UN SITO PER LA PACE ETERNA

[261] CAMBIA IL SITO, MA LA PACE ETERNA E’ GARANTITA

L’argomento trattato in questo scritto non è certamente dei più allegri, tuttavia serve a far luce su quella storia di Montebello meno conosciuta, ma pur sempre importante. Nella prima decade dell’Ottocento, i francesi comandati da Napoleone si insediarono stabilmente in gran parte dell’Italia, facendo seguito ad un’altra breve occupazione di fine Settecento interrotta dagli austriaci.
Per un buon governo i nuovi occupanti transalpini emanarono delle leggi che interessarono settori economici e civili differenti: la scuola, il catasto, la leva militare, l’anagrafe civile ed altri con indubbie innovazioni. Tra queste l’editto di Saint-Cloud 1, ossia il “Decrèt Imperial sur les sepultures” emanato in Francia il 12 giugno 1804 ed esteso in Italia nel settembre 1806, che fissò nuove regole anche per l’inumazione dei cari estinti. Così furono vietate le fosse comuni e le sepolture sia all’interno delle chiese che delle mura cittadine.
Tutti i defunti avrebbero dovuto essere collocati in tombe di uguali fattezze, ordinanza che però non fu sempre rispettata, salvo che per i cimiteri di guerra.
Come scrisse nei suoi rogiti il notaio montebellano Gian Paolo Cenzatti, fin dall’aprile 1809 la Comunità del suo paese, per erigere il nuovo camposanto in sostituzione di quello antistante la chiesa parrocchiale, “occupò” un terreno di proprietà di Giacomo Roselli. Si sa che l’appezzamento di un campo ed un ottavo (circa 4300 metri quadrati) nella contrà della Chiesa era solo una piccola parte della campagna del citato venditore e che quella terra era ubicata presso una viuzza detta la strada comune Piacentina (toponimo oggi estinto n.d.r.) con un altro confinante: il signor Marco Cristofari. I lavori per la costruzione del cimitero, costituiti principalmente dall’erezione del muro di cinta, iniziarono nel mese di giugno del 1812. Durante il completamento dell’opera, per perfezionare quanto sancito dai disegni, il Comune di Montebello, diretto dal Sindaco signor Giovanni Brunello fu Bortolo, ritenne necessario acquisire un ulteriore ottavo di campo sempre da Giacomo Roselli, sicché il totale da pagarsi a quest’ultimo ammontò a Lire 9470,70. Il tutto con l’approvazione della Prefettura.
Giusto un anno più tardi si conclusero i lavori al nuovo sito cimiteriale. Gli ultimi sfortunati a riposare per sempre nel vecchio cimitero davanti alla Chiesa Parrocchiale di santa Maria furono:
il 30 giugno 1813 Maria figlia di Natale Castaman dell’età di 3 mesi circa e il 5 luglio la trentaseienne Bortola figlia di Antonio Storato, nonché moglie di Luca Guarda, in assoluto l’ultima sepoltura nel vecchio camposanto.
Il giorno 6 luglio 1813 si inaugurò il nuovo luogo sacro per ricevere i defunti. Agghiacciante la sequenza di piccole vite innocenti venute a mancare:
il primo giorno di apertura, furono sepolti i gemelli Gio.Batta e Sansone figli di Luca Guarda di soli 10 giorni di vita. La loro mamma Bortola era venuta a mancare il giorno prima e pertanto non poterono essere collocati vicini a chi li aveva messi al mondo. Una vera ironia della sorte.

il 14 luglio 1813una creatura di Giovanni Sacchiero” spirata tra le braccia dell’ostetrica;
il 25 luglio Giacomo di Antonio Agnolin di 5 giorni;
il 26 luglio Gioacchino figlio di Giovanni Pajusco di 2 anni;
il 29 luglio la prima vittima adulta: Giovanna Sgreva.

Nel 1828, quindici anni più tardi, sotto la dominazione austriaca, fu steso il progetto per il recupero della vecchia area cimiteriale antistante la chiesa. Questo si realizzò con il patrocinio della Provincia di Vicenza che dettò le regole per la costruzione del nuovo spazio adibito a piazzale della chiesa.
Per ottenere un luogo sufficientemente funzionale, il Comune acquistò ulteriori 2109 metri quadrati di terreno, in parte dal signor Gaetano Pasetti, padre del futuro sindaco di Montebello, e in parte dalla contessa Chiara Ghellini, usufruttuaria del defunto marito conte Sangiovanni.
Uno dei capitolati per la pavimentazione del piazzale, obbligò le maestranze ad utilizzare i sassi bianchi e neri del Chiampo, gli stessi che tutt’oggi ricoprono in piccola misura quel lato dell’area che lambisce la strada principale del paese. L’Amministrazione Provinciale lasciò a discrezione dei dirigenti comunali la scelta di far disporre a scacchiera i ciottoli utilizzati, giusto come era già stata lastricata la piazza antistante il municipio. Non si sa se questa ultima opzione sia stata eseguita.
Nel corso degli anni il piazzale è stato molto rimaneggiato facendo spazio ai giardini pubblici, abbelliti da grandiosi alberi e dall’antica vera da pozzo che un tempo si trovava all’interno della proprietà che fu dei conti Sangiovanni.

OTTORINO GIANESATO

Note:
(1) SAINT-CLOUD: Castello (oggi distrutto) residenza preferita dall’Imperatore Napoleone, dove fu emanato l’omonimo editto, a una decina di chilometri da Parigi

Foto:
(1) La pavimentazione del piazzale davanti alla Chiesa di Santa Maria, fu fatta utilizzando i sassi bianchi e neri del Chiampo, gli stessi che tutt’oggi ricoprono in piccola misura quel lato dell’area che lambisce la strada principale del paese (foto Umberto Ravagnani – 2010).

Umberto Ravagnani

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1700-INNOCENTI BARUFFE

[260] INNOCENTI BARUFFE NELLA COMUNITA’ MONTEBELLANA DEL ‘700

Può un banco nella chiesa Parrocchiale di santa Maria di Montebello diventare fonte di inimicizie e dissapori? Ebbene sì!
Nel 1740, quello presso l’altare della Beata Vergine della Concezione, la cui proprietà era rivendicata da due famiglie, costrinse i contendenti a ricorrere al notaio Bortolo Guelfo per giustificare ognuno le proprie pretese. Da una parte Antonio Fasolato, confortato dai testimoni Girolamo Perlato e Giovanni Zambellin, e dall’altra Benetto Agnolin che in nome della famiglia Zardo ricorse ai servigi del notaio almeno un paio di volte: la prima con i due testimoni Zuanne Malacarne e Bortolo Castegnaro e la seconda con Giacomo Perana e Mattio Nardin. Le ultime due persone citate precisarono che il banco era da tempo immemorabile usato soprattutto dalle donne “Zarde”.
Come si sia conclusa la disputa, durata almeno un anno, non si trovano riscontri.
Un anno più tardi, il conte Alessandro Brasco, che pure possedeva un banco nella chiesa parrocchiale, onde evitare future rivendicazioni da parte di chicchessia, trovò una soluzione. Mancavano pochi giorni alle feste natalizie e già si sapeva che la chiesa sarebbe stata maggiormente frequentata dai fedeli. Pertanto il conte incaricò il suo uomo di fiducia, Antonio Garzetta, a far venire da Venezia un mastro intagliatore, tale Gio.Maria Moro, con il compito di incidere profondamente nel banco di legno “l’arma” o blasone di famiglia. Il conte Brasco, non contento, un paio di mesi dopo fece mettere nero su bianco dal notaio Guelfo le modifiche apportate al manufatto ligneo.
Forse Alessandro Brasco voleva tutelarsi soprattutto nei confronti della famiglia Castellan, proprietaria tra l’altro della chiesa di san Francesco, nobili con i quali da almeno trent’anni correva profonda inimicizia.
Già nell’ottobre 1714 don Francesco Castellan, appena finita la messa nella chiesa di famiglia, smessi gli abiti sacerdotali, uscì incollerito dalla sacrestia e ordinò al giovane figlio di Antonio Malacarne (chierichetto?) di chiudere immediatamente la porta della chiesa (di san Francesco). In quel momento le poche povere persone lì presenti presero immediatamente la via dell’uscita. Non fece altrettanto la moglie di Alessandro Brasco che si trovava a poca distanza dall’altare di sant’Antonio. A questa vista don Francesco, con voce impropria e alterata, sollecitò la donna ad abbandonare la chiesa dicendo “… e che se voleva far la beata dovesse fare ciò a casa sua.
I dispetti tra queste due nobili famiglie non si sa da quanto tempo durassero, ma verso la fine dell’inverno del 1714 si moltiplicarono. Cristoforo Castellan non aveva digerito il fatto che Alessandro Brasco avesse fatto togliere le inferriate dalle finestre della sua casa che guardavano il cimitero di san Francesco. Il conte.Brasco voleva forse crearsi una scorciatoia, seppur scomoda, con i morti e l’aldilà?
Appare evidente che tra le due famiglie la più dispettosa fosse quella dei Brasco. Ne è prova che, nell’estate di quell’anno, due persone testimoniarono presso il notaio Guelfo, su invito dei Castellan, di aver visto i Brasco “estender la biancheria sulla corda per estender la lissia” attaccata ai morari di proprietà degli stessi Castellan tanto sopra quanto fuori del cimitero di san Francesco.
Come si legge anche il più piccolo ed innocente comportamento non passava inosservato e veniva puntualmente rinfacciato alla parte avversa.
Tutte queste reciproche rivendicazioni, quasi sempre comunicate ad un notaio del paese che regolarmente le registrava perché di sua competenza, non si sa fino a quando perdurarono.
Se ai giorni nostri i vicini di casa ad ogni minima bega dovessero ricorrere, come una volta, a questi professionisti, non basterebbe uno studio notarile ad ogni via.
Tratto da “Il ‘700 giorno per giorno” – OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) Chiesa Prepositurale di Montebello. Ancora oggi sono presenti alcuni banchi con i nomi dei loro ‘proprietari’, ma nei secoli passati furono molte le famiglie che godettero di questo diritto. Documenti scritti, lo dimostrano (foto Umberto Ravagnani – 2009).

Umberto Ravagnani

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RICCHEZZA E MODERNITÀ

[259] RICCHEZZA E MODERNITÀ NELL’ABBIGLIAMENTO DELLA “DOTE” DI CATERINA

I componenti della famiglia Tomba probabilmente erano arrivati a Montebello nei primi decenni del Settecento. Già nel 1721 Nicola Tomba (senior) era stato incaricato dal nobile Giulio Sangiovanni di eseguire un trasporto di vestiario militare per conto della “Serenissima” fino a Caldiero per il prezzo di 15 Troni. Servizio ben pagato perché ritenuto delicato e da affidarsi solo a persone degne di grande fiducia. Si sa poi che, nel 1747, Gio.Maria Tomba aveva preso in affitto la grande possessione della Prà di proprietà dei conti Lodovico e fratelli Sangiovanni. La gestione di questa affittanza richiedeva l’ausilio di numeroso personale in considerazione delle consistenti e varie produzioni agricole. Ad esempio il bovaro di fiducia del Tomba era tale Domenico Orsi che diede al padrone qualche grattacapo dai risvolti violenti, che furono però saggiamente ripianati dal conduttore della possessione.
In passato Gio.Maria Tomba era stato anche “gastaldo” dei ricchi Castellan e, grazie alla sua competenza, non era stato difficile per lui cambiare e ottenere nuove affittanze. Pertanto nel 1759 era diventato fittavolo del marchese Francesco Malaspina che lo aveva nominato suo procuratore nelle riunioni del Consorzio della 3a  Presa torrente Guà verso Verona e della 4a Presa torrente Chiampo detta del Triangolo.
Quello stesso anno aveva pure assunto l’incarico di perito, assieme ad Angelo Pellizzari, per valutare i danni della rotta del Chiampo al Triangolo avvenuta qualche mese prima. Incarico affidatogli dai fratelli Conforti eredi dei Castellan.
Quindi, frutto del suo lavoro ed impegno, non gli mancavano certo i denari per costituire alla figlia Caterina una dote come poche si leggono nei documenti notarili del tempo.
La giovane donna, Il 17 marzo 1763, era andata in sposa a Antonio Branse detto “mestelin”, un soprannome che è tutto un programma visto che poi sarebbe diventato l’oste dell’Hostaria Granda dei Valmarana.
Quì di seguito sono riportate solo alcune righe del corposo e colorato guardaroba della sposa che comprende sia vestiti nuovi che usati che la moda odierna chiamerebbe vintage:

Due camise da donna di drappello (tessuto di seta pura – n.d.r.) fornite di merli e stimate Lire 22
Due come sopra usade valgono Lire 16
Due camise “Costanza” (tessuto del lago di Costanza – n.d.r.) fornite con merli nuove valgono Lire 62
Tre “fassoli” di renso (tessuto di Reims in Francia – n.d.r.) novi Lire 10.10
Una pettorina con stoletta ricamata all’antica vale Lire 24
Sette pettorine diverse di seta, parte con poco argento valgono Lire 16
Otto cavezzi (scampoli – n.d.r.) di filisello (seta di 2a scelta – n.d.r. ) e seta … marron valgono Lire 32
Una polacca sguarda (polacca detta anche mezzo abito/sguarda = rossa – n.d.r.) usada e voltada con poco argento dorato vale Lire 24
Una polacca di seta in opera fornita con cordella sguarda (rossa) tacconada vale Lire 18
Un corpetto di filisello “Pompadour” vecchio vale Lire 8
Un corpetto di seta con mostre rosse usado vale Lire 7
Un corpetto cioè camisola “Siviglia” tacconado vale Lire 3
Tre polacchette filo e Indiana (sorta di tela bambagina – n.d.r.) tutto vecchio e tacconado valore Lire 8
Due polacchine di Fiandra, cioè due camisole strissade e tacconade valore Lire 6
Un busto usado di seta con ossi di balena color limon vale Lire 10
Una cottola con polacca Indiana o Persiana vale Lire 40
Una imbottitura nova con balena vale Lire 28
Una vesta con polacca tacconada di amuer (moerro, stoffa di seta massiccia a onde – n.d.r.) valore Lire 66
Un paro di calze verdi nove e quattro di filisello di colori diversi – valore Lire 7
Due para manopole bianche – valore Lire 3…

Seguono numerose altre voci.
Nell’elenco degli abitanti benestanti di Montebello soggetti al Dazio della Macina del 1789 Caterina era stata definita vedova di Antonio Bransi (e) e di vivere in una famiglia di 6 persone maggiori di 5 anni, mentre quelle dei fratelli Nicola e Antonio contavano rispettivamente 9 e 3 soggetti. Per tutti e tre i nuclei la fortuna di appartenere alla cinquantina di famiglie che godevano di un certo benessere economico.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) L’area della Pra’ in una ripresa dal monte di Sorio (foto Umberto Ravagnani – 2015).

Umberto Ravagnani

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BORGOLECCO STORY (5)

[258] BORGOLECCO STORY (5)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Nuovo episodio di Lino Timillero, dall’Australia, sulla sua vita a Montebello, quando abitava nella zona di via Borgolecco.
« Cuando che la Catina ne gà tajià la luce, co vignea el fredo, nialtri navimo a filò da Plinio. La so corte la jera anca cuela so la via Borgolecco. Ala parte de là dela strada ghe jera el porton grande. Fato de fero e cola rete de fero. Cuando che ghe jera le malatie dele vache, come l afta pizotica, i pilastri del porton i jera senpre incalzinà che se vedesse ben el bianco. Cussì, se rivava calche careton tirà dale vache o dai bò, se savea che se dovea nar ciamare Plinio, prima de nare drento. L afta pizotica jera na bruta malatia che fasea morire le vache e Plinio el stava tanto tento che le so vache no la ciapasse.
La tera de Plinio la rivava dala via Borgolecco fin dove che ghe xe la via *Giovanni Gentile desso, vizin ale scole e al canpo de Calcio novo. Da chel altra parte, la tera de Plinio nava zò par la strada fonda cuasi fin dove che stava Bijio Colonbo, cuelo che slevava ncora i cavalieri in cusina cuando che jera la stajion dei cavalieri. In corte da Plinio vignea anca la trebiatrice. Dopo che jera stà portà tute le fajie de formento sola corte, inmucià davanti ala stala, rivava la Trebiatrice. La jera na Machina Granda. Tirà in corte col tratore. Par nare drento pal porton, bisognava che se fasesse le manovre, da cuanto Granda che la jera! Mi li vedevo. Da casa mia ghe sarà stà 15 metri. Par farla laorare, ghe ocorea on tratore groso, co na rua che vignea fora dal motore. Ala rua i ghe ciamava Volano. Vignea pasà na zengia torno che la rivava fin a naltro Volano so la Trebiatrice. Vignea scaldà la testa del motore del tratore par far partire el motore. Lora el Volano el fasea corere la zengia fin che anca chel altro Volano girava. La Trebiatrice la scomiziava a laorare e i omini i metea le fajie de formento drento el buso par sora. E i trebiava par do-tre jornate. De drio de la trebiatrice vignea insacà el formento e davanti vignea fora le bale de pajia che se doparava in stala par le vache. Tuto el tempo del ano. Na Trebiatrice cussì, la ghe jera anca a casa de so popà de Gianni Verlato, vizin ala Canonica. Cuela la jera al cuerto, senpre ferma là. Ma là ndava cuei che no gavea tanto formento da trebiare. Parò, co jera el so tempo, anca dai Verlato ghe jera on mucio da fare!!! In stala da Plinio, co fasea fredo la sera, se stava ben caldeti. El gavea na dozena de vache e anca tri cuatro vedei. Pì de calche dona se portava drio na caregheta par star sentà zò fin che le ciacolava. Ma, par prima roba, se scomiziava a dir sù el “Tarzeto” co tuti i ‘Misteri’. Calche dona fasea su isteso on maljion, o calche calzeto coi feri, ma cuasi tute le rispondea ale Ave Marie e le stava tente ai misteri venerari. Ghe jera on canfineto chel fasea luce par vederghe on poco. Par sentarse ghe jera anca le bale de pajia. Le done le ciacolava. Omini ghin jera calche dun. De tusiti, jerimo in zincue-sièe se movimo senpre. Na sera ala setimana, Plinio el metea fora na zesta de panoce da scaolare. Bisognava che tuti scaolasse le panoce par lu. El jera el paron dela stala. Lu el disea che al canfin se gavea da meterghe el petrolio e che le ciacole no gavea mai fato ciaro de note! Scaolavo anca mi. Ma, de scondon, me metevo na man advanti ala boca e con chel altra man me metevo in boca on par de grani de sorgo ala volta e i rosegavo pian pianelo. Ma gavevo da star tento che no me vedesse nissun. Se el paron se fusse inacorto, el gavaria scomizià a dire che la jente la vignea a filò par magnarghe el sorgo. Se tuti gavesse fato cussì el saria restà sensa sorgo e conpagnia bela. E tuti savea che Plinio el jera on omo de Cesa. Par cuelo le done le disea su el tarzeto coi Misteri Venerari, parchè el se ricordasse chel jera on omo de Cesa. A calche dun che ghe dimandava, Plinio ghe assava meter on poche de piantine de verze so la so tera. A metà par un. Se un metea zò zento verze, le jera zincuanta par Plinio e zincuanta par chi che le inpiantava. Ndove che desso ghe xe la via Giovanni Gentile*, là ghe jera on fosso senpre pien de aqua. Calche dun gavea ficcà zò on tubo sol fosso e vignea senpre fora aqua. E ghe jera fossi co l aqua dapartuto! Desso no ghe xe pì gnanca cuei!! Desso lì ghe xe le scole Medie!
Co jero diventà bastanza grando da nare co la bicicleta da dona de me mama, la me mandava a Zarmeghedo a tore on zentenaro de piantine de verza. Me tocava nar sù par la pontara dela Cesa. Sù ncora, passà el Cimitero de Zarmeghedo. E ncora pì sù fin ala corte dei Bertola! E senpre parando sù la bicicleta a piè parchè la jera tuta na pontara! Anca le strade da chele parte là no le jera inludronà, come la via Borgolecco. Me mama jera na Bertola, e anca me popà jera nato a Zarmeghedo. Na parente de me mama che mi no conosevo la me ga dà le piantine de verza. Messe par ben. Inscartozzà co la carta bela mojia e messe drento ala sporta tacà sol manubrio dela bicicleta. La parente de me mama la me ga dito: “To mama me ga dito de dirte de nar zò pian pianelo! E de star tento de no cascare e farte male. Gheto capio?!!!” E mi: “Sì sì grasie.” Nar zò la jera na belessa!!! Zò in disesa!!! Me parea de ndare a zento al ora!!! Rivavo casa come on lanpo!!! So stà tento co son rivà sola curva de la Cesa. E zò dal ultima pontara. Senpre tento de no frenare col fren de la rua davanti!!! E navo par traverso. On poco pì longa, ma pì bei posti: Belocaria, Parosa, ndove che stava me zia Nina e me cugina Itala. Pasavo vizin a ndove che stava Bepino e ale case dei Fioconi e dei Zordan. Dale parte dela strada ghe jera tuto giarin e gaveo da star tento parchè la rua davanti dela bicicleta la podea sfondarse e lora cascavo par tera! Co rivavo in Vigazolo, ghe jera el ludron so la strada. Navo zò de corsa parchè lora machine ghi jera poche. Rivavo in Piassa e navo suito so la via Borgolecco. Zincue minuti e jero casa! On poco prima che ndasse zò el Sole, me catavo co me mama sol canpo de Plinio a meter zò tute le verze. Jero drio zugare col balon al Oratorio. Me fermavo. Pasavo de là dela rete. El toco de tera ndove che se podea metar le verze el jera poco distante. Me mama fasea el buseto so la tera. La metea zò la verzeta e la sarava la tera torno. Mi jero lì pronto col secio co l aqua del fosso e col pegnatin a bevarare la piantina par la prima volta. Cussì nparavo ndove che le jera le nostre de verze. Dopo, no me gavaria sbalià a bevararle, cuelo xe poco ma sicuro! Sì parchè almanco par tre cuatro setimane, a seconda de che tempo chel fasea, me tocava nar bevarare le verze ogni dì, fora de la Domenega. E volea dire fermarse de zugare el balon. “Ndo` veto Lino?” me dimandava Ernesto e Roberto. Mi disevo: “Torno indrio suito”. Silvano nol me disea mai gnente parchè el savea zà ndove che ndavo. Cuando che le verze jera pronte, navimo sol canpo co la cariola. Plinio el jera zà là. Metà verze par lù e metà se le portavimo casa par metarle naltra volta in te la tera ndove che le podea stare fin a tuto l Inverno. Calche volta tiravo via la neve par catarghene una da darghe a me mama da far da magnare.
*Giovanni Gentile*: I Montebellani sono al corrente di “chi era costui ???!” » (continua) (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 22-2-2019)

Foto: La trebbiatrice, protagonista della vita contadina per tanti anni (adattamento grafico Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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1707 – MONTEBELLO RENITENTE ALLA LEVA

[257] 1707: MONTEBELLO RENITENTE ALLA LEVA

Durante il secolare dominio della Serenisssima, tra i numerosi obblighi che le amministrazioni comunali avevano nei suoi confronti, c’era-no quelli della contribuzione per le spese militari e della fornitura di un certo numero di nominativi per il reclutamento.
Complessivamente i comuni della repub-blica di Venezia dovevano assicurare 600 reclute all’anno (comprese 150 provenienti dai territori di Levante e Dalmazia). Pertanto dai vari luoghi della repubblica mensilmente 50 reclute venivano avviate sotto scorta verso il Lido di Venezia per l’arruolamento.
Quanto tutto questo fosse oneroso ed odiato dagli amministratori comunali lo si capisce dai reiterati richiami che le autorità del Territorio (Provincia – n..d.r.) dovettero emanare per riprendere e sollecitare i governatori locali a onorare quanto stabilito in materia di milizie.
L’8 marzo 1707, proprio all’indomani del passaggio delle truppe austriache attraverso il Veneto, il Capitanio di Vicenza, Antonio Francesco Farsetti, invitò le Ville (Comuni) del vicentino a pagare quanto dovuto e a fornire le liste degli uomini tra i 18 e i 40 anni per scegliere le reclute. Questo richiamo rimase inascoltato da molti Comuni ragion per cui, un mese più tardi, le amministrazioni inadempienti furono riprese all’ordine e per l’occasione l’età massima degli uomini fu abbassata a 36 anni. Tra i paesi recidivi figuravano anche Montebello e il vicino Montorso come appare da un documento del 5 aprile seguente:
vedendosi tuttavia renitenti l’infrascritte comunità e comuni: Montebello, Montorso, Arzignano, Rovegiana (Rovegliana di Recoaro – n.d.r.), Orgiano, Camisan, Savalon, Camazzole, Malspinoso, Thiene, Grumolo, Schio, Tretto, Torrebelvicino, Piovene, Maran in contribuire la quota che le spetta per li soldati imposti da Sua Signoria e toccanti al Territorio di Vicenza non avendo fin d’ora contato (pagato – n.d.r.) il denaro in ragione di 30 Ducati per cadauno soldato e nel meno fatta la presentazione effettiva degli uomini, o uomo, (le 600 reclute spalmate su tutti i comuni facevano sì che Montebello fosse tenuto a contribuire con poche unità, e qualche piccolo paese solo saltuariamente con una – n.d.r.) che gli spetta come commesso (ordinato) ed essendo spirati i termini benignamente assentiti dall’Eccellentissimo Senato, l’Illustrissimo Antonio Francesco Farsetti, Capitanio di Vicenza e suo Distretto COMANDA espressamente ai Degani e Governatori di detti luoghi che debbano commettere (ordinare) a tutti gli uomini dagli anni 18 agli 36 che per marti prossimo, sarà il 12 aprile corrente, debbano ritrovarsi in città nel loco della “Cavallerizza” (Campo Marzo di Vicenza – n.d.r.) alla presenza del Signor Capitanio dove saranno imbussolati i nomi loro e cavati a sorte i numeri di quelli che dovranno venire nelle Pubbliche Occorrenze (servizio di leva – n.d.r.) in conformità del decreto del Principe (Doge – n.d.r.).
I 30 Ducati sborsati per ciascun soldato arruolato andavano in parte a coprire le spese di ingaggio, paga, viaggio, condotta fino al Lido e il vestiario. Quest’ultima voce contemplava l’abbigliamento delle reclute dal capo ai piedi ossia “la velada” un abito a falde lunghe fino al ginocchio, “camisola, bragoni” tutto di panno dello Stato, “camise, calce” (calze – n.d.r.), cappello e scarpe, giusto il campione per l’uso di reclute fatto dal Provveditore di Terraferma.
A proposito della condotta delle reclute fino al Lido di Venezia, per quelle provenienti dalla Lombardia era d’obbligo la sosta presso la caserma di Montebello allora ubicata nell’attuale via 24 Maggio.
Negli atti scritti dal notaio montebellano Domenico Cenzatti si legge che il 13 maggio 1770 avvenne la fuga di due reclute durante il loro trasferimento verso Venezia. Questi uomini, partiti da Brescia, nonostante fossero incatenati ed ammanettati riuscirono a liberarsi e a darsi alla fuga attraverso i campi. Il fatto avvenne nella Cà Bandia tra le province di Verona e Vicenza e la loro evasione proseguì con successo verso Almisano rendendo vano l’inseguimento della scorta armata.
Ai due soldati corazzieri Vincenzo Merigo e Giuseppe Ronca non restò altro, non appena arrivati a Montebello, che depositare la loro denuncia presso il citato notaio alla presenza dei testimoni Antonio Masini e Giuseppe Castegnaro.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) Ca’ Bandia nei pressi del casello autostradale di Montebello, il luogo dove avvenne il fatto registrato dal notaio montebellano Domenico Cenzatti (foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL REVERENDO GIO.BATTA LONGHIN

[256] IL REVERENDO GIO.BATTA LONGHIN

La famiglia Longhin arrivò a Montebello probabilmente dopo la fine della peste del 1630-31, forse alla metà di quel secolo. L’Estimo montebellano del 1665-70 ci dice che provenivano da Thiene, vantando ancora in questo paese la proprietà di una modesta casa di due stanze. Due suoi componenti, Mattio e Gio.Maria si insediarono nella Contrà di Vigazzolo per esercitare in una stanza dell’abitazione il mestiere di “scarparo per accomodar scarpe vecchie e farne qualche pezzo di nove”. Qualche anno più tardi i due ciabattini svolsero la loro attività separatamente, dal momento che uno di loro in piazza aprì una bottega, frequentata anche dai notai del luogo non solo per l’acquisto di calzature. In particolare Giacomo Longhin, erede della bottega in piazza, era spesso visitato dal notaio Gratton, che del calzolaio portava lo stesso nome, sempre alla ricerca di un paio di testimoni da compensare poi, a rogito avvenuto, con un buon bicchiere di vino. Uno dei primi arrivati a Montebello, Mattio, si inserì bene nella comunità e nel 1665 diventò consigliere della Confraternita del S.S. Corpo di Cristo.
Nel 1687, nella bottega del sopraccitato Giacomo Longhin, il notaio Gratton redasse l’inventario, forse per la sopravvenuta morte del calzolaio.
All’interno si contarono almeno 200 paia di scarpe, una cinquantina delle quali di buona fattura nonché di pelle pregiata, 100 forme, innumerevoli strisce di cuoio da tacchi, pellami di montone, di vitello, di cinghiale, minuterie e attrezzi vari.
Per tutta la prima metà del settecento i Longhin non si segnalarono per quasi per niente di particolare. Nella seconda metà invece assurse agli onori della cronaca il Reverendo don Gio.Batta Longhin che possedeva una pezza di terra, forse ereditata, poco lontano dalla fine della contrà di Vigazzolo, oltre il Capitello del Santo, nella strada cioè dove la sua famiglia aveva sempre risieduto.
Un’altra pezza di terra, contrapposta a quella del reverendo, era detta “il prà del marchese” e il proprietario era un altro reverendo: don Giulio Roselli. La seconda pezza di terra nominata si trovava alla sinistra della strada che portava a Zermeghedo e Montorso mentre la sua contrapposta era compresa tra la menzionata via e l’argine del Rodegoto. Ciò che accumunava i due terreni erano due filari di gelsi, da una e dall’altra parte della strada, così prossimi alla carreggiata da fungere da paracarri. A rendere i gelsi meno oppressi ci pensarono i due preti che, un po’ per volta, si appropriarono ciascuno di poco meno di un metro di terreno rendendo la strada difficilmente percorribile ai carri agricoli e da trasporto in genere. Tutto ciò non passò inosservato.
Onde riportare la strada al suo primitivo stato, il comune iniziò l’iter burocratico partendo dalle testimonianze prodotte da Antonio Zambon, Valentin Brunello, Sabin Castegnaro e Stefano Grumolato:
« … la strada comune che conduce da Montebello a Zermeghedo e Montorso, principiando dal Capitello del Santo sino al suo confine, era larga per tutto lo spazio frapposto tra gli antichi morari de’ rispettivi confinanti de’ beni con essa strada Specialmente nel sito ove confina il Rev. Don Gio.Batta Longhin da una parte, e dall’altra opposta, il Rev. Don Giulio Roselli, eravi il terraglio confinante con la strada nel preciso sito in cui vi sono le piante vecchie di moraro ed ora vedesi ristretta in detto sito a tal segno che, specialmente dalla parte del Rev. Longhin, le piante vecchie di moraro, che erano i veri confini della strada, sono in presente assai discoste dalla medesima. E’ quasi in tal modo, distrutta essa strada essendo incorporata nelli beni del detto Rev. Longhin, nella qual parte di strada occupata, le piante sono tutte nuove o da pochi anni piantate, dimodochè, siccome secondo certa memoria di essi costituenti (testimoni – n.d.r.) era la strada stessa di sua natura assai larga e transitabile dentro i confini degli antichi morari, al presente è resa oramai intransitabile. »
Qualche anno più tardi il Rev. Longhin finì tragicamente i suoi giorni, assieme alla perpetua Sabina, per mano di Bortolo V. che introdottosi di notte per rubare nella casa del religioso in contrà Vigazzolo, fu sorpreso dalla donna che si era svegliata per il rumore dello scasso della porta. Dopo l’omicidio Bortolo V. fu notato in giro con il volto spaurito e i vestiti macchiati di sangue. Gli inquirenti arrivarono ben presto a lui che fu condannato alla pena capitale, eseguita il 17 giugno 1777. Tre giorni dopo la morte del Reverendo Longhin furono inventariati i suoi beni, alcuni insoliti, che tanta bramosia avevano suscitato nell’omicida. Eredi la sorella Beatrice e i nipoti Giacomo, Eurosia e Beatrice:

Un gabion di quaglie
Una pistola corta
Un cortello da sparesi
Un canocchiale
Un paro di scarpe con fibbia de oton
Tre frossine (fiocine da pesca – n.d.r.)
Uno schioppo da roda
Una spada
Un Cristo de’ busso (legno di bosso – n.d.r.)
Un barile da cospettoni (aringhe in salamoia – n.d.r.) pieno di sorgo1.

Forse il Reverendo Gio. Batta fu l’ultimo dei Longhin a risiedere a Montebello. Nel lunghissimo elenco dei contribuenti montebellani per il Dazio della Macina redatto nel 1789 non vi è nominato alcun contribuente con questo cognome.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) Giacomo Longhin ‘scarparo per accomodar scarpe vecchie e farne qualche pezzo di nove’ (elaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
Note:
(1) Il prete aveva riciclato uno di quei mezzi barili usati per contenere le aringhe affumicate, recipienti che fino agli anni ’50 del secolo scorso erano esposti all’esterno, sul marciapiedi, per non ammorbare l’aria della bottega.

Umberto Ravagnani

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1918 – I SOLDATI FRANCESI TORNANO A CASA

[255] 1918: I SOLDATI FRANCESI TORNANO A CASA

La bellissima e rara cartolina illustrata francese, proveniente dall’archivio privato di Umberto Ravagnani, mostra un consistente nucleo di soldati italiani, che dal centro di Montebello si dirige verso il veronese. Nel marzo 1918, in quello stesso luogo, sfilavano anche i reggimenti francesi diretti verso le stazioni ferroviarie della provincia scaligera per poi, via treno, raggiungere la Francia.
Già si è raccontato in un precedente lavoro, da poco pubblicato nel sito degli “Amici di Montebello”, la vicenda del soldato francese Larue Pierre (in occasione della sua sepoltura citato erroneamente col cognome Larne). Questo “Chasseur des Alpes“ era uno dei circa 1200 uomini del 13° Battaglione, facente parte delle forze di terra francesi arrivate in Italia nel novembre 1917 per costituire uno strenuo baluardo nel vicentino nell’imminente, minacciata rottura della linea del Piave. Dopo alcuni giorni passati nell’accampamento nei pressi del lago di Garda, i francesi si erano mossi verso il vicentino con passaggio obbligato a Montebello, paese da cui le truppe d’oltralpe avrebbero inizialmente preso posizione in varie località della valle del Chiampo, della valle dell’Agno e della linea collinare che va da Schio a Vicenza. Verso la metà di novembre a Montebello si insediarono momentaneamente: il Quartier Generale del 31° Corpo d’Armata francese, il 42° Reggimento Territoriale (nella foto del soldato è ben evidente il numero sul colletto e sul képi), alcune compagnie del Genio Pontieri, due ospedali mobili, e un gruppo di barellieri. Un’altra parte dell’esercito prese invece la via di Bassano, dell’altopiano di Asiago e del trevigiano. Non fu della partita il soldato Larue Pierre che il 14 novembre, nei pressi del Dovaro di Montebello, fu investito ed ucciso da un’auto, forse appartenente al suo stesso esercito. Sebbene per causa di servizio, era probabilmente il primo soldato francese a perdere la vita sul suolo italiano con questa motivazione. E non fu l’unico, come si leggerà più avanti.
Quella parte dell’esercito francese che rimase nel vicentino non se la passò poi tanto male. Espletate tutte le procedure di difesa dei piani militari rimase nell’ozio, tanto che a villa Zileri presso Biron di Monteviale, sede del comando francese del 339° Reggimento fanteria, fu organizzata una gara per l’uso della mitragliatrice. Il vincitore si guadagnò un bellissimo orologio e 20 Franchi in denaro. Alla gara aveva partecipato anche il 340° Reggimento i cui componenti erano dislocati tra Creazzo e Altavilla: Col passare dei giorni, il diminuito pericolo di cedimento della linea di difesa del Piave, convinse gli alti ufficiali francesi a spostare una buona parte delle truppe dall’ovest vicentino verso le montagne dell’altopiano di Asiago, del Grappa, del Monte Tomba e del Monfenera. Così il comando del 31° Corpo d’Armata, ospitato a Villa Miari di Montebello, fu trasferito dapprima a Carmignano di Brenta e poi ad Asolo a pochi chilometri dal fronte.
Anche il 339° e 340° Reggimento di fanteria furono schierati in prima linea nella zona di Pederobba.
Nel marzo 1918 si aggravò la situazione sui fronti del nord-est della Francia a tal punto che una buona parte dell’Armata Francese presente in Italia fu richiamata in patria. Tra le truppe che presero la via di casa anche i due reggimenti citati pocanzi.
Dal libro Historique du 340° Regiment d’Infanterie si apprende che già il mese precedente i soldati di questo raggruppamento erano stati spostati dal fronte vicino al Piave e messi a riposo nel circondario di Schio. Un periodo di tranquillità molto apprezzato dai militari che per più di un mese, nei pressi di s.Vito di Leguzzano, godettero della buona cucina locale a buon mercato e della cordiale accoglienza della popolazione. Il primo giorno di primavera, i componenti del 340° R.F. si misero in marcia e attraverso Monte di Malo, Priabona Castelgomberto raggiunsero verso sera la località Valle di Montecchio Maggiore. Qui trovarono riparo nei numerosi fienili e stalle del luogo. Avvenne che, nella notte tra il 21 e il 22 marzo, forse per l’incauta accensione di una sigaretta, il fienile che li ospitava fu letteralmente divorato dalle fiamme e nonostante il fuggi fuggi generale, tre militari persero la vita. Questo episodio è raccontato nell’interessante libro edito nel 2018 a cura di Gianni Peltrin di Montecchio Maggiore l’ “ARMATA FRANCESE IN ITALIA – Journal de Marche” che cita i nomi delle tre vittime, o meglio di due ossia Boisson Louis e Burnichon Joseph, dubitando dell’esattezza di quello della terza individuata come Deporj Marcel. (Questo fatto di cronaca fu riportato dal giornale “La Provincia di Vicenza” solo il giorno 26 citando il terzo soldato col nome Deporj Marcel).
L’autore del libro ha anche pubblicato le schede militari personali dei primi due commilitoni, ma sulla causa di servizio del decesso non concordano e presentano cancellature e scritte sovrapposte. Comunque Gianni Peltrin, nell’elencare poi la cinquantina di soldati francesi deceduti nell’ospedale allestito nelle scuole elementari montecchiane, rinomina le vittime dell’incendio formulando l’ipotesi che il nome giusto del terzo soldato poteva essere Duport Marcel. Non si sbagliava.
Approfondendo la ricerca sul soldato Duport Marcel (o Jean Marcel in alcuni documenti) si evince che nell’ossario di Pederobba, analogamente a Larue Pierre, il suo nome presenta un errore: Marcle invece di Marcel cioè con la lettera L posposta alla lettera E. Anche il cognome Burnichon contiene una lettera in più del giusto. Recuperata poi negli archivi governativi francesi la scheda personale di Duport Jean Marcel, emerge che i tre documenti personali delle vittime messi a confronto, pur evidenziando la medesima data di morte, ossia il 22 marzo, ne riportano inspiegabilmente tre diverse cause: per servizio (incendio) per malattia, per ferite inferte dal nemico.
Duport Jean Marcel, figlio del contadino Frederic Lambert e di Gelibert Maria, era nato a Saint.Lattier nel dipartimento dell’Isère il 16 gennaio 1885. Si era sottoposto alla visita di leva nel 1905 nella cittadina di Bourgoin con il numero di matricola n° 1330, ma risiedeva nel paese di Chatte dove fu comunicata la sua morte. Inquadrato inizialmente nel 134° Reggimento Fanteria era stato ferito il 28 giugno 1916 nei campi di battaglia del nord della Francia.
La sua scheda personale alla voce causa di morte giustamente dice: deceduto a Montecchio Maggiore il 22 marzo 1918 per incidente in servizio. Il mattino del 22 marzo 1918, il grosso del 340° Reggimento Fanteria riprese il cammino verso le stazioni ferroviarie del veronese e, passando per il centro di Montebello, forse fu anche lui immortalato da un fotografo francese parimenti al contingente italiano (vedi la cartolina illustrata ).

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) Soldato francese appartenente al 42° Reggimento Territoriale (archivio Valentino Crosara).
(2) Soldati italiani in transito per Montebello, tornano a casa in una ripresa effettuata da un cronista francese, nella primavera del 1918. Il fotografo era in attesa delle milizie francesi che sarebbero passate poco dopo (archivio privato Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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RUGGERO ZEMIN

[254] LA BREVE VITA DI RUGGERO ZEMIN


Una fredda mattina di gennaio del 1968 un violento attacco di cuore interrompeva bruscamente la giovanissima vita di Ruggero Zemin, un giovane pieno di progetti, emblema per tutta la gioventù di Montebello e non solo. La tragedia che ha colpito così inaspettatamente la famiglia Zemin della quale Ruggero era l’unico figlio maschio ha destato una profonda emozione in tutto il paese e in quanti lo conoscevano.
Questa è la breve ma intensa storia di un personaggio per molti aspetti esemplare, che merita di essere ricordato.
Nato nel 1942, dopo aver conseguito il diploma di Perito industriale, si era iscritto alla facoltà di Economia e Commercio di Verona. Dal 1960 attivista dell’allora DC, divenne, dopo solo un anno, delegato giovanile, poi Commissario giovanile per la zona di Lonigo, quindi Consigliere Provinciale giovanile e, nel 1962, Vice Delegato provinciale e poi membro del Comitato Provinciale. Negli ultimi mesi, prima di lasciarci, faceva parte della dirigenza regionale del Movimento Giovanile. Riportiamo qui un ricordo di due suoi carissimi amici che lo hanno conosciuto molto da vicino.
« E’ facile e difficile, ad un tempo parlare di Ruggero Zemin: facile perché è tanto viva la sua memoria in me, difficile perché aveva tanti aspetti buoni, che si può dimenticarne qualcuno. Voglio soltanto tracciare alcune linee caratteristiche della forte personalità di Ruggero, come lo vedo ancora davanti agli occhi. Per essere più sincero, ripeto quello che leggo nel mio diario del 5 gennaio di quell’anno in cui ci lasciò: « Sono appena tornato da Roma e mi aspetta una notizia che mi lascia senza parole. Mia madre mi dice piangendo: “E’ morto un tuo carissimo amico” “Chi?” “Ruggero Zemin”. Non mi è riuscito di parlare. Vedo nebbia intorno, perché le lacrime mi hanno confuso la vista. Mia moglie si è commossa con me. Ora sono qui a pensare alla sua anima limpida, al suo aspetto sereno, che esternava senza ombre un interiore candido, un’anima che passava sulle difficoltà della vita, senza restarne contaminata, Perché, penso, ci sono altre persone che vivono in grazia, ma danno l’impressione di farlo senza lottare, perché sono fatte cosi. Ruggero non era cioè un bigotto, non aveva nulla di questo, ma era equilibrato tremendamente, di una compostezza sia interiore che esteriore, che non poteva non destar meraviglia ed invidia; invidia non cattiva, ed è questo strano, ma che ti faceva venir voglia di dire un “come fa?” meravigliato ». Questo è Ruggero… » (cortesia RUGGERO CASTEGNARO).

« Nacque a Montebello Vicentino il giorno 8 marzo 1942. A due anni e mezzo, data la vicinanza fra l’abitazione e l’asilo, veniva prelevato dalla stessa sua maestra, suor Albina Ragazzo, che lo iniziò alla recitazione ed al canto. Sei mesi più tardi fece il suo debutto recitando in una giornata piovosa, sulla porta della Chiesa, una poesia al Vescovo in occasione di una visita pastorale. Grazie al Suo talento naturale ed agli insegnamenti di Suor Albina riuscì a divenire il primo attore dell’asilo e non c’è stata recita o rappresentazione a cui non abbia partecipato.
A sei anni inizia la scuola elementare che porta a termine, così come gli studi successivi fino al conseguimento del diploma di perito industriale prima e della specializzazione in elettronica poi con estrema regolarità e lodevole profitto. Visse isolato la sua infanzia trascorrendola all’aria aperta, sul monte Castello, ora scorrazzando solitario nel sottobosco o fra i vigneti, ora pascolando gli animali da cortile, ora aiutando padre nei lavori agricoli. Finite le elementari lascia la famiglia per entrare in collegio per proseguire gli studi. Dimostra da questo momento la sua personalità e moralità rifiutando la proposta, formulatagli da persone che amorevolmente lo seguivano, di entrare in un seminario, dove sarebbe costato meno alla sua famiglia, perché non sentiva la vocazione e perché non voleva mangiare il pane dei preti. Entra cosi nell’Istituto San Domenico di Vicenza dove viene seguito da Don Guerrino Pelizza prima e da Don Dante Viola poi. Qui diventa 1a cornetta della banda dell’Istituto.
Ne esce, per raggiunti limiti di età, a diciotto anni, ma ci torna quotidianamente per mangiare in quanto si trova a disagio nelle mense o nei locali frequentati da studenti per il linguaggio scurrile che in detti posti trovava. Il treno che lo porta a Vicenza lo fa riunire anche con i suoi ex compagni delle elementari che hanno proseguito gli studi e così rinascono le vecchie conoscenze e le vecchie amicizie. Subito fa sentire la sua presenza e resta impresso ad uno degli amici, forse più che per le sue capacità per una altra caratteristica: quella di affibbiargli in determinate circostanze, quando il comportamento avesse lasciato a desiderare l’appellativo di “elemento negativo”. Questo era il suo richiamo ed il suo rimprovero. Terminati gli studi si pensa che debba porre finalmente fine al binomio casa-scuola, ma è una sorpresa per tutti: è uscito dalla scuola come studente e vi rientra quale insegnante di applicazioni tecniche. Si iscrive anche alla facoltà di economia e commercio di Verona. Al binomio casa-scuola che sembra racchiudere tutti i suoi interessi e tutte le sue energie ne aggiunge un altro: politica. Entra a far parte del Movimento Giovanile della D.C. dove ben presto saprà farsi apprezzare per le sue doti ed idee. Famiglia, lavoro ed impegno sociale: ecco i suoi interessi, ai quali sembrava non potesse staccarsi e dai quali forse non voleva allontanarsi.
Una sera di qualche anno fa, discutendo fra amici, è emersa la convinzione che Ruggero abbia vissuto intensamente ed in modo anormale per un bambino la Sua infanzia prima e la sua giovinezza poi, quasi avesse saputo, anche se il suo ottimismo ed i continui progetti per l’avvenire dimostravano il contrario, della fine prematura che l’attendeva.
Ora a 5 anni di distanza, Oltre al grande vuoto che ha lasciato, rimangono a suo ricordo il bar che egli volle trasformare perché potesse ospitare i giovani e sopra il banco di mescita una sua fotografia che lo rende ancora, ad amici cd avventori. materialmente presente » (cortesia GIOVANNI DAINESE).

Foto:
1) Ruggero Zemin in una rara foto (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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BORGOLECCO STORY (4)

[253] BORGOLECCO STORY (4)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Continua il racconto di Lino Timillero, dall’Australia, della sua vita a Montebello, quando abitava nella zona di via Borgolecco.
« Come che go zà dito, mi xe zincuanta dù (52) ani che sto in Australia. Se vojio savere calcossa de come che xe Montebelo desso, go da vardare el “google-map” sol computer! Senza secarghe le scatole a nissun! Se scrive: Montebello Vicentino, (metendo solo che Montebello, ghin vien su uno chel xe in California!), e vien fora la mapa de Montebello! E se pol nare pì grande: basta tocare i tasti: se pol parfin nare in giro par le strade come sa fusse lì che camino!!! E me son inacorto che, desso come desso, Via Borgolecco la riva fin zò ala Mira!! Na volta, co stavimo poco pì vanti dela pontareta che scomiziava ndove che ghe jera l Ostaria col zugo dele Boce, da de lì in zò, la jera ‘La Strada Fonda’. De Istà, co navimo da me zia Veronica ala sera, ghe corevo drio ale slusole par veder se jero bon a ciaparghene calche duna!!! Le svolava dapartuto!! Le slusole (lucciole)!!! Par nare dala strada ala casa, ghe jera come on marciapiè de sasi un tacà l altro, de colori nero e griso, mesi zò come cuei che ghe jera in Piassa, sol davanti del Municipio. E anca davanti ala Cesa! Se calche dun ghe pensasse: ndove jerili ndà catarli tuti cuei sasi grandi conpagni? I sasi vegnea catà su drento al Cianpo! Tuti conpagni e de colore conpagnà come che li volea chi che li conprava! A me ricordo che na volta don Francesco el gavea portà tuto el Coro de la Cesa in gita. Cantori grandi e picoli, co le mame e le spose, fin a ndove che jera nato San Luigi Gonzaga. Par tera, sol davanti del palazzoto ndove che stava la famejia Gonzaga, dapartuto ghe jera i sasi par tera!! Come cuei de la Piassa de Montebelo!! E coi bei disegni: parfin cole stele co zincue punte! Che belo che jera caminarghe sora!!
La casa ndove che semo ndà stare co ne ga tocà fare San Martin, la gavea na rete de fero che ghe fasea da confine. De là ghe jera i canpi dei du fradei Mericani. I vignea ciamà cussi parchè se savea che i jera stà in Merica a laorare. A uno dei fradrei i lo gavea soranominà Gimy. Desso tute case! E strade! E che bei nomi che le gà. Le strade: Via Benedetto Marcello e Vicolo Vivaldi!! Da chele parti lì ghe jera le slusole. Tante. De sera ghe corivimo drio!!! Me piasaria dimandarghe a Pierino Menti sel se ricorda anca lu dele slusole. Pierino el stava vizin a me zia Veronica, zò par la Strada Fonda. E navimo scola insieme. Fin dala prima clase. Co la Maestra Carlotto. So la casa de Via Borgolecco me mama ghe tocava pagare l afito. Me popà ghe ga tocà nar laorare in Svizara.
Cuando che me popà el laorava par la famejia dei Freschi-Sparavieri, stavimo nte la casa del guardian. Là no se pagava nisun afito! Vizin ala Cesa! Vizin ai Giardineti! Dopo on puchi de misi che stavimo in afito, la Catina la ga vossudo de pì schei par la luce. La corente la vignea dala so casa, delà dal muro. Ela la gavea el “Contatore” e la disea che doparavimo massa luce! Schei me mama no la ghin avea. Pudì maginarve… Me popà, se pol dire, nol jera ncora rivà in Svizara, come podevela me mama avere i schei par poder pagare depì par la luce? L afito dela casa se dovea pagarghelo a on vecio che tuti disea chel jera pien de schei. Ma la luce bisognava pagarghela ala Catina. Ela la gavea el “Contatore”. La Catina ne ga tajà i fili dela corente! Chela sera jera tuto scuro! Me mama la ga tirà fora na candela e ghemo magnà con chel poco de luce che fasea la candela. Me mama la ga catà on “Canfin”. No so ndove! El jera bastanza grandeto. Se podea vederghe ben par magnare. El jera tacà so na trave sora la tola. De sora ghe jera el stanzon ndove ca dormivimo nialtri cuatro fradei. La scala par nar su la jera drio al muro. Me mama la gavea vudo siè mas-ci. Jerimo restà in cuatro parchè Vittorio, el pì vecio, el se gavea sposà e el gavea zà on fiolo. El cuarto fiolo de me mama el jera morto dal “Tetano” col gavea nove ani. A me ricordo ncora desso: cuando che me mama finia de dire el tarzeto, cuasi tute le sere, la disea senpre: ”… e ti, caro Adelino, prega par nialtri e par to popà chel xe in Svizara a laorare par tuti”. Par me mama, de sicuro, me fradelo Adelino el jera in Paradiso, e, almanco lu, el gavaria podesto jiutarne.
Semo na vanti col “Canfin” par dei ani. Me ricordo che, zerte volte, so ndà anca mi a tore na botijieta de petrolio da Panpurio. E dirghe che saria passa me mama par pagare! De fianco dela casa, ntra el muro e la rete del confine, ghe jera el punaro e on poche de galine. Pì vanti ghe jera el cesso. De drio ala casa ghe jera el staloto pal mas-cio. A me mama ghe tocava far da magnare sol fogolare. El jera fato de tochi de piera nera. Bastanza grandeto e pien de zenere dapartuto. La cadena par tacar su el caldiero par fare la polenta la jera tuta nera e piena de caluzine. E là se tacava anca la pegnata par far bujire l aqua da cusinare i spaghetti che jera stà fati col torcio. E me vien inamente ncora el gusto e l odore del salado brustolà sora le bronze del fogolare… E come che la jera bona la polenta, brustolà so la gradela sora le bronze del fogolare! La stua conomica, gnanca insognarsela! Xe passà tri ani prima che me popà, dala Svizara, el gavesse mandà bastanza schei par portarla casa e dopo pagarla a rate! Ma me mama la savea ben come starghe drio al fogolare. Par fare la lissia la scaldava l aqua nte on pegnaton e la lavava tute le robe de la casa drento al mastelo e co l asse da lavare. La ciapava l aqua, che vignea zò par la gorna del cuerto dela casa e la nava drento a na mastela.
Co jero pì grandeto, navo anca mi a tore l aqua col bigolo e du seci. El rubineto del aqua el jera poco pì vanti dela pontareta, tacà a on toco de piera. E me mama la metea i seci sora el seciaro. Sol fogolare me mama la fasea tuto cuel che ghe ocoreva par far da magnare. La gavea na farsora
(padella) e con cuela la fasea le torte e la fasea le patate arosto, e tute le robe che ghe ocoreva, E jera tuto bon!!! Co rivava l Inverno e ghe jera on fredo da can, sol fogolare ghe jera tante bronze da metare nte le fogare e rento al leto so le moneghe, par scaldarse co se nava a dormire! Par tuto el tempo che me popà se stà in Svizara, mi dormivo co me mama. Sol davanti dela casa ghe jera na stanzeta e se podea nar drento dala cusina. La gavea na finestrela che se vedeva l orto e la strada. Me popà el vignea casa na volta al ano, co rivava Nadale. Du tochetini de cicolata par mi e me fradelo Albano. Prima che rivasse l Epifania el jera zà ndà via.» (continua) (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 18-2-2019)

Foto: Montebello, Ponte Novo: «… I sasi vegnea catà su drento al Cianpo! Tuti conpagni e de colore conpagnà come che li volea chi che li conprava! » (Umberto Ravagnani – 2009).

Umberto Ravagnani

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TRAGICA FINE ANNUNCIATA

[252] TRAGICA FINE ANNUNCIATA (“papà Nardi”)


Vi raccontiamo oggi un’altra tragica vicenda accaduta ad un nostro generoso compaesano. Silvio Nardi era nato a Montebello Vicentino il 26/11/1889 da Santo e Lodovica Cazzavillan, di professione faceva il contadino. Nel 1915 era stato richiamato alle armi nel 2° reggimento Artiglieria Pesante1 e, al termine della Grande Guerra, tornò a Montebello in Via Vigazzolo al n. 230, dove lo aspettava la sua numerosa famiglia. Nel 1921 decise di emigrare, con la moglie e i suoi 3 figli, in Eritrea (dal 1890 era ufficialmente colonia italiana con capitale Massaua), per gestire una delle tante concessioni, dove si coltivavano aranceti e caffè, nelle cosiddette Pendici Orientali. La famiglia Nardi visse tranquilla e benvoluta in questa zona per quasi 30 anni finché una tragica sera di dicembre del 1949 accaddero i fatti che andiamo a narrarvi.
21 chilometri a nord dell’Asmara, lasciando la strada asfaltata di Cheren e piegando a destra, si arriva alla zona delle Pendici Orientali, che per la sua posizione geografica gode del privilegio di piogge estive e invernali. È considerata la zona agricola più fertile di tutto il territorio. Ai tempi dell’Italia, l’amministrazione aveva suddiviso le terre dandole in concessione sia ad italiani che a nativi. In pochi anni le Pendici erano state trasformate in un grande giardino ben coltivato. Alcuni campi sperimentali funzionavano a Fil-Fil, Foghenà e Merara (oggi Mrara), erano un punto di riferimento per i coloni e li rifornivano di decine e decine di migliaia di piantine di caffè, aranci, limoni, mandarini, mangos. Verso l’autunno del 1948 le pendici subirono le scorrerie di una prima banda di ladroni che consumò rapine e spoliazioni a danno di coltivatori italiani e locali. A parte l’insicurezza e il danno, queste scorribande non avevano ancora il carattere di terrorismo politico che assunsero in seguito.
Le autorità di occupazione stabilirono piccoli posti fissi di polizia, e i ladroni assunsero l’elementare astuzia del topo col gatto. Stettero rintanati; e quando i posti furono tolti, ricomparvero a rosicchiare sul lavoro dei coloni. Così per alcune volte. La vita dei concessionari si fece difficile. Nessuno era certo di trascorrere una notte tranquilla, poiché uno alla volta tutti furono visitati derubati dagli scifthà.2 Troppi italiani venivano intanto trucidati qua e là, nelle altre zone dell’Eritrea, per rassicurare del tutto i coloni delle Pendici Orientali che le intenzioni puramente predatrici del capobanda Ogbansé Iggiggiù, non sarebbero cambiate nel tempo. Mutarono, ma non per colpa sua. Iggiggiù, in fondo, era un uomo d’animo mite. Rubava largamente ma non aveva mai ucciso. Ai primi di dicembre egli fu raggiunto alle Pendici dall’etiope Hailé Habai e dalla sua banda. Hailé aveva sulla coscienza diversi delitti; l’ultimo era il duplice assassinio dell’autista Placido Guidara e del commerciante indiano Dulhabie Premje Iossi, compiuto freddamente sulla strada Asmara-Massaua. Istigato e pagato per terrorizzare, l’etiope Hailé giunse alle Pendici per insegnare al mite ladrone Ogbansé il metodo etiopico della eliminazione terroristica. Hailé fu deciso quanto Ogbansé si mostrò debole di carattere. Il ladrone si lasciò convincere, probabilmente con larghe promesse di compensi, le due bande si riunirono e con undici uomini tutti bene armati piombarono improvvisamente a Merara, dove nella sua casetta al «Campo sperimentale» stava ignaro Silvio Nardi. Da ventisei anni Nardi si occupava di esperimenti e studi per la coltivazione del caffè. Aveva, si può dire, insegnato a tutti; e dalle sue cure erano uscite le centinaia di migliaia di piantine che, oggi rigogliose, arricchiscono le Pendici. Nel 1949 Silvio Nardi aveva sessant’anni e tutti nel territorio delle Pendici lo conoscevano e lo stimavano. Per italiani ed eritrei era «papà Nardi». Papà Nardi quel pomeriggio del 4 dicembre riposava tranquillo nella sua casetta. Non ha mai temuto che gli potessero fare del male, tutti gli erano amici. Perciò quando la sua attenzione venne richiamata dall’irruzione degli armati, egli non ebbe timore. Si affacciò alla soglia e li invitò tranquillamente a entrare in casa. Sapeva che si trattava di scifthà, e voleva negoziare alla buona, rassegnato a subire, come altre volte, le loro pretese. Del resto era pressocché disarmato, benché avesse nella tenuta quattro gregari irregolari per difenderla. Nardi è di fronte a undici uomini armati, che intanto lo hanno circondato, e uno solo dei suoi gregari è con lui (gli altri tre erano già stati immobilizzati dalla banda). È questo gregario che, mentre Nardi si rivolge bonariamente al capo degli scifthà, riconosce in quell’uomo risoluto e dall’aspetto feroce, il sanguinario Hailé Habai. La sua faccia e i suoi connotati erano corsi rapidamente di villaggio in villaggio. Il gregario non ha dubbi sull’entità e sulle intenzioni di quell’uomo, e tenta di commuoverlo, buttandoglisi ai piedi e implorando pietà per il «buon padrone». L’etiopico Hailé non ha pietà per nessuno. Il suo compito è quello di terrorizzare. Alza il curbasc3 e lo fa sibilare colpendo ripetutamente l’eritreo in ginocchio dinanzi a lui. E intanto dà un ordine secco al bandito che gli sta accanto. Silvio Nardi, colpito al ventre, si sorregge a una colonnetta del portichetto, facendo cenno al suo gregario di consegnare l’arma per evitare altro sangue. Hailé grida altri ordini, altri colpi partono, e Silvio Nardi cade morto sulla soglia della sua casa. «Ora hai visto come muore un italiano!» urla torvo Hailé al trasognato Ogbansé, come per dargli una lezione. Poi ordina alla banda di dividersi e di ritrovarsi in un’altra concessione per uccidere ancora. L’allarme si propaga con gli spari; i pochi agricoltori che si trovano ancora nelle loro fattorie si disperdono nelle campagne. Nardi resta l’unica vittima della domenica di sangue delle Pendici. Ma prima di lui altri ventinove italiani, un indiano e un greco hanno pagato con la vita l’odio etiopico tollerato dalla imprudente politica britannica4 in questa già tranquillissima terra. (Da “Il settimo giorno”, 1950)
Dodici giorni dopo, il 16 dicembre 1949, Ailé Habai, uno dei più temuti capi shifthà dell’Eritrea, fu ucciso, con due suoi gregari, da un altro concessionario italiano Francesco Ferrandi il quale, cautelandosi dopo i molti episodi successi in precedenza, quando il nuovo obiettivo dei terroristi fu la sua fattoria e si rese conto del pericolo che stava correndo, li affrontò con un fucile uccidendone tre, tra i quali Ailé Habai, e provocando la fuga degli altri complici.

Foto:
1) Il montebellano Silvio Nardi trucidato in Eritrea il 4 dicembre 1949 (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) Una piantina attuale dell’Eritrea con la posizione di Merara, sulle Pendici Orientali, dove si svolsero i fatti raccontati.

Note:
(1) Dal foglio matricolare del soldato Silvio Nardi (dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”).
(2) Il termine scifthà viene usato in diversi paesi dell’Africa orientale in senso dispregiativo per indicare coloro che si oppongono alle istituzioni ufficiali e fanno una vita da ribelli e fuorilegge.
(3) Curbasc: frustino nodoso in pelle di ippopotamo.
(4) All’inizio del 1941 l’Eritrea venne occupata dall’esercito britannico. Il 6 maggio 1949 ci fu un breve passaggio dell’Eritrea in amministrazione fiduciaria all’Italia. Nello stesso anno divenne un protettorato britannico fino al 1952.

Umberto Ravagnani

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L’AMARA VERITA’

[251] L’AMARA VERITÀ

Nel 1999 ha cessato di esistere la Brigata di Fanteria “Casale” composta dall’11° Reggimento con sede a Forlì e dal 12° Reggimento di stanza a Cesena. In questa gloriosa brigata hanno prestato servizio militare persone famose del calibro di Adriano Celentano e Gianni Morandi, preceduti giusto un secolo fa da un semplice giovane montebellano: Angelo Cazzavillan. Quest’ultimo, se avesse potuto invecchiare, si sarebbe certamente vantato di aver trascorso la naja in quel reggimento che molti anni più tardi avrebbe annoverato personaggi di tale spessore. Pochi anni prima della sua definitiva cessazione, la Brigata Casale ebbe tra i suoi ranghi anche Matteo Salvini.
Purtroppo la morte colse il giovane militare nel fior degli anni, quando i tristi ricordi della guerra stavano ormai per essere sostituiti e cancellati dalla sua esuberante età.
Angelo Cazzavillan era nato a Montebello il 26 settembre 1900 da Giovanni e Maria Castegnaro. Terzogenito, aveva affrontato la visita di leva in piena guerra, alla fine di febbraio 1918, Un mese più tardi era stato chiamato alle armi e inviato nel deposito dell’11° Reggimento Fanteria (Brigata Casale) con sede a Forlì. Nell’ultima settimana di guerra era passato temporaneamente al 23° Reggimento di Fanteria di marcia (Brigata Como) per poi, alla fine del conflitto, ritornare a Forlì presso il suo vecchio reggimento per il completamento del servizio militare. Purtroppo questo non avvenne.
Sul suo foglio matricolare, nelle ultime, righe si legge: “morto in seguito ad infortunio lungo la ferrovia Ferrara-Bologna tra i caselli 37 e 38 in territorio del comune di Poggio Renatico (FE) mentre ritornava al corpo dalla licenza.
Come da atto di morte dello Stato Civile di Poggio Renatico (FE) – 15 aprile 1921”.
Il 23 giugno del 1923 a circa due anni dalla morte di Angelo Cazzavillan il “Corriere della Sera” di Milano pubblicò un articolo sulla vicenda del montebellano dal titolo sconcertante: PRESUNTO SUICIDIO DI UN SOLDATO RISULTATO DOPO UN ANNO UN FEROCE DELITTO.
A parte il cognome scritto con una – i – finale di troppo (Cazzavillani), il giornale precisava che tutto avvenne il 13 aprile 1921 quando un casellante trovò lungo i binari un corpo orrendamente decapitato dal treno e con una profonda ferita al ventre inferta da una baionetta. La successiva necroscopia optò per il suicidio.
Più tardi, una lettera anonima inviata alla Questura convinse il vice-commissario Dott. Bicocchi ad approfondire le indagini fino ad arrivare alla conclusione che il Cazzavillan(i) non si era suicidato ma bensì soppresso crudelmente da una o più persone. L’inquirente determinò che Angelo Cazzavillan, di ritorno da Forlì dalla licenza, si era recato a Poggio Renatico per far visita ad alcuni compaesani che stavano di stanza al locale campo di volo detto dell’Uccellino.1 Terminata la cena presso l’osteria Venturoli, verso le ore 22, pagò il conto e chiese informazioni al gestore per poter raggiungere il campo di aviazione, senza dar importanza ai tre figuri presenti nel locale che avevano ascoltato attentamente la conversazione.
Il soldato si avviò nella direzione che gli era stata indicata e, mentre transitava per un luogo buio ed appartato, fu assalito e depredato di ogni suo avere e infine trafitto dalla sua stessa baionetta. Probabilmente non morì per quel fendente, tuttavia i tre malviventi, per sviare ogni sospetto, lo portarono lungo la linea ferroviaria e lasciarono al primo treno che sarebbe transitato il compito d’infierire orrendamente sul povero Cazzavillan.
In seguito, forse grazie anche alle testimonianze di qualche cliente o dell’oste stesso presenti nel locale la sera del 13 aprile 1921, gli inquirenti arrestarono tale Duilio Simoni di 22 anni, mentre gli altri due complici rimasero ancora a piede libero. Non si sa se e quando la coppia latitante sia stata assicurata alla giustizia.

OTTORINO GIANESATO

Note:
(1) Verso la fine del primo conflitto mondiale fu costruito un aeroporto militare a Poggio Renatico, dove oggi sorge la base del Coa, quando a seguito della ritirata di Caporetto, si rese necessario arretrare tutto il dispositivo dell’aviazione italiana ed attivare nuovi campi di volo nella Pianura Padana. Poggio Renatico doveva rispondere alle esigenze della Regia Marina, intenzionata all’epoca a costruire una propria forza di bombardamento per continuare il martellamento delle basi navali avversarie. Furono sistemate le strade che dovevano portare alla base e creato un collegamento con la stazione di Poggio. Il campo di volo fu approntato in località Cascina Nuova dove furono costruiti hangar, capannoni, magazzini, alloggi, un’infermeria e depositi munizioni. La pista di atterraggio, studiata per il decollo e l’atterraggio dei bombardieri Caproni e dei caccia, misurava 800 metri per 550.

Foto:
(1) Cartolina illustrata del centro di Poggio Renatico (Fe) all’epoca dei fatti (Archivio privato Umberto Ravagnani)

Umberto Ravagnani

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UN SOLDATO FRANCESE A MB

[250] IL SOLDATO FRANCESE SEPOLTO A MONTEBELLO

Il 14 novembre 1917, in piena prima guerra mondiale, Don Antonio Ercole, cappellano della parrocchia di Santa Maria di Montebello, registrò nel LIBRO DEI MORTI il decesso e la sepoltura di un giovanissimo soldato francese. Questo il testo:

“Il soldato francese LARNE PIERRE del 13° Battaglione Chasseurs des Alpes (Cacciatori delle Alpi chiamati anche Chasseurs Alpins – n.d.r.) 2^ Compagnia, Distretto T. Buscain al n° 1101 (1161), Classe 1900, domiciliato nel comune di Montluçon (Francia), morì sul colpo per infortunio automobilistico al Dovaro lungo la Strada Provinciale Verona-Vicenza il 14 novembre 1917. Fu portato all’ospedale [di Montebello] ed il 15 detto fu sepolto nel Cimitero Comunale.”
La giovane età del soldato, 17 anni, ha spinto lo scrivente ad acquisire nuove informazioni per ricostruire le origini, la vita militare e gli ultimi giorni dello sfortunato francese. Con mia grande sorpresa ho scoperto, grazie anche l’aiuto di Umberto Ravagnani, che qualcosa non quadrava nei dati contenuti nell’atto di morte, dal momento che le ricerche presso gli archivi governativi francesi avevano avuto esito negativo. Quel militare proprio non esisteva! La prima registrazione dell’atto di morte fatta da Don Antonio doveva contenere uno o forse più errori di stesura, causati da una cattiva interpretazione della scheda personale del soldato defunto fornita per l’occasione da qualche ufficiale del 13° Reggimento. Di questa finalmente siamo entrati in possesso e, verosimilmente, chi di noi non sarebbe incorso nei medesimi errori di interpretazione di cui fu vittima il cappellano?
Il soldato in oggetto si chiamava LARUE PIERRE e non LARNE (la u in corsivo si può leggere anche n) ed ecco creato un cognome sbagliato. L’errore più grossolano è: CLASSE 1900. Per noi italiani il termine CLASSE indica tutt’oggi l’anno di nascita di un soggetto mentre per i francesi è quello in cui i giovani si erano sottoposti alla visita di leva militare, solitamente a circa 20 anni, quindi la sua età non era di 17 ma bensì di 37 anni! Inoltre la città di Montluçon, (Distretto dell’Allier – n.d.r.) non era la residenza del soldato, ma il luogo dove era avvenuto l’arruolamento, località per altro molto vicina sia a quella di nascita, MONTBEUGNY, che a quella di residenza SAULCET. Due piccoli villaggi nel cuore della Francia entrambi di circa soli 500 abitanti. Da notare che Larue Pierre era nato nel villaggio sopra nominato il 3 agosto 1880 e pertanto proprio giovanissimo non era, visti i suoi 37 anni compiuti.
Questa infelice stesura e interpretazione del documento di morte sono state talmente contagiose che sulla lapide posta nel cimitero di Montebello è stato scolpito il cognome LARNE perché desunto dal registro parrocchiale. E quel che è peggio, circa una ventina di anni dopo, quando sono stati riesumati i resti del soldato per trasferirli nel sacrario-ossario di Pederobba (Treviso), su una delle pietra del monumento è stato ripetuto il cognome LARNE, lo stesso letto al cimitero di Montebello dagli incaricati alla pietosa operazione di spostamento e rimasto tale ancor oggi.
Il vero nome e l’esatta data di nascita del soldato francese LARUE PIERRE sono stati confermati dal “Ministère des Armées” (il Ministero dell’Esercito francese) nell’elenco “Base des Morts pour la France de la Première Guerre mondiale”. Nella scheda personale, viene riportato che è figlio di Claude e di DEJOUX Marguerite, è nato il 3 agosto 1880 a Montbeugny (F) dipartimento dell’Allier, ed è morto a Montebello Vicentino il 14 novembre 1917, a causa di un incidente d’auto mentre era in servizio (probabilmente è stato investito). Inoltre viene precisato che, al momento della morte, aveva 37 anni, 3 mesi e 11 giorni. LARUE PIERRE fu, quasi sicuramente, il primo soldato francese morto nella nostra terra e fu decorato con la croce di guerra con la menzione “mort pour la patrie” (morto per la patria).
All’indomani della ritirata di Caporetto, iniziata verso la fine di ottobre 1917 e fermatasi sulla linea del Piave, gli eserciti austriaci e tedeschi minacciavano di oltrepassare il fiume dilagando quindi in tutta la pianura veneta. Ecco allora venirci in aiuto gli alleati francesi che già dal 1° novembre organizzarono l’invio di truppe e mezzi in Italia. Tra questi les Chasseurs des Alpes che erano inquadrati nella 46a Divisione di Fanteria a sua volta divisa in 3 gruppi: il primo comprendente il 7°, il 13° (a cui apparteneva LARUE PIERRE), il 47° Battaglione, il secondo il 22°, il 53°, il 62° Battaglione, e il terzo il 15°, il 23°, il 63° Battaglione. La partenza verso l’Italia del 13° Battaglione è ricordata con toni enfatici nel diario Historique des Chasseurs. Quì di seguito il testo tradotto dal francese:
Il 13° s’imbarcò il 1° novembre con la prospettiva di nuove battaglie. Dall’arrivo sul suolo latino, les Chasseurs furono accolti con entusiasmo straripante e per parecchie settimane il 13° Battaglione percorse in lungo e in largo l’Italia del Nord, dalle Alpi al Veneto, ritrovando le tracce dei suoi antenati ai quali i nostri alleati devono la libertà e rivivendo le ore di gioia e di vittoria di tutte le armate francesi che dopo Carlomagno erano venute a raccogliere gli allori sulla montagna e sulla pianura italiana… Dal 12 febbraio al 1° marzo 1918 (ma il soldato Larue era già morto – n.d.r.) il battaglione prende in carico i settori di Monfenera che organizza al prezzo di considerevoli sforzi e il 12 marzo occupa le difese del monte Tomba fino al 23 marzo 1918 quando la Divisione viene spostata. L’8 aprile 1918 imbarco presso Carmignano (stazione di s. Pietro in Gù – n.d.r.). La Francia ha bisogno di tutti i suoi per resistere al più violento assalto che è stato diretto contro di lei durante questa guerra. Il 13° trascorre più d’un mese nella Somme, in Piccardia, in Artois, nel Pas de Calais, poi nelle Fiandre…
A partire dalle ore 23 del 1° novembre 1917, i primi elementi della 46a Divisione, comandata dal colonnello Antoine de Reynies e destinata a far parte dell’Armata Francese d’Italia, vennero caricati su ferrovia alle stazioni di Saint Gilles e Fismer (zona della Marna a nord di Parigi – n.d.r.).
Il tragitto del convoglio ferroviario toccò Digione, Lione, Marsiglia, Ventimiglia, Genova, Piacenza, Cremona, Brescia e Verona. Il 6 novembre i battaglioni dei Chasseur des Alpes furono scaricati nel bresciano, nei pressi del lago di Garda e in quei luoghi la concentrazione proseguì fino al 10 novembre 1917. Il giorno seguente la 46a Divisione si portò a San Bonifacio e il 12 si posizionò tra Roncà, Montebello, Castelgomberto e Brogliano mentre il parco artiglieria pesante trovava collocazione nelle campagne tra Almisano e il Dovaro. Il 14 novembre, causa l’intenso via vai di mezzi, avvenne il tragico incidente in cui perse la vita Larue Pierre (Larne) che non visse abbastanza per vedere l’insediamento presso Villa Miari in Montebello del Quartier Generale del 31° Corpo di Armata Francese. In previsione dei frequenti spostamenti, già il 4 novembre, l’esercito francese, giudicando Montebello strategico per la logistica, aveva fatto installare nel suo territorio un deposito di benzina, struttura che andava ad aggiungersi ad un’altra importante già presente ossia il campo di volo della Gualda, usato come terreno avanzato dalla squadriglia aerea 221 di Verona, assegnata al 31° Corpo d’Armata. Come raccontato nel diario storico del 13° Battaglione, la presenza francese si protrasse in Italia fino all’aprile del 1918. Nel cimitero militare francese di Pederobba (TV) furono portati i resti mortali di circa 1000 soldati d’oltralpe morti sia in battaglia che per cause di servizio come Larue Pierre e, contestualmente alla sua inaugurazione avvenuta nel 1937, in Francia a Bligny presso Verdun fu inaugurato un sacrario gemello per accogliere circa 3450 italiani caduti nel 1918 sul suolo francese. Tra questi il montebellano BATTISTELLA GIOVANNI, morto per ferite riportate in battaglia il 15 luglio 1918.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) La stele che ricorda i caduti francesi, all’interno della chiesa di SAULCET, tra i quali si può notare il nome di PIERRE LARUE (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
(2) La stele che ricorda alcuni caduti francesi in Italia nel sacrario di PEDEROBBA (TV), dove viene riportato erroneamente il nome di LARNE PIERRE (foto di Ottorino Gianesato).

Umberto Ravagnani

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LA MAESTRA GIOCONDA BONOMO

[249] LA MAESTRA GIOCONDA BONOMO – La prima insegnante a Montebello


Quando nel 1834 arrivò a Montebello Don Girolamo Vaccari a sostituire il prevosto Dai Zovi, a fargli compagnia ci fu anche il fratello sacerdote Giuseppe e l’anno successivo la sorella Angela. I suoi primi anni alla guida della parrocchia furono veramente difficili. Nel 1836 dovette fronteggiare con i montebellani la terribile epidemia di colera che imperversò mietendo in paese decine e decine di vittime.
In canonica in quegli anni al suo fianco ebbe anche Don Gio.Batta Dal Prà, autore delle “Memorie” che portano il suo nome, così utili per chi voglia approfondire la conoscenza della storia di Montebello.
Il fratello Don Giuseppe venne a mancare, ancora giovane, verso la fine della prima metà del secolo e lui pure lo raggiunse la Vigilia di Natale del 1855. Peccato per Don Girolamo non aver potuto inorgoglire per le fortune e la gloria del nipote, il famoso Giuseppe Vaccari, che venne al mondo a Montebello nel 1866.
Don Girolamo Vaccari si è anche interessato molto presso il Comune di Montebello affinché Gioconda Bonomo, figlia di Bortolo e nipote del più famoso Francesco,1 di famiglia benestante, diventasse maestra delle fanciulle. Nel 1839 ottenne, in effetti, l’incarico di prima maestra della scuola statale di Montebello. Gioconda Bonomo naque nel 1815 nella casa del padre Bortolo, ricostruita, dallo stesso, nel marzo del 1799 dopo averla acquistata dal nobile Orazio Righi; ancora esistente in via Generale Vaccari è conosciuta come casa delle sorelle Zonato. Trascorse la sua infanzia accanto alla madre Francesca De Santi e al padre il quale, avendo 37 anni più di lei, era già molto vecchio. Dopo aver frequentato una scuola privata a Montebello, si trasferì a Vicenza per completare gli studi e, a 17 anni, conseguì il diploma di maestra, con ottimi voti in tutte le materie, presso l’Ispettorato Provinciale. Nel periodo in cui insegnava, Gioconda conobbe colui che poi diventerà il compagno della sua vita: Francesco Bertolaso di Zimella.
Si sposarono il 22 novembre 1841 e la madre di Gioconda costituì per lei una ricca dote nuziale pari a 3.413 lire. Trasferitisi a Zimella Gioconda e Francesco ebbero due figli: Bortolo (3 dicembre 1845) e Ester Giulia (28 gennaio 1850), senonché, di lì a pochi mesi, rimasta improvvisamente vedova, si vide addossare tutte le responsabilità della famiglia e degli esercizi industriali del marito. Inutile dire che Gioconda, forte della sua preparazione pedagogica seppe allevare nel migliore dei modi i propri figli e fu una ferrea amministratrice nella conduzione delle fabbriche lasciategli dal marito Francesco Bertolaso. Nonostante le difficoltà ebbe anche modo di aiutare i poveri e i bisognosi con frequenti elargizioni. Si ricordò sempre anche del suo paese natale contribuendo alla costruzione della facciata della chiesa di Montebello e donando un generoso lascito di 4.000 lire alla Congregazione di Carità di Montebello, benefica istituzione integrata nel nuovo Ospedale costruito nel 1868, divenuto in tempi recenti Casa di Riposo. Lasciò questo mondo il 19 novembre del 1904 dopo una vita tribolata ma condotta con molta tenacia e generosità.2
(Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Foto:
1) Un ritratto di Gioconda Bonomo Bertolaso (1815-1904), considerata la prima maestra della Scuola Statale di Montebello (Foto Vianelli, Venezia 1870 circa).
2) A destra la casa natale della maestra Gioconda Bonomo a Montebello (casa Zonato), in una foto dei primi anni ’50 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

Note:
1) Francesco Bonomo fu contemporaneo di Bartolomeo Guelfo del quale trascrisse le composizioni poetiche, conservate e tramandate dai suoi discendenti e pubblicate nel 2007 dagli Amici di Montebello nel libro su Bartolomeo Guelfo.
2) Bertolaso B., I Bertolaso di Zimella – Profilo storico di una antica famiglia della Scodòsia, 1985, Padova.

Umberto Ravagnani

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BORGOLECCO STORY (3)

[248] BORGOLECCO STORY (3)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Lino Timillero dall’Australia ci racconta, in alcune puntate, i ricordi della sua vita a Montebello, quando abitava nella zona di via Borgolecco.
« Chi che lezze sta storia gà da tegnerse inamente che, mi che scrivo, xe zincuanta dù ani che son in Australia! Tante robe che conto le sò parché me le ricordo. E la Via Pegnare, e del parché che la se ciama cussì, lo so anca mi. Cuando che, dala Via Borgolecco se vardava in sù verso el Castelo, se vedea na Pegnara. Par cuei puchi che no sà cossà che xe na Pegnara, se podaria ciamarla in Italiano: Pino Mediterraneo. Le vegnea piantà parché le fasea le Pegne, e, dale Pegne vignea fora i Pignoi. Stiani, i Pignoi vegnea vendù in giro dapartuto. Chi che gavea schei, come i siori, i li conprava par magnarli in tante maniere. ‘Pasta col Pesto’ la xe conosesta anca desso! Prima dela IIa Guerra, drio ala Via Pegnare, ghe jera tante Pegnare. Le ghe xe ncora desso, tre cuatro, drento ala Villa Miari. Le Pegne de la Pegnara, co le cascava par tera, le vegnea cata sù nte le zeste, anca da Bepi co so fiolo Vittorio. Dopo le vignea portà zò e inmucià so le scansie drio al muro de la baraca ndove che vignea messe le piante de Limonari co rivava l Inverno. Cuando che piovea o co no ghe jera tanto da fare, se sverzea fora le Pegne par tirar fora i Pignoi, par meterli drento a scatole de legno fate aposta. El fatore Bellini el savea ndove mandarli par venderli.
Dopo tri ani de Guerra, cuando che la xe rivà anca a Montebello, xe rivà anca tanti todeschi. Depì de prima. E xe stà taià zò le Pegnare par fare tuti cuei lauri che i todeschi jera drio fabricare dapartuto, par le ‘Difese’ contro Mericani e Inglesi! Desso, ndove che Via Manzoni la scomizia, al incrocio co Via Borgolecco, pì vanti, la gira de cuà e de là e la và sù a ncontrarse co la Via San Francesco. Là scomizia la Via Pegnare! E là vizin jera ndove che se vedea l ultima Pegnara che jera restà in pié! Par finire la strada e fabricare tute che le Palazine che ghe xe in giro so chel posto lì, xe stà tajià l ultima Pegnara!
Cuando che Silvano e mi jerimo sù so la Via Pegnare, e nialtri gavivimo oto, diese ani, no savivimo mia che la strada drio la mura de Ganba se ciamava cussì. Jerimo sù là parché ne piaseva rivare fin sol colmo del Monte e vardare da che laltra parte! Se vedea Zarmeghedo, Montorso e sù fin a Arzegnan e tuti cuei monti de drio. Lì, vizin al Castello, jera stà scavà e ghe jera i Caminamenti. Fati al tempo de la Ia Guerra Mondiale. Parecià se par disgrazia i Austriachi gavesse roto el Fronte sol Pasubio e sul Piave!!! Cuando che volivimo ndare sora al Monte, no ndavimo mia par la strada. Saltavimo la mura lì, vizin casa sua, e ndavimo su, pian pianelo, vardando ogni tanto dala parte de la casa dei Gamba. Cuando che volivimo saltare la mura, gavivimo da star tenti parché, in zerte parte, par sora ghe jera tochi de vero tacà cola malta. Ndove ca jerimo, desso ghe xe Via Galilei, Via Zin e Via Volta, fin soto al Bosco. Là, so cuel Bosco, ghemo visto, dal vero, on porzeleto rizzo!!! E ghe semo stà drio on ora, forse de pì, par zercar de ciaparlo!!! Giravimo, pian pianelo, par no sgrafarse le man e la facia parché jera pieno de russari. Na volta, là, sol Bosco de Gamba, cuasi, cuasi, gavarissimo ciapà on Ghiro. Co lo ghemo visto, el jera soto a on russaro. Silvano el gavea in man on baston (el se lo portava senpre drio), e con cuelo el ghe fasea paura al Ghiro, sbatendo el baston de cuà e de là!!! Nialtri, co lo ghemo visto, se ghemo meravejià! Savivimo che el Ghiro và in giro de note. Ma no volivimo chel ne scapasse come el porzeleto rizzo!!! El Ghiro se jera ranpegà su par na pianta de cassia. Se vedea la bela coa chel gavea. Piena de pelo griso co on poco de maron. Silvano el gà fato on salto. El ghe gà ciapà la coa co tute dò le man: “Lo go ciapà! Lo gò ciapà!!!” el zigava. Inveze ghe xe restà le man piene del pelo de la coa del Ghiro. Ma el Ghiro no lo ghemo pì visto!!! Lora, el Bosco rivava fin ala mura dela Vale e de drio la jera tuta tera dura fa sasso!!! Prima che fusse scomizià la terza casa Fanfani, cuela ndove che semo ndà stare mi e la me famejia, la Via Borgolecco la jera ncora da sfaltare!
Mi me ricordo ben! Cuando che i perseghi se maurava, chi che podea conprarli, i li magnava anca par strada. E dopo i butava via l osso. Sì, l osso del persego! La Festa del Rosario la vien, lora come desso, al sete de Otobre. Me mama la fasea senpre el Scrocante. Come???!
Schei par conprare le mandole no ghin jera! Cussì me mama ne disea, a mi e a me fradelo Albano, de catar sù i ossi dei perseghi e anca cuei dei armelini. Ghe jera dù mesi de tempo! La Via Borgolecco, no sendo sfaltà, jera la pì fazile par vedere on osso de persego o de armelin caminando e vardando par tera!
Co ghe jera bastanza ossi, gavivimo on marteleto, e se metivimo a spacare i ossi de persego e de armelin. Me fradelo scomiziava par primo parché jera fazile farse male i dei! Pal giorno prima de la Festa del Rosario, me mama la catava senpre on poco de zucaro, e no sò come che la fasesse, ma chel scrocante che la fasea el jera cussì bon che mi no ghinò mai magnà de conpagno!!! Se sentia el maretto dele semenze de persego e de armelin. Ma che la parte de zucaro caramelizà che la smisiava co le semenze dei ossi, el ghe dava on gusto cussì bon al scrocante, che anca me fradelo Luigi, chel xe cuà in Australia co mi, el se ricorda ncora anca lù. E lù, sendo nove ani pì vecio de mi, el nava anca lù, col jera picinin, a catar sù i ossi, ma lù el nava sù par Via Vaccari, parché alora stavimo zò ai Giardinetti. La Via Vaccari la jera sfaltà fin ala Canonica. Pì vanti, strada Bianca col giarin da le parte, come la Via Borgolecco. El stradin el contava che no jera mia fazile catare el ludron par sfaltare le strade! Me fradelo Luigi, calche ano fà, col jera pì zovane cuà a Balgownie, ndove chel stava, el gavea provà a farse parfin le ‘Conposte’.
No savì mia cossa che le xe le ‘Conposte’???! Mi co jero toseto, navo su par Via Monte Grappa, che la scomiziava ndove che ghe jera l Ostaria col zugo de le Bocce, par nare in corte de me santolo Scarpareto. Me mandava me mama par tore dò ‘Conposte’. Me santolo el me fasea nare co lù soto ala tezza ndove che ghe jera la tina che gavea drento le ‘Conposte’, in mojia cola Graspia. Le jera dù tochi de na verza tajià a metà e ligà co na stropa de salgaro. La Graspia, la xe fata co la ua, dopo che la jera stà strucà col Torcio. Stiani ghe jera depì contadini che se fasea el vin par tegnerselo so la so Caneva. Lora cuasi tuti gavea el Torcio.
Dopo che l ua jera stà schizzà, la vignea messa drento ala tina nsieme co l acua. Cussì vignea fora la Graspia. I omini che nava a tajiare l erba sui prà col fero da segare, i se portava drio dò tre zuche piene de Graspia. La jera mejio de acua s-ceta!!! E la vignea doparà anca par fare le Conposte. Se tajiava le verze a metà. Se fasea on buso col ciodo e se pasava drento na stropa de salgaro. Se fasea on gropo e le se metea a bagno ntela Graspia. Le saria stà pronte dopo on paro de setimane. E che bone che le jera, cote col museto e calche coezza de mas-cio!!! » (continua) (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 26-01-2019)

Foto: Vecchi amici posano in via Borgolecco nel corso di una calda estate dei primi anni ’70 del Novecento (Cortesia Lino Timillero, rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA RISAIA DEI FRACANZAN

[247] LA RISAIA DEI CONTI FRACANZAN: UNA VERA OASI VERDE

Negli ultimi decenni del ‘500 la florida risaia dei conti Fracanzan, situata nell’antica contrà del Terraglio detta poi “Fracanzana”, destò l’ammirazione e l’invidia dei nobili Sangiovanni. A tal punto che questi signori, incoraggiati dai buoni risultati che i Fracanzan ottenevano da questa redditizia coltivazione, vollero convertire parte della loro possessione della Prà alla produzione dello stesso cereale. In quel tempo il riso era valutato sul mercato circa il 50% in più del frumento e nel corso del ‘600 esso valeva poco meno di 1 Ducato lo staio (circa 25 Kg). Da non trascurare che la resa di riso per ciascun campo era nettamente superiore a quella di altri cereali.
Purtroppo i Sangiovanni, pur avendo convertito il mulino della Prà in pilla da riso e destinati 32 campi vicentini alla coltivazione di questo cereale, non ne riuscirono mai a far decollare la produzione e la gestione. Ne è prova il continuo ricorrere a rinunce e nuove locazioni della risaia, presenti negli atti notarili dell’epoca che nascondono una certa insoddisfazione da entrambe le parti, sia locatori che locatari.
Di ben altro tenore era invece la gestione e la redditività della risaia dei Fracanzan che si estendeva per circa 25 campi vicentini.
Accadde che in quello stesso periodo venne a mancare Alovise Fracanzan e la vedova Laura subentrò al marito nella gestione della possessione della contrà del Terraglio, dimostrandosi subito capace e lungimirante.
La contessa affittò per 5 anni ai vicentini Bartolomeo Robustelli e GiacomoAntonio de’ Franchi i beni del Terraglio che assommavano a circa 65 campi, 25 lavorati a risaia e gli altri 40 votati alla produzione di frumento.
Qui di seguito alcuni passi dell’affittanza che dimostrano quanto la contessa Laura ci tenesse a mantenere ed incrementare il verde che circondava la risaia.

La locatrice sia tenuta a prestar a detti conduttori 360 stara di riso grezzo (circa 100 quintali – n.d.r) per semenza che saranno restituiti lo stesso anno (non si conosce la resa per ettaro in quel tempo, oggi è di circa 70 quintali – n.d.r).

Che detti conduttori siano tenuti a mantener l’edificio da pillar li risi in ordine.
Che detti conduttori debbano tenir ben conservato il terraglio aciò l’acqua non rompa, e pertanto debbano piantar ogni anno albari e salgari secondo il bisogno.
Che detti conduttori non debbano tagliare né permettere che siano tagliati da’ piedi (alla base – n.d.r.) arbori di sorte, ma solamente far bruscar.
Che detti conduttori debbano far mettere tutti li salgari e albari de tre anni in tre anni.
Che detti conduttori sian tenuti a far marcire tutte le paglie e gli strami.
Devono seminare 40 campi di frumento.
Che i conduttori debbano piantar ogni anno 100 belli oppi (aceri campestri – n.d.r.) emendando con essi le piante del brolo e dove sarà bisogno piantar de novo e contemporaneamente far emendar (dar sostegno – n.d.r.) con piantoni de salgaro le piante che sono attorno la risaia.
I conduttori dovranno pagare per il seguente anno 1572, DUCATI 1500 in tre rate: 500 a Natale, 500 nel marzo 1573 e 500 alla festa dell’Assunzione del 1573 e così di anno in anno.

Ne1 1573 Anna Fracanzan, figlia ed erede del defunto Alovise, sposò il nobile vicentino Odorico Pojana che subentrò alla suocera ed alla moglie nell’amministrazione dei beni del Terraglio. Questo lo si apprende dai documenti dell’epoca allorché il nobile Odorico venne avvisato che, in seguito alla fortissima grandinata del 7 giugno 1573 in località san Pietro, la risaia aveva subito gravi danni. Il disastro era stato causato dall’inondazione dell’Aldegà-Chiampo, che rotto l’argine di sinistra e demolite le roste, aveva trasportato acqua e melma nella risaia. Il danno patito dai conduttori Bartolomeo Robustelli e Jacopo Calderari (quest’ultimo subentrato a GiacomoAntonio de’ Franchi), ammontò a staia 85 di riso. Giuste le stime prodotte da Piacentino del fu Giuseppe Cenzati (fittavolo della risaia dei Sangiovanni), da Michele Casale suo risaro, originario di Ronco all’Adige, da Gio.Pietro Chiozini, pure lui di Ronco all’Adige, risaro dei Fracanzan.
Una ventina di anni più tardi si verificò un’altra alluvione talmente catastrofica da spazzare via le colture e la Strada Regia che univa il ponte della Fracanzana a quello del Marchese sulla sinistra Aldegà-Chiampo (questa arteria verrà ripristinata solo dopo il 1920 – n.d.r.).
Forse fu questo il colpo di grazia inferto alla risaia del Terraglio poiché, dai primi anni del ‘600 e a seguire, non vi sono citazioni di sorta che parlino della sua esistenza né di altre in Montebello.

OTTORINO GIANESATO

Nota: Questo scritto è un’integrazione del n° 21’ pubblicato nel sito degli “Amici di Montebello” del 28 gennaio 2018
Foto:
L’area della Fracanzana di Montebello Vicentino come si presenta al giorno d’oggi (Umberto Ravagnani – 2016).

Umberto Ravagnani

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LA CASARA DEI SANGIOVANNI

[246] L’ANTICA CASARA DEI SANGIOVANNI A MONTEBELLO

Nel ‘500 diverse nobili famiglie vantavano in Montebello consistenti beni immobili, tra queste spiccava quella dei fratelli conti Sangiovanni, ossia Gaspare, Giorgio e Leonardo. Come appare nell’estimo del 1545, i suddetti fratelli controllavano poco meno di 300 campi, con il gioiello di famiglia, la “possessione della Prà amministrato da Leonardo.
Si sa che l’11 novembre 1552, Jeronimo Sangiovanni, nel frattempo subentrato nella proprietà sopra menzionata al padre Leonardo, con un rogito del Notaio Daniele Roncà diede in locazione temporanea a tale Giovanni de Scandolis di Montagna Comune di Chiesa Nuova (oggi Boscochiesanuova, comune veronese – n.d.r.) una vera e propria mandria di 34 mucche valutata 170 Ducati. Questo contratto fu messo nero su bianco nel palazzo dei Sangiovanni in contrà Borgolecco ed aveva la durata di 5 anni.
In questo lustro il conduttore de’ Scandolis doveva custodire e pascolare gli animali senza alienarli, con patto che alla fine di questo periodo, cioè il 29 settembre, giorno di san Michele, se il Sangiovanni non gli avesse rinnovato l’accordo, avrebbe potuto scegliersi e tenersi 4 vacche da latte. Al contrario se a recedere fosse stato de’ Scandolis, la festa di san Bartolomeo, il 24 agosto, ossia circa un mese prima della scadenza, questi avrebbe dovuto darne avviso al locatore. Quindi, il 29 settembre, de’ Scandolis avrebbe restituito la mandria di 64 mucche unitamente ad ulteriori 4 tra quelle da lui possedute.
Prima del periodo estivo Giovanni de’ Scandolis avrebbe portato la mandria a pascolare sulla montagna veronese nei prati posseduti dai Sangiovanni.
Dopo la transumanza, in autunno ed inverno, durante la permanenza della mandria nelle stalle della Prà in Montebello, sarebbe stato compito del locatore fornire a de’ Scandolis il fieno ben secco e sufficiente preventivamente tagliato e stivato nelle tezze durante l’estate. Con l’accordo che Il foraggio fornito sarebbe stato pagato dal conduttore de’ Scandolis in ragione di 9 lire e mezza al carro (circa 8 quintali – n.d.r.) in tre diverse rate: la prima alla festa di Pasqua, la seconda il 24 giugno, san Giovanni Battista, la terza il 29 settembre, san Michele. Come “onoranze” ogni singolo anno il conduttore avrebbe avuto l’obbligo di fornire al conte Sangiovanni un vitello del peso di almeno 90 libbre (circa 40 chili – n.d.r.) oltre a 2 “caldieredi latte al tempo della Quaresima.
In contraccambio di dette “onoranze” Jeronimo Sangiovanni avrebbe dato, ogni singolo anno, mezzo carro di vino nero buono (circa 460 litri – n.d.r.) e sufficienti legna e paglia per uso dello stesso locatario durante lo svernare in Montebello.
Il 6 maggio 1553, con un nuovo atto del notaio Daniele Roncà, si procedette all’assegnazione da parte di Jeronimo Sangiovanni di tutte le attrezzature necessarie per la lavorazione e trasformazione del latte a Giovanni de’ Scandolis. Il tutto ben elencato in un lungo inventario.

INVENTARIO DEGLI ATTREZZI DA “CASARO” DATI A GIOVANNI DE’ SCANDOLIS

1          caldiera grande, del peso (manca il peso – n.d.r.);
1          agrarolo (agra = siero inacidito con farina gialla ed altri ingredienti per ottenere la puina (ricotta);
1          burchio novo (zangola per agitare il latte e ottenere il burro – n.d.r.);
1          squassaro tebio (scolatoio dell’acqua);
2          conche de ramo;
19        conche de legno;
1          colo de ramo (imbuto di rame con fori);
3          carrote (la ricotta è detta puina o carrota e le carrote sono recipieni per scolare la ricotta);
43        carrotini piccoli;
4          secchi di legno da vaccaro (per la mungitura del latte);
1          secchio grande da pozzo;
20        fassare: in parte grandi e in parte piccole (fasce sottili di legno, solitamente castagno, con le quali contenere il             formaggio fresco di produzione e ottenere le forme di formaggio;
2          coppe;
1          smalzarola (smalzo = burro);
1          mestraroro (mestolo);
1          scoaro (scolatoio);
2          telle da burato (tele per filtrare il latte);
1          cagiarola piena di cagio (recipiente per il caglio);
1          salaro (recipiente per il sale);
2          carrete (carri particolari tirati da mucche).

Da questi atti notarili si evince che la casara presso “La Prà di Montebello” era attiva solo durante le stagioni dell’autunno e dell’inverno poiché durante l’estate la mandria si trovava in montagna dove il casaro provvedeva sul posto alla trasformazione del latte. Ma in quel di Boscochiesanuova Giovanni de’ Scandolis utilizzava l’attrezzatura fornitagli da Jeronimo Sangiovanni? Il formaggio prodotto in alpeggio era totalmente di sua proprietà o avrebbe dovuto in seguito dividere i proventi con Sangiovanni? Il rogito non ne fa menzione.

E’ anche pur vero che se Giovanni de’ Scandolis durante la permanenza in Montebello doveva pagare il foraggio al conte Sangiovanni significa che i proventi del latte sarebbero stati di sua spettanza e il prezzo del fieno liquidato al conte per alimentare la mandria rappresentava il fitto dovuto. Ne è prova che ogni anno, durante la Quaresima, de’ Scandolis come onoranza dava al locatore 2 caldiere da lui prodotte alla Prà.

OTTORINO GIANESATO

Foto: La Prà di Montebello Vicentino come si presenta oggi (Umberto Ravagnani – 2013).

Umberto Ravagnani

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GRAN PREMIO CESARE FRACCARI

[245] 1952 GRAN PREMIO “CESARE FRACCARI”


Alla fine di giugno del 1952, come da tradizione centenaria, Montebello si preparava a celebrare la tradizionale Festa di San Giovanni. In quell’occasione il benemerito montebellano CESARE FRACCARI, generoso benefattore dell’Ospedale San Giovanni Battista (oggi Casa di Riposo), che da decenni teneva alto, come animatore e promotore di competizioni sportive, il buon nome del nostro paese, volle organizzare una corsa ciclistica valevole quale prova di Campionato Regionale per Dilettanti Seniores-Juniores. La gara prevedeva un percorso di Km. 167,400.
Cesare Fraccari, grand’ufficiale del lavoro (commendatore), da molto tempo residente a Milano dove gestiva il suo “Banco dei Metalli Preziosi S.p.A” e dove si era imposto per la sua attività, non aveva dimenticato la nativa Montebello. Riprendendo una tradizione sportiva che risaliva a prima della guerra, regalava domenica 29 giugno 1952, ai suoi concittadini, una corsa ciclistica tra le più belle dell’anno. Per l’occasione, faceva conoscere Montebello ai suoi amici del Rotary Club di Milano che portava sempre con sé. La competizione, con partenza e arrivo a Montebello, prevedeva molti premi importanti:

60.000 Lire di premi individuali;
– una coppa in argento massiccio Gran Premio “Coppa Cesare Fraccari” del valore di 50.000 Lire da assegnare ai migliori classificati entro i primi 5 arrivati;
– una coppa in argento massiccio Gran Premio “Coppa Cesare Fraccari” del valore di 30.000 da assegnarsi alla società avente il maggior numero di arrivati in tempo massimo;
– una coppa in argento massiccio Gran Premio “Coppa Cesare Fraccari” da assegnarsi al corridore 1° classificato che avesse segnato il miglior punteggio sulle salite di Lusiana e Passo Xon;
– Lire 4.000 al secondo classificato;
– Lire 2.000 al terzo classificato.1

Le coppe in argento massiccio erano tutte di produzione della “Metalli Preziosi S.p.A.” di Cesare Fraccari & C.2

Ecco, in una breve sintesi, la cronaca della corsa dal Giornale di Vicenza del 2 luglio 1952: « Il percorso era stato studiato per promuovere una severa selezione. Le previsioni erano queste: gruppo compatto fino a Marostica, quindi una prima selezione sulla lunga ma non molto dura salita che conduce a Lusiana. La corsa si sarebbe dovuta decidere sull’altra salita più breve, ma più faticosa anche per la distanza, di Passo Xon. I concorrenti si sono incaricati di rovesciare queste previsioni, nel senso che già prima di Bassano si erano fatti avanti i migliori, che sono rimasti insieme o molto vicini nelle salite, e hanno poi raggiunto il traguardo in piccolo gruppo mentre gli altri erano lasciati lontani stroncati dalla classe superiore dei primi e stancati anche dal caldo tremendo. La corsa è stata caratterizzata da tre successive fasi. Il via alla prima di queste fasi è stato dato subito dopo il passaggio da Vicenza di Pavaro che allunga e guadagna duecento metri. Nella sua scia si incollano Meneghini, Coltro, Furlan e Pagliarin i quali raggiungono il fuggitivo, passano nell’ordine al traguardo a premio di Cittadella. A Bassano, dove di nuovo passa per primo Meneghini, i cinque sono ancora in fuga, ma si fanno sotto Frighetto, Pavaro, Uliana e Tognon sulla salita per Lusiana, seconda fase: Pagliarin lascia i compagni e tenta una bellissima fuga che continuerà per più di cinquanta chilometri, guadagnandosi il premio in palio per il miglior scalatore della corsa. Al traguardo della montagna di Lusiana Trombin e Conte passano a due minuti da Pagliarin, quindi a brevi intervalli seguono Pavaro, Furlan, poi Modena e Uliana, poi Tognon e Tormena mentre più staccati sono Meneghini, Girardi, Righetto, Bertozzo e altri. Nella discesa i coraggiosi Favero, Trombin e Furlan devono arrestarsi per guasti e così in testa si forma – terza e ultima fase – un gruppetto di cinque corridori all’inseguimento di Pagliarin. Essi sono Conte, Modena, Tognon, Uliana e Tormena. Dopo Thiene il fuggitivo, un po’ provato, rallenta e si lascia raggiungere. Sulla salita di Passo Xon passa primo Tormena e Pagliarin, che segue al terzo posto a breve distanza, conquista anche il premio della montagna. Discesa vertiginosa verso Recoaro il nostro ciclista Girardi compie prodigi di abilità e verso Valdagno dove Uliana vince il premio di traguardo. Le posizioni non mutano fino a Montebello. Qui grande folla – tra cui sono 230 milanesi che hanno accompagnato il gr. Uff. Fraccari – attende l’arrivo. Uliana batte facilmente i cinque compagni; gli altri giungono con distacchi assai sensibili. Ottima l’organizzazione, curata da dall’U.S Giuseppe Cederle di Montebello, dal suo presidente Pietro Clerici e dal segretario rag. Mario Zanin. La corsa è stata seguita dal commissario dell’U.V.I. Adriano Pittarin e dal Presidente di giuria Spartaco Avanzini. »3

Per la cronaca il trevigiano Uliana vinse la gara di 167,400 Km. per la coppa “Cesare Fraccari” alla media di 34 orari.

Foto:
1) Cesare Fraccari si prepara a dare il via alla corsa in Piazza Italia a Montebello (APUR – Elaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) Busta, spedita il 23-04-1952, contenente un pieghevole pubblicitario relativo alle varie lavorazioni effettuate dalla società “Metalli Preziosi S.p.A.” di Cesare Fraccari & C. (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

Note:
1) Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza, “Gran premio Cesare Fraccari: valevole quale prova di campionato regionale per dilettanti Seniores-Juniores, U.S. Giuseppe Cederle Montebello Vicentino, 1952.
2) La Società per azioni “Metalli Preziosi S.p.A.” di Cesare Fraccari & C. aveva la sede centrale in Via Mercanti e lo stabilimento metallurgico in Via Voghera, sempre a Milano. Aveva, inoltre, filiali a Valenza, Genova e Roma, una consociata a Verona e vari rappresentanti a Torino, Firenze e Palermo.
3) Riassunto dal Giornale di Vicenza del 2 luglio 1952 (Emeroteca della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza).

Umberto Ravagnani

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ESCURSIONE AL PONTE DI SANT…

[244] “ESCURSIONE” AL PONTE DI SANT’EGIDIO

L’8 febbraio 1629, la missione di un gruppo di persone che da Vicenza si recò a Montebello in visita al ponte sul Guà di Sant’Egidio certamente non si fece mancare nulla. Dopo le numerose piene, urgeva che qualche esperto verificasse le condizioni statiche del manufatto duramente provato e con grave minacciava di crollare.
Per l’organizzazione di questo viaggio fu nominato un responsabile, tale Ippolito Bozza, sempre di Vicenza, che doveva provvedere, oltre che ai mezzi di trasporto e al vitto, anche alla sicurezza dei partecipanti. Tra questi ultimi il conte Girolamo Godi e Alessandro Trenti in veste di supervisori.
Per il vitto, Ippolito Bozza, forse per non dover dipendere totalmente da quanto Montebello poteva offrire in quegli anni di carestia, o forse perché tra i partecipanti c’erano delle buone e nobili forchette, pensò bene di procurarsi in città quanto necessario. Solo un anno più tardi scoppiò la peste di manzoniana memoria, preceduta e aggravata da lunghi anni di penuria alimentare.
Il “capo gita” , dopo aver sborsato 40 Troni per il noleggio di due carrozze, sufficienti a trasportare i 12 partecipanti alla “missione”, passò all’acquisto delle vettovaglie da consumarsi quella giornata.
Comperò pertanto “un gallo d’India” (tacchino – n.d.r.) del valore di 4 Troni e altri 7 ne pagò per della non quantificata carne di vitello “a lesso et rosto”.
Vi aggiunse “due capponi” del valore di 5 Troni e non poteva mancare “il figà di vitello et mas-cio per Troni 16 (fegato di vitello e maiale – n.d.r.)
Forse per la merenda, procurò “un salado in budel gentili” (salame – n.d.r.) per la cifra di 2 Troni e del “formaglio bresciano” (formaggio – n.d.r.) del valore di 48 Soldi ossia 2.8 Troni. Il tutto da mangiarsi con del “ pan di Vicenza” pagato 2 Troni.
Immancabile la frutta per il fine pasto costituita da “peri garzegnoli” (allora tipici frutti di S. Giovanni Ilarione – n.d.r.) del valore di 12 Soldi.
Tutto questo ben di Dio fu consegnato, all’arrivo a Montebello, all’osto che doveva preparare e cuocere le pietanze, e per questo scopo, non fu mancato di consegnare anche “naranzi , canella, et garofoli (chiodi di garofano – n.d.r.)
Dalla nota delle spese redatta a fine giornata da Ippolito Bozza, si apprende che l’oste in Montebello fu remunerato con Troni 10.8 per “pan, vin, fuogo (fuoco – n.d.r.) , riscaldare il cucinato, accomodar de’ piatti et altro.
Furono poi sborsati 8 Soldi per una “buona mancia” fatta ad un “famiglio” (inserviente – n.d.r.) e Troni 1.12 per “il stalazo de’ cavalli” (custodia e sosta dei cavalli – n.d.r) nonché “legna et carbon per cusinare la suddetta roba”.
La “missione” venne complessivamente a costare Troni 80.6

Non poco se si pensa che in quel tempo la somma sopra indicata rappresentava la paga di quasi 3 mesi di un lavoratore dei campi.
La visita servì solo a constatare e confermare quanto assodato tre anni prima dai periti veneziani Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro e che cioè andavano ridotti gli spessori dei piloni del ponte per far meglio defluire le acque delle piene. In seguito non si fece però alcun intervento, ed ecco spiegato lo scopo di questo nuovo sopralluogo nel 1629.
Con il risultato che una settimana più tardi, il 15 febbraio, il perito Ercole Peretti produsse un disegno del ponte con le opportune modifiche da apportare per impedire il repentino innalzarsi dello strato della ghiaia che aveva otturato due terzi degli archi del manufatto.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Il canale di scolo del Bacino sfocia nel Guà, nei pressi del ponte di Sant’Egidio, in una foto del 2007 (Umberto Ravagnani).

Disegno: 1629 – Riproduzione manuale del disegno originale del ponte di Sant’Egidio fatto dal perito Ercole Peretti (Ottorino Gianesato)

Umberto Ravagnani

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BORGOLECCO STORY (2)

[243] BORGOLECCO STORY (2)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Lino Timillero dall’Australia ci racconta, in alcune puntate, i ricordi della sua vita a Montebello, quando abitava nella zona di via Borgolecco.
« Cuindese metri pì vanti de la casa de Luigi, ghe jera el Fornaro, ndove che se nava tore el pan e anca el pan biscotto. On poco pì vanti, da che l’altra parte dela strada, ghe stava Arigo. El gavea na sorela e on fradelo, tuti dù pì veci de lù. Anca Arigo el zugava co nialtri. El jera magro come on cavreto ma el corea che nesun podea ciaparlo! Me ricordo ncora desso che so popà el piturava le case. El se metea tute le so robe, penei, busoloti de pitura e de solventi so on careto fato co dò rue de bicicleta, col manego da poder tacarlo ala so bicicleta, e con cuelo el nava a laorare. E xe capità che, na volta, par on paro de setimane, no se gà pì visto nissun! Arigo nol vignea pì a zugare e gnanca a scola. No se vedea pì gnanca so fradelo, so sorela, so mama, e so popà nol nava pì da nisuna parte col so caretin. Lora semo vignù a savere che tuta la famejia jera partia pal Venezuela!!! Se i xe ncora là, che el Signore el ghe vojia on poco de ben! Al giorno de oncò, el Venezuela el xe un dei posti pì bruti par stare on poco da Cristiani. E xe da on puchi de ani che la và senpre pezzo in Venezuela. Tuti, cuei che pole farlo, i zerca de scapar via dal Venezuela! E no xe che i possa nare a star tanto de mejio!!! El secondo de i me fradei, Gioanin, chel xe nato ntel mile novezento e trenta, (1930) el me contava che, ncora prima che mi nasesse, lù el nava a nparare a fare el fornaro. Lì dal fornaro de Via Borgolecco! Stiani, par magnare, se gavea da far de tuto: Gioanin jutava el fornaro e lù el ne dava el pan da magnare. Stavimo ncora ntela casa col porton de fero grande, so la destra dei Giardinetti. Par nar dal fornaro ala matina presto, ghe tocava nare par la stradela e sù fin ala Via Borgolecco. Me fradelo el me contava che la Guerra la nava zà vanti da on ano. El vecio fornaro el gavea on fiolo chel jera partio par la Guerra, ma no se savea gnanca ndove chel jera finio: forse in Grecia o forse in Africa. Cussì, pena che rivava le nove dela matina, el vignea mandà al Comune par vedare se fusse rivà calche letara del fiolo. So le scale del Municipio ghe jera senpre tanta zente a spetare… In tenpo de Guerra la nava male par tuti!!! E son anca vegnù a savere che el toco de Via Borgolecco, che dala Piazza riva fin ala curva ndove che ghe xe la ‘Casa dei Dalmaso’, no la se ciamà pì Via Borgolecco, ma Via Marconi. Cussì, par cuei che no i sà gnente del canbiamento, ghe sarà on poca de confusion!??? Ntel mile novezento e trenta sete (1937), a metà de chel toco de Via Borgolecco, ghe jera la ‘Casa del Fascio’. El diese de Setenbre, co xe stà fati i ‘Funeralì al Generale Giuseppe Vaccari, el ‘Feretro’ el jera rivà da Milano e messo drento ala ‘Casa del Fascio’. A Milano jera zà stà fate le ‘Onoranze’. In Via Borgolecco xe ndà a onorare el Generale Vaccari tuti i Montebelani che volea farlo. Dovemo nmaginarse che se jera in pieno ‘Periodo Fascista’! L’Italia gaveva l’“Impero”!!! E dala Via Borgolecco xe partio el Funerale, co cussì tanti Soldà, e Generali tuti nmucià che i sié cavai che tirava “l’Affusto” del canon co la cassa da Morto sora, i ciapava paura e no se jera boni a tegnerli chieti. Ala parte de drio dela ‘Casa del Fascio’, ghe jera el canpo de Calcio ndove che la ‘Gioventù Fascista’ fasea i esercizi e le marce. E anca i ‘Balilla’ e ‘Figli e le Figlie della Lupa’, Cuando??? Durante el ‘Sabato Fascista’!!! Ntel mile novezento e trenta nove (1939), me popà el xe stà “Richiamato”. El gavea zà cuatro fioi, Vittorio, Gioanin, Luigi e Adelino. E a Bepi ghe gà tocà nare in Albania parché l’Italia la xe ndà a “Invaderla”! Me vien da star male desso, solo a pensarghe! Come gavarala fato me mama a tirar vanti la famejia?!!! Dopo, tanto pì tardi, chel toco lì de Via Borgolecco, el servia anca par fare el ‘Mercà’ ogni Mercore dela setimana. Me ricordo mì. Co laoravo da ‘Pellizzari’, a mezogiorno navo casa a magnare. E pasavo infrà i banchi dei negozianti che scomiziava a metter via le mercanzie. Ghe jera ncora calchedun che girava par far calche afare, ma oramai cuel che jera stà vendù jera stà vendù!!! Me piasaria domandarghe a calche dun de cuei che semo nà scola nsieme se xe vero cuel che i me gà dito del nostro maestro. Silvano, Lorenzo, Luigi, Franco, Roberto, Walter, mi e tanti altri, gavivimo par maestro el signor Perticone. El ne gavea nsegnà cussì ben che, cuando che ghemo fato i esami de cuinta, i dù Maestri de la Commissione i volea Bocciarne tuti. Uno dei Maestri de la Commissione el jera so popà de Lorenzo, e che laltro, el jera me fradelo Gioanin, (nol jera pì nà a fare el fornaro…). Cuel che i me gavea dito, l’ultima volta che jero stà a Montebello, (1988), xe na roba da gnanca credarghe!!! El maestro Perticone nol gavea nissuna licenza Magistrale. La scusa la jera che la Guera e i bonbardamenti ghe gavea fato perdere “tutti li documenti”, “bruciati e dispersi” in Sicilia. Cussì, dala seconda clase, fin ala cuinta, nialtri tusiti de la Via Borgolecco e de le altre Vie del Paese, semo nà a scola dal maestro Perticone e no ghemo nparà n acca stracca. Anca lu, el maestro Perticone, co la so famejia numerosa, el stava de casa in Via Borgolecco. Sol apartamento dela casa Fanfani ndove che stava Roberto. Al piano tera. Co jerimo in cuinta clase, el Governo gavea deciso de fare la Scuola Media Obbligatoria. A Montebello, el Comune no gavea Insegnanti par le Medie. Cussì xe stà fata la VIa Classe Mista, ‘Ad Interim’. Che volea dire: finché no se catava Insegnanti ed Edificio, se dovea fare la VIa Mista. So sorela de Gianni Mazzocco, Dina, la jera una dele tose. La clase la jera n aula vizin a ndove che stava el ‘Bidello’ Conterno, so popà de Paolino. Zà lora i Conterno laorava a far Tombe e conpagnia bela. El fiolo pì vecio se ciamava Claudino, grande, coi caviji rizzi. Dopo ghe jera Luigina e Terenzio, naltra sorela e Paolino. Na volta, parché na Domenega gaveo fato barufa co un dei Fattori che stava de là del Casteleto, co semo nà scola al Luni, calche dun ghe lo gà dito al maestro. Lù, parché el se conosea col maestro Fattori, el gà mandà ciamare la Luigina Conterno parché la me portasse casa. Par castigo! Luigina la conoseva me mama da cuando ca stavimo vizin ai Giardineti, e anca mi che navo a zugare co so fradelo Paolino. Lora, co la gà dovesto portarme casa, stavimo so una de le case de Via Borgolecco, pasà la Ostaria col zugo de le bocce. (Desso lì ghe xe el “Vicolo Vivaldi” de risigo al muro dela casa “ristruturà”!) Me mama no la jera gnanca casa. Luigina la me gà dito de sentarme sol scalin e de dirghe a me mama che me fasea male la panza. E de no dirghe che el maestro el jera mezzo mato! » (continua) (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 19-01-2019)

Foto: Il lungo corteo al funerale di Giuseppe Vaccari in Via Borgolecco a Montebello (ora Via Marconi), il 9 settembre 1937 (elaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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I DECORATI DELLA 1a GUERRA M…

[242] I DECORATI DI MONTEBELLO DELLA 1a GUERRA MONDIALE

Un vecchio detto recita “chi dimentica la Storia è destinato a ripetere gli errori del passato” e oggi è tanto più importante perché, parlando della prima guerra mondiale, la nostra comunità è sempre più privata della voce diretta dei protagonisti, i soli in grado di raccontare fedelmente i fatti accaduti. Non resta che la Storia, quella dei grandi storici ma, nondimeno, quella che nasce dalla passione e dall’impegno di chi, in una piccola comunità locale, conosce l’importanza di tramandare, far rivivere fatti accaduti, ricordare personaggi più o meno importanti. Vi presentiamo oggi, dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”, l’elenco dei decorati al Valor Militare nella guerra 1915-18 e nella campagna di guerra italo-turca del 1911-12. Giusto per non dimenticare il loro sacrificio:

ABBREVIATO GIUSEPPE classe 1895 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 1
BATTISTELLA GIUSEPPE
classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
BATTISTELLA RAIMONDO classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
BELTRAME PIETRO classe 1889 – decorato con medaglia di BRONZO
CENZATTI GIUSEPPE classe 1892 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
CESARINI MARIO classe 1896 – decorato con medaglia d’ARGENTO 1
COLLALTO SANTE
classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
COSTA ARTURO classe 1876 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 2
COZZA DAVIDE
classe 1893 – decorato con medaglia d’ARGENTO
DONATI GIOVANNI classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO
FELTRE PIETRO classe 1885 – decorato con medaglia di BRONZO
FLORIO GIUSEPPE classe 1897 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
FREALDO RODOLFO classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO (caduto in guerra)
GOLLI GIOVANNI classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO
GUARDA ILARIO classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO 3
MARANA EUGENIO
classe 1895 – decorato con medaglia di BRONZO (caduto in guerra) 3
NICOLETTI SILVIO
classe 1892 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 3
ROSA LUIGI
classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO
SCHIAVO SILVIO classe 1898 – decorato con medaglia di BRONZO
SOLDA’ VITTORIO classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
TONELATO LUIGI classe 1893 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
Gen. VACCARI GIUSEPPE classe 1866 – decorato con una medaglia d’ORO e due d’ARGENTO (un’altra d’ARGENTO guadagnata nella Campagna di guerra Italo-Turca del 1911-12)

Dai fogli matricolari dei soldati che hanno combattuto la Grande Guerra, si evince che, in precedenza, alcuni di loro erano stati impiegati in Libia nella Campagna Italo-Turca del 1911-12. In questo conflitto si era distinto l’allora Maggiore dei Bersaglieri Giuseppe Vaccari, decorato con medaglia d’argento, ma altre due medaglie erano state assegnate ad altrettanti soldati montebellani. Ad essere premiati DONATI GIOVANNI classe 1890 con medaglia d’ARGENTO e DOTTO ERNESTO classe 1891 con medaglia di BRONZO.

Note:
1) ABBREVIATO GIUSEPPE figlio di Cecilio (cantoniere ferrovario) e Barcaro Luigia. Nato a Montebello Vicentino il 15/4/1895. Residente a Montebello in Contrà Vigazzolo – non figura tra i residenti nello Stato d’Anime del 1899 della Parrocchia di Santa Maria perché la sua famiglia era emigrata altrove. L’Archivio Anagrafico di Montebello segnala il suo matrimonio avvenuto il 24/11/1920 a Badia Polesine in provincia di Rovigo dove era quindi emigrato ancora bambino. Ancor oggi le uniche famiglie Abbreviato esistenti in Italia si trovano nella provincia sudddetta. Abbreviato Giuseppe ha partecipato alla Grande Guerra nel V° Reggimento Bersaglieri ciclisti.

CESARINI MARIO figlio di Metello (custode idraulico ?) e Fuselli Eulalia. Nato a Montebello Vicentino il 2/4/1896. Residente a Montebello – come Abbreviato Giuseppe non figura tra i residenti nello Stato d’Anime del 1899 della Parrocchia di Santa Maria perché emigrato ancora bambino con la famiglia. L’Archivio dell’Anagrafe di Montebello segnala il suo primo matrimonio avvenuto nel 1927 ed il secondo nel 1951 a Bologna (aveva ottenuto il divorzio dalla prima moglie) Cesarini Mario ha partecipato alla Grande Guerra nella Fanteria.

2) COSTA ARTURO Figlio di Giuseppe e Pianton Teresa. Nato a Montebello Vicentino il 28/4/1876. Residente a Montebello Vicentino (morto a Usumbura – Congo Belga il 25/9/1943).
1/12/1893: Soldato volontario nel 6° Reggimento Bersaglieri  –  Plotone Allievi Sergente per la ferma di anni 5;
31/5/1894: Promosso Caporale;
16/2/1896: Destinato alle Regie Truppe  partenti per l’Africa nel Battaglione Bersaglieri –  partito il 19/2/1896;
28/6/1896: Cessò di far parte delle Regie Truppe d’Africa per riduzione d’organico;
30/6/1896: Nel 6° Reggimento Bersaglieri con l’obbligo di ultimare la ferma in corso;
31/10/1898: Nella Scuola Militare – 5/1/1899  ammesso alla rafferma triennale nel 6° Reggimento Bersaglieri;
8/9/1900: SOTTOTENENTE nel 1° Reggimento Bersaglieri (allo scoppio della guerra 1915-18 è CAPITANO).
Decorato con una medaglia d’Argento e una di Bronzo al valor militare  nella guerra 1915-18.

3) MARANA EUGENIO E NICOLETTI SILVIO sono stati omessi da Bruno Munaretto nelle ”Memorie Storiche di Montebello” forse perché erano nati rispettivamente a Montecchio Maggiore e Castelgomberto, paesi nei quali sono elencati nel libro dei decorati vicentini. Non sono univoci i criteri adottati da coloro che negli anni venti hanno redatto il libro appena citato perché, a smentire quanto appena scritto, Beltrame Pietro, nato a Nogarole, è nella lista dei decorati di Montebello Vicentino!

GUARDA ILARIO figlio di Luigi non è stato elencato da Bruno Munaretto perché si trova tra i di decorati di Agugliaro. È chiaro che i compilatori dei ruoli matricolari hanno confuso Agugliana con Agugliaro, errore che si è poi ripetuto nei bollettini del “Nastro Azzurro”. Ilario era nato ed era residente a Montebello alla chiamata alle armi. Coincide il corpo di appartenenza del suo ruolo matricolare con quello dell’elenco del “Nastro Azzurro”: 8° Reggimento Artiglieria Campale.

(Dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”)

Foto: Cartolina postale che mostra il monumento ai caduti di Montebello dello scultore Giuseppe Zanetti inaugurato il 16 novembre 1924, uno dei più belli del vicentino (collezione privata Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA FERROVIA A MONTEBELLO!

[241] LA FERROVIA PASSA DA MONTEBELLO!


La storia della linea ferroviaria Milano-Venezia, detta la “Ferdinandea” dal nome dell’Imperatore Ferdinando I d’Austria, inizia nel 1835, durante la cosiddetta “seconda dominazione austriaca” del Lombardo-Veneto.1 Costituitasi una società di imprenditori (una cordata si direbbe oggi) a Venezia, appunto nel 1835, ad essa se ne aggiunsero alcuni altri, di Milano, nel corso dell’anno successivo. Con il primo Congresso di Verona della nuova società, il 26 maggio dello stesso anno, venne presentato un progetto di massima della strada ferrata Milano-Venezia. Erano passati solo 12 anni dall’inaugurazione di quella che viene considerata la prima linea ferroviaria, tra Shildon e Stockton, nel nord-est del Regno Unito, lunga circa 40 km.
Intorno al 1840 il nuovo progetto fu sottoposto ad approvazione imperiale e la relativa Sovrana Patente di privilegio 27 novembre 1840 per l’I. R. Strada Ferdinandea Lombardo-Veneta (concessione), venne pubblicata nella Gazzetta privilegiata di Milano il 16 luglio 1841.
La Ferdinandea fu costruita per tratti e il primo tronco ad essere completato ed inaugurato, il 12 dicembre 1842, fu quello tra Padova e Marghera. Il ponte sulla Laguna Veneta fu invece aperto l’11 gennaio 1846; in precedenza la città veneta era comunque collegata alla linea ferroviaria grazie ad un servizio su natanti diretto a Marghera. In  successione furono poi aperti i tratti Padova-Vicenza (11 gennaio 1846) e Milano-Treviglio (15 febbraio 1846). La Prima guerra di indipendenza rallentò la costruzione degli altri tratti: il Verona-Vicenza fu inaugurato il 3 luglio 1849, seguito dal Coccaglio-Brescia-Verona (22 aprile 1854) e dal Coccaglio-Bergamo-Treviglio (12 ottobre 1857). Il percorso originario era lungo 285 km e prevedeva il passaggio lungo la direttrice Treviglio-Bergamo-Brescia. Con l’inaugurazione del tronco diretto Rovato-Treviglio, avvenuta il 5 marzo 1878, la ferrovia assunse l’attuale fisionomia.
L’intero progetto della Strada Ferrata Ferdinandea era stato assegnato all’Ing. Giovanni Milani di Verona, il quale nel 1840, nel suo libro “Progetto di una strada a guide di ferro da Venezia a Milano”, descrisse l’intero percorso con notevole dovizia di particolari. Per la parte che interessa il nostro territorio, il Milani, rileva un problema di non poco conto, cioè l’attraversamento del torrente Guà, il quale presenta degli argini molto alti, che potrebbero elevarsi ulteriormente in futuro. Per superare questo ostacolo propone la costruzione di una galleria sotterranea di circa 100 metri, la quale avrebbe risolto tutti i  problemi di natura orografica.
Era l’idea iniziale quella di scavare un tunnel sotto il torrente ipotizzando minori difficoltà e una spesa più contenuta, ma alla fine, riconsiderati i costi per quel tipo di operazione, nel suo progetto definitivo proporrà la costruzione di un lungo ponte che permettesse  di minimizzare le pendenze. Ma vi era un altro importante problema da risolvere, e cioè la proposta del conte Pietro Giovanelli, personaggio molto importante di Lonigo, nonché Presidente della parte Veneta della società ferroviaria, il quale propendeva a far passare la ferrovia per Lonigo anziché per Montebello, come prevedeva il progetto dell’ing. Milani. Il conte Giovannelli proponeva che la linea, una volta passata la stazione di Altavilla, proseguisse per Meledo e Sarego parallelamente al torrente Guà e alla sua sinistra, attraversandolo nel punto di confluenza con il ‘fiumicello’ Brendola,  per giungere poi a Lonigo e da qui proseguire per San Bonifacio.
In un verbale di seduta del 2 marzo 1844, emesso dalla Direzione della “Ferdinandea”, documento del quale lo storico leonicense Egidio Mazzadi scrive di possederne una copia, sono molto evidenti le divergenze tra il conte Pietro Giovanelli, Presidente della Sezione Veneta, e l’ing. Milani relativamente al percorso che la ferrovia dovrebbe fare tra Altavilla e San Bonifacio: il conte Pietro Giovanelli ritiene che la linea ferroviaria debba passare per Lonigo, per proseguire poi verso San Bonifacio, perché “… a Lonigo fan capo gli  abitanti d’altre città e grosse importanti borgate, come sono Cologna, Montagnana, Noventa, Sossano” e prosegue “… Quello che più importa è la rilevanza del commercio, sotto il qual punto di vista Lonigo ha una grande superiorità sui paesi intorno, su Montebello e S. Bonifacio per le strette sue relazioni con Vicenza, con Verona, e con paesi della Lombardia, specialmente pei traffichi [sic] delle sete e dei vini.” Parlando del nostro paese, invece “… Montebello non ha mercato che una volta per settimana, e anche questo poco importante” mentre “…Lonigo ne ha tre, e tutti osservabili per frequenza di persone e per  attività di commercio.” E continua “… Montebello ha fiera un giorno solo in un anno, e d’importanza affatto trascurabile. Lonigo all’incontro ne ha quattro, due delle quali duran tre giorni e hanno una vera celebrità pel movimento di uomini e di cose cui cagionano.” Conclude ricordando il principio che la strada più utile non è quella che costa meno, ma è quella che rende di più.
L’ingegnere Capo Milani risponde con due considerazioni, una di tipo economico e una di tipo tecnico-economico. Dice il Milani: “… Lonigo è in sé per fabbricati, per popolazione, per centro  amministrativo e giudiziario, luogo più importante di Montebello; ma quanto a posizione, quanto centro di concorrenza io credo Montebello più importante di Lonigo” infatti “… Montebello come primo centro di attrazione di un movimento da trasfondersi sulla strada di ferro [ferrovia NdR] ha intanto per sé, e sopra le condizioni di Lonigo, lo sbocco vicinissimo, necessario, inevitabile, delle due grandi vallate di Guà e Chiampo, che non hanno altra uscita, e nelle quali si trovano popolosi paesi; nella prima di Montecchio Maggiore, di Castelgomberto, di Valdagno e le acque di Recoaro; nella seconda quelli di Montorso,  Arzignano e Chiampo. Poi si trova sulla strada postale e quindi è per questa sua particolare condizione topografica, anche attualmente, un centro di attrazione già stabilito …”. Passa poi alla motivazione più tecnica “[seguendo il percorso suggerito dal Presidente Giovanelli] a circa un terzo della distanza totale da Montebello a Lonigo sorgono in vicinanza del torrente [Guà] due mammelloni isolati, uno a destra, l’altro a sinistra, quello maggiore di questo, quello detto della Favorita, questo di Ca’ Velo. E’ a Meledo, presso ed in faccia di Ca’ Velo, che i Monti Berici s’accostano al torrente, e continuano ad avvicinarsi sempre più sino a Lonigo.” In pratica, dice il Milani, viene a crearsi in  questo punto un innalzamento del terreno difficoltoso da superare per la ferrovia, tanto più che nel breve spazio tra il Guà e le pendici dei Berici passano anche la statale che collega Lonigo ad Altavilla e il ‘fiumicello’ Brendola. E continua “… sarebbe difficilissimo, pericolosissimo, passare il torrente [Guà] in quella stretta, passando in mezzo ad una curva a doppio flesso, passarlo in un luogo ove non vi è spazio per isviluppare [sic!] una curva di gran raggio, per dispor l’argine della strada sotto una moderata pendenza e tanto lunga da poter vincere l’altezza del Ponte di sei od otto metri sopra i terreni.” Espone infine anche i gravi problemi di natura idraulica che si verrebbero a creare con questa soluzione. Oltre a tutto questo bisogna dire che il percorso della ferrovia si sarebbe allungato di almeno 4 km. rispetto al progetto originale, con un notevole aumento di costi e maggiori problemi di manutenzione. Alla seduta del 2 marzo 1844, conclusasi con un nulla di fatto per la parte riguardante Montebello e Lonigo, ne seguirono altre e, alla fine prevalse il concetto dell’ing. Milani che era quello di congiungere con una grande arteria, nel modo più diretto possibile, le città popolose, mentre i piccoli centri avrebbero dovuto organizzarsi da sé per il collegamento con i grandi centri abitati. I lavori, che erano già iniziati qualche anno prima con la tratta Mestre-Padova, si conclusero il 5 marzo 1878 con il completamento di alcuni rami secondari.
Nel 1841 una importante questione relativa all’inclusione, nell’itinerario della Ferdinandea, della città di Bergamo, che l’ing. Milani aveva escluso dal suo progetto a causa di rilevanti problemi di natura orografica, portò ad uno scontro frontale con la nuova Commissione voluta da Vienna. L’ing. Milani si dimise prima dell’inizio dei lavori e non volle più saperne di collaborare. Il suo progetto venne comunque ripreso e realizzato per intero. E, per quanto riguarda Bergamo, venne unita al tracciato principale tramite una bretella che partiva dalla linea principale nei pressi di Treviglio.

Note:
1) La storia della ferrovia Ferdinandea è narrata in modo più approfondito nel libro di Umberto Ravagnani “Cartoline che raccontano – Piccole storie e immagini della prima metà del ‘900”, Montebello Vicentino, 2015.

Foto: Cartolina che pubblicizzava la ferrovia di Montebello, emessa nei primi anni del Novecento. Tecnicamente si tratta di una cromofotolitografia (collezione privata Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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1921 UN GRAVE FATTO DI SANGUE

[240] 1921 UN GRAVE FATTO DI SANGUE


Finita la disastrosa prima guerra mondiale la situazione sociale ed economica in Italia era, a dir poco, tragica. La nostra lira valeva un quinto della lira del 1914 e questo significò per certi gruppi sociali l’impoverimento e per altri addirittura la rovina. E che dire della “spagnola”? La prima ondata, nel 1918, fu relativamente blanda, come un’influenza stagionale e non scatenò il panico. Fu la seconda ondata della pandemia, scoppiata nella tarda estate dello stesso anno e durata fino a dicembre, a provocare la maggior parte dei decessi. Ma bisogna aspettare l’estate del 1920 per dichiararne la fine. la Prima guerra mondiale, durata più di quattro anni, causò dieci milioni di morti fra i combattenti, più alcuni milioni di vittime civili. Ma la pandemia fece molte più vittime: si è calcolato che morirono non meno di 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 1,8 miliardi.

Ma veniamo al nostro racconto. Nel diario parrocchiale del cronista, don Antonio Zanellato, il Prevosto della Chiesa di Montebello di allora, leggiamo, questo tragico fatto successo esattamente 100 anni fa:

« 27 Agosto 1921 – Domenica alle ore 7 1/2 del mattino presso una chiavica del Guà sull’argine destro a monte del ponte delle Asse avvenne uno scontro tra quattro ladri che avevano nascosto la refurtiva nella chiavica e due carabinieri. Rimasero morti da arma da fuoco e percosse il carabiniere Cipriani Riccardo [figlio] di Sante, di Loreo (Rovigo) frazione di Cavanella Po d’anni 21 e il ladro P.G., d’anni 17 di qui, noto comunista. Fu ferito l’altro carabiniere Zanini, che sentì dal carabiniere morto [sic!] il nome di ‘Besso’. Furono arrestati due fratelli del posto. Besso si diede alla latitanza. Il cadavere del carabiniere fu portato nella cella mortuaria dell’Ospedale, quello del P.G. in quella del cimitero. Il lunedì sera il P.G., al quale era stata negata la sepoltura ecclesiastica domandata dalla famiglia, fu gettato nella fossa. Il martedì alle ore 4 con intervento di 11 Sacerdoti e 2 Chierici dei comuni di Montebello e Gambellara, con le rappresentanze dei comuni di Montebello e limitrofi e di ogni sorta di associazioni con bandiere, con scorte di Carabinieri e una folla immensa di popolo, il Carabiniere Cipriani fu portato alla Chiesa, dove furono cantati il Vespro e le Esequie. Prima delle Esequie parlò il Prevosto, sulla porta della Chiesa parlarono il Sindaco di Montebello, il Colonnello comandante della Legione Carabinieri di Verona, un Maresciallo, il Commissario di P.S. di Vicenza Alverà, Pegoraro per il P. P. I., uno per i fasci di Combattimento, Guarda Attilio per i Combattenti. Al Cimitero parlò un Carabiniere. Vi furono molte corone, intervenne la musica cittadina. Assenti e nascosti i comunisti. »

Alcune considerazioni: il nostro era un Paese essenzialmente agricolo, nell’Italia del primo dopoguerra i nove decimi dei proprietari non possedevano, individualmente, neanche un ettaro, in tutti quasi tre milioni di ettari sul totale di 22 milioni. Questo consentiva un livello di vita che non era molto di più della pura sopravvivenza. Nelle campagne risuonava il grido “la terra ai contadini”. Nelle fabbriche, quasi tutte al Nord, il modello da imitare era la Russia e il suo comunismo. Nel 1920 ci fu l’occupazione delle fabbriche, che costituì il punto di ‘non ritorno’ della crisi. Tutto questo non fece che moltiplicare i fatti simili a quello raccontato qui e a preparare la strada all’avvento del fascismo.

Foto:
1) La fotografia, incollata sulla pagina del diario, riproduce parte del corteo prima dell’ingresso nella Chiesa Parrocchiale il 29 agosto 1921 (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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I FALSARI

[239] I FALSARI

Durante il dominio della “Serenissima” la Strada Regia, l’odierna Regionale 11, rappresentava l’asse viario più importante del territorio del Veneto, tagliando letteralmente in due quello del vicentino. Dall’abitato di Montebello fino a Grisignano, ai confini col padovano, era tutto un via vai di carrozze di varie fogge e misure, di carri e viandanti. Nelle località dislocate lungo questa arteria nacquero, e fecero fortuna, numerose e lucrose attività favorite proprio dall’intenso transito di persone e veicoli.
Purtroppo, parallelamente, fiorirono anche le attività illecite, come quella praticata dagli odiosi e feroci briganti che assalivano uomini e mezzi per spogliarli di ogni bene che portavano appresso. Per non parlare del non violento, ma pur sempre diffuso e illegale spaccio di monete false. I malfattori colpevoli di questo ultimo reato erano talmente organizzati che recavano con sé anche gli arnesi per la fabbricazione delle monete stesse. Una vera e propria piccola, ma efficiente zecca clandestina ambulante.
Per non farsi scoprire, questi truffatori con la tecnica del mordi e fuggi, si spostavano continuamente da un posto all’altro lungo la Strada Regia, privilegiando i luoghi situati nei pressi dei confini provinciali come quelli oltre Montebello, verso Verona. Prudentemente gli imbroglioni, in un luogo appartato, fabbricavano le monete fasulle ed immediatamente le spendevano presso commercianti ed artigiani. I falsari pagavano sempre i loro acquisti o prestazioni con luccicanti Ducati d’argento, all’apparenza di buona fattura, allo scopo di ottenere il resto in soldi puliti e legali che poi mettevano in saccoccia, non con pochi rischi di esser a loro volta derubati.
Evidentemente anche sulla piazza di Montebello la presenza di denaro cattivo aveva messo in guardia un po’ tutti, cosa di cui rapidamente ne era venuta a conoscenza gran parte della gente che viveva e lavorava lungo la Strada Regia. Nel 1782, il Podestà di Vicenza, Zaccaria Morosini, emise una sentenza di condanna contro due di questo genere di imbroglioni che, lontani dai rispettivi paesi per non essere riconosciuti, erano finiti nelle mani della giustizia.
Tali Bortolo Girardi da Rossano e Domenico Rossetti da Fragogna (Fagagna/ Provincia di Udine – n.d.r.) formavano una bella coppia e il 27 maggio 1782 arrivarono nella villa di Veggiano, territorio di Padova.
“Ivi si fermarono all’osteria facendosi esso Rossetti, da un calzolaio, accomodare le scarpe e, per supplire alla fattura di 16 Soldi, corrispose al calzolaio medesimo, persona nota, un mezzo Ducato di falsa lega, da cui ritrasse buona moneta il restante, cioè 23 Soldi e 4 Denari a pareggio di esso mezzo Ducato, e istessamente (sic!) l’inquisito Girardi esibì un falso Ducato all’oste, pure noto, per pagare la colazione fatta, per l’importo di Soldi 10, dal quale oste pure gli fu corrisposto il rimanente in tanta buona valuta.
Indi da di là partirono. Avvedutosi il calzolaio stesso che quel mezzo Ducato era falso, portatosi in traccia del Rossetti medesimo lo raggiunse poco lungi dalla bottega, dove restituitogli la moneta stessa, ripeté anche le 4 Lire ad importar per la fattura delle scarpe.
Accortosi, pure poco dopo, anco l’oste suddetto che il ducato era falso, venne stabilito ch’entrambi essi suddetti furono fabbricatori e spargitori di false monete, sicché inseguiti da varie persone, vennero ancora raggiunti e fermati nella Terra di Grisignano, ma nell’atto stesso venne dall’inquisito Girardi gettato un sacchetto che raccolto dai detentori (catturatori – n.d.r.), si ritrovarono in esso 24 Ducati e mezzo falsi, parte puliti e parte da pulire e, presso essi inquisiti un ferro denominato “imbrunidor”, una tenaglia, una lima e un sacchetto pieno di polvere. Fattesi però le convenienti e legali perizie sopra gli indicati ferri ed altri apprestamenti sospetti, fu stabilito costantemente esser li Ducati predetti un composto di stagno, ossia “marchesetta” (minerale di bismuto dal colore bianco che si trova associato ai minerali d’argento e stagno – n.d.r.) e rame gettati collo stampo, la polvere inserviente a formar lo stampo stesso, e li ferri adoprabili al reo odiosissimo lavoro, da che ragionevolmente presumesi che da essi inquisiti furono fabbricati li Ducati falsi. Finalmente retenti (imprigionati – n.d.r.) che furono essi inquisiti e, condotti in luogo noto, ivi si espressero in modo tale da manifestare il rispettivo loro reato, il tutto come meglio e più diffusamente.”
I due compari furono condannati a servire sopra una galera per uomini da remo co’ ferri ai piedi per 7 anni.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Zecchino d’oro coniato dal doge Giovanni Dandolo nel 1284. Come recitava la legge, in quel periodo, per i falsari era previsto il taglio della mano. (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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BORGOLECCO STORY (1)

[238] BORGOLECCO STORY (1)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Lino Timillero dall’Australia ci racconta, in alcune puntate, i ricordi della sua vita a Montebello, quando abitava nella zona di via Borgolecco.
« Cari Amici, Par scomiziare la storia dei nialtri tusiti che stavimo nte la via Borgolecco, se gà da dire che jerimo cuasi tuti nati in tempo de Guera o calche ano dopo, 1943, ’44, ’45… Via Borgolecco la gò vista par la prima volta cuando ne gà tocà de fare San Martin. La me famejia la stava so la casa ndove che ghe xe el porton de fero grando, so la destra dei Giardineti. A chel tempo, no ghe jera gnanca na casa de là de la mura che scomiziava tacà al porton e la nava drita fin ala Stradela che desso la se ciama dele Carpane. De cuà ghe jera i Giardineti e de là de la mura ghe jera el Parco de la Villa.

Me popà el fasea el guardian e el giardiniere del Parco. Tanto par darve na idea, na volta, pena finio l’inverno, me popà el me contava chel jera drio sparpajiare on poco de luame vizin a ndove che jera sentà zò la Contessa co le Contessine. Co le gà sentio la spuzza, le gà dito: “Bepi ma sa falo?”, e me popà: “Son drio metere on poco de luame cussì l’erba vien sù bela. “E la Contessa:” Ma el vaga da naltra parte!” E cussi me popà el ga fato! Riva la bela stajion, l’erba scomizia a cresare. Bela,verde, via del posto vizin a ndove che se sentava la Contessa. E la se gà inacorta de la difarenza!!! Co xe pasà par de lì Bepi, la lo gà ciamà: ”Bepi, stano che vien el meta el luame ndove chel vole che se spostaremo nialtre.” E me popà: “Sì Signora Contessa…”. De San Martin del mile novezento e cuaranta siè (1946) semo ndà dala casa fin ala Via Borgolecco par le strade che ghe jera drento ala Villa. Sol carro tirà dal cavalo, ghe jera tute le robe de casa: leti, armari, careghe e la tola par magnare… Tuto cargà sù e ligà che no cascasse gnente. Prima che fusse fata la Via IV Novembre, ndove che la fà incrocio co la Via Borgolecco, ghe jera on porton grando, co la inferià che se verzeva da tute do le parte par far pasare i carri grandi. Da l’altra parte de la Via Borgolecco, ndove che desso se va sù par Via Manzoni, ghe jera naltro porton grando, conpagno de chelaltro, e se pasava par nare in corte da Bellini. Pena drento del porton, lì, sol canton, ghe jera la Vera da Pozzo che xe stà portà sui Giardinetti! E là xe stà portà anca i du pilastri de un porton. Chel altro porton, inferià e tuto el resto, el xe stà messo sola parte de la via IV Novembre, par nar drento a ndove che jera el Canpo dela vecia Casa del Fascio, che, finia la Guerra, xe stà conprà tuto dal vecio Zonin.
Nialtri ne tocava far San Martin parchè i Paroni dela Villa e de tuta la tera, poco dopo finia la Guerra, i gavea vendù fora tuto! Da la mura de Via Borgolecco fin in zima ala Via Pegnare e ala Via San Francesco de desso, e dala mura dela vecia Villa Casarotti fin ala mura ndove che ghe xe Via Volta desso. Tuto vendù!!! El Parco al Moro Fiasca che dopo el ga vendù al Comune. La Villa vendù a tochi a tri cuatro paruni. La tera sù pal monte ai fradei Gamba. De sti fradei, uno nol jera gnanca sposà e chelaltro el gavea cuatro fioi. La casa ndove che ndavimo in afito so la Via Borgolecco, la jera la ultima, passà l’ostaria ndove che jera el zugo de le bocce. La jera tacà co altre tre case co tre famejie difarenti. Dosento metri pì vanti ghe jera altre tre case una tacà l’altra. Là ghe stava me zia Veronica. Mi gavarò vudo du ani. El San Martin xe el me primo ricordo. Poco pì de on ano dopo che stavimo là, me go inacorto che ghe jera na toseta che la jera senpre casa da so nona. Ghemo scominzià a zugare nsieme. La se ciamava Anna Rosa. Cuela che, diventà Signorina, la se gà sposà co Bruno, so fradelo de Silvano e de Sergio (anca de Sandro, ma el jera massa picolo!).
Ndove che la Via Borgolecco la fa come na S, e so la seconda curva scomizia la Via Verdi, là nava vanti la mura co na stradela. Ntrà la mura e l’orto de la casa de Silvano, ghe sarà stà cuatro metri. De drio ala casa de Silvano ghe jera ncora case. Là ghe stava i fradei Filotto. So la curva de la strada ghe jera el rubineto de l’acua. Tuti se nava tore l’acua al rubineto cole sece e col bigolo! El rubineto el vignea sù da par tera, tacà a on toco de piera alta fa mi e sagomà rotonda par sora. Al Inverno bisognava ricordarse de assar verto on poco l’acua parchè se nò la se gavaria jazzà e no saria pì vignù fora acua finche no la se disgiazava! Naltro rubineto conpagno, el jera so la curva ndove ca scomiziava la Via Monte Grappa. Là, co jero pì grandeto che podevo portare el bigolo senza far tocare le sece par tera, navo anca mi a tore l’acua. Me mama tacava le secie sora el seciaro e ghe jera la cazza de rame par bevare. Naltro rubineto conpagno el jera poco distante de ndove che desso ghe xe la Vera da Pozzo sui Giardinetti. Là, co navo da me fradelo Vittorio chel stava ntela corte dei zeolari, zerte volte navo torghe l’acua par me cognà Flavia parchè Giorgio el jera ncora picinin e me nevoda Marianela no la jera ncora nata. So la stradela ndove che stava Silvano, se zugava dele bele partie de calcio. Se metea du sasi par tera ndove che scomiziava la stradela, par fare le porte, e altri du sasi ndove che finiva le case ala parte de cuà de la mura.
I fradei Filotto tirava fora la bala, se fasea le scuadre e se zugava fin che vignea ora de nar magnare ala sera! Luigi el stava on poco pì vanti, pena che se ndrizava la strada. Lù e so fradelo Gaetano, no i zugava tanto co la bala, ma i jera boni a zugare la ‘Porcola’. Par zugare, la ‘Porcola’ jera stà fata de on toco de manego de spazaora. On tochetin curto (diese zentimetri) co le punte par farlo saltare e baterlo col jera pararia doparando on toco de manego lungo poco manco de on metro. Ndove che ghe jera el rubineto, se metea el saso groso chel fasea de bota. Chi che scomiziava par primo, el gavea da batere la ‘Porcola’ al volo. Se calche dun la ciapava par aria cuel che la gavea batù el jera zà fora. Lora bateva chi che gavea ciapà la ‘Porcola’. Ma el pì bravo a zugare a ‘Porcola’ el jera Andrea, so cugin de Luigi. So la Via Borgolecco, verso el Monte Castello, ghe jera na mura alta, dal Porton de la Corte de Bellini, fin ala mura vizin ala casa de Silvano. E da lì, zigazagando, fin sù ndove che desso ghe xe Via Pegnare.
Prima che fusse scomizià la strada nova, (Via IV Novembre) xe stà scomizià a fabricare le prime do Case Fanfani. In fra mezzo, desso ghe xe Via Pedrollo. Dopo xe stà fabricà le case par i mpiegati del Comune: do case par i Maestri e do case par chi che laorava pal Comune. Calche ano dopo, xe stà fabricà la terza Casa Fanfani, dala parte de la curva dela strada. Là, dopo che el paron de la casa ndove che jerimo in afito ghe gà mandà el sfrato a me mama, semo ndà a stare nialtri. No gavivimo altre speranse. Me popà el jera in Svizara a laorare. Me mama la disea sù tarzeti tute le sere, e anca nialtri fioi. La pianzea, e la disea: “Ne tocarà nar dormire soto al Ponte… Madona jutene ti!” Col secondo San Martin, so ndà a stare ncora pì vizin a Luigi e Silvano e Andrea. So le altre do Case Fanfani, ghe stava Roberto so una e Guido stava so chelaltra. De tosete, a parte Anna Rosa, co jero pì picolo, co l’età che gavivimo, nessun savea se le jera al mondo. Le vedivimo co le nava a scola, in Cesa e ale Procesion, ma pal resto, lì ‘ntorno no me ricordo che ghin fusse! Caminando drio la Stradela dele Carpane, se vede ncora la mura vecia dela Villa. On pochetin pì bassa. E la và sù fin che la fà el giro co la riva al Capitelo e dopo la và vanti fin al muro de la vecia Villa, con calche porton par le case che ghe xe là desso. » (continua) (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 15-01-2019)

Foto: Uno scorcio di Via Borgolecco a Montebello alla fine degli anni 40 del Novecento. (Elaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA SCUOLA D’ARTE E MESTIERI

[237] LA SCUOLA D’ARTE E MESTIERI DEL CAV. ANGELO LUIGI ARGUELLO


Un personaggio eclettico e benemerito di Montebello Vicentino fu certamente il Cav. Angelo Luigi Arguello, fratello di Mons. Angelo Arguello.1 Nato nel 1867 fu insignito della medaglia d’oro di benemerenza per molteplici attività e cure verso l’istruzione popolare. Fu anche presidente della Congregazione della Carità e dell’Ospedale / Casa Riposo dal 1924 al 1937.
Ma l’istituzione più importante che volle realizzare fu certamente la Scuola d’arte e mestieri.
All’inizio degli anni 20 del Novecento l’Italia si ritrovava con moltissimi danni materiali ed economici lasciati dalla Grande Guerra e Luigi Arguello, pensando alla vasta popolazione operaia di Montebello s’impose di promuovere un’istituzione che contribuisse ad accrescere il loro valore tecnico e morale, soprattutto per quelli che non avevano né mezzi né tempo disponibile per frequentare la Scuola Professionale di Vicenza. Il suo progetto era la creazione di una Scuola di disegno geometrico, di ornato e di plastica applicata alle arti e mestieri. Chiese un appoggio al Patronato Scolastico e al Comune che lo sostennero assicurandogli un sussidio. Fu così che nel novembre del 1921 fu aperta la nuova “Scuola di disegno e plastica applicata alle arti e mestieri”, la cui sede fu situata accanto alla Scuola vecchia Elementare2 e, subito dopo, cominciarono le lezioni. Orgogliosamente così scriveva in una sua relazione nel 1934:
« Ho deciso di iniziare le lezioni, affidando la Direzione al Prof. Francesco Ghirotti, incaricandolo dell’insegnamento geometrico e della plastica. Alla Prof.ssa Marcucci Marianna diedi incarico dell’insegnamento dell’ornato e quale assistente nominai il maestro Chelucci Luigi. Le lezioni furono domenicali, dalle ore 7.30 alle ore 12 e vennero impartite dal Novembre 1921 al Maggio 1922. Ottimo fu il risultato ottenuto; su 51 iscritti i promossi furono 34. Essendo gli iscritti tutti operai di età maggiore, potei constatare nella maggior parte di essi una scarsa educazione culturale e perciò nel susseguente anno scolastico decisi di assumere un insegnante per le materie culturali, incaricando il maestro Camillo Brunetta dell’insegnamento dell’Aritmetica, dell’Italiano, della Geometria e della Storia. »3
Negli anni seguenti molti furono gli ‘aggiustamenti’ che permisero alla scuola di diventare un punto di riferimento anche per molte località limitrofe: Arzignano, Montorso, Brendola, Grancona, Sarego, Locara e Gambellara.
Luigi Arguello continua la sua relazione: «… Nell’anno scolastico 1923-24 la Scuola raggiunse il suo pieno sviluppo e, dato il numero sempre crescente degli alunni, assunsi il nuovo insegnante per la plastica, lo scultore Ugo Ravazzani.
L’anno scolastico 1924-25 vennero soppresse le lezioni culturali, poiché i nuovi alunni provenivano tutti dalle Scuole elementari e presentavano all’atto della loro iscrizione il certificato della classe Va elementare dimostrando cosi di possedere una sufficiente istruzione. Non di meno istituî un corso di perfezionamento per quegli alunni che, dopo aver avuto il certificato di promozione della classe IIIa, sentivano il bisogno di perfezionarsi ancora.
Sino all’anno scolastico 1929 e 30, la Scuola continuò sempre il suo andamento saliente, avendo una media di numero 60 alunni all’anno e dando degli ottimi risultati nel profitto. Nel personale insegnante, per varie ragioni, vi furono delle variazioni, però ne fu sempre Direttore il Prof. Francesco Ghirotti, che con vera passione seppe istillare ai numerosi alunni che frequentavano la Scuola l’amore per l’arte e per la tecnica.
Nell’ anno 1929-30 potei effettuare una necessarissima innovazione nella Scuola, che, sebbene per tanto tempo ritenessi necessaria non potei mai attuarla prima per ragioni economiche. Completai il corso di perfezionamento con l’istituzione del corso di Intaglio tanto necessario ai falegnami, affidando l’incarico dell’insegnamento all’esimio intagliatore Andrea Schettin, vanto e decoro dell’Artigianato Vicentino. »3

Nel 1934, per interessamento del Cav. Mauriziano Eliseo Boschiero, Presidente del Consorzio Provinciale per l’istruzione tecnica, la scuola d’arte e mestieri del Cav. Angelo Luigi Arguello passò a totale carico dello Stato.
Egli ricorda con riconoscenza i direttori susseguitesi nei vari anni scolastici: prof. Francesco Ghirotti, prof. Aldo Benella e il prof. Argo Castagna. Gli insegnanti: prof.ssa Marcucci Marianna, maestro Chelucci Luigi, maestro Paolo Venturella, maestro Giuseppe Svizzero, Ugo Ravazzani, Andrea Schettin, Munaretto Mario, Camillo Brunetta.
Nei 13 anni di vita della Scuola sotto la presidenza del Cav. Luigi Arguello conseguirono la licenza 135 alunni. Il corso di perfezionamento, effettuato solo negli ultimi 8 anni, venne frequentato da 39 operai che, ottenuta la licenza, divennero ottimi artigiani. In una mostra didattica delle Tre Venezie, promossa dal Provveditore agli studi del Veneto, la nostra scuola si classificò IIa vincendo la medaglia d’argento. Nello stesso anno 1934 lasciava la presidenza dopo che «… ho potuto avere la grandissima soddisfazione di vedere assicurata la vita della Scuola, per la quale ho lavorato vari anni nel silenzio, con costanza ed affetto … ».3 Nel 1937 Angelo Luigi Arguello, all’età di 70 anni, lasciò questo mondo e fu tumulato nel cimitero di Montebello. Il Consiglio Direttivo, qualche tempo dopo, pose un’epigrafe a suo ricordo a metà della rampa di scale di accesso della Scuola d’arte e mestieri. Ecco un altro personaggio che certamente meriterebbe l’intitolazione di una via a Montebello. (Riassunto e adattamento Umberto Ravagnani)

Note:
1) Di Mons. Angelo Arguello è già stato scritto in un precedente articolo di Ottorino Gianesato dal titolo “UN MONTEBELLANO DI ALTRI TEMPI”.
2) Si tratta di un edificio costruito sul lato sinistro della Scuola Vecchia Elementare, che fu anche sede delle Scuole Medie, attualmente inagibile perché pericolante.
3) Da A. L. ARGUELLO, “Relazione sull’istituzione e funzionamento della Scuola di disegno e plastica applicata alle arti e mestieri, istituita a Montebello Vicentino. Anno 1921 – 1934 XII“, Biblioteca Bertoliana di Vicenza.

Foto:
1) Il Cav. Angelo Luigi Arguello (cortesia Lucia Maria Arguello – Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
2) L’epigrafe a ricordo del Cav. Angelo Luigi Arguello sulla scala di accesso della Scuola d’arte e mestieri (APUR – rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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NUOVO ORGANO PER MONTEBELLO

[236] UN NUOVO ORGANO PER MONTEBELLO


Verso la metà degli anni 50 del Novecento si cominciò a pensare alla sostituzione del vecchio organo della Chiesa Prepositurale. Dal 1953 era Prevosto, a Montebello, don Mario Cola di San Bonifacio, il quale avrebbe condotto questa Parrocchia fino al 1978. Nel suo diario, già iniziato dal suo predecessore don Antonio Zanellato, nell’anno 1957, a proposito dell’organo, così scriveva:

« La nostra Chiesa ne aveva estremo bisogno – era fornita prima con un “De Lorenzi” che gravava con un’impalcatura sull’altare maggiore, rendendolo pesante.1 Si pensò a una trasformazione radicale, liberando l’altare Maggiore di tutto. Le trattative dopo vari assaggi, ebbero luogo fin dal luglio 1957 con la ditta Vincenzo Mascioni di Covio (Varese),2 rinomato e preciso. Si praticò un arco sulla parete che comunica coll’Oratorio, accompagnando l’Architettura, incompleta nella parte superiore dello sfondo della Chiesa. Il primo disegno comportava una grata che nascondeva le canne, come si vede dalla fotografia, ma non piacque a nessuno. Fu necessario riprendere un nuovo disegno, a canne libere, come si vede sotto. Ciò portò ad un ritardo nella esecuzione e nella inaugurazione, che ebbe luogo il 28 maggio 1959. La spesa passò da £ 5.900.000 a £ 6.300.000.
Ora la struttura è perfetta e di comune soddisfazione. Vedi gli atti relativi all’organo nella cartella in Archivio, e i particolari dell’inaugurazione alla pagina seguente.
Il vecchio organo fu ceduto per £ 300.000 a una Chiesa di Bologna-Borgo Panigale a ½ Guarini di Bassano»

Incollato sul diario poi troviamo un breve articolo a stampa che ricorda il giorno preciso dell’inaugurazione:
L’inaugurazione ufficiale dell’Organo fu fatta il 28 Maggio 1959, festa del Corpus Domini, giorno di pioggia, alla presenza delle autorità, di molto popolo e di numerosi sacerdoti. Il concerto fu tenuto dal Maestro Renzo Buja del Conservatorio di Padova. Presenti anche i Signori Mascioni, costruttori del magnifico strumento. Ora loderemo più solennemente il Signore. (Libero adattamento Umberto Ravagnani)

Note:
1) In una splendida cartolina dei primi anni 50 si può notare com’era effettivamente sistemato il vecchio organo: era appoggiato su un soppalco che fungeva anche da ‘coro’, appeso sul fondo della Chiesa, come si può vedere nell’immagine, di un precedente articolo: “EL CORO SORA L’ALTARE”.
2) La ditta Mascioni è una delle più antiche fabbriche d’organi d’Europa ed è attiva a partire dal 1829. L’arte organaria si tramanda di padre in figlio, da sei generazioni la Famiglia Mascioni costruisce organi e da 40 anni restaura organi storici. Da anni si occupa della manutenzione degli organi della Basilica di San Pietro in Vaticano e degli organi del Duomo di Firenze; ha inoltre ottenuto di recente l’incarico formale per la ricostruzione dell’organo per la Basilica del Santuario di Fatima in Portogallo. Sono quasi 1200 gli organi costruiti sinora.

Il nuovo organo costruito per la Chiesa di Montebello è numerato come ‘opera 767’, ha 2 tastiere e 23 registri.

Foto:
1) L’immagine mostra la prima proposta della ditta Mascioni per il nuovo organo di Montebello (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
2) La versione definitiva del nuovo organo di Montebello della ditta Mascioni (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL DISERTORE E IL PRETE PATRIOTA

[235] IL DISERTORE E IL PRETE PATRIOTA

Durante l’occupazione e l’amministrazione del Veneto da parte dell’Impero austro-ungarico (1815 – 1866) non si contarono gli episodi di insofferenza mista a ribellione che si verificarono nel territorio vicentino.
Il 5 gennaio 1863, il commissario distrettuale di Lonigo, che aveva la giurisdizione anche su Montebello, informò l’imperial regio delegato di Vicenza, cav. Gio.Batta Ceschi riguardo un mancato arresto che la gendarmeria montebellana non eseguì in quel di Gambellara.

“Il posto di Gendarmeria di Montebello nell’agosto 1862 riferiva a questo ufficio (di Lonigo – n.d.r.) di non aver potuto eseguire l’arresto del soldato in permesso Lorenzo Gollin di Gambellara, al che era stato requisito direttamente dall’Imperial Regia Autorità Militare pel motivo che un di lui fratello ne aveva coadiuvato la fuga dalla casa paterna e che successivamente il Rev. Parroco Don ANDREA SANDRI lo aveva consigliato a non presentarsi, anzi di evadere in Piemonte.
Fatta immediatamente la relativa denuncia alla locale Imperial Regia Pretura pel relativo processo contro tutti e due gli imputati, il primo dei quali era stato anche catturato, veniva questo, poco dopo, ridonato alla libertà come affatto innocente e, proseguite le investigazioni a carico del secondo fino a che dall’Imperial Regio Comando di Fortezza di Verona ne fu decretata la cessazione.
La taccia (sospetto o colpa – n.d.r.) affibbiata al Reverendo Parroco sembrava avere un qualche fondamento sulle dichiarazioni dell’Imperial Regia Gendarmeria (di Montebello) che cioè il Gollin avesse dormito per 3 notti nella casa canonica e per una notte in chiesa. I risultati della procedura non confermarono, come sembra, tali circostanze. Il Parroco di Gambellara Don ANDREA SANDRI è un in individuo che vive ritiratissimo e la di lui condotta, tanto politica che morale e sociale, non va soggetta a rimarchi. Vuolsi benissimo che nel 1848 egli abbia predicato la rivolta ed è certo che a quell’epoca andò incontro a seri dispiaceri e fu anche dal Potere Militare arrestato (fu incarcerato a Verona – n.d.r.), ma posteriormente, fino ad oggi, non si hanno dati per ritenere, od anche solo per sospettare, che egli nutra sentimenti esaltati o contrari al legittimo organo,
Qualche maggior lume, sul fatto che diede luogo alla procedura criminale, potrà essere offerto dal soldato Gollin se e quando farà per ritornare in questi stati.
Dall’atto che mi onoro di evadere in tal modo l’ossequiente Decreto 29 dicembre p.p. n° 1276, non manco di assicurare la S.V. illustrissima, che fu disposta, e sarà mantenuta sul contegno in genere del Parroco Sandri una cauta sorveglianza.

Se in quel tempo Gambellara aveva un arciprete di spirito patriottico Montebello non era da meno, visto che il suo prevosto Nicolò Spinelli era arrivato alla guida spirituale dei montebellani (solo per un paio di anni 1856-1858 – n.d.r.) dopo aver diretto a Vicenza la parrocchia di San Faustino e Giovita la cui canonica diede ospitalità ad un circolo di rivoluzionari (vedi “LA SCUOLA VECCHIA ELEMENTARE DI MONTEBELLO” – 2018).
Il prof. Luigi Zonin nel suo libro “SE IL VINO E’ PANE” edito nel 2013 definisce don Andrea Sandri un parroco scomodo e liberale che restò però sempre nel cuore dei gambellaresi. Uomo di grande intelligenza e cultura, nacque a S.Vito di Leguzzano il 31 maggio 1804. Si laureò in filosofia a Padova e nel 1826 fu ordinato sacerdote. Fu nominato maestro di grammatica, filosofia, storia universale e matematica presso il seminario.
Nel 1843 fece il suo ingresso trionfale a Gambellara e come arciprete qui visse fino al 1875 ritirandosi poi a Vicenza a vita privata. Non dimenticò mai la sua Gambellara e non mancò di ritornarvi. Proprio durante una visita alla sua vecchia parrocchia cessò di vivere improvvisamente il 20 febbraio 1884 alla soglia degli 80 anni.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Litografia con don Andrea Sandri appena ordinato Arciprete di Gambellara nel 1843 (cortesia Luigi Zonin, elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UNA DOMESTICA PERICOLOSA

[234] UNA DOMESTICA PERICOLOSA


La storia che vi proponiamo questa settimana si svolge alla fine del 1937 e le ‘vittime’ di questa singolare disavventura sono il commerciante Giovanni Zin (omonimo del più celebre nostro compaesano e geniale matematico) e sua moglie Lucia Cengio, residenti a Montebello Vicentino. I due, in quel periodo, abitavano, per motivi di lavoro e temporaneamente, a Milano, in via Tertulliano 60, poco lontano da Porta Vittoria.
Avevano accettato in casa, come domestica, una giovane ragazza, figlia di un loro conoscente, certi della sua onestà e bravura. In effetti, fin dai primi giorni di servizio, la giovane si era dimostrata zelante e cordiale verso i nuovi ‘padroni’, i quali erano molto soddisfatti del suo servizio e dei suoi modi premurosi ed educati.
Passato un po’ di tempo, una sera, mentre la domestica serviva la cena, la signora Lucia notò in lei qualcosa di diverso dal solito: sembrava nervosa, un po’ taciturna, e le chiese « che cos’hai, non stai bene? » Lei rispose « non ho niente, sono solo un po’ stanca ». Finita la cena le chiesero di poter bere un buon caffè, come erano soliti fare. Dopo alcuni minuti la ragazza tornò in sala e servì ai signori Zin il caffè caldo e fumante. Giovanni ne bevve subito un sorso ma, appena lo ebbe ingurgitato, avvertì un senso di repulsione e, rivolto a sua moglie Lucia, le disse allarmato: « non lo bere: è avvelenato! ». Giovanni pensò immediatamente a disintossicarsi con una scodella di latte, che è un ottimo depurativo, in modo da liberarsi del sorso di caffè contaminato.
Ripresisi dallo spavento i coniugi Zin interrogarono subito la domestica per capire che cosa era successo. Erano sicuri della sua buona fede ma non riuscivano a togliersi dalla testa il sospetto che la ragazza all’improvviso, per qualche ragione sconosciuta, avesse deciso di avvelenarli. Rimasero sconcertati dalla confessione della giovane governante. Ingenuamente disse loro di essersi ingolosita della bellissima biancheria di seta che aveva visto nel loro armadio e che, desiderosa di averla per sé, aveva pensato di avvelenare i suoi padroni mettendo delle gocce di acido nitrico nel loro caffè. Una volta che fossero morti, si sarebbe impossessata degli indumenti preziosi e sarebbe fuggita. Gli Zin, rimasero turbati, ma seppero trattenersi dall’inveire contro la ragazza e decisero di accompagnarla a letto. Le rimasero accanto finché non si addormentò. La mattina seguente, con un piccolo strattagemma, la portarono al Commissariato di Porta Vittoria e raccontarono il fatto al responsabile dott. Brienza. Interrogata la sventurata servetta, questa non esitò a confermare il racconto già fatto agli Zin, aggiungendo che era stata indotta a commettere il tremendo atto da una giovane cameriera che aveva incontrato, per caso, qualche giorno prima. Quest’ultima le disse che era riuscita, dopo aver uccisa la sua padrona, ad entrare in possesso della sua bella biancheria di seta.
Non potendo identificare in nessun modo la fantomatica cameriera ‘istigatrice’, il Commissario realizzò che la domestica degli Zin si era inventata tutto. Considerato quanto terribile fu il gesto premeditato rispetto a quello che voleva ottenere, la ragazza fu, senza esitazione, internata in un istituto psichiatrico.
(Dal Corriere della Sera del 16/12/1937)
Riassunto e adattamento di Umberto Ravagnani

Foto: Giovanni Zin e la moglie Lucia Cengio (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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PEGGIORE DI COSÌ …

[233] PEGGIORE DI COSÌ … (La personificazione del male)

In questa storia settecentesca Montebello e il suo Vicariato rappresentarono il limite invalicabile che un losco figuro fu condannato a non oltrepassare, provenendo da Vicenza, ossia 6 miglia (circa 10 Km) da S. Giovanni Ilarione, in considerazione del fatto che la giurisdizione montebellana si estendeva anche su Gambellara.
Nel 1764 S. Giovanni Ilarione, anno in cui questa narrazione ebbe il suo epilogo, apparteneva al Territorio vicentino e i nobili Balzi, cittadini di Vicenza, in questo comune della Val d’Alpone vi possedevano case e beni considerevoli.
Da parecchi anni Gian Francesco Balzi del fu Achille vi abitava stabilmente e ostentando posto d’autorità e d’incompetente dominio sopra quegli abitanti e pur anco sulle ville vicine (soprattutto Montecchia di Crosara) col suo depravato contegno e stravaganti procedure recò loro, in vari modi, inquietudini, danni e oppressioni. Appassionato cacciatore, con lo spirito della sua prepotenza pretese di essere il solo ad esercitare questa attività, al punto che se avesse trovato qualcuno sulla sua strada nell’esercizio della pratica venatoria gli avrebbe infranto lo schioppo e offeso la persona con schiaffi e bastonate. Vessazioni arrecate da lui stesso e dai suoi sgherri tenuti come cacciatori. Gli abitanti erano terrorizzati e non osavano minimamente contraddire la sua condotta che provocava loro solo desolazione, anche quando il Balzi e la sua muta di 12 cani bracchi, oltre al seguito dei “cacciatori”, danneggiavano le campagne con i frumenti già da mietere, le colture in atto, se non mature, e inoltre senza mai rifondere i proprietari dei polli che i cani abbattevano.
Nel suo palazzetto di S. Giovanni Ilarione diede spesso ospitalità a persone empie e micidiali già colpite da procedimenti penali di “bando” sostenendole e proteggendole. Tra queste tale Zuanne Allegro detto “sartore”, Paolo dal Cortivo detto “Paolazzo” e Tomio Loverno. Di quest’ultimo losco figuro i capi del comune ne volevano l’arresto da parte della Giustizia, ma gravemente minacciati dovettero desistere dal farlo.
Nemmeno il notaio di S. Giovanni Ilarione fu risparmiato dai soprusi e dalle violenze del Balzi e compagni di sventura del professionista furono Battista Righetto e Francesco Salgarolo bastonati e ridotti a mal partito.
Stesso trattamento ricevettero Antonio Roccabianca di Montecchia, dopo essere stato ospite, con l’inganno, del Balzi e Antonio Menegolo reo di non aver accomodato certo suo debito. Con ostentata soverchieria assoggettò spesso i suoi creditori ad ingiusti esborsi.
Tutte queste povere vittime andavano ad aggiungersi alla schiera di coloro che non osarono ricorrere alle cure mediche né sporgere denuncia per non incorrere in peggiori pericoli.
Soprattutto durante il periodo pasquale, i parroci, per traerlo dalle laidezze dell’adulterio e del concubinato, tentarono di riportarlo alla ragione con il risultato di ricevere minacce e parole ingiuriose. Tre di loro, nel giro di pochissimi anni, nauseati dal suo contegno, abbandonarono l’incarico rinunciando al “benefizio”.
Numerose le varie giovani nubili adescate e ridotte alle illecite di lui compiacenze. Resa gravida una di esse, fraudolentemente la fece sposare a un suo dipendente, che fu poi costretto ad abbandonare il paese e lasciare l’infelice donna preda dei suoi capricci. I numerosi figli messi al mondo da costei furono cresciuti nella casa del Balzi e non mancarono in paese continue mormorazioni. Non trascorse molto tempo che la donna venne a mancare indispettita forse nel vedere il suo aguzzino assorto da novelle impudiche fiamme.
La favorita di una di queste, molto “premurosa” nei confronti del Balzi, ebbe “l’onore” di confondere le proprie ceneri con quelle degli avi di quest’ultimo.
Non fu mai sazio di angustiare i poveri abitanti giungendo al punto di mettere mano ai registri delle “Colte Comunali” (tasse – n.d.r.) facendo cancellare ogni suo debito e quello dei suoi dipendenti, con grave pregiudizio per le casse del paese.
Ai danni provocati da lui e dai suoi cani nell’esercizio della caccia, si aggiunsero quelli causati dai suoi numerosi animali: bovini, muli, porci e pecore che pascolavano indisturbati nei campi altrui distruggendo i raccolti.
Da questi danneggiamenti non fu risparmiato nemmeno il fratello, che dopo la morte del loro padre godeva di propri beni frutto della divisione dell’eredità. Soprattutto i terreni che entrambi i fratelli possedevano lungo il torrente Alpone non poterono godere delle cure e degli interventi necessari a protezione degli stessi. Anzi Gian Francesco non fece nulla a cui era obbligato proprio perché i terreni del fratello restassero esposti alle piene del torrente.
Finalmente dopo l’ennesima denuncia, la giustizia trionfò e pose fine a quelle scellerate nefandezze di cui Gian Francesco Balzi si era macchiato.
Fu condannato ad esser relegato nella Reale Fortezza di Palma (Palmanova) con le condizioni ed obblighi dei relegati per mesi 18. Trascorso questo periodo che per 20 anni non potesse poner piede nella villa di S. Giovanni Ilarione e suoi luoghi per 6 miglia. Sentenza del Giudice Francesco Paruta
(ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA – “RASPE” busta n° 11 – sentenza n° 123)
Riassunto e adattamento di OTTORINO GIANESATO

Illustrazione:
Scene di caccia (1893-1894) olio su tela di Guido Grimani (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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I CACHI E I FLYING-FOX

[232] I CACHI E I FLYING-FOX

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Nel nostro appuntamento mensile, Lino Timillero dall’Australia ci racconta di una ‘chiacchierata’ con un amico di Velo d’Astico, anche lui emigrato in quel lontano Paese:
« Cari Amici, a gò da contarve ca me son catà ‘ncora co cuel sior da Velo d’Astico. ‘Stavolta, l’ocasion xe stà na reunion dei Alpini. El Grupo de Wollongong xe ‘ndà fin a Sydney, e mi me son trovà là par far do ciacole co la conpagnia. Zerte volte, la conpagnia la te tira su de morbin mejio ca on par de biceri de vin bon! Dopo verse dito come ca se stava e conpagnia bela, me son inacorto ca el gavea calcossa sol stomago, come on gropo ca nol ghe ‘ndava xo! Voleo dimandarghe cossa ca ghe jera, ma go spetà par vedare se, pian, pianelo, el se disgropava ciacolando. Come ca fusse gnente, el me dimanda sa go mai visto on ‘Flying-Fox‘?1 “Mi no.” ghe digo, “parché?” “I xe drio a farme diventar mato” dise ‘ncora lu. “Varda ca i go sentii nominare, ma no i go mai visti” ghe digo. “Papastrji! I xe papastrji. Ma grandi! Grandi! Se no te sé cossa ca i xe, cuando ca xe sul’inbrunire, e t’in capita un cal te svola vizin, el te fa vignere on colpo! “Ma cuanto grandi sei?”, ghe dimando mi. “I pol rivare anca fin a on metro e meso co le ale sverte! Te imaginito che bestia? Co la pele come on gato griso, muso nero da ‘possum’, col pelo color de la volpe torno al colo, e le ale nere, ca de note gnanca no i se vede! “(el ’possum’ el và in giro de note anca cuelo, ma co cuatro zate el xe come on gato).
“Ma parché sei drio farte diventar mato?” ghe dimando. (Tanto par capirse par Talian, el se dise: ‘flain fox’, ca vol dire ‘volpe volante’). “Vizin a ndove ca stò de casa, ghe xe el “Lane Cove National Park”. Sto Parco el xe cussì grando ca te pare ca nol finissa pì! El va drio al ‘Lane Cove River’, da indove cal rio scomizia, e fin cal va a finire rento al “Parramatta River” e te si rivà nte la ‘Baia de Sydney’, cuasi soto al ‘Ponte’!
“I ‘Flying-Foxes’ i me fa diventar mato parché, se no stò tanto tento, i me magna fora cuei pochi de perseghi e bronbe ca go de drio e davanti de casa! Lo seto cossa ca vol dire? Te pianti xo i persegari. Te pianti xo le bronbare, ma no la xe gnanca cuela. Prima te ghe da nare a catarli! Ndove veto? A Narellan? A Malgowan? Cuei xe i posti cuà vizin, ndove ca ghe xe le ‘Nursery[vivaio] pì bone. Là se trova de tuto: fiori, piantine de verdure, e anca piante de castagnara, par chi ca le vole. Ma mi, parché zercavo on par de piante de cachi, me ga tocà ndare fin a ‘Bowral’. Seto ndò ca xe ‘Bowral’?” “Sì. Xe vizin a Berrima, ndove ca ghe xe la fabrica de ‘Cemento’,” ghe digo. “A go tanto tribolà par far cresare i cacari. Le bronbare e i persegari, i ga fato presto a tacare e a fiorire. Ma i cacari no i volea saverghene. I cresea a du ramiti e na dozena de foije al ano. Dopo cuatro stajon, a me son dito ca li gavaria cavà su se no i se metea a far fiori. Co i gavea scomisià a perdare le foije, le gavea on colore propio belo rosso, cuasi come le foije de le visele de ua crinta, te ricordito? Li gaveo inluamarà ncora. Ala fine de Lujio gavea piovesto bastansa e, come se i cacari i me gavesse sentio, i gà butà fora i fiori!” “E alora, te saré contento, no.” ghe fasso mi. “Contento par chel poco de fioridura si, ma el primo ano no xe vignesto fora gnanca on caco. Tuti i fiori xe cascà par tera! E ghemo magnà anca puchi perseghi parché xe sta lora ca me go inacorto dei ‘Flying-Foxes’. I vegnea su dal Parco, da ndove ca i se tacava rento le caverne. Se un stava tento, el li vedea vignere su come ca se vedea girare i s-ciapi de storlini ca rivava xo da la Pria Foràco jero ncora a Velo. Ma tanti, da ciapar paura! E le bronbe, me ga tocà magnarle meze crue parché no saveo ndove nare par conprare le rete da metarghe sora le piante. L’ano dopo, na cariolà de luame par le cuatro piante, gira de cuà e de là par catare le reti, e parecia paleti e tubi par cuerzere le piante. Si, jero in pension, ma no voleo mia diventar mato par colpa dei ‘Flying-Foxes’!
A la me dona, i cachi i ghe piase tanto! Par Inglese i se ciama ‘Parsimon’. Ma no xe ca sin cata tanti, al ‘shop’, e i costa anca cariti, e gnanca tanto boni se xe par cuelo.” Gino el vardava in giro ca me parea cal zercasse calche dun ca el conosea. On puchi de Alpini i se gavea inmucià sora al palcheto ndove ca ghe jera cuel ca sonava la Fisarmonica, e i gavea scomizià a cantare le canzon dei Alpini! Par prima: “Sul Ponte di Perati”. “Chi zerchito” ghe dimando? “Son drio vardare sa passa cuel Abruzese ca me gà mostrà ndove nare a catare le rete par le piante. Anca lu, el podaria dirte come ca i xe i ‘Flying-Foxes’ parché xe stà lu a sveiarme fora!”
L’Abruzese nol se vedea e Gino el se ga messo a contarme de come ca le ave le ndava torno ai fiori dei cachi. “Gheto mai vardà come ca i xe fati i fiori dei cachi? No? I xe come canpanele bianche e picole, col risvoltin con zincue, sié puntine. Te dovarissi vedare come ca fa la ava a nar rento sol fiore par ciuciarlo. La se infila drento a la canpanela co la testa, e la se tira sù suito co le zatele. La va su fin inzima ca se vede fora apena el de drio, tirandose rento co le ali e tuto. Co la gà finio con chel fiore, la se urta fora, e la svola suito drento a naltro fiore come ca la fusse drio a laorare a cotimo! E cussi fa anca tute chel’altre ave!!! Na maraveia! La prima volta ca jera vignesti fora i fiori sol cacaro so sta la a vardarli parché no li gaveo mai visti. Le ave le ghe nava in giro ma mi no ghe faseo tanto caso. Dopo na setimana go visto ca i fiori scomiziava a cascare par tera. Saveo ca se cascava el fiore dal Limonaro, cascava anca el limon ca saria dovesto vigner fora da cuel fiore! Inveze, dal cacaro el fiore el se fasea da bianco a maron e el cascava ma el caco el jera xa su, restando tacà al ramo de la pianta par cresare par on sié mesi e farse zalo e pronto da esar magnà! Eco, vidito, dopo tuto el laoro mio e de le ave, no posso mia assarghe a cuei ‘can dal’ostrega dei “Flying-Foxes” a magnarme tuti i cachi! Ti, cossa ghin disito?” “Cossa voto ca tin diga mi! A me ricordo ca al me paese, ghe jera piante de cachi ndove ca i gavea fabricà le case ‘Fanfani’. Ma chi ca le gavesse piantà, o parché proprio cachi, a no lo so mia seto? A me ricordo anca ca i jera picoli e no i se maurava mai!” E lu, Gino, suito el me fa: “El paron dela ‘Nursery’ el me ga sicurà ca la cualità de i me cachi la xe la mejio! E i xe anca bonorivi! Sa semo ncora vivi, par la fine de Marso, o i primi de Aprile, co se cataremo ncora, te li farò saiare!” “Parola?” ghe fasso mi. “Parola”, me dise lu, “e no ghe sarà “Flying-Foxes” o chialtri disgazià de “Possum”, ca i me possa fermare.” “Bravo Gino, cussi se ga da metarla!!!”
E se ghemo bevesto naltro bicere de vin, magnandoghe drio tre cuatro ‘cashews[anacardi], ca le xe pì bone de le bajiie, tanto, Gino el saria ndà casa co la machina del Abruzese, e mi, col bus dei Alpini! » (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 14-11-2017)

Note:
1) I Flying-fox (volpi volanti) sono pipistrelli giganti, mammiferi nomadi che viaggiano su e giù per la costa orientale dell’Australia, principalmente lungo la pianura orientale.

Foto: I Flying-fox, anche se un po’ paurosi a vedersi, sono animali intelligenti e straordinari. Questi esseri peculiari aiutano a rigenerare le foreste e mantenere sani gli ecosistemi attraverso l’impollinazione e la dispersione dei semi. È una specie migratrice e nomade su cui molte piante e animali fanno affidamento per la loro sopravvivenza e il loro benessere. (Elaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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