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FRA LUIGI MARIA VERLATO

[394] FRA LUIGI MARIA (FRANCESCO) VERLATO
Figura esile ma insieme carattere robusto, frate dei Servi di Maria, sacerdote

Una vita di fede e servizio
Luigi Maria (Francesco) Verlato, un frate dei Servi di Maria e sacerdote, ha vissuto una vita dedicata alla fede e al servizio. Nato a Montebello Vicentino il 3 agosto 1925, in una famiglia di fornai con sette figli, ha mostrato fin da giovane una profonda vocazione religiosa. All’età di 17 anni, nel 1942, è entrato nel seminario minore dell’Ordine a Follina. Dopo il noviziato a Isola Vicentina (1943-1944), ha preso il nome di fra Luigi e ha pronunciato i voti semplici il 24 agosto 1944, confermati con la professione solenne il 14 ottobre 1947 nella comunità di Udine. Fra Luigi ha completato gli studi di filosofia a Udine (1945-1948) e il corso di teologia alla facoltà Marianum a Roma (1948-1952), dove è stato ordinato sacerdote il 22 dicembre 1951. La sua vita religiosa è stata segnata da un lungo impegno in vari conventi della Provincia Veneta e della Spagna. Ha vissuto e servito a Monte Berico (1952-1954; 1968-1976; 1997-2023), Arco (1976-1979), Mestre (1979-1997), e in Spagna a Valencia (1954-1955), Plasencia (1955-1956; 1959-1961; 1964-1968), Tuy (1956-1959), Villaluenga (1961-1963), e Yecla (1963-1964).
Nel corso della sua vita, fra Luigi ha svolto prevalentemente il ruolo di insegnante, cappellano di ospedale e di monasteri femminili. Negli ultimi venticinque anni della sua vita, è stato un confessore instancabile nel santuario di Monte Berico, dove desiderava costantemente tornare per donare misericordia.

Una vocazione precisa e costante
Fra Luigi ha sempre attribuito la sua scelta di diventare religioso a una profonda devozione alla Madonna. In una relazione scritta in vista del noviziato il 28 giugno 1943, confessava di aver deciso di farsi religioso “verso i 14 anni: per santificarmi e diventare sacerdote”. Questa vocazione è stata riconosciuta e supportata dai suoi maestri di formazione. Fra Filippo Mondin attestava che il giovane Verlato aveva dato segni evidenti di vera vocazione religiosa, descrivendolo come un giovane docile e pio. Il maestro Anselmo M. Zordan, alla fine del noviziato, dichiarava che fra Luigi si era sempre comportato bene, mostrando buona volontà, retta intenzione, e spirito di pietà e sacrificio.
Alla vigilia della sua professione solenne, fra Luigi scriveva con consapevolezza e determinazione la sua rinuncia al mondo per dedicarsi all’Ordine dei Servi di Maria, promettendo di seguire Cristo per salvare tutti e di rispettare gli obblighi dello stato religioso. Un’affermazione non firmata documentava che il giovane fra Luigi, grazie alla sua pietà e capacità nello studio, prometteva una buona riuscita nella vita religiosa.

Un uomo di studio e spiritualità
Fra Luigi è stato anche un assiduo frequentatore della Biblioteca Berica di Monte Berico, come testimonia Francesca, la bibliotecaria. Dal 2007 agli inizi del 2023, ha effettuato ben 676 prestiti, dimostrando una grande curiosità di conoscere, leggere, e studiare. Si interessava principalmente alla storia della Chiesa, delle religioni, in particolare asiatiche, e alla spiritualità dei Padri della Chiesa, con un occhio sempre attento alle discipline teologiche, specialmente della sezione dogmatica.
Molti lo ricordano come un frate che pensava molto e parlava poco, riflettendo profondamente sulla sua fede e vocazione. Un aspetto meno noto della sua vita era la sua passione per la Palestina. Nel 1981, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa in occasione del trentesimo anniversario del suo sacerdozio, proponeva che la Famiglia dei Servi di Maria avesse una casa in Terra Santa, un luogo dove poter partecipare da vicino ai fatti religiosi e umani della redenzione.

Un servizio instancabile
Fra Luigi ha servito in vari contesti, rispondendo alle necessità della sua comunità e dei fedeli. Dopo la sua ordinazione, è stato inviato in Spagna, dove ha contribuito ad aprire nuovi conventi e a rafforzare la fondazione dell’Ordine. Tornato in Italia nel 1968, ha servito come cappellano delle monache di Arco e ha assistito i confratelli anziani e malati del convento maschile di Arco. Dal 1979 al 1997, è stato cappellano della clinica Villa Salus delle Serve di Maria a Mestre.
Il suo impegno è stato contrassegnato da due momenti significativi: l’aiuto a chi era in necessità e l’assistenza ai sofferenti, seguendo l’esempio di Maria. Anche a Monte Berico, dove è tornato nel 1997 e ha vissuto fino alla sua morte, ha continuato a diffondere la devozione a Maria, diventando un confessore molto ricercato.

Un addio commovente
Fra Luigi ha concluso la sua esistenza terrena il 17 maggio 2023 nella sua cella della comunità Istituto Missioni, dove era stato accolto per cure adeguate dopo una caduta accidentale. Il giorno precedente, era stato dimesso dall’ospedale di Noventa Vicentina, dove era stato curato per una seria polmonite.
Il 19 maggio, nella basilica di Monte Berico, si è tenuta la liturgia di commiato, presieduta dal priore provinciale fra Giuseppe M. Corradi, accompagnato da 22 concelebranti. Durante l’omelia, il presidente ha tracciato la vita del defunto, ringraziando il Signore per aver donato fra Luigi alla comunità e invocando altri a seguire il suo esempio di dedizione e fede.

Eredità e ricordo
Fra Luigi Maria Francesco Verlato ha vissuto 97 anni, di cui 78 come frate e 73 come sacerdote. La sua vita è stata un esempio di dedizione, studio, e servizio. Ha seguito il cammino di Maria, dedicandosi agli altri e diffondendo la devozione alla Madonna. È sepolto nel cimitero del suo paese natale, Montebello Vicentino, accanto ai suoi cari, lasciando un ricordo indelebile nella comunità dei Servi di Maria e in tutti coloro che lo hanno conosciuto.
La sua eredità spirituale continua a vivere attraverso i suoi insegnamenti, il suo esempio di vita, e la sua profonda fede, ispirando future generazioni di religiosi e fedeli. Fra Luigi ha incarnato i valori dei Servi di Maria, mostrando come la devozione, il servizio, e la conoscenza possano essere strumenti potenti per una vita di santità e dedizione al prossimo.

MONTE BERICO: INTERVISTA DI P. STEFANO BORDIGNON A P. LUIGI MARIA VERLATO, PUBBLICATA IL 9 FEBBRAIO 2022


LEGGI...

 

P. Stefano: Ciao carissimi amici e amiche vi presento qui il nostro padre Luigi. Fra Luigi che da poco ha celebrato quanti anni di sacerdozio?

P. Luigi: dal 51.

P. Stefano: dal 51 al 2022 quindi 71, bene complimenti. E allora questa è l’occasione un po’ per raccontarci alcune cose della sua storia; conoscere un po’ la vita che ha vissuto Luigi, ci vuoi raccontare qualcosa per esempio, ci puoi raccontare come è cominciata la tua vocazione?

P. Luigi: Quella volta che andai dal parroco a dirgli che volevo fare o il monaco o il frate o il prete, lui è rimasto incantato e ha detto “non è la stessa cosa!”, e mi ha lasciato in sospeso per mesi.

P. Stefano: Quanti anni avevi?

P. Luigi: 16, 17. Aspettando una risposta mi sono ammalato. E un giorno sono andato a stendermi nel campo vicino la fonte ho sperato di andare in cielo.
Dopo verso sera ha cominciato a fare freddo e sono tornato a casa mia mamma ha misurato la febbre e mi ha detto di stare a letto. Ha chiamato il medico ma non c’erano malattie. La mamma è andata dal prete e ha detto bisogna decidere e lui mi ha accompagnato qui a Monte Berico. Io, in sacristia, ho visto il padre Alba che mi ha chiesto cosa vuoi? O prete o frate o monaco. E lui mi ha detto va e prepara mi ha dato una lista di cose da portare un vestito la biancheria, e così mi ha dato appuntamento devi avere gli esami di maturità e allora ho cominciato a studiare.

P. Stefano: Che anno, che anno era più o meno? tu sei nato nel?

P. Luigi: 25, 35, 42. Eravamo in piena guerra, uno sfacelo. Andavo portare il pane dopo averlo fatto, nel paese e la polizia mi seguiva in bicicletta, quindi sotto controllo anche il lavoro.
Una volta mi hanno accompagnato in caserma, un altra ancora però, a un certo momento è arrivato il permesso del provinciale e il mio fratello mi ha accompagnato in bicicletta a Monte Berico siamo arrivati verso sera, poi il giorno dopo sono partito per andare a Follina non sapevano che arrivavo. Comunque mi han dato il letto soltanto che il giorno dopo non avevo più trovato né i panni né il vestito nuovo e così sono rimasto semplice studente.  Dopo un paio di mesi abbiamo fatto gli esami di prima ginnasio, dopo un mese di seconda ginnasio e sono entrato in terza ginnasio. Di là sono passato a Isola Vicentina a fare il noviziato.

P. Stefano: Quanti eravate in quel tempo?

P. Luigi: una quindicina o 16.

P. Stefano: Cosa facevate quando eravate novizi?

P. Luigi: Da novizi ci faceva istruzione il padre maestro poi andavamo a coltivare l’orto qualche lettura della vita dei santi sì ho detto lì la vita dei santi ho avuto modo di leggere qualche libro di filosofia e allora mi hanno chiamato “IL FILOSOFO”. Così che con questo titolo sono arrivato giù a Roma. Non è stata facile la mia vita a Roma. A metà anno mi hanno ordinato sacerdote, non avevo ancora terminata teologia.

P. Stefano: E qual è stata la tua prima esperienza da prete?

P. Luigi: La prima esperienza è stata qui a Monte Berico nel 52. Nei mesi per terminare la scuola dicevo Messa da solo in cappella a Roma, qui la mia esperienza di confessore e poi insegnante al collegio, non mi dava soddisfazione perché non avevo terminato gli studi di Roma e chiedevo sempre di andare a terminali.
E il Generale, perché mi passasse la mania di studiare mi ha mandato in Spagna è scritto così nella obbedienza. Quando sono tornato dalla Spagna 18 anni dopo mi ha fatto vedere quello scritto quindi ho saputo perché sono andato: perché mi passi la mania di studiare.
In Spagna, arrivato non sapevano che io arrivavo insomma, mi hanno dato da mangiare. 7 o 8 mesi di Spagna li ho passati come cappellano di ospedale a Valencia poi si è aperto il seminario  e quindi assieme a due o tre compreso il padre Clemente Payá Martí (1930-2002) siamo andati ad aprire il seminario a Plasencia, a dare il bianco alle pareti mettere, in piedi qualche letto e si è iniziato a fare scuola.
Sono passati i fratelli Montà e mi hanno portato a Tuy ad aprire la casa di Tuy dovevamo mangiare e bisognava far scuola e chi aveva i titoli? Nessuno! Le scuole dove andavo a dir messa mi hanno fatto il diploma di maestro e quindi abbiamo aperto la scuola elementare, fino a che non mi hanno chiamato ad Arco, dicevo messa alle monache coltivavo l’orto, la preghiera la facevo con le monache quando non andavo al monastero la dicevo solo. Mi sono letto libri di spiritualità sempre e sempre ancora non che sia diventato un mistico ho sempre avuto la zappa.

P. Stefano: Del mondo in cui viviamo adesso, no, che impressione hai? Cosa pensi di come sta andando il mondo?

P. Luigi: Il mondo è rotondo, pieno di guai, ma io ne ho sempre avuti da bambino, la Prima guerra mondiale, la nostra famiglia, la mia famiglia che era ricca è sprofondata, seconda guerra, morti cugini. Come va il mondo? Ecco qui dipende dal Signore noi certamente tentiamo questo o quell’altro ma se non ci vengono le forze dal cielo rimaniamo soli.

P. Stefano: cosa è stato per esempio per te è molto importante del tuo cammino?

P. Luigi: Il fare la volontà di Dio. Questo è molto importante sempre, sia qui che la, quindi una ricerca di un incontro personale con Dio, quindi certamente un luogo può attirare come questo Monte Berico, ma sono stato anche sedici anni si o diciassette Mestre, sono stato ad Arco, in Spagna, ma certamente questo luogo è il migliore dove io credo che me ne andrò, in paradiso, si trovare un luogo con una scala per andare in paradiso, l’ho cercato da giovane sdraiato nel campo e non sono arrivato in paradiso, sono arrivato nel letto con la febbre, me l’hanno tolta e ho ripreso il cammino, camminando verso il cielo quindi mi sono avvicinato monaco o frate o prete? Li ho fatti tutti e tre si può dire!

P. Stefano: Da sacerdote, la cosa che più ti ha dato gioia, soddisfazione?

P. Luigi: Quando sono stato ordinato prete è la più grande soddisfazione. Ma il periodo di tempo è sempre stato di lavoro, la presenza in mezzo i malati mi ha dato la maggiore soddisfazione perché si arrivava al cielo, come cappellano d’ospedale il periodo che maggiormente mi ha così dato coraggio contento dove il Signore mi ha messo! Vicino alla mia terra vicino al cielo.

P. Stefano: Grazie dai da una benedizione a tutte le persone che ci seguono. Vuoi dare una benedizione?

P. Luigi: Sotto la tua protezione troviamo rifugio Santa Madre di Dio io confido in te benedici o Signore noi e tutti coloro che ascoltano nel nome del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.
E qua ho scritto molto perché da bambino, ci hanno insegnato a fare il diario da bambino.

P. Stefano: È il diario della tua vita?

P. Luigi: SI.

Il video dell’intervista è visibile qui…

Umberto Ravagnani

NOTA: * Direttore della Biblioteca Berica di Monte Berico è p. Giorgio M. Vasina, bibliotecaria Francesca Gaianigo.
FOTO
: Archivio storico della Provincia Veneta OSM (Vicenza) (email: archivio@pvosm.it).
1) Foto scattata il 22-12-2021 a Monte Berico per il 70° di ordinazione di p. Luigi Maria Verlato.
2) Foto scattata il 22-12-2021 a Monte Berico per il 70° di ordinazione di p. Luigi Maria Verlato.
3) Monte Berico: intervista di p. Stefano Bordignon a p. Luigi Maria Verlato, pubblicata il 9 febbraio 2022.
VIDEO: L’intervista di P. Stefano Bordignon a p. Luigi Maria Verlato del 9 febbraio 2022 è visibile qui…
FONTE
: Archivio storico della Provincia Veneta OSM (Vicenza) (email: archivio@pvosm.it).

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L’ORIGINE DELLA CHIESA DI SELVA

[393] L’ORIGINE DELLA Chiesa DI SELVA
Determinazione, fervore religioso e sociale di una comunità…

Nel cuore della pittoresca e fertile valle di Selva di Montebello, emerge una storia quasi incredibile attraverso le antiche carte d’archivio parrocchiali. In un vecchio manoscritto, si intrecciano verità e curiosità, offrendo uno sguardo vivace su un passato lontano ma ancora pulsante.
La località di Selva, storicamente sottoposta alla parrocchia di San Nicolò di Agugliana, ha sempre nutrito un profondo desiderio di autonomia amministrativa. Questo anelito, rimasto inascoltato per oltre un secolo, testimoniava la tenace volontà degli abitanti di Selva di affermare la propria identità ecclesiastica e sociale. Nonostante questo desiderio fosse spesso soffocato, l’aspirazione all’indipendenza ecclesiastica non si è mai spenta, continuando a vivere nel cuore dei suoi abitanti come uno dei desideri più ardenti e naturali.
Il manoscritto, redatto da un cittadino di Selva e trascritto dal curato Don Domenico Casalin nel 1894, offre un viaggio tra storia e leggenda. Tra le sue pagine si trovano racconti del lacus Dianae e del vulcano di Agugliana, echi delle visite di celebri viaggiatori del XVIII secolo e delle loro fantasie. Tuttavia, il fulcro della narrazione risiede in un’importante riunione dei capifamiglia della parrocchia, un evento che avrebbe segnato profondamente la storia della comunità.
Durante questa riunione, si discuteva del restauro della canonica di San Nicolò di Agugliana. In un momento di audace provocazione, qualcuno propose di costruire una nuova Chiesa più a valle, piuttosto che affrontare onerosi lavori di restauro. Questa proposta, inizialmente vista come radicale, venne accolta con un entusiasmo inaspettato. Il 26 marzo 1868, il prevosto benedisse la prima pietra della nuova Chiesa, con il parroco di Agugliana, Don Beniamino Rancan, che scelse di rimanere neutrale.
In soli dieci mesi, grazie al progetto del capomastro Giovanni Guarda, la nuova Chiesa si ergeva fino al cornicione. La costruzione fu resa possibile dalle generose donazioni in denaro, pietre e calce, e soprattutto dal lavoro gratuito dei “curaziani”, il cui ardore cresceva insieme alle mura della Chiesa. Il 16 maggio 1869, la nuova Chiesa, sebbene ancora incompleta, fu benedetta, e il 3 dicembre 1871, il Santissimo Sacramento fu stabilmente deposto al suo interno.
Gli anni successivi videro ulteriori miglioramenti: la sagrestia fu costruita nel 1874, il coro e la stabilitura interna nel 1884, e il soffitto “alla piemontese” nel 1885. Orgogliosi della loro Chiesa, i residenti decisero di aggiungere delle campane. Il 23 giugno 1877, tre nuove campane furono consacrate, e la prima di esse fu benedetta dal cardinale di Verona, S.E. Luigi di Canossa.
Alla fine del XIX secolo, la Chiesa fu ulteriormente abbellita con porte, una Via Crucis, quadri e un battistero. Tuttavia, il progetto della facciata, proposto da Gerardo Marchioro, fu accantonato a causa dei costi elevati. Parallelamente, la comunità di Selva si concentrò sulla costruzione di un cimitero. Nonostante l’offerta di un terreno e il supporto del sindaco, la burocrazia impedì la realizzazione del progetto, e si continuò a utilizzare il cimitero di Montebello.
Dal 1869, i nuovi curati di Selva assunsero il compito di curare le anime, spesso in contrasto con Agugliana. Nonostante i frequenti avvicendamenti dei curati e le molte famiglie emigrate in Brasile e Argentina, la comunità continuò a crescere, raggiungendo una popolazione di 980 persone all’inizio del Novecento.
Il fervore della comunità si manifestò anche nella costruzione delle scuole, progettate dall’ingegnere comunale Pietro Frigo e completate nel 1882. L’edificio scolastico, situato vicino alla Chiesa, rappresentò un altro traguardo significativo per la comunità.
La storia della Chiesa di Selva di Montebello non è solo un racconto di pietre e mattoni, ma un vivido esempio di determinazione, fede e comunità. Questa narrazione ci mostra come un piccolo gruppo di individui, mossi da un comune senso di appartenenza e da una visione condivisa, possa superare ostacoli apparentemente insormontabili per realizzare i propri sogni. La costruzione della Chiesa e delle altre infrastrutture non fu solo un atto di fede, ma anche un simbolo tangibile della resilienza e dell’unità della comunità di Selva.
Le vicende della Chiesa e delle sue successive aggiunte rappresentano una testimonianza duratura dell’impegno collettivo. Nonostante le sfide burocratiche e le limitazioni economiche, la comunità ha dimostrato che con la cooperazione e la determinazione si possono raggiungere traguardi significativi. Questo spirito di solidarietà e perseveranza è ciò che ha permesso alla piccola comunità di Selva di Montebello di costruire non solo edifici, ma anche una forte identità sociale e religiosa.

Umberto Ravagnani

FOTO: La Chiesa di Selva di Montebello in una foto degli anni ’60 del Novecento (collezione privata Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA
: L.Zonin, Il campanile di Selva di Montebello, 2014.

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CASERME E SOLDATI A MONTEB.

[392] CASERME E SOLDATI A MONTEBELLO
durante la Repubblica di Venezia

Alla fine del XVI secolo, la Repubblica di Venezia instaurò una rete di presidi militari su tutto il suo territorio. Uno dei presidi più rilevanti era la fortezza di Palmanova. Lungo l’asse stradale che collegava il Friuli con i territori di Crema e Bergamo in Lombardia, furono erette caserme che ospitavano guarnigioni di diverse dimensioni: dalle piccole stazioni con pochi soldati, alle più grandi nei capoluoghi di distretto. A Vicenza, la caserma della cavalleria si trovava nel quartiere di Portanova, oggi ricordato da “via del Quartiere”. Altre caserme si trovavano a Carmignano di Brenta, allora parte della provincia di Vicenza, e a Montebello, che ne aveva due: una piccola dietro il palazzo comunale e una più grande tra la piazza e il ponte “del Marchese” sul torrente Chiampo.
Secondo gli storici, la caserma di Carmignano fu allestita tra il 1620 e il 1630, risultando gemella di quelle di Montebello per epoca, dimensioni e utilizzo. Dal “Libro delle Colte del Clero” emerge che tra il 1623 e il 1626 furono sostenute considerevoli spese per materiali e manodopera, indicando che in questo periodo si svolsero i maggiori lavori di costruzione e trasformazione delle strutture militari.
Nel 1629, il “Quartiero Viviano” di Montebello viene citato in un pagamento a un fabbro per la sostituzione di serrature. Nei primi anni di allestimento delle nuove caserme, spesso si preferiva affittare edifici già esistenti piuttosto che costruirne di nuovi, come avvenne successivamente a Montebello. Un contratto di affitto del 7 novembre 1616 potrebbe retrodatare l’esistenza di queste caserme, anche se non è chiaro se si riferisca al “Quartiero piccolo o Viviano” o allo “Stalone o li Quartieri” più grande vicino al “ponte del Marchese”.
Nell’ottobre del 1706, una piena del Rodegoto e dell’Aldegà-Chiampo colse di sorpresa gli abitanti di Montebello. I danni maggiori furono subiti dagli edifici lungo gli argini, tra cui quelli dei Marchesi Malaspina e la lunga caserma “de li Quartieri” occupata dalla cavalleria veneziana. I soldati dovettero affrontare grandi difficoltà per salvare se stessi e i loro cavalli, e alcuni cercarono scampo aprendo varchi nei muri delle stalle.
Questa alluvione ricordava quella del 1691 e quella del 1696, entrambe devastanti per la comunità. Anche questa volta, la piena rese inagibile l’accesso al ponte sul Chiampo, bloccando il movimento sulla Strada Regia. Il 9 ottobre 1706, Francesco Muttoni, perito degli “Ingrossadori”, fu chiamato per ripristinare la caserma “de li Quartieri”. Nonostante Muttoni avesse proposto tre soluzioni, i deputati optarono per piccoli interventi, insufficienti a prevenire danni ulteriori causati da un’altra alluvione nel novembre 1710. Solo nel gennaio 1715 i “Quartieri” furono ripristinati sotto la gestione di Marco Zazon, che subentrò al padre Gio.Batta dopo aver vinto l’appalto nel dicembre 1712.
Il quartiermastro era generalmente un militare preposto alla direzione di una caserma. A Vicenza, all’inizio del Settecento, questo ruolo era ricoperto dal capitano Camillo Trissino. A Montebello, invece, il quartiermastro era un civile che fungeva da albergatore per i soldati, curando gli edifici e fornendo assistenza alle truppe, in particolare per la gestione del fieno per la cavalleria. Il suo incarico veniva assegnato tramite gara d’appalto e durava cinque anni, con possibilità di riconferma.

Il “Quartier grande” di Montebello, con tre stalle per 55 posti, richiedeva maggior impegno. Le stalle piccole erano situate di fronte alla Strada Regia, mentre “lo stallone” si estendeva verso l’argine del Chiampo. Le camere erano per lo più al primo piano sopra le stalle. Il “quartieretto” disponeva di due stalle per un totale di 12 posti e 11 stanze tra camere e salette. Questo assetto risulta da un inventario del 1715. Gio.Maria Guelfo fu uno degli appaltatori più longevi, gestendo i quartieri di Montebello dal 1692 al 1712, nonostante le difficoltà causate dalle alluvioni del 1692, 1702 e 1710. Durante il suo mandato, Guelfo fu accusato di appropriazione indebita e negligenza nella manutenzione, portando a una lunga controversia con l’amministrazione di Vicenza. Egli replicò sostenendo che le truppe tedesche di passaggio nel 1705 non avevano pagato il fieno e avevano sottratto foraggio. Dopo l’alluvione del 1710, soldati del capitano Carrara avevano anche rubato denaro a suo figlio. Il successore di Guelfo, Nicolò Perana, dovette affrontare simili difficoltà nel far rispettare i pagamenti da parte dei soldati. Nonostante questi problemi, il ruolo del quartiermastro rimase cruciale per garantire il funzionamento delle caserme e il supporto logistico alle truppe, contribuendo così alla difesa del territorio della Repubblica di Venezia.
Le caserme veneziane, con la loro rete di presidi militari, rappresentarono un elemento fondamentale per la difesa e il controllo del territorio. Il ruolo dei quartiermastri, spesso civili che vinsero gare d’appalto, fu essenziale per il mantenimento e la gestione logistica di questi edifici, dimostrando l’importanza della collaborazione tra autorità militari e civili. Le vicende delle alluvioni e delle difficoltà logistiche evidenziano le sfide che queste strutture dovettero affrontare per rimanere operative nel tempo. Nonostante gli ostacoli, l’efficienza della rete di presidi militari contribuì significativamente alla sicurezza e alla stabilità della Repubblica di Venezia.
In conclusione, la gestione delle caserme fu una componente cruciale della strategia difensiva della Serenissima. Le sfide affrontate, dalle calamità naturali alle difficoltà amministrative, furono superate grazie alla dedizione e alla competenza di coloro che gestivano queste strutture, garantendo così la protezione e il benessere dei territori sotto la loro giurisdizione.

Umberto Ravagnani – Ottorino Gianesato

DISEGNO: La caserma posta non lontano dal ponte del Marchese. Le stalle erano al piano terra e le camere al primo piano. (Disegno di Umberto Ravagnani, ricavato da un bozzetto, non firmato né datato, probabilmente del perito Francesco Muttoni, eseguito nei primi anni del 1700).
BIBLIOGRAFIA: O.Gianesato, “Miscellanea di storia montebellana“, 2009.
NOTA: ⁕ Vedi anche l’articolo MONTEBELLANI DEL PASSATO (1).

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LA SAGA DEI MALTRAVERSO

[391] LA SAGA DEI MALTRAVERSO
Tra potere, intrighi e devozione…

C’era una volta, in un’epoca remota e avvolta nel mistero, una nobile dinastia longobarda di nome Maltraverso. Attorno all’anno 1000, questa illustre stirpe si stabilì a Montebello, segnando l’inizio di una straordinaria ascesa che li avrebbe visti protagonisti nelle terre di Padova, Treviso e Vicenza durante il Medioevo. Il conferimento del titolo di conte nel 1164 segnò un punto di svolta per i Maltraverso, che iniziarono a distinguersi in vari ambiti, dalla Chiesa alla politica, fino all’arte della guerra. Questo primo periodo fu caratterizzato da una crescita incessante e da una solidificazione del potere familiare, che avrebbe gettato le basi per le future generazioni.
Le cronache antiche narrano di un certo Attaldo, che fu il primo vescovo di Vicenza nel VII secolo e che si diceva appartenesse ai Maltraverso. Tuttavia, storici meticolosi come Giovanni Mantese hanno messo in dubbio questa affermazione, suggerendo che in quel periodo non esistesse una familia comitale di Montebello e che i Maltraverso, essendo ariani, rendevano improbabile che Attaldo fosse stato un vescovo cattolico. Questo racconto solleva interrogativi sulla veridicità delle fonti storiche e sul modo in cui le leggende familiari possono essere costruite e trasmesse attraverso i secoli, spesso mescolando realtà e mito.
A Padova, Bernardo Maltraverso, figlio di Uberto Maltraverso I, divenne una figura venerata per la sua santità. Grazie alla sua guida spirituale, il popolo padovano abbandonò l’eresia manichea e ricevette l’assoluzione da papa Leone IX. Alla sua morte, Bernardo fu sepolto nel cuore del vecchio duomo di Padova, lasciando un’impronta indelebile nella memoria collettiva. Questo episodio illustra come i Maltraverso non fossero solo guerrieri e politici, ma anche guide spirituali, in grado di influenzare profondamente la vita religiosa e sociale delle comunità in cui operavano.
Il fratello di Bernardo, Gerardo Maltraverso, fondò il ramo trevigiano della familia. Con la benevolenza dell’imperatore Enrico II, Gerardo ottenne vasti territori e costruì la fortezza di Cies (oggi Castelcies), a nord di Asolo (Tv), che divenne la roccaforte della sua stirpe. Questa fortezza non solo rappresentava il potere dei Maltraverso, ma fungeva anche da simbolo di stabilità e sicurezza per le terre circostanti. L’espansione territoriale dei Maltraverso e la costruzione di fortificazioni dimostrano come la familia sapesse coniugare abilmente la gestione del potere con la protezione delle proprie terre e dei propri sudditi.
Maltraverso II, il terzo figlio di Uberto, ereditò gran parte delle proprietà familiari nelle regioni di Padova e Vicenza. Dopo la sua morte, queste terre furono divise tra i suoi discendenti, segnando l’inizio di nuove diramazioni della familia. Tra i suoi eredi, Uberto Maltraverso III giocò un ruolo cruciale nelle lotte civili a Vicenza e nel 1080 fondò il monastero di Praglia, dotandolo di cospicue rendite. Questo evento evidenzia la capacità dei Maltraverso di lasciare un’eredità duratura non solo attraverso la guerra e la politica, ma anche attraverso il sostegno alla religione e alla cultura.
Uberto III fu seguito da numerosi figli illustri, ognuno dei quali lasciò un segno nella storia. Uberto IV divenne vescovo di Vicenza, mentre suo fratello Guidone fu console della città e capostipite delle dinastie dei conti di Arzignano e Schio. Un altro figlio, Gerardo, si distinse per la sua lealtà, proteggendo un parente a Montebello nel 1194. Alberico Branca, il quarto figlio, ereditò Montebello e Lozzo Atestino, portando avanti la tradizione familiare. Ogni ramo della casta contribuiva a rafforzare la rete di potere e influenza dei Maltraverso, dimostrando come la familia fosse un’entità complessa e variegata.
Tra i discendenti di Alberico, Alberto Maltraverso prese parte alla guerra civile di Vicenza nel 1184. Suo figlio, Aldrighetto, fortificò Montebello all’inizio del 1200, dimostrando il carattere indomito della familia. Dopo la morte di Aldrighetto senza eredi, suo fratello Gilberto prese il controllo della signoria, ma fu costretto a vendere Montebello nel 1265 a causa delle incessanti guerre che dilaniavano la regione. Questo periodo di conflitti mette in luce le difficoltà e le sfide che i Maltraverso dovettero affrontare per mantenere il loro potere e la loro influenza.

La familia Maltraverso lasciò un’impronta significativa anche nella Chiesa. Guido Maltraverso, figlio di Gilberto, divenne vescovo di Ferrara nel 1304 e fu autore di opere teologiche. Nicolò Maltraverso fu nominato vescovo di Reggio Emilia e amministratore di Vicenza nel 1213, mentre Giordano Maltraverso fu vescovo di Padova nel 1214 e inquisitore sotto papa Onorio III. Angelo Maltraverso, infine, fu vescovo di Ferrara e patriarca di Grado, svolgendo delicate missioni per il papa. La presenza costante dei Maltraverso nei ranghi della Chiesa testimonia il loro impegno nel sostenere e diffondere la fede cristiana, oltre a rafforzare la loro posizione sociale e politica.
La saga dei Maltraverso offre un affascinante spaccato della storia medievale italiana, intrisa di lotte di potere, alleanze strategiche e una profonda devozione religiosa. Le loro vicende mostrano come il potere e l’influenza possano essere tramandati attraverso le generazioni, mantenendo viva la fiamma del loro lascito. Ogni membro della familia, con le proprie azioni e decisioni, contribuì a costruire una narrazione complessa e affascinante che ancora oggi ispira rispetto e ammirazione.
Considerando la loro storia, emergono riflessioni importanti sul ruolo della familia e delle sue radici nella formazione dell’identità e della società. I Maltraverso ci ricordano che, nonostante le avversità e i conflitti, la determinazione, la fede e il coraggio possono lasciare un’impronta duratura nella storia. La loro eredità è un esempio di come il potere può essere utilizzato non solo per governare, ma anche per contribuire alla crescita spirituale e culturale di una comunità. Infine, la storia dei Maltraverso ci invita a riflettere su come le azioni di oggi possano influenzare il futuro e su come il nostro lascito possa essere costruito attraverso un impegno costante e una visione lungimirante.

Umberto Ravagnani

FOTO: 1) Interno del castello di Montebello detto dei Maltraverso.
2) Angelo Maltraverso che fu Vescovo di Ferrara e Patriarca di Grado (quadro presente nella Sacrestia della Chiesa Prepositurale di Montebello – Foto Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: G.Mantese, Memorie storiche della Chiesa Vicentina – Dal 1000 al 1300, Vicenza, 1954.
B.Munaretto, “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, 1932.
V.Nori, “Montebello Vicentino – La storia e l’arte“, Montebello Vicentino, 1988.

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DON DOMENICO GIAROLO

[390] DON DOMENICO GIAROLO

Don Domenico Giarolo nacque a Locara (Vr), da Alessandro e da Lucrezia Costa, il 3 Maggio 1863, studiò nel Seminario diocesano Vicentino, e fu qui ordinato Sacerdote il 24 Aprile 1887, Dopo di essere stato due anni Cappellano a Roveredo di Guà, passò nel 1891 Parroco a Campolongo della Riviera e nel Luglio 1907 divenne Prevosto a Montebello Vicentino e qui restò fino alla morte, il 12 gennaio 1919.
Don Domenico Giarolo viene spesso ricordato per aver fatto demolire l’antica Chiesa di San Francesco, sulla via che porta al castello di Montebello, tanto cara al suo predecessore don Giuseppe Capovin, ma era anche, sorprendentemente, uno studioso e amante di antichi manufatti, in particolar modo quelli appartenenti al periodo romano. Un suo studio approfondito, del quale ha lasciato un prezioso manoscritto conservato in canonica, riguarda una “Lapide Romana dissotterrata a Volpino”. Volpino di Zimella si trova a circa una decina di chilometri da Montebello nel territorio veronese. Ecco la trascrizione della prima parte dell’interessante documento.

“L’anno …[manca] nell’ingrandimento della Chiesa Parrocchiale di Volpino, in Comune di Zimella, essendosi scavato il terreno per la fondamentazione di nuovo muro, alla profondità di metri …[manca] venne alla luce una lapide sepolcrale romana con iscrizione, conservatissima, ancora infissa nel suo primo posto, il che dà argomento certo sicuro di quanto in quel luogo in circa diecinove secoli si elevò il suolo per le molteplici alluvioni il suolo in quel luogo.
La lapide è alta m. (1.43) larga m. (0.75). Essa è di marmo veronese ed è incorniciata da un semplice listello. Su di essa sta è incisa una iscrizione sepolcrale in bellissimi caratteri unciali, ben conservati, come scritto nel testo, i quali ci fanno argomentare che sia non più oltre del secolo I dell’era nostra. Se non fosse stata la cura intelligente del Parroco Locale D. Luigi Negretto, il quale la volle murata nella parete laterale destra esternamente a sua conservazione, purtroppo per l’ignoranza dei operai che volevano pensavano di spezzarla per farne materiale da costruzione, sarebbe per sempre perduto questo prezioso documento dell’epoca romana.
L’iscrizione incisa è del seguente tenore:

V.F.
CVRILIA.M.F.
SECVNDA.SIBI.ET
C.ARRVNTIO.C.F.
STABILI.CONIVGI
BENEMERENTI.ET
C.ARRVNTIO.C.F.
CRESCENTI.FILIO
PIENTISSIMO
VIXIT.AN.XIX.MEN
SES.XI.D.V.ET
LIBERTIS.LIBERTABUS

Viva Fecit – Curilia Marci Filia – Secunda Sibi Et – Caio Arruntio Caii Filio – Stabili Coniugi – Benemerenti Et – Caio Arruntio Caii Filio – Crescenti Filio – Pientissimo – Vixit annos XIX Menses XI Dies V Et – Libertis Libertabus

Come si vede Curilia Seconda figlia di Marco, mentre era viva fece per sé pel marito, pel figlio, pei liberti e liberte la presente lapide sepolcrale. Ritengo però che se, ove essa fu scoperta, si fosse scavato a maggior profondità, si sarebbero trovati altri avanzi del sepolcro, e forse il sepolcro intero, che colla lapide fece costruire, che certo come detta la lapide ci fa arguire, fu costrutto per l’intera famiglia Arruntia.

Chi sia questa Curilia non è dato sapere; certo era della famiglia o gente Curilia, giacché le donne portavano come nome proprio il nome della gente o famiglia con terminazione femminile, come si à da innumerevoli esempi. Or finora è stata sconsiderata fu ignota questa tal famiglia, e questa è la prima che, per la presente, ci si presenta in una lapide; come si può vedere dal Corpus Inseriptionum Latinarum (?), e dall’Onomasticon si conosceva la gente Curidia, non però la Curilia. Quanto di singolare è la nostra lapide, perché ci mette a conoscenza di un nuovo nome di famiglia dell’epoca romana. Portava essa Curilia il cognomen di Seconda, probabilmente perché seconda figlia di Marco: sapendosi che spesso il cognomen si sceglieva da circostanze particolari riguardanti l’individuo…” 

Don Domenico Giarolo lasciò Montebello e questo mondo alla giovane età di 56 anni. Nell’Atto di morte così viene ricordato:
Giarolo, Don Domenico di Alessandro e Costa, Lucrezia da undici anni precisi, avendo fatto suo solenne ingresso il 12 gennaio 1908, Prevosto di Montebello Vicentino, dopo aver fabbricato l’ospedale e l’asilo, colto da tubercolosi polmonare, dopo sei lunghi mesi di malattia, dopo aver ricevuto con grande devozione gli ultimi conforti della chiesa, placidamente s’addormentò nel signore alle ore 5 del mattino 12 gennaio 1919.  Aveva 56 anni. Suo padre Alessandro era morto da quattro anni, sua madre Costa Lucrezia gli sopravviverà.  I funerali che ebbero luogo il 14 detto per concorso di popolo e di sacerdoti suoi amici e conoscenti riuscirono imponentissimi.  Fu sepolto nel cimitero comunale per sua espressa volontà nella stessa fossa del padre suo.  D. Antonio Ercole”.

FOTO: Don Domenico Giarolo in un ritratto di Leone Verlato (17-4-1930) conservato nella Sacrestia della Chiesa di Santa Maria Assunta a Montebello (foto Umberto Ravagnani).
NOTA: Manoscritto di don Domenico Giarolo che si trova nella Chiesa Prepositurale di Montebello Vicentino. L’articolo relativo è stato pubblicato nel 1905 a Pavia nella rivista “Scienze storiche” con il titolo: Osservazioni sopra una lapide romana recentemente scoperta.
Di don Domenico Giarolo è pure il libro “Memoria sulla Fiera della Madonna di Lonigo” con notizie storiche sulla Fiera di San Giacomo e sui mercati (Lonigo, 1906).

Umberto Ravagnani

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INGENTE PASSAGGIO DI PROPRIETÀ

[389] UN INGENTE PASSAGGIO DI PROPRIETÀ


La famiglia dei Sangiovanni, che proveniva da S. Giovanni Ilarione, era attiva a Montebello già dal Cinquecento. Furono presenti nel nostro paese fino al 1842, anno della morte di Chiara Ghellini, moglie di Francesco Sangiovanni. Nel nostro paese tre erano i centri agricoli dei conti Sangiovanni. La Pra dove si era sperimentato la coltura del riso, con mulino da frumento e poi pila da riso. Borgolecco, ovvero la nostra zona Gamba, detta, all’epoca, Parco delle Cesure.1 La Gualda, casa ex Villardi, con oratorio di S. Giacomo. Dei Sangiovanni (Annibale) era anche la zona che sarà poi villa Pasetti-Freschi e la casa dei Pasetto con i campi fino al ponte della Fracanzana. Con un testamento datato 20 maggio 1806 del conte Francesco Sangiovanni, le sue proprietà a Montebello passarono al nobile Lodovico da Schio, mantenendo per la propria moglie, Chiara Ghellini, l’usufrutto fino ad un eventuale secondo matrimonio.2
Con l’atto di vendita riportato in appendice di questo articolo i nuovi proprietari, Lodovico Da Schio e il figlio Giovanni, cedettero il loro latifondo di Montebello a Gaetano Pasetti, padre di Giuseppe3 futuro sindaco del nostro paese.
Nella descrizione dei vari terreni e case che passarono di mano troviamo il toponimo “Seraglio” che corrispondeva pressoché all’area occupata oggi dalla cosiddetta “zona Gamba” e che, in un disegno del 1709 del perito Francesco Miolato, era indicata come “parco delle Cesure”. Si tratta di un’area di oltre 60 campi di vario tipo: arativi, dedicati al pascolo, con piante di ulivo, ecc.

Nel “Seraglio” era presente anche una “giassàra” (ghiacciaia), indicata anche nel suddetto disegno del Miolato, e collocata all’incirca dove si trova oggi un grande condominio vicino all’Ufficio Postale.
A Montebello sono tre le “giassàre” note: oltre a quella del “Parco delle Cesure”, ce n’era una in un punto non ben definito tra Via Roma e Via Trento, all’interno dell’antico muraglione che dà sulla strada e un’altra, della quale abbiamo già parlato nell’articolo  [205] Villa Anselmi-Schroeder a Montebello. Si tratta di costruzioni di varia forma e oltre al suo utilizzo privato come a Montebello, in molte località a noi vicine come la Lessinia costituivano una fonte notevole di reddito (se ne può ancora osservare una molto bella sulla strada che collega Bosco Chiesanuova con Erbezzo). Il ghiaccio era tagliato in inverno da vicine buche naturali o scavate appositamente e quindi riempite d’acqua. Parte della costruzione è interrata per consentire la conservazione del ghiaccio nei mesi caldi.
In estate il ghiaccio era caricato in blocchi su carrette a traino animale e portato nottetempo nei centri abitati della pianura, per essere poi venduto e utilizzato per la conservazione dei prodotti alimentari nei negozi e nelle case. Verso gli anni cinquanta del Novecento il loro utilizzo andò scemando a causa della diffusione degli impianti di refrigerazione sia domestica che industriale.

APPENDICE
LODOVICO E GIOVANNI da SCHIO VENDONO AL SIGNOR GAETANO PASETTI 7 CASE, UNA DOMINICALE E 139 CAMPI IN MONTEBELLO (ULTERIORI CAMPI 120 NELLA CONTRA’ DI FARA) PER LIRE 180.000.

L'ATTO DI VENDITA

REGNO LOMBARDO VENETO

Correndo l’anno del Signore 1824, martedì 28 del mese di settembre.

In nome di Sua Maestà Francesco Primo Imperatore

In vigor del testamento 20 maggio 1806 del fu Co. Francesco Sangiovanni, il Nob. Lodovico da Schio divenne proprietario, tra gli altri, degli infradescritti beni con fabbriche dei quali è usufruttuaria, in vita di lei durante, o fino a che fosse per passare ad altre nozze, la Nob. Chiara Ghellini vedova del suddetto testatore colle facoltà e come in detto testamento.

Fu essa Nob. Chiara Ghellini coll’istrumento 1824 22 maggio, atti infrascritti, privata d’ogni suo credito, anco dotale, della facoltà lasciata dal fu conte Francesco mediante l’assegnazione di altri beni, così che, in grazia delle autorizzazioni postate dal detto istrumento, e dei titoli creditori derivanti dalla disposizione del medesimo testatore, non compare alla stessa fino all’epoca di detto istrumento alcuna altra ragione.

Le ragioni proprietarie degli infrascritti beni spettanti al prefatto Nob. Lodovico, mediante la donazione 15 giugno 1821, atti miei, passarono nel nobile Giovanni da Schio figlio del prefatto Nob. Lodovico.

Convinti però di divenire li prefatti Nob. Lodovico padre e Giovanni figlio a delle alienazioni per sistemare gli affari della loro famiglia, hanno col mandato 29 luglio1824, atti miei, eletto loro procuratore il Nob. Almerico Colonese del fu conte Francesco con facoltà di poter liberamente alienare tra gli altri, o tutti o in parte, dei beni in Montebello, attualmente usufrutti della Nobile Signora Chiara Ghellini Sangiovanni, il quale ha trovato di concludere col Signor Gaetano Pasetti del fu Giuseppe il presente contratto di vendita e compreso colli fatti, modi, condizioni seguenti.

Costituiti pertanto avanti a me notaio (seguono i nomi dei contraenti) ………………………

primo – il suddetto Nob. Colonese procuratore facendo per li predetti Nobili Lodovico e Giovanni da Schio ………………………

aliena al Signor Pasetti Gaetano che per sé e gli eredi acquista gli infradescritti beni con fabbriche con tutti gli oneri, diritti, giurisdizioni e servitù a detti beni e fabbriche competenti ………………………

 secondo – resta comunque dichiarato che ogni spazio di terreno su cui avessero diritti li venditori lungo la mura del Brolo e Seraglio all’esterno della mura stessa s’intenderà compreso nel presente contratto ed ogni diritto inerente. Come pure resta dichiarato che al cessare dell’usufrutto dovranno esser tolte tutte le servitù cogl’immobili alienati per conto delle due case contigue che rimangono ai venditori e che non sono abbracciate dal presente contratto, e diviso ogni foro di comunicazione.

 terzo – valore totale della compravendita Lire Venete 180.000

 quarto

 quinto

 sesto – non sarà tenuto esso Signor Pasetti né meno a quei titoli di credito che anco sopra li beni alienati per carichi straordinari o altro potesse farsi la suddetta Nobile Signora Chiara in dipendenza del suddetto testamento 1806 durante l’usufrutto posteriormente al suddetto istrumento 22 maggio 1824 e né meno alla pensione vitalizia di Lire 4.000 alla medesima Signora Chiara, nel caso di passaggio ad altre nozze né alla pensione delle Lire 1.800 milanesi alla Signora Eleonora Sangiovanni da Schio del che tutto dovrà esso Pasetti essere tenuto sollevato ed indenne per parte delli venditori.

 settimo

 ottavo

 nono – il Signor Pasetti Gaetano esborsa Lire Venete 32.000 e per le restanti 148.000 : Lire 68.000 entro due anni ed il restante pagabile in più rate entro l’anno 1830.

 decimo

 undicesimo – siccome il Pasetti acquirente non percepisce li frutti dell’immobili,  col presente acquistati,  durante l’usufrutto della Nobile Chiara Ghellini Sangiovanni, così pel giusto di lui indennizzo resta convenuto che tanto sopra le Venete Lire 32.000  esborsate, come nel superiore nono articolo, quanto sopra l’altre somme da esborsare in ordine al suddetto decimo articolo in sussistenza dell’usufrutto siano tenuti li venditori a corrispondergli l’annua rendita del 5% decorribili dal giorno di ciascun esborso.

                                                                     SEGUONO LI BENI ALIENATI

Numero mappali: 647 – 648 – 649 – 650 – 651 – 652 – 653 – 654 – 659 – 660 – 661 – 662 – 663 – 645 porzione.

Casa fittalizia al civico n° 625 corrispondente al n° 663 di mappa e l’orto che era il giardino del Palazzo demolito che abbraccia il n° 663 di mappa. Confina a levante con Maule Paulo, a monte Righi Pietro, ponente collo stradone,  n° 661, a tramontana la strada.

Le due case fittalizie n° 626 – 627 civici corrispondenti ai n° 659 – 660 – 661 di mappa confinano a levante  di questa ragione con il n° 662, Righi Pietro, Cristofari Marco, Cenzati Giuseppe e Albertini Silvestro, a ponente beni di questa ragione.

Casa rustica con pozzo e vera di pietra con corte e terreno annesso di circa 2 quarti ora coltivato a sparesara la quale apparteneva ad un (palazzo) dominicale ora demolito nella quale casa si entra dalla Contrada Borgolecco suddetta mediante portone con pilastri di pietra e successivo altro portone con pilastro di cotto.

Le altre tre case fittalizie ai n° 630 – 631 – 634 civici e la predetta casa rustica corrispondente  al n° 645 per due parti e 647 di mappa così pure il “Seraglio” e carrezzà appoggiata alla mura del Serraglio stesso, sotto li numeri 645  649 – 650 – 651 – 652 – 653 – 654  dell’analoga mappa.

 Casa dominicale con giardino, pozzo con adiacenze nella Contrà Borgolecco nella superficie di campi 1 e quarti 1. Così pure casa della gastalderia con corte ed adiacenze . Brolo dinanzi al dominicale  di campi 5 e tre quarti censito ai numeri 655 – 656 – 657 di mappa.

Confina a levante Cenzati Giuseppe ed Albertini Silvestro, monte la strada , la Parrocchiale di Montebello, ponente una  stradella, tramontana la  strada.

“Seraglio” pure in Montebello in detta Contrà di Borgolecco confinante a tramontana della dominicale circoscritta di mura in cemento (?) in parte caduta,  della quantità di campi 61 e quarti due circa, con “Giasiagia” (ghiacciaia) cioè campi  39 e 3 quarti arativi, piantà, vignà, in pianura campi 8 e quarti 2 arativi vacui, campi 4 e quarti 1 pascolivi con olivi in monte, campi 4 pascolivi semplici in monte, finalmente campi 15 di bosco ceduo in monte più casotto annesso a detto Seraglio nell’angolo di levante, a mezzogiorno appoggiato alla mura della strada Borgolecco.

Campi 14 e quarti 2 nella Contrà Dugale senza casa censiti ai n° 400 di mappa . Confina la Strada Regia.

Campi 39 nella Contrà di Fara  o Fornace di sotto al n° 250 di mappa

Campi 67   sempre in Contrà di Fara al n° 269 di mappa

                                                         Beni in Montebello dati in ipoteca al signor Paesetti Gaetano

In Contrà della Prà campi 115 con boaria

In Contrà della Prà campi 72

 

OTTORINO GIANESATO

ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA
Notaio Fantini Francesco di Vicenza- Villabalzana
Busta n° 4060 – atto n° 2398

FOTO: 1) Panorama della “zona Gamba” di Montebello nei primi anni 70 del Novecento (collezione privata Umberto Ravagnani).
2) Una tipica giassàra (ghiacciaia) molto diffusa all’epoca dei fatti narrati.
NOTE: 1) La ‘cesura‘ indicava un piccolo podere con casa.
2) Da “Santa Maria di Montebello” v. II, p. 261 di Luigi Bedin.
3) Abbiamo già parlato di Giuseppe Pasetti nell’articolo [135] Villa Pasetti (Freschi-Sparavieri).

Umberto Ravagnani

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ANTICHI MESTIERI A MONTEBELLO

[388] ANTICHI MESTIERI A MONTEBELLO
(Montebello durante il periodo napoleonico 1806-1815)

Oggi vi proponiamo un elenco, quasi completo, dei mestieri che si praticavano a Montebello nei primi anni dell’Ottocento e i nomi di chi li esercitava. Nei registri presenti negli archivi storici (nati, matrimoni e morti, in particolar modo) veniva riportata la professione, oltre agli altri dati anagrafici. Da questi antichi documenti è possibile ‘disegnare’ la situazione lavorativa di quel particolare periodo storico. Molti di questi mestieri non vengono più praticati al giorno d’oggi, quantomeno nelle modalità di quel tempo. La tabella che segue è molto interessante perché, oltre alle professioni, mostra i cognomi di molte famiglie già presenti a Montebello più di duecento anni fa.

ARMAIOLO  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
CORDAIO (SOGÀRO) (continua)  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
MURATORE (continua)
• Valente Antonio • Pizzardini Francesco • Lissandro Giovanni
BARBIERE FABBRO FERRAIO • Pizzardini Carlo
• Biancon Paolo • Ambrosi Domenico • Pizzardini Giuseppe
• Mancini Antonio • Burti Bernardo • Preto Luigi
• Mancini Francesco • Cosaro Bernardo • Rizzi Battista
• Mancini Giacomo • Fecci Francesco • Rizzi Bortolo
BOTTAIO • Pasini Angelo • Scapin Angelo
• Baù Antonio • Pianton Antonio • Scapin Stefano
• Cengialta Bastiano FALEGNAME (MARANGÒN) • Zamperetto  Domenico
• Vivian Antonio • Adami Vicenzo (vende pure acquaviti) OREFICE
BOTTEGAIO-CASOLINO-DROGHIERE • Battistella Antonio • Dainese Gaetano
• Bastianello Matteo • Battistella Domenico ORTOLANO
• Doria Giovanni • Battistella Giuseppe • Fusato Pietro
• Doria Innocente • Borinato Francesco • Marcante Santa
• Fuga Antonio (vende acquaviti) • Cazzavillan Francesco OSTE BETTOLIERE
• Miolati Paolo • Crestani Francesco • Scapin Angelo
• Sgreva Elisabetta • Frigo Matteo POSTIGLIONE
• Zanardini Domenico • Giusti Luca • Bonato Antonio
• Zanardini Faustino (venditore di tabarri) • Mion Antonio • Bonato Filippo
• Zanardini Francesco (“salsamentario”) • Sgreva Michele • Fraccari Andrea
CAFFETTIERE • Tibaldo Domenico • Fraccari Angelo
• Battistella Pietro • Tibaldo Luigi • Fraccari Gio.Batta
• Cisco Angela • Tuzzo Francesco • Fraccari Giuseppe
• Cristofari Domenico • Zanuso Bortolo • Fraccari Antonio
• Cristofari Marco FALEGNAME PER CARRI • Mattiello Andrea
• Frigo Gio.Batta • Zanuso Angelo • Sgreva Luigi
• Lovato Francesco FARMACISTA • SPEZIALE • Tonin Antonio
• Mancini Angelo • Brunello Gio.Maria • Valente Marco
• Miolati Angela • Brunello Giovanni SARTO/SARTA
• Pianton Luigi • Miolati Antonio • Agnolin Elisabetta
• Valentini Angelo • Nardi Bortolo • Bassanello Giovanni
CALDERAIO FORNAIO • Berci Rosa
• Zanotelli Giovanni • Cavaggion Giovanni • Bevilacqua Michele
• Zanotelli Nicola • Longo Antonio • Biancon Domenico
CALZOLAIO • Preto Angelo • Biasin Valentino
• Agnolin Giuseppe • Trevisan Domenica • Biolo Domenico
• Angiari Girolamo LAVORA CALZE • Biolo Domenico
• Burion Domenico • Bevilacqua Maria • Bonomo Bortolo
• Cabianca Clemente • Burion Giovanna • Burti Santo
• Cabianca Giuseppe • Fanton Lucia • Cabianca Angela
• Cazzavillan Battista • Fecci Lucia • Cabianca Elisabetta
• Cazzavillan Giuseppe • Frigo Pasqua • Castegnaro Domenico
• Corato Carlo • Frigo Rosa • Castegnaro Francesco
• Costa Zuanne • Mancini Maria • Colla Anna
• Guarda Angelo • Pesavento Caterina • Colla Antonio
• Lovato Pietro • Polidoro Rosa • Consolaro Domenica
• Negretto Domenico LEVATRICE • Corato Giovanna
• Piazza Domenico • Debello Maria • Costa Gio.Maria
• Rizzi Francesco LIBRAIO (TIPOGRAFO ?) • Dal Maso Giuseppe
• Rossetti Sebastiano • Secondini Sebastian • Dalla Grana Antonia
• Scapin Domenico MACELLAIO • Fabbris Angela
• Scapin Girolamo • Bergamasco Gaetano • Lovato Angelo
CARRETTIERE • Frigo Bortolo • Lovato Marianna
• Agnolin Antonio • Mancini Antonio • Pagliarin Antonio
• Ambrosi Giuseppe • Peloso Bortolo • Pizzardin Bernardo
• Bevilacqua Pietro • Sabin Pietro • Rizzi Teresa
• Boscarollo Domenico • Tonello Giovanni • Tibaldo Francesco
• Castaman Ercole MAESTRO PUBBLICO • Timillero Giuseppe
• Castaman Natale • Casson (Celsan) Michele • Venturella Giovanni
• Castegnaro Domenico • Cervo Giuseppe • Zambellin Antonio
• Castegnaro Giacomo MASTRO DI POSTA • Zambellin Lucia
• Dal Maso Antonio • Agnolin Antonio • Zanini Anna
• De Biasi Valentino MEDICO • CHIRURGO • Zuffellato Antonio
• Gabana Angelo • Caprini Domenico SCARTEZZINO-PETTINA STRASSE-TERZAJOLO
• Garzetta Angelo • Comin Cesare • Costa Lucia
• Garzetta Gio.Batta • Comin Silvano • Sgreva Francesco (coniugi)
• Giusti Antonio • Roato Angelo SENSALE (MEDIATORE)
• Giusti Giacomo • Tecchio Giuseppe • Zampieroni Antonio
• Giusti Giuseppe • Vincetti Lodovico STALLIERE
• Maggio Giovanni MERCANTE • Carradore Valentino
• Micheloni Santo (posta) • Antonioli Andrea TESSITORE/TESSITRICE
• Nardi Antonio • Bassetto Domenico • Campesan Rosa
• Nardi Girolamo • Bassetto Gaetano • Colla Francesco
• Perin Domenico • Cenzatti Elena • Marangoni Francesco
• Pesavento Antonio • Ravelli Maria • Million Angelo
• Pesavento Giacomo • Rizzi Antonio • Million Francesco
• Preto Francesco MUGNAIO (MUNÀRO) • Mion Elena
• Tonello Giovanni • Braggio Bortolo • Nardi Caterina
• Valente Antonio • Catafumo Tomaso • Negretto Giovanni
• Zampieroni Antonio MURATORE • Rodighiero Lucia
• Zanetti Domenico • Collalto Bortolo • Soave Caterina
CAVALLARO • Guarani Alessandro • Spiller Maria
• Guarda Agostino • Guarda Angelo • Valente Francesca
CORDAIO (SOGÀRO) • Guarda Domenico VETTURINO
• Albertini Antonio • Guarda Gio.Batta • Nardi Girolamo
• Pizzardin Giuseppe (continua…) • Guarda Luca (continua…)

ALTRI MESTIERI DELLA POPOLAZIONE

La maggior parte della popolazione esercita mestieri legati all’agricoltura e alla pastorizia: AFFITTANZIERI, CRIVELLARI, GASTALDI, PASTORI, POSSIDENTI, VILLICI. Pochi altri sono Benestanti. Un discreto numero è occupato come impiegati comunali,  nell’esercito e gendarmeria ed altro.

BECCHINI: Lovato Giacomo (porta cadaveri), Valbona Bernardo (“vestitore” di morti) come secondo lavoro.
CRIVELLARI: Pizzolato Giuseppe, Toniolo Giovanni.
CUSTODE DEL CASELLO (del ponte della Fracanzana): Dall’Osto Giacomo.
DOMESTICI: Corato Andrea, Festugato Girolamo, Palma Gio.Maria, Pericolo Francesco.
GASTALDI: Antonin Michele, Ceresato Antonio, Coaro Francesco, Faccipieri Antonio, Lotto Girolamo, Pozzan Angelo, Storato Bortolo.
GENDARMI: Albertini Luigi, Burion Domenico (Guardia Nazionale), Galuppi Amadio, Paratico Vicenzo, Scapin Angelo (sergente Guardia Nazionale).
IMPIEGATI COMUNALI
: Brunelli Giovanni, Burion  Bernardo (cursore), Cenzatti Angelo, Crosara Francesco, Frigo Giacomo, Frigo Girolamo, Zatta Vicenzo.
PASTORI: Benetti Antonio, Biasi Domenica, Dai Zovi PietroAntonio, Grandi Domenico, Paccanaro Giovanni,  Rigodanza Giovanni, Tognetti Antonio, Tognetti Gio.Batta, Zanconato Angela, Zuffellato Antonio.

OTTORINO GIANESATO

DISEGNO: Il ‘sarte‘ (sarto) era un mestiere molto diffuso a Montebello (ideazione e realizzazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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DON ANGELO CRASCO

[387] DON ANGELO CRASCO

Un maestro, di questo periodo, che si può certamente inserire tra i più importanti personaggi della nostra scuola, è don Angelo Crasco, il quale ha insegnato per oltre un quarantennio prima a Brendola e poi a Montebello. Uno dei nostri soci fondatori, Amelio Maggio, lo ricorda così nel suo libro, scritto a quattro mani con Luigi Mistrorigo, “Montebello Novecento”:

« … Ma in generale i ricordi di quegli anni di scuola, s’appuntavano attorno alle figure degli insegnanti tutti esimi e di qualità morali e culturali. A questo proposito non si può mancare di ricordare, fra gli altri, la figura di Don Angelo Crasco che per oltre un quarantennio fu, se così si può dire, il simbolo della scuola elementare di Montebello. Chi, infatti, almeno nell’arco di tre generazioni, non l’aveva avuto come proprio insegnante? » 1 (Da “LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO” di Ottorino Gianesato, Umberto Ravagnani e Maria Elena Dalla Gassa).

Don Antonio Zanellato nel suo diario parrocchiale così ricorda il giorno in cui don Angelo Crasco festeggiò le sue Nozze d’argento sacerdotali:

« Luglio 1927 – Don Angelo Crasco, cappellano e Maestro Comunale, da oltre 20 anni a Montebello, celebra le sue Nozze d’argento sacerdotali: fu ordinato il 22 luglio 1902. Essendogli da due mesi morta la mamma, la cerimonia si tenne in carattere di austerità. Alle ore 7.30 celebrò la S. Messa Solenne, presenti tutte le autorità e i Maestri e le Maestre, una rappresentanza degli scolari che gli avevano raccolto l’elemosina della S. Messa e grande folla di popolo. Il Prevosto don Antonio Zanellato lesse al Vangelo il discorso gratulatorio. Seguì un ricevimento con un discorso della Maestra Caterina Rigoni Bergami a nome dei Maestri, del Podestà comm. Giobatta Farina a cui rispose ringraziando il festeggiato. » 2


Don Angelo Crasco è nato a Vicenza il 24 ottobre 1878, figlio di Giovanni e Luigia Leder, ha conseguito la patente di grado superiore a Padova il 10 luglio 1901 e ha ottenuto il certificato di lodevole servizio, per deliberazione presa dal Consiglio Scolastico Provinciale, il 10 luglio 1901.
Ha iniziato il suo lavoro di insegnante di ruolo nel 1901 a Brendola, dove è rimasto fino al termine dell’anno scolastico 1906-07. Dall’ottobre 1907 ha iniziato il suo nuovo mandato a Montebello, con una IIIa classe maschile composta da ben 58 alunni.

La foto che vi proponiamo si riferisce alla classe IIIa maschile, condotta sempre da don Angelo Crasco. Questa è stata fatta nell’anno scolastico 1935-36, davanti alla Chiesa parrocchiale, dopo una lezione di religione alla quale hanno partecipato alcune bambine di una classe femminile.

NOTE: 1) Maggio Amelio, Mistrorigo Luigi, Montebello Novecento, Montebello Vicentino, 1997.
2) Dal diario parrocchiale di don Antonio Zanellato alla data luglio 1927 (Archivio parrocchiale di Montebello).
FOTO: 1) Il maestro Don Angelo Crasco con i suoi alunni nell’anno scolastico 1935-36 (cortesia di Marco Boscardin).
2) Il maestro Don Angelo Crasco in una foto del 1927 circa (dal diario parrocchiale di don Antonio Zanellato).

Umberto Ravagnani

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IL MATRIMONIO S’HA DA FARE

[386] QUESTO MATRIMONIO S’HA DA FARE!

Il Codice Napoleonico, varato in Francia nel 1804, divenne valido ed esecutivo anche per le nazioni assoggettate dall’imperatore d’oltralpe. Tra le numerose regole da questo introdotte, fu stabilito che il matrimonio civile aveva pari validità di quello religioso. L’Anagrafe Civile, che si costituì nello stesso tempo, fu innovativa in materia di matrimoni per la corposa documentazione necessaria per sancire un nuovo legame di coppia. Ma se da un lato questi carteggi sono oggi utilissimi per le ricerche genealogiche, da un altro rivelano situazioni familiari poco fortunate. Questa storia a lieto fine, preceduta dal vecchio detto “speremo ch’el cata na brava moglie” è quanto avevano augurato i pochi parenti, più o meno prossimi, al povero Giovanni Durlato all’indomani della perdita prematura di entrambi i genitori. E alla fine la speranza si concretizzò a Montebello.
Il giovane Giovanni Durlato (a volte erroneamente Zurlato) nacque a Lonigo il 29 agosto 1792 da Vicenzo detto “Chiampo” di Giovanni e da Elisabetta Bastianello di Antonio detto “zuco”. Quando aveva poco più di un anno venne a mancare la madre ventitreenne Elisabetta. Passati solo quattro anni anche il padre ventisettenne raggiunse la moglie nell’al di là. Che la malasorte si accanisse contro la famiglia Durlato è purtroppo un fatto triste ma vero, dato che pure Vicenzo era rimasto privo del padre alla tenera età di 2 anni.
Sempre nell’ultimo decennio del settecento, oltre che dei genitori, Giovanni rimase senza la nonna paterna Giovanna, morta a santo Stefano di Volpino (Zimella – VR) e senza i nonni materni Antonio e Domenica venuti a mancare entrambi a Montorso.
I documenti non rivelano con quali parenti il piccolo Giovanni avesse in seguito convissuto fino all’età di 20 anni. Si conosce che nel 1812 espresse il desiderio di convolare a nozze con la pari età Angela figlia del fu Bortolo Bevilacqua e di Domenica Lovato di Montebello. Entrambi minorenni avevano pertanto bisogno dell’assenso dei genitori o di chi per essi. Ma mentre per Angela non esistevano ostacoli, per Giovanni, solo al mondo, si dovette ricorrere al Giudice di Pace di Lonigo, il signor Agostino Maparolo, in data 16 aprile 1812. Tre giorni prima, Antonio Bastianello (un omonimo) era stato nominato tutore di Giovanni mediante un atto del Consiglio di Famiglia. Perciò quel 16 aprile furono convocati a Lonigo tutti i seguenti parenti del giovane Giovanni Durlato perché esprimessero il loro consenso al matrimonio:

Girolamo Longo del vivente Francesco di anni 22, ammogliato con figli, villico, nulla possidente, domiciliato nella “comune” di Arcole, primo cugino del minore e parente di 4° grado, Francesco Longo del fu Santo di anni 57, nativo ed abitante in Arcole, di professione agricoltore,  possidente, zio del minore suddetto e parente in 3° grado, Santo Longo del fu Antonio di anni 36, domiciliato in Locara, ammogliato, nulla possidente di professione agricoltore, primo cugino del minore suddetto e parente in 4° grado dello stesso.
Tutti questi tre soprascritti dal lato paterno Gio.Batta Vanzo di Giovanni nativo e domiciliato a Montorso, di anni 36, vedovo, nulla possidente, zio del minore e parente in 3° grado dello stesso Fidenzio Rossetto del fu Lorenzo di anni 38, domiciliato a Sorio, ammogliato, nulla possidente, zio del minore e parente in 3° grado con lo stesso di professione agricoltore, Francesco del fu Giuseppe Dal Monte di anni 57, ammogliato con figli, nulla possidente, di professione facchino, nativo di Montorso e fin dalle fasce domiciliato a Lonigo, primo cugino e parente in 4° grado del minore suddetto.

Alla fine del Consiglio di Famiglia, il Giudice di Pace così si espresse: …l’odierna convocazione ha per oggetto di dare il proprio parere sulla convenienza del matrimonio che il minore Giovanni Zurlato (Durlato) intende contrarre colla minorenne Angela Bevilacqua del fu Bortolo e di Domenica Lovato di Montebello e ciò atteso essere tutti morti i di lui ascendenti. Sentito il tutore, il quale ha concluso perché sia accordato al minore il permesso di potersi ammogliare colla predetta Bevilacqua.
Il Consiglio considerando che il minore Giovanni Zurlato (Durlato) ha bisogno di persona che possa in qualche modo tenere in assetto le sue robe, non avendo per sua parte alcun ascendente collaterale.
Considerando che la predetta Angela Bevilacqua è giovane di onesti costumi e che è capace di accudire agli affari della famiglia, ha ad unanimità, dietro il nostro sentimento, determinato di accordare e permettere al minore Giovanni Zurlato (Durlato) predetto di potersi unire in matrimonio con Angela Bevilacqua

Il matrimonio fu celebrato due giorni dopo (18 aprile 1812) presso il municipio di Montebello alle sette di sera.
Dal rogito stilato precedentemente dal notaio Gio.Paolo Cenzatti, in occasione dell’assenso al matrimonio dato ad Angela dalla madre, si evince dove i due novelli sposi abitassero a Montebello prima della loro unione: la sposa nella contrada del ponte delle Asse e Giovanni Durlato in quella del Vanzo. Praticamente vicini di casa quindi, situazione che certamente ne aveva favorito la reciproca conoscenza. (OTTORINO GIANESATO)

FOTO: Una delle classiche foto, in posa a ricordo del matrimonio, a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Umberto Ravagnani

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L’AMBULANZA VOLANTE A MONTEB.

[385] L’AMBULANZA “VOLANTE” IN PIAZZA A MONTEBELLO

La politica espansionistica di Napoleone del primo decennio dell’Ottocento aveva favorito la riorganizzazione del corpo sanitario militare adattandolo alle esigenze di un nuovo modello di guerra.
Fin dal 1805 l’incessante e continuo movimento dei vari corpi d’armata all’interno del territorio italiano aveva indotto le autorità a pensare e favorire un massiccio ricorso al servizio sanitario non solo civile. Per finalizzare questo progetto fu istituito un corpo militare di presidio per prestare soccorso ai soldati malati o feriti durante le marce e i trasferimenti. L’abitato di Montebello, attraversato nel suo bel mezzo dalla Strada Regia, al tempo in cui ancora non esisteva la circonvallazione alla sinistra del torrente Chiampo, vide stazionare lungamente un’ambulanza militare, chiamata volante”, proprio nella piazza antistante il municipio. Si trattava spesso di una carretta coperta da un telone, trainata da 4 cavalli, la cui gestione era affidata a un consistente gruppo di addetti della sanità, anche di sesso femminile, diviso in piccoli nuclei che si alternavano nell’arco della giornata. La piena funzionalità di questo servizio era poi garantita, come nel caso di Montebello, località di tappa, grazie alla disponibilità di un sanitario civile presente, per l’appunto, all’interno dell’ospedale allora situato in piazza.
Dell’esistenza di questo insolito veicolo sulla piazza di Montebello, la si viene a conoscere in occasione di un triste evento accaduto in contrada Borgolecco. Infatti nel primo pomeriggio dell’11 gennaio 1807, l’Ufficiale di Stato Civile di Montebello, Antonio Fuga, di recò in questa strada, nel palazzo Sangiovanni, dove stanziava un presidio di soldati francesi, per accertare come il freddo inverno, con le sue insidiose malattie, si fosse portato via per sempre il piccolo Agostino Barà di soli 9 giorni. Il neonato era figlio di Pietro e di Aurelia Berti, coniugi, entrambi facenti parte dell’equipaggio dell’ambulanza militare presente da tempo in paese. In questa occasione, come voleva la prassi, fu necessaria la testimonianza di due persone, nella fattispecie dei due trentanovenni Antonio Criconia, industriale, e Sebastiano Gabrieli impiegato comunale.
È un po’ singolare il fatto che una donna militarizzata, tanto più se incinta, potesse ricoprire questo incarico che richiedeva la massima prestanza fisica. Tutto si può spiegare se Pietro Barà e Aurelia Berti, all’atto dell’entrata in servizio non fossero ancora sposati o che tutto si sia poi evoluto durante la loro permanenza a Montebello come addetti all’ambulanza.
Comunque Aurelia Berti doveva sicuramente appartenere a quel nutrito gruppo di donne, particolarmente coraggiose, al quale competeva in battaglia, e non solo, di sovraintendere soprattutto a ciò che riguardava l’alimentazione e l’igiene. E’ grazie alla comparsa di queste donne forti se il numero delle perdite dei soldati si ridusse drasticamente.
I loro compiti andavano ben oltre le mansioni per le quali erano state ingaggiate; all’occorrenza, erano in grado di imbracciare con perizia un fucile.
Non per niente Napoleone insignì quattro di loro della Legion d’Onore, onorificenza di solito riconosciuta ai combattenti maschi.
Pertanto appare evidente come l’ambulanza militare e i suoi sanitari non si limitarono ad affrontare il problema costituito dal continuo movimento delle truppe e quello dell’assistenza del crescente numero di soldati inabili inviati in licenza di convalescenza alle proprie case.
Non si sa quanto a lungo l’ambulanza militare napoleonica stazionò nella piazza del mercato di Montebello.
Certamente pochi anni, dato che nel 1815, in seguito alla sconfitta di Napoleone a Waterloo, arrivarono gli austriaci che rimasero ininterrottamente nel Veneto fino all’estate del 1866. (OTTORINO GIANESATO)

NOTE:L’AMBULANZA MILITARE consisteva di un cassone montato sul telaio di un carro a 4 ruote, capace di contenere 6 malati o feriti, 4 cavalli condotti da 2 carrettieri, 6 materassi, 6 barelle a cinghie, 1 cassa per strumenti chirurgici, 1 cassa per i medicamenti, 50 kg. di filacce e 50 kg. di tela per bendature. Questa era la versione francese del 1805, ma ne esisteva anche una italiana del tutto similare. Nel 1808/1809 l’ambulanza diventò una carretta a 2 ruote, pertanto più agile della precedente. Tra le tante dotazioni vantava un elaborato numero di medicine comprendente 22 composti chimici diversi, 5 tipi di cerotti per vari usi.

IMMAGINE: Una bella riproduzione di una vecchia ambulanza di epoca napoleonica (da HAT Industrie).

Umberto Ravagnani

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DON GIROLAMO DALLA-BARBA

 

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STORIA DI ORDINARIA…BURO

 

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COGNOMI MOLTO LONGEVI

 

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CAMBIA LA MODA FEMMINILE

 

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IL SOGNO INFRANTO

 

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IN CERCA DI FORTUNA OLTRE…

 

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I LEGIONARI MONTEBELLANI

 

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LA SCUOLA DI UNA VOLTA

 

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IL PIÚ BUONO DELL’ANNO

 

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DA UN MONTEBELLO ALL’ALTRO

 

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IL PONTE SULL’ACQUETTA

 

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L‘UCCELLINO E LA MINIERA

 

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IL CANTO DELLA STELLA

 

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L’UFFICIO POSTALE DI MONTEB.

 

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LA SAGRA DI SAN FRANCESCO

 

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IL CARRETTIERE SCOMPARSO

 

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I CALDERAI A MONTEBELLO

 

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GEMMA BERTONCIN

 

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DALLE STALLE ALLE STELLE

 

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DUE SACERDOTI DEL PASSATO

 

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AUREOS 2001-2020 (SFOGLIA IL LIBRO) ------------------------------ AUREOS 2021-2022 (SFOGLIA IL LIBRO)

Gli articoli dal 2001 al 2020 compreso sono stati raccolti in un volume riccamente illustrato, disponibile presso la nostra redazione (AUREOS 2001-2020) e sono ancora consultabili online previa registrazione al sito. Il libro con la raccolta degli articoli del 2021 e 2022 sarà disponibile a partire dal 17 febbraio 2024.


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