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MEMORIE DI ZONDERWATER

[398] MEMORIE DI ZONDERWATER
Un racconto di prigionia e speranza nella Seconda Guerra Mondiale

Oggi vi raccontiamo una storia poco conosciuta della Seconda Guerra Mondiale, che si svolge in un campo di prigionia molto lontano dall’Italia, a Zonderwater, in Sudafrica. Questa vicenda ci viene narrata dalla nostra concittadina Elisa Longarato, che negli ultimi anni ha dedicato tempo e passione a raccogliere testimonianze e notizie per ricostruire la prigionia di suo padre Vittorio in quel luogo.
Elisa ha partecipato, il 21 marzo 2024, a un evento organizzato dalla ‘The University of Sidney‘ e dalla ‘New York University‘ che si è tenuto al ‘John D. Calandra Italian American Institute‘ di New York, collegandosi in remoto da casa sua. In quell’occasione, ha raccontato con emozione e in inglese la storia della prigionia di suo padre Vittorio in Sudafrica durante la Seconda Guerra Mondiale. Ha descritto le difficili condizioni di vita, la lontananza dalla patria e dagli affetti e come suo padre e i suoi compagni riuscirono a trovare forza e speranza in una situazione così disperata.
Circa un mese dopo, Elisa è stata invitata in persona a un altro evento a New York che si è svolto in due giorni. Il 23 aprile 2024 presso il ‘Center for Italian Modern Art‘ (CIMA ) e il 24 aprile presso la ‘NYU Casa Italiana Zerilli-Marimò‘. Il primo giorno, l’evento era intitolato “Preservare i ricordi della prigionia di guerra e la loro eredità” e aveva l’obiettivo di mantenere viva la memoria di queste esperienze dolorose ma significative. Durante questo incontro, Elisa ha riproposto, insieme ad altri testimoni collegati da vari Paesi del mondo, la storia di suo padre Vittorio, condividendo aneddoti e dettagli che hanno reso la narrazione ancora più intensa e coinvolgente.
Il secondo giorno il tema era ‘Suoni di prigionia: Musica dei prigionieri italiani durante la seconda guerra mondiale‘. Dopo la presentazione e il concerto del Maestro Francesco Lotoro su musiche composte in prigionia, si è tenuta una lezione con gli studenti della New York University. I ragazzi hanno osservato con attenzione i libri, le lettere, gli oggetti che Vittorio si era portato dalla prigionia; in particolare il banjo-mandolino costruito con mezzi di fortuna lavorando di notte. Hanno espresso le loro opinioni e fatto domande alle quali Elisa ha risposto raccontando particolari della vita in guerra e prigionia di suo padre. Elisa è stata molto colpita dall’interesse sulla storia dei prigionieri italiani dei ragazzi “americani” provenienti da vari paesi del mondo.
La testimonianza di Elisa è fondamentale per mantenere vivi i ricordi delle difficoltà affrontate dai prigionieri di guerra e per comprendere meglio la nostra storia collettiva. L’impegno di Elisa nel preservare questi ricordi rappresenta un omaggio alla resilienza e al coraggio di suo padre e di tutti coloro che hanno condiviso la sua sorte. Grazie a persone come Elisa, queste storie non vengono dimenticate e continuano a ispirare le generazioni future, ricordando a tutti noi il valore della memoria e dell’umanità anche nei momenti più bui.
Ecco il suo racconto, il 21 marzo, da casa sua in collegamento da remoto e poi, il 23 aprile, da New York:

IL RACCONTO EMOZIONANTE DI ELISA TRA MONTEBELLO E NEW YORK


LEGGI...

« Sono Elisa Longarato e ringrazio Elena Bellina (New York University) e Giorgia Alù (Sidney University) per l’invito. È un onore per me partecipare a questo incontro. Mi scuso in anticipo per il mio pessimo inglese.
Vi racconterò di mio padre, Vittorio Longarato, che combatté in Nord Africa nell’8° Rgt. Bersaglieri, durante la Seconda Guerra Mondiale, e della sua prigionia in Egitto e poi in Sud Africa fino al 1947.
Vorrei riassumere il percorso che mi ha portato a dedicarmi alla “missione” di rintracciare la prigionia di mio padre durante la Seconda Guerra Mondiale. Fino a circa quindici anni fa non avevo mai sentito il nome “Zonderwater”. Mio padre ha parlato poco della guerra e pochissimo della sua prigionia, solo negli ultimi anni della sua vita ha raccontato qualcosa ai miei fratelli e pezzo dopo pezzo ora stiamo ricostruendo la sua storia. Sapevo solo che era stato ferito in una battaglia nel deserto tra Libia ed Egitto nel 1941, e che lo credevano morto. Fu salvato da un medico tedesco, anche lui prigioniero, che lo tirò fuori dal mucchio dei cadaveri dei soldati. Dopo due mesi trascorsi al General Hospital di Geneifa in Egitto, e un altro mese nelle “gabbie” egiziane, è stato trasferito in Sud Africa, prima vicino a Durban e poi vicino a Pretoria. Quando tornò a casa, nel febbraio del 1947, aveva con sé una valigia di latta (fatta con barattoli di marmellata) piena di libri provenienti dalla biblioteca del campo allora quasi abbandonato, una valigia di cartone con alcuni oggetti personali, alcuni vestiti, una coperta e il suo banjo-mandolino e i quaderni con la musica che scrisse a Zonderwater.
Realizzò il banjo-mandolino con il legno di una panca del campo, con la pelle di un coniglio, la ghiera di una bomba, il dorso di un pettine, mezzi bottoni di madreperla e fili metallici per le corde, presi dai cavi dei freni delle motociclette.
Circa quindici anni fa ho iniziato a leggere e a riordinare centinaia di lettere che scrisse durante i suoi 10 anni lontano da casa (1937-1947 militare-guerra-prigionia). Nel 2010 ho letto il libro “I Diavoli di Zonderwater” di Carlo Annese, (scrittore e giornalista sportivo che era stato in Sud Africa per i Mondiali di calcio).
Mi resi conto che mio padre era stato a Zonderwater!
Poi per caso ho scoperto che in un libro scritto da un Generale dell’8° Rgt. Bersaglieri viene menzionata l’azione di mio padre nella battaglia denominata “Operazione Brevity” avvenuta il 15 maggio 1941 a Sollum-Capuzzo-Halfaya, dove mio padre rimase gravemente ferito. Ho saputo che il campo di prigionia in Egitto era il Campo 306 a Geneifa e che i campi in Sud Africa erano a Pietermaritzburg e Zonderwater.
Ho fatto qualche ricerca online e non c’era niente su Zonderwater. Poi ho trovato un gruppo Facebook appena aperto su Zonderwater a cui mi sono iscritta e nel novembre 2011 sono andata con altri membri del gruppo in Sud Africa. Abbiamo incontrato il presidente dell’Associazione Zonderwater Block ex POW, Sig. Emilio Coccia. Abbiamo visitato l’area in cui si trovavano i due campi e abbiamo partecipato alla cerimonia la prima domenica di novembre al cimitero di Zonderwater (era il 70° anniversario dell’apertura del campo).
Poi, ho deciso di creare www.zonderwater.com, un sito web collegato alla nostra pagina Facebook, dove avrei potuto creare un database con informazioni e immagini sulla prigionia di guerra italiana e sui soldati detenuti in Sud Africa, dove i discendenti di altri prigionieri avrebbero potuto pubblicare informazioni e foto dei loro parenti. Queste informazioni sono soggette a revisione e approvazione. Mio nipote mi ha aiutato a creare il sito web.
Sono rimasta in contatto con Emilio Coccia. Finora, attraverso il sito e la pagina Facebook, ho ricevuto migliaia e migliaia di email con richieste di informazioni da parte di parenti di ex prigionieri di guerra. Di solito li consiglio su come svolgere le loro ricerche e li metto in contatto con Emilio Coccia per avere informazioni sui loro parenti registrati nell’archivio Zonderwater dell’Associazione.
Sono tornata in Sud Africa nel novembre 2017 con un altro gruppo. Durante la cerimonia ho avuto l’onore di deporre una corona insieme a Paolo Ricci, allora l’ultimo prigioniero di guerra vivente di Zonderwater in Sud Africa (morto nel 2022). Era il 70° anniversario della chiusura del campo (1947-2017). Ad oggi il gruppo Facebook conta circa 2.000 membri.
Ogni anno organizziamo un raduno (escluso il periodo pandemico). L’anno scorso abbiamo organizzato il nostro incontro annuale a Roma ed è stata la prima volta senza prigionieri di guerra. Sfortunatamente, sono tutti morti. Emilio Coccia era presente come sempre.
Zonderwater è ricordata come “La città del prigioniero”. Molti soldati italiani catturati dagli inglesi nell’Africa settentrionale e orientale furono imbarcati su navi dirette a Durban in Sud Africa. Una volta sbarcati venivano caricati sui treni con destinazione finale il campo di prigionia di Zonderwater.
Prima di raggiungere la loro destinazione, i prigionieri venivano fermati nel campo di transito di Pietermaritzburg, situato a 75 chilometri da Durban. Il campo ha funzionato come pronto soccorso, medico e struttura di controllo, lavaggio, disinfezione e ristoro. Quindi i prigionieri di guerra venivano rimessi sul treno diretto a Zonderwater.
Tuttavia, molti prigionieri rimasero a Pietermaritzburg per tutto il periodo di cattività. In alcuni periodi il campo ospitava fino a 8.000 uomini.
Zonderwater vicino a Cullinan (43 Km da Pretoria), il più grande campo di prigionia di guerra costruito dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, ospitò più di 100.000 soldati italiani dall’aprile 1941 al gennaio 1947.
Nonostante la guerra fosse finita nel 1945, il campo venne chiuso solo nel 1947 a causa dei ritardi nel rimpatrio dei prigionieri. Tuttavia, molti ex prigionieri decisero di rimanere in Sud Africa.
L’avventura umana di Zonderwater parte dalla tendopoli del 1941, trasformata nel 1943 (con il colonnello Prinsloo) in quell’enorme e permanente centro abitato formato da mattoni rossi e costruzioni in legno destinato poi a diventare quasi una leggenda: 14 blocchi, ciascuno composto da 4 campi (56 in totale). Ogni campo ospitava 2.000 uomini, quindi, un blocco poteva ospitare 8.000 prigionieri. Nel complesso, Zonderwater aveva una capacità totale di 112.000 uomini.
Il 2 novembre 1947, un gruppo di ex prigionieri di guerra in Sud Africa tornò sul posto per mantenere aperto il cimitero e organizzò cerimonie commemorative. Questa struttura basata sul servizio volontario è stata formalizzata nel 1965 con la fondazione dell’Associazione Zonderwater Block ex POW. L’attuale presidente dell’Associazione, Emilio Coccia, è in carica dal 2000. Zonderwater è stata visitata per la prima volta nel 2002 dal Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi.
Grazie.
Elisa Longarato »

FOTO: 1) Elisa Longarato racconta la storia di suo padre Vittorio dal “Center for Italian Modern Art“, a New York il 23 aprile 2024.
2) La valigetta con alcuni oggetti personali di Vittorio Longarato. Elisa, in occasione del suo intervento a New York ha esibito il banjo-mandolino costruito da suo padre durante la prigionia (cortesia Elisa Longarato).

Umberto Ravagnani

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GEMMA CENZATTI

[397] GEMMA CENZATTI
Una paladina della parità di genere

La storia di Gemma Cenzatti, nata il 1 luglio 1872 a Pojana Maggiore, in provincia di Vicenza, è un viaggio straordinario di resilienza e determinazione. Cresciuta come ultima di undici figli in una famiglia di agricoltori, Gemma affrontò le avversità della sua epoca con una forza d’animo che la portò a superare barriere sociali e culturali. Questo racconto vuole celebrare la sua vita, intrecciata con le vicende storiche dell’Italia tra il XIX e il XX secolo, e mostrare come il suo impegno abbia lasciato un’impronta indelebile nella società italiana.
Il padre di Gemma, Luigi Cenzatti, era originario di Montebello Vicentino. Nel 1849, all’età di 22 anni, Luigi sposò Luigia Ghirardello, nativa di Pojana Maggiore, e si trasferì lì con la sua nuova famiglia. Il cognome Cenzatti era ben noto a Montebello, presente almeno dal XVI secolo. Le vicende dei Cenzatti si intrecciano con la storia locale: figure come Domenico Cenzatti, che nel XVIII secolo era considerato un benestante, testimoniano la rilevanza della famiglia.
Luigi Cenzatti era un “affittanziere”, un ruolo cruciale nell’organizzazione agricola dell’epoca. L’affittanziere subaffittava terre e case ai villici, fungendo da intermediario tra i latifondisti e i contadini. Questa posizione, seppur importante, era instabile e soggetta alle difficoltà economiche. Gli ultimi decenni dell’Ottocento furono particolarmente duri: epidemie, tasse inique e crisi agrarie spinsero molte famiglie, inclusi i Cenzatti, a migrare in cerca di migliori condizioni.
Nel 1875, la famiglia Cenzatti si trasferì a Badia Polesine, dove Gemma frequentò probabilmente le scuole elementari. L’istruzione elementare dell’epoca era regolata dalla “legge Casati” del 1859, che stabiliva un percorso di quattro anni (poi esteso a cinque nel 1888). Dopo le elementari, alle ragazze era offerta la possibilità di frequentare le Scuole Normali per diventare maestre, una professione ritenuta idonea per le donne, ma l’accesso alla scuola secondaria era limitato e raramente incoraggiato. Nonostante le sfide, Gemma era determinata a continuare gli studi. Le sue aspirazioni furono sostenute dallo zio Alessandro, un medico, e dal cugino Camillo, magistrato. Questi esempi familiari di successo contribuirono a rafforzare la sua volontà di superare le barriere sociali e culturali del tempo.
Nel 1888, Gemma, sedicenne, chiese di essere ammessa al ginnasio “Giovan Battista Ferrari” di Este. Nonostante avesse superato l’esame di ammissione, la sua richiesta fu inizialmente respinta. La “questione delle ragazze” occupò le cronache locali per mesi, riflettendo il clima di resistenza all’educazione femminile. Tuttavia, il Ministero intervenne e, il 19 novembre, Gemma fu finalmente ammessa insieme ad altre tre compagne. La sua determinazione fu premiata: si diplomò brillantemente, ottenendo una promozione senza esami per merito.
Nel 1891, Gemma si iscrisse al Regio Liceo classico “Tito Livio” di Padova. La sua famiglia si trasferì con lei, stabilendosi a Padova. Nel 1894, Gemma conseguì il diploma con una “licenza d’onore” e iniziò a frequentare l’Università di Padova, dove studiò Filosofia e Lettere. In un’epoca in cui la presenza femminile nelle università era ancora una novità, Gemma si distinse per il suo impegno e la sua eccellenza accademica. A Padova, seguì le lezioni di illustri professori come Roberto Ardigò, Ferdinando Gnesotto e Giuseppe De Leva. Grazie ai suoi ottimi risultati, Gemma ottenne l’esonero dalle tasse scolastiche. Nel 1898, si laureò con una tesi su “Alfonso de Lamartine e l’Italia”, che fu successivamente pubblicata. Nel 1899, conseguì anche l’abilitazione all’insegnamento di Lettere, Storia e Geografia.
Nel 1901, Milano era una città in pieno fermento industriale, con oltre 500.000 residenti. Nonostante i progressi, l’analfabetismo e lo sfruttamento del lavoro minorile e femminile erano ancora diffusi. Milano era anche un centro di attività benefiche e sociali, con istituzioni come la Società Umanitaria, fondata nel 1893, e l’Unione Femminile, fondata nel 1899.
Gemma si trasferì a Milano con la madre e i fratelli. Si unì subito alle attività assistenziali della Società Umanitaria, insegnando Storia del costume alla Scuola professionale femminile. Qui collaborò con figure come Rosa Genoni, una pioniera della moda italiana e sostenitrice dell’emancipazione femminile. L’influenza di Genoni e il contesto progressista di Milano rafforzarono l’impegno di Gemma per i diritti delle donne e il miglioramento delle condizioni di vita dei meno abbienti.
Nel 1906, Gemma iniziò a insegnare Italiano alla Scuola tecnica comunale pareggiata di via S.Spirito. La sua passione per l’istruzione la portò nel 1914 alla Scuola superiore di studi femminiliAlessandro Manzoni”, dove divenne una figura chiave nella riforma del curriculum scolastico. Sotto la sua guida, l’istituto divenne un modello di istruzione superiore femminile.
Gemma si trovò presto a confrontarsi con il regime fascista, che nel 1923 introdusse la “Riforma Gentile”, limitando le opportunità educative per le donne. Nonostante le difficoltà, Gemma continuò a promuovere l’importanza dell’istruzione femminile e a sostenere le sue allieve. La sua autorità fu fondamentale per mantenere alto il prestigio dell’istituto durante un periodo di cambiamenti politici e sociali.
Durante il regime fascista, Gemma rifiutò di iscriversi al partito, mantenendo le sue convinzioni politiche. Questo coraggio le costò caro: nel 1935, fu destituita dal suo incarico per “incapacità professionale”, una formula spesso usata contro chi non si conformava alle aspettative del governo. La destituzione portò a gravi difficoltà economiche, privandola dello stipendio, della pensione e del domicilio situato negli stessi locali della scuola.
Nonostante l’umiliazione e le difficoltà, Gemma non rinnegò mai i suoi ideali. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, cercò di ottenere ragione e un risarcimento per le ingiustizie subite, ma solo nel 1947 le fu riconosciuto un risarcimento economico. Le sue condizioni di salute, già compromesse, peggiorarono e morì il 26 dicembre 1948.
La storia di Gemma Cenzatti è una testimonianza potente di come la determinazione e il coraggio possano superare le avversità. La sua vita riflette le lotte delle donne italiane per l’istruzione e l’emancipazione in un’epoca di profondi cambiamenti sociali e politici. Gemma ha lasciato un’eredità di impegno e di passione per la giustizia sociale, ispirando le generazioni future.
Il suo necrologio riportò il cordoglio di molte persone che avevano condiviso con lei momenti significativi della vita. Tra loro, figure di spicco come Andreina Gavazzi, figlia di Anna Kuliscioff e Andrea Costa, e Virgilio Brocchi, amico e collega. Nonostante la mancanza di commemorazioni ufficiali, il ricordo di Gemma Cenzatti vive nei cuori di coloro che hanno apprezzato il suo contributo all’educazione e al progresso sociale.
Oggi, la sua sepoltura al Cimitero Maggiore di Milano è un semplice loculo, ma la sua eredità continua a brillare come un faro di speranza e determinazione. La vita di Gemma Cenzatti ci ricorda che, anche di fronte alle sfide più grandi, la forza dell’animo umano può portare a risultati straordinari e duraturi.

FONTE: compendio da una ricerca storica di Valeria Maggiolo e Laura Silva, pubblicata su TERRA D’ESTE – Rivista di storia e cultura, Anno XXXIV n. 67.
NOTE: ⁕ Vedi anche l’articolo n. [94] LA FAMIGLIA CENZATTI di Ottorino Gianesato.
FOTO: Cartolina postale con la Scuola Superiore Femminile A. Manzoni di Milano all’inizio del Novecento, dove per oltre vent’anni, Gemma Cenzatti fu una guida insostituibile. Conosciuto come palazzo Dugnani oggi ospita il Museo del Cinema, i Laboratori delle Serre ed alcune mostre annuali.

Umberto Ravagnani

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NASCE IL MERCATO A MONTEBELLO

[395] LA NASCITA DEL MERCATO DI MONTEBELLO
Una cronaca storica

Il racconto che vi presentiamo oggi analizza la nascita del mercato di Montebello, avvenuta nel XVII secolo, come un evento cruciale nella storia economica e sociale del paese. Attraverso una cronaca dettagliata e coinvolgente, esploreremo le dinamiche politiche e le strategie economiche che portarono alla creazione del mercato settimanale, evidenziando l’impatto significativo che ebbe sulla comunità locale.
Nel dicembre del 1650, nella solenne sala del Comune di Montebello, si riunirono i membri del Consiglio dei 60 per discutere una questione di vitale importanza per il futuro economico del paese. Sotto l’austera presenza del Cancelliere Antonio Di Giusti, i consiglieri Francesco Zampieroni, Bortolo Di Giusti, Giacomo Di Fin, Iseppo Tura e Nicolo’ Giacomon si impegnarono in lunghe e ponderate discussioni. La decisione era cruciale: l’istituzione di un mercato settimanale che potesse garantire un afflusso costante di merci e favorire lo sviluppo economico della comunità.
Dopo molte riflessioni, il Consiglio decise di incaricare il Reverendo Gio.Maria Zanni, rinomato Dottore di Sacra Teologia e Filosofia, nonché predicatore nella locale Chiesa Parrocchiale, di recarsi a Venezia. La missione del Reverendo Zanni era chiara: ottenere dal Serenissimo Principe, il Doge di Venezia, l’autorizzazione per istituire il mercato settimanale. Questo incarico, ricco di speranze e aspettative, segnò l’inizio di un viaggio che avrebbe cambiato per sempre il destino di Montebello.
Il Reverendo Zanni partì per Venezia con un cuore pieno di determinazione e speranza. La Serenissima Repubblica di Venezia rappresentava il centro politico e commerciale più importante dell’epoca e ottenere il favore del Doge era essenziale per il successo della missione. Il 22 settembre 1660, dopo lunghi negoziati e suppliche, Domenico II Contarini, Doge della Serenissima Repubblica di Venezia, concesse l’autorizzazione tanto attesa. Questa vittoria non solo rifletteva l’abilità diplomatica del Reverendo Zanni, ma anche la fiducia e il sostegno che la Repubblica di Venezia aveva verso Montebello.
Con l’autorizzazione del Doge, il mercato di Montebello fu ufficialmente inaugurato1. Le prime settimane videro una vivace attività commerciale, con mercanti e compratori che affluivano da tutta la regione. Il mercato, destinato alla vendita di granaglie, spezie e altri beni di consumo, divenne rapidamente un centro nevralgico per l’economia locale.
Tuttavia, con l’espansione del mercato sorsero nuove sfide. La piazza principale di Montebello si rivelò presto inadeguata per ospitare la crescente attività commerciale. Le bancarelle invadevano le strade, creando disagi e ostacolando il passaggio pubblico. La situazione richiese una soluzione urgente.
Nel settembre del 1681, durante una riunione della Vicinia2, si decise la demolizione delle casette dell’Ospitale di S. Giovanni che occupavano metà della piazza. Questa decisione, frutto della cooperazione tra il governatore dell’Ospitale e i rappresentanti del Vicariato di Montebello, permise di ampliare la piazza e di creare uno spazio adeguato per le attività commerciali.
Tuttavia, una catapecchia adiacente all’abitazione del Vicario rimaneva ostinatamente in piedi, compromettendo la bellezza e la funzionalità della nuova piazza. Solo nel giugno del 1683, la Vicinia comprese la necessità di una piazza più ampia e decise finalmente di demolire la vecchia costruzione3. La demolizione avvenne a dicembre dello stesso anno, dopo il consenso dei deputati di Vicenza. Questo atto segnò un punto di svolta, permettendo al mercato di prosperare come mai prima.
Con una piazza adeguata e un mercato settimanale fiorente, Montebello vide una crescita significativa della produzione agricola e del commercio. Il mercato divenne un punto di incontro non solo per le transazioni economiche, ma anche per gli scambi culturali e sociali. Mercanti da varie regioni portarono con sé nuove idee, culture e tecnologie, arricchendo la comunità locale.
La prosperità del mercato favorì anche la partecipazione della comunità di Montebello agli sforzi bellici della Repubblica Veneta durante la guerra della Morea4 del 1684. In segno di gratitudine verso la Repubblica, Montebello vendette metà dei suoi beni, incluso il Castello di Montebello, per sostenere lo sforzo bellico. Questo atto di sacrificio collettivo dimostrò la profondità del legame tra Montebello e la Repubblica Veneta, nonché la volontà della comunità di contribuire al bene comune.
La nascita del mercato di Montebello rappresenta un esempio straordinario di come la cooperazione e la determinazione possano trasformare una comunità. La visione lungimirante dei leader locali, unita al sacrificio e all’impegno collettivo, permise a Montebello di superare le sfide e di costruire un futuro prospero.
Questa storia di successo non solo ispirò altre comunità, ma divenne anche un modello di riferimento per la gestione e lo sviluppo economico. Il mercato di Montebello, con la sua storia di crescita e trasformazione, dimostra che il progresso autentico si basa sulla collaborazione e sulla capacità di affrontare le difficoltà insieme.
La storia del mercato di Montebello ci insegna che il benessere nasce dalla collaborazione, dalla visione e dal sacrificio. È una lezione preziosa che risuona ancora oggi, ricordandoci l’importanza di lavorare insieme per il bene comune. Montebello, con il suo mercato fiorente e la sua comunità unita, rimane un esempio vivente di come la determinazione e la cooperazione possano trasformare un piccolo paese in un centro di prosperità e speranza.

Umberto Ravagnani

FOTO: 1) Il mercato di Montebello in una foto recente (foto Franca Castagnaro).
DISEGNO: Ecco com’era la ‘piazza’ (oggi Piazza Italia) all’epoca della nascita del mercato a Montebello (libera ricostruzione da un disegno originale, datato 1683, che si trova presso la Biblioteca Bertoliana di Vicenza).
NOTE: 1) Nel 1559, un documento del notaio Nicolò Roncà menziona già un vivace mercato domenicale a Montebello. Anche se non era ufficiale, questo mercato, attirava folle dai paesi vicini e fu creato dai commercianti locali per animare le domeniche e incentivare gli scambi.
2) La Vicinia, in quell’epoca, indicava un’assemblea di persone abitanti nello stesso luogo con interessi o beni comuni.
3) Vedi anche gli articoli [55] [57] e [59] LA STALLETTA DEL VICARIO NELLA PIAZZA DEL MERCATO DI MONTEBELLO.
4) La Guerra di Morea (attuale Peloponneso in Grecia), anche nota come sesta guerra turco-veneziana, fu la campagna militare della Repubblica di Venezia, svoltasi tra il 1684 e il 1699, contro l’impero Ottomano.
BIBLIOGRAFIA
: G.Maccà, Storia del territorio vicentino, 1814.
B.Munaretto, Memorie storiche di Montebello Vicentino, 1932.
O.Gianesato, Montebello nella quotidianità del ‘500, 2010.

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FRA LUIGI MARIA VERLATO

[394] FRA LUIGI MARIA (FRANCESCO) VERLATO
Figura esile ma insieme carattere robusto, frate dei Servi di Maria, sacerdote

Una vita di fede e servizio
Luigi Maria (Francesco) Verlato, un frate dei Servi di Maria e sacerdote, ha vissuto una vita dedicata alla fede e al servizio. Nato a Montebello Vicentino il 3 agosto 1925, in una famiglia di fornai con sette figli, ha mostrato fin da giovane una profonda vocazione religiosa. All’età di 17 anni, nel 1942, è entrato nel seminario minore dell’Ordine a Follina. Dopo il noviziato a Isola Vicentina (1943-1944), ha preso il nome di fra Luigi e ha pronunciato i voti semplici il 24 agosto 1944, confermati con la professione solenne il 14 ottobre 1947 nella comunità di Udine. Fra Luigi ha completato gli studi di filosofia a Udine (1945-1948) e il corso di teologia alla facoltà Marianum a Roma (1948-1952), dove è stato ordinato sacerdote il 22 dicembre 1951. La sua vita religiosa è stata segnata da un lungo impegno in vari conventi della Provincia Veneta e della Spagna. Ha vissuto e servito a Monte Berico (1952-1954; 1968-1976; 1997-2023), Arco (1976-1979), Mestre (1979-1997), e in Spagna a Valencia (1954-1955), Plasencia (1955-1956; 1959-1961; 1964-1968), Tuy (1956-1959), Villaluenga (1961-1963), e Yecla (1963-1964).
Nel corso della sua vita, fra Luigi ha svolto prevalentemente il ruolo di insegnante, cappellano di ospedale e di monasteri femminili. Negli ultimi venticinque anni della sua vita, è stato un confessore instancabile nel santuario di Monte Berico, dove desiderava costantemente tornare per donare misericordia.

Una vocazione precisa e costante
Fra Luigi ha sempre attribuito la sua scelta di diventare religioso a una profonda devozione alla Madonna. In una relazione scritta in vista del noviziato il 28 giugno 1943, confessava di aver deciso di farsi religioso “verso i 14 anni: per santificarmi e diventare sacerdote”. Questa vocazione è stata riconosciuta e supportata dai suoi maestri di formazione. Fra Filippo Mondin attestava che il giovane Verlato aveva dato segni evidenti di vera vocazione religiosa, descrivendolo come un giovane docile e pio. Il maestro Anselmo M. Zordan, alla fine del noviziato, dichiarava che fra Luigi si era sempre comportato bene, mostrando buona volontà, retta intenzione, e spirito di pietà e sacrificio.
Alla vigilia della sua professione solenne, fra Luigi scriveva con consapevolezza e determinazione la sua rinuncia al mondo per dedicarsi all’Ordine dei Servi di Maria, promettendo di seguire Cristo per salvare tutti e di rispettare gli obblighi dello stato religioso. Un’affermazione non firmata documentava che il giovane fra Luigi, grazie alla sua pietà e capacità nello studio, prometteva una buona riuscita nella vita religiosa.

Un uomo di studio e spiritualità
Fra Luigi è stato anche un assiduo frequentatore della Biblioteca Berica di Monte Berico, come testimonia Francesca, la bibliotecaria. Dal 2007 agli inizi del 2023, ha effettuato ben 676 prestiti, dimostrando una grande curiosità di conoscere, leggere, e studiare. Si interessava principalmente alla storia della Chiesa, delle religioni, in particolare asiatiche, e alla spiritualità dei Padri della Chiesa, con un occhio sempre attento alle discipline teologiche, specialmente della sezione dogmatica.
Molti lo ricordano come un frate che pensava molto e parlava poco, riflettendo profondamente sulla sua fede e vocazione. Un aspetto meno noto della sua vita era la sua passione per la Palestina. Nel 1981, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa in occasione del trentesimo anniversario del suo sacerdozio, proponeva che la Famiglia dei Servi di Maria avesse una casa in Terra Santa, un luogo dove poter partecipare da vicino ai fatti religiosi e umani della redenzione.

Un servizio instancabile
Fra Luigi ha servito in vari contesti, rispondendo alle necessità della sua comunità e dei fedeli. Dopo la sua ordinazione, è stato inviato in Spagna, dove ha contribuito ad aprire nuovi conventi e a rafforzare la fondazione dell’Ordine. Tornato in Italia nel 1968, ha servito come cappellano delle monache di Arco e ha assistito i confratelli anziani e malati del convento maschile di Arco. Dal 1979 al 1997, è stato cappellano della clinica Villa Salus delle Serve di Maria a Mestre.
Il suo impegno è stato contrassegnato da due momenti significativi: l’aiuto a chi era in necessità e l’assistenza ai sofferenti, seguendo l’esempio di Maria. Anche a Monte Berico, dove è tornato nel 1997 e ha vissuto fino alla sua morte, ha continuato a diffondere la devozione a Maria, diventando un confessore molto ricercato.

Un addio commovente
Fra Luigi ha concluso la sua esistenza terrena il 17 maggio 2023 nella sua cella della comunità Istituto Missioni, dove era stato accolto per cure adeguate dopo una caduta accidentale. Il giorno precedente, era stato dimesso dall’ospedale di Noventa Vicentina, dove era stato curato per una seria polmonite.
Il 19 maggio, nella basilica di Monte Berico, si è tenuta la liturgia di commiato, presieduta dal priore provinciale fra Giuseppe M. Corradi, accompagnato da 22 concelebranti. Durante l’omelia, il presidente ha tracciato la vita del defunto, ringraziando il Signore per aver donato fra Luigi alla comunità e invocando altri a seguire il suo esempio di dedizione e fede.

Eredità e ricordo
Fra Luigi Maria Francesco Verlato ha vissuto 97 anni, di cui 78 come frate e 73 come sacerdote. La sua vita è stata un esempio di dedizione, studio, e servizio. Ha seguito il cammino di Maria, dedicandosi agli altri e diffondendo la devozione alla Madonna. È sepolto nel cimitero del suo paese natale, Montebello Vicentino, accanto ai suoi cari, lasciando un ricordo indelebile nella comunità dei Servi di Maria e in tutti coloro che lo hanno conosciuto.
La sua eredità spirituale continua a vivere attraverso i suoi insegnamenti, il suo esempio di vita, e la sua profonda fede, ispirando future generazioni di religiosi e fedeli. Fra Luigi ha incarnato i valori dei Servi di Maria, mostrando come la devozione, il servizio, e la conoscenza possano essere strumenti potenti per una vita di santità e dedizione al prossimo.

MONTE BERICO: INTERVISTA DI P. STEFANO BORDIGNON A P. LUIGI MARIA VERLATO, PUBBLICATA IL 9 FEBBRAIO 2022


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P. Stefano: Ciao carissimi amici e amiche vi presento qui il nostro padre Luigi. Fra Luigi che da poco ha celebrato quanti anni di sacerdozio?

P. Luigi: dal 51.

P. Stefano: dal 51 al 2022 quindi 71, bene complimenti. E allora questa è l’occasione un po’ per raccontarci alcune cose della sua storia; conoscere un po’ la vita che ha vissuto Luigi, ci vuoi raccontare qualcosa per esempio, ci puoi raccontare come è cominciata la tua vocazione?

P. Luigi: Quella volta che andai dal parroco a dirgli che volevo fare o il monaco o il frate o il prete, lui è rimasto incantato e ha detto “non è la stessa cosa!”, e mi ha lasciato in sospeso per mesi.

P. Stefano: Quanti anni avevi?

P. Luigi: 16, 17. Aspettando una risposta mi sono ammalato. E un giorno sono andato a stendermi nel campo vicino la fonte ho sperato di andare in cielo.
Dopo verso sera ha cominciato a fare freddo e sono tornato a casa mia mamma ha misurato la febbre e mi ha detto di stare a letto. Ha chiamato il medico ma non c’erano malattie. La mamma è andata dal prete e ha detto bisogna decidere e lui mi ha accompagnato qui a Monte Berico. Io, in sacristia, ho visto il padre Alba che mi ha chiesto cosa vuoi? O prete o frate o monaco. E lui mi ha detto va e prepara mi ha dato una lista di cose da portare un vestito la biancheria, e così mi ha dato appuntamento devi avere gli esami di maturità e allora ho cominciato a studiare.

P. Stefano: Che anno, che anno era più o meno? tu sei nato nel?

P. Luigi: 25, 35, 42. Eravamo in piena guerra, uno sfacelo. Andavo portare il pane dopo averlo fatto, nel paese e la polizia mi seguiva in bicicletta, quindi sotto controllo anche il lavoro.
Una volta mi hanno accompagnato in caserma, un altra ancora però, a un certo momento è arrivato il permesso del provinciale e il mio fratello mi ha accompagnato in bicicletta a Monte Berico siamo arrivati verso sera, poi il giorno dopo sono partito per andare a Follina non sapevano che arrivavo. Comunque mi han dato il letto soltanto che il giorno dopo non avevo più trovato né i panni né il vestito nuovo e così sono rimasto semplice studente.  Dopo un paio di mesi abbiamo fatto gli esami di prima ginnasio, dopo un mese di seconda ginnasio e sono entrato in terza ginnasio. Di là sono passato a Isola Vicentina a fare il noviziato.

P. Stefano: Quanti eravate in quel tempo?

P. Luigi: una quindicina o 16.

P. Stefano: Cosa facevate quando eravate novizi?

P. Luigi: Da novizi ci faceva istruzione il padre maestro poi andavamo a coltivare l’orto qualche lettura della vita dei santi sì ho detto lì la vita dei santi ho avuto modo di leggere qualche libro di filosofia e allora mi hanno chiamato “IL FILOSOFO”. Così che con questo titolo sono arrivato giù a Roma. Non è stata facile la mia vita a Roma. A metà anno mi hanno ordinato sacerdote, non avevo ancora terminata teologia.

P. Stefano: E qual è stata la tua prima esperienza da prete?

P. Luigi: La prima esperienza è stata qui a Monte Berico nel 52. Nei mesi per terminare la scuola dicevo Messa da solo in cappella a Roma, qui la mia esperienza di confessore e poi insegnante al collegio, non mi dava soddisfazione perché non avevo terminato gli studi di Roma e chiedevo sempre di andare a terminali.
E il Generale, perché mi passasse la mania di studiare mi ha mandato in Spagna è scritto così nella obbedienza. Quando sono tornato dalla Spagna 18 anni dopo mi ha fatto vedere quello scritto quindi ho saputo perché sono andato: perché mi passi la mania di studiare.
In Spagna, arrivato non sapevano che io arrivavo insomma, mi hanno dato da mangiare. 7 o 8 mesi di Spagna li ho passati come cappellano di ospedale a Valencia poi si è aperto il seminario  e quindi assieme a due o tre compreso il padre Clemente Payá Martí (1930-2002) siamo andati ad aprire il seminario a Plasencia, a dare il bianco alle pareti mettere, in piedi qualche letto e si è iniziato a fare scuola.
Sono passati i fratelli Montà e mi hanno portato a Tuy ad aprire la casa di Tuy dovevamo mangiare e bisognava far scuola e chi aveva i titoli? Nessuno! Le scuole dove andavo a dir messa mi hanno fatto il diploma di maestro e quindi abbiamo aperto la scuola elementare, fino a che non mi hanno chiamato ad Arco, dicevo messa alle monache coltivavo l’orto, la preghiera la facevo con le monache quando non andavo al monastero la dicevo solo. Mi sono letto libri di spiritualità sempre e sempre ancora non che sia diventato un mistico ho sempre avuto la zappa.

P. Stefano: Del mondo in cui viviamo adesso, no, che impressione hai? Cosa pensi di come sta andando il mondo?

P. Luigi: Il mondo è rotondo, pieno di guai, ma io ne ho sempre avuti da bambino, la Prima guerra mondiale, la nostra famiglia, la mia famiglia che era ricca è sprofondata, seconda guerra, morti cugini. Come va il mondo? Ecco qui dipende dal Signore noi certamente tentiamo questo o quell’altro ma se non ci vengono le forze dal cielo rimaniamo soli.

P. Stefano: cosa è stato per esempio per te è molto importante del tuo cammino?

P. Luigi: Il fare la volontà di Dio. Questo è molto importante sempre, sia qui che la, quindi una ricerca di un incontro personale con Dio, quindi certamente un luogo può attirare come questo Monte Berico, ma sono stato anche sedici anni si o diciassette Mestre, sono stato ad Arco, in Spagna, ma certamente questo luogo è il migliore dove io credo che me ne andrò, in paradiso, si trovare un luogo con una scala per andare in paradiso, l’ho cercato da giovane sdraiato nel campo e non sono arrivato in paradiso, sono arrivato nel letto con la febbre, me l’hanno tolta e ho ripreso il cammino, camminando verso il cielo quindi mi sono avvicinato monaco o frate o prete? Li ho fatti tutti e tre si può dire!

P. Stefano: Da sacerdote, la cosa che più ti ha dato gioia, soddisfazione?

P. Luigi: Quando sono stato ordinato prete è la più grande soddisfazione. Ma il periodo di tempo è sempre stato di lavoro, la presenza in mezzo i malati mi ha dato la maggiore soddisfazione perché si arrivava al cielo, come cappellano d’ospedale il periodo che maggiormente mi ha così dato coraggio contento dove il Signore mi ha messo! Vicino alla mia terra vicino al cielo.

P. Stefano: Grazie dai da una benedizione a tutte le persone che ci seguono. Vuoi dare una benedizione?

P. Luigi: Sotto la tua protezione troviamo rifugio Santa Madre di Dio io confido in te benedici o Signore noi e tutti coloro che ascoltano nel nome del Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.
E qua ho scritto molto perché da bambino, ci hanno insegnato a fare il diario da bambino.

P. Stefano: È il diario della tua vita?

P. Luigi: SI.

Il video dell’intervista è visibile qui…

Umberto Ravagnani

NOTA: * Direttore della Biblioteca Berica di Monte Berico è p. Giorgio M. Vasina, bibliotecaria Francesca Gaianigo.
FOTO
: Archivio storico della Provincia Veneta OSM (Vicenza) (email: archivio@pvosm.it).
1) Foto scattata il 22-12-2021 a Monte Berico per il 70° di ordinazione di p. Luigi Maria Verlato.
2) Foto scattata il 22-12-2021 a Monte Berico per il 70° di ordinazione di p. Luigi Maria Verlato.
3) Monte Berico: intervista di p. Stefano Bordignon a p. Luigi Maria Verlato, pubblicata il 9 febbraio 2022.
VIDEO: L’intervista di P. Stefano Bordignon a p. Luigi Maria Verlato del 9 febbraio 2022 è visibile qui…
FONTE
: Archivio storico della Provincia Veneta OSM (Vicenza) (email: archivio@pvosm.it).

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L’ORIGINE DELLA CHIESA DI SELVA

[393] L’ORIGINE DELLA Chiesa DI SELVA
Determinazione, fervore religioso e sociale di una comunità…

Nel cuore della pittoresca e fertile valle di Selva di Montebello, emerge una storia quasi incredibile attraverso le antiche carte d’archivio parrocchiali. In un vecchio manoscritto, si intrecciano verità e curiosità, offrendo uno sguardo vivace su un passato lontano ma ancora pulsante.
La località di Selva, storicamente sottoposta alla parrocchia di San Nicolò di Agugliana, ha sempre nutrito un profondo desiderio di autonomia amministrativa. Questo anelito, rimasto inascoltato per oltre un secolo, testimoniava la tenace volontà degli abitanti di Selva di affermare la propria identità ecclesiastica e sociale. Nonostante questo desiderio fosse spesso soffocato, l’aspirazione all’indipendenza ecclesiastica non si è mai spenta, continuando a vivere nel cuore dei suoi abitanti come uno dei desideri più ardenti e naturali.
Il manoscritto, redatto da un cittadino di Selva e trascritto dal curato Don Domenico Casalin nel 1894, offre un viaggio tra storia e leggenda. Tra le sue pagine si trovano racconti del lacus Dianae e del vulcano di Agugliana, echi delle visite di celebri viaggiatori del XVIII secolo e delle loro fantasie. Tuttavia, il fulcro della narrazione risiede in un’importante riunione dei capifamiglia della parrocchia, un evento che avrebbe segnato profondamente la storia della comunità.
Durante questa riunione, si discuteva del restauro della canonica di San Nicolò di Agugliana. In un momento di audace provocazione, qualcuno propose di costruire una nuova Chiesa più a valle, piuttosto che affrontare onerosi lavori di restauro. Questa proposta, inizialmente vista come radicale, venne accolta con un entusiasmo inaspettato. Il 26 marzo 1868, il prevosto benedisse la prima pietra della nuova Chiesa, con il parroco di Agugliana, Don Beniamino Rancan, che scelse di rimanere neutrale.
In soli dieci mesi, grazie al progetto del capomastro Giovanni Guarda, la nuova Chiesa si ergeva fino al cornicione. La costruzione fu resa possibile dalle generose donazioni in denaro, pietre e calce, e soprattutto dal lavoro gratuito dei “curaziani”, il cui ardore cresceva insieme alle mura della Chiesa. Il 16 maggio 1869, la nuova Chiesa, sebbene ancora incompleta, fu benedetta, e il 3 dicembre 1871, il Santissimo Sacramento fu stabilmente deposto al suo interno.
Gli anni successivi videro ulteriori miglioramenti: la sagrestia fu costruita nel 1874, il coro e la stabilitura interna nel 1884, e il soffitto “alla piemontese” nel 1885. Orgogliosi della loro Chiesa, i residenti decisero di aggiungere delle campane. Il 23 giugno 1877, tre nuove campane furono consacrate, e la prima di esse fu benedetta dal cardinale di Verona, S.E. Luigi di Canossa.
Alla fine del XIX secolo, la Chiesa fu ulteriormente abbellita con porte, una Via Crucis, quadri e un battistero. Tuttavia, il progetto della facciata, proposto da Gerardo Marchioro, fu accantonato a causa dei costi elevati. Parallelamente, la comunità di Selva si concentrò sulla costruzione di un cimitero. Nonostante l’offerta di un terreno e il supporto del sindaco, la burocrazia impedì la realizzazione del progetto, e si continuò a utilizzare il cimitero di Montebello.
Dal 1869, i nuovi curati di Selva assunsero il compito di curare le anime, spesso in contrasto con Agugliana. Nonostante i frequenti avvicendamenti dei curati e le molte famiglie emigrate in Brasile e Argentina, la comunità continuò a crescere, raggiungendo una popolazione di 980 persone all’inizio del Novecento.
Il fervore della comunità si manifestò anche nella costruzione delle scuole, progettate dall’ingegnere comunale Pietro Frigo e completate nel 1882. L’edificio scolastico, situato vicino alla Chiesa, rappresentò un altro traguardo significativo per la comunità.
La storia della Chiesa di Selva di Montebello non è solo un racconto di pietre e mattoni, ma un vivido esempio di determinazione, fede e comunità. Questa narrazione ci mostra come un piccolo gruppo di individui, mossi da un comune senso di appartenenza e da una visione condivisa, possa superare ostacoli apparentemente insormontabili per realizzare i propri sogni. La costruzione della Chiesa e delle altre infrastrutture non fu solo un atto di fede, ma anche un simbolo tangibile della resilienza e dell’unità della comunità di Selva.
Le vicende della Chiesa e delle sue successive aggiunte rappresentano una testimonianza duratura dell’impegno collettivo. Nonostante le sfide burocratiche e le limitazioni economiche, la comunità ha dimostrato che con la cooperazione e la determinazione si possono raggiungere traguardi significativi. Questo spirito di solidarietà e perseveranza è ciò che ha permesso alla piccola comunità di Selva di Montebello di costruire non solo edifici, ma anche una forte identità sociale e religiosa.

Umberto Ravagnani

FOTO: La Chiesa di Selva di Montebello in una foto degli anni ’60 del Novecento (collezione privata Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA
: L.Zonin, Il campanile di Selva di Montebello, 2014.

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CASERME E SOLDATI A MONTEB.

[392] CASERME E SOLDATI A MONTEBELLO
durante la Repubblica di Venezia

Alla fine del XVI secolo, la Repubblica di Venezia instaurò una rete di presidi militari su tutto il suo territorio. Uno dei presidi più rilevanti era la fortezza di Palmanova. Lungo l’asse stradale che collegava il Friuli con i territori di Crema e Bergamo in Lombardia, furono erette caserme che ospitavano guarnigioni di diverse dimensioni: dalle piccole stazioni con pochi soldati, alle più grandi nei capoluoghi di distretto. A Vicenza, la caserma della cavalleria si trovava nel quartiere di Portanova, oggi ricordato da “via del Quartiere”. Altre caserme si trovavano a Carmignano di Brenta, allora parte della provincia di Vicenza, e a Montebello, che ne aveva due: una piccola dietro il palazzo comunale e una più grande tra la piazza e il ponte “del Marchese” sul torrente Chiampo.
Secondo gli storici, la caserma di Carmignano fu allestita tra il 1620 e il 1630, risultando gemella di quelle di Montebello per epoca, dimensioni e utilizzo. Dal “Libro delle Colte del Clero” emerge che tra il 1623 e il 1626 furono sostenute considerevoli spese per materiali e manodopera, indicando che in questo periodo si svolsero i maggiori lavori di costruzione e trasformazione delle strutture militari.
Nel 1629, il “Quartiero Viviano” di Montebello viene citato in un pagamento a un fabbro per la sostituzione di serrature. Nei primi anni di allestimento delle nuove caserme, spesso si preferiva affittare edifici già esistenti piuttosto che costruirne di nuovi, come avvenne successivamente a Montebello. Un contratto di affitto del 7 novembre 1616 potrebbe retrodatare l’esistenza di queste caserme, anche se non è chiaro se si riferisca al “Quartiero piccolo o Viviano” o allo “Stalone o li Quartieri” più grande vicino al “ponte del Marchese”.
Nell’ottobre del 1706, una piena del Rodegoto e dell’Aldegà-Chiampo colse di sorpresa gli abitanti di Montebello. I danni maggiori furono subiti dagli edifici lungo gli argini, tra cui quelli dei Marchesi Malaspina e la lunga caserma “de li Quartieri” occupata dalla cavalleria veneziana. I soldati dovettero affrontare grandi difficoltà per salvare se stessi e i loro cavalli, e alcuni cercarono scampo aprendo varchi nei muri delle stalle.
Questa alluvione ricordava quella del 1691 e quella del 1696, entrambe devastanti per la comunità. Anche questa volta, la piena rese inagibile l’accesso al ponte sul Chiampo, bloccando il movimento sulla Strada Regia. Il 9 ottobre 1706, Francesco Muttoni, perito degli “Ingrossadori”, fu chiamato per ripristinare la caserma “de li Quartieri”. Nonostante Muttoni avesse proposto tre soluzioni, i deputati optarono per piccoli interventi, insufficienti a prevenire danni ulteriori causati da un’altra alluvione nel novembre 1710. Solo nel gennaio 1715 i “Quartieri” furono ripristinati sotto la gestione di Marco Zazon, che subentrò al padre Gio.Batta dopo aver vinto l’appalto nel dicembre 1712.
Il quartiermastro era generalmente un militare preposto alla direzione di una caserma. A Vicenza, all’inizio del Settecento, questo ruolo era ricoperto dal capitano Camillo Trissino. A Montebello, invece, il quartiermastro era un civile che fungeva da albergatore per i soldati, curando gli edifici e fornendo assistenza alle truppe, in particolare per la gestione del fieno per la cavalleria. Il suo incarico veniva assegnato tramite gara d’appalto e durava cinque anni, con possibilità di riconferma.

Il “Quartier grande” di Montebello, con tre stalle per 55 posti, richiedeva maggior impegno. Le stalle piccole erano situate di fronte alla Strada Regia, mentre “lo stallone” si estendeva verso l’argine del Chiampo. Le camere erano per lo più al primo piano sopra le stalle. Il “quartieretto” disponeva di due stalle per un totale di 12 posti e 11 stanze tra camere e salette. Questo assetto risulta da un inventario del 1715. Gio.Maria Guelfo fu uno degli appaltatori più longevi, gestendo i quartieri di Montebello dal 1692 al 1712, nonostante le difficoltà causate dalle alluvioni del 1692, 1702 e 1710. Durante il suo mandato, Guelfo fu accusato di appropriazione indebita e negligenza nella manutenzione, portando a una lunga controversia con l’amministrazione di Vicenza. Egli replicò sostenendo che le truppe tedesche di passaggio nel 1705 non avevano pagato il fieno e avevano sottratto foraggio. Dopo l’alluvione del 1710, soldati del capitano Carrara avevano anche rubato denaro a suo figlio. Il successore di Guelfo, Nicolò Perana, dovette affrontare simili difficoltà nel far rispettare i pagamenti da parte dei soldati. Nonostante questi problemi, il ruolo del quartiermastro rimase cruciale per garantire il funzionamento delle caserme e il supporto logistico alle truppe, contribuendo così alla difesa del territorio della Repubblica di Venezia.
Le caserme veneziane, con la loro rete di presidi militari, rappresentarono un elemento fondamentale per la difesa e il controllo del territorio. Il ruolo dei quartiermastri, spesso civili che vinsero gare d’appalto, fu essenziale per il mantenimento e la gestione logistica di questi edifici, dimostrando l’importanza della collaborazione tra autorità militari e civili. Le vicende delle alluvioni e delle difficoltà logistiche evidenziano le sfide che queste strutture dovettero affrontare per rimanere operative nel tempo. Nonostante gli ostacoli, l’efficienza della rete di presidi militari contribuì significativamente alla sicurezza e alla stabilità della Repubblica di Venezia.
In conclusione, la gestione delle caserme fu una componente cruciale della strategia difensiva della Serenissima. Le sfide affrontate, dalle calamità naturali alle difficoltà amministrative, furono superate grazie alla dedizione e alla competenza di coloro che gestivano queste strutture, garantendo così la protezione e il benessere dei territori sotto la loro giurisdizione.

Umberto Ravagnani – Ottorino Gianesato

DISEGNO: La caserma posta non lontano dal ponte del Marchese. Le stalle erano al piano terra e le camere al primo piano. (Disegno di Umberto Ravagnani, ricavato da un bozzetto, non firmato né datato, probabilmente del perito Francesco Muttoni, eseguito nei primi anni del 1700).
BIBLIOGRAFIA: O.Gianesato, “Miscellanea di storia montebellana“, 2009.
NOTA: ⁕ Vedi anche l’articolo MONTEBELLANI DEL PASSATO (1).

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INGENTE PASSAGGIO DI PROPRIETÀ

[389] UN INGENTE PASSAGGIO DI PROPRIETÀ


La famiglia dei Sangiovanni, che proveniva da S. Giovanni Ilarione, era attiva a Montebello già dal Cinquecento. Furono presenti nel nostro paese fino al 1842, anno della morte di Chiara Ghellini, moglie di Francesco Sangiovanni. Nel nostro paese tre erano i centri agricoli dei conti Sangiovanni. La Pra dove si era sperimentato la coltura del riso, con mulino da frumento e poi pila da riso. Borgolecco, ovvero la nostra zona Gamba, detta, all’epoca, Parco delle Cesure.1 La Gualda, casa ex Villardi, con oratorio di S. Giacomo. Dei Sangiovanni (Annibale) era anche la zona che sarà poi villa Pasetti-Freschi e la casa dei Pasetto con i campi fino al ponte della Fracanzana. Con un testamento datato 20 maggio 1806 del conte Francesco Sangiovanni, le sue proprietà a Montebello passarono al nobile Lodovico da Schio, mantenendo per la propria moglie, Chiara Ghellini, l’usufrutto fino ad un eventuale secondo matrimonio.2
Con l’atto di vendita riportato in appendice di questo articolo i nuovi proprietari, Lodovico Da Schio e il figlio Giovanni, cedettero il loro latifondo di Montebello a Gaetano Pasetti, padre di Giuseppe3 futuro sindaco del nostro paese.
Nella descrizione dei vari terreni e case che passarono di mano troviamo il toponimo “Seraglio” che corrispondeva pressoché all’area occupata oggi dalla cosiddetta “zona Gamba” e che, in un disegno del 1709 del perito Francesco Miolato, era indicata come “parco delle Cesure”. Si tratta di un’area di oltre 60 campi di vario tipo: arativi, dedicati al pascolo, con piante di ulivo, ecc.

Nel “Seraglio” era presente anche una “giassàra” (ghiacciaia), indicata anche nel suddetto disegno del Miolato, e collocata all’incirca dove si trova oggi un grande condominio vicino all’Ufficio Postale.
A Montebello sono tre le “giassàre” note: oltre a quella del “Parco delle Cesure”, ce n’era una in un punto non ben definito tra Via Roma e Via Trento, all’interno dell’antico muraglione che dà sulla strada e un’altra, della quale abbiamo già parlato nell’articolo  [205] Villa Anselmi-Schroeder a Montebello. Si tratta di costruzioni di varia forma e oltre al suo utilizzo privato come a Montebello, in molte località a noi vicine come la Lessinia costituivano una fonte notevole di reddito (se ne può ancora osservare una molto bella sulla strada che collega Bosco Chiesanuova con Erbezzo). Il ghiaccio era tagliato in inverno da vicine buche naturali o scavate appositamente e quindi riempite d’acqua. Parte della costruzione è interrata per consentire la conservazione del ghiaccio nei mesi caldi.
In estate il ghiaccio era caricato in blocchi su carrette a traino animale e portato nottetempo nei centri abitati della pianura, per essere poi venduto e utilizzato per la conservazione dei prodotti alimentari nei negozi e nelle case. Verso gli anni cinquanta del Novecento il loro utilizzo andò scemando a causa della diffusione degli impianti di refrigerazione sia domestica che industriale.

APPENDICE
LODOVICO E GIOVANNI da SCHIO VENDONO AL SIGNOR GAETANO PASETTI 7 CASE, UNA DOMINICALE E 139 CAMPI IN MONTEBELLO (ULTERIORI CAMPI 120 NELLA CONTRA’ DI FARA) PER LIRE 180.000.

L'ATTO DI VENDITA

REGNO LOMBARDO VENETO

Correndo l’anno del Signore 1824, martedì 28 del mese di settembre.

In nome di Sua Maestà Francesco Primo Imperatore

In vigor del testamento 20 maggio 1806 del fu Co. Francesco Sangiovanni, il Nob. Lodovico da Schio divenne proprietario, tra gli altri, degli infradescritti beni con fabbriche dei quali è usufruttuaria, in vita di lei durante, o fino a che fosse per passare ad altre nozze, la Nob. Chiara Ghellini vedova del suddetto testatore colle facoltà e come in detto testamento.

Fu essa Nob. Chiara Ghellini coll’istrumento 1824 22 maggio, atti infrascritti, privata d’ogni suo credito, anco dotale, della facoltà lasciata dal fu conte Francesco mediante l’assegnazione di altri beni, così che, in grazia delle autorizzazioni postate dal detto istrumento, e dei titoli creditori derivanti dalla disposizione del medesimo testatore, non compare alla stessa fino all’epoca di detto istrumento alcuna altra ragione.

Le ragioni proprietarie degli infrascritti beni spettanti al prefatto Nob. Lodovico, mediante la donazione 15 giugno 1821, atti miei, passarono nel nobile Giovanni da Schio figlio del prefatto Nob. Lodovico.

Convinti però di divenire li prefatti Nob. Lodovico padre e Giovanni figlio a delle alienazioni per sistemare gli affari della loro famiglia, hanno col mandato 29 luglio1824, atti miei, eletto loro procuratore il Nob. Almerico Colonese del fu conte Francesco con facoltà di poter liberamente alienare tra gli altri, o tutti o in parte, dei beni in Montebello, attualmente usufrutti della Nobile Signora Chiara Ghellini Sangiovanni, il quale ha trovato di concludere col Signor Gaetano Pasetti del fu Giuseppe il presente contratto di vendita e compreso colli fatti, modi, condizioni seguenti.

Costituiti pertanto avanti a me notaio (seguono i nomi dei contraenti) ………………………

primo – il suddetto Nob. Colonese procuratore facendo per li predetti Nobili Lodovico e Giovanni da Schio ………………………

aliena al Signor Pasetti Gaetano che per sé e gli eredi acquista gli infradescritti beni con fabbriche con tutti gli oneri, diritti, giurisdizioni e servitù a detti beni e fabbriche competenti ………………………

 secondo – resta comunque dichiarato che ogni spazio di terreno su cui avessero diritti li venditori lungo la mura del Brolo e Seraglio all’esterno della mura stessa s’intenderà compreso nel presente contratto ed ogni diritto inerente. Come pure resta dichiarato che al cessare dell’usufrutto dovranno esser tolte tutte le servitù cogl’immobili alienati per conto delle due case contigue che rimangono ai venditori e che non sono abbracciate dal presente contratto, e diviso ogni foro di comunicazione.

 terzo – valore totale della compravendita Lire Venete 180.000

 quarto

 quinto

 sesto – non sarà tenuto esso Signor Pasetti né meno a quei titoli di credito che anco sopra li beni alienati per carichi straordinari o altro potesse farsi la suddetta Nobile Signora Chiara in dipendenza del suddetto testamento 1806 durante l’usufrutto posteriormente al suddetto istrumento 22 maggio 1824 e né meno alla pensione vitalizia di Lire 4.000 alla medesima Signora Chiara, nel caso di passaggio ad altre nozze né alla pensione delle Lire 1.800 milanesi alla Signora Eleonora Sangiovanni da Schio del che tutto dovrà esso Pasetti essere tenuto sollevato ed indenne per parte delli venditori.

 settimo

 ottavo

 nono – il Signor Pasetti Gaetano esborsa Lire Venete 32.000 e per le restanti 148.000 : Lire 68.000 entro due anni ed il restante pagabile in più rate entro l’anno 1830.

 decimo

 undicesimo – siccome il Pasetti acquirente non percepisce li frutti dell’immobili,  col presente acquistati,  durante l’usufrutto della Nobile Chiara Ghellini Sangiovanni, così pel giusto di lui indennizzo resta convenuto che tanto sopra le Venete Lire 32.000  esborsate, come nel superiore nono articolo, quanto sopra l’altre somme da esborsare in ordine al suddetto decimo articolo in sussistenza dell’usufrutto siano tenuti li venditori a corrispondergli l’annua rendita del 5% decorribili dal giorno di ciascun esborso.

                                                                     SEGUONO LI BENI ALIENATI

Numero mappali: 647 – 648 – 649 – 650 – 651 – 652 – 653 – 654 – 659 – 660 – 661 – 662 – 663 – 645 porzione.

Casa fittalizia al civico n° 625 corrispondente al n° 663 di mappa e l’orto che era il giardino del Palazzo demolito che abbraccia il n° 663 di mappa. Confina a levante con Maule Paulo, a monte Righi Pietro, ponente collo stradone,  n° 661, a tramontana la strada.

Le due case fittalizie n° 626 – 627 civici corrispondenti ai n° 659 – 660 – 661 di mappa confinano a levante  di questa ragione con il n° 662, Righi Pietro, Cristofari Marco, Cenzati Giuseppe e Albertini Silvestro, a ponente beni di questa ragione.

Casa rustica con pozzo e vera di pietra con corte e terreno annesso di circa 2 quarti ora coltivato a sparesara la quale apparteneva ad un (palazzo) dominicale ora demolito nella quale casa si entra dalla Contrada Borgolecco suddetta mediante portone con pilastri di pietra e successivo altro portone con pilastro di cotto.

Le altre tre case fittalizie ai n° 630 – 631 – 634 civici e la predetta casa rustica corrispondente  al n° 645 per due parti e 647 di mappa così pure il “Seraglio” e carrezzà appoggiata alla mura del Serraglio stesso, sotto li numeri 645  649 – 650 – 651 – 652 – 653 – 654  dell’analoga mappa.

 Casa dominicale con giardino, pozzo con adiacenze nella Contrà Borgolecco nella superficie di campi 1 e quarti 1. Così pure casa della gastalderia con corte ed adiacenze . Brolo dinanzi al dominicale  di campi 5 e tre quarti censito ai numeri 655 – 656 – 657 di mappa.

Confina a levante Cenzati Giuseppe ed Albertini Silvestro, monte la strada , la Parrocchiale di Montebello, ponente una  stradella, tramontana la  strada.

“Seraglio” pure in Montebello in detta Contrà di Borgolecco confinante a tramontana della dominicale circoscritta di mura in cemento (?) in parte caduta,  della quantità di campi 61 e quarti due circa, con “Giasiagia” (ghiacciaia) cioè campi  39 e 3 quarti arativi, piantà, vignà, in pianura campi 8 e quarti 2 arativi vacui, campi 4 e quarti 1 pascolivi con olivi in monte, campi 4 pascolivi semplici in monte, finalmente campi 15 di bosco ceduo in monte più casotto annesso a detto Seraglio nell’angolo di levante, a mezzogiorno appoggiato alla mura della strada Borgolecco.

Campi 14 e quarti 2 nella Contrà Dugale senza casa censiti ai n° 400 di mappa . Confina la Strada Regia.

Campi 39 nella Contrà di Fara  o Fornace di sotto al n° 250 di mappa

Campi 67   sempre in Contrà di Fara al n° 269 di mappa

                                                         Beni in Montebello dati in ipoteca al signor Paesetti Gaetano

In Contrà della Prà campi 115 con boaria

In Contrà della Prà campi 72

 

OTTORINO GIANESATO

ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA
Notaio Fantini Francesco di Vicenza- Villabalzana
Busta n° 4060 – atto n° 2398

FOTO: 1) Panorama della “zona Gamba” di Montebello nei primi anni 70 del Novecento (collezione privata Umberto Ravagnani).
2) Una tipica giassàra (ghiacciaia) molto diffusa all’epoca dei fatti narrati.
NOTE: 1) La ‘cesura‘ indicava un piccolo podere con casa.
2) Da “Santa Maria di Montebello” v. II, p. 261 di Luigi Bedin.
3) Abbiamo già parlato di Giuseppe Pasetti nell’articolo [135] Villa Pasetti (Freschi-Sparavieri).

Umberto Ravagnani

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DON GIROLAMO DALLA-BARBA

 

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IL PONTE SULL’ACQUETTA

 

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L’UFFICIO POSTALE DI MONTEB.

 

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IL TRENO DEI DESIDERI

 

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IL CAV. FELICE CARLOTTI

 

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MARIO TIRAPELLE

 

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RICORDI DI SCUOLA A CA’ SORDIS

 

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SUOR GABRIELLA MENEGON

 

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DON VITTORE PORRA

 

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PIERANTONIO COSTA

 

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ANTONIO BARTOLOMEO FRIGO

 

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PADRE SANDRO DANIELI

 

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NUOVE CAMPANE PER LA CHIESA

 

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L’ANTENATO DEL CASELLO

 

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