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DON EUGENIO XOMPERO

 

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A. PEDROLLO UN GENIO MUSICALE

[420] ARRIGO PEDROLLO: un genio musicale
Una vita dedicata alla musica, tra innovazione e tradizione

Il 23 dicembre 2024 segnerà il sessantesimo anniversario della scomparsa di Arrigo Pedrollo, straordinario compositore di Montebello Vicentino. La sua musica, ricca di sfumature e intensità, rappresenta un ponte tra tradizione e innovazione. Pedrollo non era solo un musicista, ma un autentico poeta dei suoni, capace di raccontare emozioni universali attraverso le sue note. La sua eredità artistica continua a risuonare, ispirando nuove generazioni e mantenendo viva la memoria di un talento unico. Celebrare Pedrollo significa onorare un faro della nostra cultura musicale, un esempio eterno di passione e genio creativo.
Nato il 5 dicembre 1878 a Montebello Vicentino, Arrigo Pedrollo rappresenta uno dei nomi più brillanti della musica italiana del XX secolo. La sua vita e la sua carriera testimoniano un raro connubio di talento, dedizione e visione, che gli hanno permesso di conquistare un posto di rilievo nel panorama lirico e sinfonico internazionale.
Figlio di Luigi Pedrollo, organista e direttore di banda, e di Santa Businello, Arrigo crebbe in un ambiente ricco di stimoli musicali. Il talento precoce del giovane Pedrollo si rivelò già in tenera età: a soli quattro anni suonava composizioni di Chopin, mentre a cinque otteneva i suoi primi riconoscimenti pubblici. La contessa Elisa Marsilio Orgian Piovene, colpita dalle sue doti, intervenne per introdurlo ai maestri Antonio e Gaetano Coronaro.
Grazie a questo sostegno, nel 1892 Pedrollo fu ammesso al Conservatorio di Milano, distinguendosi come il migliore tra undici candidati. Qui studiò pianoforte sotto la guida di Guglielmo Andreoli e approfondì armonia e composizione con Gaetano Coronaro, ereditando una solida preparazione che sarebbe stata alla base della sua futura produzione musicale. Durante gli anni di studio, la sua versatilità lo portò a diventare “maestrino”, insegnando pianoforte e solfeggio a studenti più giovani.
Nel 1900, a conclusione del suo percorso di studi, Pedrollo presentò la sua Sinfonia in Si Minore, conosciuta come La romantica. L’opera, articolata in quattro movimenti, fu diretta nientemeno che da Arturo Toscanini, un evento straordinario per un giovane compositore. Questo riconoscimento segnò un momento cruciale per la sua carriera, consacrandolo come un talento emergente nel panorama musicale italiano.
Il 1908 segnò una tappa fondamentale per Pedrollo con la vittoria del Concorso Sonzogno grazie alla sua prima opera lirica, Juana. Basata sul libretto di Carlo De Carli, Juana si distinse per la complessità emotiva e narrativa, combinando tradizione e sperimentazione. L’opera debuttò nel 1914 al Teatro Eretenio di Vicenza, riscuotendo un grande successo e venendo replicata in molti altri teatri italiani.
Parallelamente, Pedrollo compose Terra Promessa, un’opera che esplorava tematiche bibliche e spirituali attraverso una scrittura musicale raffinata. Presentata per la prima volta al Teatro Ponchielli di Cremona, l’opera fu accolta con entusiasmo e successivamente rielaborata nel 1913, confermando l’abilità del compositore di innovare pur rimanendo radicato nella tradizione.
Il 1920 rappresentò un anno chiave nella carriera di Pedrollo, segnato dalla presentazione di due delle sue opere più importanti: La veglia e L’uomo che ride. La prima, rappresentata al Teatro dei Filodrammatici di Milano, si caratterizzò per un’intensa carica emotiva e un linguaggio musicale innovativo. Accolta con entusiasmo, l’opera fu replicata in Italia e all’estero, arrivando anche al Metropolitan di New York.
Contemporaneamente, Pedrollo portò in scena L’uomo che ride, un adattamento del celebre romanzo di Victor Hugo. Quest’opera, messa in scena al Teatro Costanzi di Roma, consolidò la sua reputazione come uno dei compositori più apprezzati del suo tempo, dimostrando la sua capacità di tradurre grandi capolavori letterari in esperienze musicali di grande impatto.
Milano divenne la città d’elezione per Pedrollo, non solo come compositore ma anche come docente. Nel 1924, Maria di Magdala, un’opera lirica ispirata a temi evangelici, debuttò al Teatro Dal Verme, ottenendo grande successo. Due anni dopo, il compositore presentò Delitto e castigo, tratto dall’omonimo romanzo di Dostoevskij, alla Scala di Milano. Quest’opera, caratterizzata da una scrittura orchestrale audace e da un’intensa introspezione psicologica, rappresentò uno dei vertici della sua carriera.
Parallelamente all’attività compositiva, Pedrollo assunse nel 1929 la cattedra di contrappunto al Conservatorio di Milano, contribuendo alla formazione di una nuova generazione di musicisti e consolidando il suo ruolo nella scena musicale italiana.
Negli anni Trenta, Pedrollo continuò a creare opere di grande rilievo, come Primavera Fiorentina e L’amante in trappola, quest’ultima basata su una novella del Decamerone. Queste composizioni, apprezzate sia in Italia che all’estero, dimostrarono la capacità del compositore di rinnovare il linguaggio musicale senza abbandonare le radici della tradizione lirica.
Un’altra opera significativa fu Il giglio di Alì, composta negli anni Quaranta e frequentemente trasmessa dalla Rai. Questo lavoro riflette la maturità artistica di Pedrollo, capace di combinare elementi tradizionali e moderni con una sensibilità unica.
Nel 1941, Pedrollo lasciò il Conservatorio di Milano per dirigere il Liceo Musicale Pollini di Padova. Tuttavia, il legame con la sua terra d’origine rimase sempre forte, e nel 1942 tornò a Vicenza, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Sebbene in questa fase la sua attività compositiva si fosse ridotta, Pedrollo continuò a essere una figura di riferimento nella scena musicale italiana.
Arrigo Pedrollo è stato un compositore capace di unire tradizione e innovazione, creando opere che ancora oggi risuonano per la loro profondità emotiva e il loro valore artistico. Dalle sue prime composizioni sinfoniche ai capolavori lirici, la sua carriera rappresenta un modello di dedizione e genialità.
Oggi, il suo lavoro è un tesoro che merita di essere riscoperto, non solo come testimonianza di una straordinaria epoca musicale, ma anche come esempio di un artista che ha saputo interpretare il suo tempo con passione e visione.
Nel 1924, Arrigo Pedrollo creò la Marcia dei Combattenti, un omaggio carico di emozione per l’inaugurazione del monumento ai caduti di Montebello. Questa composizione per banda, che potrebbe essere ancora custodita negli archivi della banda civica locale, rappresenta un pezzo di storia e tradizione che meriterebbe di essere riscoperto e valorizzato.
Un sincero ringraziamento va al nipote di Arrigo, Raffaello Pedrollo, il cui contributo informativo è stato indispensabile per questo nostro articolo. Raffaello inoltre ci informa della recentissima produzione del CD di La Veglia da parte del soprano Denia Mazzola Gavazzeni pubblicata da Bongiovanni Bologna e che la Nuova Orchestra Pedrollo, un’orchestra d’archi attiva dal 2014, si esibisce regolarmente, mantenendo vivo il nome del maestro. Alcune registrazioni, disponibili su YouTube, permettono di riscoprire il fascino della sua musica.

LA NUOVA ORCHESTRA PEDROLLO è composta da musicisti che scelgono di incontrarsi, condividere esperienze e intrecciare storie attraverso la musica. Ogni prova è un dialogo tra note scritte e mani che le rendono vive, rivelando una bellezza nascosta. La musica diventa arte viva, arricchita dai luoghi, dalle emozioni del pubblico e dall’unione di strumenti.

ARRIGO PEDROLLO: WALZER - Ascolta ...

Arrigo Pedrollo: Walzer / Gabriele Dal Santo, pianoforte e direttore – Nuova Orchestra Pedrollo /
Registrata al Teatro Olimpico, Vicenza nel 2014, in occasione del 50esimo della morte di A. Pedrollo.

Violini I:
M° Giovanni Guglielmo, primo violino
Irene Pedrollo, Andrea Giacometti, Alessandro Gasperini, Giulio Marangoni, Eleonora Dal Santo

Violini II:
Tiziano Guarato, Enrica Ronconi, Laura Mazza, Giulia Menara

Viole:
Lisa Bulfon, Michele Sguotti, Nicola Possente, Pamela Micoli

Violoncelli:
Daniele Cernuto, Massimiliano Varusio, Anna Grendene

Contrabbassi:
Michele Gallo, Antonio Danese

Arpa: Giulia Rettore

Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:
– G.Maccagnan, Una vita per la musica, 2018;
– F.Grassi, Arrigo Pedrollo, 1979.
– Testi del soprano Denia Mazzola Gavazzeni per la recentissima registrazione di “La Veglia” – Bongiovanni Bo 2024.
FOTO:
1) Il Maestro Arrigo Pedrollo ai tempi di “Juana” – 1914. Sullo sfondo ritratto di Giosuè Carducci con dedica (dal libro Arrigo Pedrollo di Francesco Grassi).
2) Lettera manoscritta inviata da Arrigo Pedrollo ad un suo ammiratore a l’Havana (Cuba), il 26 novembre 1924. All’interno le prime note dell’opera “Maria di Magdala” (collezione privata Umberto Ravagnani).
3) Arrigo Pedrollo all’epoca di “L’uomo che ride“, esattamente un secolo fa, in prima pagina sulla prestigiosa rivista “Musica e Scena”.

Vedi anche gli articoli n.[150] del 5/9/2019 “ARRIGO PEDROLLO” in e n.[359] del 12/10/2023 “Memoria per ARRIGO PEDROLLO”.

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PER UN SACCO DI PATATE

 

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LA VILLA DEI MALASPINA

 

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MONS. SILVESTRO ALBERTINI

 

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ADELE DE FILIPPI

 

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RITROVARE SÉ STESSI

 

NATALE 2024: RITROVARE SÉ STESSI

LA MAGIA DI UN MOMENTO IN CUI TUTTO È POSSIBILE

     La pioggia cade incessante su Piazza Italia, creando un’atmosfera unica, dove la frenesia del paese sembra rallentare e i riflessi delle luci natalizie scintillano sulle pozzanghere come in un sogno. Natale è alle porte, e la piazza è allestita con decorazioni che raccontano l’Evento in ogni angolo: ghirlande di abeti, stelle dorate e luci soffuse che creano una sinfonia luminosa nel grigio della sera. Un uomo con l’ombrello avanza con calma sotto la pioggia, immerso in un mondo ovattato, mentre un’auto sfreccia a lato, sollevando schizzi d’acqua. È un momento che parla di quiete e attesa, e un leggero sorriso sul volto dell’uomo sembra cogliere il fascino di questa notte speciale.

     A pochi metri di distanza, una grande finestra si affaccia proprio su Piazza Italia, illuminata come un quadro in movimento che riflette il calore delle luci all’interno di una casa decorata con cura. La pioggia continua a battere sull’asfalto, ma dentro tutto è fermo e raccolto, avvolto in un’atmosfera accogliente. Un camino al centro della stanza arde vivacemente, diffondendo un bagliore dorato e scaldando l’intero ambiente. Su un divano morbido, un cane dal pelo corto dorme pacifico, sprofondato nel riposo, ignaro di tutto ciò che accade fuori.

     Sulla superficie del tavolino davanti al divano, diversi oggetti raccontano l’essenza del Natale. C’è una piccola palla di vetro con all’interno una baita di montagna: ogni volta che la si scuote, una neve incantata cade dolcemente avvolgendo la casetta. Accanto, un lumino splende con una luce morbida e tremolante. Lorena l’ha costruito magistralmente con un semplice vaso di vetro, decorandolo con dettagli e accessori accurati. È un piccolo oggetto artigianale che riflette il calore delle mani che l’hanno creato e il desiderio di rendere speciale anche il più semplice degli oggetti.

     Non lontano dal camino, un cesto con dei regali incartati in carta semplice e nastri rossi richiama l’attesa dei doni. È una semplicità che fa risaltare il pensiero, l’intenzione che sta dietro a ciascun regalo, e tutto, in questo spazio, comunica un profondo senso di calma. Al centro della stanza, una gatta grigia si dedica con cura alla sua toilette, mentre un piccolo gattino la osserva attentamente dalla sua cuccia e cerca di imitarne i movimenti, goffo ma adorabile, in un’immagine di tenerezza che rende l’ambiente ancora più accogliente e familiare.

     Accanto alla finestra si erge un maestoso albero di Natale, decorato con palline colorate e luci che brillano a intervalli, creando un contrasto magico con il buio esterno. È un simbolo di festa e speranza, e i suoi rami sembrano quasi abbracciare l’intera stanza. Sopra il camino, un monitor mostra immagini natalizie: scorrono lente, come se il tempo, qui, seguisse un ritmo diverso, più tranquillo e profondo.

     La scena si completa con la presenza di un uomo che passeggia sotto la pioggia. Si ferma per un istante davanti alla finestra e guarda all’interno, attratto dal calore che traspare dalla casa. I suoi occhi sembrano cogliere l’essenza di ciò che il Natale rappresenta: una tregua dal mondo esterno, un momento di connessione e serenità. Dopo un attimo di contemplazione, si allontana, portando con sé il riflesso di quel calore.

     La canzone “A Natale puoi” sembra avvolgere questa scena con le sue parole semplici e profonde: “A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai” È un invito a lasciarsi andare, a riprendere in mano i propri sogni, a tornare a desiderare ciò che si è messo da parte. Natale è quel momento dell’anno in cui sembra possibile fermarsi, dimenticare per un attimo le preoccupazioni, e riscoprire quel calore che spesso resta in secondo piano. In questo spazio, la vita sembra prendersi una pausa, e l’amore, come suggerisce la canzone, può esprimersi senza riserve.

     “A Natale puoi dire ciò che non riesci a dire mai” Il fuoco del camino, la tranquillità della stanza e la vicinanza delle persone care rendono facile aprirsi, lasciando fluire quei sentimenti che spesso rimangono nascosti. È una verità delicata e potente: a Natale, quel “ti voglio bene” che rimane spesso non detto trova finalmente il suo spazio, un luogo dove può essere accolto senza paura.

     C’è una luce speciale che accompagna questa scena, una luce blu che sembra brillare proprio dentro l’anima. È la luce della speranza, del desiderio di amore, della voglia di prendersi cura delle persone che ci circondano. Natale è una celebrazione di questo sentimento, una festa che ci invita a mostrare il meglio di noi stessi, non solo per un giorno, ma ogni giorno, perché, come dice la canzone, “questa luce può crescere, se lo vuoi

     All’interno della casa, il cane continua a dormire, il fuoco crepita, la gatta e il suo cucciolo proseguono la loro danza di tenerezza. Fuori, la pioggia cade, e Piazza Italia è immersa in una calma quasi irreale, illuminata dalle luci di Natale che brillano contro l’oscurità. Questa è una notte magica, un momento perfetto per riconnettersi con ciò che conta davvero. È come se la piazza, la pioggia, la casa e la melodia creassero un tutt’uno, un inno alla pace e all’amore che ci ricorda che, anche nel cuore dell’inverno, il calore può trovarci e avvolgerci.

     E così, l’uomo con l’ombrello, che si allontana lentamente dalla finestra, porta con sé il messaggio racchiuso in questa scena: Natale è il tempo di fare di più, di vivere di più e di amare di più. È un invito a guardare chi amiamo e a dirglielo, a dedicare quel momento in più a chi ci è vicino. Ogni dettaglio, dalla palla di vetro con la neve alla luce calda del lumino di Lorena, racconta una storia di affetto e di protezione.

     Quando la canzone si ripete con “A Natale puoi…” sembra quasi ricordarci che il Natale è anche una promessa, una porta aperta verso una vita vissuta con più dolcezza, più verità e più coraggio. È una notte che non si dimentica, perché è intrisa di quella luce che può davvero illuminare ogni giorno dell’anno.

Umberto Ravagnani


LA CASA DEL FASCIO A MB

 

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PADRE GIORGIO M. ZEINI

 

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IL MAESTRO GIOVANNI GOBBO

 

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MARIA DE GIACOMI

 

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ROSANNA ZANESCO

 

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1945: TRA CAOS E LIBERAZIONE

 

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MONTEBELLO SOTTO ASSEDIO

 

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LA PALA DELLA MADONNA DI MB

 

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NOTTE DI PAURA AL BORGO

 

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ANTONIO AGOSTINI

 

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ARTURO COSTA

 

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UNA CURVA MORTALE

 

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IL VIOLINO E IL DESTINO

 

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MEMORIE DI ZONDERWATER

[398] MEMORIE DI ZONDERWATER
Un racconto di prigionia e speranza nella Seconda Guerra Mondiale

Oggi vi raccontiamo una storia poco conosciuta della Seconda Guerra Mondiale, che si svolge in un campo di prigionia molto lontano dall’Italia, a Zonderwater, in Sudafrica. Questa vicenda ci viene narrata dalla nostra concittadina Elisa Longarato, che negli ultimi anni ha dedicato tempo e passione a raccogliere testimonianze e notizie per ricostruire la prigionia di suo padre Vittorio in quel luogo.
Elisa ha partecipato, il 21 marzo 2024, a un evento organizzato dalla ‘The University of Sidney‘ e dalla ‘New York University‘ che si è tenuto al ‘John D. Calandra Italian American Institute‘ di New York, collegandosi in remoto da casa sua. In quell’occasione, ha raccontato con emozione e in inglese la storia della prigionia di suo padre Vittorio in Sudafrica durante la Seconda Guerra Mondiale. Ha descritto le difficili condizioni di vita, la lontananza dalla patria e dagli affetti e come suo padre e i suoi compagni riuscirono a trovare forza e speranza in una situazione così disperata.
Circa un mese dopo, Elisa è stata invitata in persona a un altro evento a New York che si è svolto in due giorni. Il 23 aprile 2024 presso il ‘Center for Italian Modern Art‘ (CIMA ) e il 24 aprile presso la ‘NYU Casa Italiana Zerilli-Marimò‘. Il primo giorno, l’evento era intitolato “Preservare i ricordi della prigionia di guerra e la loro eredità” e aveva l’obiettivo di mantenere viva la memoria di queste esperienze dolorose ma significative. Durante questo incontro, Elisa ha riproposto, insieme ad altri testimoni collegati da vari Paesi del mondo, la storia di suo padre Vittorio, condividendo aneddoti e dettagli che hanno reso la narrazione ancora più intensa e coinvolgente.
Il secondo giorno il tema era ‘Suoni di prigionia: Musica dei prigionieri italiani durante la seconda guerra mondiale‘. Dopo la presentazione e il concerto del Maestro Francesco Lotoro su musiche composte in prigionia, si è tenuta una lezione con gli studenti della New York University. I ragazzi hanno osservato con attenzione i libri, le lettere, gli oggetti che Vittorio si era portato dalla prigionia; in particolare il banjo-mandolino costruito con mezzi di fortuna lavorando di notte. Hanno espresso le loro opinioni e fatto domande alle quali Elisa ha risposto raccontando particolari della vita in guerra e prigionia di suo padre. Elisa è stata molto colpita dall’interesse sulla storia dei prigionieri italiani dei ragazzi “americani” provenienti da vari paesi del mondo.
La testimonianza di Elisa è fondamentale per mantenere vivi i ricordi delle difficoltà affrontate dai prigionieri di guerra e per comprendere meglio la nostra storia collettiva. L’impegno di Elisa nel preservare questi ricordi rappresenta un omaggio alla resilienza e al coraggio di suo padre e di tutti coloro che hanno condiviso la sua sorte. Grazie a persone come Elisa, queste storie non vengono dimenticate e continuano a ispirare le generazioni future, ricordando a tutti noi il valore della memoria e dell’umanità anche nei momenti più bui.
Ecco il suo racconto, il 21 marzo, da casa sua in collegamento da remoto e poi, il 23 aprile, da New York:

IL RACCONTO EMOZIONANTE DI ELISA TRA MONTEBELLO E NEW YORK


LEGGI...

« Sono Elisa Longarato e ringrazio Elena Bellina (New York University) e Giorgia Alù (Sidney University) per l’invito. È un onore per me partecipare a questo incontro. Mi scuso in anticipo per il mio pessimo inglese.
Vi racconterò di mio padre, Vittorio Longarato, che combatté in Nord Africa nell’8° Rgt. Bersaglieri, durante la Seconda Guerra Mondiale, e della sua prigionia in Egitto e poi in Sud Africa fino al 1947.
Vorrei riassumere il percorso che mi ha portato a dedicarmi alla “missione” di rintracciare la prigionia di mio padre durante la Seconda Guerra Mondiale. Fino a circa quindici anni fa non avevo mai sentito il nome “Zonderwater”. Mio padre ha parlato poco della guerra e pochissimo della sua prigionia, solo negli ultimi anni della sua vita ha raccontato qualcosa ai miei fratelli e pezzo dopo pezzo ora stiamo ricostruendo la sua storia. Sapevo solo che era stato ferito in una battaglia nel deserto tra Libia ed Egitto nel 1941, e che lo credevano morto. Fu salvato da un medico tedesco, anche lui prigioniero, che lo tirò fuori dal mucchio dei cadaveri dei soldati. Dopo due mesi trascorsi al General Hospital di Geneifa in Egitto, e un altro mese nelle “gabbie” egiziane, è stato trasferito in Sud Africa, prima vicino a Durban e poi vicino a Pretoria. Quando tornò a casa, nel febbraio del 1947, aveva con sé una valigia di latta (fatta con barattoli di marmellata) piena di libri provenienti dalla biblioteca del campo allora quasi abbandonato, una valigia di cartone con alcuni oggetti personali, alcuni vestiti, una coperta e il suo banjo-mandolino e i quaderni con la musica che scrisse a Zonderwater.
Realizzò il banjo-mandolino con il legno di una panca del campo, con la pelle di un coniglio, la ghiera di una bomba, il dorso di un pettine, mezzi bottoni di madreperla e fili metallici per le corde, presi dai cavi dei freni delle motociclette.
Circa quindici anni fa ho iniziato a leggere e a riordinare centinaia di lettere che scrisse durante i suoi 10 anni lontano da casa (1937-1947 militare-guerra-prigionia). Nel 2010 ho letto il libro “I Diavoli di Zonderwater” di Carlo Annese, (scrittore e giornalista sportivo che era stato in Sud Africa per i Mondiali di calcio).
Mi resi conto che mio padre era stato a Zonderwater!
Poi per caso ho scoperto che in un libro scritto da un Generale dell’8° Rgt. Bersaglieri viene menzionata l’azione di mio padre nella battaglia denominata “Operazione Brevity” avvenuta il 15 maggio 1941 a Sollum-Capuzzo-Halfaya, dove mio padre rimase gravemente ferito. Ho saputo che il campo di prigionia in Egitto era il Campo 306 a Geneifa e che i campi in Sud Africa erano a Pietermaritzburg e Zonderwater.
Ho fatto qualche ricerca online e non c’era niente su Zonderwater. Poi ho trovato un gruppo Facebook appena aperto su Zonderwater a cui mi sono iscritta e nel novembre 2011 sono andata con altri membri del gruppo in Sud Africa. Abbiamo incontrato il presidente dell’Associazione Zonderwater Block ex POW, Sig. Emilio Coccia. Abbiamo visitato l’area in cui si trovavano i due campi e abbiamo partecipato alla cerimonia la prima domenica di novembre al cimitero di Zonderwater (era il 70° anniversario dell’apertura del campo).
Poi, ho deciso di creare www.zonderwater.com, un sito web collegato alla nostra pagina Facebook, dove avrei potuto creare un database con informazioni e immagini sulla prigionia di guerra italiana e sui soldati detenuti in Sud Africa, dove i discendenti di altri prigionieri avrebbero potuto pubblicare informazioni e foto dei loro parenti. Queste informazioni sono soggette a revisione e approvazione. Mio nipote mi ha aiutato a creare il sito web.
Sono rimasta in contatto con Emilio Coccia. Finora, attraverso il sito e la pagina Facebook, ho ricevuto migliaia e migliaia di email con richieste di informazioni da parte di parenti di ex prigionieri di guerra. Di solito li consiglio su come svolgere le loro ricerche e li metto in contatto con Emilio Coccia per avere informazioni sui loro parenti registrati nell’archivio Zonderwater dell’Associazione.
Sono tornata in Sud Africa nel novembre 2017 con un altro gruppo. Durante la cerimonia ho avuto l’onore di deporre una corona insieme a Paolo Ricci, allora l’ultimo prigioniero di guerra vivente di Zonderwater in Sud Africa (morto nel 2022). Era il 70° anniversario della chiusura del campo (1947-2017). Ad oggi il gruppo Facebook conta circa 2.000 membri.
Ogni anno organizziamo un raduno (escluso il periodo pandemico). L’anno scorso abbiamo organizzato il nostro incontro annuale a Roma ed è stata la prima volta senza prigionieri di guerra. Sfortunatamente, sono tutti morti. Emilio Coccia era presente come sempre.
Zonderwater è ricordata come “La città del prigioniero”. Molti soldati italiani catturati dagli inglesi nell’Africa settentrionale e orientale furono imbarcati su navi dirette a Durban in Sud Africa. Una volta sbarcati venivano caricati sui treni con destinazione finale il campo di prigionia di Zonderwater.
Prima di raggiungere la loro destinazione, i prigionieri venivano fermati nel campo di transito di Pietermaritzburg, situato a 75 chilometri da Durban. Il campo ha funzionato come pronto soccorso, medico e struttura di controllo, lavaggio, disinfezione e ristoro. Quindi i prigionieri di guerra venivano rimessi sul treno diretto a Zonderwater.
Tuttavia, molti prigionieri rimasero a Pietermaritzburg per tutto il periodo di cattività. In alcuni periodi il campo ospitava fino a 8.000 uomini.
Zonderwater vicino a Cullinan (43 Km da Pretoria), il più grande campo di prigionia di guerra costruito dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, ospitò più di 100.000 soldati italiani dall’aprile 1941 al gennaio 1947.
Nonostante la guerra fosse finita nel 1945, il campo venne chiuso solo nel 1947 a causa dei ritardi nel rimpatrio dei prigionieri. Tuttavia, molti ex prigionieri decisero di rimanere in Sud Africa.
L’avventura umana di Zonderwater parte dalla tendopoli del 1941, trasformata nel 1943 (con il colonnello Prinsloo) in quell’enorme e permanente centro abitato formato da mattoni rossi e costruzioni in legno destinato poi a diventare quasi una leggenda: 14 blocchi, ciascuno composto da 4 campi (56 in totale). Ogni campo ospitava 2.000 uomini, quindi, un blocco poteva ospitare 8.000 prigionieri. Nel complesso, Zonderwater aveva una capacità totale di 112.000 uomini.
Il 2 novembre 1947, un gruppo di ex prigionieri di guerra in Sud Africa tornò sul posto per mantenere aperto il cimitero e organizzò cerimonie commemorative. Questa struttura basata sul servizio volontario è stata formalizzata nel 1965 con la fondazione dell’Associazione Zonderwater Block ex POW. L’attuale presidente dell’Associazione, Emilio Coccia, è in carica dal 2000. Zonderwater è stata visitata per la prima volta nel 2002 dal Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi.
Grazie.
Elisa Longarato »

FOTO: 1) Elisa Longarato racconta la storia di suo padre Vittorio dal “Center for Italian Modern Art“, a New York il 23 aprile 2024.
2) La valigetta con alcuni oggetti personali di Vittorio Longarato. Elisa, in occasione del suo intervento a New York ha esibito il banjo-mandolino costruito da suo padre durante la prigionia (cortesia Elisa Longarato).

Umberto Ravagnani

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GEMMA CENZATTI

 

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NASCE IL MERCATO A MONTEBELLO

 

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FRA LUIGI MARIA VERLATO

 

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CASERME E SOLDATI A MONTEB.

 

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INGENTE PASSAGGIO DI PROPRIETÀ

 

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