Categoria: <span>EDIFICI STORICI</span>

LA VILLA SUL COLLE

[470] LA VILLA SUL COLLE
Orazio Righi e i segreti di villa Miari

Se oggi salite verso il colle di Montebello Vicentino, vi capita ancora di vederla lì, bianca e un po’ severa: Villa Miari, che un tempo era la villa Righi. Sta a mezza costa, proprio sotto il castello. Da lontano sembra quasi galleggiare sul verde del parco, con quella facciata ordinata e il suo timpano elegante che guarda verso sud, cioè verso il sole. Nel Settecento questa villa apparteneva a Orazio Righi, un nobile di Vicenza. Non un grande personaggio storico, ma uno di quei gentiluomini che tengono viva la loro epoca: colti, attenti alla terra e molto legati alla loro casa.
La famiglia Righi non era nuova a Montebello. Già nel Seicento un loro antenato, Marc’Antonio Righi, possedeva una “casa dominicale” — cioè una residenza di campagna — ai piedi della collina. Niente di sontuoso, solo un’abitazione circondata da un muro, accessibile da quella che oggi è via Borgolecco. Però, nel 1678, un documento curioso lascia intuire che qualcosa di importante stava succedendo: si cita un certo Pietro Danesato, che doveva restituire a Marc’Antonio Righi una macchina edile, chiamata argana — una specie di gru o sistema a carrucola usato nei cantieri — dopo che l’aveva prestata per ricostruire il ponte sul rio Acquetta.
Ora, se Marc’Antonio aveva una macchina così, non era certo solo per dare una mano ai lavori pubblici. È molto più probabile che la stesse usando per un grande progetto privato: la costruzione della villa Righi, quella che oggi conosciamo come Villa Miari.
L’edificio è davvero notevole. Ha pianta quadrata, due piani nobili sopra un basamento e un mezzanino, cioè una specie di soffitta abitabile. Le proporzioni sono slanciate, più verticali di quanto fosse tipico nelle ville venete. La facciata, perfettamente simmetrica, è arricchita da un avancorpo centrale con un timpano e da due grandi finestre ad arco con volti scolpiti nella pietra: uno di quegli artifici decorativi che, all’epoca, servivano per “umanizzare” la casa, darle un’espressione.
Quando arriviamo al Settecento, la villa è già lì, bianca e maestosa. E al suo interno si svolge la vita quotidiana di Orazio Righi, che ne è il proprietario a metà del secolo. Di lui non abbiamo ritratti, ma possiamo ricostruirne l’ambiente grazie a un documento straordinario: l’inventario dei beni mobili redatto l’8 luglio 1756 dal notaio Annibale Sgreva di Montebello.
È un elenco lungo e dettagliato — 320 oggetti in almeno 20 stanze — compilato alla presenza di due testimoni e del fratello di Orazio, Pietro Righi. Leggerlo oggi è come entrare in quella casa, stanza per stanza, e sbirciare nella vita quotidiana di una famiglia nobile di provincia.
Nella cucina sotterranea, “verso sera” come scrive il notaio, c’erano tavoli di noce con cassetti, armadietti con serratura e una gradella di ferro, cioè una griglia da camino. Accanto, sotto la scala, un grande cesto di vimini chiamato caponara, usato per trasportare provviste o panni.
Più sopra, nel tinello — una sala a metà tra cucina e sala da pranzo — trovavano posto quattro armadi colorati, sedie dipinte di verde, due quadri con cornici dorate e alcuni sacchi di grano. C’erano anche cinque “pezze di formaglio di pecore”, circa venti chili di formaggio ovino: segno che in quella casa si produceva e si conservava di tutto.
Poi si arriva al piano nobile, il cuore della villa. Nella prima sala “di sopra” c’erano sei quadri con cornici dorate, due grandi e quattro più piccoli che rappresentavano le Stagioni. Un tema classico: significava prosperità, armonia, il passare del tempo. Sulle pareti, anche quattro arme, cioè stemmi araldici dipinti su tela, probabilmente legati ai rami della famiglia o ai loro matrimoni.
Un’altra sala ospitava quattordici sedie di noce e un tavolo da gioco. Il notaio lo chiama “il gioco della dama ossia sbaragià”, con venticinque pedine. Immaginate Orazio Righi la sera, con qualche amico o parente, che passa il tempo a giocare e discutere di affari o di politica locale.
Le camere da letto erano arredate in modo sobrio ma curato. Materassi di lana, cuscini, copriletto colorati, specchi con cornici rosse e dorate. In una stanza si trova un piccolo scrigno di noce con “secretti inclusi”, cioè scomparti nascosti: un tocco quasi da romanzo.
Il documento descrive anche i granai, dove erano stoccati sacchi di frumento e formentello (una varietà di grano tenero). In un “granaretto sopra il camerino” c’era addirittura un “torcolo da oglio”, cioè una piccola pressa per produrre olio, completa di mestolo e crivello. Niente di industriale, ma sufficiente per le esigenze della villa.
La caneva, la cantina, era un’altra parte importante della casa. Vi si trovavano sette botti grandi con cerchi di ferro, ciascuna capace di contenere circa 700–800 litri di vino, più due mastelli e un torchio per spremere le vinacce. Sotto la barchessa — il portico laterale tipico delle ville venete — stavano i tinazzi, grandi recipienti di legno per la fermentazione. È chiaro che i Righi producevano il loro vino, come molte famiglie nobili dell’epoca.
Il giardino era pieno di vita: ventitré grandi vasi con piante di limoni e aranci, e altri più piccoli con gelsomini. Queste piante, allora, erano un vero status symbol. Gli agrumi in vaso richiedevano cure e venivano spostati in serra durante l’inverno. Avere una collezione di limoni e aranci non era solo una questione estetica: significava anche mostrare di poterselo permettere.
Nel retro, le stalle contavano otto “poste da cavallo”, segno che la villa non era isolata: i cavalli servivano per muoversi tra Vicenza e la campagna, ma anche per rappresentanza. C’erano pure due maiali, maschio e femmina, nello “stalotto”. La casa dei Righi univa il lusso del nobile con la concretezza del contadino.
Tutto questo ci restituisce un’immagine molto precisa di Orazio Righi: non un aristocratico distante, ma un proprietario attento, coinvolto nella gestione delle sue terre e della sua casa. Aveva gusto per il bello, ma anche un senso pratico marcato. Si può immaginare che partecipasse alla vita sociale di Vicenza, ma che trovasse nella villa di Montebello il suo vero equilibrio, tra silenzio, campi e amministrazione.
Le statue cinquecentesche che ancora oggi coronano la villa probabilmente erano già lì al suo tempo. Forse provenivano da un edificio più antico, riutilizzate come ornamento del giardino. Cinque figure di pietra che guardavano il paesaggio, testimoni silenziose di cene estive e visite importanti.
Con il passare degli anni, la villa passò ad altri proprietari, tra cui la famiglia Miari, da cui prese il nome attuale. Ma l’impianto architettonico rimase sostanzialmente intatto. Anche se il giardino oggi appare un po’ trascurato, la struttura è ancora quella che i Righi vollero: imponente, razionale, pensata per essere vista da lontano.
Orazio Righi visse nel pieno del Settecento, in un Veneto che non era più potente come ai tempi della Serenissima, ma che conservava un certo gusto per l’ordine e la bellezza. La sua villa ne è la prova: elegante ma non eccessiva, funzionale ma ricca di dettagli, capace di unire l’arte alla vita quotidiana.
Immaginate quella scena: il sole che scende dietro la collina, il profumo dei limoni nell’aria, un uomo che guarda i campi dal balcone di pietra. È lui, Orazio Righi, il padrone di casa. Non un personaggio da cronaca, ma un volto concreto del suo tempo. Dietro quelle mura c’erano le sue abitudini, la sua famiglia, le sue giornate fatte di lavoro, relazioni e piccole cose. E forse è proprio questo che rende la sua storia così interessante: perché racconta la vita reale dietro le grandi facciate del passato.
Umberto Ravagnani

NOTA: ⁕ Da un atto dell’8 luglio 1756 nel quale, il Notaio Annibale Sgreva di Montebello, esegue l’inventario dei beni del PALAZZO  RIGHI. (INVENTARIO 02B – Archivio di Stato, Vicenza), consultato da Ottorino Gianesato.
FOTO: VILLA MIARI a Montebello Vicentino in una foto del 2010 (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

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LA STORIA DI ANNA MIARI

[468] LA STORIA DI ANNA MIARI
Una vita tra eleganza e inquietudine

Quando si parla di Anna Miari, si entra in una storia fatta di famiglia, di luoghi e di un modo di vivere che oggi sembra lontanissimo, ma che ha lasciato segni ancora visibili. Anna nacque a Padova il 13 ottobre 1859, in un mondo che stava cambiando rapidamente. Era figlia del conte Felice Miari, originario di Belluno, e della contessa Antonia Rota, di San Vito al Tagliamento, in Friuli. Due famiglie nobili, radicate nel Nordest, ma non chiuse nel loro titolo: gente istruita, attiva, abituata a occuparsi della cosa pubblica. Felice Miari era un uomo d’altri tempi, ma con una mentalità moderna. Nato nel 1810, aveva studiato legge a Padova, si era dedicato all’amministrazione delle proprietà di famiglia e, soprattutto, alla vita politica. Prima ancora del 1866, quando il Veneto era ancora sotto l’Austria, lui già sosteneva l’idea dell’Unità d’Italia. Non era solo un idealista da salotto: partecipava, discuteva, si spendeva. Per anni fu consigliere provinciale a Este, poi sindaco di Sant’Elena d’Este, e per sedici anni presidente del Monte di Pietà, una specie di banca pubblica ante litteram che aiutava le famiglie in difficoltà con prestiti onesti.
Chi lo conobbe lo descriveva come un uomo energico, severo ma generoso. Nel 1882, quando l’Adige ruppe gli argini e allagò gran parte delle sue terre, fu tra i primi a organizzare i soccorsi agli alluvionati. E fu proprio in quei giorni concitati che morì: un colpo apoplettico, come si diceva allora, lo colpì durante una riunione del consiglio comunale. Aveva 72 anni.
La madre di Anna, Antonia Rota, era invece una donna dolce e riservata. Nata nel 1831, cresciuta in Friuli, portava con sé una certa eleganza naturale e un’educazione raffinata. Morì giovanissima, a soli quarantanove anni, nel 1880, poco dopo la morte della figlia Giulia, che aveva solo diciotto anni. Due lutti ravvicinati che lasciarono un vuoto profondo nella famiglia e soprattutto nella giovane Anna, che allora aveva vent’anni.
Anna fu educata nel modo più curato che una ragazza del suo rango potesse desiderare. Frequentò il Collegio della Santissima Annunziata al Poggio Imperiale di Firenze, un istituto d’élite dove studiavano le figlie della nobiltà italiana ed europea. Un luogo bellissimo, ospitato in una villa medicea, dove si imparavano non solo le materie classiche ma anche musica, pittura, francese, economia domestica. L’obiettivo era formare giovani donne colte ma anche eleganti, capaci di rappresentare con grazia la propria famiglia.
Anna era la prima di cinque fratelli. Dopo di lei vennero Giulia, poi Vittoria, che sposò il marchese Pietro Buzzaccarini di Padova, Giacomo, che avrebbe fatto una carriera impressionante come ingegnere e generale, e infine Lodovico, militare e marito di Teresa Pelli Fabbroni, dama di palazzo della regina Elena. Insomma, una famiglia in cui l’impegno e l’onore contavano più del lusso.
Nel 1881, a ventidue anni, Anna sposò il marchese Luigi Carlotti, di Verona. Lui apparteneva a una nobile famiglia veneta di antiche origini, un uomo serio, elegante, con senso del dovere. Il matrimonio fu anche un’unione tra due casate importanti, ma le cronache di famiglia raccontano che tra Anna e Luigi ci fosse vero affetto.
La dote di Anna, pari a 350.000 lire, era formata da terreni agricoli nei dintorni di Cologna Veneta e Montagnana. Una cifra notevole, che testimoniava la solidità economica dei Miari. Ma al di là dei numeri, la coppia sembrava condividere uno stesso modo di intendere la vita: discreto, riservato, lontano dagli eccessi.
Nel 1890 Anna e Luigi acquistarono una grande villa a Montebello Vicentino, che sarebbe poi diventata nota come Villa Miari. È lì che vissero per trentadue anni, fino al 1922.
Montebello era allora un piccolo centro agricolo, ma in piena crescita. La ferrovia passava da poco e le campagne intorno erano fertili e curate. La villa — un palazzo signorile con un ampio parco — sorgeva leggermente sopraelevata rispetto al paese, con una vista che spaziava sulle colline. Era una casa elegante ma vivibile, in stile settecentesco, con grandi finestre, saloni decorati e un giardino che Anna curava personalmente.
Lei amava la villa. Si dedicò al parco, alle piante, agli arredi, cercando di rendere quell’ambiente armonioso e accogliente. Aveva gusto, sensibilità, e un occhio per il bello che le veniva dall’educazione ricevuta a Firenze. Luigi, da parte sua, gestiva le questioni economiche e agricole: come molte dimore nobiliari dell’epoca, anche quella di Montebello era al centro di una rete di poderi e terreni coltivati, con contadini e mezzadri che lavoravano per la famiglia.
Erano anni di vita tranquilla ma non priva di responsabilità. Anna si occupava della casa e della servitù, seguiva la vita sociale del paese, partecipava alle funzioni religiose, riceveva ospiti. Era una donna discreta, rispettata, ma anche fragile.
Le testimonianze raccontano che soffrì, in più periodi, di esaurimento nervoso — come si diceva allora. Oggi parleremmo forse di ansia o di depressione. Le crisi peggiorarono durante la Prima guerra mondiale, che portò con sé preoccupazioni, sacrifici, notizie di amici e parenti coinvolti al fronte. La coppia visse anni difficili, e dopo la guerra Anna dovette vendere parte dei beni ereditati, compresi i terreni ricevuti in dote, per far fronte alle nuove spese. Eppure, anche nei momenti più bui, non smise di interessarsi alla villa. Si dice che, nonostante la salute incerta, trovasse pace curando le piante del giardino o scegliendo nuovi arredi per la casa. Per lei, Montebello non era solo una residenza: era un luogo dell’anima, un rifugio.
Nel 1922, dopo oltre tre decenni trascorsi lì, Anna e Luigi decisero di vendere la villa al fratello minore di lei, Lodovico Miari. Probabilmente le forze non bastavano più per gestire tutto, e la coppia scelse di ritirarsi a Verona, la città d’origine dei Carlotti.
Luigi morì qualche anno dopo, il 7 gennaio 1927, lasciando Anna vedova. Lei visse ancora sei anni, sempre a Verona, circondata da pochi familiari e dai ricordi di una vita piena di cambiamenti. Morì il 20 giugno 1933, a settantatré anni, e fu sepolta a Illasi (Vr), nella tomba di famiglia. Di lei rimane un ritratto giovanile ad olio, conservato nella villa di Sant’Elena d’Este, dove era nata e dove il padre aveva vissuto a lungo. L’immagine la mostra giovane, composta, con quello sguardo un po’ malinconico che sembra raccontare molto più delle parole.
Raccontare la vita di Anna Miari significa anche osservare da vicino una fase di transizione: il passaggio da un Ottocento ancora aristocratico e rurale a un Novecento sempre più moderno e incerto. Lei visse in mezzo a tutto questo, con un piede nella tradizione e l’altro nel futuro.
Era una donna istruita, ma cresciuta con regole severe. Una nobildonna abituata alla responsabilità, ma anche alla solitudine. Ha visto il Veneto cambiare, ha assistito alla fine di un mondo — quello delle grandi famiglie di provincia, delle ville piene di personale, delle stagioni scandite dalla vendemmia e dai balli d’inverno.
Oggi, guardando Villa Miari a Montebello, è facile immaginare Anna ancora lì, mentre cammina nel parco tra i tigli e i cedri, o mentre osserva il paese dalla terrazza. La villa porta ancora il suo nome, come se non avesse mai smesso di abitarla.
Anna non fu una donna famosa, non scrisse libri, non lasciò discorsi. Ma nel suo modo di vivere, silenzioso e coerente, racconta qualcosa di più grande: il modo in cui tante donne della sua epoca seppero adattarsi ai tempi nuovi senza perdere la propria dignità. Forse è proprio per questo che la sua storia continua a incuriosire: perché dentro c’è la nobiltà, ma anche la fragilità; la grande storia, ma anche la vita quotidiana. E in fondo, dietro le date e i titoli, c’è semplicemente una persona che ha amato una casa, una famiglia e un tempo che non esiste più.
Umberto Ravagnani

IMMAGINE: Anna Miari mostra il ritratto giovanile, ad olio, suo (in piedi) e della sorellina Vittoria (seduta), conservato, ancora oggi, nella villa di Sant’Elena d’Este (Pd), dove era nata. La scena è ambientata nel salone d’onore di Villa Miari a Montebello Vicentino, in una ricostruzione di fantasia (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: –  C.Ceschi, “Villa Miari De’ Cumani a Sant’Elena d’Este”, Saonara (Pd).
– Raccolta dattiloscritta di Felice Carlotti custodita nella sala “Felice Carlotti” dell’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona (per gentile concessione).
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LA CANEVA DEL MARCHESE

 

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BEATI GLI EREDI

 

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GIUSTIN VALMARANA

 

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LETTERE A MARIA

 

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LA VILLA DEI MALASPINA

 

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MONS. SILVESTRO ALBERTINI

 

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LA CASA DEL FASCIO A MB

 

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CASERME E SOLDATI A MONTEB.

 

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LA SAGA DEI MALTRAVERSO

 

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IL PONTE SULL’ACQUETTA

 

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L’UFFICIO POSTALE DI MONTEB.

 

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L’ORATORIO DI SANT’EGIDIO

 

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LA CHIESA DEI MALASPINA

 

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ANCHE GLI ANSELMI HANNO UN…

 

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GLI ANSELMI

 

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I CAVALLI DEGLI ANSELMI

 

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ASTUZIA DEL MARC. MALASPINA

 

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ARRIVA L’ILLUMINAZIONE ELET…

[298] ARRIVA L’ILLUMINAZIONE ELETTRICA A MONTEBELLO

L’uomo ha convissuto per molti secoli della sua storia con il buio e la semioscurità; solo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento si cominciò ad illuminare le strade delle città e dei grossi centri urbani con le lampade a olio e a petrolio; ma bisogna arrivare al Novecento per un’applicazione economicamente conveniente con l’energia elettrica per l’illuminazione e l’industria. Il nuovo sistema, basato sull’elettricità, fu reso possibile dal susseguirsi frenetico di ricerche innovative che negli ultimi decenni dell’800 era culminato con la scoperta di nuove sorgenti elettriche, prima tra tutte quella dell’arco elettrico: la luce intensa e incandescente ottenuta con il filamento al carbonio raggiunse un livello molto elevato. Le caratteristiche formali e tecniche della lampada fine ottocentesca di Edison resteranno pressoché le stesse presenti nelle lampade che ancora oggi utilizziamo, anche se oramai il passaggio alle lampade a led, molto più efficienti, le sta rendendo obsolete. L’affermarsi della luce elettrica operò una vera rivoluzione in senso pratico, annullando la differenza tra giorno e notte, con l’apporto di un grandissimo potenziale di creatività.
Montebello non si sottrasse a questa enorme opportunità: 120 anni fa nel 1902 l’Amministrazione Comunale decise di dare inizio alle prove di illuminazione elettrica delle vie del centro e della Piazza Umberto I (ora Piazza Italia) del nostro paese. Il prevosto di quel tempo, don Giuseppe Capovin nel suo diario scriveva: “Nella sera del 29 novembre 1902, si fecero le prime prove della illuminazione a luce elettrica, nel caffè Costa (ora Due Colonne) e nell’albergo Andrighetti, detto Bicochi (ora caffè Castello) con bellissimo risultato. Nella sera successiva si illuminò, alla stessa guisa, anche la piazza, la via Maggiore, parte della via Borgolecco con soddisfazione generale”. Anche la Chiesa Prepositurale e il vicino Oratorio furono oggetto di prove di illuminazione, con buoni risultati. Don Giuseppe Capovin continua: “Anche il Marchese signor Luigi Carlotti, per il suo palazzo (ora conosciuto come VILLA MIARI), ha già fatto collocare ben 72 lampade e si attende, al momento dell’inaugurazione, uno splendido spettacolo.
Il nostro socio fondatore Amelio Maggio, nel suo libro scritto a quattro mani con Luigi MistrorigoMontebello Novecento” commenta così l’evento: « Finite le prove con esiti senz’altro positivi, ben presto l’illuminazione elettrica diventerà operante all’interno della vita civile e sociale del paese. Inoltre, se in un primo momento il suo uso era quello di illuminare vie, strade, piazze, interni abitativi e, in qualche caso, pure uffici e luoghi di lavoro, in fase successiva si cercherà di farla diventare forza motrice nelle diverse attività economico-produttive.
Ma il fatto che essa entrò nelle abitazioni private, per illuminarle nelle lunghe notti d’autunno e d’inverno, comportò notevoli cambiamenti negli stessi modi di vivere all’interno di esse. Prima del suo arrivo, l’illuminazione domestica veniva fatta a mezzo di lampade ad olio oppure a petrolio, quando non si usava il mezzo più rudimentale delle candele. Ma si dava anche il caso, specie nelle abitazioni della povera gente, che, mancando dei mezzi occorrenti per l’acquisto di quanto sopra, ci si doveva rassegnare a vedere un poco illuminata la cucina dalle lingue di fuoco sprigionate dalla legna messa ad ardere nei focolari.
Il focolare, per l’appunto. Esso era allora il luogo di maggiore importanza, richiamo di ogni famiglia. Impossibile immaginarla senza di esso. Se non esisteva, lo si creava subito, giacché, senza di esso, era impossibile l’esistenza umana all’interno delle case. Era indispensabile per tutti gli usi domestici: per preparare da mangiare; per riscaldare l’acqua onde lavarsi e lavare la biancheria; per fare le braci da mettere negli scaldini per intiepidire le lenzuola del letto prima di coricarsi, nelle notti fredde; per ottenere la cenere che serviva per i bucati delle famiglie. E non basta: sempre nelle lunghe notti fredde d’inverno, le famiglie tutte si radunavano attorno al focolare per i filò, cioè le lunghe chiacchierate, spesso intercalate dal racconto di tante storie e fiabe, nell’incantesimo dello schioppettio della legna che ardeva, lì davanti. Di conseguenza, l’arrivo della illuminazione elettrica, se per un verso rompeva irrimediabilmente vecchie abitudini e consuetudini tipiche delle civiltà pre industriali, per l’altro, invece, rivestiva il paese di un alone di modernità. Il paese, inoltre, sia pure a modo suo, e sulla base delle proprie risorse economiche, cercava di stare al passo coi tempi. D’altra parte, come si è avuto modo di sottolineare in diverse occasioni, era sempre stata una sua precipua prerogativa quella di inseguire la modernità incalzante. »

Foto: Quello del Marchese Luigi Carlotti e della Marchesa Anna Miari fu il primo palazzo privato di Montebello illuminato da lampade elettriche alla fine del 1902 (attualmente conosciuto come VILLA MIARI) (elaborazione grafica a cura di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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PICCOLI TESORI DEI PASETTI

 

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NUOVE CAMPANE PER LA CHIESA

 

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LA FERROVIA A MONTEBELLO!

 

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IL BACINO DI MONTEBELLO

 

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VILLA ANSELMI-SCHROEDER

 

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L’ASILO VECCHIO DI MONTEBELLO

 

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L’OBELISCO DI SORIO

 

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IL PALAZZETTO PERUFFO

 

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IL MONUMENTO AI CADUTI

 

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IL PONTE DEL MARCHESE

 

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