[471] MANSUETA MA INDOMABILE
La forza della dolcezza

Il primo settembre 1924, Montebello Vicentino si svegliò sotto un cielo limpido. In casa Clerici, quell’alba portava una gioia speciale: era nata Pierina, l’undicesima figlia di Vittore e Agnese. In un tempo in cui ogni nascita era una piccola vittoria contro la miseria e la malattia, quella bambina sembrava una promessa di speranza. Tre fratellini, prima di lei, non ce l’avevano fatta: un’epidemia li aveva portati via troppo presto. La casa dei Clerici era grande, rumorosa, piena di voci. Vittore, uomo laborioso e rispettato, discendeva da una famiglia di commercianti originaria del Lago di Como, di cui conservava perfino un antico documento firmato dall’imperatore Francesco Giuseppe. Ma più che ai titoli, teneva alla concretezza: mani sporche di lavoro, fede profonda e domeniche dedicate alla messa, mai al mercato. Agnese, la madre, era il cuore saldo della famiglia: severa ma affettuosa, capace di tenere unita quella piccola tribù anche nei momenti più duri.
Pierina cresceva osservando tutto in silenzio. Era riservata, più attenta che chiacchierona. I fratelli la chiamavano “Mansueta”, e lei un giorno chiese alla madre cosa volesse dire. Agnese le sorrise: “Vuol dire che ti vogliono bene, perché sei calma e affidabile. È un dono, Pierina”. Da allora lo portò come un piccolo titolo d’onore.
Da bambina aiutava in casa, imparava guardando gli altri. Mario e Gino, due fratelli maggiori, caricavano il camion per il mercato intonando canti religiosi. Pierina li seguiva con lo sguardo, in silenzio, memorizzando gesti e parole. Quella serenità domestica, però, non durò per sempre. La guerra portò dolore anche ai Clerici: Mario, partito per l’Albania, morì dopo appena venti giorni di servizio, colpito da una granata. Era lo stesso fratello che, anni prima, aveva tentato di salvare un bambino caduto nel torrente Chiampo.⁕
Agnese non si lasciò travolgere dal dolore. Continuava a ripetere che la domenica non si lavora, ma si prega e si canta. Due figlie maggiori, Arduina e Silvana, partirono missionarie comboniane per l’Africa. Le lettere che spedivano a casa arrivavano come piccoli miracoli: il padre le leggeva ad alta voce in piazza, pieno d’orgoglio.
Un giorno, mentre la madre mostrava a Pierina un giornalino missionario, le spiegò che in Africa molti bambini morivano per mancanza di cure. Pierina aveva solo quattro anni, ma la risposta le uscì d’istinto: “Vado io! Divento infermiera e vado io!”. Nessuno allora poteva immaginare quanto seria fosse quella promessa.
Passarono gli anni. A diciassette anni Pierina era una ragazza timida ma determinata, impegnata nell’Azione Cattolica. Non pensava al convento, nonostante le sorelle missionarie. Diceva spesso che non avrebbe copiato la vita di nessuno. Ma un giorno, durante la preghiera in chiesa, sentì qualcosa cambiare. Una pace intensa, mai provata prima. Pregò: “Gesù, che gioia! Cosa devo fare per sentirla sempre?”. E una voce interiore, limpida, rispose: “Va’ in convento: lì ti insegneranno”.
Il parroco la invitò a pensarci con calma, ma quella voce le rimase nel cuore. Continuò a servire in parrocchia, finché nel 1946 bussò alle porte delle Pie Madri della Nigrizia a Verona, le suore fondate da San Daniele Comboni per le missioni africane. Quando le chiesero che cosa volesse fare, rispose sicura: “L’infermiera”. Da quel giorno, Pierina diventò Suor Patrizia. Dopo la formazione e lo studio dell’inglese a Londra, fu mandata in Uganda, a Gulu, nel Nord del Paese. Era il 1950. Nessuno poteva immaginare che vi avrebbe trascorso 57 anni. Lì imparò la lingua locale, l’Acholi, e le usanze del posto. Il vescovo, colpito dalla sua preparazione, la inviò in Irlanda per specializzarsi in ostetricia con le Suore Mediche di Maria: doveva imparare a far nascere bambini senza medici, nei villaggi più remoti. Tornò a Gulu con nuove competenze — e con la patente, perché il vescovo le aveva chiesto di saper guidare per raggiungere i villaggi isolati.
Fu una delle prime donne a guidare un’ambulanza in quelle zone. Suor Patrizia aveva preso la patente da sola, scrivendo al vescovo per chiedere un mezzo di trasporto che permettesse di salvare vite. Qualche settimana dopo arrivò un’ambulanza nuova, moderna, attrezzata: per tutti fu un segno di fiducia e di fede concreta. Quando accendeva la sirena, i bambini correvano dietro ridendo tra la polvere, come se quella macchina portasse una scia di speranza.
A Gulu lavorò anche al St. Mary’s Hospital di Lacor, accanto al dottor Piero Corti, pediatra milanese, e alla moglie Lucille Teasdale, chirurga canadese. Insieme trasformarono un piccolo dispensario in un grande ospedale, oggi conosciuto in tutta l’Africa. Suor Patrizia formava infermiere, accoglieva i volontari e curava i dettagli che rendevano il luogo più umano — un vaso di fiori, un sorriso, una parola gentile. La sua vita era un susseguirsi di sfide. Durante l’epidemia di Ebola del 2000 vide morire colleghi e amici, tra cui il medico ugandese Matthew Lukwiya, che aveva detto: “Sarò l’ultima vittima”. E mantenne la parola.
Negli anni Sessanta venne trasferita a Diapea, vicino al confine con il Congo, dove spesso raggiungeva i villaggi in bicicletta o su camion sgangherati. Ricordava la volta in cui una donna stava per partorire in condizioni disperate: pregò in silenzio, si fece forza e riuscì a far nascere il bambino. “Non ero sola”, avrebbe detto dopo. Nel 1973 incontrò Elia, un capo tribù malato di lebbra. Tra loro nacque un affetto profondo, fatto di rispetto e gratitudine. Prima di morire, Elia le accarezzò la testa con le mani impastate di terra e saliva, gesto sacro del suo popolo, e la chiamò “Akelo”: colei che porta pace e gioia. Quel nome divenne il suo nome africano.
In quegli anni, Suor Patrizia vide morire e nascere tante persone. Un lebbroso abbandonato chiese il battesimo e morì poche ore dopo, sereno. Un giovane assistente, Mattia, trovò in lei una madre. E quando due feriti gravissimi arrivarono alla missione in piena stagione delle piogge, senza modo di raggiungere un ospedale, un elicottero di passaggio — un veterinario inglese diretto altrove — atterrò per caso e li portò in salvo. Lei lo chiamava “miracolo della Provvidenza”. Nel 1981 fu mandata a Namugongo, vicino a Kampala, nel noviziato costruito sul Colle dei Martiri, luogo simbolo della fede ugandese. Lì si diffuse la voce di una casa “abitata dal diavolo”, ma Suor Patrizia ricordava quell’episodio come prova della forza della preghiera: il sacerdote incaricato di affrontare quelle presenze, pregando con calma e coraggio, riuscì a riportare la pace. Più importante ancora, vide il risveglio del popolo ugandese attraverso l’educazione. Il regime aveva ordinato di bruciare i libri, ma nessuno lo fece. “Quel giorno — diceva — ho capito che la libertà nasce da chi non smette di imparare”.
Durante la guerra civile degli anni Ottanta, l’ospedale di Kalongo, fondato da Padre Ambrosoli, venne evacuato. La popolazione lo protesse con coraggio, senza rubare nulla. Ambrosoli, invece, morì poco dopo di sfinimento. Suor Patrizia, esausta, fu rimpatriata in Italia per problemi di salute, ma tornò appena possibile. A Morulem, dove la lebbra aveva lasciato posto all’AIDS e alla tubercolosi, ricominciò da capo, curando chiunque bussasse alla missione.
La sua povertà era totale: non possedeva nulla, ma riusciva sempre a ottenere ciò che serviva agli altri. Una volta, una donna tornò dopo vent’anni per ringraziarla: il bambino che Patrizia aveva fatto nascere “in volo”, diceva lei, era diventato davvero un pilota. “Ogni parola può diventare futuro”, commentò con un sorriso.
Nel 2009, dopo sessant’anni di vita religiosa, partecipò alla celebrazione dei cinquant’anni della Fondazione Corti. Era ormai una figura rispettata da tutti, anche se lei continuava a definirsi “solo un’infermiera che ha avuto la fortuna di servire”.
Nel 2014, ormai malata, rientrò in Italia. A Buccinigo di Erba le capitò un piccolo episodio che la colpì più di tanti viaggi: aveva consegnato per errore del denaro a una persona poverissima, che però tornò a restituirlo. Quel giorno lesse nella Bibbia: “Piccola larva d’Israele, non temere: io ti vengo in aiuto”. Pianse a lungo, grata.
Il 16 giugno 2019, Montebello Vicentino la celebrò per i suoi settant’anni di missione. Lei, la più schiva di tutte, parlò con voce ferma: “L’anzianità e la sofferenza non mi spaventano. Ho ricevuto tanto dalla vita”.Il 25 gennaio 2021, ad Arco di Trento, Suor Patrizia Clerici si spense a 96 anni. Nella memoria della sua gente, in Italia e in Africa, resta la bambina chiamata “Mansueta”, la giovane che disse “vado io” e la donna che portò davvero cura, vita e speranza a migliaia di persone.
BIBLIOGRAFIA: E.Crosara, “La famejeta – Sr. Patrizia Clerici”, Montebello Vic.,2021.
ILLUSTRAZIONE: L’Uganda che ha visto missionaria per olttre 60 anni Suor Patrizia Clerici.
NOTA: ⁕ Per Mario Clerici vedi anche il nostro articolo N. [447] del 91 giugno 2025 “L’INFERNO DEGLI ALPINI”.
Umberto Ravagnani
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