[476] I GUARDA A MONTEBELLO
Dove il nome racconta la storia

A circa tre chilometri dal centro di Montebello Vicentino, la frazione di Selva si raccoglie ai piedi di un colle con un’aria quasi appartata, come se volesse restare ai margini del tempo. Oggi è una comunità minuscola, composta da poche famiglie che vivono soprattutto di viticoltura, olivicoltura e lavoro nell’industria locale. Una realtà semplice, silenziosa, che sembra raccontare poco di sé. Eppure, dietro questo presente discreto, si cela un passato molto più complesso e ricco di suggestioni, profondamente legato alla natura e alla storia del territorio.
In epoche lontanissime, Selva era una località rupestre, circondata e in parte soffocata da boschi fitti e selvaggi. Queste selve non erano solo un elemento del paesaggio, ma un vero e proprio ambiente vitale, popolato da una “fauna” abbondante e diversificata, vale a dire da numerose specie di animali selvatici. La presenza di cervi, cinghiali, piccoli mammiferi e uccelli rendeva la zona particolarmente adatta alla caccia, attività che non aveva soltanto una funzione alimentare, ma anche sociale e simbolica.
Proprio per questo, i boschi di Selva costituivano una risorsa preziosa per i nobili di Montebello, in particolare per la famiglia Maltraverso, che per secoli esercitò il proprio potere sul territorio. Le fonti storiche li ricordano con il titolo di «comites Montisbelli et silvarum», cioè conti di Montebello e delle selve. Questa definizione non è casuale: indica un dominio che si estendeva oltre le mura del castello, includendo le aree boscose, fondamentali sia per l’economia sia per il controllo strategico delle vie di accesso.
Ancora oggi, il paesaggio conserva tracce di questo passato. A circa cinquanta metri dalla chiesa parrocchiale di Selva, poco prima del bivio che conduce ad Agugliana, frazione collinare situata più in alto, si imbocca una stradina comunale. L’asfalto copre solo il primo tratto, fino alla deviazione per «i tani», nome che evoca antichi rifugi o cavità naturali. Oltre quel punto, il percorso cambia aspetto e diventa una mulattiera, cioè una strada stretta e ripida utilizzata un tempo soprattutto per il passaggio di animali da soma. La salita è scoscesa, in alcuni tratti poco curata, e presenta pendenze che possono risultare impegnative anche per chi è abituato a camminare in collina.
Questo cammino conduce a una località dal nome fortemente evocativo: «alla guarda». Il sito si articola in un duplice isolato disposto su due ripiani distinti, separati da un dislivello di circa un metro. Tra i due livelli si trova una piccola piazzola erbosa, irregolare, cosparsa di sassi e terra battuta. L’insieme, osservato con attenzione, suggerisce una sistemazione tutt’altro che casuale. La planimetria, cioè la disposizione dello spazio nel suo complesso, richiama infatti una struttura antica, verosimilmente di carattere militare o paramilitare, concepita come punto di osservazione.
La posizione è particolarmente significativa. Da «alla guarda» lo sguardo può spaziare sul piano e sulle colline circostanti, ma è evidente che il controllo principale fosse rivolto verso la pianura. Da qui si dominano visivamente i monti di Brendola, il territorio pianeggiante sottostante e, in lontananza, l’area di Lonigo, fino a spingersi idealmente verso la pianura veronese. In un’epoca priva di strumenti tecnologici, la possibilità di osservare un’area così vasta rappresentava un vantaggio decisivo. Un punto elevato consentiva di individuare movimenti di uomini, carovane o potenziali minacce con largo anticipo.
Anche il nome del luogo rafforza questa interpretazione. La toponomastica, cioè lo studio dei nomi geografici, offre indizi preziosi sulla funzione originaria dei siti. È significativo che, nel corso dei secoli, le amministrazioni comunali di Montebello abbiano mantenuto la denominazione tradizionale, senza modificarla o sostituirla. «Alla guarda» appare come un nome antico, trasmesso di generazione in generazione, e con ogni probabilità risalente a molti secoli fa. Secondo un’ipotesi fondata su elementi linguistici e storici, la sua origine potrebbe collocarsi nell’epoca dell’invasione longobarda, tra il 568 e il 774.
Le fonti lessicografiche confermano questa possibilità. Nel vocabolario Zingarelli della lingua italiana, alla voce «guarda», si trova il riferimento al tedesco antico “warta”, con i significati di guardia, custodia, vigilanza e difesa. Allo stesso modo, il Vocabolario della lingua italiana di Palazzi fa derivare il verbo “guardare” dal germanico “warden”, che significa stare in guardia, sorvegliare. Si tratta di termini che rimandano chiaramente a un’azione di controllo attivo del territorio.
Il valore militare del termine è ulteriormente chiarito dagli studi di storia. P. Caroprese, ordinario di Storia militare e autore per l’Enciclopedia UTET, definisce la «guarda» o «guardia» come un servizio di uomini armati, istituito per esigenze di ordine militare o di ordine pubblico. Non si tratta quindi di un semplice punto panoramico, ma di un luogo funzionale alla sicurezza e alla difesa.
Anche G. Mantese, nella sua “Storia di Schio”, contribuisce a chiarire il significato del termine, spiegando che “warden”, nel tedesco antico, corrisponde a «vardone», parola che indica un luogo di guardia. Tutti questi elementi portano a una conclusione coerente: la località «alla guarda» di Selva di Montebello possiede le caratteristiche tipiche di un antico osservatorio, probabilmente con funzioni militari. È plausibile che la sua origine sia legata al periodo longobardo, quando queste terre furono attraversate e occupate dalle popolazioni germaniche guidate da Alboino, impegnate nella conquista di Verona e delle principali aree venete. L’itinerario seguito, da nord verso sud, sarebbe stato ripercorso nei secoli successivi da altri eserciti, in contesti storici molto diversi ma ugualmente drammatici.
Il legame tra il luogo e la sua funzione si riflette anche nella storia degli abitanti. Oggi la popolazione di Selva è ridotta a poche famiglie, circa cinque, che traggono sostentamento principalmente dall’agricoltura, in particolare dalla coltivazione della vite e dell’olivo. Le risorse sono modeste, ma il radicamento al territorio resta forte. Proprio da questa zona sembra avere origine il cognome Guarda, oggi diffuso non solo nel capoluogo di Montebello, ma anche nelle frazioni di Selva e Agugliana e nel vicino comune di Gambellara, separato da Selva da un colle ben riconoscibile.
Un recente computo anagrafico consente di delineare con precisione questa presenza. Le famiglie Guarda risultano così distribuite: 25 nel centro di Montebello, 6 a Selva e 2 ad Agugliana, su un totale di 1245 abitanti nel comune. Di questi, 89 risiedono a Selva e 37 ad Agugliana. Numeri contenuti, che però testimoniano una continuità storica non trascurabile.
Nei documenti della storia montebellana, il cognome Guarda compare solo episodicamente, ma con una costanza sufficiente a confermare una presenza attiva fin da epoche remote. Un Nicolò Guarda di Selva di Montebello è ricordato per un atto del 15 agosto 1624. In quella data, insieme a Girolamo dei Giorii di Agugliana, rinunciò alla causa che mirava alla separazione delle due frazioni dal capoluogo. Selva e Agugliana, infatti, sono sempre rimaste sotto la giurisdizione amministrativa di Montebello, e quel tentativo di autonomia non ebbe esito positivo.
Nel XIX secolo emerge la figura di Giuseppe Guarda, maestro muratore originario di Selva. Fu lui a realizzare il disegno architettonico dell’oratorio annesso alla chiesa prepositurale di Montebello, inaugurato nel 1887. Un oratorio è una piccola struttura religiosa destinata alla preghiera e alle funzioni minori. Lo stesso Giuseppe progettò anche la chiesa di Selva, con un disegno datato gennaio 1869, lasciando un segno concreto e duraturo nel patrimonio architettonico locale.
La storia della famiglia si intreccia poi con gli eventi nazionali. Un Francesco Guarda combatté nelle truppe garibaldine contro i Borboni di Napoli negli anni 1860-61, durante le campagne decisive per l’unificazione italiana. Qualche decennio più tardi, la prima guerra mondiale colpì duramente anche questa piccola comunità. Tre membri della famiglia Guarda, Anselmo di Domenico, Giuseppe di Giuseppe e Ottavio fu Antonio, caddero sul campo di battaglia. Un altro, Giuseppe di Achille, fu dichiarato invalido permanente a causa delle ferite riportate nello stesso conflitto. Questi nomi, oggi forse poco noti al di fuori dell’ambito locale, raccontano il prezzo pagato anche dalle comunità più piccole nei grandi eventi della storia.
La cronaca più recente, invece, offre poche notizie sulle generazioni attuali delle famiglie Guarda. Il presente scorre senza episodi clamorosi, immerso in una quotidianità fatta di lavoro agricolo e di legami con la terra. Lassù, in località «alla guarda», il tempo ha lentamente cancellato anche i ricordi più fragili di un passato lontano. Rimangono il nome, il paesaggio e alcune tracce materiali, sufficienti però a evocare secoli di storia, di vigilanza e di vita silenziosa ai margini, ma mai davvero fuori dal corso degli avvenimenti.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA:
– D.Peruzzi, IL CHIAMPO, 1976, n. 65.
– B.Munaretto, “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, 1932.
FOTO: L’alba sulla Guarda ad Agugliana di Montebello Vicentino, sullo sfondo i Colli Berici (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
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