Categoria: <span>CHIESE, ORATORI E RELIGIOSI</span>

MANSUETA MA INDOMABILE

[471] MANSUETA MA INDOMABILE
La forza della dolcezza

Il primo settembre 1924, Montebello Vicentino si svegliò sotto un cielo limpido. In casa Clerici, quell’alba portava una gioia speciale: era nata Pierina, l’undicesima figlia di Vittore e Agnese. In un tempo in cui ogni nascita era una piccola vittoria contro la miseria e la malattia, quella bambina sembrava una promessa di speranza. Tre fratellini, prima di lei, non ce l’avevano fatta: un’epidemia li aveva portati via troppo presto. La casa dei Clerici era grande, rumorosa, piena di voci. Vittore, uomo laborioso e rispettato, discendeva da una famiglia di commercianti originaria del Lago di Como, di cui conservava perfino un antico documento firmato dall’imperatore Francesco Giuseppe. Ma più che ai titoli, teneva alla concretezza: mani sporche di lavoro, fede profonda e domeniche dedicate alla messa, mai al mercato. Agnese, la madre, era il cuore saldo della famiglia: severa ma affettuosa, capace di tenere unita quella piccola tribù anche nei momenti più duri.
Pierina cresceva osservando tutto in silenzio. Era riservata, più attenta che chiacchierona. I fratelli la chiamavano “Mansueta”, e lei un giorno chiese alla madre cosa volesse dire. Agnese le sorrise: “Vuol dire che ti vogliono bene, perché sei calma e affidabile. È un dono, Pierina”. Da allora lo portò come un piccolo titolo d’onore.
Da bambina aiutava in casa, imparava guardando gli altri. Mario e Gino, due fratelli maggiori, caricavano il camion per il mercato intonando canti religiosi. Pierina li seguiva con lo sguardo, in silenzio, memorizzando gesti e parole. Quella serenità domestica, però, non durò per sempre. La guerra portò dolore anche ai Clerici: Mario, partito per l’Albania, morì dopo appena venti giorni di servizio, colpito da una granata. Era lo stesso fratello che, anni prima, aveva tentato di salvare un bambino caduto nel torrente Chiampo.
Agnese non si lasciò travolgere dal dolore. Continuava a ripetere che la domenica non si lavora, ma si prega e si canta. Due figlie maggiori, Arduina e Silvana, partirono missionarie comboniane per l’Africa. Le lettere che spedivano a casa arrivavano come piccoli miracoli: il padre le leggeva ad alta voce in piazza, pieno d’orgoglio.
Un giorno, mentre la madre mostrava a Pierina un giornalino missionario, le spiegò che in Africa molti bambini morivano per mancanza di cure. Pierina aveva solo quattro anni, ma la risposta le uscì d’istinto: “Vado io! Divento infermiera e vado io!”. Nessuno allora poteva immaginare quanto seria fosse quella promessa.
Passarono gli anni. A diciassette anni Pierina era una ragazza timida ma determinata, impegnata nell’Azione Cattolica. Non pensava al convento, nonostante le sorelle missionarie. Diceva spesso che non avrebbe copiato la vita di nessuno. Ma un giorno, durante la preghiera in chiesa, sentì qualcosa cambiare. Una pace intensa, mai provata prima. Pregò: “Gesù, che gioia! Cosa devo fare per sentirla sempre?”. E una voce interiore, limpida, rispose: “Va’ in convento: lì ti insegneranno”.
Il parroco la invitò a pensarci con calma, ma quella voce le rimase nel cuore. Continuò a servire in parrocchia, finché nel 1946 bussò alle porte delle Pie Madri della Nigrizia a Verona, le suore fondate da San Daniele Comboni per le missioni africane. Quando le chiesero che cosa volesse fare, rispose sicura: “L’infermiera”. Da quel giorno, Pierina diventò Suor Patrizia. Dopo la formazione e lo studio dell’inglese a Londra, fu mandata in Uganda, a Gulu, nel Nord del Paese. Era il 1950. Nessuno poteva immaginare che vi avrebbe trascorso 57 anni. Lì imparò la lingua locale, l’Acholi, e le usanze del posto. Il vescovo, colpito dalla sua preparazione, la inviò in Irlanda per specializzarsi in ostetricia con le Suore Mediche di Maria: doveva imparare a far nascere bambini senza medici, nei villaggi più remoti. Tornò a Gulu con nuove competenze — e con la patente, perché il vescovo le aveva chiesto di saper guidare per raggiungere i villaggi isolati.
Fu una delle prime donne a guidare un’ambulanza in quelle zone. Suor Patrizia aveva preso la patente da sola, scrivendo al vescovo per chiedere un mezzo di trasporto che permettesse di salvare vite. Qualche settimana dopo arrivò un’ambulanza nuova, moderna, attrezzata: per tutti fu un segno di fiducia e di fede concreta. Quando accendeva la sirena, i bambini correvano dietro ridendo tra la polvere, come se quella macchina portasse una scia di speranza.
A Gulu lavorò anche al St. Mary’s Hospital di Lacor, accanto al dottor Piero Corti, pediatra milanese, e alla moglie Lucille Teasdale, chirurga canadese. Insieme trasformarono un piccolo dispensario in un grande ospedale, oggi conosciuto in tutta l’Africa. Suor Patrizia formava infermiere, accoglieva i volontari e curava i dettagli che rendevano il luogo più umano — un vaso di fiori, un sorriso, una parola gentile. La sua vita era un susseguirsi di sfide. Durante l’epidemia di Ebola del 2000 vide morire colleghi e amici, tra cui il medico ugandese Matthew Lukwiya, che aveva detto: “Sarò l’ultima vittima”. E mantenne la parola.
Negli anni Sessanta venne trasferita a Diapea, vicino al confine con il Congo, dove spesso raggiungeva i villaggi in bicicletta o su camion sgangherati. Ricordava la volta in cui una donna stava per partorire in condizioni disperate: pregò in silenzio, si fece forza e riuscì a far nascere il bambino. “Non ero sola”, avrebbe detto dopo. Nel 1973 incontrò Elia, un capo tribù malato di lebbra. Tra loro nacque un affetto profondo, fatto di rispetto e gratitudine. Prima di morire, Elia le accarezzò la testa con le mani impastate di terra e saliva, gesto sacro del suo popolo, e la chiamò “Akelo”: colei che porta pace e gioia. Quel nome divenne il suo nome africano.
In quegli anni, Suor Patrizia vide morire e nascere tante persone. Un lebbroso abbandonato chiese il battesimo e morì poche ore dopo, sereno. Un giovane assistente, Mattia, trovò in lei una madre. E quando due feriti gravissimi arrivarono alla missione in piena stagione delle piogge, senza modo di raggiungere un ospedale, un elicottero di passaggio — un veterinario inglese diretto altrove — atterrò per caso e li portò in salvo. Lei lo chiamava “miracolo della Provvidenza”. Nel 1981 fu mandata a Namugongo, vicino a Kampala, nel noviziato costruito sul Colle dei Martiri, luogo simbolo della fede ugandese. Lì si diffuse la voce di una casa “abitata dal diavolo”, ma Suor Patrizia ricordava quell’episodio come prova della forza della preghiera: il sacerdote incaricato di affrontare quelle presenze, pregando con calma e coraggio, riuscì a riportare la pace. Più importante ancora, vide il risveglio del popolo ugandese attraverso l’educazione. Il regime aveva ordinato di bruciare i libri, ma nessuno lo fece. “Quel giorno — diceva — ho capito che la libertà nasce da chi non smette di imparare”.
Durante la guerra civile degli anni Ottanta, l’ospedale di Kalongo, fondato da Padre Ambrosoli, venne evacuato. La popolazione lo protesse con coraggio, senza rubare nulla. Ambrosoli, invece, morì poco dopo di sfinimento. Suor Patrizia, esausta, fu rimpatriata in Italia per problemi di salute, ma tornò appena possibile. A Morulem, dove la lebbra aveva lasciato posto all’AIDS e alla tubercolosi, ricominciò da capo, curando chiunque bussasse alla missione.
La sua povertà era totale: non possedeva nulla, ma riusciva sempre a ottenere ciò che serviva agli altri. Una volta, una donna tornò dopo vent’anni per ringraziarla: il bambino che Patrizia aveva fatto nascere “in volo”, diceva lei, era diventato davvero un pilota. “Ogni parola può diventare futuro”, commentò con un sorriso.
Nel 2009, dopo sessant’anni di vita religiosa, partecipò alla celebrazione dei cinquant’anni della Fondazione Corti. Era ormai una figura rispettata da tutti, anche se lei continuava a definirsi “solo un’infermiera che ha avuto la fortuna di servire”.
Nel 2014, ormai malata, rientrò in Italia. A Buccinigo di Erba le capitò un piccolo episodio che la colpì più di tanti viaggi: aveva consegnato per errore del denaro a una persona poverissima, che però tornò a restituirlo. Quel giorno lesse nella Bibbia: “Piccola larva d’Israele, non temere: io ti vengo in aiuto”. Pianse a lungo, grata.
Il 16 giugno 2019, Montebello Vicentino la celebrò per i suoi settant’anni di missione. Lei, la più schiva di tutte, parlò con voce ferma: “L’anzianità e la sofferenza non mi spaventano. Ho ricevuto tanto dalla vita”.Il 25 gennaio 2021, ad Arco di Trento, Suor Patrizia Clerici si spense a 96 anni. Nella memoria della sua gente, in Italia e in Africa, resta la bambina chiamata “Mansueta”, la giovane che disse “vado io” e la donna che portò davvero cura, vita e speranza a migliaia di persone.

BIBLIOGRAFIA: E.Crosara, “La famejeta – Sr. Patrizia Clerici”, Montebello Vic.,2021.
ILLUSTRAZIONE: L’Uganda che ha visto missionaria per olttre 60 anni Suor Patrizia Clerici.
NOTA: Per Mario Clerici vedi anche il nostro articolo N. [447] del 91 giugno 2025 “L’INFERNO DEGLI ALPINI”.

Umberto Ravagnani

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VILLA ROMANA A CASA QUINTA

 

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UNA VITA CONTROCORRENTE

 

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LA SOLENNE 2025

[450] LA SOLENNE 2025
La fede che non sbiadisce

Montebello è pronto. Le strade sono ornate con fiori freschi, le finestre decorate con drappi colorati, e nell’aria si respira quell’attesa che precede gli eventi davvero importanti.
Domenica 4 maggio è uno di quei giorni speciali: dopo dieci anni di attesa – e un’assenza forzata dovuta alla pandemia – torna la “Solenne”, la processione in onore della Madonna di Montebello. È la 28ª edizione, e il paese è pronto a celebrarla con il cuore. Ma la Solenne è molto più di una processione. È un evento che affonda le sue radici nel profondo della storia e nell’anima della comunità. Non è solo un rito religioso: è un momento collettivo in cui il paese ritrova se stesso. È l’occasione per stringersi attorno alla propria identità, per ricordare chi si è, da dove si viene, e per guardare avanti con la forza del passato alle spalle.
Ogni cinque anni, Montebello si ferma e si raccoglie. I bambini crescono con la Solenne come punto di riferimento: c’è chi ricorda la prima volta da piccolo, sulle spalle del padre, chi la collega a un evento importante della propria vita, una comunione, un matrimonio, o anche un lutto. La Solenne scandisce il tempo con un passo lento ma costante, come il battito regolare di un cuore che non smette mai di pulsare.
Dietro a questa celebrazione c’è un lavoro lungo e minuzioso. Ogni dettaglio viene curato con attenzione: la statua viene sistemata e pulita, i paramenti religiosi verificati uno a uno, le confraternite richiamate all’ordine, i cori si preparano per settimane. Ma ciò che rende la Solenne davvero unica è la partecipazione della gente. Non ci sono spettatori: tutti fanno parte della scena. Gli anziani, i giovani, le famiglie, i bambini… tutti insieme, uniti, sotto lo stesso cielo, seguono la Madonna tra canti, preghiere e silenzi carichi di significato.
Questa festa non è nata per caso. La devozione della comunità verso la Madonna risale a un’epoca lontana, quando il paese fu messo alla prova da eventi drammatici. Sul finire del Settecento, Montebello si trovò a fronteggiare due catastrofi che avrebbero potuto spezzarne lo spirito. Invece, contribuirono a rafforzarlo.
Nel 1791, un’epidemia di tifo colpì con ferocia. Le persone si ammalavano in fretta, i giovani erano i più colpiti, e la medicina del tempo era impotente. I medici non potevano far nulla, e la paura si diffondeva come il contagio. Le strade si svuotarono, le case si chiusero nel silenzio e nello sgomento. In quel buio, la gente si aggrappò all’unica speranza rimasta: la fede. Le preghiere diventarono incessanti, si recitavano rosari notte e giorno, si invocava la Madonna con voce tremante. E accadde qualcosa di inspiegabile: l’epidemia si fermò, bruscamente, senza un motivo razionale. Per gli abitanti, non ci furono dubbi. Era un miracolo.
Due anni dopo, un’altra emergenza colpì Montebello. Questa volta fu la siccità. I campi si seccavano sotto il sole implacabile, la terra si spaccava, e la fame sembrava imminente. Di nuovo, la popolazione si rivolse alla Madonna. Organizzarono una processione speciale, portarono la statua per le strade del paese. Quella sera stessa, il cielo cambiò volto: nuvole nere si addensarono e la pioggia cadde, abbondante. I raccolti furono salvi. Il paese, ancora una volta, si sentì protetto.
Da quella riconoscenza nacque un culto profondo. I fedeli iniziarono a offrire ceri, doni, denaro. Parte di questi vennero destinati alla costruzione di un nuovo altare in marmo, per rendere onore alla Madonna. Ma la costruzione della nuova chiesa assorbì le risorse, e il progetto restò sospeso.
Solo nel 1811, grazie alla generosità di un devoto di nome Antonio Bevilacqua, si riuscì ad acquistare un altare in marmo proveniente dal monastero del Corpus Domini di Vicenza, chiuso nel frattempo. L’altare era una vera opera d’arte, realizzata dagli scultori Orazio Marinali e Giovanni Cassetta. Ma c’era un problema: era troppo grande per la cappella di Montebello. Si tentarono degli adattamenti, prima con un rivestimento in mattoni, poi con una decorazione dorata in legno. Ma nulla convinceva davvero. Il risultato era goffo, e la gente lo sentiva. Il nodo venne sciolto nel 1885, quando il prevosto don Giuseppe Capovin decise di intervenire. Affidò il restauro a Francesco Cavallini, uno scultore esperto di Pove del Grappa. Cavallini riprogettò l’altare con intelligenza e sensibilità, rispettando le proporzioni dello spazio e riuscendo nell’impresa: l’altare, finalmente, sembrava nato per stare lì.
Durante i lavori, la statua della Madonna fu spostata temporaneamente nella vecchia chiesa di San Francesco. Ma don Capovin capì che il ritorno non poteva essere anonimo. Così propose qualcosa di nuovo: una grande processione pubblica per riportare la statua al suo posto. Era il 26 aprile, e Montebello rispose con entusiasmo. Il paese si mobilitò: archi fioriti lungo le strade, case addobbate, cori, preghiere. Migliaia di persone arrivarono anche dai paesi vicini. Fu un giorno indimenticabile. Quel momento fu così sentito e partecipato, che don Capovin comprese quanto la comunità avesse bisogno di un appuntamento simile. Così nacque l’idea di renderlo un rito stabile: ogni cinque anni, la prima domenica di maggio, la Madonna sarebbe tornata in processione tra la sua gente. Nasceva ufficialmente la “Festa della Solenne”.
Da quel giorno del 1885, la Solenne non è mai venuta meno. Ha resistito a tutto: due guerre mondiali, cambiamenti sociali profondi, e perfino alla recente pandemia. Solo nel 2020, a causa del Covid, fu necessario sospendere tutto. Ma quello fu solo un momento di pausa, non una fine. Ora, Montebello è di nuovo pronto.
Ogni volta che arriva, la Solenne non è mai identica alla precedente. Eppure, porta sempre con sé lo stesso spirito. È una memoria viva, che si rinnova e cresce. È un patto rinnovato tra la gente e la propria storia. È una promessa mantenuta, anno dopo anno, decennio dopo decennio.
Nel giorno della Solenne, Montebello si trasforma. Le strade, i volti, i canti, tutto parla di appartenenza. È come se il tempo si fermasse, e la comunità, intera, potesse guardarsi negli occhi e dire: “Siamo ancora qui. Insieme.” Ed è proprio in questo gesto collettivo che si trova la forza di un paese. Un paese piccolo, forse, ma con una storia grande, che continua a camminare al passo lento e solenne della sua devozione.
E così, ogni cinque anni, Montebello scrive una nuova pagina del suo libro. Lo fa con le mani unite, i piedi in cammino, gli occhi rivolti alla statua della Madonna. Perché, alla fine, la Solenne è proprio questo: la fede che non si spegne, la storia che non si dimentica, e un popolo che, anche dopo 140 anni, continua a credere nella bellezza di ritrovarsi e camminare insieme.

  4 maggio 2025 - XXVIIIa LA SOLENNE A MONTEBELLO - L'arco del Ponte del Marchese
  4 maggio 2025 - XXVIIIa LA SOLENNE A MONTEBELLO
  4 maggio 2025 - XXVIIIa LA SOLENNE A MONTEBELLO
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

FOTO: La Solenne del 2025 (foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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E LA FEDE FERMÒ IL MORBO

[438] E LA FEDE FERMÒ IL MORBO
1792, l’anno in cui tutti a Montebello pregarono

Alla fine del Settecento, Montebello era un piccolo centro abitato dove la vita seguiva il ritmo costante dei campi, delle stagioni e delle campane. Gli abitanti erano legati alla loro terra e alle consuetudini religiose che da secoli ne accompagnavano l’esistenza. Ogni famiglia, ogni casa, ogni strada aveva una storia antica, tramandata con rispetto e parsimonia. In quella comunità raccolta, la fede occupava un posto naturale, concreto, quasi quotidiano. La Chiesa Prepositurale era il fulcro di questa presenza, e al suo interno, in una nicchia del secondo altare sulla destra, si trovava una statua molto cara a tutti.
La Madonna della Concezione era rappresentata seduta, avvolta da un manto dorato. Una corona le cingeva il capo. Sulle sue ginocchia, il Bambino, anch’egli incoronato, reggeva con la mano sinistra un globo sovrastato da una croce, mentre con la destra indicava le tre persone della Trinità. Maria portava in mano la corona del Rosario. Il volto della Vergine era sereno, lo sguardo basso, come assorto in una pace che ispirava quiete e fiducia. La figura, scolpita nel legno di tiglio, era tanto familiare ai montebellani da essere parte della loro identità collettiva. Nessuno sapeva chi l’avesse realizzata, né quando, con precisione. Si supponeva fosse opera del Quattrocento, forse creata su incarico della Congregazione di Santa Maria della Concezione, in seguito al decreto con cui papa Sisto IV aveva istituito nel 1476 la festa dedicata all’Immacolata.
Per secoli, la statua aveva raccolto preghiere, richieste, promesse. Ma nell’anno 1791, la sua presenza si era fatta assente. La vecchia Chiesa parrocchiale era stata demolita per essere sostituita con una nuova costruzione, e l’immagine sacra era stata rimossa e custodita temporaneamente in un locale secondario, accanto ai mantici dell’organo. Non era stata dimenticata, ma era stata posta da parte, fuori dallo sguardo quotidiano dei fedeli.
Fu proprio in quel periodo che Montebello si trovò a fronteggiare uno degli eventi più duri della sua storia. Era l’inizio dell’estate quando i primi casi di tifo si manifestarono. All’inizio si trattò di episodi isolati, poi la diffusione divenne rapida, inarrestabile. Le famiglie si ammalavano nel giro di pochi giorni, e molti non riuscivano a sopravvivere. L’epidemia colpì senza distinzioni. L’angoscia prese il sopravvento. Intere case si chiusero nel silenzio della malattia. Il rumore delle campane si fece costante, monotono, doloroso.
La paura si fece presto paralizzante. Pochi trovavano il coraggio di assistere gli ammalati. Mancava la forza, mancava la speranza. Il Collegio della Pubblica Sanità di Vicenza, allertato dalla gravità della situazione, inviò un medico per esaminare i contagi e suggerire soluzioni. Ma le conoscenze mediche del tempo erano limitate. Non c’erano cure efficaci. Si consigliava l’isolamento, qualche rimedio empirico, ma nulla fermava il corso del morbo. Le famiglie si spegnevano una dopo l’altra, mentre il paese sprofondava in una desolazione difficile da raccontare.
Nel mezzo di quel periodo oscuro, riemerse il ricordo della Madonna. Qualcuno, con voce sommessa, ricordò le grazie ricevute per sua intercessione. Si parlò della statua, da tempo messa da parte, che in passato aveva accompagnato momenti difficili con la sua presenza discreta e potente. Fu una memoria che si fece proposta: riportarla alla luce, pregarla, invocare il suo aiuto. Non un gesto magico, ma un appello condiviso, una forma di fiducia che superava la razionalità.
Quando la notizia si diffuse, la reazione della popolazione fu immediata. Non si trattò di un evento organizzato, ma di un moto spontaneo, collettivo. Nessuno restò indifferente. I montebellani decisero di rimettere la statua al centro della vita del paese. Il coro della nuova chiesa, recentemente costruito e da poco aperto al culto, fu scelto come luogo per l’esposizione. E così, il 12 maggio del 1792, l’antica immagine tornò a farsi vedere.
L’esposizione fu semplice, ma carica di significato. La statua, pur segnata dal tempo, conservava intatto il suo volto familiare. Chi entrava in chiesa riconosceva subito quel volto, quel gesto, quella compostezza. Tornò naturale inginocchiarsi, tornò naturale recitare il Rosario, affidare le proprie paure a quello sguardo calmo. I fedeli accorrevano uno dopo l’altro. Nessuno parlava ad alta voce. Le preghiere erano sussurrate, le lacrime trattenute. Ma la presenza era forte, tangibile.
La chiesa rimase aperta ininterrottamente. Giorno e notte si avvicendavano gruppi di devoti. Alcuni si fermavano per pochi minuti, altri restavano a lungo, in silenzio. Non c’era bisogno di parole. Bastava la presenza. La Madonna era tornata, ed era tornata proprio quando Montebello ne aveva più bisogno.
A partire da quel giorno, qualcosa cambiò. In modo graduale, ma netto. I contagi cominciarono a diminuire. I malati, uno dopo l’altro, iniziarono a guarire. Le famiglie smisero di contare i morti e cominciarono a rivedere i vivi. I medici non seppero spiegare l’accaduto. Ma la comunità non aveva bisogno di spiegazioni. Avevano pregato, avevano sperato, e la risposta era arrivata.
In breve tempo, l’epidemia cessò del tutto. I montebellani uscirono di casa, si riabbracciarono, ricominciarono a vivere. Era finita. In molti parlarono di miracolo. Altri preferirono non usare quella parola. Ma nessuno negò che quel ritorno aveva rappresentato una svolta. La memoria di quell’evento fu custodita con cura.
Francesco Bonomo*, cronista attento e preciso, annotò tutto in una cronaca dettagliata che oggi è conservata nell’archivio parrocchiale. È grazie a lui se oggi conosciamo la sequenza dei fatti, l’atmosfera di quei mesi, il senso profondo che ebbe la rinnovata esposizione della Madonna. La cronaca non ha toni enfatici, ma trasmette con chiarezza ciò che accadde.
Da quel momento, la statua tornò a occupare il suo posto nella chiesa prepositurale. Da allora, non è mai più stata spostata. È lì, al secondo altare a destra, visibile a tutti, visitabile ogni giorno. Nel 1885 fu sottoposta a un restauro, finanziato con le offerte del popolo e del clero, come segno di affetto e riconoscenza. Il restauro ne ha conservato le caratteristiche originarie, senza alterarne la semplicità.
Ogni cinque anni, Montebello ricorda quanto accadde con una celebrazione solenne: la Festa Quinquennale della Madonna. Non è solo una cerimonia religiosa, ma una memoria viva, un legame con ciò che la comunità ha vissuto e superato insieme. È la testimonianza di un legame profondo tra la popolazione e quella figura antica, che ha saputo dare conforto nei giorni più duri.
Nel maggio 2025, si celebrerà la ventottesima edizione di questa festa. Sarà, ancora una volta, un’occasione per rivedere la statua, rinnovare la preghiera, ricordare l’anno in cui Montebello ritrovò se stesso nel momento più difficile. E chi entrerà nella chiesa, si troverà davanti quello stesso sguardo calmo, la stessa mano sollevata, la stessa corona. E forse sentirà ancora, in quel silenzio, l’eco di quel giorno in cui la speranza tornò a camminare. UMBERTO RAVAGNANI

NOTA: * Francesco Bonomo morì il 15 febbraio 1830, nella stessa casa di Montebello dove nacque nel 1736. Uomo affabile e retto, per oltre quarant’anni fu cancelliere del paese, mantenendo equilibrio anche nei momenti più turbolenti. Più che un impiegato, fu custode della memoria: raccoglieva storie, tradizioni e scrisse un diario dettagliato durante le guerre napoleoniche. Parte dei suoi scritti è andata perduta, ma il cuore della storia locale porta ancora il suo nome.
FOTO: MONTEBELLO: La Madonna di Montebello durante la Solenne del 2015 (foto Umberto Ravagnani).
FONTE: Cronaca di Francesco Bonomo (Archivio Parrocchiale di Montebello).

Umberto Ravagnani

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IL MONTE DEI FRATI

 

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UN SECOLO DI “MURARI”

 

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DON EUGENIO XOMPERO

 

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MONS. SILVESTRO ALBERTINI

 

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PADRE GIORGIO M. ZEINI

 

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LA PALA DELLA MADONNA DI MB

 

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FRA LUIGI MARIA VERLATO

 

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L’ORIGINE DELLA CHIESA DI SELVA

 

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DON DOMENICO GIAROLO

 

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DON ANGELO CRASCO

 

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DON GIROLAMO DALLA-BARBA

 

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DUE SACERDOTI DEL PASSATO

 

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L’HOBBY DEI CAPITELLI

 

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L’ORATORIO DI SANT’EGIDIO

 

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LA CHIESA DEI MALASPINA

 

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UN FULMINE RECIDIVO

 

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IL PRETE CON IL PALLINO DEL MAT…

 

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UN DON MATTEO NOSTRANO

 

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MONS. BORTOLO CASTEGNARO

 

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L’ULTIMA PREDICA

 

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I TRE CAMPANILI

 

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LA CHIESA DI AGUGLIANA

 

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DON GIO.BATTA SGREVA

 

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DON GABRIELE BERTOLA

 

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