DALLE STALLE ALLE STELLE

[366] “DALLE STALLE ALLE STELLE …”

Già si è parlato nel n° 357 dal titolo “Due famiglie rampanti” delle fortune che cercarono e trovarono a Montebello quei nuclei che qui emigrarono pieni di speranze. In particolare uno di loro. Infatti non esiste un detto più appropriato, come quello che recita “dalle stalle alle stelle”, per indicare l’ascesa economica di cui si rese protagonista la famiglia Anselmi tra inizi settecento e fine ottocento.
I suoi componenti, provenienti dall’alta Lessinia si stabilirono a Montebello come semplici coltivatori della terra, si diedero un bel da fare nella gestione di piccole o grandi proprietà prese in affitto o a livello. Nel corso degli anni passarono così da fittavoli a proprietari delle campagne da loro lavorate e non disdegnarono di emulare le banche prendendo denaro da chi investiva su di loro per poi darlo in prestito.
Quando le loro abitazioni di Montebello si rivelarono poco in linea con le loro potenzialità economiche, furono spinti a compiere il grande passo di acquistare, dapprima una discreta casa a Vicenza per poi comprare il prestigioso edificio a fianco di questa, ossia palazzo Leoni-Montanari a santa Corona.
In precedenza la facoltosa famiglia Leoni-Montanari, composta da ricchi mercanti di stoffe e tintori originari di Villabalzana, abitò nel palazzo costruito nel 1676 e quando l’ultimo dei suoi appartenenti morì la lussuosa dimora fu acquistata, nel 1808, dal nobile Girolamo Egidio Di Velo.
Non passarono molti anni che il nobile appena menzionato rese l’anima a Dio e i suoi eredi decisero di non abitare il palazzo e di venderlo appunto agli Anselmi che così trasferirono da Montebello a Vicenza il loro domicilio, pur non definitivamente.
L’acquisizione del palazzo da parte dei fratelli Bortolo e Antonio Anselmi avvenne nel 1834, con atto del notaio Francesco Tecchio di Vicenza, per il prezzo di 79.500 Lire Venete.
Nel breve volgere di 5 anni i due fratelli Anselmi morirono, l’ultimo fu Bortolo nel 1839, l’unico ad essere padre di due rampolli: Luigi e Gio.Batta. Pertanto il palazzo, in quel periodo denominato Anselmi, diventò proprietà dei due fratelli. Solo fino al 1849 però. In quell’anno, gli eredi Anselmi decisero consensualmente di dividere fifty-fifty le loro sostanze fino ad allora amministrate e godute insieme senza contrasti di sorta.
La divisione obbligò gli esecutori legali a redigere dettagliatissimi e lunghissimi inventari dei beni che oggi sono una miniera inesauribile di notizie. La descrizione minuziosa, in quel momento ex palazzo Leoni-Montanari, occupa numerose pagine ed grazie a questo documento che oggi si può comprendere e conoscere a fondo le caratteristiche e la disposizione dei numerosi locali e gli oggetti in essi contenuti in quel tempo.

Per ragioni di spazio è di seguito descritta una parte del piano terreno, anche perché solo in questo viene nominato Gio.Batta Anselmi come fruitore. Alcuni dettagli poi del piano nobile.

Palazzo

In contrada santa Corona al numero comunale 980, confina a sera con altra casa di proprietà al numero comunale 981 in contrà della Pozza” (contrà della Pozza oggi contrà Apolloni).
Confina a mattina con la strada comune e a mezzogiorno Caldonazzo-Eredi Zago, a sera mediante altra casa di questa ragione e di Segala, a tramontana la strada comune. Dividesi in pian terreno, piano nobile, secondo piano, granaio e altana.
Pian terreno:
N° 1 Vestibolo con accesso dalla strada al palazzo con pusterna ? (pusterla = piccola porta) di ferro che lo divide dalla corte
N° 2 Studio a mezzogiorno del N°1 e colonne di stufe
N° 3 Bagno a mezzogiorno del N° 1 e a sera del N° 2 con vasca di pietra. Fra il N°2 e il N° 3 esiste un corridoio di comunicazione, uno stanzino di disimbarazzo ed una scala secondaria che giunge alle stanze superiori
N° 4 Ingresso dell’appartamento del fratello Gio.Batta a nord del N° 1
N° 5 Studio a nord del N° 4
N° 6 Stanza di ricevimento a nord del N° 5
N° 7 Camera da letto a nord del N° 6
N° 8 Stanza di pulimento a sera del N° 7 con stufa
N° 9 Locale oscuro (cieco) a mezzogiorno del N° 8 e a sera del N° 7 con scala secreta che guida alle stanze superiori
N° 10 Stanza pel portinaio a tramontana del n° 1 ed a sera del N° 4 con parete a nicchia a formazione di una interna cucinetta con camino e sciacquatoio con scala di legno alla galeotta che mette ad un piccolo locale sopra della cucina
N° 11 Scalone a due rami di pietra con aperto sottoscala a sera del N° 10 con due porte ad arco che mettono in corte e cancello di ferro all’origine della scala
—–
N° 17 Scuderia a sera del N° 13 a sei poste sorretta da colonne con soffitto a crociera
—–
N° 21 Legnaia
N° 22 Rimessa a mezzogiorno della corte e a mattina del N° 21 con soffitto a volto…con catene di ferro
—– Etc. Etc:
Nel piano nobile o primo piano esistono: la camera turca, la camera etrusca, la camera bianca, la camera celeste e la camera rossa.

Quando una ventina di anni dopo Luigi Anselmi passò a miglior vita, purtroppo senza figli, il fratello Gio.Batta, suo erede, vendette il palazzo, un tempo Leoni-Montanari, al nobile Milan -Massari per 67.000 Lire. Nel 1908 la vedova del nobile Milan, Elena Tiepolo, lo trasferì all’allora Banca Cattolica Vicentina, diventata poi Banca Cattolica del Veneto (oggi l’edificio è di proprietà di Banca Intesa).
Dopo questa cessione Gio Batta lasciò Vicenza per stabilirsi definitivamente nella villa di Montebello fatta costruire nel 1847 ai confini col comune di Brendola. Qui la morte lo raggiunse nel 1878, non prima di aver alienato diversi beni, tra i quali “Villa Valle di Brendola” che era appartenuta al fratello Luigi (OTTORINO GIANESATO).

FOTO: Il palazzo Leoni-Montanari a Vicenza, Sulla destra si vede la prima modesta casa acquistata dagli Anselmi. In seguito acquisirono l’intero complesso (foto-riproduzione di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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DUE SACERDOTI DEL PASSATO

[365] DUE SACERDOTI DEL PASSATO

Pietro Penasa figlio di Andrea e Caterina Zanon, nacque in provincia di Trento a san Bernardo in Val di Rabbi nel 1876, suddito quindi di Sua maestà l’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Il paese che gli diede i natali aveva poche risorse nel suo territorio, potendo contare solo su alcune piccole miniere di ferro, con il relativo indotto che dava lavoro a pochi fortunati mentre il resto dei suoi abitanti erano addetti alla lavorazione del legname o all’agricoltura. Pertanto molti cercarono fortuna altrove, ma tuttavia la valle non si spopolò, e vanta ancor oggi una località denominata “Penasa” proprio per la presenza di numerose famiglie che portano questo cognome che non dovettero emigrare.
Secondo i ricordi di alcuni anziani, Pietro Penasa si trasferì a Montebello ancora fanciullo ospite degli zii senza figli (la zia materna Maria Zanon ed il marito Antonio Pedrazzoli ) di origine trentina come lui del resto. Gli stessi anziani affermano poi che, provenendo dal ponte del Marchese e andando verso la piazza, gli zii di Pietro Penasa abitavano e gestivano una bottega, con varie tipologie di merci e prodotti agricoli, sul lato sinistro di via 24 Maggio, un paio di case dopo la villa Boroni-Zonin. Lo “Stato d’Anime del 1899” compilato dal Prevosto don Giuseppe Capovin, conferma la presenza di Pietro Penasa presso i coniugi citati, solo che nel frattempo Antonio Pedrazzoli morì e la a bottega di calderaio da lui gestita passò al nipote “adottato”.
Pietro, nel 1910, sposò a Terrossa di Roncà Maria Rosa Ferrari, sambonifacese di nascita, di 10 anni più giovane di lui, che gli diede 5 figli: Andrea nel 1911, Gino nel 1913, Maria nel 1915, Tarcisio nel 1918, e nel 1920 Ubaldo. Verso la fine della Prima Guerra Mondiale, nonostante fosse ormai “anziano” per la leva militare, fu mobilitato con la classe 1900 i cui appartenenti diciottenni potevano benissimo essere suoi figli.
Quelli della sua età furono impiegati in servizi di supporto all’esercito quando nel 1918 lo sforzo bellico dell’Italia costrinse i comandi miliari ad attingere anche tra quelle classi ormai considerate “vecchie”. Ad ulteriore conferma dell’attività di Pietro, nel suo foglio matricolare, alla voce mestiere esercitato, sta scritto negoziante segno evidente che era subentrato all’attività degli zii. Morì abbastanza giovane nel 1925.

Ubaldo Penasa nel 1943, a differenza dei fratelli che restarono nella bottega paterna, intraprese la carriera ecclesiastica in piena Seconda Guerra Mondiale, e l’anno successivo fu ordinato sacerdote.
Proprio nell’estate del 1944 ricevette la sua prima nomina a Vicario Cooperatore a Bagnolo di Lonigo e successivamente nella vicina Pressana (VR).
Dall’agosto 1950 alla fine dello stesso mese del 1951 ebbe l’incarico di Delegato Vescovile a Gambugliano e subito dopo diventò parroco di Fongara di Recoaro.
Dopo una decina di anni ritornò in pianura a condurre la parrocchia di Santa Maria a Marola, frazione di Torri di Quartesolo dove vi restò una quindicina d’anni.
Nel 1975 fu trasferito a fare l’Arciprete della parrocchia di santa Maria e san Valentino di Pozzoleone.
In questo paese in riva al Brenta vi rimase fino al termine della sua missione pastorale, godendo della compagnia della madre Maria che tre anni più tardi, ormai 92enne, si spense e fu sepolta a Montebello.
Don Ubaldo, ormai in pensione, visse il resto della sua vita a Vicenza e, dopo la sua morte avvenuta nel 2013, fu sepolto a Montebello nella tomba dei religiosi.

E’ stato citato poco fa il paese di Gambugliano. Ebbene don Ubaldo non fu il solo sacerdote montebellano a condurre la parrocchia di san Vito, Modesto e Crescenza di questo sperduto paesino, dato che nella prima metà dell’Ottocento don Antonio Bruttomesso, nato a Montebello nel 1804, condusse la parrocchia per una trentina d’anni lasciando un ricordo vivissimo e riconoscente. E’ quanto racconta, con dovizia di particolari, lo storico Sandro Mazzariol (sindaco del paese dal 1975) nel suo libro edito nel 1979.
L’Arciprete montebellano don Antonio Bruttomesso si insediò a Gambugliano nel 1837 e vi rimase fino alla sua morte avvenuta 30 anni dopo. In precedenza era stato cappellano a Santa Croce in Vicenza, Costabissara e a Porcetti di Cologna Veneta. A Gambugliano, sempre attivo nel promuovere nuove iniziative, diede vita alla Confraternita del S.S. Sacramento e si prodigò per il restauro della chiesa auspicandone la ricostruzione.
A questo scopo, nel suo testamento del 1853, lasciò alla parrocchia di S. Vito, Modesto e Crescenza un legato di 1200 Lire austriache come contributo per la costruzione di una nuova chiesa che fu inaugurata 7 anni dopo la sua morte avvenuta nel 1867.
Il nuovo edificio sacro fu inaugurato nel 1874 dall’abate Bernardo Morsolin, gambuglianese di nascita, (1834), figura di spicco nel panorama della cultura vicentina della seconda metà dell’Ottocento, autore di numerosissime opere e saggi.
L’abate Bernardo Morsolin fu sempre riconoscente nei confronti di don Antonio Bruttomesso perché fu proprio il parroco di Gambugliano ad avviarlo agli studi ecclesiastici. Il Morsolin, a riprova della stima che portava verso don Antonio, nel 1867, stesso anno della morte del medesimo, presenziò volentieri con un discorso alla cerimonia che si tenne nel paese natale del suo parroco, durante la quale furono trasferiti dalla collina di Sorio al cimitero di Montebello i resti dei caduti nella battaglia del 1848. Dedicò poi al sacerdote montebellano un discorso commemorativo dal titolo “Don Antonio Bruttomesso Arciprete di Gambugliano” il cui manoscritto è conservato presso la Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza.
Nel 1898, a Montebello, fu richiesta la presenza dell’abate Morsolin, nelle vesti di Direttore del Museo Civico di Vicenza, poiché dopo l’apertura del testamento di Caterina dal Molin, avrebbe dovuto prendere in consegna le tele da lei donate alla città con i ritratti di alcuni componenti della famiglia Anselmi della quale era la erede universale. Non vi partecipò forse a causa della sua cattiva salute. Del resto come avrebbe potuto mancare a questo appuntamento nel paese natale del suo mentore don Antonio Bruttomesso ?
Morì alle soglie del novecento il 14 dicembre 1899. (OTTORINO GIANESATO).

FOTO: Ubaldo Penasa (1920-2013) (foto-riproduzione di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL TRENO DEI DESIDERI

[364] IL TRENO DEI DESIDERI
Oltre un secolo fa venne progettata e mai completata, una linea tramviaria tra Montecchio Maggiore e Ponte Botti, con stazioni intermedie a Montebello, Lonigo, Orgiano e Sossano

All’inizio del 2019 l’amico e provetto ricercatore Ottorino Gianesato mi disse che aveva trovato la traccia di un importante progetto steso nel 1911 dalla “Società Tramvie Vicentine”, riguardante il nostro territorio, che non fu mai completamente realizzato. Fui molto entusiasta della notizia e proposi di approfondire subito la questione. Vi fu un periodo, durato parecchie settimane, di intenso lavoro: consultazione di un grandissimo numero di documenti all’archivio della Provincia di Vicenza, riproduzione di quelli più importanti per il nostro studio, ricerca di notizie, documenti, disegni, fotografie, informazioni sui quotidiani dell’epoca, ecc. Acquisite le parti più importanti di questa vicenda abbiamo steso una prima piccola bozza di questo libro. A mano a mano che il lavoro procedeva, come sempre succede in questi casi, le nuove domande erano molte più delle risposte che trovavamo; una in particolare ci assillava: perché un così importante e costoso progetto che avrebbe certamente aiutato l’economia e permesso alla popolazione di muoversi più facilmente, arrivò fino all’esproprio dei terreni e ai primi lavori di costruzione e poi venne abbandonato? In questo oscuro periodo inizia la nostra storia che si rivelerà sicuramente molto interessante se il lettore avrà la pazienza e la costanza di seguirci fino al suo epilogo.
La data precisa di nascita del progetto della tramvia Montecchio Maggiore – Montebello – Lonigo – Ponte Botti è inequivocabilmente confermata dai numerosi timbri apposti sui relativi disegni: 17 maggio 1911.
La stesura del progetto della Montecchio – Montebello – Lonigo – Ponte Botti fu preceduta da numerose riunioni di lavoro. Una di queste si tenne il 7 novembre 1910 nel momento in cui si stavano curando gli ultimi dettagli della futura tramvia. Fonte: il giornale “La Provincia Di Vicenza”.
Proprio lo stesso quotidiano locale, nell’edizione del 25 giugno 1911, riportò la notizia che nell’importante seduta consigliare del Comune di Montecchio Maggiore, presieduta dal Sindaco Domenico Veronese, si era discusso animatamente sui vantaggi e svantaggi che questo progetto avrebbe comportato:
Si è oggi radunato in seduta straordinaria il Consiglio Comunale, per trattare del grave problema tramviario. Erano presenti tutti i consiglieri meno due giustificati. Prima di entrare nell’ordine del giorno, il Sindaco cav. Veronese informa il Consiglio della sua partecipazione alle feste del Cinquantenario di Roma in rappresentanza del Comune di Montecchio Maggiore e della cortese ospitalità avuta dal Sindaco di Roma.
Propone di mandare allo stesso un telegramma di ringraziamento inneggiando alla Unità d’Italia e a Roma Capitale.
Il Consiglio approva ad unanimità. Rileviamo con grandissima compiacenza questo fatto, che fa onore alla rappresentanza comunale di Montecchio Maggiore tanto più che tra i votanti c’era anche il sacerdote Don Domenico Ghiotto.
Si passò quindi alla discussione del progetto presentato dalla Società delle Tramvie Vicentine, per il trasporto del binario attuale fuori del paese e il prolungamento della linea Montecchio – Lonigo – Ponte Botti.
La discussione fu molto vivace e vi presero parte quasi tutti i consiglieri. Le tendenze erano diverse e disformi i pareri, ma il Sindaco cav. Veronese colla sua competenza e colla parola persuasiva, dopo d’avere esposto al Consiglio tutti i vantaggi che offre al Comune il nuovo tracciato e più che tutto la linea diretta Montecchio – Lonigo, poté mettere d’accordo tutti i consiglieri di diverse tendenze.
E’ così l’ordine del giorno proposto dalla Giunta, che approva il nuovo tracciato ed accorda la strada comunale della Madonetta per la linea Lonigo – Montecchio – Ponte Botti, poté ottenere il suffragio unanime di tutti i consiglieri.
E di questa felice soluzione noi sentiamo il dovere di ringraziare tutta la Giunta, ed in special modo il cav. Veronese, che con tanto amore, disinteresse e grave sacrifici si occupa in vantaggio del nostro paese.
Dopo la costruzione della tramvia a vapore Vicenza-Noventa-Montagnana, inaugurata nel 1887, la Società Tramvie Vicentine rispolverò e mise su carta un suo vecchio progetto che prevedeva la costruzione di una linea, passante per il lato ovest dei Berici, che avrebbe dovuto congiungersi a sud con la suddetta Vicenza-Noventa-Montagnana nei pressi di Ponte Botti, creando una sorta di anello tramviario attorno ai Colli Berici. Il percorso di questa nuova linea tramviaria, piuttosto problematico per questioni tecniche e burocratiche, prevedeva, come punto d’inizio la località “ponte Gaiarsa” a Montecchio Maggiore. Raggiunta Via Madonnetta, nei pressi di Alte, seguendo una sede propria, avrebbe imboccata la Strada Statale 11 (ora Strada Regionale 11) in direzione Verona, qui, presso la ex fabbrica Ceccato, era prevista una prima fermata. Oltrepassata la località “La Gualda”, dove pure era prevista una fermata, si sarebbe dovuto raggiungere Montebello, superando il Torrente Guà, per costruire, non lontano dalla Ferdinandea, una nuova stazione tramviaria. Proseguendo verso Verona era prevista una fermata al Dovaro. Da qui, passando sotto la Ferdinandea attraverso un tunnel a due campate, si sarebbe giunti alla fermata di Almisano e, dopo il superamento ancora una volta del Torrente Guà, a Lonigo. Qui era programmata una stazione di fronte all’ospedale. Proseguendo verso sud avrebbe toccato Alonte, le stazioni di Orgiano e Sossano e quindi la località Targon, dove era prevista una semplice fermata. Da qui, a metà percorso della strada Sajanega, la fermata di Ronche e successivamente la stazione di Ponte Botti nel Comune di Albettone, completando così quella che doveva diventare la “Circumberica”.
La storia di questa tramvia, compresi i disegni dell’intero progetto, la potete trovare nel libro Il Treno dei desideri” di Ottorino Gianesato e Umberto Ravagnani.

Foto: L’Osteria al Tram nel Borgo di Montebello Vicentino, in prossimità del luogo dove doveva essere costruita la stazione tramviaria. L’Osteria, di proprietà di Angelo Alvise, è rimasta attiva fino agli anni 70 del Novecento. Sul retro vi era uno spazio predisposto per il gioco delle bocce.

Umberto Ravagnani

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LA MAESTRA CATERINA BERGAMI

[363] LA MAESTRA CATERINA BERGAMI RIGONI

La maestra Caterina Bergami Rigoni (1898 – 1966) ha insegnato alle scuole elementari di Montebello dal 1918 al 1958, svolse il suo compito di educatrice, missione talvolta difficile e faticosa, usando la pazienza, la delicatezza, la carità di donna e di madre.
Nel suo diario scolastico, alla fine del primo trimestre dell’anno scolastico 1955-56 di una classe Ia femminile, così scriveva:
« Le bambine sono tutte frequentanti, vengono a scuola sempre puntuali e sorridenti. É passato il periodo di timori per qualche bimba timida che talvolta scoppiava in pianto per un nonnulla, tutte sono allegre e vengono a scuola tanto volentieri. Parlano e raccontano di cose loro, della famiglia, dell’ambiente in cui vivono. Da parte mia non ho trascurato nessuna, anzi alle più scarse dedico maggiori cure, sono sempre in mezzo a loro per aiutarle nella lettura, nella scrittura di parole alla lavagna e sul quaderno. Le più brave vogliono anch’esse aiutare le più scarse e così, in lieta armonia, le ore di scuola passano tanto veloci. Più o meno diligentemente, tutte seguono il programma. Le bimbe sanno già distinguere bene tutte le lettere dell’alfabeto, scrivere sul quaderno e alla lavagna paroline, scrivere sotto dettatura frasi a senso compiuto. Qualche volta esco all’aperto con le mie scolarette e le accompagno, finché il tempo lo permette, al vicino campicello scolastico dove è stato seminato il frumento dagli scolari di Va maschile. Le foglie cadono ingiallite, le mucche pascolano nei prati vicini, dei contadini puliscono i fossi; le bimbe si divertono un mondo e, stimolando l’osservazione da parte mia, quali conversazioni gustose ne escono! »
Ecco una breve testimonianza di una sua alunna. Maria Bertilla Scapin nacque a Montebello Vicentino il 18 novembre 1929, figlia di Bortolo e di Roma Lovato. Frequentò le scuole elementari, dalla prima alla quinta, con la maestra Caterina Bergami Rigoni. A 19 anni conobbe il suo futuro marito Mario Feltre che risiedeva nella località detta “il Borgo” di Montebello.
Nel 1950 si sposarono ed andarono ad abitare nella stessa contrada dei genitori di Mario. Erano gli anni del secondo dopoguerra, ma il boom economico non era ancora arrivato a Montebello e Mario, che faceva il manovale, andava tutti i giorni a Verona in bicicletta per lavorare. Maria Bertilla e Mario ebbero due figli: Maria Grazia nel 1953 e Gino Maurizio nel 1957. Nel 1959 decisero di trasferirsi a Verona aiutati anche dalla sorella di Maria Bertilla, Guerrina che vi abitava già dal 1935. Maria Bertilla Scapin oggi ha la bella età di 89 anni, abita ancora a Verona e, con l’aiuto del gentilissimo nipote Davide, ci propone questa breve ma interessante testimonianza:
« Fasea la scuola, ho fatto dalla prima alla quinta. Le scuole erano taccà la ciesa, sulla sinistra. Eravamo divisi maschi e femmine e noi bambine eravamo in tanti, 30 – 40 bambine. La maestra Caterina era brava, mi ha insegnato a leggere e a scrivere. Avevamo il calamaio e c’era il bidello che ci riempiva il contenitore di inchiostro che avevamo sul banco. Andavamo a fare le passeggiate e al sabato andavo in piazza vestita da piccola italiana ». (da “LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO” di Ottorino Gianesato, Umberto Ravagnani e Maria Elena Dalla Gassa).

FOTO: 1) Una bella foto della maestra Caterina Bergami Rigoni (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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L’HOBBY DEI CAPITELLI

[362] L’HOBBY DEI CAPITELLI
L’insolita passione di Angelo Valente iniziata per caso in colonia a Velo d’Astico

Oggi vogliamo ricordare un personaggio di Montebello che aveva una singolare passione: costruire capitelli e rosari. Dal “Corriere Vicentino” abbiamo tratto questa bella intervista di Moreno Zambotto fatta qualche anno fa ad Angelo Valente quando, con la moglie Maria Rosa Trentin, abitavano al Borgo di Montebello.

« Tutti abbiamo un hobby! C’è chi colleziona figurine e francobolli, chi ricama o dipinge e chi, come Angelo Valente, costruisce capitelli e rosari. Questa insolita passione ha dietro di sé una storia particolare che ci facciamo raccontare. Angelo abita nella contrà Borgo a Montebello con la moglie Maria Rosa Trentin. La coppia è molto disponibile e dopo quattro chiacchiere di presentazione espongo la mia curiosità sui capitelli davanti all’abitazione.
Maria Rosa inizia a raccontarmi la loro storia mentre sorseggiamo un buon caffè.

“Il 2000 è stato un anno particolarmente difficile per noi: Angelo si è ammalato di tumore. Appena saputo della malattia ha deciso di costruire un capitello qui a casa perché voleva nel caso le cose non fossero andate bene, io avessi un suo ricordo. Quel capitello sarebbe stato un ricordo tangibile, suo e del suo amore per me. Le cose grazie a Dio sono andate bene e lui è ancora qui. Da allora però questa passione di costruire i capitelli è rimasta.

Era la prima volta che costruiva un capitello?
“No!” risponde Angelo. “La primissima volta è successo a Velo D’Astico, ma la situazione era completamente diversa. Eravamo là in colonia il gruppo missionario, In questa associazione ci siamo entrati quasi per caso, ma poi le loro attività ci hanno appassionato e ancora oggi ne facciamo parte. A Velo d’Astico abbiamo trovato una madonnina molto bella che purtroppo non aveva una sede fissa. Ogni volta che tornavamo in quel luogo la trovavamo in un posto differente. Una volta è successo addirittura che qualcuno l’aveva portata in cantina. Questo ci ha fatto molto dispiacere e lì è scattata la molla! Io e Maria Rosa abbiamo deciso di costruirle un capitello. Abbiamo un attimo valutato cosa ci occorreva e ci siamo messi all’opera. I sassi, ad esempio, li abbiamo presi a Sossano”.

Avete trasportato i sassi da Sossano a Velo D’Astico?
“Si! Ci sono voluti un paio di giri… Prima di portarli su però li abbiamo portati qui a casa nostra per pulirli e sistemarli.

Quanto tempo ci avete messo a finire il lavoro?
“In un paio di sabati abbiamo ultimato il tutto. Il grosso lo abbiamo fatto noi due, poi abbiamo avuto qualche piccolo aiuto”.

Ora, per chi costruisce capitelli?
“Di solito li faccio se qualcuno me li chiede. A me piace e di solito quando inizio nel giro di una settimana riesco a finire il lavoro”.

Inoltre lei costruisce anche rosari?
“Sì. Questa è una passione vecchissima. Ho iniziato ancora quando andavo a trovare Maria Rosa da fidanzato… considera che ora siamo sposati da oltre quarant’anni. Allora volevo sistemare il rosario di mia nonna che si era rotto. Mi dispiaceva perdere quel ricordo che avevo di lei cosi mi sono messo a ricostruirlo”.

Anche i rosari li fa su richiesta?
“Più o meno. Ho costruito un rosario per ogni missionario che è partito da Montebello e di solito li faccio per occasioni particolari come matrimoni, cresime o cose del genere. Ora però credo che anche un’intervista sia una buona occasione per regalare un rosario!”. »

Con il mio rosario artigianale in mano me ne torno a casa, mentre Angelo e Maria Rosa mi salutano con affetto. (Da un’intervista di Moreno Zambotto per “Il Corriere Vicentino”).

Angelo Valente è mancato ai suoi cari nel 2010 all’età di 76 anni e riposa nel cimitero di Montebello.

FOTO: 1) Una bella immagine di Maria Rosa Trentin con suo marito Angelo Valente (dal “Corriere Vicentino”, rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).
2) Alcuni dei capitelli costruiti da Angelo Valente (dal “Corriere Vicentino”, rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).
3) Uno dei rosari, con l’immagine di Santa Bertilla, realizzati da Angelo Valente.

Umberto Ravagnani

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IL VALORE DELLE DONNE

[361] IL VALORE DELLE DONNE

I documenti notarili sei – settecenteschi, redatti durante il dominio della gloriosa Repubblica di Venezia, raccontano storie di dissesti economici finanziari che ridussero sul lastrico intere famiglie che solo poco tempo prima conducevano una vita più che dignitosa.
In molte di queste spiacevoli situazioni qualche donna, suo malgrado, assurta al rango di capofamiglia, diventò una vera e propria ancora di salvezza.
Verso la metà del settecento, i Garzetta trasferitisi a Montebello da qualche decennio, provenienti dal vicino veronese, cominciarono prepotentemente ad affermarsi in paese sia economicamente che nelle cariche civili.
Protagonisti assoluti furono i discendenti di Antonio: Gio.Francesco, Lorenzo, Pietro Paolo, Gio.Batta e soprattutto Carlo, ma ad offuscare le fortune dei cinque maschi ci si mise, suo malgrado, la sorella primogenita Virginia nata nel 1716.
Questa sfortunata donna ebbe la malasorte di essersi unita in matrimonio con tale Antonio Mancini che, forse privo di serie capacità imprenditoriali, ridusse la propria famiglia alla fame.
A prendere in mano le redini della situazione ci pensò la moglie Virginia Garzetta, che organizzò una riunione di famiglia nella bella casa nella contrà della Piazza abitata dalla madre Margherita, da pochi anni rimasta vedova del marito Antonio, ma capace autorevolmente di far gravitare i figli attorno a sé.
Così racconta il documento notarile redatto per l’occasione:
siccome Virginia, per aver il di lei marito Antonio Mancini deteriorata la sua condizione (non era, come già detto, una questione di salute, ma economica) attrovasi con quattro figlioli ed uno minorenne, tutti pupilli in stato di morire di fame non avendo di che sostentarsi per alimentare sé stessa e li 5 figlioli.
Fa pertanto istanza all’Illustrissimo Giudice del Pavone di Vicenza (il Banco del Pavone presieduto da un Console eletto dal Maggior Consiglio decideva le nomine dei tutori e dei curatori – N.d.R.) perché degni permettere a Virginia di poter liberamente esigere dalli signori Carlo, Pietro Paolo e fratelli Garzetta, di lei fratelli, il capitale, a titolo di quota statutaria, ad essa Virginia, spettante per i casi occorsi, sopra la robba e facoltà Zucca (eredità della madre Margherita Zucca-Rinaldi – N.d.R.) pervenuta in casa Garzetta dopo il matrimonio di essa Virginia, con espressa dichiarazione che detto capitale che sarà esborsato non eccede la quantità di Ducati 43, con che possi detta Virginia alimentare sé stessa e i figlioli pupilli e minori per non morire di fame.
Furono testimoni Stefano Garzetta(cugino) e Francesco Cortivo stretti congiunti della suddetta Virginia”.
Alcuni anni dopo, il 18 aprile 1765, Virginia Garzetta nominò suo procuratore il figlio maggiore Zuanne con facoltà di recarsi a Verona a “redimere (riscattare) il proprio cavallo e sedia (calesse, carretto) dalle mani di qualunque sequestratore stato intromesso da credito preteso dallo suo marito”.
Non si sa né come né con chi Antonio Mancini si fosse indebitato, comunque cinque anni più tardi, nel 1770, risulta già passato a miglior vita, lasciando così alla moglie Virginia l’incombenza di allevare i figli, semmai ci fosse stato bisogno, senza l’aiuto di un padre che evidentemente si era troppo poco prodigato per il bene della propria famiglia.
Nel leggere questo documento viene spontaneo chiedersi come avessero potuto i fratelli benestanti di Virginia, abitanti a Montebello, lasciare la sorella in questa terribile condizione di miseria senza intervenire in suo aiuto. A onor del vero solo il fratello Gio.Francesco, di due anni più giovane, le diede indirettamente una mano. L’anno prima della grande riunione di famiglia voluta da Virginia, rinunciò ad ogni tipo di eredità facendo così crescere la quota spettante ad ognuno dei fratelli e sorelle. Lasciata a Montebello la famiglia, Gio.Francesco si era trasferito da qualche tempo a Rovereto dove gestiva una bottega di casolino i cui proventi erano per lui sufficienti a condurre una vita senza problemi economici.
Margherita, la madre dei fratelli Garzetta, insistette inutilmente perché il figlio Gio.Francesco accettasse e venisse reintegrato nella sua parte di eredità. Pertanto nel 1776, dopo la sua morte, i figli si divisero alcuni campi situati a Montebello nella contrà del Frigon che la donna aveva avuto dalla famiglia di origine (OTTORINO GIANESATO).

FOTO: La contrà della Piazza, a Montebello, in una immagine di fine ‘800 (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA NOBILE ECLETTICA PITTRICE

[360] LA NOBILE ECLETTICA PITTRICE
(ospite di Montebello)

Sembra che, dopo tanto tempo di oblio ed abbandono, la villa Miari di Montebello abbia trovato finalmente un acquirente che possa prendersi cura e difendere il bellissimo edificio preso di mira dai vandali e minacciato dalla vetustà.
Non si conosce l’anno di costruzione di questo imponente edificio, voluto dalla famiglia Righi, che dall’alto della collina domina Montebello. Gli esperti d’arte lo ritengono sei-settecentesco e sul periodo della sua costruzione si possono solo formulare delle ipotesi. Una di queste racconta che il 21 settembre 1678, mentre a Montebello si procedeva alla ricostruzione del ponte sul rio Acquetta, uno dei lavoratori, Pietro Danesato (avo dello scrivente) fu incaricato a riportare con i suoi buoi l’argana (macchina edile) a Marc’Antonio Righi dopo che questi l’aveva prestata al cantiere. Si sa dall’Estimo del 1670 che i Righi possedevano a Montebello solo una semplice casa dominicale recintata da un muro ai piedi della collina, alla quale si accedeva da via Borgolecco. La presenza di questa macchina edile presso un cantiere era giustificata solo se si stava approntando un grande edificio, come quello di una villa appunto, verosimilmente quella che oggi tutti conoscono come villa Miari.
Sono lontani i tempi in cui alcune facoltose persone e famiglie si alternarono nella proprietà di questa magnifica residenza: Righi, Hermann, Carlotti, Miari ed altri, ma forse la presenza più prestigiosa fu quella veneziana dei Mocenigo.
Nel 1870 Alvise Francesco Mocenigo, nobile che tra gli avi vantava sette Dogi di Venezia, acquistò la villa dalla baronessa Hermann. La nobile si era profondamente prodigata a restaurarla dopo che intere schiere di operai, in essa ospitati perché impiegati nella costruzione della linea ferroviaria Ferdinandea Milano-Venezia, ne avevano peggiorato e deteriorato le condizioni.
Alvise Mocenigo, nato nel 1799 a Venezia solo due anni dopo la capitolazione della “Serenissima”, si sposò il 23 novembre 1840, un po’ avanti con l’età quindi, con la viennese Clementina Spaur, più giovane del marito di 17 anni e figlia del governatore austriaco della città lagunare.
Clementina Spaur era molto apprezzata nell’ambiente nobile veneziano per le sue doti di raffinata pittrice e per il suo amore per la bella musica. Quando il librettista Francesco Maria Piave scrisse il dramma lirico in 4 atti “Ernani”, Giuseppe Verdi lo musicò, presentandolo per la prima volta al Teatro “La Fenice” il 9 marzo 1844. In quella occasione lo dedicò alla nobilissima contessa Clementina Mocenigo-Spaur, distinta cultrice della musica italiana. Da notare che Alvise Mocenigo fu nominato in quel tempo presidente del citato famoso teatro.
Ma la notorietà di Clementina Spaur era dovuta alle sue raffinate capacità di pittrice, merce rara per le donne di quel tempo, che raramente avevano la possibilità di esternare la loro vena artistica che si scontrava spesso con la mentalità maschilista poco aperta al dovuto riconoscimento della creatività femminile.
Anni prima, nel 1810, durante l’occupazione napoleonica, la chiesa veneziana di sant’Apollinare fu soppressa, come altre chiese del resto, e ridotta a impieghi tutt’altro che religiosi. Nel 1840 alcuni generosi veneziani pensarono di acquistare l’antico edificio sacro, ma solo nel 1854 vi riuscirono, anche con il contributo di Clementina Spaur, per la somma di 80.000 Lire Austriache.
La contribuzione per la chiesa di sant’Apollinare da parte di Clementina Spaur si perfezionò con il grazioso dono di un’opera scaturita dal suo pennello rappresentante “La Natività di Maria Vergine” e collocata nel primo altare dopo la cappella a destra. L’opera più famosa della Spaur è “La Vergine Maria sedente in trono con il Bambino” che non dovrebbe quindi essere quella conservata nella chiesa di sant’Apollinare.*
L’acquisto della villa in Montebello ci fa pensare ai piacevoli soggiorni che deliziarono la contessa Clementina dopo il 1870. Qui nel ridente paesaggio collinare sicuramente trovò fonte di ispirazione per nuove opere pittoriche.
Quando il marito Alvise Mocenigo morì a Venezia nel 1884, si procedette all’inventario di tutte le cose che si trovavano all’interno della villa per poi passare alla vendita della stessa.
In questa occasione il signor Carlo Marco Brocco fu nominato loro procuratore dalla vedova Clementina Spaur e dalle figlie la contessina Amelia e Maria duchessa di Noci nonché da altri.
L’inventario contò ben 284 voci diverse di oggetti trovati in 34 ambienti differenti. Tra quelli rinvenuti nella villa, un quadro della Beata Vergine Maria probabilmente dipinto da Clementina stessa durante uno dei suoi soggiorni a Montebello. In particolare nella camera della contessa si elencarono pure due piccoli quadri con immagini sacre, una oleografia del Sacro Cuore di Gesù, un quadro ad acquerello di san Giuseppe, anche questo forse opera sua. Nella camera della figlia nubile contessina Amalia, tra i numerosi oggetti si trovarono: un quadro ovale con oleografia di Gesù Nazzareno, un altro con la Beata Vergine Maria, un altro ancora con una litografia sempre della Madonna. Tutti segni questi della devozione della famiglia.
In un salottino si rinvennero un quadro con una stampa dell’Imperatore Francesco Giuseppe ed un altro con una fotografia del Papa Pio IX, due statuette di bronzo, una rappresentante Napoleone I° e l’altra Federico il Grande. In una delle numerose camere fu inventariata una oleografia sempre con il soggetto di Papa Pio IX, in un’altra un quadro con l’immagine della Madonna di san Sisto (?).
Clementina Spaur morì a Venezia nel 1891 all’età di 75 anni. Chissà se fra i felici ricordi della sua vita sarà rimasto il rimpianto delle ore piacevoli trascorse tra tavolozza, pennelli, e colori in quel di Montebello (OTTORINO GIANESATO).

FOTO: Villa Righi-Miari, a Montebello, in una cartolina spedita il 5 marzo1905 da Montebello (fototipografia colorata all’anilina, collezione privata Umberto Ravagnani).

NOTA: * La chiesa di Sant’Apollinare (o Sant’Aponal) a Venezia è attualmente chiusa al culto e adibita a deposito dell’Archivio del Comune.

Umberto Ravagnani

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MEMORIA PER ARRIGO PEDROLLO

[359] MEMORIA PER ARRIGO PEDROLLO

Arrigo Pedrollo, figlio di Luigi e Angela Bussinello, è nato a Montebello Vicentino il 5 dicembre del 1878. Al numero 81 di via Generale Vaccari è stata posta una targa che ricorda la sua casa natale. Ancora bambino di sei o sette anni seguiva il padre, maestro di banda a Montebello ed organista di campagna, nel paesi vicini, e, a dodici anni, già conoscendo benissimo il piano e l’organo, sostituì più d’una volta il padre assente o malato. Quando però il Maestro Antonio Coronaro di Vicenza lo udì interpretare Beethoven, Chopin e Bach, convinse il padre a farlo studiare presso il Regio Conservatorio « Giuseppe Verdi » di Milano. Ed è appunto da questo prestigioso Conservatorio che attingiamo la seguente memoria che fu redatta da Luciano Tomelleri con il contributo del figlio Riccardo.

Se è vero che ciascuno di noi è fabbro del suo destino, bisognerebbe ricordare Arrigo Pedrollo come un cattivo fabbro, qualora con la parola destino s’intenda la fama pubblica, il soddisfacimento mondano dell’esteriorità, il percorso compiuto sulla via che i latini chiamavano cursus honorum. Ma se il destino di un uomo è invece nel significato dei suoi valori spirituali, allora quello di Arrigo Pedrollo risplenderà nel ricordo e nel tempo per la discrezione signorile in ogni, atto della vita e per la purezza ideale in ogni atto dell’arte.
Già questa potrebbe essere la chiave biografica per entrare nell’arte e nella vita di un uomo quale fu Arrigo Pedrollo ed è proprio con queste intenzioni che nelle pagine seguenti sono raccolti gli elementi fondamentali di una cronologia biografica ed estetica. Miglior atto di affetto, miglior atto di stima non ci sembrano possibili, poiché siamo fermamente convinti che in una futura prospettiva storica del primo Novecento musicale italiano ed europeo, la figura e l’opera di Arrigo Pedrollo troveranno una collocazione assai diversa in senso positivo da quella che toccò in sorte all’artista durante la vita. Del resto si tratta di una sorte che per buona parte fu voluta da lui stesso, poiché Arrigo Pedrollo antepose sempre gli affetti agli interessi, il silenzio all’applauso, la tranquillità agli affanni e per questo la sua lunga vita, specie nell’età provetta, fu una lunga sequela di rinunce a quanto gli veniva offerto da un punto di vista pratico della carriera, per la stima, per il rispetto, per il bisogno che s’aveva di lui in varie evenienze della vita musicale italiana.
Fra le altre venture esterne della sua vita, Arrigo Pedrollo ebbe quella di vivere in un’epoca drammaticamente fratturata in due strutture antitetiche: dapprima come sfondo culturale e sociale un epigonismo tardivo e retrivo, per il quale la musica di Arrigo Pedrollo era sin troppo elevata ed aggiornata; poi l’invenzione quasi quotidiana e sempre fantastica di nuovi mondi espressivi, per i quali egli poté sembrare un superato. Di fronte a situazioni opposte ma concorrenti nel risultato, Arrigo Pedrollo rimase sempre sereno e indenne da ogni benché minima traccia di passioni meschine; inoltre egli fu confortato in larga misura dal premio a lui più congeniale: l’affetto verso l’uomo buono, la riconoscenza verso il maestro, la stima verso l’artista.
In questa nobile misura umana egli trovò pieno conforto e pieno appagamento né pensò certo alla storia, per quanto avesse chiara ed intima coscienza di sé. Ora non si vuole ipotecare il futuro e tanto meno amplificare un giudizio, sia pure con le migliori intenzioni del mondo. Ma siamo sicuri che un giorno, forse non lontano, un giovane studioso per una tesi di laurea, un biografo per una monografia critica, uno storico per un paragrafo almeno sulla storia musicale d’Italia in questo secolo, potranno e dovranno occuparsi di Arrigo Pedrollo: a questo fine, come abbiamo già detto, è stato raccolto ciò che segue, e questo ci è parso il modo migliore per trasmettere agli altri quanto conservano nell’animo tutti quelli che lo conobbero come uomo e come artista.”

Il Maestro Arrigo Pedrollo morì a Vicenza il 23 dicembre 1964 e fu sepolto, per suo desiderio, nel cimitero di Montebello Vicentino, il suo paese natale.

FOTO: 1) Busto bronzeo di Arrigo Pedrollo, opera dello scultore Giancarlo Milani (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL CAPORALE SUL VAJONT

[358] IL CAPORALE SUL VAJONT
Terenzio Conterno vi rimase un mese: « Scene terribili »

Il 9 ottobre prossimo ricorrerà il 60° anniversario del disastro del Vajont e ne approfittiamo per ricordare la partecipazione ai soccorsi del nostro carissimo socio, allora Caporale arruolato negli Alpini, il compianto prof. Terenzio Conterno. Dieci anni fa, In occasione del 50° anniversario, Terenzio ha raccontato al Giornale di Vicenza la storia del suo intervento per aiutare la popolazione di Longarone e dei paesi vicini Erto e Casso. Ecco la sua cronaca.

Mercoledì 9 ottobre 1963, verso le undici di sera. Il caporale Terenzio Conterno, di Montebello, stava dormendo nel centralino della caserma D’Angelo di Belluno. Arruolato negli alpini, nel 6° reggimento Artiglieria da montagna, Conterno si occupava delle trasmissioni. Durante gli spostamenti si portava dietro la radio, “dono” degli americani, che pesava almeno 30 chili; se restava in caserma era addetto appunto al centralino, con il compito di ricevere le chiamate anche di notte. Quella sera arrivò una chiamata, chiedevano del capitano. In caserma si aspettavano la telefonata per un’esercitazione. L’alpino Conterno inoltrò la comunicazione, ma rimase in ascolto. Quello che sentì gli gelò il sangue nella vene: « È cascata la diga, l’acqua ha spazzato via un intero paese ». La diga era quella del Vajont: alle 22.39 la frana dal monte Toc scivolò nel bacino artificiale, l’onda di piena superò la diga e si abbatté sulla vallata. Le vittime furono circa duemila. Conterno raccontò quanto aveva appreso ai commilitoni. « C’era un sottotenente, quando gli dissi ciò che avevo sentito sbiancò in volto. Era di Longarone, ma io allora non lo sapevo. In seguito mi dissero che nel disastro aveva perso la famiglia, l’abitazione, tutto ». I primi soccorsi partirono subito con i camion, che erano pronti appunto perché tutti si aspettavano un’esercitazione. Quello che trovarono fu indescrivibile, la vallata era stata spazzata via da una forza spaventosa che aveva lasciato una spianata costellata di macerie e, purtroppo, di cadaveri. « Io ci andai il venerdì – racconta Conterno -. Rimasi là, sul luogo del disastro, per un mese di fila, senza mai tornare in caserma. Ero addetto alla tenda del colonnello Bruno Gallarotti, l’unica che rimase fissa per tutto il tempo ». Il compito del caporale era quello di contare ogni giorno le salme recuperate e trasmetterne il numero al comando: « Avevano degli elenchi degli abitanti, forse dalla Prefettura, ed era necessario essere sicuri di aver estratto tutti i cadaveri ».
Travolti alla furia distruttiva dell’acqua, non tutti i corpi venivano ritrovati integri. « I problemi – ricorda ancora Conterno – c’erano quando si trovavano solo dei pezzi. Cercavamo di metterli insieme, in modo da formare delle salme complete, perché l’ordine era di contare i corpi ». Corpi che venivano portati subito al cimitero, per evitare il diffondersi di malattie. « C’era anche la questione del riconoscimento – aggiunge Conterno -. Non si potevano fare autopsie, e tantomeno analisi più sofisticate. Chi riconosceva i cadaveri, se intere famiglie erano state distrutte? ». Alla fine, circa metà delle salme recuperate furono sepolte senza essere state identificate. Alla tragedia immane si aggiunse l’orrore degli sciacalli, che frugavano tra le macerie. « Una sera, alle dieci circa, sentimmo dei rumori. Non eravamo di guardia, ma accendemmo comunque le fotoelettriche. Un gruppetto di persone si diede alla fuga.
Non le fermammo, non avevamo ordini precisi in merito. Tempo dopo venni a sapere che di notte era stata rubata la cassaforte di una banca, distrutta anch’essa. Forse erano stati proprio loro ». Le foto pubblicate a fianco sono state scattate in quei giorni. Dietro Conterno e il commilitone Menardi di Cortina si può scorgere la spianata dove sorgeva il paese di Longarone. (Dal Giornale di Vicenza dell’8 ottobre 2009)

NOTA: Altri militari di Montebello, soprattutto Alpini, hanno partecipato ai soccorsi a Longarone e dintorni in occasione del disastro del Vajont, come Tullio Giacomazzi (Piero), Giorgio Crestani, Lino Bertinato, Sergio Peloso e altri.

FOTO: 1) Il Caporale Terenzio Conterno in posa davanti al disastro della diga del Vajont nell’ottobre 1963 (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).
2) Il riconoscimento del Ministero della Difesa, con medaglia, all’Alpino Tullio Giacomazzi (Piero) per il suo intervento nel disastro del Vajont (cortesia di M. Antonietta Masiero).

Umberto Ravagnani

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DUE FAMIGLIE RAMPANTI

[357] DUE FAMIGLIE RAMPANTI
(gli Anselmi e i Garzetta alla conquista di Montebello e non solo)

Nella seconda metà del Seicento, quando era ancor vivo il ricordo della terribile peste che aveva imperversato nella prima parte di quel secolo, alcune famiglie provenienti dal veronese cercarono fortuna in quel di Montebello. Due di loro, gli Anselmi e i Garzetta, non solo la trovarono, ma col passar del tempo poterono competere con la ricchezza dei nobili più in vista presenti in paese e approfittando della loro momentanea difficoltà, li sostituirono massicciamente nella proprietà fondiaria anche fuori dai confini comunali montebellani. E non furono gli unici attivi protagonisti di questo fenomeno. Ne è prova che verso la metà dell’ottocento la famiglia dei famosi Fogazzaro acquistò la tenuta della Gualda, tra Montebello e Montecchio Maggiore, con i suoi oltre 400 campi. Non solo, nel corso di quel secolo in quel di Isola e Castelnovo subentrarono nelle proprietà dei vari ricchi nobili Pojana, Baretta, Negri, mettendo insieme ben 816 campi. Questo con la complicità della decadenza di una nobiltà sempre più indebitata.
Accadde che le due famiglie montebellane nominate passarono quasi in silenzio, senza clamori né fretta, da una dignitosa condizione contadina ad uno “status” di ricche sfondate, soprattutto quella degli Anselmi grazie a Girolamo e ai suoi discendenti, mentre quella dei Garzetta ottenne il maggior successo con Carlo ed eredi.
Non passa inosservato il percorso parallelo delle loro strade verso il successo, ma purtroppo anche verso la definitiva estinzione, con le straordinarie analogie che lo caratterizzarono.
Entrambe arrivarono infatti dalla provincia di Verona nello stesso periodo del seicento, dapprima come semplici contadini senza terra, e in seguito prendendo a livello consistenti campagne dai nobili proprietari, dei quali godevano la piena fiducia, per poi frazionarle e subaffittarle agli agricoltori locali.
Con le considerevoli entrate pensarono bene di diversificare le loro attività prestando denaro, appaltando dazi sulle merci e gestendo botteghe, attirando così capitali dai montebellani che volevano investire i propri risparmi e vedevano nelle due famiglie un impiego più redditizio.
A dirla breve i beni dei Garzetta e degli Anselmi costituivano dei moderni fondi d’investimento!
Ciò che differenziò i due nuclei fu che ad un certo punto i Garzetta trasferirono i loro interessi nella Val Liona, dove due generazioni presero moglie (una nel settecento), mentre gli Anselmi mantennero in Montebello la parte più cospicua del loro patrimonio allargando, nel contempo, le loro proprietà terriere nei vicini paesi di Brendola e Torri di Confine.
Nei primi decenni dell’ottocento le due famiglie portarono temporaneamente, le loro residenze a Vicenza acquisendo nuove dimore senza però lasciare definitivamente i luoghi dei loro interessi economici.
Le sorelle Garzetta, Rosa e Carolina acquisirono titoli nobiliari sposando altrettanti titolati di città, cosa che fece anche Luigi Anselmi.
Nel decennio tra il quaranta e il cinquanta, per le due famiglie si prospettò l’estinzione per mancanza di eredi maschi. Una infatti poteva contare solo sulla citata coppia di femmine e l’altra su quella di maschi, di cui uno celibe (Gio.Batta) e l’altro (Luigi) diventato prematuramente vedovo e senza figli.
Gli Anselmi e i Garzetta pur avendo vissuto fianco a fianco a Montebello fino ad inizi Ottocento, non si imparentarono mai mediante un matrimonio. Ma quello che non era avvenuto a Montebello si realizzò a Vicenza quando Beatrice Salvi figlia di Rosa Garzetta sposò Luigi Anselmi. Un effimero matrimonio durato pochi anni poiché Beatrice morì senza aver messo al mondo dei figli e il marito Luigi non si risposò.
Per questo motivo, alla fine del secolo ogni ricchezza delle due famiglie finì nelle mani di eredi, più o meno noti, se non quasi sconosciuti, ponendo fine ad una storia lunga oltre duecento anni (dalla ricerca storica delle famiglie Anselmi e Garzetta di OTTORINO GIANESATO).

FOTO: Villa Anselmi nell’area detta del Pedocchio a Montebello, nuova sede dal 2013 di Bottega Veneta (rielaborazione digitale di Umberto Ravagnani da immagine di F E Nome Nalli).

Umberto Ravagnani

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NASCE IL VOLLEY FEMMINILE

 

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L’ORATORIO DI SANT’EGIDIO

 

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IL TEATRO A MONTEBELLO

 

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PROFUMO DI ESSENZE DI MONT…

 

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IL CAV. FELICE CARLOTTI

 

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L’OSTERIA DEI LADRI

 

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MARIO TIRAPELLE

 

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LA CHIESA DEI MALASPINA

 

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VELO D’ASTICO (2)

 

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COSÌ MUOIONO GLI EROI

 

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LA MAESTRA MATELDA BAROCCO

 

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LA MAESTRA IDA AGNOLIN

 

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GLI SCOUT A MONTEBELLO (2)

 

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GLI SCOUT A MONTEBELLO (1)

 

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Gli articoli dal 2001 al 2020 compreso sono stati raccolti in un volume riccamente illustrato, disponibile presso la nostra redazione (AUREOS 2001-2020) e sono ancora consultabili online previa registrazione al sito. Il libro con la raccolta degli articoli del 2021 è in fase di preparazione e sarà disponibile nelle prossime settimane.

MARIA MARAGNO SEGATO

 

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VELO D’ASTICO (1)

 

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BRUNO MUNARETTO

 

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UN FULMINE RECIDIVO

 

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VILLA ANSELMI

 

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ELENA CAPITANIO

 

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