[477] UN RITORNO AMARO
Il bastone inciso nel dolore

Gio.Batta Zerbato nasce il 10 Dicembre 1899 in una famiglia già segnata dall’assenza. È orfano di padre e cresce in fretta, come spesso accade a chi impara presto che il tempo non fa sconti. Quando la guerra arriva a bussare anche a Montebello Vicentino, lui è ancora poco più che un ragazzo. Eppure, nel giro di pochi mesi, la sua vita viene risucchiata dentro un meccanismo più grande di lui, fatto di chiamate alle armi, trasferimenti improvvisi, fronti che cambiano nome e volto. Il 9 maggio 1917 si presenta alla visita di leva. È giudicato soldato abile di terza categoria. Nei verbali restano annotati alcuni tratti fisici, come se qualcuno avesse voluto fermare quell’immagine prima che il tempo e la guerra la consumassero. Gio.Batta è alto, con i capelli ricci. Un bel ragazzo, così viene descritto. Un dettaglio che oggi colpisce, perché racconta una normalità spezzata, un corpo giovane che di lì a poco verrà messo alla prova fino allo stremo.
Il 14 giugno 1917 arriva la chiamata ufficiale. Gio.Batta viene arruolato e assegnato, come molti altri giovani della sua zona, al 6° Reggimento Alpini, Truppe Complementari Vicenza. Entrare negli Alpini non è solo una destinazione militare, è quasi un marchio d’identità. Il Battaglione Vicenza, in particolare, ha una storia lunga e rispettata. È nato nel 1886, erede del disciolto Val di Schio, e porta con sé una tradizione fatta di montagne, sacrificio e orgoglio silenzioso.
Il suo ingresso nel reparto avviene subito dopo uno dei momenti più duri per l’esercito italiano: la Strafexpedition. Le truppe austro-ungariche hanno colpito con forza sulle montagne vicentine, lasciando dietro di sé distruzione e perdite pesanti. Ora è il momento della controffensiva italiana, e gli Alpini vengono chiamati a fare ciò che sanno fare meglio: resistere, risalire pendii impossibili, tenere posizioni in condizioni estreme. Gio.Batta arriva in questo contesto, senza il tempo di abituarsi, senza gradualità.
Nella tarda primavera del 1917 il Battaglione Vicenza opera sul Pasubio e sul Coston di Lora. Sono luoghi che oggi evocano silenzio e panorami aperti, ma allora erano un intreccio di trincee, camminamenti, ricoveri scavati nella roccia. La vita quotidiana è fatta di attese lunghe e improvvise scariche di violenza. Per un ragazzo come Gio.Batta, il passaggio dalla casa al fronte è brutale. Ogni giorno insegna qualcosa che nessuno dovrebbe imparare così presto.
Ad agosto arriva un nuovo ordine. Il 6° Reggimento Alpini viene trasferito sul Carso. È un mondo diverso, quasi alieno rispetto alle montagne. La roccia è nuda, il terreno bruciato dal sole e dalle esplosioni. Qui gli Alpini partecipano ai combattimenti sull’Altopiano della Bainsizza, una delle fasi più sanguinose della guerra sull’Isonzo. Gli assalti si susseguono, le perdite aumentano, la stanchezza diventa cronica. Si combatte per pochi metri, per una quota, per una trincea che il giorno dopo potrebbe essere persa di nuovo. Poi, alla fine di ottobre, tutto crolla. Caporetto travolge l’esercito italiano. Le linee si spezzano, la ritirata diventa inevitabile. È un arretramento confuso, spesso disordinato, in cui si mescolano soldati di reparti diversi, feriti, stanchi, affamati. Anche gli Alpini del Vicenza sono coinvolti in questo movimento caotico verso ovest. Molti non ce la fanno, altri vengono fatti prigionieri, altri ancora riescono a salvarsi per caso.
Il 7 novembre, nei pressi di Bassano, i superstiti del Carso e dell’Isonzo vengono raccolti e riorganizzati. È un momento fragile, in cui si cerca di rimettere insieme ciò che resta. In due fasi successive, il reparto viene schierato sull’Altopiano dei Sette Comuni. Ancora montagne, ancora freddo, ancora trincee. Più tardi, verso la fine della guerra, il fronte si sposterà sul Piave, tra Feltre e Valdobbiadene. Il conflitto si avvia lentamente alla conclusione, ma per molti il peggio deve ancora arrivare.
Nei documenti ufficiali del Distretto Militare di Vicenza non c’è traccia di uno degli eventi più importanti della vita di Gio.Batta: la sua cattura. Eppure, secondo quanto tramandato dai familiari, viene preso prigioniero sul Monte Fior, proprio sull’Altopiano dei Sette Comuni. È un passaggio decisivo, che segna una frattura netta tra il prima e il dopo. Dalla guerra combattuta si passa alla guerra subita, quella senza armi, fatta di fame, freddo e attesa.
Dopo la cattura, Gio.Batta viene deportato. Non è chiaro con certezza dove venga detenuto. Le ipotesi parlano di Mauthausen o di Sigmundsberg, in Austria o in Ungheria. Come accade spesso per i prigionieri, la sua storia si perde tra archivi incompleti e ricordi orali. Ma una cosa è certa: la prigionia è durissima. Le condizioni di vita nei campi sono estreme. Il freddo morde, il cibo è insufficiente, le malattie si diffondono rapidamente. Il corpo inizia a cedere.
È in questo contesto che Gio.Batta realizza un oggetto destinato a diventare il simbolo più concreto della sua esperienza: un bastone intarsiato. Lo lavora durante la prigionia, con pazienza e ostinazione. È un gesto che va oltre l’artigianato. È un modo per resistere, per occupare la mente, per affermare la propria identità in un luogo che tende ad annullarla. Sul bastone incide una data precisa: 5 dicembre 1917. È il giorno del suo internamento. Un segno inciso nel legno come a dire: io c’ero, questo è successo.
Quando la guerra finisce, Gio.Batta non torna subito alla vita civile come gli altri. Deve prima completare formalmente il servizio militare. Il suo stato di salute è ormai compromesso. Le conseguenze della prigionia sono evidenti. Viene concesso un periodo di licenza straordinaria “con assegni”, in attesa degli accertamenti medico-legali. Il 28 aprile 1919, l’Ospedale Militare Principale di Firenze riconosce ufficialmente la gravità delle sue condizioni.
Alla fine del 1919 arriva il congedo illimitato assoluto. Gio.Batta torna a casa con una pensione privilegiata di guerra per infermità contratta in servizio. Ma il ritorno non ha nulla di festoso. Porta con sé un corpo segnato e una salute fragile. Durante la prigionia gli sono state amputate alcune dita dei piedi, probabilmente a causa del congelamento. Una mutilazione che racconta il freddo insopportabile e l’abbandono vissuti nei campi.
Il suo rientro in famiglia viene ricordato con una frase in dialetto: “xe quà ningera”. Un’espressione che indicava i giovani irruenti, quelli che non ascoltavano facilmente i consigli dei più grandi. È una frase detta forse per sdrammatizzare, forse per mascherare l’emozione. Dopo mesi, forse anni di silenzio e paura, Gio.Batta è di nuovo lì, davanti a loro. Ma non è più il ragazzo partito per la guerra. Da quel momento inizia una lunga malattia. Il fisico, già provato, non riesce a recuperare. Le sofferenze patite in prigionia continuano a presentare il conto. Giorno dopo giorno, la sua vita si consuma lentamente. La guerra, anche se finita, continua a vivere dentro di lui. Gio.Batta muore il 30 agosto 1922, a Montebello. Non ha ancora compiuto ventitré anni. Viene sepolto nel nuovo cimitero di Selva, lasciando dietro di sé una storia breve, intensa e dolorosa.
Il bastone intarsiato, oggi custodito dal nipote che porta il suo stesso nome, è forse la testimonianza più forte di questa vicenda. Non è solo un oggetto, ma una traccia tangibile di resistenza e memoria. Ogni incisione racconta il tentativo di restare umano in un luogo disumano. Guardandolo, si può immaginare Gio.Batta seduto da qualche parte, in un campo lontano, intento a incidere il legno per non perdersi del tutto.
La sua non è una storia di eroismi celebrati o di medaglie. È la storia silenziosa di un ragazzo travolto dalla guerra, sopravvissuto al fronte e alla prigionia, ma non alle conseguenze. Una vicenda che ricorda come il conflitto non finisca con l’armistizio e come molte vite continuino a spegnersi lontano dal rumore dei cannoni, nel silenzio delle case e dei piccoli cimiteri.
Umberto Ravagnani, Ottorino Gianesato
BIBLIOGRAFIA: – O. Gianesato “I Soldati di Montebello Chiamati alle armi nella guerra 1915-18“, Associazione Amici di Montebello, 2008-2014.
– M.RIGONI STERN, 1915-1918 LA GUERRA SUGLI ALTIPIANI, 2000.
FOTO: 1) GioBatta Zerbato quando fu chiamato al servizio militare (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) Il prezioso bastone intarsiato realizzato da Gio.Batta Zerbato durante la prigionia (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
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Nel 1870 Alvise Francesco Mocenigo, discendente di una delle più antiche e illustri famiglie veneziane — quella che aveva dato alla Serenissima ben sette Dogi — acquistò una villa a Montebello dalla baronessa Hermann. L’edificio, un tempo elegante residenza di campagna, era stato profondamente danneggiato negli anni precedenti, quando era stato usato come alloggio per gli operai impiegati nella costruzione della linea ferroviaria Ferdinandea, che collegava Milano a Venezia. Decine di lavoratori, ospitati tra le sue mura, avevano inevitabilmente contribuito al deterioramento degli ambienti, trasformando quella che era nata come dimora nobiliare in un improvvisato dormitorio.











