[481] CELESTINO BONVICINI
L’arte di rendere immortali

Celestino Bonvicini nacque a Montebello il 25 dicembre 1742, in un Veneto ancora saldamente inserito nella cornice della Repubblica di Venezia. Il padre Antonio e la madre Catterina Silvestri appartenevano a una famiglia ben integrata nel contesto locale, dove l’istruzione e la carriera ecclesiastica rappresentavano vie riconosciute di impegno pubblico e di crescita culturale. Nel Settecento, soprattutto nei centri di provincia, il sacerdote non era soltanto una guida spirituale: spesso era anche insegnante, scrittore, mediatore culturale. In questo orizzonte si colloca la formazione e l’attività di Bonvicini. Avviato agli studi religiosi, nel 1768 entrò nel Seminario di Vicenza, uno dei principali poli formativi della diocesi. Il seminario non si limitava all’insegnamento della teologia: al contrario, offriva una solida educazione umanistica. Qui Bonvicini insegnò dapprima grammatica superiore, cioè lo studio avanzato del latino, lingua indispensabile per la cultura ecclesiastica e letteraria del tempo, e successivamente retorica. La retorica, intesa come arte del discorso efficace, serviva tanto a formare buoni predicatori quanto a educare scrittori capaci di esprimere idee morali e civili con chiarezza e persuasione. Terminata l’esperienza vicentina, Bonvicini intraprese il ministero pastorale. Fu nominato arciprete di Mossano, assumendo la guida di una comunità parrocchiale di rilievo. In seguito ottenne l’incarico di arciprete vicario foraneo di Montorso. Il vicario foraneo era il rappresentante del vescovo in un territorio circoscritto, con il compito di vigilare sulle parrocchie e coordinare l’attività del clero locale. Bonvicini svolse questo ruolo fino alla morte, avvenuta a Montorso il 16 settembre 1803, dopo una vita dedicata alla Chiesa e alla cultura.
Parallelamente all’attività pastorale, Bonvicini coltivò con costanza la poesia. Nel tardo Settecento la produzione poetica non era un esercizio marginale, ma una forma riconosciuta di intervento pubblico. Attraverso i versi si celebravano eventi, si commentavano imprese militari, si rifletteva su temi morali e civili. Bonvicini era ben inserito in questo ambiente letterario, come dimostra l’elogio che gli riservò Orazio Maria Pagani di Arzignano. Pagani, medico e poeta, fu anche un importante divulgatore delle acque di Recoaro, promuovendone l’uso terapeutico in un’epoca in cui la medicina iniziava a dialogare più apertamente con la scienza moderna.
Nel poema “La Medicina”, opera che unisce sapere medico e forma poetica, Pagani menziona Bonvicini con un verso di forte suggestione: «V’è Bonvicin, cui la potenza è data di tor gli uomini a morte e farli eterni». Il significato è chiaro: la poesia, secondo una concezione antica e ancora viva nel Settecento, possiede la capacità di vincere la morte conservando il ricordo degli uomini e delle loro azioni.
La produzione di Bonvicini comprende canzoni e sonetti. La canzone era un genere poetico di tono elevato, usato per affrontare temi generali e solenni. Tra i suoi componimenti si ricordano “La Gloria”, “Il Leone”, “L’Armonia”, “La Pittura”, “Il Lusso”, “L’uom cittadino”, “La vecchiezza”, “Per la vittoria di Angelo Emo”, “Per Nobil Uomo Veneto” e “All’Italia”. In questi titoli si coglie l’interesse per le virtù morali, per le arti e per la dimensione civile della vita. La figura di Angelo Emo, celebrata in più componimenti, era particolarmente significativa: ammiraglio veneziano, guidò nel 1784 una spedizione contro Tunisi, diventando un simbolo di energia militare e orgoglio repubblicano negli ultimi decenni della Serenissima. Accanto alle canzoni, Bonvicini scrisse numerosi sonetti, forma breve ma estremamente densa, molto apprezzata nel Settecento. Tra questi figurano testi dedicati a eventi storici, a personaggi illustri e a innovazioni scientifiche. Il sonetto “Per l’areonauta Mongolfier” richiama l’impresa dei fratelli Montgolfier, che nel 1783 realizzarono i primi voli in mongolfiera. L’eco di questa novità, diffusa rapidamente in tutta Europa, testimonia l’attenzione di Bonvicini verso un mondo in trasformazione, affascinato dalle nuove possibilità offerte dalla scienza.
Dopo la morte del poeta, le sue canzoni e i suoi sonetti furono raccolti e pubblicati grazie all’impegno del dottor Giambattista Pompeo Conforti, anch’egli originario di Montebello. Conforti curò l’edizione e dedicò il volume alla contessa Lucrezia Monza Porto Barbaran, moglie del conte Luigi, figlio di Antonio Porto Barbaran. La dedica a una nobildonna rientrava in una prassi diffusa: l’aristocrazia locale garantiva prestigio e protezione alle iniziative editoriali. La raccolta venne stampata a Padova nel 1821, presso la tipografia di Valentino Crescini, in una città che da secoli rappresentava uno dei principali centri culturali del Veneto.
Da questa raccolta proviene il componimento dedicato a Don Giovanni Battista Duso, scritto in occasione del suo ingresso nella chiesa parrocchiale di Bolzano. Don Duso è presentato come poeta e come sacerdote eletto da monsignor Cornaro, vescovo di Vicenza. L’ingresso di un nuovo parroco era un momento solenne per la comunità, segnava l’inizio di una nuova guida spirituale e veniva celebrato anche attraverso testi poetici, che avevano la funzione di esprimere auguri, aspettative e ideali. Il componimento viene qui riportato integralmente, mantenendo il testo originale tra « » e offrendo, alla fine di ogni strofa, una traduzione comprensibile in linguaggio moderno, indicata tra parentesi quadre.
| A Don Giovanni Battista Duso, scritto in occasione del suo ingresso nella chiesa parrocchiale di Bolzano:
Sonetto - Leggi tutto... «Mentre le penne per le vie de’ venti D’alma Voce immortal che i cor, le menti Premi l’arduo sentiero, e il ciel seconda, Le formin serto di apollinea fronda Non fia che voglia avara entro il tuo petto Nè fia che d’ampia seggia e amico letto Quegli pur segua si inumano stile, Ben tu sarai d’alma virtude esempio, |
Il linguaggio del sonetto è ricco di richiami alla tradizione classica. L’“aonio monte” rimanda all’Elicona, sede mitica delle Muse, simbolo della poesia ispirata. L’alloro, pianta sacra ad Apollo, rappresenta la gloria poetica. Queste immagini servono a presentare Don Duso come figura ideale, in cui poesia e ministero sacerdotale si incontrano. Nella seconda parte del testo, il tono si fa morale: Bonvicini descrive il modello del buon pastore, lontano dall’avidità e dall’indifferenza verso i poveri, vicino invece alla compassione e al senso di responsabilità.
Nel complesso, Celestino Bonvicini appare come un esempio significativo di sacerdote-intellettuale del tardo Settecento veneto. La sua opera, oggi poco conosciuta, offre uno sguardo prezioso su un’epoca in cui poesia, fede e vita civile erano profondamente intrecciate. Attraverso i suoi versi, Bonvicini cercò di educare, celebrare e orientare, lasciando una testimonianza che contribuisce a comprendere meglio il clima culturale e spirituale del suo tempo.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: – C.BONVICINI, “POESIE SCELTE“, Padova, 1821.
– B.Munaretto, “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, 1932.
– Don G.Batta Dal Prà, “Cenni statistici e storici di Montebello – Scritti l’anno 1844”, Manoscritto dall’Archivio Parrocchiale, Montebello Vicentino.
FOTO: La copertina del libro di don C.Bonvicini (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
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Nel 1870 Alvise Francesco Mocenigo, discendente di una delle più antiche e illustri famiglie veneziane — quella che aveva dato alla Serenissima ben sette Dogi — acquistò una villa a Montebello dalla baronessa Hermann. L’edificio, un tempo elegante residenza di campagna, era stato profondamente danneggiato negli anni precedenti, quando era stato usato come alloggio per gli operai impiegati nella costruzione della linea ferroviaria Ferdinandea, che collegava Milano a Venezia. Decine di lavoratori, ospitati tra le sue mura, avevano inevitabilmente contribuito al deterioramento degli ambienti, trasformando quella che era nata come dimora nobiliare in un improvvisato dormitorio.




