[509] IL PAESE IN PROCESSIONE
Storia e tradizioni di Montebello

Sfogliare le pagine degli antichi Statuti di Montebello* significa entrare in un mondo nel quale la vita religiosa e quella civile procedevano fianco a fianco. La parte che riguarda le processioni, descritte nel documento, non erano soltanto momenti di preghiera, ma occasioni nelle quali l’intero paese si ritrovava unito, riaffermando il proprio senso di appartenenza alla comunità e al territorio. Ogni ricorrenza seguiva un preciso cerimoniale e coinvolgeva non solo il clero, ma anche le autorità locali e i rappresentanti delle famiglie, secondo regole rigorosamente stabilite. Le rubriche dello Statuto, redatte durante il dominio della Repubblica di Venezia, mostrano quanto fosse importante partecipare a queste celebrazioni. La presenza non era lasciata alla libera scelta dei singoli: era considerata un vero dovere pubblico. Per questo motivo il documento indica con precisione chi dovesse prendere parte alle processioni e quali fossero le conseguenze per chi si assentava senza una valida giustificazione.
Il primo appuntamento dell’anno ricordato nello Statuto era la festa di san Marco Evangelista, celebrata il 25 aprile. Non sorprende che proprio san Marco occupasse un posto così importante. Da secoli era il patrono della Repubblica di Venezia e il suo leone alato rappresentava il simbolo stesso della Serenissima. Anche Montebello, inserito nei territori veneziani, ne riconosceva la speciale protezione. La rubrica si apre con una formula che esprime tutta la solennità della ricorrenza: « Ad honore della Santissima et individua Trinità, et del glorioso S. Marco Evangelista protetor nostro…»
Il protagonista della celebrazione era il Prevosto, cioè il sacerdote posto a capo della parrocchia, oppure il suo cappellano, che lo sostituiva quando necessario. Indossati i paramenti liturgici, il corteo prendeva forma con le croci processionali e i confaloni, grandi stendardi ricamati che identificavano la parrocchia e le confraternite e rendevano ancora più solenne il passaggio della processione. Il percorso conduceva fino alla chiesa di Sant’Egidio, ma lungo il tragitto erano previste soste dal forte significato religioso. Arrivato nella piazza, il sacerdote proclamava il Vangelo davanti alla popolazione e impartiva la benedizione. Lo stesso gesto veniva ripetuto poco prima della chiesa, sul ponte della Guà.
Lo Statuto prescrive infatti: «…gionto in piazza, ad alta voce cantar debbi l’Evangelio et dar beneditione al populo… et gionto ad essa chiesa sopra il ponte della Guà ritorni a cantar esso Evangelio ». L’espressione cantare il Vangelo può apparire insolita oggi, ma indicava la tradizionale proclamazione solenne del testo sacro, eseguita con un particolare tono liturgico anziché con una semplice lettura. Una volta raggiunta la chiesa, il Prevosto celebrava la Messa solenne alla presenza dell’intera comunità. Lo Statuto richiedeva infatti la partecipazione dell’esattore, il funzionario incaricato dell’amministrazione comunale e della riscossione dei tributi, dei suoi consiglieri e di ogni padre di famiglia, cioè del rappresentante di ciascun nucleo familiare.
Chi mancava senza un « legitimo impedimento » doveva pagare una sanzione. Le autorità erano punite con una multa di una lira, mentre ai padri di famiglia venivano richiesti dieci soldi. La lira e il soldo erano tra le principali unità monetarie dell’epoca, ma il loro valore andava ben oltre l’aspetto economico: la multa ricordava a tutti che prendere parte alla processione significava contribuire alla vita della comunità. Particolarmente interessanti sono le tre processioni che si svolgevano nei giorni precedenti l’Ascensione di Gesù. A prima vista potrebbero sembrare esclusivamente celebrazioni religiose, ma lo Statuto rivela una funzione molto più ampia. Vi si legge infatti: «…siano fatte le tre solite processioni sopra le confine delle pertinentie di Montebello…»
Le pertinenze erano l’insieme dei terreni appartenenti al territorio comunale, mentre le confine indicavano i limiti del Comune. Il corteo percorreva quindi tutto il perimetro del territorio, trasformando la processione in un’occasione per verificare concretamente lo stato dei confini. Il documento aggiunge un particolare prezioso: «…per causa di veder le confine et poner termini ove sarà bisogno, per la conservatione publica ».
I termini erano le pietre o i cippi che segnavano ufficialmente i confini. Se qualcuno risultava danneggiato, spostato o mancante, veniva ripristinato durante questo sopralluogo collettivo. In un’epoca priva di mappe catastali moderne, percorrere periodicamente il territorio costituiva un sistema efficace per prevenire controversie tra comunità confinanti e conservare memoria dei limiti comunali. Anche in questa circostanza la partecipazione era obbligatoria. L’esattore ordinava all’ufficiale pubblico di convocare consiglieri e padri di famiglia. Lo Statuto prevedeva perfino una multa di tre lire per l’ufficiale che avesse omesso questa convocazione, segno dell’importanza attribuita alla corretta organizzazione della cerimonia. Alla fine dell’estate il calendario conduceva invece alla festa di san Daniele profeta, celebrata il 28 agosto e indicato nello Statuto come «Protettor Nostro». La processione raggiungeva la chiesa dedicata al santo, situata all’interno del castello di Montebello, il nucleo più antico e simbolicamente più rappresentativo dell’abitato.
La rubrica prescrive: «…andar con le croci et confaloni alla chiesa di S. Daniele posta nel castello di detto loco et ivi celebrare la Messa solene…» Il percorso verso il castello assumeva così un significato che andava oltre la semplice celebrazione religiosa. Salire fino alla chiesa di San Daniele significava rendere omaggio al santo protettore del paese e, allo stesso tempo, raggiungere il luogo che per secoli aveva rappresentato il centro della vita politica, difensiva e religiosa della comunità. Ancora una volta il Prevosto, accompagnato dalle autorità e dai capifamiglia, guidava una cerimonia nella quale la partecipazione collettiva diventava il segno più evidente dell’identità condivisa di Montebello.
Con l’inizio di febbraio il calendario delle celebrazioni prevedeva un’altra ricorrenza molto sentita dalla popolazione: la festa di santa Brigida, fissata al primo giorno del mese. Anche questa volta lo Statuto non si sofferma sugli aspetti devozionali della festa, ma stabilisce con precisione come dovesse svolgersi la processione e chi fosse tenuto a prendervi parte. La disposizione è essenziale ma significativa: « Il giorno di S. Brigida… sia fatta la processione solene per tutto il predetto luoco di Montebello ». L’espressione luoco di Montebello indicava l’intero abitato. Il corteo attraversava quindi le vie del paese, permettendo alla popolazione di partecipare alla celebrazione anche lungo il percorso. Era un modo per portare la preghiera fuori dalla chiesa e coinvolgere simbolicamente tutto il territorio abitato. Ancora una volta emerge il carattere pubblico della cerimonia. Lo Statuto impone infatti la presenza dell’esattore, dei consiglieri e di tutti i padri di famiglia. Le autorità locali, proprio per il ruolo che ricoprivano, erano soggette a una pena più severa rispetto agli altri abitanti: venti soldi contro i dieci previsti per ogni capofamiglia assente senza un valido motivo. Anche questa distinzione conferma quanto fosse importante che chi amministrava il paese desse il buon esempio partecipando alle principali manifestazioni della vita comunitaria.
L’ultima processione ricordata nelle rubriche dello Statuto coincideva con una delle più solenni celebrazioni dell’anno liturgico: la festa del Santissimo Corpo di Cristo, oggi comunemente conosciuta come Corpus Domini. Introdotta nella Chiesa nel XIII secolo, questa ricorrenza aveva assunto nei secoli un’importanza sempre maggiore e veniva celebrata con grande partecipazione anche nei territori della Repubblica di Venezia. Lo Statuto conferma questa particolare solennità: «…nel giorno del Sacratissimo Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo… sia fatta la processione solene per tutto il luoco di Montebello…». Come nelle altre ricorrenze, la partecipazione della comunità era obbligatoria. Tuttavia questa processione presentava un elemento distintivo: un ruolo speciale era riservato ai Vicari pro tempore, cioè ai rappresentanti dell’autorità civile che ricoprivano l’incarico in quel determinato periodo. Lo Statuto affida loro un compito ben preciso: «…siano tenuti et obligati ad accompagnare il Santissimo Sacramento et portar il Baldacchino, doppiere, torze e candelle impicciate…». Dietro questa breve frase si nasconde tutto il cerimoniale che accompagnava il passaggio del Santissimo Sacramento. Il baldacchino era un ampio drappo di stoffa sostenuto da aste, portato sopra il sacerdote durante la processione come segno di onore e di particolare venerazione. I doppiere erano grandi candelieri utilizzati nelle celebrazioni più solenni, mentre le torze erano robuste torce di cera destinate a rimanere accese per tutta la durata della processione. Le candelle impicciate, infine, erano candele di notevole spessore, ottenute unendo più strati di cera per garantire una maggiore durata della fiamma. Tutti questi elementi contribuivano a rendere il corteo particolarmente suggestivo e sottolineavano la centralità del Santissimo Sacramento nella devozione della comunità. Osservate nel loro insieme, le processioni descritte nello Statuto raccontano molto più di una semplice successione di feste religiose. Esse riflettono il modo in cui era organizzata la società locale durante il dominio della Serenissima. La partecipazione del clero, delle autorità comunali e dei rappresentanti delle famiglie dimostra come la vita civile e quella religiosa fossero strettamente collegate e collaborassero nel mantenere saldo il senso di appartenenza alla comunità. Anche il continuo richiamo alle sanzioni assume un significato particolare. Oggi può apparire insolito che l’assenza a una processione fosse punita con una multa, ma nel contesto dell’epoca la partecipazione rappresentava un dovere verso il paese oltre che verso la Chiesa. Essere presenti significava prendere parte alla vita collettiva e contribuire alla stabilità della comunità.
Fra tutte le celebrazioni, le tre processioni che precedevano l’Ascensione conservano un valore del tutto particolare. Mentre i fedeli pregavano lungo il cammino, le autorità verificavano lo stato dei confini comunali e provvedevano, quando necessario, a riposizionare i termini che delimitavano il territorio. La fede e l’amministrazione del bene pubblico procedevano così insieme, mostrando come una cerimonia religiosa potesse svolgere anche una concreta funzione civile. Anche la processione verso la chiesa di San Daniele, all’interno del castello, possedeva un forte significato simbolico. Quel luogo rappresentava il cuore più antico di Montebello e ricordava le origini del paese. Raggiungerlo in processione equivaleva a rinnovare il legame con il santo protettore e con la storia della comunità. La celebrazione di san Marco, invece, ricordava ogni anno il rapporto con la Repubblica di Venezia, sotto la cui autorità Montebello visse per secoli. Il patrono della Serenissima diventava così anche un punto di riferimento per gli abitanti del paese, testimoniando il profondo intreccio tra identità locale e appartenenza allo Stato veneziano. Pur essendo scritte con il linguaggio asciutto tipico degli atti normativi, le rubriche dello Statuto riescono ancora oggi a restituire immagini vive. È facile immaginare il suono delle campane che annunciano la partenza del corteo, i gonfaloni mossi dal vento, il sacerdote che proclama il Vangelo nelle piazze, le autorità che accompagnano il Santissimo Sacramento sotto il baldacchino e gli abitanti che percorrono insieme le strade del paese.
Queste pagine rappresentano quindi molto più di un semplice elenco di disposizioni. Sono una preziosa testimonianza della vita quotidiana di una comunità che trovava nelle processioni un momento di incontro, di condivisione e di riconoscimento reciproco. Attraverso quei percorsi, ripetuti anno dopo anno, Montebello riaffermava il proprio legame con la fede, con il territorio e con una tradizione che ha lasciato un’impronta profonda nella storia del paese.
Umberto Ravagnani
FOTO: 31 agosto 1924, Festa Eucaristica. “Processione sotto la sapiente guida del Cappellano D. Giovanni Zuffelato, coadiuvato dagli studenti universitari Giarollo, Vignato e Dainese”. Dal diario di Don Antonio Zanellato (Archivio della Chiesa prepositurale di Montebello Vicentino).
NOTA: * Gli Statuti di Montebello portano la data del 1594, ma si tratta certamente di una raccolta di leggi e consuetudini anteriori.
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