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IL GRANDE VUOTO

[511] IL GRANDE VUOTO
Le case perdute della Contrada delle Asse

Nel suo diario il Prevosto di Montebello don Antonio Zanellato, testimone del tempo, ci racconta come il bombardamento aereo alleato del 19 ottobre 1944 avesse decretato la fine di un piccolo abitato che per secoli aveva rappresentato la porta d’ingresso al Borgo di Montebello per chi giungendo da Vicenza si apprestava ad attraversare il ponte sul torrente Guà.
Il ponte Asse sul corso d’acqua menzionato era l’obiettivo prestabilito per quegli aerei, ma il bersaglio non fu colpito, lasciando intatto il manufatto radendo invece al suolo tutte le costruzioni rurali addossate e comprese tra la rampa del ponte e l’argine di sinistra. Le bombe sganciate in quel tragico ottobre fecero cinque vittime civili.
Quella fattoria e le varie abitazioni non furono mai più ricostruite, e come tra l’altro si può vedere ancor oggi, esiste un appezzamento completamente vuoto generato dallo sgombero delle macerie. E quel posto nemmeno l’invasiva industrializzazione degli anni ’70 è riuscita ad occupare. Si dice perché sarebbe stato troppo rischioso edificare in quella lingua di terra, dovendo fare i conti con qualche grossa bomba inesplosa. Decisione saggia perché è noto quanto disagio abbiano causato i recenti disinneschi di ordigni bellici affiorati durante i lavori per la linea ferroviaria T.A.V. in zona Ronchi.
Oggi conosciamo nei minimi particolari come fossero disposte quelle case, grazie al minuzioso inventario eseguito alla metà dell’Ottocento in occasione della divisione dei beni tra i fratelli Gio.Batta e Luigi Anselmi che di quel sito furono totalmente proprietari e che i loro eredi mantennero integro anche nel Novecento.
Ancor prima dei due fratelli furono i nobili Valmarana a possedere questo insieme di edifici conosciuto come il Vanzo di Sopra comunicante con il Vanzo di Sotto mediante la strada detta della Cavallara. Dal momento che nel settecento avevano finanziato la ricostruzione del ponte crollato, per rientrare dalle spese sostenute, fu consentito loro di condurre, con l’impiego di una grossa catena e per un certo periodo di tempo, il pedaggio gravante sulle carrozze da e verso Montebello. Nel fabbricato che dava sulla strada Regia Postale esisteva un’osteria, sempre dei Valmarana, gestita forse dalla stessa persona incaricata ad incassare i pedaggi. La stanza dell’osteria ad uso anche di cantina possedeva un camino architettonico a cappa (il redattore dell’inventario voleva mettere in risalto l’importanza della stanza) con una comoda scala a cassettoni di legno (ossia a scalini larghi circa 25 centimetri) che metteva nelle stanze superiori. Ed un camino simile contornato di pietra esisteva anche in una stanza al primo piano, giusto sopra alla cucina.
Complessivamente gli edifici di quel sito, alcuni sorti in appoggio l’uno dell’altro, contrassegnati dai numeri civici comunali 227 – 228 – 229, avevano cinque cucine, che come minimo erano utilizzate da altrettante famiglie. Ma queste dovevano essere anche di più poiché non era raro trovare famiglie allargate nelle quali uno o più figli, da pochi anni sposati e con prole, condividevano l’abitazione coi genitori (è il caso di Cisco Filippo nominato più avanti). Quindi ad un numero civico potevano fare riferimento più nuclei di persone. In seguito il comune di Montebello procedette ad una nuova numerazione civica.
La costruzione con l’osteria possedeva, rivolto a mezzogiorno, un portico senza archi e senza stalle, al quale si accedeva dal cortile con orticello attraverso un portone. Non mancava addossata ad un muro l’indispensabile legnaia.
Quindi dalla descrizione delle varie stanze si evince poi che il fabbricato che dava sulla rampa del ponte fosse più ad uso abitativo di diverse famiglie contadine che per attività strettamente legate all’agricoltura. Diversamente, giusto di fronte al menzionato fabbricato, ma separato dalla strada della Cavallara, esisteva una imponente costruzione rurale (senza numero civico nell’inventario, forse 230), detta lo stalone che ospitava alcune coppie di buoi. Questo era dotato inoltre di un portico rivolto a mezzogiorno provvisto di 5 archi con un fienile soprastante la stalla. L’unico pozzo esistente era proprio al centro del cortile davanti al grande portico e faceva compagnia ad un truogolo di pietra. La tortuosa strada della Cavallara fu anni dopo modificata e nelle carte topografiche del primo novecento appare come la vediamo tutt’oggi.
Il Prevosto di Montebello don Giuseppe Capovin redasse alla fine dell’Ottocento uno “Stato d’Anime” che tenne aggiornato fino al 1907, anno in cui venne a mancare.
In questa elencazione descrisse tutte le famiglie della parrocchia che reggeva, con i relativi nomi delle contrade dove queste risiedevano. In quel lasso di tempo, relativamente alla “Contrada delle Asse” sono citati i cognomi dei capifamiglia: Biasi Augusto, Biasi Angelo e Pietro, Bressan Luigi, Brunello Giuseppe, Cisco Filippo, Fracasso Francesco, Gardin Alessandro, Iselle Salvatore, Lovato Amadio detto “Gastaldo”, Lovato Girolamo, Pelosato Angelo, Tosato Luciano, Vezzaro Gio.Batta, Zanotelli Giovanni.
Non tutte queste famiglie abitavano nelle case in oggetto precedentemente descritte poiché, secondo le carte del Prevosto, la Contrada delle Asse comprendeva anche sant’Egidio e il Fienile Valmarana.*
Ricostruire la storia della Contrada delle Asse significa riportare alla luce un luogo che oggi non si riconosce più. Dove resta uno spazio vuoto, un tempo c’erano case, famiglie, un’osteria e una grande costruzione agricola, legate tra loro dalla strada della Cavallara e dalla vicinanza del ponte sul Guà. Non era quindi un semplice gruppo di edifici, ma un piccolo organismo vivo, attraversato ogni giorno da contadini, viaggiatori e abitanti del territorio.
I documenti dell’Ottocento ci consentono di andare oltre la semplice memoria e di dare un volto concreto a quella realtà: cinque cucine, numerose famiglie, stalle, fienili, il pozzo nel cortile e perfino i particolari dell’osteria. Sono dettagli apparentemente minori, ma proprio questi particolari permettono di immaginare come doveva essere la vita in quel luogo e quanto fosse diverso il paesaggio che oggi abbiamo davanti agli occhi.
La guerra arrivò a interrompere questa continuità. Il 19 ottobre 1944 le bombe destinate al ponte sul Guà colpirono le abitazioni e gli edifici della contrada, provocando vittime e cancellando in pochi istanti una presenza che si era consolidata nel corso dei secoli. In seguito il ponte fu riparato varie volte, le case no. E quello che seguì fu ancora più significativo: diventò una sorta di ferita silenziosa nel paesaggio.
Forse è proprio quel ‘vuoto’ a meritare oggi maggiore attenzione. Perché la storia non è fatta soltanto di ciò che possiamo ancora vedere, ma anche di ciò che è scomparso e che documenti, mappe e testimonianze ci permettono, almeno in parte, di ritrovare. (Ottorino Gianesato)

FONTI: – Diario del Prevosto di Montebello don Antonio Zanellato e “Stato d’Anime” del Prevosto Don Giuseppe Capovin (Archivio parrocchiale di Montebello Vicentino).
IMMAGINE: 1) Bombardamenti degli alleati a Montebello Vicentino del 9 marzo 1945 nella zona del ponte stradale e del ponte ferroviario sul torrente Guà. Dal libro di G. Versolato “Bombardamenti aerei degli Alleati nel vicentino 1943-1945“, (elaborazione digitale Umberto Ravagnani).
2) Disegno del sito dove sorgevano le case di cui si parla nell’articolo (elaborazione digitale da una mappa del 1839).
NOTA: * La storia del “Fienile Valmarana” è stata raccontata nell’articolo n. [510] LA CASA NELLA PRATERIA.
Umberto Ravagnani

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LA CASA NELLA PRATERIA

[510] LA CASA NELLA PRATERIA
L’ultima stagione della grande corte

A volte, la monotonia della campagna custodisce invece un passato dimenticato che però nemmeno la memoria tramandata dai più anziani riesce a far rivivere.
Chi percorre la strada che dal ponte Asse sul Guà porta a Montebello lancia spesso lo sguardo all’interno del bacino di laminazione senza trovarvi all’interno qualcosa degna di attenzione. Solo un altissimo traliccio dell’energia elettrica campeggia in mezzo a tanto verde. Eppure, proprio là dove ora svetta questo mostro d’acciaio, fino a un centinaio di anni fa esisteva una grande fattoria per lungo tempo popolata da persone e da centinaia di animali.
Le carte topografiche ottocentesche e del primo novecento segnalano questo sito con il nome “il fienile” alcune “il fenile, altre “il fienile Valmarana. Questa fattoria era costituita da almeno quattro edifici uniti in un solo corpo con relativi annessi rustici e si raggiungeva da Vicenza mediante la strada Postale Regia (S.S 11). Qui, dopo il ponte, sul Guà, sulla sinistra si oltrepassava sant’Egidio, per incontrare a destra, poco più avanti una stradina, che fatti circa 60 metri metteva direttamente nel cortile comune delle costruzioni coloniche.
La scomparsa di questo complesso di edifici rurali è legata alla costruzione del bacino di laminazione, realizzato su progetto dell’Ing. Ugo Colonna dell’agosto 1926. I lavori iniziati nel settembre successivo terminarono nella prima metà del 1927 e si ebbe il collaudo in occasione della piena del 1928. Dopo secoli la strada del Borgo cessava di essere la sede dell’antica Postale, sostituita dalla più ampia carreggiata approntata sopra l’argine-diga del bacino.
Ovviamente la realizzazione di questa imponente opera non fu indolore per coloro che abitavano all’interno dell’invaso poiché un piccolo numero di modeste costruzioni fu abbattuto e alcuni metri del suolo sottostante vennero asportati per aumentare la capacità dell’invaso facendo così sparire anche le fondamenta delle case. Il corpo di edifici chiamati “il fienile” fu forse quello più importante a farne le spese.
Oggi grazie ad un inventario effettuato nel 1849 per stabilire la consistenza dei beni dei fratelli Luigi e Gio.Batta Anselmi che del “fienile” furono proprietari per lungo tempo, possiamo conoscere nei minimi dettagli le caratteristiche del sito scomparso.
Prima degli gli Anselmi, fu proprietario del “fienile”, il conte Nazario Valmarana ma già nel 1815, trovandosi in cattive acque a causa dei debiti, dovette alienarlo con altre possessioni del Vanzo esistenti a Montebello e in piccola parte nei comuni di Brendola e Sarego. Curioso il fatto che nonostante il trapasso di proprietà, anche al momento della costruzione del bacino, il sito fosse conosciuto ancora come il fienile Valmarana. Al tempo dell’allestimento del bacino di laminazione i proprietari del “fienile” dovevano essere i Dal Molin eredi di Gio.Batta Anselmi.
I disegni del 1911, eseguiti quindi pochi anni prima della demolizione, mostrano una pianta dell’edificio diversa da quella del 1829 che riporta la stessa situazione del 1849, anno della descrizione qui riportata, segno che probabilmente successivamente a questa ultima data, la grande struttura fu modificata.
Il fienile” era un grande corpo di fabbrica forma di rettangolo irregolare della misura di circa 50 metri per 23 con il lato più lungo parallelo alla strada veronese, e da questa distante circa 60 metri; comprendeva due stalle, due case di abitazione e un ampio portico a 4 luci (archi) rivolto a mezzogiorno. Completava questa proprietà un immenso prato irriguo di 56 campi, che si estendeva tra la riva sinistra dell’Acquetta e l’ardine destro del Guà, ed un ulteriore campo arativo forse utilizzato per colture orticole. L’acqua necessaria ai prati era prelevata mediante una chiavica presente presso l’argine destro del torrente Guà.
La consistenza degli animali allevati parla di 77 pecore, 30 agnelli, 4 montoni 2 manze. Non vengono citati altri animali da cortile che certamente erano presenti, come dei suini, dal momento che su un lato della stalla c’era una porcilaia.
La stalla degli ovini occupava la maggior parte del fabbricato, separata da un’altra contigua che aveva ben 12 poste per bovini da “grassa” anche se al momento dell’inventario ottocentesco era presente solo una coppia di manze. Questo perché l’esistenza prevalente di prati non giustificava tenere animali utilizzati principalmente per l’aratura.
Particolari caratteristici dei grandi edifici rurali di quel tempo e presenti nel “fienile” erano due scale “alla galeotta” o di servizio (termine tecnico oggi non più usato) Collocate in appoggio ad una parete esterna, accedendovi uscendo dalle cucine e salendo i loro gradini, era possibile entrare nei granai attraverso una piccola porta. Il vantaggio era duplice perché era più agevole utilizzare i granai e le soffitte senza dover passare internamente il che avrebbe tolto spazio sia alle cucine che ai relativi solai.
La stradina che dalla via del Borgo portava alla fattoria si trovava spostata verso est rispetto al centro del cortile antistante e dava l’accesso più diretto alle abitazioni che si trovavano in quel lato del fabbricato.
Al centro del cortile un indispensabile pozzo faceva compagnia ad un truogolo di pietra mentre in un angolo della fattoria, nel lato verso Montebello, esisteva “una graspaia” che raccoglieva i residui della spremitura dell’uva.
Come in tutte te costruzioni rurali erano immancabili i gelsi ed altre piante da frutto che rompevano un po’ la noiosa uniformità di quella prateria. (Ottorino Gianesato)

IMMAGINE: 1) Ricostruzione ipotetica del fabbricato detto “il fienile”, antica proprietà della famiglia Valmarana (elaborazione digitale Umberto Ravagnani).
2) Disegno del sito dove sorgeva il “Fienile dei Valmarana” (elaborazione digitale da una mappa del 1839).

Umberto Ravagnani
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IL PAESE IN PROCESSIONE

[509] IL PAESE IN PROCESSIONE
Storia e tradizioni di Montebello

Sfogliare le pagine degli antichi Statuti di Montebello* significa entrare in un mondo nel quale la vita religiosa e quella civile procedevano fianco a fianco. La parte che riguarda le processioni, descritte nel documento, non erano soltanto momenti di preghiera, ma occasioni nelle quali l’intero paese si ritrovava unito, riaffermando il proprio senso di appartenenza alla comunità e al territorio. Ogni ricorrenza seguiva un preciso cerimoniale e coinvolgeva non solo il clero, ma anche le autorità locali e i rappresentanti delle famiglie, secondo regole rigorosamente stabilite. Le rubriche dello Statuto, redatte durante il dominio della Repubblica di Venezia, mostrano quanto fosse importante partecipare a queste celebrazioni. La presenza non era lasciata alla libera scelta dei singoli: era considerata un vero dovere pubblico. Per questo motivo il documento indica con precisione chi dovesse prendere parte alle processioni e quali fossero le conseguenze per chi si assentava senza una valida giustificazione.
Il primo appuntamento dell’anno ricordato nello Statuto era la festa di san Marco Evangelista, celebrata il 25 aprile. Non sorprende che proprio san Marco occupasse un posto così importante. Da secoli era il patrono della Repubblica di Venezia e il suo leone alato rappresentava il simbolo stesso della Serenissima. Anche Montebello, inserito nei territori veneziani, ne riconosceva la speciale protezione. La rubrica si apre con una formula che esprime tutta la solennità della ricorrenza: « Ad honore della Santissima et individua Trinità, et del glorioso S. Marco Evangelista protetor nostro…»
Il protagonista della celebrazione era il Prevosto, cioè il sacerdote posto a capo della parrocchia, oppure il suo cappellano, che lo sostituiva quando necessario. Indossati i paramenti liturgici, il corteo prendeva forma con le croci processionali e i confaloni, grandi stendardi ricamati che identificavano la parrocchia e le confraternite e rendevano ancora più solenne il passaggio della processione. Il percorso conduceva fino alla chiesa di Sant’Egidio, ma lungo il tragitto erano previste soste dal forte significato religioso. Arrivato nella piazza, il sacerdote proclamava il Vangelo davanti alla popolazione e impartiva la benedizione. Lo stesso gesto veniva ripetuto poco prima della chiesa, sul ponte della Guà.
Lo Statuto prescrive infatti: «…gionto in piazza, ad alta voce cantar debbi l’Evangelio et dar beneditione al populo… et gionto ad essa chiesa sopra il ponte della Guà ritorni a cantar esso Evangelio ». L’espressione cantare il Vangelo può apparire insolita oggi, ma indicava la tradizionale proclamazione solenne del testo sacro, eseguita con un particolare tono liturgico anziché con una semplice lettura. Una volta raggiunta la chiesa, il Prevosto celebrava la Messa solenne alla presenza dell’intera comunità. Lo Statuto richiedeva infatti la partecipazione dell’esattore, il funzionario incaricato dell’amministrazione comunale e della riscossione dei tributi, dei suoi consiglieri e di ogni padre di famiglia, cioè del rappresentante di ciascun nucleo familiare.
Chi mancava senza un « legitimo impedimento » doveva pagare una sanzione. Le autorità erano punite con una multa di una lira, mentre ai padri di famiglia venivano richiesti dieci soldi. La lira e il soldo erano tra le principali unità monetarie dell’epoca, ma il loro valore andava ben oltre l’aspetto economico: la multa ricordava a tutti che prendere parte alla processione significava contribuire alla vita della comunità. Particolarmente interessanti sono le tre processioni che si svolgevano nei giorni precedenti l’Ascensione di Gesù. A prima vista potrebbero sembrare esclusivamente celebrazioni religiose, ma lo Statuto rivela una funzione molto più ampia. Vi si legge infatti: «…siano fatte le tre solite processioni sopra le confine delle pertinentie di Montebello…»
Le pertinenze erano l’insieme dei terreni appartenenti al territorio comunale, mentre le confine indicavano i limiti del Comune. Il corteo percorreva quindi tutto il perimetro del territorio, trasformando la processione in un’occasione per verificare concretamente lo stato dei confini. Il documento aggiunge un particolare prezioso: «…per causa di veder le confine et poner termini ove sarà bisogno, per la conservatione publica ».
I termini erano le pietre o i cippi che segnavano ufficialmente i confini. Se qualcuno risultava danneggiato, spostato o mancante, veniva ripristinato durante questo sopralluogo collettivo. In un’epoca priva di mappe catastali moderne, percorrere periodicamente il territorio costituiva un sistema efficace per prevenire controversie tra comunità confinanti e conservare memoria dei limiti comunali. Anche in questa circostanza la partecipazione era obbligatoria. L’esattore ordinava all’ufficiale pubblico di convocare consiglieri e padri di famiglia. Lo Statuto prevedeva perfino una multa di tre lire per l’ufficiale che avesse omesso questa convocazione, segno dell’importanza attribuita alla corretta organizzazione della cerimonia. Alla fine dell’estate il calendario conduceva invece alla festa di san Daniele profeta, celebrata il 28 agosto e indicato nello Statuto come «Protettor Nostro». La processione raggiungeva la chiesa dedicata al santo, situata all’interno del castello di Montebello, il nucleo più antico e simbolicamente più rappresentativo dell’abitato.
La rubrica prescrive: «…andar con le croci et confaloni alla chiesa di S. Daniele posta nel castello di detto loco et ivi celebrare la Messa solene…» Il percorso verso il castello assumeva così un significato che andava oltre la semplice celebrazione religiosa. Salire fino alla chiesa di San Daniele significava rendere omaggio al santo protettore del paese e, allo stesso tempo, raggiungere il luogo che per secoli aveva rappresentato il centro della vita politica, difensiva e religiosa della comunità. Ancora una volta il Prevosto, accompagnato dalle autorità e dai capifamiglia, guidava una cerimonia nella quale la partecipazione collettiva diventava il segno più evidente dell’identità condivisa di Montebello.
Con l’inizio di febbraio il calendario delle celebrazioni prevedeva un’altra ricorrenza molto sentita dalla popolazione: la festa di santa Brigida, fissata al primo giorno del mese. Anche questa volta lo Statuto non si sofferma sugli aspetti devozionali della festa, ma stabilisce con precisione come dovesse svolgersi la processione e chi fosse tenuto a prendervi parte. La disposizione è essenziale ma significativa: « Il giorno di S. Brigida… sia fatta la processione solene per tutto il predetto luoco di Montebello ». L’espressione luoco di Montebello indicava l’intero abitato. Il corteo attraversava quindi le vie del paese, permettendo alla popolazione di partecipare alla celebrazione anche lungo il percorso. Era un modo per portare la preghiera fuori dalla chiesa e coinvolgere simbolicamente tutto il territorio abitato. Ancora una volta emerge il carattere pubblico della cerimonia. Lo Statuto impone infatti la presenza dell’esattore, dei consiglieri e di tutti i padri di famiglia. Le autorità locali, proprio per il ruolo che ricoprivano, erano soggette a una pena più severa rispetto agli altri abitanti: venti soldi contro i dieci previsti per ogni capofamiglia assente senza un valido motivo. Anche questa distinzione conferma quanto fosse importante che chi amministrava il paese desse il buon esempio partecipando alle principali manifestazioni della vita comunitaria.
L’ultima processione ricordata nelle rubriche dello Statuto coincideva con una delle più solenni celebrazioni dell’anno liturgico: la festa del Santissimo Corpo di Cristo, oggi comunemente conosciuta come Corpus Domini. Introdotta nella Chiesa nel XIII secolo, questa ricorrenza aveva assunto nei secoli un’importanza sempre maggiore e veniva celebrata con grande partecipazione anche nei territori della Repubblica di Venezia. Lo Statuto conferma questa particolare solennità: «…nel giorno del Sacratissimo Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo… sia fatta la processione solene per tutto il luoco di Montebello…». Come nelle altre ricorrenze, la partecipazione della comunità era obbligatoria. Tuttavia questa processione presentava un elemento distintivo: un ruolo speciale era riservato ai Vicari pro tempore, cioè ai rappresentanti dell’autorità civile che ricoprivano l’incarico in quel determinato periodo. Lo Statuto affida loro un compito ben preciso: «…siano tenuti et obligati ad accompagnare il Santissimo Sacramento et portar il Baldacchino, doppiere, torze e candelle impicciate…». Dietro questa breve frase si nasconde tutto il cerimoniale che accompagnava il passaggio del Santissimo Sacramento. Il baldacchino era un ampio drappo di stoffa sostenuto da aste, portato sopra il sacerdote durante la processione come segno di onore e di particolare venerazione. I doppiere erano grandi candelieri utilizzati nelle celebrazioni più solenni, mentre le torze erano robuste torce di cera destinate a rimanere accese per tutta la durata della processione. Le candelle impicciate, infine, erano candele di notevole spessore, ottenute unendo più strati di cera per garantire una maggiore durata della fiamma. Tutti questi elementi contribuivano a rendere il corteo particolarmente suggestivo e sottolineavano la centralità del Santissimo Sacramento nella devozione della comunità. Osservate nel loro insieme, le processioni descritte nello Statuto raccontano molto più di una semplice successione di feste religiose. Esse riflettono il modo in cui era organizzata la società locale durante il dominio della Serenissima. La partecipazione del clero, delle autorità comunali e dei rappresentanti delle famiglie dimostra come la vita civile e quella religiosa fossero strettamente collegate e collaborassero nel mantenere saldo il senso di appartenenza alla comunità. Anche il continuo richiamo alle sanzioni assume un significato particolare. Oggi può apparire insolito che l’assenza a una processione fosse punita con una multa, ma nel contesto dell’epoca la partecipazione rappresentava un dovere verso il paese oltre che verso la Chiesa. Essere presenti significava prendere parte alla vita collettiva e contribuire alla stabilità della comunità.
Fra tutte le celebrazioni, le tre processioni che precedevano l’Ascensione conservano un valore del tutto particolare. Mentre i fedeli pregavano lungo il cammino, le autorità verificavano lo stato dei confini comunali e provvedevano, quando necessario, a riposizionare i termini che delimitavano il territorio. La fede e l’amministrazione del bene pubblico procedevano così insieme, mostrando come una cerimonia religiosa potesse svolgere anche una concreta funzione civile. Anche la processione verso la chiesa di San Daniele, all’interno del castello, possedeva un forte significato simbolico. Quel luogo rappresentava il cuore più antico di Montebello e ricordava le origini del paese. Raggiungerlo in processione equivaleva a rinnovare il legame con il santo protettore e con la storia della comunità. La celebrazione di san Marco, invece, ricordava ogni anno il rapporto con la Repubblica di Venezia, sotto la cui autorità Montebello visse per secoli. Il patrono della Serenissima diventava così anche un punto di riferimento per gli abitanti del paese, testimoniando il profondo intreccio tra identità locale e appartenenza allo Stato veneziano. Pur essendo scritte con il linguaggio asciutto tipico degli atti normativi, le rubriche dello Statuto riescono ancora oggi a restituire immagini vive. È facile immaginare il suono delle campane che annunciano la partenza del corteo, i gonfaloni mossi dal vento, il sacerdote che proclama il Vangelo nelle piazze, le autorità che accompagnano il Santissimo Sacramento sotto il baldacchino e gli abitanti che percorrono insieme le strade del paese.
Queste pagine rappresentano quindi molto più di un semplice elenco di disposizioni. Sono una preziosa testimonianza della vita quotidiana di una comunità che trovava nelle processioni un momento di incontro, di condivisione e di riconoscimento reciproco. Attraverso quei percorsi, ripetuti anno dopo anno, Montebello riaffermava il proprio legame con la fede, con il territorio e con una tradizione che ha lasciato un’impronta profonda nella storia del paese.
Umberto Ravagnani

FOTO: 31 agosto 1924, Festa Eucaristica. “Processione sotto la sapiente guida del Cappellano D. Giovanni Zuffelato, coadiuvato dagli studenti universitari Giarollo, Vignato e Dainese”. Dal diario di Don Antonio Zanellato (Archivio della Chiesa prepositurale di Montebello Vicentino).
NOTA: * Gli Statuti di Montebello portano la data del 1594, ma si tratta certamente di una raccolta di leggi e consuetudini anteriori.

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I PREDICATORI

[508] I PREDICATORI E BARTOLOMEO GUELFO

Nel XVIII secolo la poesia era un’arte ad esclusivo diletto degli ambiti nobiliari, per la ragione che i letterati professionisti appartenevano ai ceti più abbienti. Però parallelamente a questi virtuosi della penna, una pletora di poeti minori cercava luce e spazio, che non trovava, rassegnandosi a declamare i suoi versi in qualche bottega od osteria del paese
Come questi ultimi, il povero ciabattino montebellano Bartolomeo Guelfo, autodidatta con alle spalle un breve periodo di studi passato presso i Gesuiti, componeva delle poesie tra relitti di vecchie scarpe da riciclare od accomodare e pochi ritagli di cuoio.
Mostrò un grande interesse e profonda ammirazione nei confronti dei predicatori dei vari ordini religiosi che, soprattutto nei periodi precedenti la Pasqua ed il Natale, ma anche in altre feste importanti, intrattenevano la popolazione con i loro sermoni rivolti alla salvezza dell’anima. Finemente ispirato dalla presenza di questi sapienti ed eloquenti oratori spesso dedicò loro alcuni componimenti di ringraziamento e lode.
E’ pertanto grazie al Guelfo se, gratificando costoro, possiamo conoscere i religiosi che si alternarono a predicare durante le feste e le ricorrenze. Com’era consuetudine, pagati ed ospitati a spese dell’Amministrazione Comunale, quando invitati, ben volentieri ritornarono a Montebello a sferzare quelli con la fede un po’ vacillante.
Ad aprire l’elenco di questi maestri della parola citati dal Guelfo fu il monaco camaldolese Reverendo Don Ortensio Rossi presente a Montebello nel 1746, L’elenco si dipana negli anni a cavallo della metà del Settecento.
Nel 1749 arrivò invece il Reverendo Padre Francesco Sermondi del Terzo Ordine di San Francesco. Si sa che questo religioso fu Provinciale dei Minori Conventuali. In occasione della sua venuta a Montebello doveva essere abbastanza giovane dal momento che nel 1794 era Padre Guardiano nel Convento di San Lorenzo a Vicenza e nove anni prima aveva presenziato al Capitolo dello stesso.
Forse il Guelfo non produsse alcuna poesia dedicata al Padre Carmelitano Giuseppe M. Bertinelli, ma è più probabile che sia andata perduta. Presente in paese nel 1750 per le prediche diede vita pure alla Confraternita della S.S. Maria Vergine del Monte Carmelo. La terza domenica di luglio di quell’anno venne celebrata per la prima volta la festa della Madonna del Carmine. Per quella ricorrenza dai paesi vicini arrivò una moltitudine di persone anche perché, dopo le funzioni, si disputò il Palio dei Berberi, una corsa di cavalli di cui poco si conosce, ma che a detta di alcuni, si doveva disputare tra il ponte della Fracanzana e la piazza del Comune.
Il Guelfo, nel 1753, gratificò con alcuni versi il predicatore Don Valentino Scalzotto, conscio che sarebbero stati indegni della grandezza dell’arte oratoria del religioso.
L’anno seguente arrivò a predicare a Montebello, per la seconda volta, l’anziano domenicano Reverendo Padre Pietro Mezzanelli. Ben si sapeva in quel tempo quanto i domenicani fossero temuti per la durezza dei loro sermoni che incitavano e sferzavano i fedeli al pentimento sincero volto a ottenere la misericordia divina.
E vi tornò una terza volta un anno più tardi. In questa ultima occasione donò una reliquia di San Vincenzo Ferreri, impegnando, nel contempo, la Comunità Montebellana a far realizzare una pala d’altare entro due anni.*
Sempre nel 1755, onorò Montebello con le sue prediche il Reverendo Don Pietro Criconia che il nostro poeta gratificò con un madrigale.
Un predicatore al quale il Guelfo rivolse alcune poesie con opposte intenzioni fu, nel 1756, il Reverendo Don Pietro Pedon(i). Contrariamente ai primi versi pieni di lodi, il poeta ne produsse poi degli altri degni di quelli scritti dal romano Pasquino. Tutto si spiega poiché, in precedenza, per Montebello erano circolati dei fogli con un sonetto che doveva aver preso di mira qualche importante personaggio o apparivano così di cattivo gusto tanto che l’Amministrazione Comunale li fece togliere dalla circolazione. A questa decisione fu entusiasticamente favorevole Don Pietro Pedon scatenando così il malcontento del poeta montebellano.
Altri componimenti poetici in onore di vari predicatori furono prodotti nel 1760 e nel 1763 rispettivamente per lodare l’eloquenza del Reverendo agostiniano Padre Angelo Bernardi e del Reverendo Don Marc’Antonio Cittadini.
Nella solennità di Santa Croce del 1757, con la immancabile presenza di un predicatore, fu organizzato a Montebello un concerto. Il Guelfo non fu particolarmente entusiasta dei suonatori, soprattutto dell’organista, e definì i musici “soggetti da Cason non già da chiesa” in senso dispregiativo poiché penso che all’epoca il “Cason” non fosse altro che una specie di balera di campagna. Ebbe però versi di elogio per i suonatori di archi e corde: “Lascio a gl’archi, e alle corde i loro honori, che han saputo donar con dolci accenti gloria alla croce, e contentezza a’ cuori”. (Ottorino Gianesato)

BIBLIOGRAFIA: G.Maccagnan, “Bartolomeo Guelfo 1690-1765 – Poesie”, a cura di, 2007.
FOTO: Pala di San Martino con Santa Teresa d’Avila e Vincenzo Ferreri, opera di Giacomo Ciesa, custodita nella Chiesa Prepositurale di Montebello Vicentino (rielaborazione  grafica Umberto Ravagnani).
NOTA: * Fu dato l’incarico al pittore Giacomo Ciesa, che rappresentò San Martino, Santa Teresa d’Avila e San Vincenzo Ferreri. Fu restaurato nel 2000 (Ricerca di Luigi Dainese).
VEDI anche l’art. [6] CITTADINI ILLUSTRI del 13-01-2018.
Umberto Ravagnani

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LE CONFRATERNITE

[507] LE CONFRATERNITE – Montebello tra fede, arte e carità

Per molti secoli le confraternite furono tra le istituzioni più importanti della vita quotidiana dei paesi italiani. Erano associazioni formate da fedeli laici che si riunivano per coltivare la devozione religiosa, partecipare alle celebrazioni, compiere opere di carità e sostenere le necessità della comunità. Anche Montebello Vicentino ebbe le proprie confraternite, alcune delle quali raggiunsero una notevole vitalità e contribuirono a lasciare un’eredità ancora oggi leggibile nei documenti d’archivio e nelle opere conservate sul territorio.
La più antica di cui si abbia notizia è la Confraternita della Beata Vergine della Concezione, nata poco dopo il 1476. In quell’anno papa Sisto IV autorizzò la celebrazione della festa della Concezione della Vergine Maria l’8 dicembre in tutto il mondo cattolico. Questa decisione favorì la diffusione della devozione mariana e anche la comunità di Montebello accolse con entusiasmo questa nuova ricorrenza, dando vita alla propria confraternita.
L’associazione crebbe rapidamente. Sempre più persone decisero di farne parte, attratte dalla possibilità di condividere la vita religiosa della comunità e di beneficiare delle indulgenze, speciali concessioni della Chiesa che, secondo la dottrina cattolica, riducevano la pena temporale dovuta per i peccati già perdonati mediante la confessione. Per i fedeli dell’epoca rappresentavano un importante sostegno spirituale e costituivano uno dei principali motivi di adesione alle confraternite.
Oltre agli aspetti religiosi, la congregazione disponeva anche di un patrimonio economico che le permetteva di svolgere le proprie attività. Le fonti ricordano infatti legati, livelli e donazioni. I legati erano lasciti testamentari destinati alla confraternita; i livelli erano particolari concessioni di terreni o immobili che garantivano il pagamento di un canone periodico; le donazioni consistevano invece nelle offerte volontarie fatte dai benefattori. Grazie a queste risorse la confraternita riuscì a mantenere la propria presenza nella vita del paese per oltre tre secoli. Tra i privilegi di cui godeva figuravano anche le indulgenze concesse da papa Paolo V con un breve emanato a Roma il 7 marzo 1617, presso la basilica di Santa Maria Maggiore. Il sommario di queste concessioni è tuttora conservato nell’Archivio Prepositurale, dove rappresenta una delle testimonianze più significative della storia religiosa di Montebello.
La sua attività cessò nel 1807. In quel periodo le riforme introdotte durante il dominio napoleonico portarono alla soppressione di molte confraternite presenti nei territori italiani. Anche quella della Concezione venne sciolta e il suo patrimonio fu demaniato, cioè trasferito al patrimonio dello Stato. La seconda confraternita di Montebello nacque in un momento profondamente legato alla storia europea. Dopo la vittoria della Lega Santa nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, la devozione alla Madonna del Rosario conobbe una straordinaria diffusione. Anche gli abitanti di Montebello aderirono a questo movimento religioso fondando la Confraternita del Santissimo Rosario, che in pochi anni raccolse numerosi iscritti. Come avveniva per le altre congregazioni, anche questa disponeva di proprie rendite che le consentivano di sostenere il culto e organizzare le attività religiose. La sua presenza lasciò inoltre una testimonianza artistica di grande valore. Nel 1583 i confratelli commissionarono infatti, a proprie spese, una pala d’altare al pittore vicentino Giovanni Battista Maganza. Ancora oggi il dipinto è conservato nella chiesa prepositurale, collocato nel primo altare sulla destra.
L’iscrizione riportata sull’opera ricorda chiaramente chi ne finanziò la realizzazione: « Joannes Baptista Maganza Sumptibus Confraternitatis SS. Rosarii – anno MDLXXXIII ». La frase informa che il dipinto fu eseguito da Giovanni Battista Maganza (il vecchio) grazie alle risorse della Confraternita del Santissimo Rosario nell’anno 1583. È una testimonianza concreta del ruolo svolto da queste associazioni anche nella promozione dell’arte sacra. Nel 1610 si aggiunse una terza importante istituzione religiosa: la Confraternita di San Giovanni Battista, eretta canonicamente con una bolla del 19 giugno. La bolla era un documento ufficiale dell’autorità ecclesiastica con cui veniva riconosciuta formalmente la nuova confraternita.
Questa congregazione si distingueva per un compito molto concreto: l’accoglienza dei pellegrini. Chi arrivava a Montebello durante il proprio viaggio poteva essere ospitato per tre giorni nell’Ospitale annesso alla chiesa di San Giovanni. L’ospitale non va confuso con un ospedale moderno: era un edificio destinato soprattutto a offrire ospitalità ai pellegrini e ai viandanti, garantendo loro un ricovero temporaneo. Come le altre confraternite, anche quella di San Giovanni Battista possedeva proprie rendite e beneficiava delle indulgenze concesse dalla Chiesa. La partecipazione della popolazione fu molto ampia e in alcuni periodi la congregazione superò i seicento iscritti, segno della sua importanza all’interno della comunità.
Ogni anno, nella festa della Santissima Trinità, i confratelli partecipavano a una processione diretta alla chiesa della Trinità di Montecchio Maggiore, accompagnati da un sacerdote. Era un appuntamento che univa devozione religiosa e vita comunitaria, mantenendo vivo un legame tra le due località. Le fonti riportano anche alcuni particolari relativi a questa tradizione. Al sacerdote venivano offerti “due troni”; ai confratelli spettavano “due soldi et due panetti”; alla chiesa della Trinità erano destinati “due candelotti”. I soldi erano piccole monete allora in circolazione, mentre i panetti erano con ogni probabilità piccoli pani distribuiti ai partecipanti. Il significato del termine troni, invece, non viene spiegato dal documento. Sulla base della documentazione disponibile non è possibile stabilire con certezza a cosa si riferisse, perciò è corretto limitarsi a riportare fedelmente quanto tramandato dalla fonte.
L’ultima confraternita ricordata nei documenti fu quella dedicata alla Vergine del Monte Carmelo, istituita nel 1750 dal padre Giuseppe Maria Bettinelli, religioso bresciano appartenente all’Ordine dei Carmelitani. Anche questa associazione si inserì nella tradizione delle confraternite montebellane, promuovendo la devozione alla Madonna del Carmelo e la partecipazione dei fedeli alla vita religiosa del paese. La sua esistenza fu però relativamente breve. Nel 1807, infatti, i decreti napoleonici che portarono alla soppressione delle confraternite coinvolsero anche questa congregazione, che cessò definitivamente la propria attività insieme alle altre associazioni religiose locali.
Nonostante la loro scomparsa, le confraternite continuano a raccontare una parte importante della storia di Montebello. Le opere d’arte che hanno commissionato, i documenti conservati negli archivi e le notizie giunte fino a noi permettono di ricostruire la vita di una comunità profondamente legata alla fede e capace di organizzarsi per sostenere iniziative religiose, assistenziali e culturali. Una testimonianza particolarmente significativa è costituita da un lascito di Febo Milion, figlio di Bortolo, datato 20 settembre 1572 e destinato alla Congregazione della Concezione. Secondo quanto riportato nelle fonti, si tratta del documento più antico conservato tra quelli relativi alle confraternite della Concezione, del Santissimo Rosario e di San Giovanni Battista, oggi custoditi presso la Biblioteca Bertoliana di Vicenza.
Queste antiche carte raccontano molto più di semplici atti amministrativi. Permettono infatti di seguire l’evoluzione delle confraternite, di comprenderne il ruolo nella società locale e di osservare come la collaborazione tra i fedeli contribuisse alla vita del paese. Le offerte dei benefattori, l’assistenza ai pellegrini, le processioni, la commissione di opere d’arte e la cura delle celebrazioni religiose mostrano una realtà nella quale fede e vita quotidiana procedevano fianco a fianco. Ripercorrere oggi la storia delle confraternite di Montebello significa riscoprire un patrimonio fatto non solo di documenti e dipinti, ma anche di persone che, attraverso il proprio impegno, contribuirono per secoli alla crescita della comunità. Pur essendo scomparse all’inizio dell’Ottocento, queste associazioni continuano ancora oggi a testimoniare un passato ricco di partecipazione, solidarietà e devozione, lasciando un’eredità che rappresenta una parte significativa della memoria storica del paese.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:  – B. Munaretto, “Memorie storiche di Montebello Vicentino”, 1932.
– L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol II, Montebello Vicentino 2018.
FONTE: Archivio parrocchiale di Montebello Vicentino.
FOTO: La pala del Rosario del pittore vicentino Giovanni Battista Maganza (il vecchio), datata 1583 (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

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TRA EROISMO E DISTRUZIONE

[506] TRA EROISMO E DISTRUZIONE – Storia di un valoroso soldato montebellano

Tra le pagine di un vecchio ruolo matricolare possono sembrare nascoste soltanto informazioni amministrative: un nome, alcune date, i reparti di appartenenza, le promozioni e gli eventi principali della carriera militare. Ma, quando quel documento riguarda un soldato della Grande Guerra, ogni riga può diventare il punto di partenza per ricostruire una storia fatta di sacrifici, coraggio e momenti difficili.
È il caso di Vittorio Soldà, nato a Montebello Vicentino l’8 giugno 1893, figlio di Antonio e Santa Castegnaro. Era un giovane uomo all’inizio della propria vita adulta, quando gli eventi internazionali portarono l’Europa verso un conflitto destinato a coinvolgere milioni di persone. Il 30 aprile 1914 Vittorio Soldà era già caporale nel 60° Reggimento Alpini, Battaglione Vicenza. Gli Alpini erano un reparto nato per operare soprattutto negli ambienti montani, dove la guerra aveva caratteristiche completamente diverse rispetto ai combattimenti in pianura. Non bastava affrontare il nemico: bisognava anche resistere alla durezza dell’ambiente, ai percorsi difficili, alle condizioni meteorologiche e alle enormi difficoltà logistiche.
Quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale nel maggio del 1915, molti giovani soldati si trovarono improvvisamente coinvolti in una guerra che avrebbe trasformato per sempre il loro modo di vivere. Il fronte alpino divenne una lunga linea di combattimento tra rocce, vallate e cime strategiche. In quelle zone ogni posizione conquistata aveva un valore enorme, perché permetteva di controllare il territorio circostante e condizionare le operazioni militari. Vittorio Soldà continuò il suo servizio distinguendosi all’interno del reparto. Il 15 aprile 1916 venne promosso caporal maggiore. Era un riconoscimento della sua esperienza e delle responsabilità che aveva ormai acquisito dopo mesi trascorsi in guerra. Proprio in quel periodo gli Altipiani vicentini furono investiti da una delle offensive più importanti del conflitto: la Strafexpedition, l’offensiva austro-ungarica iniziata nel maggio del 1916. L’obiettivo degli imperiali era sfondare il fronte italiano e aprirsi un varco verso la pianura veneta. Tra le montagne coinvolte negli scontri, il Monte Cimone di Tonezza occupava una posizione particolarmente importante.
Il Cimone era una cima delle Prealpi Venete alta 1.226 metri e situata a nord di Arsiero, tra la Val d’Astico e la Val Posina. La sua posizione permetteva di controllare importanti vie di comunicazione e per questo motivo venne contesa con grande accanimento dai due eserciti. La sua importanza strategica fu riconosciuta anche dagli stessi austro-ungarici, che arrivarono a considerarla una sorta di fortezza naturale sul fronte italiano.
Per i soldati che combatterono lassù, però, quella montagna non rappresentava soltanto un punto strategico. Era anche un luogo di sofferenza e di perdite continue. Non a caso venne indicata dai militari con il soprannome di “Monte Tomba”, a causa del numero elevato di caduti lasciati sul terreno.
Il 25 maggio 1916 la vetta del Cimone cadde nelle mani austro-ungariche, dieci giorni dopo l’inizio della Strafexpedition. Gli imperiali riuscirono a mantenere il controllo della posizione, mentre gli italiani tentarono più volte di riconquistarla. I soldati della Brigata Bisagno provarono ad avvicinarsi alla cima utilizzando scale e corde, ma gli attacchi vennero respinti. La posizione dominante degli avversari rendeva ogni tentativo estremamente difficile e costoso. La situazione cambiò il 23 luglio 1916, quando le truppe italiane prepararono un nuovo assalto. In campo entrarono i battaglioni alpini Val Leogra e Clapier insieme ai reparti di fanteria 153° e 154°. La battaglia fu intensa e combattuta in condizioni estremamente difficili, tra trincee, rocce e terreno accidentato.
Fu proprio durante questa giornata che Vittorio Soldà compì l’azione per la quale avrebbe ricevuto la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
La motivazione ufficiale racconta che, al comando di una squadra composta da uomini nuovi e appartenenti a un reparto che non conosceva, riuscì a superare le difficoltà del terreno e a guidare i suoi soldati contro una trincea nemica fortemente occupata. Il suo comportamento, secondo la motivazione della decorazione, riuscì a trasmettere ai suoi uomini lo slancio necessario per superare la resistenza avversaria.
Dietro il linguaggio sintetico del documento militare si può comprendere la difficoltà di quel momento. In un assalto, soprattutto in una guerra combattuta in montagna, il ruolo di chi comandava una squadra era fondamentale. La capacità di mantenere la calma e guidare gli altri poteva determinare il successo o il fallimento di un’azione. Per quell’episodio sul Monte Cimone, avvenuto il 23 luglio 1916, Vittorio Soldà venne quindi decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
La conquista italiana della vetta, tuttavia, non rappresentò la fine della battaglia per quella montagna. Gli austro-ungarici non rinunciarono alla posizione e, dopo aver constatato la difficoltà di una riconquista attraverso un attacco diretto, decisero di ricorrere a una soluzione estrema: minare la cima stessa del Monte Cimone.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:  – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
FOTO: Il Sacrario dei Caduti del Monte Cimone (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

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IL SOGNO REALIZZATO

[505] IL SOGNO REALIZZATO
Un testamento che racconta una vita

Nella storia di Montebello Vicentino ci sono persone che, pur senza ricoprire incarichi politici o lasciare opere spettacolari, hanno cambiato il destino della comunità con la costanza del loro lavoro quotidiano. Tra queste spicca Don Vittore Porra, sacerdote, educatore e convinto sostenitore dell’istruzione, ricordato ancora oggi come uno dei principali artefici della nascita della scuola elementare del paese.
Don Vittore nacque a Malo l’11 novembre 1813, quando il Veneto era ancora interessato dalle conseguenze dell’età napoleonica. Suo padre Giacomo era un fittavolo, cioè un agricoltore che lavorava terreni presi in affitto da un proprietario, mentre la madre era Anna Maria Rossi. Come avveniva allora, fu il padre a presentarsi il giorno successivo davanti all’Ufficiale dello Stato Civile per registrare ufficialmente la nascita del figlio. Fin da giovane maturò la vocazione religiosa ed entrò nel Seminario di Vicenza. Dopo gli anni di formazione, nel 1838 ricevette l’ordinazione sacerdotale. Il suo primo incarico fu nella parrocchia di San Giovanni Battista a Vallonara, una piccola comunità vicino a Marostica. Per quattordici anni condivise la vita della popolazione, celebrando le funzioni religiose, insegnando il catechismo e seguendo le famiglie in un periodo in cui il parroco rappresentava non solo una guida spirituale, ma anche un importante punto di riferimento sociale e culturale.
Nel 1852 fu nominato parroco di Santa Lucia di Lisiera, poco distante da Vicenza. Durante il suo ministero si dedicò anche al completamento di una parte della nuova chiesa parrocchiale. Tuttavia, nel maggio 1859, lasciò improvvisamente quell’incarico. Le cronache dell’epoca attribuirono la decisione a motivi di salute. Sono state avanzate anche altre ipotesi, ma la documentazione oggi disponibile non permette di confermarle. È quindi più corretto limitarsi ai fatti documentati. Pochi mesi più tardi, nel novembre dello stesso anno, Don Vittore fece il suo ingresso come prevosto della parrocchia di Santa Maria Assunta di Montebello Vicentino. Il titolo di prevosto indicava il sacerdote posto alla guida di una delle parrocchie più importanti del territorio. Aveva appena compiuto quarantasei anni e iniziava quella che sarebbe diventata la fase più significativa della sua vita.
La comunità di Lisiera volle salutarlo con un gesto di sincera riconoscenza. Gli dedicò un piccolo volume contenente una traduzione del “Cantico di Giuditta”, curata dal professor Bernardo Morsolin. Era un omaggio che esprimeva l’affetto dei parrocchiani per un sacerdote che aveva lasciato un ricordo positivo. La vocazione religiosa era presente anche nella sua famiglia. Uno zio paterno, don Giovanni Battista Porra, era sacerdote nella parrocchia di San Silvestro a Vicenza. Quando redasse il proprio testamento nel 1872, scelse proprio Don Vittore come curatore testamentario, cioè la persona incaricata di vigilare sull’esecuzione delle sue ultime volontà. È un particolare che testimonia il rapporto di fiducia esistente tra i due.
Se il suo ministero religioso fu certamente importante, è nel campo dell’istruzione che Don Vittore lasciò il segno più duraturo. Nell’Ottocento la scuola elementare italiana stava lentamente trasformandosi. Dopo l’Unità d’Italia, proclamata nel 1861, l’alfabetizzazione divenne una delle grandi sfide del nuovo Stato. In molti paesi, però, le scuole erano ancora ospitate in edifici inadatti, poco salubri e insufficienti ad accogliere tutti i bambini. Anche Montebello viveva questa situazione. Don Vittore comprese che una comunità poteva crescere davvero solo investendo nell’educazione delle nuove generazioni. Per questo motivo non limitò il proprio impegno all’ambito religioso. Accettò anche l’incarico di Ispettore scolastico distrettuale, una figura che aveva il compito di verificare il funzionamento delle scuole, seguire il lavoro degli insegnanti e promuovere il miglioramento dell’istruzione elementare.
Fu un incarico impegnativo. Significava dialogare continuamente con amministratori comunali, autorità governative e responsabili ecclesiastici. Don Vittore non si scoraggiò davanti alle difficoltà burocratiche né alle inevitabili ristrettezze economiche. Per quasi dieci anni sostenne con determinazione la necessità di costruire una vera scuola, capace di offrire ai bambini un ambiente più dignitoso e funzionale. La sua insistenza contribuì a convincere le autorità della necessità dell’opera. Nell’ottobre 1866 concluse il mandato di Ispettore scolastico distrettuale. Due anni più tardi vide finalmente realizzarsi il progetto che aveva sostenuto con tanta convinzione: la nuova scuola elementare sorse a pochi passi dalla chiesa, nell’area dell’attuale piazzale Mario Cenzi. Ancora oggi Don Vittore viene ricordato come uno dei principali promotori di quell’edificio, simbolo della crescita culturale di Montebello.
Gli ultimi anni della sua vita furono più tranquilli, ma non meno intensi. Continuò a seguire la parrocchia, ad assistere i fedeli e a dedicarsi allo studio. I libri occupavano un posto importante nella sua vita. Per un sacerdote dell’Ottocento la biblioteca personale rappresentava uno strumento indispensabile di lavoro, aggiornamento e formazione.
Il 17 marzo 1875 affidò la stesura del suo testamento al notaio Domenico Agostini.
Il testamento inizia con una breve invocazione latina, «Deus in adjutorium meum intende», cioè “O Dio, vieni in mio aiuto”, una formula tradizionale della liturgia cristiana. Subito dopo spiegò perché aveva deciso di predisporre le proprie ultime volontà: «Considerata la instabilità della vita e trovandomi sano di mente e di corpo, intendo e voglio disporre con questo atto di mia ultima volontà.» Sono parole che mostrano serenità e lucidità. Don Vittore non stava necessariamente affrontando una malattia grave. Piuttosto, era consapevole che la vita poteva interrompersi in qualsiasi momento e riteneva prudente organizzare con ordine i propri beni.
Il sacerdote definì il suo patrimonio «la mia piccola facoltà», espressione che all’epoca indicava semplicemente l’insieme dei beni posseduti. Scelse come erede universale il fratello Gioachino, affidandogli però l’obbligo di rispettare tutti i lasciti previsti nel testamento. I primi destinatari furono i familiari. Alla sorella Caterina, rimasta vedova, destinò seicento lire, mentre ai figli della sorella Angela, già scomparsa, lasciò duecentocinquanta lire da dividere tra tutti. Erano somme che avrebbero rappresentato un concreto aiuto economico. Pensò poi alla propria dimensione spirituale, lasciando trecento lire a don Francesco Marchioro con l’incarico di celebrare cento Messe in suffragio della sua anima. Nell’Ottocento questa era una pratica molto diffusa: i fedeli chiedevano che, dopo la loro morte, venissero celebrate Messe come forma di preghiera.
Tra tutte le disposizioni testamentarie, una delle più significative riguarda senza dubbio la sua biblioteca. Scrisse infatti: «La mia libreria maggiore con tutti i miei libri sarà trasportata in una Sagrestia della Chiesa Prepositurale a servizio di tutti i Sacerdoti di questa Vicarìa.» La sagrestia è il locale della chiesa dove si custodiscono gli arredi sacri, mentre la vicarìa era il raggruppamento di più parrocchie. Don Vittore desiderava che i suoi libri continuassero a essere consultati dai sacerdoti, trasformando un patrimonio personale in un bene condiviso.
Questa scelta racconta molto del suo carattere. Per lui i libri non erano un oggetto da conservare gelosamente, ma uno strumento da mettere al servizio della formazione e della cultura. Colpisce anche un’altra breve disposizione: «Rimetto indistintamente tutti i miei crediti e prego i miei debitori di ricordarsi dell’anima mia.» Rinunciava cioè a riscuotere qualsiasi somma ancora dovuta, preferendo cancellare ogni debito. In cambio chiedeva soltanto un ricordo nella preghiera.
Non mancò un pensiero verso chi viveva nella povertà. Lasciò mille lire alla Congregazione di Carità dell’Istituto Elemosiniere di San Giovanni, l’ente che amministrava l’ospedale e organizzava l’assistenza ai bisognosi. Con grande semplicità aggiunse: «La mia condizione per ora non mi permette di più, volendo fare per i poveri quello che posso finché vivo.» In questa frase emerge tutta la sua umiltà. Non si presenta come un benefattore, ma come una persona che cerca di aiutare secondo le proprie possibilità. Il testamento rivela anche la riconoscenza verso chi gli era stato vicino. Chiese all’amico don Giovanni Palma di occuparsi gratuitamente dell’esecuzione delle sue volontà, autorizzandolo a scegliere un libro della sua biblioteca come ricordo. Manifestò inoltre il proprio affetto verso don Girolamo Dalla Barba e verso il cappellano che sarebbe stato presente al momento della sua morte, permettendo a ciascuno di conservare un oggetto della canonica. Perfino i domestici Francesco Faedo e Maddalena Guizzon furono ricordati con un lascito di cento lire ciascuno, se ancora al suo servizio.
Infine dispose che, dopo la sua morte, fossero celebrate le principali commemorazioni previste dalla tradizione cattolica: il Terzo, il Settimo, il Trigesimo e il Capo d’anno, celebrazioni religiose che si svolgevano rispettivamente tre giorni, sette giorni, trenta giorni e un anno dopo il decesso. Le ultime righe del documento sono forse le più toccanti. Scrisse: «Così disposta la mia facoltà prego tutti di raccomandarmi al Signore… Gesù, Giuseppe e Maria ricevete in pace l’anima mia.» È il saluto di un uomo che affida serenamente il proprio destino alla fede che aveva guidato tutta la sua esistenza. Don Vittore Porra morì il 13 aprile 1877 nella canonica di Montebello. Aveva dedicato quasi diciotto anni alla guida della parrocchia e lasciava una comunità diversa da quella che aveva trovato. La nuova scuola era ormai una realtà, molti giovani avevano avuto maggiori opportunità di istruzione e il suo esempio continuava a vivere nelle opere che aveva promosso.
La sua eredità, però, non si misura soltanto negli edifici o nei documenti conservati negli archivi. Si ritrova soprattutto nell’idea che attraversò tutta la sua vita: una comunità cresce quando la cultura, l’educazione e la solidarietà camminano insieme. È probabilmente questo il messaggio più attuale lasciato da Don Vittore Porra, un sacerdote che seppe guardare oltre il proprio tempo e comprendere che investire nella scuola significava investire nel futuro delle persone.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, U. Ravagnani e M. E. Dalla Gassa, LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO, Amici di Montebello, 2018, Montebello Vicentino.
FOTO: La vecchia Scuola Elementare di Montebello Vicentino (particolare). Da una fotografia aerea del 1925 (archivio fotografico V. Crosara – Rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
VEDI anche l’art. [282] VITTORE PORRA – Uno dei padri della scuola elementare di Montebello (21-04-2022).

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SANT’EGIDIO

[504] SANT’EGIDIO – Tra guerre, devozione e vita quotidiana

L’Oratorio di Sant’Egidio, a Montebello Vicentino, è uno di quei luoghi che, a prima vista, potrebbero sembrare semplici edifici di campagna. Eppure, dietro le sue mura si nasconde una storia che parla di guerre lontane, di famiglie influenti, di amministratori locali e soprattutto di una comunità che desiderava conservare un punto di riferimento per la propria vita religiosa. A raccontarla sono due documenti tramandati, una cronaca manoscritta di Domenico Cenzatti nella seconda metà del Seicento e un altro del notaio Domenico Cenzatti, omonimo del precedente, in un atto notarile alla fine del Settecento, che permettono di seguire le vicende dell’oratorio.
Per comprendere ciò che accadde bisogna partire da un evento che interessò tutta la Repubblica di Venezia. Nel 1655 lo Stato veneziano era impegnato nella lunga guerra di Candia contro l’Impero Ottomano. Il conflitto, combattuto per il controllo dell’isola di Creta, assorbiva enormi risorse economiche e costringeva la Repubblica a cercare nuove entrate. Secondo la cronaca manoscritta di Domenico Cenzatti, Venezia chiese quindi al Papa l’autorizzazione a disporre dei beni appartenenti ad alcuni monasteri, così da poterli vendere e contribuire a finanziare le spese della guerra. Le conseguenze di quella decisione si fecero sentire anche nel territorio di Montebello. La cronaca ricorda che già nel 1659 il convento e i terreni di San Francesco furono messi all’asta e acquistati da un certo Castellani per settecento ducati, la moneta d’oro allora in uso nella Repubblica.
La situazione dell’Oratorio di Sant’Egidio seguì invece un percorso diverso. Le proprietà agricole sembrano essere state vendute soltanto nel 1689 al dottor Francesco Viviani, mentre la chiesetta era già passata nelle sue mani tre anni prima. Cenzatti riferisce infatti che nel 1686 Francesco Viviani l’aveva acquistata dai Procuratori di Venezia, una delle più importanti magistrature della Repubblica, che amministrava anche numerosi beni pubblici ed ecclesiastici. L’interesse della famiglia Viviani per Sant’Egidio non si limitò all’acquisto dell’edificio. L’anno seguente fu costruito un nuovo altare dedicato al santo, segno di una particolare attenzione verso quel luogo di culto. Lo stesso cronista, però, segnala un dettaglio curioso: in un altro punto della sua cronaca attribuisce già al 1650 un restauro e un ampliamento dell’oratorio sempre a un dottor Francesco Viviani. Se questa data fosse corretta, la famiglia avrebbe dimostrato la propria devozione a Sant’Egidio ancora prima della vendita dei beni ecclesiastici. Cenzatti non chiarisce questa apparente contraddizione, limitandosi a registrarla.
Il cronista propone anche un’ipotesi interessante. Secondo lui il Comune di Montebello potrebbe aver acquistato all’asta l’ex convento di Sant’Egidio, cedendolo successivamente ai Viviani. A sostegno di questa idea richiama una tradizione ormai consolidata: il Comune provvedeva infatti a far celebrare regolarmente la Messa festiva nell’oratorio. Per Cenzatti questo sarebbe stato « probabilmente l’onere che esso stesso si impose nell’acquisto dell’ex convento di S. Egidio », cioè un impegno assunto dalla comunità come parte dell’operazione.
Passano quasi cento anni e un altro documento datato 5 giugno 1795 permette di osservare come quel legame tra la famiglia Viviani e la comunità di Montebello fosse ancora saldo. Redatto a Vicenza dal notaio Domenico Cenzatti, racconta un accordo che nasce da un’esigenza molto concreta: offrire agli abitanti della contrada di Sant’Egidio la possibilità di assistere alla Messa nei giorni festivi senza dover raggiungere la chiesa parrocchiale.
Per ottenere questo risultato, i Governatori della Spettabile Comunità di Montebello, cioè gli amministratori del Comune dell’epoca, si rivolsero a Batta Viviani, figlio del defunto Francesco e proprietario della chiesetta.
Nel documento viene indicato come “jus patrono”, un’espressione latina che significa titolare del diritto di patronato. In pratica era il proprietario che, in virtù di un antico diritto, conservava alcune prerogative sulla chiesa, pur nel rispetto delle norme ecclesiastiche. La richiesta fu accolta favorevolmente. Il documento racconta infatti che Batta Viviani aderì « ben volentieri » alla domanda dei Governatori, concedendo l’uso della chiesetta per la celebrazione della Messa domenicale e festiva.
Quella disponibilità, tuttavia, era accompagnata da alcune condizioni molto precise. La principale stabiliva che il permesso potesse essere revocato in qualsiasi momento per volontà del proprietario. Il testo specifica infatti che la concessione sarebbe rimasta « sempre removibile a suo arbitrio », senza che la Comunità potesse opporsi.
Subito dopo compare anche la formula latina « ad nutum », che significa letteralmente “a un cenno”. Nel linguaggio giuridico indicava la facoltà di revocare una concessione liberamente, senza dover fornire particolari motivazioni. Era quindi un modo per ribadire che la proprietà dell’oratorio e le decisioni fondamentali restavano nelle mani della famiglia Viviani. L’accordo affrontava poi un aspetto altrettanto importante: la conservazione della chiesetta e di tutto ciò che serviva per il culto. Batta Viviani consegnava ai rappresentanti della Comunità gli arredi sacri e i mobili presenti nell’edificio, accompagnandoli con un inventario dettagliato. Gli oggetti venivano affidati « senza, per altro, nessuna stima », cioè senza attribuire loro un valore economico, ma con l’obbligo di custodirli accuratamente e di restituirli nelle stesse condizioni qualora la concessione fosse stata ritirata.
Il documento precisa infatti che gli arredi dovevano essere mantenuti « sempre capaci di servir con decenza alla celebrazione della Santa Messa ». Con il termine “decenza” si intendeva uno stato di ordine, pulizia e buona conservazione, ritenuto indispensabile per il rispetto del luogo sacro. Le responsabilità erano distribuite con precisione. Alla Comunità spettava acquistare la cera per le candele e procurare gli eventuali arredi mancanti necessari alle celebrazioni organizzate per la popolazione. Quando invece la Messa veniva fatta celebrare dalla famiglia Viviani, era quest’ultima a sostenere le relative spese. Restavano invece sempre a carico del proprietario gli interventi di manutenzione dell’edificio. Il documento afferma infatti che « staranno a debito di esso Viviani… li necessari e decenti restauri con vetriate ed altro di detta chiesetta », confermando come la famiglia continuasse a prendersi cura della struttura.
L’inventario allegato all’atto offre oggi una rara occasione per immaginare l’interno dell’oratorio alla fine del Settecento. Tra gli oggetti compare un calice d’argento con il piede in ottone e la relativa patena d’argento, cioè il piccolo piatto utilizzato durante la celebrazione eucaristica per deporvi l’ostia consacrata. Il documento precisa persino che il complesso era stato valutato ottantatré lire dall’orefice Sorè.
Sono poi elencati due messali: uno destinato alle celebrazioni ordinarie e uno utilizzato durante le Messe in suffragio dei defunti. Compare inoltre un « paramento ò sia pianeta », vale a dire la veste liturgica indossata dal sacerdote durante la celebrazione, accompagnata dagli altri accessori necessari. L’elenco continua con quattro candelieri in ottone, una croce dello stesso materiale, due campanelli, una lampada, tre antiche tavolette liturgiche, un lettorile, cioè un leggio per sostenere il messale, un armadietto destinato al calice, un altro mobile con tre cassetti, un inginocchiatoio, cinque banchi e tre tovaglie d’altare già descritte come « lacere », segno che erano ormai consumate dall’uso.
Sono dettagli che, a prima vista, potrebbero sembrare secondari. In realtà raccontano la quotidianità di una piccola chiesa frequentata con regolarità. Ogni oggetto aveva una funzione precisa e contribuiva allo svolgimento delle celebrazioni. Anche la presenza di tovaglie ormai logore dimostra che l’oratorio non era un edificio chiuso o poco utilizzato, ma un luogo vissuto dalla popolazione della contrada.
Ciò che emerge con maggiore evidenza dall’intero documento è il rapporto di collaborazione instaurato tra la famiglia Viviani e la Comunità di Montebello. Da una parte il proprietario conservava i propri diritti e continuava a farsi carico della manutenzione della chiesetta; dall’altra il Comune si impegnava a garantire il regolare svolgimento delle celebrazioni festive e la corretta custodia degli arredi.
A distanza di oltre due secoli, queste pagine non raccontano soltanto un accordo amministrativo. Restituiscono uno spaccato della vita di una comunità che considerava l’Oratorio di Sant’Egidio un punto di riferimento religioso e sociale. Attraverso le clausole dell’atto, l’elenco degli oggetti e le firme dei Governatori si percepisce la volontà comune di preservare un luogo caro agli abitanti, affinché continuasse a svolgere il suo ruolo anche per le generazioni future. È proprio questa attenzione condivisa che ha permesso all’oratorio di attraversare il tempo, lasciando ancora oggi una preziosa testimonianza della storia di Montebello.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, RACCOLTA STORICA DI MONTEBELLO VICENTINO VOL. II, Amici di Montebello, 2015, Montebello Vicentino.
FOTO: 1) L’interno dell’oratorio di Sant’Egidio il 1° Settembre 2024 con la celebrazione della S. Messa da parte di Don Eugenio Xompero (foto Umberto Ravagnani).
2) Dietro l’altare le scritte che ricordano il pregevole lavoro di restauro eseguito nel 2021 da Michelangelo Valbona, Bruno Turetta, Enrico Valente e i suoi collaboratori (foto Umberto Ravagnani).
VEDI anche l’art. [355] L’ORATORIO DI SANT’EGIDIO (14-09-2023).

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L’ULTIMO ASSALTO

[503] L’ULTIMO ASSALTO
Quando il dovere supera la paura

L’autunno del 1918 stava lentamente avvolgendo le campagne francesi. I boschi di Bois de la Bovette, dopo quattro anni di guerra, non avevano più l’aspetto dei luoghi attraversati un tempo da contadini e viandanti. Gli alberi erano spezzati dall’artiglieria, il terreno scavato da crateri, l’aria impregnata dell’odore acre della polvere da sparo. Ogni metro conquistato era costato settimane di combattimenti, eppure la guerra non sembrava ancora disposta a concedere tregua. In quel paesaggio sconvolto, il 2 ottobre 1918, un sergente montebellano guidava il proprio plotone verso una postazione di mitragliatrice tedesca. Aveva soltanto ventitré anni. Si chiamava Eugenio Marana.
Oggi il suo nome compare in poche righe di archivio, tra un elenco di decorati al valore e i registri dei caduti della Grande Guerra. Sono documenti essenziali, asciutti, scritti con il linguaggio impersonale dell’amministrazione militare. Eppure, dietro quelle parole essenziali, si intravede una storia che parla di coraggio, responsabilità e di una generazione cresciuta troppo in fretta, costretta a diventare adulta mentre l’Europa bruciava.
Eugenio Marana nacque il 12 gennaio 1895. Era figlio di Girolamo Marana e di Francesca Dalla Valle. Di lui, prima della guerra, le fonti oggi conosciute non raccontano molto. Sappiamo che di mestiere faceva il contadino, ma non sappiamo quali fossero i suoi interessi o quali sogni coltivasse. Non conosciamo il colore della sua voce, né il contenuto delle eventuali lettere inviate a casa. La documentazione conservata ci restituisce soltanto ciò che la storia ufficiale ha ritenuto necessario tramandare.
Ed è proprio questo silenzio a rendere ancora più potente ciò che invece conosciamo.
Quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, nel maggio del 1915, Eugenio aveva vent’anni. Come centinaia di migliaia di giovani italiani, vide la propria vita cambiare improvvisamente direzione. Nel giro di pochi mesi il mondo quotidiano lasciò spazio all’uniforme, all’addestramento e alla disciplina militare. La guerra, che molti immaginavano breve, si trasformò invece in un conflitto destinato a durare anni e a coinvolgere intere generazioni.
Il suo percorso nell’Esercito emerge lentamente dai documenti. Il 1° settembre 1916 fu promosso sergente. Era una responsabilità importante. Il sergente non era soltanto un graduato: era il comandante più vicino ai soldati, colui che divideva con loro ogni marcia, ogni trincea e ogni assalto. Doveva mantenere l’ordine, trasmettere gli ordini degli ufficiali e, soprattutto, essere il primo a dare l’esempio quando il combattimento diventava più difficile. Eugenio prestava servizio nella Brigata “Napoli”, composta dal 75° e dal 76° Reggimento Fanteria. Per quella brigata, come per gran parte dell’Esercito italiano, i primi anni di guerra furono segnati dalle interminabili battaglie combattute lungo il fronte dell’Isonzo e nelle zone montane del Nord-Est. Era una guerra fatta di attese, di fango, di freddo, di avanzate misurate in poche decine di metri e di sacrifici enormi per conquistare posizioni che spesso venivano perdute nel giro di pochi giorni. Poi arrivò l’autunno del 1917.
La Battaglia di Caporetto sconvolse il fronte italiano e costrinse l’esercito a una lunga ritirata fino al Piave. Fu uno dei momenti più drammatici della storia nazionale. Eppure proprio da quella crisi nacque una nuova organizzazione delle forze italiane. Mentre il fronte interno veniva consolidato, gli Alleati decisero di rafforzare la cooperazione militare.
Nell’aprile del 1918 il II° Corpo d’Armata italiano, comandato dal generale Alberico Albricci, ricevette l’ordine di partire per la Francia. Tra le brigate scelte figurava anche la “Napoli”. Per Eugenio e per i suoi compagni significava lasciare definitivamente il fronte italiano per raggiungere un teatro di guerra completamente diverso.
Il viaggio verso la Francia rappresentò qualcosa di più di un semplice spostamento militare. Era il segno concreto dell’impegno italiano all’interno dello sforzo comune degli Alleati. Migliaia di fanti attraversarono le Alpi per combattere accanto ai francesi proprio mentre l’esercito tedesco stava tentando la sua ultima grande offensiva.
Le cronache militari raccontano che i reparti italiani si distinsero rapidamente. Tra il giugno e il luglio del 1918 furono protagonisti della difesa del settore di Bligny e della Montagna di Reims, opponendosi con determinazione agli attacchi tedeschi durante la Seconda battaglia della Marna. Fu uno scontro durissimo, nel quale le brigate italiane conquistarono la stima degli alleati francesi per la tenacia dimostrata. Ma la guerra non finì a Bligny.
Respinta l’offensiva tedesca, gli Alleati passarono al contrattacco. Cominciò una lenta e continua avanzata che, settimana dopo settimana, costrinse le truppe tedesche a ripiegare. Anche la Brigata “Napoli” seguì quell’avanzata, combattendo nel settore dell’Aisne. Fu lì che entrò in scena il Bois de la Bovette.
Oggi quel nome è poco conosciuto, ma nell’autunno del 1918 identificava uno dei tanti punti in cui la guerra continuava a consumarsi con straordinaria violenza. Boschi, piccoli rilievi e postazioni fortificate trasformavano ogni avanzata in una prova estenuante. Le mitragliatrici dominavano il terreno. Bastavano pochi uomini ben nascosti per arrestare l’intero slancio di una compagnia. Il 2 ottobre la Brigata “Napoli” era impegnata proprio in quel settore.
Le fonti ufficiali non descrivono minuto per minuto ciò che accadde. Non raccontano la disposizione dei reparti, né le condizioni atmosferiche o la durata dello scontro. Conservano però il fatto essenziale, quello che convinse i superiori a proporre Eugenio Marana per una decorazione al valore.
La motivazione, pubblicata nel Bollettino Ufficiale n. 75 del 17 settembre 1920 e riportata anche nel volume I vicentini decorati al valore militare nella guerra 1915-18, recita: « Scoperta una mitragliatrice nemica, alla testa del proprio plotone arditamente si spingeva avanti per catturarla, ma colpito da una granata avversaria, lasciava la vita sul campo. » Sono appena ventisei parole.
Eppure bastano per restituire l’essenza di quell’ultimo combattimento. Eugenio non rimase nelle retrovie. Non si limitò a impartire ordini. Guidò personalmente il proprio plotone verso la posizione nemica. La formula “alla testa del proprio plotone” ha un significato preciso nel linguaggio delle ricompense militari: indica un comandante che affronta il medesimo rischio dei propri uomini, avanzando con loro sotto il fuoco avversario. L’obiettivo era una mitragliatrice.
Durante la Prima guerra mondiale queste armi rappresentavano uno degli ostacoli più temuti dalla fanteria. Potevano bloccare un’intera avanzata e costringere i soldati a rimanere immobili sotto il tiro nemico. Neutralizzarle significava spesso decidere l’esito di un attacco. Fu tentando di conquistarne una che Eugenio Marana trovò la morte.
Una granata esplose durante l’azione e lo colpì mortalmente. Aveva ventitré anni. Mancavano poco più di cinque settimane all’armistizio dell’11 novembre 1918 che avrebbe posto fine ai combattimenti sul fronte occidentale. Come accadde a migliaia di altri soldati, la pace arrivò troppo tardi. Il suo sacrificio venne ufficialmente riconosciuto due anni dopo con il conferimento della Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Non era un riconoscimento attribuito automaticamente ai caduti. Veniva concesso sulla base di una precisa ricostruzione dell’azione compiuta e rappresentava il modo con cui l’Esercito intendeva fissare nella memoria un comportamento ritenuto esemplare.
Dopo la guerra molti dei militari italiani caduti sul fronte francese furono raccolti nel Cimitero Militare Italiano di Bligny, costruito per riunire le sepolture sparse nei luoghi dei combattimenti della Marna e dell’Aisne. È molto probabile che anche Eugenio Marana vi riposi oggi, insieme a migliaia di commilitoni del II Corpo d’Armata. Tuttavia questa circostanza richiede ancora la conferma attraverso il registro originale delle sepolture, poiché la documentazione consultabile finora non consente di affermarlo con assoluta certezza. A oltre un secolo di distanza, la sua vicenda continua a riemergere grazie ai documenti. Ogni archivio aggiunge un tassello. Un registro anagrafico restituisce la data di nascita. Un foglio matricolare racconta la promozione a sergente. Un bollettino ufficiale conserva le parole della decorazione. Un volume dedicato ai decorati vicentini impedisce che quel nome venga dimenticato. Sono frammenti, apparentemente piccoli, ma sufficienti a ricostruire il profilo di un uomo. Non quello di un eroe costruito dalla retorica, bensì quello di un giovane che attraversò uno dei periodi più difficili della storia italiana, assunse responsabilità sempre maggiori e rimase accanto ai propri uomini fino all’ultimo combattimento. Forse è proprio questo l’aspetto che colpisce di più.
Le grandi guerre vengono spesso raccontate attraverso le strategie dei generali, le decisioni dei governi o le date delle grandi battaglie. Ma la loro vera dimensione umana si ritrova nelle storie individuali, in quei nomi che rischiano di diventare soltanto un’incisione su una lapide o una riga in un registro militare. Eugenio Marana è uno di quei nomi. Un giovane diventato sergente durante la guerra, partito con la Brigata “Napoli” verso la Francia e caduto nel Bois de la Bovette mentre guidava il proprio plotone contro una mitragliatrice nemica. Di lui la storia non ha conservato molte parole. Quelle poche, però, continuano ancora oggi a raccontare una vita intera.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:  – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
FOTO: Eugenio Marana in una foto restaurata da una cartolina postale del 1920.

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UNA STORIA DIMENTICATA

[502] UNA STORIA DIMENTICATA
La lunga vita del Capomastro

La storia di Giuseppe Guarda attraversa quasi novant’anni di vita italiana. Comincia in un piccolo paese del Vicentino alla fine dell’Ottocento e si conclude nell’estate del 1980, dopo che il mondo attorno a lui era cambiato più volte. Quando morì, il 4 agosto 1980, aveva ottantanove anni e quasi due mesi. Aveva visto nascere il nuovo secolo, aveva assistito a due guerre mondiali e aveva attraversato decenni di trasformazioni che avevano modificato profondamente il volto dell’Italia.
A Montebello Vicentino, dove era nato l’8 giugno 1891, Giuseppe era conosciuto anche con un soprannome che accompagnava la sua famiglia: “Capomastro”. Era parente dell’omonimo costruttore dell’Oratorio della Sacra Famiglia, anche lui etichettato come “Capomastro” ma figlio di Giovanni Battista. Nei paesi di allora i soprannomi avevano spesso un’importanza particolare. Servivano a distinguere le famiglie, a identificarle immediatamente all’interno della comunità. Talvolta finivano quasi per affiancare il cognome stesso, diventando parte della memoria collettiva locale. Nella ormai scomparsa (aggiornata) lapide, nel cimitero di Montebello, stava scritto “Famiglia Guarda Capimastri”.
Figlio di Achille Guarda e di Angela Castaman, Giuseppe crebbe in una realtà molto diversa da quella che conosciamo oggi. Le campagne dominavano il paesaggio, il lavoro seguiva il ritmo delle stagioni e gli spostamenti erano limitati. Per molti giovani della sua generazione, il mondo sembrava fermarsi poco oltre i confini del proprio paese. Eppure, proprio mentre Giuseppe stava diventando adulto, l’Italia iniziava a guardare sempre più oltre i propri confini. Il giovane Regno d’Italia cercava un ruolo tra le potenze europee e perseguiva ambizioni coloniali che avrebbero portato il Paese a confrontarsi con l’Impero Ottomano.
Nel Ruolo Matricolare di Giuseppe compare una delle prime informazioni significative della sua esperienza militare: la partecipazione alla campagna di guerra italo-turca del 1911-1912. Nel 1911 aveva vent’anni. Era ancora un ragazzo secondo i criteri dell’epoca, ma abbastanza grande da essere coinvolto negli eventi che stavano prendendo forma. La guerra italo-turca scoppiò il 29 settembre 1911 e terminò il 18 ottobre 1912. L’obiettivo dell’Italia era ottenere il controllo della Tripolitania e della Cirenaica, territori appartenenti all’Impero Ottomano che in seguito sarebbero stati associati alla Libia italiana.
Le fonti non permettono di sapere in quale reparto fosse inquadrato né in quali località abbia operato. Non possiamo confermare dettagli ulteriori. Possiamo però affermare con certezza che prese parte a quella campagna e che si trovò coinvolto in una guerra combattuta lontano dalla sua terra d’origine.
Per un giovane proveniente da Montebello Vicentino, il distacco doveva essere notevole. La distanza geografica era enorme, ma ancora più grande era probabilmente la distanza culturale e ambientale. Molti soldati italiani si trovarono per la prima volta davanti a paesaggi, condizioni climatiche e realtà completamente diverse da quelle conosciute. Quella guerra occupa un posto particolare nella storia. Fu infatti uno dei primi conflitti in cui vennero impiegati gli aeroplani per scopi militari. Si trattava di una novità assoluta che, all’epoca, suscitò curiosità e interesse. Senza che i contemporanei potessero immaginarlo pienamente, quelle innovazioni anticipavano alcuni aspetti delle guerre che avrebbero segnato il resto del secolo.
Terminata la campagna, Giuseppe tornò alla vita civile. Nel 1911 risulta residente a Montebello Vicentino e per alcuni anni la documentazione non registra altri eventi militari rilevanti. Sembrava una fase di relativa tranquillità.
Ma l’Europa stava cambiando rapidamente.
Nel 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale. Inizialmente l’Italia rimase neutrale, osservando gli sviluppi del conflitto. Nel corso dei mesi successivi, tuttavia, il quadro politico cambiò e il Paese si preparò all’ingresso in guerra. Anche per Giuseppe arrivò il momento di tornare in uniforme. Il 22 aprile 1915 fu richiamato alle armi nel 113° Reggimento Fanteria della Brigata Mantova. Aveva quasi ventiquattro anni e possedeva già una precedente esperienza militare. Questo elemento lo distingueva da molti giovani che stavano affrontando per la prima volta la vita di caserma e la disciplina dell’esercito.
La guerra che lo attendeva era però diversa da quella combattuta in Africa. Non si trattava di una campagna relativamente circoscritta, ma di un conflitto destinato a coinvolgere milioni di uomini. Le operazioni militari si sarebbero svolte in ambienti difficili, spesso caratterizzati da montagne, alture e posizioni fortificate.
I documenti non raccontano la sua quotidianità durante quei mesi. Non sappiamo quali fossero le sue impressioni, né quali rapporti avesse con i commilitoni. Tuttavia, le successive annotazioni permettono di intuire che il suo percorso all’interno dell’esercito stava assumendo un’importanza crescente. Il 1° dicembre 1915 venne promosso sergente. La promozione non rappresentava soltanto un avanzamento formale. Un sergente era chiamato a svolgere funzioni essenziali per la vita del reparto. Doveva trasmettere ordini, coordinare uomini e contribuire alla gestione delle attività quotidiane. In un esercito impegnato in guerra, tali responsabilità assumevano un valore ancora maggiore.
L’avanzamento suggerisce che Giuseppe fosse considerato affidabile dai superiori. Le fonti non spiegano i motivi specifici della promozione, ma il passaggio a un grado superiore indica chiaramente una crescita del suo ruolo.
Il conflitto continuava nel frattempo a richiedere uomini preparati e capaci di assumere incarichi sempre più impegnativi. Le necessità operative spinsero l’esercito a formare nuovi ufficiali, individuando personale che avesse dimostrato competenza ed esperienza. Anche Giuseppe entrò in questo percorso. Il 31 luglio 1916 fu nominato allievo ufficiale di complemento nel 113° Reggimento Fanteria. Si trattava di un passaggio importante. Diventare allievo ufficiale significava essere avviato verso funzioni di comando. Non era un riconoscimento automatico. Comportava nuove responsabilità e una preparazione adeguata ai compiti che lo attendevano.
La sua situazione cambiò rapidamente.

Il giorno successivo, il 1° agosto 1916, risulta in servizio presso il 32° Reggimento Fanteria della Brigata Siena.
Dietro questa annotazione si può cogliere uno degli aspetti tipici della vita militare durante la guerra: il continuo adattamento. Cambiare reparto significava inserirsi in una nuova realtà, conoscere nuovi superiori e collaborare con uomini provenienti da contesti differenti. A quel punto Giuseppe aveva accumulato un bagaglio di esperienza significativo. Aveva partecipato alla campagna italo-turca, era stato richiamato durante la Prima guerra mondiale e aveva ottenuto avanzamenti progressivi all’interno dell’esercito. Gli anni successivi furono particolarmente intensi per le forze armate italiane. Le difficoltà del conflitto richiedevano ufficiali preparati e capaci di assumere responsabilità dirette. Il riconoscimento più importante della sua carriera documentata arrivò il 26 maggio 1918. In quella data venne promosso sottotenente di complemento dell’Arma di Fanteria.
Aveva ventisei anni. Per un giovane nato in un piccolo paese veneto, si trattava di un traguardo rilevante. Il grado di sottotenente comportava responsabilità di comando e un ruolo di riferimento per i soldati affidati alla sua guida.
La promozione avvenne in una fase cruciale della guerra. Il conflitto sarebbe terminato pochi mesi dopo, ma nel maggio del 1918 il suo esito non era ancora scritto. Gli ufficiali erano chiamati a svolgere compiti delicati in un contesto che continuava a essere estremamente complesso. Le informazioni disponibili si fermano sostanzialmente qui. Oltre questo punto, il Ruolo Matricolare non fornisce ulteriori dettagli sul suo percorso militare. Non possiamo confermare quali incarichi abbia ricoperto successivamente né quali siano stati gli sviluppi della sua vita professionale. Possiamo però osservare il quadro complessivo. Giuseppe Guarda apparteneva a quella generazione che vide l’Italia passare dalle ambizioni coloniali della guerra di Libia alle immense prove della Prima guerra mondiale. Nel giro di pochi anni attraversò esperienze che modificarono il destino di milioni di persone.
Dopo la fine del conflitto, la sua vita proseguì ancora per molti decenni. Sappiamo che visse abbastanza a lungo da assistere ai profondi cambiamenti del Novecento. Quando nacque, i fratelli Wright non avevano ancora compiuto il loro primo volo. Quando morì, nell’agosto del 1980, l’uomo aveva già camminato sulla Luna da oltre un decennio. Tra questi due estremi si colloca l’esistenza di Giuseppe Guarda, il “Capomastro” di Montebello Vicentino. Un uomo la cui storia ci è arrivata attraverso poche annotazioni ufficiali, ma che permette ancora oggi di intravedere il percorso di un soldato e di una generazione intera. Le date registrate nei documenti raccontano promozioni, trasferimenti e incarichi; dietro quelle righe emerge invece il cammino di una persona che attraversò quasi novant’anni di storia italiana, conservando il proprio posto nella memoria della comunità che lo aveva visto nascere.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:  – O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18”, 2014.
– E.Gasparella, “Come si visse la Guerra 15/18 Memorie”, 1928.
– G.Tomasoni, C.Nuvoli, “La Grande Guerra raccontata dalle cartoline”, Lavis (Tn), 2004.
FOTO: 1) Cartolina d’epoca, Cartolina diffusa nel 1911 – 1912 che esalta “i valorosi combattenti nel nome d’Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica”.
2) La lapide della tomba della famiglia Guarda, nel cimitero di Montebello Vicentino, com’era fino al gennaio 1995, prima del completo restauro (cortesia di Martine Audain).

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GEMMA CENZATTI E ADA NEGRI

 

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MONTEBELLO VICENTINO

[500] MONTEBELLO VICENTINO
500 finestre aperte sul passato

Cinquecento articoli. Letto così, può sembrare semplicemente un numero. Eppure, dietro questo traguardo si nasconde un lavoro lungo anni, costruito con pazienza, passione e desiderio di conoscere meglio la storia di Montebello Vicentino. Ogni articolo pubblicato rappresenta una ricerca, una scoperta, una domanda alla quale si è cercato di dare risposta. Messo insieme agli altri, diventa parte di un racconto molto più grande: quello di una comunità che nel corso dei secoli ha costruito il proprio territorio, la propria identità e la propria memoria.
Raggiungere il cinquecentesimo articolo significa fermarsi per un momento e guardare il cammino percorso. Significa rendersi conto di quante persone, luoghi, documenti e vicende siano passati attraverso queste pagine. Significa anche comprendere quanto sia ricca la storia di una realtà locale che, a prima vista, potrebbe sembrare piccola, ma che in realtà custodisce una straordinaria quantità di esperienze umane.
Fin dall’inizio, il nostro obiettivo è stato quello di raccontare il passato di Montebello in modo accessibile, cercando di avvicinare alla storia anche chi non possiede conoscenze specifiche. Spesso si pensa che la storia sia fatta soltanto di re, guerre o grandi eventi. In realtà la storia è molto di più. È fatta anche delle persone comuni che hanno abitato un paese, lavorato nei campi, frequentato le scuole, costruito case, aperto attività e affrontato le difficoltà del proprio tempo.
Per questo motivo abbiamo cercato di raccogliere e raccontare vicende molto diverse tra loro. Alcune riguardano eventi importanti, altre episodi apparentemente semplici. Tutte, però, contribuiscono a comprendere meglio il mondo che ci circonda e il modo in cui è arrivato fino a noi.
Nel corso degli anni abbiamo compiuto un lungo viaggio attraverso le varie epoche storiche. Siamo partiti dalla Preistoria, il periodo che precede l’invenzione della scrittura. Può sembrare un tempo lontanissimo, quasi impossibile da immaginare, eppure anche il territorio di Montebello conserva tracce della presenza umana risalenti a quelle epoche. Gli studiosi ricostruiscono la vita di quei tempi grazie ai reperti archeologici, cioè agli oggetti e alle testimonianze materiali lasciate dalle popolazioni antiche.
Successivamente abbiamo attraversato il Medioevo, che convenzionalmente si colloca tra il V e il XV secolo. Quando si parla di Medioevo vengono subito in mente castelli e cavalieri, ma quella fu soprattutto un’epoca durante la quale le comunità locali iniziarono a sviluppare molte delle caratteristiche che ancora oggi possiamo riconoscere nel territorio. Le campagne, le attività produttive, le istituzioni religiose e le forme di organizzazione sociale contribuirono a modellare il paesaggio e la vita quotidiana.
Il racconto è poi proseguito nell’Età Moderna, il periodo compreso tra la fine del Quattrocento e la fine del Settecento. Furono secoli di profondi cambiamenti. Nuove idee si diffusero in Europa, aumentarono gli scambi commerciali e si trasformarono molti aspetti della società. Anche i centri minori furono coinvolti in questi processi, lasciando tracce che ancora oggi possono essere rintracciate nei documenti e negli edifici storici.
L’Età Contemporanea, infine, ci ha accompagnato fino ai giorni nostri. È il periodo che sentiamo più vicino perché riguarda direttamente le esperienze dei nostri genitori, dei nostri nonni e, in alcuni casi, della nostra stessa generazione. Grazie alla maggiore disponibilità di documenti e testimonianze, è possibile ricostruire con precisione molti aspetti della vita quotidiana e comprendere come il paese sia cambiato nel corso del tempo.
I temi affrontati in questi cinquecento articoli sono stati numerosi. Abbiamo parlato delle famiglie che hanno segnato la storia locale, dei mestieri tradizionali, delle attività economiche, della scuola, della religione, delle trasformazioni urbanistiche e delle persone che hanno lasciato un ricordo nella comunità.
Particolarmente importanti sono stati i racconti dedicati al lavoro. I mestieri del passato rappresentano infatti una preziosa chiave di lettura per comprendere la società di altre epoche. Molte attività che un tempo erano diffuse e indispensabili oggi non esistono più oppure si sono trasformate profondamente grazie al progresso tecnologico. Recuperarne la memoria significa conservare una parte importante della nostra identità collettiva.
Un altro argomento che ha trovato ampio spazio è quello dell’emigrazione. Tra Ottocento e Novecento molte famiglie lasciarono il Veneto e altre regioni italiane per cercare opportunità migliori altrove. Alcuni si trasferirono in altre zone d’Italia, altri raggiunsero paesi molto lontani. Dietro ogni partenza vi erano speranze, sacrifici e spesso anche momenti di grande difficoltà. Raccontare queste esperienze significa ricordare una pagina fondamentale della storia delle nostre comunità. Proprio parlando di emigrazione, non possiamo dimenticare una persona che negli ultimi anni ha offerto un contributo straordinario al nostro sito: Lino Timillero. Nato a Montebello Vicentino nel 1944, emigrò giovanissimo in Australia nel 1967, seguendo quel percorso che tanti italiani della sua generazione intrapresero alla ricerca di nuove opportunità. Nonostante la distanza geografica, mantenne sempre un forte legame con il paese natale e con i ricordi della sua giovinezza.
Negli ultimi anni Lino ci ha inviato ben quarantotto contributi, diventando uno dei collaboratori più generosi e apprezzati del nostro progetto. Attraverso i suoi racconti abbiamo potuto conoscere aspetti della vita quotidiana nella Montebello del dopoguerra, le esperienze dell’infanzia, le abitudini di un tempo, i rapporti tra le persone e le trasformazioni che il paese ha vissuto nel corso dei decenni. Allo stesso tempo, le sue testimonianze ci hanno permesso di comprendere meglio cosa significasse lasciare l’Italia e costruire una nuova vita dall’altra parte del mondo. I suoi scritti rappresentano qualcosa di più di semplici ricordi personali. Costituiscono una testimonianza preziosa di una generazione che ha vissuto profondi cambiamenti sociali ed economici. Grazie alla sua disponibilità, molte esperienze che rischiavano di andare perdute sono state conservate e condivise con tutti i lettori. Purtroppo Lino Timillero è venuto a mancare il 23 febbraio 2025 a Wollongong, in Australia. La sua scomparsa ha lasciato un grande vuoto in chi ha avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. Tuttavia, i suoi racconti continuano a vivere nelle pagine del sito e rappresentano uno degli esempi più significativi di come la memoria personale possa trasformarsi in patrimonio collettivo. Ricordarlo nel momento in cui raggiungiamo il traguardo dei cinquecento articoli ci sembra non solo doveroso, ma anche profondamente coerente con lo spirito che ha sempre guidato il nostro lavoro.
Grande attenzione è stata dedicata anche agli edifici storici. Chiese, ville, abitazioni rurali e altri luoghi del territorio non sono semplicemente costruzioni antiche. Essi rappresentano testimonianze concrete del passato. Ogni edificio racconta qualcosa delle persone che lo hanno costruito, abitato o utilizzato. Osservarli con maggiore consapevolezza permette di comprendere meglio la storia che ci circonda.
Anche la scuola ha occupato uno spazio importante nelle nostre ricerche. Oggi l’istruzione è considerata un elemento essenziale della vita sociale, ma non è sempre stato così. Per molti secoli studiare non era un’opportunità accessibile a tutti. Ricostruire la storia delle scuole locali significa comprendere come siano cambiate le possibilità educative e come si sia evoluta la società. Lo stesso vale per la religione, che per lunghi periodi ha rappresentato uno degli elementi centrali della vita comunitaria. Le parrocchie, le celebrazioni religiose e le attività collegate alla vita della Chiesa hanno avuto un ruolo importante nell’organizzazione sociale del territorio. Comprendere questi aspetti aiuta a interpretare molte tradizioni che ancora oggi fanno parte della nostra cultura.
Naturalmente nessuno studio storico può dirsi completo una volta per tutte. In questi anni abbiamo consultato una grande quantità di fonti: documenti conservati negli archivi, pubblicazioni di storici, fotografie, registri, giornali e testimonianze dirette. Tuttavia la ricerca è un’attività in continua evoluzione. Nuovi documenti possono emergere, nuove interpretazioni possono arricchire ciò che già conosciamo e nuovi contributi possono aiutare a completare il quadro. Per questo motivo abbiamo sempre considerato fondamentale la collaborazione dei lettori. Molte informazioni sono arrivate proprio grazie alla disponibilità di persone che hanno condiviso ricordi di famiglia, fotografie, lettere o racconti tramandati nel tempo. Si tratta di contributi preziosi, perché consentono di conservare una memoria che altrimenti rischierebbe di scomparire.
Uno degli insegnamenti più importanti emersi da questo percorso riguarda il valore della memoria. Viviamo in un’epoca in cui le informazioni scorrono rapidamente e vengono spesso dimenticate con altrettanta velocità. La storia, invece, richiede tempo. Richiede attenzione, pazienza e la volontà di approfondire. Ogni documento conservato, ogni testimonianza raccolta e ogni racconto pubblicato contribuisce a salvare una piccola parte del patrimonio culturale della comunità.
I cinquecento articoli pubblicati fino a oggi testimoniano proprio questo impegno. Non rappresentano soltanto una raccolta di testi, ma un lavoro collettivo che coinvolge autori, studiosi, appassionati e lettori. Ognuno ha contribuito, in misura diversa, a costruire una narrazione sempre più ricca e articolata della storia di Montebello Vicentino. Questo importante traguardo non deve però essere considerato un punto di arrivo. Al contrario, rappresenta una nuova tappa di un percorso che continua. Ci sono ancora documenti da studiare, testimonianze da raccogliere, fotografie da identificare e vicende da approfondire. Ogni generazione aggiunge infatti nuovi capitoli alla storia del paese. La speranza che accompagna questo lavoro è che i racconti pubblicati possano aiutare a guardare il territorio con occhi diversi. Dietro una strada, una casa, una piazza o una tradizione si nascondono spesso vicende che meritano di essere conosciute. Comprendere il passato permette di attribuire un significato più profondo ai luoghi che frequentiamo ogni giorno.
Se questi cinquecento articoli hanno contribuito a rafforzare il legame tra la comunità e la propria storia, hanno raggiunto il loro obiettivo più importante. Perché conoscere il passato non significa soltanto ricordare ciò che è stato, ma comprendere meglio il presente e trasmettere alle generazioni future la consapevolezza delle proprie radici. È questo, in fondo, il valore più autentico di ogni ricerca storica: trasformare la memoria in una risorsa condivisa e mantenere vivo il dialogo tra chi ci ha preceduto, chi vive oggi e chi verrà dopo di noi.
Umberto Ravagnani

COMPOSIZIONE: Un grande mosaico composto da singole scene storiche. Ogni tessera racconta una storia diversa: antichi insediamenti, vita medievale, chiese, scuole, lavoratori, emigranti, famiglie, feste e momenti quotidiani. L’occhio simboleggia una comunità che guarda al proprio passato (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).
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QUARANT’ANNI IN CATTEDRA

 

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MONTEBELLO 1926

 

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LA ROCCA DEI MALTRAVERSO

 

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IL BERSAGLIERE CICLISTA

 

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DAL REGNO ALLA REPUBBLICA

 

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L’ARTIGLIERE

 

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PIETRO CAPRINI

 

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TRA ORDINE E CAOS

 

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RESISTENZA ESTREMA

 

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OLTRE LA VITA

[490] OLTRE LA VITA
Quando il ricordo diventa storia

Ci sono luoghi che, a guardarli di fretta, sembrano non avere nulla da dire. Una facciata, qualche pietra, un edificio che oggi svolge una funzione del tutto ordinaria. Eppure, basta rallentare lo sguardo per accorgersi che certi dettagli custodiscono storie profonde. È il caso del doppio altorilievo sulla facciata dell’antico ospedale di San Giovanni Battista di Montebello Vicentino, oggi casa di riposo. Una figura scolpita, ferma, quasi sospesa, accompagnata da parole in latino. Non è solo decorazione: è memoria.
Quelle iscrizioni non raccontano una sola vicenda, ma due. E soprattutto mostrano due modi diversi di ricordare una persona. Per capirle, però, bisogna fare un passo indietro.1
Nel Quattrocento, nella piazza principale del paese, esisteva già un edificio chiamato ospedale.2 Ma attenzione: nel linguaggio dell’epoca, un “ospedale” non era un luogo di cura nel senso moderno. Era piuttosto un ospizio, cioè una struttura di accoglienza per viandanti, pellegrini e persone in difficoltà. Chi percorreva lunghe distanze aveva bisogno di punti di sosta sicuri, dove trovare un letto, del cibo e magari qualcuno disposto ad ascoltare. Accanto a questo ospizio sorgeva una chiesa dedicata a San Giovanni Battista. Questo insieme – ospizio e chiesa – formava un piccolo centro di assistenza e spiritualità, fondamentale per la comunità. Qui si intrecciavano gesti concreti e valori religiosi, quotidianità e fede. È in questo contesto che emergono le due figure protagoniste: don Nicolò Frigo e Francesco Viviano.
La prima iscrizione è dedicata a don Nicolò Frigo. Il testo si apre con una formula solenne: “A Dio ottimo massimo”. È una frase antica, che deriva dal mondo romano e che i cristiani hanno fatto propria. Significa, in sostanza, che tutto ciò che viene detto è posto sotto lo sguardo di Dio. Subito dopo, l’iscrizione propone una serie di espressioni che descrivono l’uomo. Si parla di “vita innocente”, cioè una vita condotta senza colpe; di “nemico dei vizi”, quindi lontano da comportamenti considerati sbagliati; di una persona “illustre nei costumi”, rispettata per il suo modo di vivere; e infine “chiarissimo per religione”, profondamente devoto.
Non si raccontano fatti specifici. Non si citano incarichi o risultati. Tutto si concentra sull’essenza della persona. È come se la lapide volesse fermare non ciò che Frigo ha fatto, ma ciò che ha rappresentato per chi lo ha conosciuto. Anche il modo in cui viene descritta la morte è significativo. Non si parla di fine, ma di passaggio: “dalla terra al cielo”. Questa espressione riflette una visione molto diffusa nel Seicento: la morte è un momento di transizione, non una conclusione definitiva.
A questo punto entra in scena Francesco Viviano. È lui ad aver voluto questa iscrizione. Viene definito “dottore in diritto”, cioè una persona esperta sia nelle leggi civili sia in quelle religiose. Una figura importante, inserita nella vita pubblica. Eppure, qui non parla come uomo di legge. Si presenta come allievo. Chiama Frigo “suo maestro” e lo descrive come “umanissimo”. Questo termine indicava una persona capace di comprensione, vicina agli altri, non distante o rigida.
Il tono è quasi confidenziale: sembra più una dedica personale che un atto ufficiale. Un gesto che nasce da un rapporto diretto, fatto di insegnamento e stima reciproca.
Passando alla seconda iscrizione, il quadro cambia. Il protagonista ora è proprio Francesco Viviano. Ma non è più lui a parlare: sono altri a ricordarlo. E il linguaggio riflette questa differenza. L’iscrizione si apre con una serie di titoli: “illustrissimo”, “eccellentissimo”, “signore”. Sono formule tipiche dell’epoca, usate per sottolineare il prestigio sociale. Subito dopo viene indicata la sua professione: “giureconsulto”. Anche questo termine, oggi poco usato, indicava un esperto di diritto. Qui non troviamo riferimenti alla sua interiorità o al suo carattere. L’attenzione si sposta sul suo ruolo nella società. In particolare, sul suo legame con l’ospedale di San Giovanni Battista. Viene definito “patrono liberalissimo”.
Per capire bene questa espressione, conviene soffermarsi sui termini. Il patrono era un benefattore, cioè qualcuno che sosteneva un’istituzione. Liberalissimo significa estremamente generoso. In altre parole, Viviano è ricordato per ciò che ha dato, per il suo contributo concreto.
Questa volta, inoltre, la lapide non è voluta da una sola persona. A dedicarla sono il massaro e i governatori dell’ospedale. Il massaro era una figura incaricata della gestione pratica e finanziaria, mentre i governatori erano responsabili delle decisioni.
È quindi un riconoscimento ufficiale, che rappresenta la voce di un’intera comunità. Non più un ricordo personale, ma una memoria condivisa. Anche il modo di parlare della morte cambia. Non si accenna al cielo o alla dimensione spirituale. L’accento è posto su un’altra forma di continuità: quella del ricordo. Si legge infatti che tutto è fatto “affinché il nome di un uomo così grande viva in eterno”.
Qui l’idea di “eternità” è legata alla memoria collettiva. Viviano continua a vivere attraverso ciò che ha lasciato e attraverso il ricordo degli altri. Se si osservano le due iscrizioni insieme, emerge un contrasto molto chiaro.
Da una parte c’è una memoria che potremmo definire “interiore”: legata ai valori, alla fede, al rapporto con Dio. Dall’altra c’è una memoria “esteriore”: legata al ruolo pubblico, alle azioni, al contributo alla comunità.
Sono due prospettive diverse, ma entrambe complete. Una guarda alla coscienza, l’altra alla società. Il legame tra Frigo e Viviano rende questo confronto ancora più interessante. Viviano, che nella prima iscrizione appare come allievo riconoscente, nella seconda diventa il protagonista del ricordo. È come un passaggio di testimone: chi ha imparato diventa, a sua volta, esempio per altri.
Questo meccanismo racconta molto del modo in cui funzionava la memoria nel Seicento. Non era qualcosa di astratto, ma un processo concreto, fatto di relazioni, di gesti, di riconoscimenti. Anche il contesto storico aiuta a comprendere meglio queste figure. Don Nicolò Frigo, oltre a essere sacerdote, fu coinvolto in un incarico delicato: la soppressione di due conventi locali, quello di San Francesco e quello di Sant’Egidio.
La soppressione di un convento significava la sua chiusura e la gestione dei suoi beni. Non era una decisione semplice. In questo caso, si inserisce in un quadro più ampio. Nel 1655, la Repubblica di Venezia aveva bisogno di fondi per sostenere la guerra di Candia contro l’Impero Ottomano. Per ottenere risorse, chiese al papa Alessandro VII il permesso di utilizzare i beni di alcuni monasteri. Frigo fu incaricato di seguire questo processo. Questo dettaglio mostra che la sua figura non era limitata alla dimensione religiosa, ma coinvolgeva anche aspetti amministrativi e politici. Dall’altra parte, Francesco Viviano rappresenta bene il ruolo del professionista impegnato nella vita civile. Il suo sostegno all’ospedale non era solo simbolico, ma concreto. In un’epoca in cui le istituzioni dipendevano molto dai benefattori, il suo contributo era fondamentale.
Oggi, osservando quelle due lapidi, si può cogliere qualcosa che va oltre il semplice ricordo storico. Ci mostrano due modi diversi di lasciare traccia: attraverso ciò che si è, e attraverso ciò che si fa. Non è necessario scegliere tra le due prospettive. Anzi, il loro valore sta proprio nel fatto che convivono. Quelle pietre, immobili da secoli, continuano a raccontare una storia fatta di relazioni, di riconoscenza e di memoria. Un dialogo silenzioso che, ancora oggi, invita a riflettere.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: – S.Vantini – L.Dainese – E.Agnolin, “Dalla Mansione del Tempio alla Casa di Riposo San G. Battista di Montebello”, 2001.
– L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol II, Montebello Vicentino 2018.
FOTO: L’altorilievo sulla facciata della Casa di Riposo (elaborazione digitale Umberto Ravagnani).
NOTE: 1) Queste le due iscrizioni:
« D.O.M.
[A Dio Ottimo Massimo]

A.D.R. NICOLAO FRIGO
[Al reverendo signore Nicolò Frigo]

VITA INNOCENTI VITIIS NOCENTI
[Di vita innocente, nemico dei vizi]

MORIBUS CLARO RELIGIONE CLARISS: MO
[illustre per i costumi, chiarissimo per religione]
ANNO MDCLXVII  PRID. NON. AVG.
[nell’anno 1667, il giorno prima delle None di agosto (il 4 agosto)]

E TERRIS IN COELUM PROFECTO.
[partito dalla terra verso il cielo]

FRAN.CVS VIVIANUS  I.V.D.
[Francesco Viviano, dottore in diritto]

TANTO DEI SERVO AC SUI PRAECEPTORI  HUMANISS: MO
[a un così grande servo di Dio e suo maestro, umanissimo]

HOC OBSERVANTIAE PIGNUS
[dedica questo pegno di rispetto] »

———————————————————————-
« PERRILL.ET AC EDCC.VS D. D. FRAN.CVS VIVIANO
[All’illustrissimo ed eccellentissimo signore Francesco Viviano]

JU.CONS. DIVI IO.BAPTAE OSPITALIS
[giureconsulto, dell’ospedale di San Giovanni Battista]

PATRONO LIBERALISS.MO IO.MARIA
[patrono liberalissimo Giovanni Maria]

COLLALTUS MASSARI.VS ET COETERI GUBERNA.RIS
[Collalto massaro, e gli altri governatori]

UT TANTI VIRI BENEMERITI NOMEN AETERNUM
[affinché il nome di un uomo così grande e benemerito]

VIVAT  HONORIS ERGO P.P.
[viva in eterno. In segno d’onore posero (questa lapide)]

ANNO SALUTIS MDCLXXIV
[Nell’anno della salvezza 1674] »

2) L’Ospedale viene citato in un documento del 1428, mentre la chiesa in un altro del 1432).

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SAN BERNARDINO

 

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TRA STORIA E RICORDI

 

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UN RAGAZZO DEL ’98

 

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I VALMARANA A MONTEBELLO

 

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MONTEBELLO 1797

 

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MEDAGLIA D’ARGENTO

 

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MONTEBELLO 1915-18

 

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IL DAZIO MACINA

 

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