purificato dal dolore Dio lo ha chiamato a sé nella dimora dei giusti. I suoi lo affidano a Dio e al ricordo di quanti l’ebbero caro. »
La morte lo ha colto mentre stava riordinando i suoi manoscritti, per redigere una nuova e più aggiornata storia di Montebello Vicentino che non ha mai visto la luce.

FOTO: Un bel ritratto di Bruno Munaretto (rielaborazione Umberto Ravagnani)

NOTE: 1) Altri libri scritti da Bruno Munaretto su Montebello Vicentino, dei quali l’ultimo fu pubblicato postumo dall’amico Michele Crispino:

  • Memorie storiche di Montebello Vicentino / Bruno Munaretto; illustrate da 15 disegni dell’autore, 1932;
  • Montebello francescana: S. Francesco dei Padri Conventuali e S. Pietro d’Alcantara dei Padri Riformati / Bruno Munaretto, 1933;
  • Vicenza romana: il Teatro Berga / Bruno Munaretto, 1934;
  • La battaglia di Montebello Vicentino, 8 aprile 1848 / Bruno Munaretto; con prefazione di Giuseppe Vaccari, 1936;
  • Antonio Zanesco: Rievocazione / Bruno Munaretto, 1936;
  • Mario Cenzi: medaglia d’oro / Bruno Munaretto, 1940;
  • Lino Zecchetto comandante partigiano: Nel 50° Anniversario della Resistenza / Bruno Munaretto, Michele Crispino, 1995;

2) L’Amba Aradam è un altopiano montuoso (amba) situato a sud della città di Macallè e a circa 500 km a nord della città di Addis Abeba in Etiopia, nel sud-est della regione dei Tigrè. Il monte è noto per l’omonima battaglia combattuta il 15 febbraio 1936, durante la guerra d’Etiopia, tra il Regio Esercito italiano, guidato da Filiberto di Savoia-Genova, e quello etiope, guidato da ras Mulughietà. Prima della battaglia l’esercito italiano aveva stretto delle alleanze con alcune tribù locali che tuttavia, in base alle trattative in corso, cambiarono più volte schieramento. Nella lingua italiana questa situazione ha dato vita, tramite una crasi (mescolanza, fusione), alla parola ambaradan, che indica infatti una situazione confusa e caotica o un’impresa complessa.

Umberto Ravagnani

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UN FULMINE RECIDIVO

[339] UN FULMINE RECIDIVO

Secondo un vecchio detto “un fulmine non cade mai due volte nello stesso punto”. La credenza si basa su un principio fisico che però non è un assoluto. Un fulmine si forma quando si “crea” un canale tra due punti con una grande differenza di potenziale elettrico. Dopo essersi scaricato il potenziale si riduce notevolmente nel luogo dove è caduto, per cui un nuovo fulmine è difficile che cada nello stesso punto. Anche e soprattutto perché il fulmine segue un percorso dettato dai moti dei gas atmosferici che hanno un comportamento caotico. Deve essere anche chiaro che, a distanza di tempo, le condizioni per la propagazione di un fulmine in un dato luogo possono ripresentarsi! Insomma non è impossibile che accada, solo poco probabile. A Montebello è successo: le cronache dei giornali ci raccontano di due episodi simili accaduti nel 1941 e, 55 anni dopo, nel 1996.

Annota Mons. Antonio Zanellato, Prevosto a Montebello,  nel suo diario alla data 22-4-1941: « Ore 20.20 un fulmine colpisce il campanile della Chiesa di San Giovanni Battista perforandone la cuspide. Il blocco di pietra che sosteneva la banderuola, cadde sulla Chiesa nell’angolo presso il presbiterio, sfondandone il tetto e il soffitto e frantumando un banco sottoposto. I danni si aggirano intorno a £. 5.000. È assicurata ».

Il giornale “La Vedetta Fascista”1 del 24-4-1941 riporta, sull’episodio, un piccolo trafiletto “Un fulmine a Montebello“.
« Gravi danni al campanile e alla Chiesa – Durante il temporale dell’altra sera un fulmine è caduto in Piazza Umberto I di Montebello Vicentino ed ha colpito in pieno il campanile della chiesa di San Giovanni Battista. Il fulmine ha fatto crollare parte del cornicione sovrastante la cella campanaria investendo in pieno la cupola e sportandone con violenza la parte superiore che si è rovesciata sul tetto della chiesa sfondandolo e andando a cadere con cumuli di tegole e di macerie nell’interno del tempio, danneggiandovi panche e sedie. Non si hanno a lamentare vittime essendo la chiesa vuota in quel momento. I danni materiali sono invece ingenti. 2»

Nel giro di qualche settimana il campanile fu riparato e restò solo il ricordo negli abitanti della Piazza che furono spettatori di quell’evento insolito e terrificante. In tempi più recenti, esattamente 55 anni dopo, il fatto si ripetè con incredibile coincidenza. Giovanni Pascoli, nella sua bellissima poesia “Il lampo” descrisse perfettamente un momento simile: « E cielo e terra si mostrò qual era: la terra ansante, livida, in sussulto; il cielo ingombro, tragico, disfatto: bianca bianca nel tacito tumulto una casa apparì sparì d’un tratto; come un occhio, che, largo, esterrefatto, s’aprì si chiuse, nella notte nera. »

All’interno della Chiesa di San Giovanni Battista, in un angolo vicino all’altare, è conservata la cuspide del campanile caduta in questa seconda tragica circostanza e una targa che riporta questa scritta: “Pinnacolo coronato da pigna e banderuola, gravemente lesionato da un fulmine caduto sul campanile il [venerdì] 26 luglio 1996. Restaurato Maggio 2021”.

Il Giornale di Vicenza1 del 29 luglio 1996 così descrisse questo nuovo episodio: « Montebello. Per fortuna che c’era il palco delle feste, altrimenti chissà che cosa poteva accadere. Una folgore ha centrato la punta della cupola del campanile della Chiesa di San Giovanni e l’ha tagliato in verticale per alcuni metri. In Piazza Italia sono volati come coriandoli migliaia di detriti e calcinacci che si sono sparpagliati su diverse decine di metri quadrati. Sono dovuti intervenire i Vigili del Fuoco che hanno transennato la zona per il pericolo di crollo della cupola. Se fosse stato un giorno qualsiasi i danni per le auto parcheggiate, oppure per qualche cittadino che intendeva raggiungerle, potevano essere consistenti. Invece una parte del piazzale era occupato da un palco per le serate d’estate e le conseguenze sono state limitate. Certo la Parrocchia dovrà restaurare il campanile e dovrà allargare i cordoni della borsa, ma almeno il bilancio si ferma lì. Anche il tetto del Municipio potrebbe essere stato in parte danneggiato. A farla da protagonista ieri a Montebello, verso le 11.00, è stato un furioso temporale che ha imperversato per una quindicina di minuti. Le saette sono state scaricate al suolo da un cielo plumbeo che metteva paura e una di queste ha colpito una sfera di pietra che si trovava in cima alla cupola, trasformatasi in parafulmine. È sembrato, per chi l’ha visto, come il piattello sbriciolato da una fucilata. “È stato un colpo terribile – ha raccontato un testimone che si trovava nel vicino bar – e guardava attraverso la vetrata, perché la sommità della cupola è andata in frantumi e sono saltati sassi e pezzi di mattone dapperutto”. Come succede in queste circostanze, nelle abitazioni adiacenti al campanile sono saltate le linee telefoniche e la luce, mentre numerose persone si sono affacciate per rendersi conto di quello che era successo. Il crash del fulmine alimentato da decine e decine di migliaia di volt è stato devastante e avrebbe potuto avere ben altre conseguenze. 2»

Alessandro Danieli (allora all’ufficio Tecnico Comunale) ricordava così l’episodio: “… il fulmine centrò in pieno il campanile a fianco del Municipio, scese  lungo la struttura  e si scaricò sui tubi dell’acquedotto correndo fino al pozzo di viale Verona e bruciando 2  pompe… risultato mezzo paese senza  acqua! Lavorammo tutta la notte per sostituire le pompe… che avventura!

È stata fatta una interessante considerazione sui fulmini in nota nell’articolo n. [281] “UN TRAGICO DESTINO.

FOTO: 1) Il pinnacolo del campanile gravemente lesionato da un fulmine nel 1996 (cortesia Franca Castagnaro).
2) La cuspide del campanile della Chiesa di San Giovanni Battista dopo la scarica del fulmine di venerdì 26 luglio 1996 (cortesia Alessandro Danieli, rielaborazione di Umberto Ravagnani).
NOTE: 1) Il quotidiano uscì per la prima volta il 30 maggio 1915 con il nome de “La Provincia di Vicenza“. Nel periodo fascista prese il nome de “La Vedetta Fascista“. Uscì per un breve periodo come “Il Giornale di Vicenza” per un bimestre tra luglio e settembre del 1943 e per tutta la durata della Repubblica Sociale Italiana, continuò con il nome di “Il Popolo Vicentino“. Il primo numero de “Il Giornale di Vicenza” come quotidiano indipendente uscì il 5 febbraio 1946.
2) Consultazione presso la Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza.

Umberto Ravagnani

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VILLA ANSELMI

[338] VILLA ANSELMI
(I precedenti proprietari del sito di Villa Anselmi)

Con atto del notaio Francesco Tecchio di Vicenza del 3 maggio 1831, il barone Bartolomeo Scola, la cui famiglia si arricchì fin dal seicento con la gestione di una speziaria in città chiamata “alla Pigna”, vendette alcune case e dei terreni ai tre fratelli Anselmi domiciliati a Montebello per Lire Austriache 110.537 ovvero Lire Venete 193.440

fabbriche e campi 83 e quarti 2 in Brendola
fabbriche e campi 72 e quarti 2 in Montebello
In totale fanno campi 156

L’area dove sorgevano i fabbricati rurali è indicata nelle vecchie carte militari del 1798, opera del colonnello austriaco Anton Von Zach, come Scola, e questo significa che questi immobili erano stati acquisiti dagli Scola in precedenza, pochi anni prima che le mappe fossero disegnate (1791 ?). Ma da chi in particolare ? L’archivio di famiglia degli Scola, custodito presso la Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza, contiene numerosissimi documenti che parlano dei rapporti d’affari con gli Storato, soprattutto con Ruggero. Nome questo che si è perpetuato almeno per tre generazioni consecutive: dall’Estimo del 1670 in Montebello fino ad oltre 100 anni dopo. Gli Storato, ancor prima, sono segnalati anche nel Balanzon del 1544-45 come modesti proprietari terrieri abitanti nella vecchia contrada del Sangonedo in territorio di Montebello che proseguendo verso Brendola diventa poi contrà Giarette o Pedocchio o Lobia.
In quei tempi esistevano due distinti nuclei di famiglie Storato, uno composto da famiglie di lavoratori della terra, o carrettieri che esiste tutt’ora nei territori tra Brendola e Montebello, ed un altro che in passato apparteneva sicuramente allo stesso ceppo, ma che fatta fortuna, si era trasferito a Vicenza nel seicento. Qui uno di loro, Ruggero per l’appunto, era diventato notaio. I carteggi degli Scola rivelano che le proprietà di Ruggero Storato e figli erano più consistenti in Brendola che non a Montebello.
Ruggero Storato nell’Estimo dei forestieri di Brendola del 1725 possedeva in “contrà Lobia o Sangonedo presso la strada comune da due parti nel confine di Montebello, una palazzina, murata cupata e solarata di più camere,, barchessa, caneva, corte recintata da muro
Segue poi l’elenco delle varie pezze di terra, ognuna con il suo valore, che coprono una intera pagina.
Anche i fabbricati, poco fa descritti, hanno esposto a margine il loro valore e cioè zero, cifra questa grossolanamente corretta successivamente perché i rilevatori dell’epoca forse si accorsero che questa possessione, composta di case, annessi e campi, relativamente agli edifici, si trovava nel territorio comunale di Montebello e quindi non andava tassata da Brendola come invece dovevano esserlo i terreni.

Su quel sito sarebbe stata in seguito edificata “Villa Anselmi”!

Le mappe austriache disegnate nella prima metà dell’ottocento, quindi successive a quelle del 1798 di von Zach, non riportano più il nome Scola sull’area nominata, ma semplicemente il toponimo “moraria.
Nel settecento veniva chiamata strada della moraria quella che partendo dalla strada Postale Regia (s.s.11) dopo un chilometro passava proprio lungo il fianco est dei vecchi fabbricati in oggetto per poi immettersi subito dopo nella strada detta Sangonedo o Pedochio. Le due strade formavano così un angolo retto che abbracciava mezza proprietà.
Restando in tema, i fratelli Gio.Maria e Giuseppe figli di Ruggero Storato, nel 1772 permutarono col comune di Montebello una loro pezza di terra nella contrà del Pizzon con due strade comuni che immettevano nella strada Postale Regia provenendo dalla contrà Sangonedo. Una di queste era la strada della moraria. Quindi si desume che in questa data gli Storato possedevano ancora il sito su cui sarebbe poi stata edificata la villa.
Peccato che il testamento di Antonio Storato del 16 agosto 1791, (citato in un atto del 1854) si trovi nei rogiti del notaio Giulio Storni. professionista che non risulta appartenere al collegio di Vicenza o di Bassano e quindi non presente nell’Archivio di Stato di questa città. Molto probabilmente doveva essere di Verona o Padova, ma è da verificare. In quel testamento potrebbero esserci ulteriori indicazioni circa la data precisa del passaggio di proprietà del luogo detto moraria dagli Storato agli Scola, dal momento che l’atto del 1854 parla di una iscrizione ipotecaria del 1809, rinnovata poi nel 1828, 1838, 1848, e presa in carico dagli Scola da Morsoletto Girolamo e dai suoi i figli Marco Antonio e Alessandro, relativa ad un terreno in contrà Lobia di Brendola usato poi per posarvi la linea ferroviaria “Ferdinandea” Milano-Venezia. Il numero di mappale è 80, quelli del vecchio sito della villa 81-82-83. Nella mappa Napoleonica d’Avviso, in data 1811 il nome degli Scola è ancora chiaramente riportato su queste particelle catastali.
Nel 1839 Alessandro Morsoletto del fu Girolamo di Altavilla cedette a Gio:Batta Anselmi del fu Bortolo
circa 67 campi con fabbriche annesse (cà Rossa) situati nel comune di Brendola in contrada Lobbia al Pedocchio al n° 79 di mappa e facenti parte del n° 80 per Lire 48.000. Questo ultimo acquisto entrerà a far parte della cosiddetta “possessione del Pedochio” con il palazzo Anselmi che sarà edificato nel 1847. Continua…

OTTORINO GIANESATO

Estratto dalla sua ricerca storica sugli Anselmi.

Foto: Villa Anselmi, nuova sede dal 2013 di Bottega Veneta a Montebello (rielaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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ELENA CAPITANIO

[337] ELENA CAPITANIO
Un’insegnante esemplare a CA’ SORDIS

Elena Capitanio, figlia di Umberto e di Beatrice Brunelli nacque a Verona il 23/12/1903 durante una delle tante tappe del padre che, a causa del suo lavoro di insegnante, fu costretto ad effettuare1. Diplomatasi maestra a Vicenza nel luglio del 1921 passò di ruolo nella scuola elementare di Brogliano due anni più tardi. Dal 1937 al 1938 fu comandata al Provveditorato di Vicenza. Dal settembre 1938 al 1943 insegnò a Villaverla per poi giungere, nel gennaio del 1944, a Montebello come insegnante nella scuola di Ca’ Sordis.1
Dal mese di aprile del 1944 il padre Umberto Capitanio, Elena con il marito Franco Camilotti e la figlia Maria Beatrice di 15 anni, erano ospiti di Lucrezia Boroni, allora proprietaria della villa Valmarana-Boroni (attualmente villa Zonin) e cognata dello stesso Umberto. Erano, da poco, sfollati da Vicenza a causa dei continui bombardamenti effettuati dagli alleati su questa città. Montebello, tra l’altro, era anche il paese natale della mamma di Elena, Beatrice Brunelli, morta molti anni prima.
Il periodo nel quale Elena Capitanio fu impegnata con la scuola di Ca’ Sordis fu senz’altro il più brutto di tutta la sua carriera scolastica, come si può facilmente intuire dal suo diario scolastico del 1944-45.
Dalla “Cronaca di vita della scuola” – Ca’ Sordis, Classe IIIa e IVa Miste – Anno scolastico 1944-452

2 ottobre 1944 – S. Messa d’apertura per l’anno scolastico.
3 ottobre – Inizio delle lezioni: presenti 19 alunni di IVa e 17 di IIIa.
4 ottobre – Manca l’insegnante delle prime due classi. Avviso il Direttore.
6 ottobre – Accetto qualche alunno di Ia classe: ne ho presenti 9, ai quali comincio subito i primi esercizi di aste, sul tondo, sulle curve. Vocali maiuscole e minuscole, disegno copiato dalla lavagna: foglie, frutti, animali.
10 ottobre – Inizio un orario diverso per IIIa e IVa, alterno i giorni di scuola per queste due classi, tenendo giornalmente presenti quelli di Ia.
16 ottobre – In seguito al bombardamento di ieri sulle contrade vicine, trovo presenti solo 2 scolari. Molti sono sfollati, altri si preparano a partire.
17-18-19 ottobre – Nessun presente
20 ottobre – Presenti uno scolaro di IVa e la sorellina di Ia.
28 ottobre – Fino ad oggi nessuno scolaro s’è più presentato.
5 novembre – Il Direttore consiglia di continuare la scuola fuori di Ca’ Sorci. I Villardi accettano in casa propria me e gli scolari che si presentino.
8 novembre – Riprendo la scuola, in Ia ho due scolari, in IVa altri 2.
10 novembre – Continuo lo svolgimento del programma nelle due classi. Peccato che gli scolari delle due classi siano così scompagnati per intelligenza, volontà e profitto.
23 dicembre – Vacanze natalizie.
12 gennaio 1945 – Si presenta una scolaretta nuova di Ia e una di IVa. La prima e la seconda mi costringono a ritornare indietro nel programma.
22 febbraio – Riprendo servizio – mia collega è nominata la sig,ra Rizzi (Angela – n.d.r.) per la classe Ia, a me resta la IVa.
27 febbraio – Il Direttore visita la scuola a Ca’ Villardi, dispone per la sistemazione della scuola in una stanza della casa.
1 marzo – La scuola nuova è pronta, con banchi tavolo e lavagna.
8 marzo – Sorpresa, lungo la strada, da sgancio di caccia (bombardamenti – n.d.r.) – ritorno a casa.
9 marzo – Il ponte sulla provinciale (sant’Egidio – n.d.r.) è stato colpito, è caduto.
11 marzo – Per arrivare a scuola devo fare un lungo giro, attraversare il Guà sulla passerella dei Nicoletti.
20 marzo – La scuola continua alla meno peggio: gli scolari sono impressionati, difficile è ottenere attenzione e studio.
15 aprile – Il Guà, per una piena improvvisa che ha allagato bacino e campi, porta via anche la passerella. Senza questa e senza l’altro ponte, sono costretta a sospendere le lezioni. Il locale, assai trascurato.
16 maggio Presenti n° 10 di IIIa – n° 7 di IVa.
15 giugno 1945 – Ultimo giorno di scuola: un mese è bastato a riprenderli, a ripassare materia di IIa, a iniziare la divisione di due cifre, la preparazione ai primi compiti, alle cronache. Impossibile cominciare il sistema metrico, o i problemi con più di una operazione. Conto di continuare la scuola due giorni per settimana, continuerò il programma per chi vorrà frequentare, sia di IIIa che di IVa.
Dopo le prime incursioni dell’ottobre 1944, la contrada dov’è sita la scuola, è sfollata. Mancò assolutamente la presenza. Ripresi la scuola a fine ottobre, in casa Villardi, Via Isole Corso. Ebbi là due scolari di IVa, tre di prima, a cui se ne aggiunse un terzo in gennaio.
Ogni tanto, colpito il ponte sulla provinciale, dovetti interrompere le lezioni finché non fu ricostruito il ponte. Danno per gli scolari, per il loro profitto.
In gennaio, lasciata la scuola per un mese, e precisamente fino al 22 febbraio, i ragazzi furono del tutto abbandonati. Li ritrovai ben più indietro di come li lasciai, e con fatica ripresi il tempo perduto.
Gli avvenimenti bellici, le frequenti incursioni, i giornalieri mitragliamenti ritardarono il progresso, l’applicazione dovuta.
Per quanto abbia trascurato l’insegnamento metodico della storia, geografia e delle scienze, arrivai allo svolgimento completo del programma nelle altre materie con molta fatica.
A metà maggio poi, oltre ai tre frequentanti di IVa, se ne sono presentati altri 6: una frequentò regolarmente a Brendola, la trovai al punto dei miei, gli altri invece impreparati del tutto. Buono il profitto e la disciplina.
Elena Capitanio Camilotti (Frazione di Ca’ Sordis)

Fortunatamente, finita la guerra, lentamente tutto tornò alla normalità. Non fu certo privo di problemi il dopoguerra, molte famiglie si ritrovarono a vivere in condizioni di povertà o furono costrette ad emigrare…

Umberto Ravagnani

NOTE: 1) Umberto Ravagnani, “CARTOLINE CHE RACCONTANO”, 2015, Editore Amici di Montebello.
2) Archivio dell’Istituto Comprensivo Statale di Montebello Vicentino – Frazione Cà Sordis – Insegnante: Camilotti Capitanio Elena, classi IIIa e IVa miste, anno scolastico 1944-45 (da “LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO” di Ottorino Gianesato, Umberto Ravagnani e Maria Elena Dalla Gassa).

FOTO: Elena Capitanio (sul muretto), quando era bambina, con il padre Umberto e i fratelli Maria, Gelsomina e Vittorio (cortesia Mario Carnevali, nipote di Umberto Capitanio e Beatrice Brunelli).

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LA FEDELTÀ DEL CANE

[336] LA FEDELTÀ DEL CANE

Chi ha l’opportunità di condividere la propria vita con un cane conserva anche, dentro di sé, dei ricordi indimenticabili. Ma alcune storie vanno oltre le emozioni personali e diventano patrimonio collettivo. Quella che vi raccontiamo oggi è proprio una di queste.
Siamo a Montebello nell’agosto del 1938 e il protagonista è il cagnolino di un ambulante riparatore di ombrelli, un certo Carlo Chiumento di 60 anni; il luogo è la Piazza Umberto I (oggi Piazza Italia) un mercoledì, giorno di mercato nel nostro paese. Il Chiumento, che aveva una lieve pendenza penale con la Pretura di Valdagno, stava facendo il suo lavoro in un angolo della Loggia, con accanto il suo fedele cagnolino, quando gli si presentarono davanti due carabinieri. Gli chiesero un documento, come facevano spesso con gli stranieri e i vagabondi. Il poveretto diede loro la carta d’identità senza obiettare ed essi si appartarono per un breve controllo. Ma si accorse subito che qualcosa non andava… “forse mi hanno riconosciuto! Forse hanno una mia foto segnaletica…”. E non si sbagliava… Poco dopo i carabinieri tornarono da lui, gli notificarono il suo reato pregresso e gli chiesero di seguirli in caserma. Il cagnolino, che da anni accompagnava l’ombrellaio nelle sue peregrinazioni, non abbandonò il padrone e lo seguì fin sulla soglia del posto di polizia, dove rimase accucciato per un’intera giornata rendendo vane tutte le misure prese per sloggiarlo. Il giorno seguente il cagnolino seguì trotterellando la carrozza che trasportava il suo padrone fino alle carceri di Lonigo.1 Arrivati a destinazione il cagnolino si avvicinò alla porta della prigione emanando lamentosi guaiti. Intenerita, una persona del luogo raccolse la bestiola portandola nella sua abitazione, dove l’avrebbe tenuta in custodia fino all’uscita dal carcere dell’ombrellaio. Ma ogni mattina, il cagnolino faceva una capatina fino al carcere abbaiando furiosamente come a salutare il padrone; poi se ne ritornava alla casa che l’aveva ospitato, rimanendo per tutto il giorno malinconicamente accucciato in un angolo.
Questo episodio suscitò l’interessamento di varie persone. Alcuni vollero conoscere il nome di coloro che si erano offerti a dare ospitalità al cagnolino e costoro furono oggetto di premure; fu ad essi inviato, da più parti, anche del denaro che doveva servire al mantenimento del cane fino all’uscita dal carcere del Chiumento. Scontata la pena di tre mesi l’ombrellaio uscì dal carcere e la sua prima attenzione fu quella di recarsi a ritirare il cagnolino. La scena è stata veramente commovente. Una signora del paese, testimone dell’incontro, ha regalato al Chiumento una piccola somma per premiare la particolare sensibilità d’animo dell’ombrellaio.
(Da Il Corriere della Sera dell’8 dicembre 1938).
A qualcuno  potrebbe sembrare, una piccola storia banale ma, a parte la lezione di vita, da dove viene la fedeltà del cane verso il padrone? Sì, gli si dà da mangiare, si gioca con lui e si prova un profondo senso di amore, ma questo è sufficiente per dimostrare pienamente la profondità delle emozioni che esso prova per noi? Gli esperti lo spiegano così: la fedeltà la puoi vedere nel tuo stesso cane, che è felicissimo quando torni a casa dal lavoro e ti saluta come se non ti vedesse da settimane. Se questa non è una fedeltà profonda! Ma cosa rende un cane fedele? La spiegazione più semplice della fedeltà del tuo cane è che gli dai cibo e riparo. Il cane ti è grato per l’essenziale della vita che gli fornisci e quindi ti è fedele.
Ma esiste una base scientifica: i cani domestici discendono dai lupi, che un tempo l’uomo accoglieva e addomesticava offrendo loro cibo e riparo in cambio del ruolo di cani da guardia. Questo rapporto di reciprocità è rimasto nei geni del cane e la sua fedeltà ne è il risultato.
Naturalmente, questo significa che i cani fedeli adorano chiunque li nutra. Anche questo è in gran parte vero, poiché i cani tendono ad affezionarsi maggiormente al membro della famiglia che dà loro il cibo. Ma non è l’unica spiegazione.
Le risposte della psicologia canina: I cani sono anche animali da branco e desiderano appartenere a un branco. In questo sono molto simili agli esseri umani: si dice che nessun uomo è un’isola e lo stesso si può dire per un cane. Per il tuo cane fedele, la tua famiglia è il suo branco e vi ha adottato come suoi.
La lealtà in un branco è fondamentale. Affinché un branco possa sopravvivere in natura, i suoi membri devono lavorare insieme per superare i pericoli. Fidarsi, collaborare e mettere al primo posto gli interessi del branco sono tutti elementi naturali per sopravvivere. Questo spiegherebbe perché i cani spesso mettono in pericolo la propria vita per proteggere i loro padroni; il loro istinto di branco glielo impone.
Ma questo non può spiegare tutto. In fin dei conti, il vostro cane vi ama ancora quando tornate da una lunga vacanza e non gli avete dato da mangiare durante quel periodo. E che dire del cane fedele che aspettava il suo padrone ogni giorno davanti alla prigione e ha continuato ad aspettarlo per tre mesi? Né l’istinto di branco né le relazioni reciproche possono dimostrarlo. Ma qualcos’altro potrebbe spiegarlo: i cani possono amare!
Nel 2005, Science Direct ha condotto un esperimento sul comportamento canino, presentando ai cani l’odore del loro padrone, l’odore di un estraneo e l’odore del cibo. Sono state effettuate scansioni cerebrali del cane mentre si avvicinava a ciascun profumo. Lo studio ipotizzava che, essendo l’olfatto così importante per i cani, sarebbe stato il modo migliore per capire il funzionamento del cervello canino.
Avevano ragione. Non solo i cani hanno reagito con più forza all’odore dei loro padroni, ma la parte del cervello associata al piacere e alle emozioni positive si è accesa quando hanno ricevuto l’odore del loro padrone. Il tuo cane fedele ti riconosce. Negli esseri umani gli stessi modelli sono solitamente associati all’amore!

Umberto Ravagnani

NOTE: 1) Montebello, a quel tempo, per i reati penali dipendeva dal Distretto di Lonigo. Questa cittadina, già dal 1886, aveva istituito una prigione nella vecchia torre scaligera restaurata da poco, quella ancora oggi visibile in Piazza Nicolò Leoniceno.

FOTO: L’ombrellaio e il suo cagnolino vicino alla Loggia a Montebello (ricostruzione di fantasia di Umberto Ravagnani).

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FRANCESCA MOSCARDO

[335] FRANCESCA MOSCARDO – Una donna da ammirare

Ogni persona cela dentro di sé una storia, spesso ordinaria ma, a volte, stupefacente ed emozionante, ed è certo di quest’ultimo genere quella di Francesca Moscardo, una donna che nonostante la sua disabilità è riuscita a creare il suo spazio vitale secondo i suoi desideri. Oggi ha 35 anni e vive a Verona con i suoi genitori ma la sua nonna materna Dian Dina Teresa, figlia di Gino e Cecchinato Irene, è nata a Montebello il 19-11-1932. Dopo il matrimonio, nel 1957, lasciò il paese con il marito Olivo in cerca di nuove opportunità di lavoro. Succedeva spesso in quel primo e disastrato dopo-guerra.
Francesca ha avuto un’infanzia piuttosto difficile a causa di una rara forma di nanismo che si chiama ‘displasia diastrofica’ e dei numerosi interventi che ha dovuto subire nei 4 mesi di degenza a Parigi per cercare di correggere il più possibile la sua colonna vertebrale.
Oggi Francesca, nonostante i suoi 98 centimetri di altezza si sente, ed è, una persona come quelle che, in genere, si definiscono ‘normali’. Ha effettuato il suo percorso regolare di studi fino alla laurea in storia dell’arte, ha preso la patente di guida, lavora regolarmente, ha creato un suo blog su internet che si chiama “Nanabianca, il mondo ad un metro di altezza1 dove sconvolge con autoironia molti luoghi comuni sulla sua disabilità, viene spesso invitata a conferenze dove parla con estrema disinvoltura di storia dell’arte ma anche del suo nanismo, ed è prodiga di consigli per chi si trova nella sua situazione. E non poteva non guadagnarsi un meritatissimo, premio: il 31 marzo 2023 il nostro Presidente Sergio Mattarella ha conferito a Francesca un’onorificenza, con la quale l’ha nominata “Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italianacome riconoscimento per l’impegno civile, la dedizione al bene comune e la testimonianza dei valori repubblicani.2
Ma leggiamo le sue parole in un’intervista che ha rilasciato qualche tempo fa, dove in poche righe racconta la sua storia:
« Sono Francesca Moscardo e ho quasi 35 anni, sono di Verona e abito a Verona; ho un blog che è nato nel 2017 e si chiama “Nanabianca Blog – il mondo a un metro d’altezza” perché volevo raccontare questa prospettiva un po’ strana con cui io mi trovo ad affrontare il mondo. So che mi devo dare un’etichetta e quindi per praticità… quindi, sì, sono disabile però mi sento anche abbastanza, non direi normale ma unica, cioè ognuno di noi ha la sua unicità e la sua normalità.
[La mia disabilità] si chiama “displasia diastrofica” è una forma di nanismo molto più rara rispetto la “condrodisplasia” che è la forma diciamo più conosciuta di nanismo, e non colpisce solo l’altezza in sé, ma tutta una serie di malformazioni genetiche che vanno a colpire proprio la crescita della cartilagine, ha colpito le mani, i piedi, la colonna vertebrale ma anche la forma delle orecchie.
Io sono stata operata alla colonna vertebrale all’età di 9 anni, ho fatto un percorso molto lungo cioè sia pre-operatorio, che post-operatorio, proprio per cercare di arginare e di raddrizzare un po’ la scoliosi.
Qualche anno fa io… diciamo che, forse, ho vissuto un momento un po’ più brutto e non per un motivo particolare però incominciavo già essere grande, adulta, ho cominciato a pensare al mio futuro reale, cosa poter fare nella vita, come poter vivere, in quel momento io ero ancora molto dipendente dai miei genitori o dalle persone in generale.
Quello che mi ha salvato forse è stata la decisione di prendere la patente, cosa che prima non pensavo fosse possibile, ma non la vedevo come una cosa che avrei fatto davvero, e invece sono contenta di essermi impuntata e anche di aver avviato tutta la macchina burocratica per prendere la patente.
Non mi sembra di aver ricevuto su di me tante discriminazioni, però mi rendo conto che ci sono ancora tanti atteggiamenti che la gente dà un po’ per scontato, cioè non ci si pensa e quindi quando vede una persona disabile si comporta in un modo un po’ diverso rispetto se fosse una persona non disabile.
I bambini vedono subito che io sono adulta, sento proprio che chiedono “ma perché quella signora è così piccola?” Qualche volta me lo chiedono proprio a me: uno mi ha chiesto se sono un robot! Uno mi ha chiesto se sono vera. Mio nipote che ha 4 anni tempo fa parlavamo della mia altezza, lui sa che io sono bassa, che ha una zia bassa e che gli hanno spiegato che io non cresco perché in casa non ho un metro dove misurarmi! E allora se io comprassi un metro dove misurarmi potrei crescere come lui.
Compro vestiti sia nei negozi da bambini che negozi da adulti perché tutti pensano che io posso andare in negozio da bambini ma in realtà non è così scontato perché le bambine hanno misure diverse, devo sempre far accorciare i pantaloni e le maniche; infatti mia mamma è dovuta diventare una sarta molto presto.
Ho delle scarpe su misura fatte sullo stampo del mio piede, e ogni piede è una cosa a sé e per me è normale avere delle scarpe fatte per me ma in altri Paesi magari non è così scontato, perché ci vuole un laboratorio specializzato.
Queste me le passa la Sanità, mi passa un paio ogni 18 mesi e costano quasi €1000 un paio. Per quanto io cerchi di superare i miei limiti c’è sempre una soglia in cui non riesco ancora ad arrischiarmi, per esempio, a partire per un viaggio da sola completamente; quello un po’ mi spaventa anche se vorrei arrivare a farlo. È una paura più generale quella di diventare una persona frustrata, che non è riuscita a fare quello che desiderava nella vita. Ecco quindi sto cercando di non diventarlo. Non è per parlare così… ma mi sento molto fortunata rispetto a tante persone attorno a me che magari non hanno la disabilità, ma fanno fatica anche a trovare lavoro e trovare una dimensione.»
Ho conosciuto di persona Francesca solo per pochissimo tempo, ma devo dire che sono rimasto sconcertato e impressionato dal suo straordinario carattere. Brava Francesca!

Umberto Ravagnani

NOTE: 1) Potete raggiungere e visitare il blog di Francesca qui: https://nanabianca.blog/.
2) Motivazione della Onorificenza al merito, consegnata da Sergio Mattarella a FRANCESCA MOSCARDO, 35 anni, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: “Per l’entusiasmo e l’ironia con cui affronta i temi connessi alla sua disabilità offrendo consigli utili per la vita quotidiana” Blogger, copywriter e social media manager. “Una stella piccola come la Terra, ma pesante come il Sole: questa è una nana bianca”. Affronta la sua malattia genetica, la displasia diastrofica, caratterizzata da un difetto di accrescimento della cartilagine che comporta una bassa statura. “La mia condizione affina enormemente il problem solving; sono abituata ad avere tutto sotto controllo. Qualsiasi cosa devo fare la organizzo con largo anticipo. Ho pensato che raccontare come me la cavo in certe situazioni possa essere di aiuto ad altri”. Così nel 2017 nasce il blog “Nanabianca, il mondo ad un metro di altezza” con idee e piccoli stratagemmi per vivere una vita normale. E nelle pagine del blog si trovano idee di come affrontare il quotidiano “in formato mignon” (ROMA, 31 marzo 2023).

FOTO: Francesca Moscardo con i suoi genitori Patrizia e Sergio, il 31 marzo 2023, a Roma nel palazzo del Quirinale, dopo la consegna del premio dell’Ordine al Merito da parte del Presidente Sergio Mattarella (cortesia Francesca Moscardo).

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1797 – I FRANCESI A MONTEBELLO II

[334] 1797 – I FRANCESI A MONTEBELLO II (Seconda parte)

(Continua dal n. 333) Dicono i cronisti dell’epoca che in quel periodo nel nostro castello c’era il boia ma, dato che gran parte dei malfattori erano gli stessi soldati francesi stanziati in paese, nulla poteva fare se non accettare tale situazione senza poter intervenire.
Il 26 maggio 1805, con una sontuosa cerimonia svoltasi nel Duomo di Milano, Napoleone venne incoronato Re d’Italia e questo non piacque a molti stati d’Europa tra i quali Austria e Russia che si allearono contro la Francia.
Il 30 ottobre 1805 gli Austriaci venivano sconfitti a Caldiero (Vr) e costretti a ritirarsi presso Montebello. Ma i Francesi, qualche giorno dopo, li raggiunsero e li spinsero verso Vicenza. Ed eccoci ancora sotto il giogo francese. Il centro del nostro paese non fu toccato ma le campagne soffrirono molto: furono tagliate molte piante e rubati gli animali.
A causa della disfatta degli austro-russi si pervenne alla pace di Presburgo (l’odierna Bratislava), firmata il 26 dicembre 1805, nella quale il Veneto fu ceduto al Regno d’Italia napoleonico. Montebello fu costretto, ancora una volta, a provvedere vitto e alloggio ai numerosi ufficiali e soldati che costantemente quivi erano presenti.
Nel 1806 numerosi centri del vicentino si ribellarono contro le coscrizioni, rese obbligatorie da Napoleone. Montebello preferì rimanere tranquillo e diede 70 reclute all’esercito. La rivolta venne soffocata dai francesi con metodi brutali. L’Oratorio di San Giuseppe, San Carlo e Sant’Anna, presso il ponte del Marchese, fu trasformato in prigione e venne irrimediabilmente danneggiato.
L’anno successivo, il primo di giugno Zermeghedo veniva unito al Comune di Montebello e, nel 1808, anche Montorso, Sorio e Gambellara passarono alle dipendenze del nostro paese.
Le sorti si capovolsero nuovamente nella primavera del 1809 quando gli Austriaci attaccarono nuovamente i Francesi in Friuli e li costrinsero a ritirarsi verso Montebello, ma anche qui furono raggiunti e spinti a Villanova, nel Veronese. Mentre i montebellani speravano di essersi finalmente liberati dell’oppressore francese, il 30 aprile 1809, giusto il tempo di riorganizzarsi, la Francia passò al contrattacco e occupò nuovamente Montebello. Passato qualche giorno, il 2 maggio 1809, il Vice Re d’Italia Eugenio Beauharmais, venne ospitato nella villa dei Conti Sangiovanni, venne improvvisata una grande festa e il paese fu costretto a ‘fare buon viso a cattiva sorte’. Ad esasperare la popolazione fu, in quel frangente, la odiosa tassa sul macinato, il ‘dazio della macina‘, una vera e propria tassa sulla fame che colpiva i nostri contadini al momento di portare le loro poche cose al mulino; per non parlare della tassa sul sale, bene allora di prima necessità, e di tutte le altre gabelle. Nel luglio del 1809, parecchi Comuni mandarono via i Francesi. In Montebello i primi tentativi di rivolta furono repressi in modo brutale, ma non fecero altro che esacerbare gli animi.
Il montebellano Francesco Bonomo, nella sua cronaca di quei giorni così scriveva “Dio voglia, che non succedano massacri”. Senonché, intuito il pericolo di questa insurrezione, i Francesi piazzarono all’ingresso del nostro paese alcuni cannoni, alla vista dei quali gli insorti pensarono bene di desistere. Fu così che a Montebello svanì ogni speranza di liberarsi dell’odiato invasore.
Il 21 novembre 1806 Napoleone decretò il ‘blocco continentale*, che portò alcuni alleati della Francia a ribellarsi. In particolare la Russia, la quale recedette dal ‘blocco’ e provocò la dichiarazione di guerra di Napoleone nei suoi confronti. Come la storia ci ha tramandato, quando Napoleone, nel settembre 1812, giungeva a Mosca trovò la città bruciata dagli stessi suoi abitanti. Fu costretto a una ritirata disastrosa nel terribile inverno russo, e ciò diede il via a una serie di reazioni da parte degli stati suoi alleati o dipendenti che lo portò alla sua inevitabile fine. Quando il Vice Re Eugenio Beauharmais volle respingere, ancora una volta, l’invasione austriaca si trovò abbandonato dagli italiani, i quali, malcontenti per i grandi sacrifici compiuti per soddisfare l’ambizione del Bonaparte, assistevano indifferenti all’avvicinarsi degli Austriaci. Il 5 novembre 1813, l’esercito austriaco occupava Montebello, ed ivi il 12 dello stesso mese, si stabiliva il quartiere generale e lo Stato Maggiore. Sotto l’Austria, per un po’ di tempo, la vita a Montebello sembrava tornare serena… ma questa è un’altra storia.

NOTE: * Fu così denominato il divieto di consentire l’attracco in qualsiasi porto dei paesi soggetti al dominio francese, alle navi battenti bandiera inglese. Lo scopo evidente era quello di colpire l’economia inglese.

FOTO: Documento che testimonia l’istituzione della Municipalità a Montebello (Archivio privato Umberto Ravagnani)

Umberto Ravagnani

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1797 – I FRANCESI A MONTEBELLO I

[333] 1797 – I FRANCESI A MONTEBELLO (Prima parte)

L’insurrezione generale della città di Verona contro Napoleone Buonaparte, scoppiata il 17 aprile 1797, lunedì dell’Angelo, e per questo passata alla storia come Pasque Veronesi, fu l’ultimo sussulto importante di resistenza della Repubblica di Venezia all’avanzata dei Francesi. Incoraggiati dalla strenua resistenza dei veronesi i vicentini si stavano organizzando per resistere ad un eventuale tentativo di conquista dei suoi territori. Nei giorni seguenti, terminata rovinosamente la resistenza di Verona, confluirono nella nostra zona di Montebello numerosi gruppi di uomini armati provenienti dal circondario pronti a difendere la strada verso Vicenza. Ma il 25 aprile intuito che sarebbe stato un inutile massacro fu emesso un proclama nel quale si dichiarava la neutralità, la non interferenza con le truppe francesi e la concessione di quanto da loro richiesto. Il giorno seguente 3000 soldati francesi entrarono a Montebello e per il nostro paese cominciava un periodo di grande sofferenza.
Il 27 aprile arrivò a Montebello il generale di brigata francese Giuseppe Lahoz il quale pubblicò subito un proclama che così recitava: « Vi si ordina sotto la responsabilità della vostra testa, di obbedire a qualunque siasi ordine che vi sarà trasmesso dalle autorità costituite francesi che d’ora in avanti dovrete solamente ubbidire ». Comandava quindi a tutti gli abitanti di deporre le armi da fuoco e da taglio e istituiva la Municipalità. Vennero rimossi i simboli veneti dalla Loggia, tolto il leone di San Marco dalla colonna vicino alla piazza e innalzato al suo posto l’albero della libertà.*
Passarono quindi alcuni mesi nei quali Montebello, stando a quello che ci raccontano i cronisti del tempo, fu continuamente sottoposto a violenze e soprusi di ogni genere. Il 17 ottobre del 1797, col trattato di Campoformio, Napoleone cedeva all’Austria la Dalmazia, l’Istria e il Veneto e ricevette in cambio la Lombardia e il Belgio: questa era la ‘libertà’ promessa dai Francesi! Per un po’ di tempo si calmarono le acque, fino a quando il 14 gennaio 1798 l’albero della libertà venne bruciato e subito dopo i francesi de ne andarono dal paese. Non passò molto tempo che si presentò il nuovo ‘padrone’ e il 14 maggio 1798 l’intera popolazione fu costretta a prestare giuramento di fedeltà a Francesco II Imperatore d’Austria. Con l’arrivo degli Austriaci le cose non cambiarono molto. Infatti, nella primavera del 1799, gli Austriaci alleati con i Russi, approfittando del fatto che Napoleone era in Egitto, vennero in Italia con le peggiori intenzioni verso i Francesi. Il 14 aprile di quell’anno il generale in capo dell’armata Russa, Alessandro Basilio Souvaroff Kenniuschi, fu ospite nella canonica di Montebello del prevosto Pier Antonio Dai Zovi.
Verso la fine dell’anno Bonaparte ritornava in Francia e, il primo di giugno del 1800, valicate le Alpi giunse vittorioso a Milano costringendo gli Austriaci, prima a ritirarsi oltre il Mincio con la famosa battaglia di Marengo, poi li spinse sempre più verso Vicenza. Giunti dalle nostre parti iniziarono per i montebellani altri nefasti episodi.
Il 7 gennaio 1801 le truppe austriache, accampate a Montebello, avuto sentore dell’avvicinarsi dei francesi, fecero saltare il Ponte Novo e si ritirarono nella zona del Borgo. Giunti in forza i francesi, dopo una breve battaglia, cacciarono gli austriaci verso Vicenza e occuparono il paese. Fu in quell’occasione che i francesi saccheggiarono e distrussero o resero inabitabili le case di quella parte del paese che dalla Chiesa di Santa Maria porta al ponte Nuovo di Montebello. Per almeno 150 anni da allora il paese di Montebello terminava con la Chiesa. Non si salvarono nemmeno le chiese minori: Sant’Egidio, San Giovanni, San Giuseppe e la Chiesa di San Francesco furono usate come deposito di vettovaglie e subirono danni rilevanti. La Loggia divenne un magazzino come pure la Sala del Consiglio, dalla quale furono anche trafugati molti documenti di alto valore storico.
Finalmente, con il trattato di Lunéville, firmato il 9 febbraio 1801, francesi e austriaci si ‘riappacificarono’ e Motebello tornò in mano austriaca. Il clima sembrava finalmente tornato sereno, ma fu solo questione di pochi mesi… (continua)

NOTE: * Il leone di San Marco era quello che fu rinvenuto sulle rive del Guà intorno al 1600, dopo una delle tante sue esondazioni, ed era stato posto sopra una colonna vicino alla Loggia come simbolo di riverenza verso la Repubblica di Venezia.

Immagine: Rielaborazione da un disegno dei periti Bortolomeo Munari e Angelo Zanovello (la mappa originale dalla quale è stata ricavata l’illustrazione è collocata presso la Biblioteca Bertoliana di Vicenza, Archivio Torre).

Umberto Ravagnani

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ANCHE GLI ANSELMI HANNO UN…

[332] ANCHE GLI ANSELMI HANNO UN CUORE
(viaggio verso le origini della villa alla quale legarono il loro nome)

Forse per i superstiziosi quel venerdì 13 novembre 1812 non sarebbe stato il momento giusto per fare affari, ammesso che in quel tempo questa data fosse ritenuta funesta. Ma in questo giorno i pessimisti furono comunque smentiti.
Avvenne che tale Giammaria Palma di Giovanni, oriundo di san Giorgio in Brenta (Padova), era arrivato a Montebello ancora adolescente e da più di 10 anni stava al servizio dei signori Anselmi nella casa che dava sulla piazza.
Non aveva portato nulla con sé dalla casa paterna, ma con il prodotto delle sue braccia e della sua industria (nel senso di capacità) aveva accumulato un po’ di soldi e forte di questo gruzzoletto ricercò (contattò) i suoi padroni affinché gli vendessero un’abitazione con 4 campi nella Contrà della Mira. Questa proprietà era stata acquisita dagli Anselmi nell’aprile 1791 da Antonio Guarda e l’avevano successivamente data in affitto.
Considerando li signori Anselmi quel reddito (affitto), mostrarono una certa difficoltà a privarsene, ma conoscendosi grati della premura ed attaccamento che il Palma mostrò per il proprio loro interesse nel lungo corpo (periodo) di tempo che egli si trovava a loro servizio, per dargli anche con ciò un segno della propria benevolenza, sono accondiscesi a compiacerlo nella fatta ricerca (richiesta).
Anche in quel tempo la dubbia, facile disponibilità di denaro era fonte di sospetti ed allora per fugare ogni dubbio Giammaria Palma, per ogni effetto di Giustizia, dichiarò che per comporre quella somma, Lire 2.558, oltre che ai suoi risparmi di 10 anni, aveva ricevuto dal padre Lire del Regno 810, cifra che non era altro che quella che il genitore aveva ottenuto dalla vendita di un terreno a Cristiano Palma nel gennaio 1810.
Solo che dalla somma di 810 lire Giammaria dovette detrarne 307 per depositarle per la dote della sorella Giacoma.
In ogni caso la vendita andò a buon fine e, grazie al prezzo particolarmente vantaggioso, Giammaria poté entrare stabilmente nel novero dei Montebellani, attenuando così la fama di duri e irremovibili affaristi degli Anselmi.
Come già raccontato nell’articolo n. 304 “La nobiltà d’animo non è per tutti”, narrando del conte Antonio Sangiovanni, anche i nobili, a volte, hanno un cuore. Nel suo testamento il Sangiovanni lasciava ad un fabbro fedele, suo dipendente, tutti gli attrezzi dell’officina in cui egli lavorava affinché potesse intraprendere facilmente una sua attività in proprio. Continua…

OTTORINO GIANESATO

Estratto dalla sua ricerca storica sugli Anselmi.

Foto: Villa Anselmi, nuova sede dal 2013 di Bottega Veneta a Montebello (rielaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UN MIRACOLO A MONTEBELLO

 

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RUSSEL VALE A CASA DE MADÌO

 

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GLI ANSELMI

 

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RICORDI DI SCUOLA A CA’ SORDIS

 

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RICORDI DI SCUOLA

 

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I CAVALLI DEGLI ANSELMI

 

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IL PONTE DELL’ACQUETTA

 

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ASTUZIA DEL MARCHESE MALASPINA

 

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ME PIASE EL ME DIALETO

 

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MONTEBELLO FESTEGGIA G. VACCARI

 

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TURISTI PER CASO…O PER FORZA

 

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IL PRETE CON IL PALLINO DEL MAT…

 

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L’ORFANO DIMENTICATO

 

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MILITAR IN MARINA

[318] MILITAR IN MARINA
LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Cuando che me capita de parlar dialeto, no me tiro indrio. Pì s-ceto chel xe, mejio xe!!! Ma come, mi dovaria tirarme indrio, e no parlare come che go, inparà da me mama e me fradei co jero picinin?! No posso dire anca da me popà parché, tra Svissara prima e Francia dopo par le stajion de le barbabietole da zucaro, el jera casa solo che par le Feste de Nadale.
Me ricordarò sempre cuel che me contava el me paesan Gastone!!! La figura chel ga fato cuando chel jera ndà Militare. In Marina!!! Vinti cuatro misi!!! Ghe tocava ndare in Marina parchè, ndove chel laorava, tuti i aprendisti scomiziava a laorare a 16 ani bisognava che i ndasse in Marina! El mese de Novenbre del 1962 ghe gavea tocà nare a Venessia.
La Cartolina de partensa la ghe jera rivà par tenpo! Ala Stazion del Treno, el gavea caminà drio ala Ferovia. De casa, el stava sol Caselo dela Ferovia parché so popà el fasea el Caselante ala Fracanzana. Co ghe jera la Nebia, anca da casa mia, (Borgolecco), se sentiva i s-ciocchi dei petardi che el Caselante el metea sui binari dela Ferovia. Par farghe savere al Machinista del Treno che la Stazion la jera poco distante! E co ghe xe la Nebia zò ala Fracanzana, la xe ncora pì fissa che no fa in piassa a Montebelo!!!
Gastone el gavea da ciapare l’acelerato dele dò e un cuarto par Vicenza. Là el gavaria ciapà el Direto fin a Venessia. In Stazion el se ga catà con Menego. I jera nà scola nsieme. Dal maestro sicilian! Fin ala cuinta! Dopo, Gastone el jera nà suito a laorare da on parente de so popà, e Menego el jera nà scola a Vicenza. E dopo, uno laorava da na parte e chel altro da naltra parte. I se gavea fato micizie difarenti. Menego el nava al Cinema a Arzegnan cola bicicleta. Gastone el nava a Tarossa e a Roncà co la moto a zercarse le morose! Ogni tanto i se vedea in giro: come vala; te gheto catà la morosa…e conpagnia bela… Fin che i se ga catà ala stazion de Montebelo!!! Ghe tocava nare tuti du in Marina!!! I saria stà Coscriti, da far la Festa co saria rivà la so ora, sui Vinti ani. Ma ghe tocava nare in Marina. A disdoto ani!!! A Venessia, bisognava nare fin al Arsenale. Gastone el ga dito suito che lu el savea la stada ?! “Ma cuale strada” ga dito Menego! “cuà ghe xe acua dapartuto!!!” Vaporeto fin a San Marco. A pié fin al Arsenale. Menego el vardava in giro: le Cese, el Canpanile… come on toseto!! Al Arsenale ghe xe stà dito che ghe tocava spetare che rivasse tuti cuei de leva che doveva rivare in te on par de ore. Co jera ora, i saria ndà ala Stazion da novo par nare a La Spezia, in Liguria. (par chi che no lo saveva!) E cussì la xe stà: tuti sentà so on barcon discuerto, pian pianelo, co l’acua che se podea tocarla cola man. De San Marco se podea vedare anca el Canpanile parché so la Piassa ghe jera luce dapartuto! Ala Stazion, i xe stà messi tuti drento a un vagon che de pì veci no podea esserghene! Tuti schizzà e sentà sui sentarini uno davanti a chelaltro, sia de cuàche delà. Ghe jera tusi da tute le parti: Vicentini, Trevisani, Padovani e Veronesi. Anca Furlani, ma chissà da ndove. E Triestini! Ma nissun parlava Talian. No ghe jera bisogno!!! I se capiva istesso. I parlava, se diria desso, on dialeto ‘Interprovinciale’!… Ma no a La Spezia!!!…
Dopo essar stà in giro tuta la note, co tre ore da spetare a Bologna. Dopo essar nà vanti a tochi e boconi sui monti dale parte de la Garfagnana, el vagon xe rivà a La Spezia! Ale 10 dela matina!!! Là ghe jera du Marinai in divisa bianca. Ala bona, i marinai in divisa bianca i ga inscuadrà tuti par tri e i li ga portà fin ala Caserma. Rivà in Caserma, a tuti cuei tosati, ghe xe stà mostrà ndove che jera la Mensa, el Spacio, i gabineti e su fin al Dormitorio. Prima de nar magnare a mesojorno, i xe stà messi a scuadre de dodese: dodese par tola. Xe stà fata la conta par vedare chi che saria stà i dù che ghe tocava lavare i piati e la pegnata del magnare! Par fortuna no ghe ga tocà a Gastone e a Menego! Ala sera, stessa roba, e anca lora, Menego e Gastone i la ga passà lisia!!! Finio de magnare, i se ga messi a far du passi sol ‘Quadrangolo’ ndove che vignea fate le Marce. El Spacio el jera là in fondo e Gastone el volea conprarse le sigarete. Ghe xe ndà vizin on Marinaio co la Divisa Blu chel ghe ga dimandà se i volesse conprare sigarete? Na ‘steca’ par 4.000 lire. De contrabando: sigarete Mericane. No grasie. I jera lì par rivare al Spacio e ghe riva vizin on Prete. Grando, cola Tonega bianca da Prete. “Buonasera ragazzi, io sono il Cappellano Militare, Don Mariano. Siete arrivati in molti oggi. Voi due da dove siete?” Gastone el dise: “ Nialtri vegnemo da Montebello Vicentino.” E Don Mariano:” Ma là non c’é il Mare!” “Lo savemo” dise Menego,” ma no savemo gnanca noare!!!” E Don Mariano: “Ah, per quello, imparerete subito.” El va vanti disendo: “Scusate se ve lo chiedo, ma, da bravi ragazzi, mi dovete dire la verità: bestemmiate anche voi due, come tutti i Veneti?” “ Mi no!” dise suito Menego. “Mi – dise Gastone – tiro calche saraca ogni tanto, se calchedun me fa inrabiare.” “Bravi, bravi, – fa ancora Don Mariano -,  è la prima volta che andate fuori dal Veneto?” Gastone el dise che lu el xe stà fin a Vercelli dai so Zii e Menego el conta chel xe ndà fin a Torino con so mama a catar so zia Suora. Alora Don Mariano dise:” E l’Italiano? Non lo avete mai parlato?” Menego e Gastone i se ga vardà in facia! Suito dopo Menego el dise: “El me scusa Don Mariano, ma lu vorissilo che mi me metesse a parlare in lingua co Gastone che semo nà scola insieme fin da picinini?” Don Mariano, co la Tonega bianca da Prete dela Marina Miltare, el xe restà a boca verta! Ma el xe ga messo suito a dire: “No, con lui puoi parlare il vostro dialetto.  É con me che dovresti parlare Italiano! Così ti potrei capire meglio! E sarà con i vostri superiori che dovrete parlare Italiano. E prima lo farete, meglio sarà per voi!!! Ma ora vi lascio, Pace e Bene.” Gastone el xe ndà casa suito, pena pasà la Visita: solo du denti in boca! Menego el ga dovesto parlar Talian!!! A Catania no se podea far de manco!!!
(Lino Timillero Coniston 12-2-2018 Revised as Linus Downunder 22-4-2018)

Foto: La stazione di Montebello negli anni 50 del Novecento (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UNA TIRATA DI CAPELLI

 

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ANTONIO ZANESCO

 

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UN DON MATTEO NOSTRANO

 

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IL MAESTRO ANTONIO MATTIELLO

 

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BORGOLECCO STORY (13)

 

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LA DURA ATTIVITÀ DEL BECHARO

 

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