Categoria: <span>CHIESE, ORATORI E RELIGIOSI</span>

LA PALA DI SANT’ANTONIO

[512] LA PALA DI SANT’ANTONIO
Una tela del 1745 e la storia della sua riscoperta

Ci sono opere d’arte che continuano a raccontare la propria storia anche quando sembrano scomparse. È il caso della Pala di Sant’Antonio Abate della chiesa prepositurale di Montebello Vicentino, un dipinto che per anni rimase in un ripostiglio e che, dopo essere stato recuperato e restaurato, tornò a occupare un posto visibile all’interno della chiesa. Dal 1989, infatti, la tela è stata collocata sopra l’ingresso della sacrestia, dove ancora oggi può essere osservata.
La sua vicenda è interessante non soltanto per la storia locale, ma anche perché permette di avvicinarsi alla figura di Giorgio Anselmi, pittore veronese nato nel 1722 e morto nel 1797. Quando realizzò questa pala, nel 1745, l’artista aveva appena ventitré anni. Era dunque ancora molto giovane, ma aveva già intrapreso quella carriera che lo avrebbe portato a lavorare intensamente per chiese e palazzi, a Verona e in numerosi altri centri.
Il Dizionario biografico degli italiani lo ricorda come un artista “assai stimato ai suoi tempi”, sottolineandone l’attività straordinariamente intensa. La sua produzione, iniziata quando aveva ventidue anni, crebbe progressivamente e si estese sia agli edifici religiosi sia alle dimore private. Non sorprende quindi che oggi sia difficile ricostruire con assoluta completezza il catalogo delle sue opere.
Un episodio raccontato da Diego Zannandreis nelle Vite dei pittori veronesi, pubblicate postume nel 1891, aiuta a comprendere il problema. Quando raggiunse i cinquant’anni, Anselmi preparò personalmente un catalogo dei propri lavori. Era però un elenco incompleto. Lo stesso pittore riconobbe di aver lasciato fuori “molte altre” opere “fatte a fresco”, cioè eseguite direttamente sull’intonaco, e numerosi quadri dipinti a olio per nobili e altri committenti, sia a Verona sia in diversi paesi.
La Pala di Sant’Antonio Abate di Montebello Vicentino sembra appartenere proprio a questa parte meno documentata della sua produzione. La tela, infatti, non compariva nel catalogo compilato dall’artista e per molto tempo non fu al centro dell’attenzione. La sua presenza era tuttavia nota agli studiosi già nell’Ottocento.
Il primo riferimento risale a Gaetano Maccà. Nella sua Storia del territorio, pubblicata nel 1814, lo studioso indicò la pala dell’altare di Sant’Antonio Abate come opera di “Giorgio Anselmi Veronese”. Più tardi, nel 1886, Arturo Pomello ne parlò nella Storia di Lonigo. Descrivendo gli altari della chiesa precedente a quella attuale, ricordò quello dedicato a Sant’Antonio abate e attribuì il dipinto a un pittore indicato come “Zorzi Anselmo di Verona”. Pomello fornì anche una data precisa: il 1745.
Quell’anno trova un riscontro significativo nella documentazione della Curia Vescovile di Vicenza. Il 23 aprile 1744 venne infatti concessa alla chiesa di Montebello l’autorizzazione a demolire il vecchio altare ligneo dedicato a Sant’Antonio Abate e a sostituirlo con uno nuovo in marmo. La licenza ecclesiastica era necessaria perché la modifica di un altare richiedeva il consenso dell’autorità religiosa.
La sequenza degli avvenimenti appare quindi abbastanza chiara: nel 1744 si decise di rinnovare l’antico altare e si ottenne il permesso per sostituirlo; l’anno seguente, nel 1745, venne realizzata la nuova pala destinata a completare l’altare marmoreo. In questo modo il dipinto si inserisce in un preciso momento della storia della chiesa, legato al rinnovamento di uno degli spazi dedicati alla devozione dei fedeli.
La tela raffigura Sant’Antonio Abate accompagnato da altri due santi. Il santo principale occupa il centro della composizione. È seduto su una pedana di due gradini e appare come un uomo anziano, con una lunga barba bianca. Nella mano destra tiene un libro aperto. La sua veste è bianca, mentre un ampio mantello rosso crea un deciso contrasto cromatico e rende la figura immediatamente riconoscibile.
Accanto a lui si trova un altro santo, che può essere identificato con San Francesco di Paola grazie alla scritta “CHARITAS”, visibile nella parte bassa della composizione. La parola latina significa “carità” e costituisce l’elemento che permette di collegare la figura al santo. Il terzo personaggio, invece, non può essere identificato con sicurezza. Non presenta infatti un attributo specifico, cioè un oggetto o un segno che ne renda certa l’identità. È stata suggerita la possibilità che si tratti di San Pietro, ma si tratta di un’ipotesi che non può essere considerata definitiva.
La presenza di San Francesco di Paola trova una spiegazione nella storia religiosa di Montebello. Nella precedente chiesa prepositurale esisteva infatti un altare a lui dedicato. La sua comparsa nella nuova pala testimonia quindi una devozione che aveva già avuto un proprio spazio all’interno della chiesa.
Sant’Antonio, invece, è riconoscibile anche attraverso gli oggetti posti vicino ai suoi piedi. Sui gradini della pedana compaiono un campanello e il bastone da viandante, elementi tradizionalmente associati alla sua immagine. Antonio Abate è ricordato come eremita e come iniziatore del monachesimo. Nel corso dei secoli fu inoltre particolarmente venerato per le guarigioni che, secondo la tradizione, avrebbe compiuto durante un’epidemia. Da questo racconto deriva anche il nome di “fuoco di Sant’Antonio”, con cui venne indicata la malattia.
La scena costruita da Anselmi è tutt’altro che statica. Il volto di Sant’Antonio, visto di profilo, si rivolge verso il santo che gli sta vicino, mentre quest’ultimo indica con gesto solenne il cielo. Lo sguardo viene così condotto verso la parte superiore del dipinto, dove le nuvole si sviluppano fino a raggiungere la zona dietro la testa del santo.
Tra le nuvole compaiono due angioletti, raffigurati vicini e con un atteggiamento spontaneo. Altri piccoli angeli animano la composizione: due sono collocati presso il santo che occupa la parte centrale della scena, mentre un altro, visto di spalle, appare in primo piano davanti a San Francesco di Paola.
Anche lo sfondo contribuisce alla costruzione dell’immagine. Una grande colonna, poggiata su un alto piedistallo, emerge dietro le figure; accanto si intravedono rami e foglie di un albero. Un arco completa l’ambientazione e incornicia da lontano il volto incappucciato di San Francesco.
La tela, di forma centinata, cioè con la parte superiore curva, misura 237 per 129 centimetri. L’organizzazione delle figure segue un andamento dinamico, quasi a zigzag, che accompagna lo sguardo attraverso la scena. La qualità del dipinto emerge dalla fluidità del disegno e dall’uso articolato dei colori. Il contrasto tra il bianco della veste di Sant’Antonio e il rosso del mantello è uno degli elementi che maggiormente valorizzano la figura principale.
Il dato forse più sorprendente è che Anselmi realizzò questa pala quando aveva appena ventitré anni. Si tratta quindi di una delle sue opere giovanili e offre una testimonianza importante della fase iniziale della sua attività. Il dipinto mostra già una certa sicurezza nella disposizione delle figure e nella costruzione della scena, elementi che permettono di collegarlo alla produzione successiva del pittore.
Il confronto con altre opere conosciute rafforza questa lettura. Federico Dal Forno, nella pubblicazione dedicata ad Anselmi come pittore frescante del Settecento, documenta diversi suoi lavori eseguiti nel Vicentino e nei territori vicini. Tra questi figurano quelli del palazzo Valmarana-Salvi di Vicenza, del 1752, del palazzo Sturm di Bassano, del 1764, dell’ex parrocchiale di Sant’Eusebio, del 1767, e della chiesa di San Giovanni Battista a Montebello Vicentino, realizzati tra il 1765 e il 1770.
Il legame tra Anselmi e Montebello sembra quindi essersi consolidato nel tempo. È plausibile che il buon esito della Pala di Sant’Antonio Abate abbia contribuito a favorire una nuova commissione. Nella chiesa di San Giovanni Battista l’artista realizzò infatti un affresco raffigurante la gloria del santo titolare, un’opera considerata tra le sue “più felici”.
La storia della pala non termina però con la sua realizzazione nel 1745. Dopo un lungo periodo in cui rimase in un ripostiglio, il dipinto venne recuperato per iniziativa del prevosto don Antonio Mozzo, con il contributo della Cassa di Risparmio di Vicenza. Nel 1989 Raffaello Peotta* ne curò il restauro. Una volta concluso l’intervento, la tela fu collocata sopra l’ingresso della sacrestia, tornando così a essere parte visibile dell’ambiente della chiesa.
Da un ripostiglio a una posizione nuovamente visibile: il percorso della Pala di Sant’Antonio Abate è anche una piccola storia di riscoperta. Un’opera realizzata da un pittore giovanissimo, ricordata dalle fonti ottocentesche ma rimasta a lungo poco accessibile, è stata recuperata e restituita alla comunità.
Oggi la pala permette quindi di leggere insieme diversi frammenti di storia: il rinnovamento dell’altare nel 1744, la commissione del dipinto nel 1745, la presenza delle devozioni legate a Sant’Antonio e San Francesco di Paola, gli inizi della carriera di Giorgio Anselmi e, infine, il recupero dell’opera nel Novecento. È una vicenda che dimostra come anche una singola tela possa conservare la memoria di una comunità, delle sue scelte e delle persone che, nel corso dei secoli, hanno contribuito a darle forma.
Umberto Ravagnani

FOTO: Pala di Sant’Antonio Abate con San Francesco e San Pietro (?), opera di Giorgio Anselmi, custodita nella Chiesa Prepositurale di Montebello Vicentino (rielaborazione  grafica Umberto Ravagnani).
NOTA: Raffaello Peotta, noto disegnatore, pittore e restauratore d’opere d’arte vicentino, originario di Grancona (Val Liona).
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IL PAESE IN PROCESSIONE

[509] IL PAESE IN PROCESSIONE
Storia e tradizioni di Montebello

Sfogliare le pagine degli antichi Statuti di Montebello* significa entrare in un mondo nel quale la vita religiosa e quella civile procedevano fianco a fianco. La parte che riguarda le processioni, descritte nel documento, non erano soltanto momenti di preghiera, ma occasioni nelle quali l’intero paese si ritrovava unito, riaffermando il proprio senso di appartenenza alla comunità e al territorio. Ogni ricorrenza seguiva un preciso cerimoniale e coinvolgeva non solo il clero, ma anche le autorità locali e i rappresentanti delle famiglie, secondo regole rigorosamente stabilite. Le rubriche dello Statuto, redatte durante il dominio della Repubblica di Venezia, mostrano quanto fosse importante partecipare a queste celebrazioni. La presenza non era lasciata alla libera scelta dei singoli: era considerata un vero dovere pubblico. Per questo motivo il documento indica con precisione chi dovesse prendere parte alle processioni e quali fossero le conseguenze per chi si assentava senza una valida giustificazione.
Il primo appuntamento dell’anno ricordato nello Statuto era la festa di san Marco Evangelista, celebrata il 25 aprile. Non sorprende che proprio san Marco occupasse un posto così importante. Da secoli era il patrono della Repubblica di Venezia e il suo leone alato rappresentava il simbolo stesso della Serenissima. Anche Montebello, inserito nei territori veneziani, ne riconosceva la speciale protezione. La rubrica si apre con una formula che esprime tutta la solennità della ricorrenza: « Ad honore della Santissima et individua Trinità, et del glorioso S. Marco Evangelista protetor nostro…»
Il protagonista della celebrazione era il Prevosto, cioè il sacerdote posto a capo della parrocchia, oppure il suo cappellano, che lo sostituiva quando necessario. Indossati i paramenti liturgici, il corteo prendeva forma con le croci processionali e i confaloni, grandi stendardi ricamati che identificavano la parrocchia e le confraternite e rendevano ancora più solenne il passaggio della processione. Il percorso conduceva fino alla chiesa di Sant’Egidio, ma lungo il tragitto erano previste soste dal forte significato religioso. Arrivato nella piazza, il sacerdote proclamava il Vangelo davanti alla popolazione e impartiva la benedizione. Lo stesso gesto veniva ripetuto poco prima della chiesa, sul ponte della Guà.
Lo Statuto prescrive infatti: «…gionto in piazza, ad alta voce cantar debbi l’Evangelio et dar beneditione al populo… et gionto ad essa chiesa sopra il ponte della Guà ritorni a cantar esso Evangelio ». L’espressione cantare il Vangelo può apparire insolita oggi, ma indicava la tradizionale proclamazione solenne del testo sacro, eseguita con un particolare tono liturgico anziché con una semplice lettura. Una volta raggiunta la chiesa, il Prevosto celebrava la Messa solenne alla presenza dell’intera comunità. Lo Statuto richiedeva infatti la partecipazione dell’esattore, il funzionario incaricato dell’amministrazione comunale e della riscossione dei tributi, dei suoi consiglieri e di ogni padre di famiglia, cioè del rappresentante di ciascun nucleo familiare.
Chi mancava senza un « legitimo impedimento » doveva pagare una sanzione. Le autorità erano punite con una multa di una lira, mentre ai padri di famiglia venivano richiesti dieci soldi. La lira e il soldo erano tra le principali unità monetarie dell’epoca, ma il loro valore andava ben oltre l’aspetto economico: la multa ricordava a tutti che prendere parte alla processione significava contribuire alla vita della comunità. Particolarmente interessanti sono le tre processioni che si svolgevano nei giorni precedenti l’Ascensione di Gesù. A prima vista potrebbero sembrare esclusivamente celebrazioni religiose, ma lo Statuto rivela una funzione molto più ampia. Vi si legge infatti: «…siano fatte le tre solite processioni sopra le confine delle pertinentie di Montebello…»
Le pertinenze erano l’insieme dei terreni appartenenti al territorio comunale, mentre le confine indicavano i limiti del Comune. Il corteo percorreva quindi tutto il perimetro del territorio, trasformando la processione in un’occasione per verificare concretamente lo stato dei confini. Il documento aggiunge un particolare prezioso: «…per causa di veder le confine et poner termini ove sarà bisogno, per la conservatione publica ».
I termini erano le pietre o i cippi che segnavano ufficialmente i confini. Se qualcuno risultava danneggiato, spostato o mancante, veniva ripristinato durante questo sopralluogo collettivo. In un’epoca priva di mappe catastali moderne, percorrere periodicamente il territorio costituiva un sistema efficace per prevenire controversie tra comunità confinanti e conservare memoria dei limiti comunali. Anche in questa circostanza la partecipazione era obbligatoria. L’esattore ordinava all’ufficiale pubblico di convocare consiglieri e padri di famiglia. Lo Statuto prevedeva perfino una multa di tre lire per l’ufficiale che avesse omesso questa convocazione, segno dell’importanza attribuita alla corretta organizzazione della cerimonia. Alla fine dell’estate il calendario conduceva invece alla festa di san Daniele profeta, celebrata il 28 agosto e indicato nello Statuto come «Protettor Nostro». La processione raggiungeva la chiesa dedicata al santo, situata all’interno del castello di Montebello, il nucleo più antico e simbolicamente più rappresentativo dell’abitato.
La rubrica prescrive: «…andar con le croci et confaloni alla chiesa di S. Daniele posta nel castello di detto loco et ivi celebrare la Messa solene…» Il percorso verso il castello assumeva così un significato che andava oltre la semplice celebrazione religiosa. Salire fino alla chiesa di San Daniele significava rendere omaggio al santo protettore del paese e, allo stesso tempo, raggiungere il luogo che per secoli aveva rappresentato il centro della vita politica, difensiva e religiosa della comunità. Ancora una volta il Prevosto, accompagnato dalle autorità e dai capifamiglia, guidava una cerimonia nella quale la partecipazione collettiva diventava il segno più evidente dell’identità condivisa di Montebello.
Con l’inizio di febbraio il calendario delle celebrazioni prevedeva un’altra ricorrenza molto sentita dalla popolazione: la festa di santa Brigida, fissata al primo giorno del mese. Anche questa volta lo Statuto non si sofferma sugli aspetti devozionali della festa, ma stabilisce con precisione come dovesse svolgersi la processione e chi fosse tenuto a prendervi parte. La disposizione è essenziale ma significativa: « Il giorno di S. Brigida… sia fatta la processione solene per tutto il predetto luoco di Montebello ». L’espressione luoco di Montebello indicava l’intero abitato. Il corteo attraversava quindi le vie del paese, permettendo alla popolazione di partecipare alla celebrazione anche lungo il percorso. Era un modo per portare la preghiera fuori dalla chiesa e coinvolgere simbolicamente tutto il territorio abitato. Ancora una volta emerge il carattere pubblico della cerimonia. Lo Statuto impone infatti la presenza dell’esattore, dei consiglieri e di tutti i padri di famiglia. Le autorità locali, proprio per il ruolo che ricoprivano, erano soggette a una pena più severa rispetto agli altri abitanti: venti soldi contro i dieci previsti per ogni capofamiglia assente senza un valido motivo. Anche questa distinzione conferma quanto fosse importante che chi amministrava il paese desse il buon esempio partecipando alle principali manifestazioni della vita comunitaria.
L’ultima processione ricordata nelle rubriche dello Statuto coincideva con una delle più solenni celebrazioni dell’anno liturgico: la festa del Santissimo Corpo di Cristo, oggi comunemente conosciuta come Corpus Domini. Introdotta nella Chiesa nel XIII secolo, questa ricorrenza aveva assunto nei secoli un’importanza sempre maggiore e veniva celebrata con grande partecipazione anche nei territori della Repubblica di Venezia. Lo Statuto conferma questa particolare solennità: «…nel giorno del Sacratissimo Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo… sia fatta la processione solene per tutto il luoco di Montebello…». Come nelle altre ricorrenze, la partecipazione della comunità era obbligatoria. Tuttavia questa processione presentava un elemento distintivo: un ruolo speciale era riservato ai Vicari pro tempore, cioè ai rappresentanti dell’autorità civile che ricoprivano l’incarico in quel determinato periodo. Lo Statuto affida loro un compito ben preciso: «…siano tenuti et obligati ad accompagnare il Santissimo Sacramento et portar il Baldacchino, doppiere, torze e candelle impicciate…». Dietro questa breve frase si nasconde tutto il cerimoniale che accompagnava il passaggio del Santissimo Sacramento. Il baldacchino era un ampio drappo di stoffa sostenuto da aste, portato sopra il sacerdote durante la processione come segno di onore e di particolare venerazione. I doppiere erano grandi candelieri utilizzati nelle celebrazioni più solenni, mentre le torze erano robuste torce di cera destinate a rimanere accese per tutta la durata della processione. Le candelle impicciate, infine, erano candele di notevole spessore, ottenute unendo più strati di cera per garantire una maggiore durata della fiamma. Tutti questi elementi contribuivano a rendere il corteo particolarmente suggestivo e sottolineavano la centralità del Santissimo Sacramento nella devozione della comunità. Osservate nel loro insieme, le processioni descritte nello Statuto raccontano molto più di una semplice successione di feste religiose. Esse riflettono il modo in cui era organizzata la società locale durante il dominio della Serenissima. La partecipazione del clero, delle autorità comunali e dei rappresentanti delle famiglie dimostra come la vita civile e quella religiosa fossero strettamente collegate e collaborassero nel mantenere saldo il senso di appartenenza alla comunità. Anche il continuo richiamo alle sanzioni assume un significato particolare. Oggi può apparire insolito che l’assenza a una processione fosse punita con una multa, ma nel contesto dell’epoca la partecipazione rappresentava un dovere verso il paese oltre che verso la Chiesa. Essere presenti significava prendere parte alla vita collettiva e contribuire alla stabilità della comunità.
Fra tutte le celebrazioni, le tre processioni che precedevano l’Ascensione conservano un valore del tutto particolare. Mentre i fedeli pregavano lungo il cammino, le autorità verificavano lo stato dei confini comunali e provvedevano, quando necessario, a riposizionare i termini che delimitavano il territorio. La fede e l’amministrazione del bene pubblico procedevano così insieme, mostrando come una cerimonia religiosa potesse svolgere anche una concreta funzione civile. Anche la processione verso la chiesa di San Daniele, all’interno del castello, possedeva un forte significato simbolico. Quel luogo rappresentava il cuore più antico di Montebello e ricordava le origini del paese. Raggiungerlo in processione equivaleva a rinnovare il legame con il santo protettore e con la storia della comunità. La celebrazione di san Marco, invece, ricordava ogni anno il rapporto con la Repubblica di Venezia, sotto la cui autorità Montebello visse per secoli. Il patrono della Serenissima diventava così anche un punto di riferimento per gli abitanti del paese, testimoniando il profondo intreccio tra identità locale e appartenenza allo Stato veneziano. Pur essendo scritte con il linguaggio asciutto tipico degli atti normativi, le rubriche dello Statuto riescono ancora oggi a restituire immagini vive. È facile immaginare il suono delle campane che annunciano la partenza del corteo, i gonfaloni mossi dal vento, il sacerdote che proclama il Vangelo nelle piazze, le autorità che accompagnano il Santissimo Sacramento sotto il baldacchino e gli abitanti che percorrono insieme le strade del paese.
Queste pagine rappresentano quindi molto più di un semplice elenco di disposizioni. Sono una preziosa testimonianza della vita quotidiana di una comunità che trovava nelle processioni un momento di incontro, di condivisione e di riconoscimento reciproco. Attraverso quei percorsi, ripetuti anno dopo anno, Montebello riaffermava il proprio legame con la fede, con il territorio e con una tradizione che ha lasciato un’impronta profonda nella storia del paese.
Umberto Ravagnani

FOTO: 31 agosto 1924, Festa Eucaristica. “Processione sotto la sapiente guida del Cappellano D. Giovanni Zuffelato, coadiuvato dagli studenti universitari Giarollo, Vignato e Dainese”. Dal diario di Don Antonio Zanellato (Archivio della Chiesa prepositurale di Montebello Vicentino).
NOTA: * Gli Statuti di Montebello portano la data del 1594, ma si tratta certamente di una raccolta di leggi e consuetudini anteriori.

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I PREDICATORI

[508] I PREDICATORI E BARTOLOMEO GUELFO

Nel XVIII secolo la poesia era un’arte ad esclusivo diletto degli ambiti nobiliari, per la ragione che i letterati professionisti appartenevano ai ceti più abbienti. Però parallelamente a questi virtuosi della penna, una pletora di poeti minori cercava luce e spazio, che non trovava, rassegnandosi a declamare i suoi versi in qualche bottega od osteria del paese
Come questi ultimi, il povero ciabattino montebellano Bartolomeo Guelfo, autodidatta con alle spalle un breve periodo di studi passato presso i Gesuiti, componeva delle poesie tra relitti di vecchie scarpe da riciclare od accomodare e pochi ritagli di cuoio.
Mostrò un grande interesse e profonda ammirazione nei confronti dei predicatori dei vari ordini religiosi che, soprattutto nei periodi precedenti la Pasqua ed il Natale, ma anche in altre feste importanti, intrattenevano la popolazione con i loro sermoni rivolti alla salvezza dell’anima. Finemente ispirato dalla presenza di questi sapienti ed eloquenti oratori spesso dedicò loro alcuni componimenti di ringraziamento e lode.
E’ pertanto grazie al Guelfo se, gratificando costoro, possiamo conoscere i religiosi che si alternarono a predicare durante le feste e le ricorrenze. Com’era consuetudine, pagati ed ospitati a spese dell’Amministrazione Comunale, quando invitati, ben volentieri ritornarono a Montebello a sferzare quelli con la fede un po’ vacillante.
Ad aprire l’elenco di questi maestri della parola citati dal Guelfo fu il monaco camaldolese Reverendo Don Ortensio Rossi presente a Montebello nel 1746, L’elenco si dipana negli anni a cavallo della metà del Settecento.
Nel 1749 arrivò invece il Reverendo Padre Francesco Sermondi del Terzo Ordine di San Francesco. Si sa che questo religioso fu Provinciale dei Minori Conventuali. In occasione della sua venuta a Montebello doveva essere abbastanza giovane dal momento che nel 1794 era Padre Guardiano nel Convento di San Lorenzo a Vicenza e nove anni prima aveva presenziato al Capitolo dello stesso.
Forse il Guelfo non produsse alcuna poesia dedicata al Padre Carmelitano Giuseppe M. Bertinelli, ma è più probabile che sia andata perduta. Presente in paese nel 1750 per le prediche diede vita pure alla Confraternita della S.S. Maria Vergine del Monte Carmelo. La terza domenica di luglio di quell’anno venne celebrata per la prima volta la festa della Madonna del Carmine. Per quella ricorrenza dai paesi vicini arrivò una moltitudine di persone anche perché, dopo le funzioni, si disputò il Palio dei Berberi, una corsa di cavalli di cui poco si conosce, ma che a detta di alcuni, si doveva disputare tra il ponte della Fracanzana e la piazza del Comune.
Il Guelfo, nel 1753, gratificò con alcuni versi il predicatore Don Valentino Scalzotto, conscio che sarebbero stati indegni della grandezza dell’arte oratoria del religioso.
L’anno seguente arrivò a predicare a Montebello, per la seconda volta, l’anziano domenicano Reverendo Padre Pietro Mezzanelli. Ben si sapeva in quel tempo quanto i domenicani fossero temuti per la durezza dei loro sermoni che incitavano e sferzavano i fedeli al pentimento sincero volto a ottenere la misericordia divina.
E vi tornò una terza volta un anno più tardi. In questa ultima occasione donò una reliquia di San Vincenzo Ferreri, impegnando, nel contempo, la Comunità Montebellana a far realizzare una pala d’altare entro due anni.*
Sempre nel 1755, onorò Montebello con le sue prediche il Reverendo Don Pietro Criconia che il nostro poeta gratificò con un madrigale.
Un predicatore al quale il Guelfo rivolse alcune poesie con opposte intenzioni fu, nel 1756, il Reverendo Don Pietro Pedon(i). Contrariamente ai primi versi pieni di lodi, il poeta ne produsse poi degli altri degni di quelli scritti dal romano Pasquino. Tutto si spiega poiché, in precedenza, per Montebello erano circolati dei fogli con un sonetto che doveva aver preso di mira qualche importante personaggio o apparivano così di cattivo gusto tanto che l’Amministrazione Comunale li fece togliere dalla circolazione. A questa decisione fu entusiasticamente favorevole Don Pietro Pedon scatenando così il malcontento del poeta montebellano.
Altri componimenti poetici in onore di vari predicatori furono prodotti nel 1760 e nel 1763 rispettivamente per lodare l’eloquenza del Reverendo agostiniano Padre Angelo Bernardi e del Reverendo Don Marc’Antonio Cittadini.
Nella solennità di Santa Croce del 1757, con la immancabile presenza di un predicatore, fu organizzato a Montebello un concerto. Il Guelfo non fu particolarmente entusiasta dei suonatori, soprattutto dell’organista, e definì i musici “soggetti da Cason non già da chiesa” in senso dispregiativo poiché penso che all’epoca il “Cason” non fosse altro che una specie di balera di campagna. Ebbe però versi di elogio per i suonatori di archi e corde: “Lascio a gl’archi, e alle corde i loro honori, che han saputo donar con dolci accenti gloria alla croce, e contentezza a’ cuori”. (Ottorino Gianesato)

BIBLIOGRAFIA: G.Maccagnan, “Bartolomeo Guelfo 1690-1765 – Poesie”, a cura di, 2007.
FOTO: Pala di San Martino con Santa Teresa d’Avila e Vincenzo Ferreri, opera di Giacomo Ciesa, custodita nella Chiesa Prepositurale di Montebello Vicentino (rielaborazione  grafica Umberto Ravagnani).
NOTA: * Fu dato l’incarico al pittore Giacomo Ciesa, che rappresentò San Martino, Santa Teresa d’Avila e San Vincenzo Ferreri. Fu restaurato nel 2000 (Ricerca di Luigi Dainese).
VEDI anche l’art. [6] CITTADINI ILLUSTRI del 13-01-2018.
Umberto Ravagnani

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LE CONFRATERNITE

[507] LE CONFRATERNITE – Montebello tra fede, arte e carità

Per molti secoli le confraternite furono tra le istituzioni più importanti della vita quotidiana dei paesi italiani. Erano associazioni formate da fedeli laici che si riunivano per coltivare la devozione religiosa, partecipare alle celebrazioni, compiere opere di carità e sostenere le necessità della comunità. Anche Montebello Vicentino ebbe le proprie confraternite, alcune delle quali raggiunsero una notevole vitalità e contribuirono a lasciare un’eredità ancora oggi leggibile nei documenti d’archivio e nelle opere conservate sul territorio.
La più antica di cui si abbia notizia è la Confraternita della Beata Vergine della Concezione, nata poco dopo il 1476. In quell’anno papa Sisto IV autorizzò la celebrazione della festa della Concezione della Vergine Maria l’8 dicembre in tutto il mondo cattolico. Questa decisione favorì la diffusione della devozione mariana e anche la comunità di Montebello accolse con entusiasmo questa nuova ricorrenza, dando vita alla propria confraternita.
L’associazione crebbe rapidamente. Sempre più persone decisero di farne parte, attratte dalla possibilità di condividere la vita religiosa della comunità e di beneficiare delle indulgenze, speciali concessioni della Chiesa che, secondo la dottrina cattolica, riducevano la pena temporale dovuta per i peccati già perdonati mediante la confessione. Per i fedeli dell’epoca rappresentavano un importante sostegno spirituale e costituivano uno dei principali motivi di adesione alle confraternite.
Oltre agli aspetti religiosi, la congregazione disponeva anche di un patrimonio economico che le permetteva di svolgere le proprie attività. Le fonti ricordano infatti legati, livelli e donazioni. I legati erano lasciti testamentari destinati alla confraternita; i livelli erano particolari concessioni di terreni o immobili che garantivano il pagamento di un canone periodico; le donazioni consistevano invece nelle offerte volontarie fatte dai benefattori. Grazie a queste risorse la confraternita riuscì a mantenere la propria presenza nella vita del paese per oltre tre secoli. Tra i privilegi di cui godeva figuravano anche le indulgenze concesse da papa Paolo V con un breve emanato a Roma il 7 marzo 1617, presso la basilica di Santa Maria Maggiore. Il sommario di queste concessioni è tuttora conservato nell’Archivio Prepositurale, dove rappresenta una delle testimonianze più significative della storia religiosa di Montebello.
La sua attività cessò nel 1807. In quel periodo le riforme introdotte durante il dominio napoleonico portarono alla soppressione di molte confraternite presenti nei territori italiani. Anche quella della Concezione venne sciolta e il suo patrimonio fu demaniato, cioè trasferito al patrimonio dello Stato. La seconda confraternita di Montebello nacque in un momento profondamente legato alla storia europea. Dopo la vittoria della Lega Santa nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, la devozione alla Madonna del Rosario conobbe una straordinaria diffusione. Anche gli abitanti di Montebello aderirono a questo movimento religioso fondando la Confraternita del Santissimo Rosario, che in pochi anni raccolse numerosi iscritti. Come avveniva per le altre congregazioni, anche questa disponeva di proprie rendite che le consentivano di sostenere il culto e organizzare le attività religiose. La sua presenza lasciò inoltre una testimonianza artistica di grande valore. Nel 1583 i confratelli commissionarono infatti, a proprie spese, una pala d’altare al pittore vicentino Giovanni Battista Maganza. Ancora oggi il dipinto è conservato nella chiesa prepositurale, collocato nel primo altare sulla destra.
L’iscrizione riportata sull’opera ricorda chiaramente chi ne finanziò la realizzazione: « Joannes Baptista Maganza Sumptibus Confraternitatis SS. Rosarii – anno MDLXXXIII ». La frase informa che il dipinto fu eseguito da Giovanni Battista Maganza (il vecchio) grazie alle risorse della Confraternita del Santissimo Rosario nell’anno 1583. È una testimonianza concreta del ruolo svolto da queste associazioni anche nella promozione dell’arte sacra. Nel 1610 si aggiunse una terza importante istituzione religiosa: la Confraternita di San Giovanni Battista, eretta canonicamente con una bolla del 19 giugno. La bolla era un documento ufficiale dell’autorità ecclesiastica con cui veniva riconosciuta formalmente la nuova confraternita.
Questa congregazione si distingueva per un compito molto concreto: l’accoglienza dei pellegrini. Chi arrivava a Montebello durante il proprio viaggio poteva essere ospitato per tre giorni nell’Ospitale annesso alla chiesa di San Giovanni. L’ospitale non va confuso con un ospedale moderno: era un edificio destinato soprattutto a offrire ospitalità ai pellegrini e ai viandanti, garantendo loro un ricovero temporaneo. Come le altre confraternite, anche quella di San Giovanni Battista possedeva proprie rendite e beneficiava delle indulgenze concesse dalla Chiesa. La partecipazione della popolazione fu molto ampia e in alcuni periodi la congregazione superò i seicento iscritti, segno della sua importanza all’interno della comunità.
Ogni anno, nella festa della Santissima Trinità, i confratelli partecipavano a una processione diretta alla chiesa della Trinità di Montecchio Maggiore, accompagnati da un sacerdote. Era un appuntamento che univa devozione religiosa e vita comunitaria, mantenendo vivo un legame tra le due località. Le fonti riportano anche alcuni particolari relativi a questa tradizione. Al sacerdote venivano offerti “due troni”; ai confratelli spettavano “due soldi et due panetti”; alla chiesa della Trinità erano destinati “due candelotti”. I soldi erano piccole monete allora in circolazione, mentre i panetti erano con ogni probabilità piccoli pani distribuiti ai partecipanti. Il significato del termine troni, invece, non viene spiegato dal documento. Sulla base della documentazione disponibile non è possibile stabilire con certezza a cosa si riferisse, perciò è corretto limitarsi a riportare fedelmente quanto tramandato dalla fonte.
L’ultima confraternita ricordata nei documenti fu quella dedicata alla Vergine del Monte Carmelo, istituita nel 1750 dal padre Giuseppe Maria Bettinelli, religioso bresciano appartenente all’Ordine dei Carmelitani. Anche questa associazione si inserì nella tradizione delle confraternite montebellane, promuovendo la devozione alla Madonna del Carmelo e la partecipazione dei fedeli alla vita religiosa del paese. La sua esistenza fu però relativamente breve. Nel 1807, infatti, i decreti napoleonici che portarono alla soppressione delle confraternite coinvolsero anche questa congregazione, che cessò definitivamente la propria attività insieme alle altre associazioni religiose locali.
Nonostante la loro scomparsa, le confraternite continuano a raccontare una parte importante della storia di Montebello. Le opere d’arte che hanno commissionato, i documenti conservati negli archivi e le notizie giunte fino a noi permettono di ricostruire la vita di una comunità profondamente legata alla fede e capace di organizzarsi per sostenere iniziative religiose, assistenziali e culturali. Una testimonianza particolarmente significativa è costituita da un lascito di Febo Milion, figlio di Bortolo, datato 20 settembre 1572 e destinato alla Congregazione della Concezione. Secondo quanto riportato nelle fonti, si tratta del documento più antico conservato tra quelli relativi alle confraternite della Concezione, del Santissimo Rosario e di San Giovanni Battista, oggi custoditi presso la Biblioteca Bertoliana di Vicenza.
Queste antiche carte raccontano molto più di semplici atti amministrativi. Permettono infatti di seguire l’evoluzione delle confraternite, di comprenderne il ruolo nella società locale e di osservare come la collaborazione tra i fedeli contribuisse alla vita del paese. Le offerte dei benefattori, l’assistenza ai pellegrini, le processioni, la commissione di opere d’arte e la cura delle celebrazioni religiose mostrano una realtà nella quale fede e vita quotidiana procedevano fianco a fianco. Ripercorrere oggi la storia delle confraternite di Montebello significa riscoprire un patrimonio fatto non solo di documenti e dipinti, ma anche di persone che, attraverso il proprio impegno, contribuirono per secoli alla crescita della comunità. Pur essendo scomparse all’inizio dell’Ottocento, queste associazioni continuano ancora oggi a testimoniare un passato ricco di partecipazione, solidarietà e devozione, lasciando un’eredità che rappresenta una parte significativa della memoria storica del paese.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:  – B. Munaretto, “Memorie storiche di Montebello Vicentino”, 1932.
– L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol II, Montebello Vicentino 2018.
FONTE: Archivio parrocchiale di Montebello Vicentino.
FOTO: La pala del Rosario del pittore vicentino Giovanni Battista Maganza (il vecchio), datata 1583 (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

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SANT’EGIDIO

 

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PIETRO CAPRINI

 

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OLTRE LA VITA

[490] OLTRE LA VITA
Quando il ricordo diventa storia

Ci sono luoghi che, a guardarli di fretta, sembrano non avere nulla da dire. Una facciata, qualche pietra, un edificio che oggi svolge una funzione del tutto ordinaria. Eppure, basta rallentare lo sguardo per accorgersi che certi dettagli custodiscono storie profonde. È il caso del doppio altorilievo sulla facciata dell’antico ospedale di San Giovanni Battista di Montebello Vicentino, oggi casa di riposo. Una figura scolpita, ferma, quasi sospesa, accompagnata da parole in latino. Non è solo decorazione: è memoria.
Quelle iscrizioni non raccontano una sola vicenda, ma due. E soprattutto mostrano due modi diversi di ricordare una persona. Per capirle, però, bisogna fare un passo indietro.1
Nel Quattrocento, nella piazza principale del paese, esisteva già un edificio chiamato ospedale.2 Ma attenzione: nel linguaggio dell’epoca, un “ospedale” non era un luogo di cura nel senso moderno. Era piuttosto un ospizio, cioè una struttura di accoglienza per viandanti, pellegrini e persone in difficoltà. Chi percorreva lunghe distanze aveva bisogno di punti di sosta sicuri, dove trovare un letto, del cibo e magari qualcuno disposto ad ascoltare. Accanto a questo ospizio sorgeva una chiesa dedicata a San Giovanni Battista. Questo insieme – ospizio e chiesa – formava un piccolo centro di assistenza e spiritualità, fondamentale per la comunità. Qui si intrecciavano gesti concreti e valori religiosi, quotidianità e fede. È in questo contesto che emergono le due figure protagoniste: don Nicolò Frigo e Francesco Viviano.
La prima iscrizione è dedicata a don Nicolò Frigo. Il testo si apre con una formula solenne: “A Dio ottimo massimo”. È una frase antica, che deriva dal mondo romano e che i cristiani hanno fatto propria. Significa, in sostanza, che tutto ciò che viene detto è posto sotto lo sguardo di Dio. Subito dopo, l’iscrizione propone una serie di espressioni che descrivono l’uomo. Si parla di “vita innocente”, cioè una vita condotta senza colpe; di “nemico dei vizi”, quindi lontano da comportamenti considerati sbagliati; di una persona “illustre nei costumi”, rispettata per il suo modo di vivere; e infine “chiarissimo per religione”, profondamente devoto.
Non si raccontano fatti specifici. Non si citano incarichi o risultati. Tutto si concentra sull’essenza della persona. È come se la lapide volesse fermare non ciò che Frigo ha fatto, ma ciò che ha rappresentato per chi lo ha conosciuto. Anche il modo in cui viene descritta la morte è significativo. Non si parla di fine, ma di passaggio: “dalla terra al cielo”. Questa espressione riflette una visione molto diffusa nel Seicento: la morte è un momento di transizione, non una conclusione definitiva.
A questo punto entra in scena Francesco Viviano. È lui ad aver voluto questa iscrizione. Viene definito “dottore in diritto”, cioè una persona esperta sia nelle leggi civili sia in quelle religiose. Una figura importante, inserita nella vita pubblica. Eppure, qui non parla come uomo di legge. Si presenta come allievo. Chiama Frigo “suo maestro” e lo descrive come “umanissimo”. Questo termine indicava una persona capace di comprensione, vicina agli altri, non distante o rigida.
Il tono è quasi confidenziale: sembra più una dedica personale che un atto ufficiale. Un gesto che nasce da un rapporto diretto, fatto di insegnamento e stima reciproca.
Passando alla seconda iscrizione, il quadro cambia. Il protagonista ora è proprio Francesco Viviano. Ma non è più lui a parlare: sono altri a ricordarlo. E il linguaggio riflette questa differenza. L’iscrizione si apre con una serie di titoli: “illustrissimo”, “eccellentissimo”, “signore”. Sono formule tipiche dell’epoca, usate per sottolineare il prestigio sociale. Subito dopo viene indicata la sua professione: “giureconsulto”. Anche questo termine, oggi poco usato, indicava un esperto di diritto. Qui non troviamo riferimenti alla sua interiorità o al suo carattere. L’attenzione si sposta sul suo ruolo nella società. In particolare, sul suo legame con l’ospedale di San Giovanni Battista. Viene definito “patrono liberalissimo”.
Per capire bene questa espressione, conviene soffermarsi sui termini. Il patrono era un benefattore, cioè qualcuno che sosteneva un’istituzione. Liberalissimo significa estremamente generoso. In altre parole, Viviano è ricordato per ciò che ha dato, per il suo contributo concreto.
Questa volta, inoltre, la lapide non è voluta da una sola persona. A dedicarla sono il massaro e i governatori dell’ospedale. Il massaro era una figura incaricata della gestione pratica e finanziaria, mentre i governatori erano responsabili delle decisioni.
È quindi un riconoscimento ufficiale, che rappresenta la voce di un’intera comunità. Non più un ricordo personale, ma una memoria condivisa. Anche il modo di parlare della morte cambia. Non si accenna al cielo o alla dimensione spirituale. L’accento è posto su un’altra forma di continuità: quella del ricordo. Si legge infatti che tutto è fatto “affinché il nome di un uomo così grande viva in eterno”.
Qui l’idea di “eternità” è legata alla memoria collettiva. Viviano continua a vivere attraverso ciò che ha lasciato e attraverso il ricordo degli altri. Se si osservano le due iscrizioni insieme, emerge un contrasto molto chiaro.
Da una parte c’è una memoria che potremmo definire “interiore”: legata ai valori, alla fede, al rapporto con Dio. Dall’altra c’è una memoria “esteriore”: legata al ruolo pubblico, alle azioni, al contributo alla comunità.
Sono due prospettive diverse, ma entrambe complete. Una guarda alla coscienza, l’altra alla società. Il legame tra Frigo e Viviano rende questo confronto ancora più interessante. Viviano, che nella prima iscrizione appare come allievo riconoscente, nella seconda diventa il protagonista del ricordo. È come un passaggio di testimone: chi ha imparato diventa, a sua volta, esempio per altri.
Questo meccanismo racconta molto del modo in cui funzionava la memoria nel Seicento. Non era qualcosa di astratto, ma un processo concreto, fatto di relazioni, di gesti, di riconoscimenti. Anche il contesto storico aiuta a comprendere meglio queste figure. Don Nicolò Frigo, oltre a essere sacerdote, fu coinvolto in un incarico delicato: la soppressione di due conventi locali, quello di San Francesco e quello di Sant’Egidio.
La soppressione di un convento significava la sua chiusura e la gestione dei suoi beni. Non era una decisione semplice. In questo caso, si inserisce in un quadro più ampio. Nel 1655, la Repubblica di Venezia aveva bisogno di fondi per sostenere la guerra di Candia contro l’Impero Ottomano. Per ottenere risorse, chiese al papa Alessandro VII il permesso di utilizzare i beni di alcuni monasteri. Frigo fu incaricato di seguire questo processo. Questo dettaglio mostra che la sua figura non era limitata alla dimensione religiosa, ma coinvolgeva anche aspetti amministrativi e politici. Dall’altra parte, Francesco Viviano rappresenta bene il ruolo del professionista impegnato nella vita civile. Il suo sostegno all’ospedale non era solo simbolico, ma concreto. In un’epoca in cui le istituzioni dipendevano molto dai benefattori, il suo contributo era fondamentale.
Oggi, osservando quelle due lapidi, si può cogliere qualcosa che va oltre il semplice ricordo storico. Ci mostrano due modi diversi di lasciare traccia: attraverso ciò che si è, e attraverso ciò che si fa. Non è necessario scegliere tra le due prospettive. Anzi, il loro valore sta proprio nel fatto che convivono. Quelle pietre, immobili da secoli, continuano a raccontare una storia fatta di relazioni, di riconoscenza e di memoria. Un dialogo silenzioso che, ancora oggi, invita a riflettere.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: – S.Vantini – L.Dainese – E.Agnolin, “Dalla Mansione del Tempio alla Casa di Riposo San G. Battista di Montebello”, 2001.
– L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol II, Montebello Vicentino 2018.
FOTO: L’altorilievo sulla facciata della Casa di Riposo (elaborazione digitale Umberto Ravagnani).
NOTE: 1) Queste le due iscrizioni:
« D.O.M.
[A Dio Ottimo Massimo]

A.D.R. NICOLAO FRIGO
[Al reverendo signore Nicolò Frigo]

VITA INNOCENTI VITIIS NOCENTI
[Di vita innocente, nemico dei vizi]

MORIBUS CLARO RELIGIONE CLARISS: MO
[illustre per i costumi, chiarissimo per religione]
ANNO MDCLXVII  PRID. NON. AVG.
[nell’anno 1667, il giorno prima delle None di agosto (il 4 agosto)]

E TERRIS IN COELUM PROFECTO.
[partito dalla terra verso il cielo]

FRAN.CVS VIVIANUS  I.V.D.
[Francesco Viviano, dottore in diritto]

TANTO DEI SERVO AC SUI PRAECEPTORI  HUMANISS: MO
[a un così grande servo di Dio e suo maestro, umanissimo]

HOC OBSERVANTIAE PIGNUS
[dedica questo pegno di rispetto] »

———————————————————————-
« PERRILL.ET AC EDCC.VS D. D. FRAN.CVS VIVIANO
[All’illustrissimo ed eccellentissimo signore Francesco Viviano]

JU.CONS. DIVI IO.BAPTAE OSPITALIS
[giureconsulto, dell’ospedale di San Giovanni Battista]

PATRONO LIBERALISS.MO IO.MARIA
[patrono liberalissimo Giovanni Maria]

COLLALTUS MASSARI.VS ET COETERI GUBERNA.RIS
[Collalto massaro, e gli altri governatori]

UT TANTI VIRI BENEMERITI NOMEN AETERNUM
[affinché il nome di un uomo così grande e benemerito]

VIVAT  HONORIS ERGO P.P.
[viva in eterno. In segno d’onore posero (questa lapide)]

ANNO SALUTIS MDCLXXIV
[Nell’anno della salvezza 1674] »

2) L’Ospedale viene citato in un documento del 1428, mentre la chiesa in un altro del 1432).

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SAN BERNARDINO

 

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MONTEBELLO 1797

 

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LA SOLENNE 2025

[450] LA SOLENNE 2025
La fede che non sbiadisce

Montebello è pronto. Le strade sono ornate con fiori freschi, le finestre decorate con drappi colorati, e nell’aria si respira quell’attesa che precede gli eventi davvero importanti.
Domenica 4 maggio è uno di quei giorni speciali: dopo dieci anni di attesa – e un’assenza forzata dovuta alla pandemia – torna la “Solenne”, la processione in onore della Madonna di Montebello. È la 28ª edizione, e il paese è pronto a celebrarla con il cuore. Ma la Solenne è molto più di una processione. È un evento che affonda le sue radici nel profondo della storia e nell’anima della comunità. Non è solo un rito religioso: è un momento collettivo in cui il paese ritrova se stesso. È l’occasione per stringersi attorno alla propria identità, per ricordare chi si è, da dove si viene, e per guardare avanti con la forza del passato alle spalle.
Ogni cinque anni, Montebello si ferma e si raccoglie. I bambini crescono con la Solenne come punto di riferimento: c’è chi ricorda la prima volta da piccolo, sulle spalle del padre, chi la collega a un evento importante della propria vita, una comunione, un matrimonio, o anche un lutto. La Solenne scandisce il tempo con un passo lento ma costante, come il battito regolare di un cuore che non smette mai di pulsare.
Dietro a questa celebrazione c’è un lavoro lungo e minuzioso. Ogni dettaglio viene curato con attenzione: la statua viene sistemata e pulita, i paramenti religiosi verificati uno a uno, le confraternite richiamate all’ordine, i cori si preparano per settimane. Ma ciò che rende la Solenne davvero unica è la partecipazione della gente. Non ci sono spettatori: tutti fanno parte della scena. Gli anziani, i giovani, le famiglie, i bambini… tutti insieme, uniti, sotto lo stesso cielo, seguono la Madonna tra canti, preghiere e silenzi carichi di significato.
Questa festa non è nata per caso. La devozione della comunità verso la Madonna risale a un’epoca lontana, quando il paese fu messo alla prova da eventi drammatici. Sul finire del Settecento, Montebello si trovò a fronteggiare due catastrofi che avrebbero potuto spezzarne lo spirito. Invece, contribuirono a rafforzarlo.
Nel 1791, un’epidemia di tifo colpì con ferocia. Le persone si ammalavano in fretta, i giovani erano i più colpiti, e la medicina del tempo era impotente. I medici non potevano far nulla, e la paura si diffondeva come il contagio. Le strade si svuotarono, le case si chiusero nel silenzio e nello sgomento. In quel buio, la gente si aggrappò all’unica speranza rimasta: la fede. Le preghiere diventarono incessanti, si recitavano rosari notte e giorno, si invocava la Madonna con voce tremante. E accadde qualcosa di inspiegabile: l’epidemia si fermò, bruscamente, senza un motivo razionale. Per gli abitanti, non ci furono dubbi. Era un miracolo.
Due anni dopo, un’altra emergenza colpì Montebello. Questa volta fu la siccità. I campi si seccavano sotto il sole implacabile, la terra si spaccava, e la fame sembrava imminente. Di nuovo, la popolazione si rivolse alla Madonna. Organizzarono una processione speciale, portarono la statua per le strade del paese. Quella sera stessa, il cielo cambiò volto: nuvole nere si addensarono e la pioggia cadde, abbondante. I raccolti furono salvi. Il paese, ancora una volta, si sentì protetto.
Da quella riconoscenza nacque un culto profondo. I fedeli iniziarono a offrire ceri, doni, denaro. Parte di questi vennero destinati alla costruzione di un nuovo altare in marmo, per rendere onore alla Madonna. Ma la costruzione della nuova chiesa assorbì le risorse, e il progetto restò sospeso.
Solo nel 1811, grazie alla generosità di un devoto di nome Antonio Bevilacqua, si riuscì ad acquistare un altare in marmo proveniente dal monastero del Corpus Domini di Vicenza, chiuso nel frattempo. L’altare era una vera opera d’arte, realizzata dagli scultori Orazio Marinali e Giovanni Cassetta. Ma c’era un problema: era troppo grande per la cappella di Montebello. Si tentarono degli adattamenti, prima con un rivestimento in mattoni, poi con una decorazione dorata in legno. Ma nulla convinceva davvero. Il risultato era goffo, e la gente lo sentiva. Il nodo venne sciolto nel 1885, quando il prevosto don Giuseppe Capovin decise di intervenire. Affidò il restauro a Francesco Cavallini, uno scultore esperto di Pove del Grappa. Cavallini riprogettò l’altare con intelligenza e sensibilità, rispettando le proporzioni dello spazio e riuscendo nell’impresa: l’altare, finalmente, sembrava nato per stare lì.
Durante i lavori, la statua della Madonna fu spostata temporaneamente nella vecchia chiesa di San Francesco. Ma don Capovin capì che il ritorno non poteva essere anonimo. Così propose qualcosa di nuovo: una grande processione pubblica per riportare la statua al suo posto. Era il 26 aprile, e Montebello rispose con entusiasmo. Il paese si mobilitò: archi fioriti lungo le strade, case addobbate, cori, preghiere. Migliaia di persone arrivarono anche dai paesi vicini. Fu un giorno indimenticabile. Quel momento fu così sentito e partecipato, che don Capovin comprese quanto la comunità avesse bisogno di un appuntamento simile. Così nacque l’idea di renderlo un rito stabile: ogni cinque anni, la prima domenica di maggio, la Madonna sarebbe tornata in processione tra la sua gente. Nasceva ufficialmente la “Festa della Solenne”.
Da quel giorno del 1885, la Solenne non è mai venuta meno. Ha resistito a tutto: due guerre mondiali, cambiamenti sociali profondi, e perfino alla recente pandemia. Solo nel 2020, a causa del Covid, fu necessario sospendere tutto. Ma quello fu solo un momento di pausa, non una fine. Ora, Montebello è di nuovo pronto.
Ogni volta che arriva, la Solenne non è mai identica alla precedente. Eppure, porta sempre con sé lo stesso spirito. È una memoria viva, che si rinnova e cresce. È un patto rinnovato tra la gente e la propria storia. È una promessa mantenuta, anno dopo anno, decennio dopo decennio.
Nel giorno della Solenne, Montebello si trasforma. Le strade, i volti, i canti, tutto parla di appartenenza. È come se il tempo si fermasse, e la comunità, intera, potesse guardarsi negli occhi e dire: “Siamo ancora qui. Insieme.” Ed è proprio in questo gesto collettivo che si trova la forza di un paese. Un paese piccolo, forse, ma con una storia grande, che continua a camminare al passo lento e solenne della sua devozione.
E così, ogni cinque anni, Montebello scrive una nuova pagina del suo libro. Lo fa con le mani unite, i piedi in cammino, gli occhi rivolti alla statua della Madonna. Perché, alla fine, la Solenne è proprio questo: la fede che non si spegne, la storia che non si dimentica, e un popolo che, anche dopo 140 anni, continua a credere nella bellezza di ritrovarsi e camminare insieme.

  4 maggio 2025 - XXVIIIa LA SOLENNE A MONTEBELLO - L'arco del Ponte del Marchese
  4 maggio 2025 - XXVIIIa LA SOLENNE A MONTEBELLO
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FOTO: La Solenne del 2025 (foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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E LA FEDE FERMÒ IL MORBO

[438] E LA FEDE FERMÒ IL MORBO
1792, l’anno in cui tutti a Montebello pregarono

Alla fine del Settecento, Montebello era un piccolo centro abitato dove la vita seguiva il ritmo costante dei campi, delle stagioni e delle campane. Gli abitanti erano legati alla loro terra e alle consuetudini religiose che da secoli ne accompagnavano l’esistenza. Ogni famiglia, ogni casa, ogni strada aveva una storia antica, tramandata con rispetto e parsimonia. In quella comunità raccolta, la fede occupava un posto naturale, concreto, quasi quotidiano. La Chiesa Prepositurale era il fulcro di questa presenza, e al suo interno, in una nicchia del secondo altare sulla destra, si trovava una statua molto cara a tutti.
La Madonna della Concezione era rappresentata seduta, avvolta da un manto dorato. Una corona le cingeva il capo. Sulle sue ginocchia, il Bambino, anch’egli incoronato, reggeva con la mano sinistra un globo sovrastato da una croce, mentre con la destra indicava le tre persone della Trinità. Maria portava in mano la corona del Rosario. Il volto della Vergine era sereno, lo sguardo basso, come assorto in una pace che ispirava quiete e fiducia. La figura, scolpita nel legno di tiglio, era tanto familiare ai montebellani da essere parte della loro identità collettiva. Nessuno sapeva chi l’avesse realizzata, né quando, con precisione. Si supponeva fosse opera del Quattrocento, forse creata su incarico della Congregazione di Santa Maria della Concezione, in seguito al decreto con cui papa Sisto IV aveva istituito nel 1476 la festa dedicata all’Immacolata.
Per secoli, la statua aveva raccolto preghiere, richieste, promesse. Ma nell’anno 1791, la sua presenza si era fatta assente. La vecchia Chiesa parrocchiale era stata demolita per essere sostituita con una nuova costruzione, e l’immagine sacra era stata rimossa e custodita temporaneamente in un locale secondario, accanto ai mantici dell’organo. Non era stata dimenticata, ma era stata posta da parte, fuori dallo sguardo quotidiano dei fedeli.
Fu proprio in quel periodo che Montebello si trovò a fronteggiare uno degli eventi più duri della sua storia. Era l’inizio dell’estate quando i primi casi di tifo si manifestarono. All’inizio si trattò di episodi isolati, poi la diffusione divenne rapida, inarrestabile. Le famiglie si ammalavano nel giro di pochi giorni, e molti non riuscivano a sopravvivere. L’epidemia colpì senza distinzioni. L’angoscia prese il sopravvento. Intere case si chiusero nel silenzio della malattia. Il rumore delle campane si fece costante, monotono, doloroso.
La paura si fece presto paralizzante. Pochi trovavano il coraggio di assistere gli ammalati. Mancava la forza, mancava la speranza. Il Collegio della Pubblica Sanità di Vicenza, allertato dalla gravità della situazione, inviò un medico per esaminare i contagi e suggerire soluzioni. Ma le conoscenze mediche del tempo erano limitate. Non c’erano cure efficaci. Si consigliava l’isolamento, qualche rimedio empirico, ma nulla fermava il corso del morbo. Le famiglie si spegnevano una dopo l’altra, mentre il paese sprofondava in una desolazione difficile da raccontare.
Nel mezzo di quel periodo oscuro, riemerse il ricordo della Madonna. Qualcuno, con voce sommessa, ricordò le grazie ricevute per sua intercessione. Si parlò della statua, da tempo messa da parte, che in passato aveva accompagnato momenti difficili con la sua presenza discreta e potente. Fu una memoria che si fece proposta: riportarla alla luce, pregarla, invocare il suo aiuto. Non un gesto magico, ma un appello condiviso, una forma di fiducia che superava la razionalità.
Quando la notizia si diffuse, la reazione della popolazione fu immediata. Non si trattò di un evento organizzato, ma di un moto spontaneo, collettivo. Nessuno restò indifferente. I montebellani decisero di rimettere la statua al centro della vita del paese. Il coro della nuova chiesa, recentemente costruito e da poco aperto al culto, fu scelto come luogo per l’esposizione. E così, il 12 maggio del 1792, l’antica immagine tornò a farsi vedere.
L’esposizione fu semplice, ma carica di significato. La statua, pur segnata dal tempo, conservava intatto il suo volto familiare. Chi entrava in chiesa riconosceva subito quel volto, quel gesto, quella compostezza. Tornò naturale inginocchiarsi, tornò naturale recitare il Rosario, affidare le proprie paure a quello sguardo calmo. I fedeli accorrevano uno dopo l’altro. Nessuno parlava ad alta voce. Le preghiere erano sussurrate, le lacrime trattenute. Ma la presenza era forte, tangibile.
La chiesa rimase aperta ininterrottamente. Giorno e notte si avvicendavano gruppi di devoti. Alcuni si fermavano per pochi minuti, altri restavano a lungo, in silenzio. Non c’era bisogno di parole. Bastava la presenza. La Madonna era tornata, ed era tornata proprio quando Montebello ne aveva più bisogno.
A partire da quel giorno, qualcosa cambiò. In modo graduale, ma netto. I contagi cominciarono a diminuire. I malati, uno dopo l’altro, iniziarono a guarire. Le famiglie smisero di contare i morti e cominciarono a rivedere i vivi. I medici non seppero spiegare l’accaduto. Ma la comunità non aveva bisogno di spiegazioni. Avevano pregato, avevano sperato, e la risposta era arrivata.
In breve tempo, l’epidemia cessò del tutto. I montebellani uscirono di casa, si riabbracciarono, ricominciarono a vivere. Era finita. In molti parlarono di miracolo. Altri preferirono non usare quella parola. Ma nessuno negò che quel ritorno aveva rappresentato una svolta. La memoria di quell’evento fu custodita con cura.
Francesco Bonomo*, cronista attento e preciso, annotò tutto in una cronaca dettagliata che oggi è conservata nell’archivio parrocchiale. È grazie a lui se oggi conosciamo la sequenza dei fatti, l’atmosfera di quei mesi, il senso profondo che ebbe la rinnovata esposizione della Madonna. La cronaca non ha toni enfatici, ma trasmette con chiarezza ciò che accadde.
Da quel momento, la statua tornò a occupare il suo posto nella chiesa prepositurale. Da allora, non è mai più stata spostata. È lì, al secondo altare a destra, visibile a tutti, visitabile ogni giorno. Nel 1885 fu sottoposta a un restauro, finanziato con le offerte del popolo e del clero, come segno di affetto e riconoscenza. Il restauro ne ha conservato le caratteristiche originarie, senza alterarne la semplicità.
Ogni cinque anni, Montebello ricorda quanto accadde con una celebrazione solenne: la Festa Quinquennale della Madonna. Non è solo una cerimonia religiosa, ma una memoria viva, un legame con ciò che la comunità ha vissuto e superato insieme. È la testimonianza di un legame profondo tra la popolazione e quella figura antica, che ha saputo dare conforto nei giorni più duri.
Nel maggio 2025, si celebrerà la ventottesima edizione di questa festa. Sarà, ancora una volta, un’occasione per rivedere la statua, rinnovare la preghiera, ricordare l’anno in cui Montebello ritrovò se stesso nel momento più difficile. E chi entrerà nella chiesa, si troverà davanti quello stesso sguardo calmo, la stessa mano sollevata, la stessa corona. E forse sentirà ancora, in quel silenzio, l’eco di quel giorno in cui la speranza tornò a camminare. UMBERTO RAVAGNANI

NOTA: * Francesco Bonomo morì il 15 febbraio 1830, nella stessa casa di Montebello dove nacque nel 1736. Uomo affabile e retto, per oltre quarant’anni fu cancelliere del paese, mantenendo equilibrio anche nei momenti più turbolenti. Più che un impiegato, fu custode della memoria: raccoglieva storie, tradizioni e scrisse un diario dettagliato durante le guerre napoleoniche. Parte dei suoi scritti è andata perduta, ma il cuore della storia locale porta ancora il suo nome.
FOTO: MONTEBELLO: La Madonna di Montebello durante la Solenne del 2015 (foto Umberto Ravagnani).
FONTE: Cronaca di Francesco Bonomo (Archivio Parrocchiale di Montebello).

Umberto Ravagnani

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IL MONTE DEI FRATI

 

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UN SECOLO DI “MURARI”

 

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DON EUGENIO XOMPERO

 

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MONS. SILVESTRO ALBERTINI

 

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PADRE GIORGIO M. ZEINI

 

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LA PALA DELLA MADONNA DI MB

 

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FRA LUIGI MARIA VERLATO

 

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L’ORIGINE DELLA CHIESA DI SELVA

 

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DON DOMENICO GIAROLO

 

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DUE SACERDOTI DEL PASSATO

 

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L’HOBBY DEI CAPITELLI

 

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