NOTTE TRAGICA A MONTEBELLO

[285] NOTTE TRAGICA A MONTEBELLO

Martedì 16 maggio 1905 la popolazione di Montebello era in apprensione per le notizie allarmanti che arrivavano da gran parte del vicentino: molti fiumi e torrenti erano in piena e minacciavano l’esondazione. In particolare preoccupava il Guà che ad Arzignano alle 22.00 aveva toccato il livello di mt. 3.80. Il Bacino di Espansione non era ancora nemmeno in progetto, sarebbe stato realizzato nel 1927. Difficile proteggersi da questa minaccia imminente che si era già presentata molte volte nei secoli precedenti, spesso con conseguenze devastanti.
Nello stesso giorno giungevano tragiche notizie anche da Cologna Veneta, più a sud nel veronese, dove il Guà aveva rotto i nuovi argini da poco costruiti per deviare il torrente e portarlo fuori dal centro abitato.
Nella tarda notte fra il 16 e il 17 maggio, a Montebello, successe la tragedia: al confine con Montecchio, non lontano da dove la Strada Regionale 11 (allora Strada Provinciale) viene attraversata dal Signolo, il Guà ruppe l’argine sinistro provocando la fuoriuscita delle acque che ricoprirono tutta la campagna verso il nostro paese, a cominciare dalla prosperosa tenuta della Gualda, proprietà, allora, del Cav. Domenico Veronese.
Dal libro di Antonio Fabris “Brentane” leggiamo che il 17 maggio 1905 il quotidiano “La Provincia di Vicenza” apriva con un titolo drammatico: “A Montebello Gli orrori di una notteTre ponti caduti”. Ecco la cronaca come riportata dal giornale vicentino.

« Filari d’alberi divelti, case abbandonate emergenti da un lago, un biancheggiare di ghiaie tra il verde dei prati e dei frumenti, una grande rovina, e un aggrupparsi di contadini nello stupore doloroso del disastro, che diventava più irreparabile quanto più ci si avvicinava a Montebello dove la furia cieca degli elementi si è scatenata con intensità e con simultaneità terribili, in una notte di spavento. Da Montebello passano il Guà il Chiampo, alla distanza di un chilometro e nel grande avvallamento interposto corre un terzo torrente minore l’Aquetta. Ieri notte Chiampo e Guà erano gonfi e veementi come di raro si vide.
Il Chiampo sovrasta, si può dire, il paese steso immediatamente alla sua destra, sopra corrente, dove lo scolo Rosegoto che viene da Perosa vi mette foce. L’argine ruppe nel 1901 all’altezza delle possessioni della Congregazione di Carità di Vicenza e costituisce una minaccia; anche ieri notte esso appariva il punto debole, il pericolo, perché vi si manifestavano abrasioni, filtrazioni, i segni precursori delle rotte ai quali la opera ansiosa dei terrazzani e dei funzionari del Genio Civile tentava di porre riparo.
Ma il Guà cresceva, continuamente, sormontava il ponte, travolgeva i sacchi di sabbia e di ghiaia gettati sugli argini, brontolava sinistro, s’affacciava ormai all’ultimo lembo della sponda per precipitarsi sul paese.
Nella notte tempestosa squillarono i richiami delle campane a martello; tutti uscirono angosciosamente dalle case, sotto la pioggia, nel terrore dell’imminente flagello. Ed ecco uno scroscio, un rombo, un grido: il Chiampo ha squarciato l’argine alla sinistra, dalla parte opposta di Montebello, e la corrente si rovescia nell’ampio piano sottostante, da dove i contadini già si erano messi in salvo, disertando le fattorie: trascinandone via gli animali.
Che la rotta sia manifestata in quel punto, piuttosto che sulla sponda destra, poté parere provvidenziale perché risparmiò un disastro che avrebbe potuto segnare anche vittime umane. A un chilometro di distanza, sul Guà, impetuosissimo, spaventevole, si combatteva intanto una eguale lotta disperata. Il torrente toccava già l’altissimo ponte delle Asse, al quale conduce una doppia, ripida rampa, dall’una parte e dall’altra della quale stanno dei cascinali. In quel luogo, si presentava maggiormente il pericolo, e con più attività si tentava di opporvisi.
Dalla breccia il Guà si riversò sui fondi Brunelli, coprendoli di ghiaia, e si diresse verso la ferrovia, la quale corre sopra una linea che attraversa i due torrenti formando un manufatto alto un quindici metri sul piano delle campagne. Fu per la deviazione del Guà che vi crollò il ponte del casello 83, la cui notizia giunse iermattina in citta lasciando credere, nella prima informe diceria, che fosse crollato quello più grande sul torrente, subito dopo il passaggio del diretto. Sul torrente è gettato infatti un ponte grandioso in ferro a quattro campate, sostenuto da tre robustissimi piloni e da due poderosi rinfianchi in pietra; ma non è su questo che avvenne il sinistro. Più verso Vicenza, ad un chilometro circa dal ponte sul Guà, vi sono due viadotti, per il defluire delle acque delle campagne. Il Guardiano al casello n. 83, Giovanni Rezzaro, di 48 anni e da 25 in servizio dell’Adriatica, dopo il passaggio del diretto delle 2,51 pensò di ispezionare quello cosiddetto dell’Arsenale.
Il diretto era passato regolarmente, colla consueta velocita, senza neanche badare al segnale del casellante al ponte sul Guà, che voleva fermarlo per avvertirlo dei possibili pericoli e invitarlo a procedere lentamente e a osservare i segnali dei cantonieri, va, e nella notte buia parve al Guardiano di osservare che una parte della scarpata fosse franata. Il viadotto ha un solo arco, della luce di 7 metri; i due piloni posano sopra una platea nel mezzo della quale e scavata una canaletta di un metro e mezzo di larghezza, per la quale defluiscono normalmente gli scoli.
L’abrasione si mostrava appunto nella platea, sulla quale hanno base i piloni. Il cantoniere svegliò la moglie: alle 3,30 doveva arrivare da Verona un treno merci, ed egli credeva prudente di fermarlo fintantoché non si fosse sincerato dello stato del viadotto. Furono posti i fanali rossi sulla linea e la donna corse verso la stazione di Montebello, da dove infatti poco dopo si avanzava bensì il merci, ma per fermarsi sopra il ponte del Guà.
Frattanto il guardiano rifaceva la strada verso il ponte dell’Arsenale. Quando vi giunse si trovò davanti una voragine: il ponte era scomparso, e con esso un tratto del manufatto ferroviario per un trentaquattro metri! Nel baratro l’acqua passava vorticosissima, rumoreggiando.
Il cantoniere corse a dar l’annuncio del crollo alla stazione, dalla quale fu telegrafato a Tavernelle perché fosse impedito l’avanzarsi dei treni da quella parte.
Pochi minuti dopo la rotta al Ponte delle Asse, il letto del torrente restò quasi improvvisamente all’asciutto: un’altra rotta si era verificata sopracorrente, sulla riva destra. II Guà andò cosi a congiungere le proprie acque con quelle del Chiampo e a inondare insieme la zona avallata di campagne in mezzo alle quali scorre l’Acquetta. E cosi anche questo piccolo torrente diventò improvvisamente terribile.
Al di là della linea della ferrovia, l’Acquetta segna una curva, passando sotto il ponte della strada carrozzabile che conduce a Fara e a Meledo. Ebbene: anche questo ponte, di pietra solido e ampio, fu abbattuto, completamente.
Non si limitarono peraltro a queste soltanto le rotte del Guà; sulla sponda destra se ne manifestò presto una terza, e poi più in alto una quarta, le quali determinarono il danno maggiore per i beni comunali e per la tenuta della Gualda. Molti punti di esse vennero coperti da larghi strati di ghiaia, che riempirono i fossati, e raggiunsero talvolta l’altezza di due uomini; ma sono queste zone relativamente limitate; e il danno più notevole deriva dalla perdita completa di ogni raccolto per l’annata, perché tutto, assolutamente tutto è miseramente rovinato per vastissime estensioni! Ieri sera il Signolo ingrossato dal Guà al 13° chilometro da Vicenza, fra Tavernelle e Montebello, ha investito il ponte sulla ferrovia all’Orna, abbattendolo. »

Anche a Meledo vi furono ingenti danni e a Sarego il ponte sul Guà fu quasi completamente distrutto (vedi foto).

Foto: Cartolina postale che ricorda Il crollo del ponte sul Guà a Sarego il 17 maggio 1905 (collezione privata di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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SCIOPERO AL PONTE NOVO

[284] LO SCIOPERO AL PONTE DELLA FRACANZANA

A cavallo tra il ‘600 e il ‘700 i marchesi Malaspina si distinsero a Montebello per la loro perizia e competenza nel dirigere e presiedere alcuni lavori di pubblica utilità.
In particolare il loro intervento fu richiesto dalle autorità di Vicenza quando il torrente Chiampo provocò un eccessivo e pericoloso accumulo di ghiaia sotto il ponte della Fracanzana (ponte Novo). Per evitare guai maggiori, già da tempo le autorità vicentine avevano approvato l’innalzamento del ponte di 4 piedi, ossia metri 1,40, ma di riflesso questa modifica avrebbe comportato la contemporanea elevazione delle rampe o “pontare” di accesso al manufatto medesimo.
Quindi, in virtù della passata maestria e competenza dimostrate il marchese Gio.Carlo Malaspina fu incaricato di sovraintendere ai lavori con un occhio di riguardo alla “pontara”, (o discesa) verso Verona.
Si era già nella seconda metà del mese di giugno 1712 ed il marchese si dovette scontrare con una difficile realtà: mancavano gli operai e i mezzi agricoli di trasporto necessari per l’escavazione della ghiaia dal torrente Chiampo poiché si era nella stagione della raccolta soprattutto del frumento. A onor del vero il marchese aveva preventivamente informato le autorità vicentine che questo periodo era sì adatto all’estrazione delle ghiaia, complice la siccità estiva, ma era altrettanto idoneo e necessario alla raccolta dei “grani” ed al taglio dei fieni.
Ecco allora la spiegata la causa di questa forma di sciopero ed astensione dal lavoro che aveva portato gli operai ad incrociare le braccia contro la costruzione della rampa del ponte. Ma il Capitanio di Vicenza, Sebastiano Foscari, non volle sentire le ragioni dei montebellani e ordinò al marchese Malaspina di far progredire i lavori sotto pena di 500 Ducati.
Pertanto al marchese Gio.Carlo Malaspina non restò altro che far la voce grossa e minacciare gli addetti ai lavori scatenando proteste e lamentele con la contemporanea astensione della maggioranza delle maestranze.
Finalmente, grazie all’intercessione di chissà quale santo, il Capitanio di Vicenza raccolse le suppliche dei poveri operai e contadini impiegati nella costruzione della “pontara” e così scrisse al marchese Malaspina:

“L’Eccellentissimo Signor Capitano, così umilmente supplicato per parte delli poveri abitanti delle Comunità di Montebello, Montorso e Zermeghedo, obbligati nella presente stagione ad accudire agli interventi della campagna per la raccolta de’ formenti, fave e fieni come per la semina de’ minuti (cereali minori n.d.r.) e attesa avea la penuria delle boarie (animali bovini – n.d.r) stante la mortalità passata (la peste bovina del settembre 1711 provocò la morte nel vicentino di circa 14.000 capi di bestiame – n.d.r.) ha ordinato et espressamente commesso che il mandato rilasciato da Sua Eccellenza al signor Marchese Gio. Carlo Malaspina li giorni passati per causa della facitura della pontara al ponte della Fracanzana non possa astringere (costringere – n.d.r) alcuni abitanti ad andare né personalmente né con boarie al lavoro di detta pontara e condotta di legnami e sassi dovenndo essi attendere ai propri interessi tanto necessari nella presente stagione.Dovendo altresì il signor marchese Gio.Carlo Malaspina far immediatamente accomodar li ponti sopra la Strada di Fara acciocchè possino liberamente passare corrieri e passeggeri e poi a tempo più proprio trovar gente e boarie senza violenza per adattare la pontara della Fracanzana.”

Questi ordini furono però ignorati dal marchese Malaspina che invece proseguì nella sua condotta coercitiva nei confronti degli abitanti del Vicariato di Montebello. Questi ultimi furono allora costretti a rivolgersi alle più alte autorità di Venezia ottenendo l’auspicato risultato che il nobile Leonardo Diedo informò, seccato, il Capitanio di Vicenza del deprecabile comportamento del marchese Gio.Carlo Malaspina.
Questa difficile situazione ebbe naturalmente il suo epilogo allorchè il 6 luglio, finiti i raccolti nei campi, i lavori ripresero regolarmente, con buona pace di tutti, per essere definitivamente portati a termine il 6 agosto seguente.
Per l’occasione il marchese Malaspina non perse tempo e si premurò di inviare un suo agente a Vicenza a umiliarsi a Vostra Illustrissima et esibir il conto di tutte le fatture e spese comandate et oggi terminate.
Il nobile fu regolarmente e puntualmente pagato.

OTTORINO GIANESATO

Immagine: Il ponte della Fracanzana, o Ponte Novo, dopo una recente piena del torrente Chiampo (foto Umberto Ravagnani, 2004).

Umberto Ravagnani

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ALBERTO PIEROPAN

[283] ALBERTO PIEROPAN, Insigne educatore e geniale inventore

A Montebello nella cosiddetta ‘zona Gamba’ vi sono diverse vie dedicate a personaggi storici o cittadini illustri, molti di questi citati con il solo cognome. Per alcuni di essi il nome rimane scontato a causa della loro notorietà (almeno per gran parte delle persone), come ad esempio Manzoni, Galilei, Verdi o Volta, ma che dire, per esempio di Zin, Crestani o Pieropan? Di [Giovanni] Zin, vero genio della matematica abbiamo già parlato nel nostro articolo del 31 dicembre 2020 (n. 214), oggi parleremo di [Alberto] Pieropan, insigne educatore e geniale inventore.

Lo storico montebellano Bruno Munaretto scriveva nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino”: “Alberto Pieropan nacque a Montebello da Bartolomeo e da Maria Scaramuzza il 26 settembre 1737…”. In realtà, consultando il libro dei nati di quell’anno nell’Archivio Parrocchiale di Montebello, non troviamo il suo nome. Appare, invece, nel libro dei morti alla data 30 maggio 1828: “Il Sig. Don Alberto Pieropan fu Bortolo e fu Margherita Scaramuzza, nativo di Montorso, ora qui domiciliato, morì ieri alle ore 10 antimeridiane…”. Abbiamo avuto poi la conferma del luogo della sua nascita dal libro dei battezzati della parrocchia di S. Biagio a Montorso, dove, alla data 26 settembre 1737, si legge che: “Alberto figlio di Bortolo Pieropan et della Maria (sic) Scaramuzza sua signora, nato alle hore 22 di hieri e fu battezzato da me d. Giacomo Guarda, cappellano…”. Le date di nascita e di morte corrette sono dunque: n. 25 settembre 1737, m. 29 maggio 1828 e il luogo di nascita è Montorso. La sua famiglia di contadini si trasferì a Montebello all’inizio del 1740, quando Alberto non aveva ancora 3 anni. Terzo di 11 fratelli divenne sacerdote al seminario di Vicenza, si laureò all’Università di Padova in fisica e matematica e quindi, quale professore in queste scienze, insegnò pubblicamente per vari anni in Vicenza, dando anche lezioni di economia rurale insieme con l’abate Giambattista Trecco, per cui ambedue furono benemeriti per il progresso delle arti e dell’agricoltura in tutta la Provincia.

Il Reverendo Professore Alberto Pieropan fu anche inventore della macchina per curare le fratture delle cosce e delle gambe, per cui ebbe meritati elogi dal Giornale Enciclopedico e dal Giornale Letterario, allora assai diffusi. Inoltre l’Eccellentissimo Magistrato della Sanità di Venezia gli donò una grande medaglia d’oro e sei d’argento con l’effigie della macchina applicata e la scritta: « Humanitatis levamen » (benefattore dell’umanità) da una parte, e la leggenda: « Alberto Pieropan Provisores Salutis Venet. MDCCLXXX » dall’altra. Tanto la descrizione delle due suaccennate macchine, quanto gli esperimenti, le migliorie ed i benefici ottenuti sono ampiamente descritti nei due suddetti giornali ed in alcuni altri di quell’epoca. Nella pubblicazione “Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti”, Milano, Marelli 1780 leggiamo alcune note scritte dallo stesso don Alberto Piero Pan (sic) sulla “Macchina per le fratture” da lui inventata:

MACCHINA per le fratture delle gambe inventata da Don Alberto Piero Pan Vicentino

« §. III  Vantaggi di questa macchina

I. Col beneficio di questa Macchina si può determinare la precisa estensione da farsi nella gamba offesa, quantunque infranta in più luoghi, acciocchè resti uguale alla sana. Quindi non v’è pericolo d’estenderla più del dovere, né di tormentare il povero ammalato senza necessità.
Il. Chirurgo senza aiuto d’altre persone può applicarla con somma facilità all’infranta gamba, e con due sole dita rimetter qualunque frattura anche delle più complicate senza molto dolore.
III. Questa Macchina è atta a ridurre, e conservare le ossa anche delle fratture obblique in un perfetto contatto, ad onta di qualunque movimento proveniente, o dal medicar le piaghe, o dai tremori che accader possono nel sogno, o dal trasportarsi l’infermo da un luogo all’altro, o da altre simili cause.
IV. Se la gonfiezza cagionata dalla frattura non permettesse di far la già determinata quantità dell’estensione in una sola volta, essa può farsi un poco al giorno con sicurezza di non perder l’estensioni parziali antecedentemente fatte; ed intanto la Macchina ci offre un largo comodo di medicar l’enfiatura fino a tanto che ci sia concesso d’arrivare alla precisa estensione.
V. La Macchina opera in modo, che non impedisce la circolazione del sangue; onde l’ammalato risana più presto del solito.
VI. La gamba infranta può essere snudata tutta in una volta, od in parte secondo il bisogno, e può essere alzata dal Chirurgo con una sola mano, cosicchè se in essa vi fossero piaghe, possono esser agevolmente medicate ogni giorno in qualunque sito esse sieno, seza esporsi al pericolo di scompaginare le ossa già rimesse al suo primiero contatto, e di apportar nuovi dolori all’ammalato. »

Terminato l’insegnamento a Vicenza, assieme ai fratelli Antonio e don Giuseppe, nel 1808 Alberto Pieropan acquistò da Giovanni Scipione e Gaetano Dal Ferro circa 50 campi e un complesso di case ad Isole Corso di Montebello (ora di proprietà Villardi) e si dedicò a un’altra sua grande passione, l’agricoltura. In questo ambiente con annesso un Oratorio dedicato a San Girolamo (tutt’ora esistente), ogni giorno i due fratelli Sacerdoti celebravano la Messa. A Isole Corso, Alberto Pieropan morì alla bella età di 91 anni il 29 maggio 1828. Nel suo testamento volle lasciare la bella somma di 1000 Ducati all’abate Giambattista Trecco, suo discepolo, amico e collaboratore, soprattutto per ricambiarlo della devozione e della stima che il Trecco aveva sempre nutrito per lui (da “Nota Biografica su Alberto Pieropan”, Vittoriano Nori, 1987).

Immagine: La Macchina per le fratture delle gambe di Alberto Pieropan (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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DON VITTORE PORRA

[282] DON VITTORE PORRA (UNO DEI PADRI DELLA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO)

Un personaggio molto importante per l’istruzione scolastica a Montebello fu Don Vittore Porra. Nacque a Malo l’11 novembre del 1813 durante l’occupazione napoleonica dell’Italia. Il trentenne padre Giacomo, di professione fittavolo, ne denunciò la nascita all’Ufficiale di Stato Civile il giorno successivo e dichiarò che sua moglie Anna Maria Rossi era la madre del neonato. Entrato in Seminario, nel 1838 fu ordinato sacerdote e mandato a svolgere la sua missione nella parrocchia di san Giovanni Battista a Vallonara di Marostica. Dopo 14 anni di apostolato, nel 1852, divenne il parroco di santa Lucia di Lisiera, a pochi chilometri da Vicenza. Durante la direzione pastorale di questa comunità provvide a completare il terzo stralcio della nuova chiesa, ma inaspettatamente nel maggio del 1859 rinunciò all’incarico. I parrocchiani attribuirono questa grave decisione alla sua precaria salute. Forse invece intervenne qualche oscuro fattore a farlo desistere dalla guida della parrocchia. Proprio così cattive non dovevano essere state le sue condizioni di salute se, nel novembre dello stesso anno come nuovo prevosto, fece l’ingresso nella parrocchia di Santa Maria Assunta di Montebello. Aveva festeggiato il giorno di san Martino il suo quarantaseiesimo compleanno.
Per l’entrata nella prepositura e per il contemporaneo addio alla parrocchia di santa Lucia di Lisiera, i vecchi parrocchiani riconoscenti gli fecero dedicare un libretto con il “Cantico di Giuditta” la cui versione era stata curata dal professor Bernardo Morsolin.
Nell’Ottocento Don Vittore Porra non fu l’unico della famiglia a prendere la via del sacerdozio. Infatti lo zio paterno Gio.Batta svolse in città il suo apostolato nella parrocchia di san Silvestro. Nella canonica di questa chiesa dettò Il suo testamento depositato presso il notaio Emanuele Lodi di Vicenza in data 9 aprile 1872. Tra le altre disposizioni del rogito, Don Vittore fu nominato curatore testamentario dallo zio.
A Montebello, dei tre predecessori di Don Vittore impegnati nella direzione scolastica abbiamo notizie solo del prevosto Pietro Antonio Dai Zovi che tuttavia ci ha tramandato solo pochi documenti. Mancano anche informazioni relative allo stesso Don Vittore Porra il cui operato è però ben documentato presso l’Archivio della Provincia di Vicenza.
La sua insistente lotta per migliorare le condizioni degli scolari prima, e il sostegno per la costruzione della nuova scuola elementare poi, lo fecero uno dei padri fondatori del plesso scolastico di piazzale Mario Cenzi di Montebello. Dall’alto della sua carica di Ispettore Scolastico Distrettuale ebbe la forza di confrontarsi con le autorità civili e religiose per ottenere caparbiamente quanto occorreva all’istruzione dei piccoli parrocchiani. Nell’ottobre del 1866 concluse la sua carriera di Ispettore Distrettuale e solo due anni dopo si realizzò, a pochi passi dalla chiesa, la tanto agognata scuola, causa di quasi due lustri di battaglie.
Morì il 13 aprile 1877, un po’ prematuramente poiché avrebbe potuto dare ancora molto alla comunità montebellana. Presagendo la morte vicina, nel 1875 scrisse di suo pugno le ultime volontà lasciando al Notaio Domenico Agostini l’incombenza di conservare il testamento e di renderlo pubblico dopo la sua morte.
Molti i beneficiati nominati nei suoi legati, tra questi i famigliari, il maestro Don Girolamo Dalla Barba e la Congregazione di Carità ossia l’ospedale San Giovanni Battista di cui era vice-presidente. (Dal libro “LA SCUOLA VECCHIA ELEMENTARE di Montebello Vicentino” di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa).

Immagine: Don Vittore Porra in un ritratto di Leone Verlato conservato nella Sacrestia della Chiesa Prepositurale di Montebello Vicentino (foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UN TRAGICO DESTINO

[281] UN TRAGICO DESTINO


Sabato 20 giugno 1964 “Il Giornale di Vicenza” riportava una drammatica notizia: “Fulmine uccide padre figlia e nipote mentre cercano rifugio sotto un albero”. Come è potuto succedere? Teresina Rondon, suo marito Eugenio Schio e il figlio Giuseppe di 14 anni abitavano a Montebello, in località Frigon, mentre Vittorio Rondon, padre di Teresina, abitava in località Crestani a Meledo nel Comune di Sarego dove possedeva un po’ di terra. Vittorio Rondon aveva chiesto alla figlia e al nipote di aiutarlo nel lavoro di mietitura perché, essendo il grano già avanti nella maturazione, era necessario provvedere in fretta al taglio e alla successiva preparazione dei covoni; Teresina era sempre rimasta in stretti rapporti con il padre e si offrì volentieri, assieme al figlio, ad aiutarlo nel lavoro, come del resto faceva spesso. Nel pomeriggio di venerdì 19 giugno Vittorio, Teresina e il giovane Giuseppe stavano sistemando alcuni covoni di grano in un campo di sua proprietà quando, verso le ore 18.00 si abbatté sulla zona un forte temporale. L’abitazione del Rondon era troppo lontana e i tre decisero quindi di mettersi al riparo sotto una grande acacia, vicino a un fossato ai bordi del campo. Che cosa sia successo dopo nessuno lo sa perché non ci sono stati testimoni di questo tremendo fatto, ma le tracce lasciate da una violenta scarica elettrica provocata da un fulmine erano evidenti, sia sull’albero che sulle vittime. Poco lontano dal luogo della tragedia correva una linea elettrica che potrebbe aver attirato il fulmine il quale, diramandosi, si sarebbe poi riversato sull’acacia e sui poveretti che si riparavano sotto.
Solamente un paio d’ore dopo alcuni contadini che tornavano a casa dopo una faticosa giornata di lavoro sui campi, scorsero i corpi dei tre sventurati distesi poco lontano dall’albero e con ancora gli attrezzi da lavoro in mano: la morte li aveva colti all’improvviso. Inutili furono i primi soccorsi prestati nel tentativo di rianimarli, oramai era passato troppo tempo da quando era avvenuta la disgrazia.
Dopo il nulla osta per la rimozione delle salme i tre furono portati nella casa dei Rondon dove, per tutta la notte, furono vegliati da partenti e vicini. La tragedia che ha coinvolto tre membri della stessa famiglia ha suscitato molta commozione nelle comunità di Meledo e di Montebello. Dopo brevi indagini degli inquirenti si celebrarono i riti funebri e i tre famigliari furono sepolti nel cimitero di Montebello dove, dopo solo due anni, probabilmente stremato dall’immane tragedia che aveva colpito la sua famiglia, li raggiunse il marito di Teresina, Eugenio Schio.

Nel Bollettino Parrocchiale di Meledo, il 6 luglio del 2014, venne così ricordata la tremenda sciagura:

« 50º DEL FULMINE CHE UCCISE TRE PERSONE – Il 19 giugno 1964, in via Crestani, località “Prà Tondo, un fulmine, uccise tre persone della stessa famiglia: Rondon Vittorio, la figlia Teresa e il nipote Schio Giuseppe di 14 anni. Si è trattato di tre membri della stessa famiglia che abitava, al di qua del Guà, in contrà Frigon di Montebello. La località “Prà Tondo”, dove è avvenuta la disgrazia si trova nel territorio di Meledo, ma a pochi metri dal confine con Montebello. Un temporale aveva colpito improvvisamente i tre mentre stavano mettendo a crocetta il frumento che era stato tagliato sul campo e si erano rifugiati sotto un albero, quando un potente fulmine li ha uccisi. Una tragedia che ha sconvolto non solo il marito di Teresa rimasto privo della moglie e del figlio in un solo istante, ma tutta la popolazione di Meledo e di Montebello che conoscevano le vittime della terribile disgrazia, specie quelli che hanno fatto l’orribile scoperta dopo varie ricerche nei campi. Una lapide ricorda la tragedia avvenuta 50 anni fa. Una S. Messa in suffragio delle tre vittime sarà celebrata sul luogo, nel 50º anniversario della disgrazia, il giovedì 10 luglio alle ore 20,00. Tutta la popolazione è cordialmente invitata. »

Foto: La stele funeraria della famiglia Schio nel camposanto di Montebello (foto Umberto Ravagnani)

Nota: Perché si viene colpiti da un fulmine?
Durante un temporale scariche elettriche si generano per la differenza di potenziale tra due nubi o tra una nuvola e gli oggetti a terra o il suolo. Il corpo umano è conduttore e dunque può “attirare” il fulmine. Secondo una statistica attendibile ogni anno circa 4 mila persone nel mondo muoiono colpite da un fulmine. Fortunatamente, quasi 10 volte tante vanno incontro alla stessa esperienza ma sopravvivono e possono raccontarlo.

Umberto Ravagnani

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BORGOLECCO STORY (9)

[280] BORGOLECCO STORY (9)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Ed eccoci alla nona puntata di ‘Borgolecco Story’ di Lino Timillero: oggi ci racconterà di quando i ragazzi di Montebello andavano in colonia a Velo d’Astico negli anni 50 del Novecento.

« Cossa vol dire vardare na fotografia de tanti ani fa?!? Desso, che xe tuti sti ani che son via da Montebello, son rivà a conosere, “virtualmente”, cuel Signor che se ciama Adelino Fioraso. Adelino se ciamava anca me fradelo. Pecà chel sia morto dal ‘Tetano’ cuando che mi no gavevo gnanca du ani. Anca na me cugina la se ciama Adelina. La gavarò vista tre volte parché i jera ndà a stare vizin a Vercelli! La ‘foto’ la go vista sol ‘face-book’ del Sior Fioraso. Se vede tusi de diese, dodese e forse anca cuatordese ani. Tuti drio vardare Gaetano chel jera drio ciapare el fazoleto tegnù in man dala Signorina ‘Accompagnatrice’! Chissà chi che ghe jera da chel’altra parte? Ma a nialtri no ne ntaressa! A nialtri ne ntaressa el ‘Posto’ ndove che xe sta fata la ‘foto’! Sol davanti dela ‘Colonia Alpina de Velo d’Astico’!!! Vialtri dirì: sa centra la ‘Colonia’ cola Via Borgolecco? Se el Sior Fioraso el ne nprestasse cuela ‘foto’, tuti podaria vedare chi che xe i tusi che xe drio zugare davanti ala porta del stanzon ndove che se nava a magnare tre volte al giorno co se jera in ‘Colonia’. Fé el conto: Luigi e so fradelo Gaetano; Roberto e Gianni. I stava tuti sola Via Borgolecco. Gianni, a dir la verità, el stava ala parte de là. Casa sua la jera dala parte de la Via VIII Aprile, on toco dela vecia ‘Villa’. Ma ghe jera na portina che se podea nare drento e fora dalla Via Borgolecco. La vignea doparà dale tose che laorava ala fabrica de Botoni de so popà de Gianni. E ghe jera le finestrele col inferià par farghe ciapar aria ale tose che laorava. Come fazzo mi a savere de la ‘Colonia’? Ma parché ghe son stà anca mi! No chel ano lì. Ma l ano prima, coi ‘Aspiranti’. E du ani prima son stà là on mese coi tusiti dele fameje bisognose!

La ‘Colonia’ jera stà scomizià da Don Giuseppe Stella! Dala ‘Colonia’, vardando dala parte dela Pria Forà, se vedeva na casa granda, cola stala. Forse cuatrozento metri distante dala ‘Colonia’. Là ghe stava la fameja de Don Giuseppe. (Cussì disea i tusi pì grandi!) No voria sbaliarme, ma sola ‘foto’, ghe xe anca el Sior Adelino. Lo ciamo ‘Sior’ parché el xe massa bravo a far fotografie!!! Cole so foto go visto tante robe e tanti posti! Gavì da ricordarve che mi son senpre in Australia! Se vedo calcossa de novo che capita a Montebello, xe da ver on poca de creanza e portar rispeto. Xe vero sì o no??!! Cuando che mi so ndà in ‘Colonia’ par on mese, ghe jera Don Francesco. El stava là du tri dì ala setimana. El gavea la ‘Topolino’. Cuando che jerimo rivà a Velo d’Astico cola Coriera, le Suore le ne ga messi in fila par tri e semo partii a pié par nar su ala ‘Colonia’. La Coriera no la podea fare le curve dela strada che la jera massa streta. Semo rivà su prima de mezodì. Le Suore le ne ga messo in fila de novo par farne bevare la ‘Magnesia San Pellegrino’ prima de magnare. E dopo magnà semo nà suito so on posto che se ciamava ‘La Pineta’. On poco distantin!! Co se vardava in su, se vedea Monti de Sasi. I ghe ciamava ‘El Coleto’. Dala parte de drio dela ‘Colonia’, pì distante, se vedea tuti Monti! I ghe ciamava Cengio e Cimone e se vedea la strada del Costo par nar su a Asiago. De sera jera belo vedare le machine cole luci ‘npizzà che le nava su e zò par la strada!!! Suor Albina la ne fasea rigar driti tuti cuanti. Mi la conosevo da cuando che navo al’Asilo! E anca ela la me conoseva!!! “Sito senpre drio farghene una?” la me diseva!!! Anca se no fasevo gnente. Mi, cuel che go scrito fin cuà, le xe tute robe che me ricordo! Cuando che gavarò finio de contarve de la ‘Colonia’, podarì lezzere la ‘Intervista’ che ghe xe stà fata, a Suor Albina, sol libro: “Montebello Novecento”. Là, Suor Albina la conta come ela se ricordava la ‘Colonia’. La se ciamava” Santa Maria Assunta”, la ‘Colonia’. Ma, se no me sbalio, me pare che ghe sia anca el Sior Adelino sola ‘foto’! El xe on poco mimetizzà, col fazoleto che ghe cuerze la testa! O sela na bareta? Selo cuelo vizin a Luigi?? Me par de sì chel sia cuelo!?! Mi no so se desso i tusi che xe stà in ‘Colonia’ se ricorda, ma mi me ricordo de sicuro. De cossa? Co se nava in giro pai buschi de pini, o a zugare col balon ndove che ghe jera la ‘caseta’ tuta rota, nessun ne portava drio on “cesso” portabile. Va ben: on mese nava in ‘Colonia’ solo che tusiti. E on mese solo che tosete! Ma co ne ocoreva de fare i ‘bisogni’, se nava de drio a on frascaro e se fasea cuel che se gavea da fare. O anca de drio ai sasi grandi che ghe jera in giro. I disea che i jera cascà zò dal Monte!!! Co i cascava i se tirava drio tute le piante che ghe jera davanti Na volta che Don Fracesco nol ghe jera, la Suora Albina la me gaveva dito, prima de nare in leto, che la matina drio la me gavaria ciamà su presto par nare zò a Velo a tore el pan. “Mi te ciamarò e te ndaré co Menego fin dal fornaro.” La me ga dito cussì, e mi suito: “Ma Menego lo salo ndove nare?” “Ma te saré senpre cuelo vhé.” La suora Albina la finia senpre el so discorso con chela parola lì:” Vhé.” Ma mi no go mai vudo paura de ela!!! Gnanca cuando che jero al’Asilo e la me ligava le man de drio parché la disea che no stavo mai fermo!!! Co la ne insegnava come metare la particola in boca par la prima ‘Comunione’, mi gaveo senpre fame! La magnavo suito… “Noooo… la me zigava drio!!! Te ghe da “Dissolverla” tra la lingua ed il palato.” Ma cossa volea dire Dissolverla????

Co Menego, du ani depì de mi, semo ndà zò pai strozi. La strada che nava su ala ‘Colonia’ la jera tute curve. Nialtri navimo zo che cuasi no caminavimo gnanca sola strada. Menego el gavea na zesta par metare el pan. Jera presto parché se gavea da portare indrio el pan par magnare ala matina. Ma se podeva vederghe ben par nar zo pai strozi. El fornaro ne ga npienà la zesta de pan. Menego el gavea anca na tovajieta par cuerzere el pan. El ga ligà i cuatro cantuni dela tovajieta sola zesta e semo partii par rivar su ala ‘Colonia’ prima che tuti i tusiti fusse sentà sole tole a magnare el cafelate. Nar su, semo na par la strada. Menego el tegnea el manego dela zesta da na parte e mi da chel altra. No corivimo, ma spesegavimo ben. E cuando che se podeva, navimo istesso su pai strozi. Dormivimo tuti sole brande che ghe jera drento al Cameron. Se nava su par la scala: in fila par due. Pì de na volta, calchedun zigava parche i ghe gavea fato el ‘saco’. El ‘Saco’ vol dire che calchedun el piegava el nezolo soto ala cuerta. Dopo el meteva ben a posto la cuerta e chi che nava in leto nol podea slungare le ganbe cussì el restava inpapinà! E tuti ghe ridea drio!! Depì de vinti ani dopo, me ga tocà dormire ncora sola branda. Co laoravo in giro pai ‘Canpi’ fati de ‘Barache’. E anca cuele le jera brande assà ndrio dai Mericani co xe stà finia la IIa Guerra Mondiale, cuà, in Australia. (Grazie Adelino!) ». End of Part IX Linus Down Under Coniston 28-3-2019.

Foto: 1957 colonia estiva di Velo d’Astico (Archivio parrocchiale di Montebello Vicentino – Rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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FELICE CASTEGNARO

[279] FELICE CASTEGNARO – Un artista dimenticato


Il pittore montebellano Felice Castegnaro ebbe il suo momento di massima gloria alla Biennale di Venezia del 1901, con i suoi quadri molto apprezzati dai collezionisti dell’epoca. Felice Castegnaro era nato il 17 maggio 1872 da Eugenio (detto Moche) e Rosa Zabeo a Montebello Vicentino in Contrada Maggiore al numero 56 (l’attuale via XXIV Maggio e via Gen. Giuseppe Vaccari). Era il primo di 6 fratelli ed ebbe fin da giovanissimo la passione per la pittura, tanto che volle frequentare l’Accademia Olimpica di Vicenza dove si recava per due volte la settimana a piedi. Nel 1889, a soli 17 anni entrava nella Regia Accademia di Belle Arti di Venezia, dove ebbe per maestro Ettore Tito, rinomato pittore e scultore italiano originario di Castellamare di Stabia, che lo aiutò anche nella sua esposizione alla Biennale del 1901 con alcune opere, tra le quali un quadro che fu definito un capolavoro: “Raggi d’oro”. Molti dei suoi quadri furono acquistati dal Re Vittorio Emanuele III.

Il critico d’arte e storico dell’arte italiano Agostino Mario Comanducci così scrisse del nostro Felice Castegnaro:

« Nato a Montebello Vicentino il 17 maggio 1872. Iniziò gli studi all’Accademia Olimpica di Vicenza; stabilitosi a Venezia vi frequentò l’Accademia sotto la guida di Ettore Tito. Esordì a Verona nel 1899 dove espose vari soggetti veneziani che lo preconizzarono un rinnovatore. Nel 1901 il suo quadro “Raggi d’oro”, esposto alla Biennale Veneziana, ottenne una brillante affermazione. Da quell’epoca prese parte attiva alle Biennali di Venezia, a quelle di Milano, di Firenze e di Roma; anche all’estero espose sue opere, Fra i lavori più notevoli: “Scialletti”, che si trova a New York, “Primi passi”, a Montevideo; “Ombra e sole”, presso la Società dei grandi alberghi di Venezia; “Al sole”, esposto alla XVI Esposizione Internazionale di Venezia ed acquistato dalla Banca Commerciale; “Mammina”, acquistato nel 1914 dal Re; “Ritratto di mia moglie”; “La giostra”; “Maternità”, acquistato dalla Cassa di Risparmio; “Figli del Brenta”, presso la moglie dell’artista. Abile nel disegnare sinteticamente con la pennellata rapida e sicura, è un colorista vivacissimo. Alla mostra dei Quarant’anni (Venezia 1935) erano esposte 21 opere.

Amava ritrarre le luci naturali del paesaggio utilizzando una gamma cromatica molto accesa e pennellate rapide e sicure.»

Felice Castegnaro morì nel 1958 a Zero Branco, Comune di 11.000 abitanti in provincia di Treviso il quale gli ha intitolato una via, una dedica auspicabile anche per Montebello Vicentino che gli ha dato i natali.

Note: 1) Da A. M. Comanducci, Dizionario illustratori pittori e incisori italiani moderni, III ediz. Milano, 1962.

Umberto Ravagnani

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GIUSEPPE ZORDAN

[278] GIUSEPPE ZORDAN – Un uomo perbene


Da Orlândia, un comune del Brasile nello Stato di San Paolo, Luís Carlos Zordan ci ha inviato questa bellissima storia di suo nonno Giuseppe Zordan emigrato da Montebello nel lontano 1891. Era il periodo della prima storica emigrazione di fine Ottocento quando durante la grande depressione mondiale del 1873-79, ci fu un crollo dei prezzi dei prodotti alimentari che colpì duramente il settore agricolo. Questo spinse migliaia di persone fuori dell’Italia a cercare i mezzi per sopravvivere.

« Giuseppe Zordan, figlio di Pancrazio e Peron Angela, nacque il 06/03/1861 a Montebello Vicentino e fu battezzato l’8/03/1861 nella Chiesa di Santa Maria Assunta. Il 13/11/1887 si unì in matrimonio con Moretto Maria Luigia a Grumolo Delle Abbadesse (Vi). Giuseppe aveva una statura di mt. 1,72, capelli e occhi marroni. In Italia ha lavorato come contadino fino al 5 novembre 1881 e dal 6 novembre 1881, fu arruolato nell’esercito italiano come caporale e musicista della banda militare. Ha servito l’amata patria italiana con orgoglio, per ben 10 anni.
Il 1° maggio 1891, terminato il servizio militare, decise di emigrare in America. Regolarizzata la documentazione e gli effetti personali della famiglia, all’età di 30 anni, con sua moglie Maria Luigia che aveva 26 anni e insieme ai suoi due figli Inerino di 3 anni e Angela di 1 anno, prese il treno a Vicenza, per portarsi a Genova.
Dal porto di Genova si imbarcarono sulla nave ‘America’ e, dopo 40 giorni, arrivarono al porto di Rio de Janeiro – RJ (Brasile), si fermarono qualche giorno nell’ostello dell’isola degli immigrati di Flores. In seguito proseguirono per San Paolo e giunsero al porto di Santos (San Paolo) il 03/07/1891.
A Santos prese il treno con destinazione San Paolo, soggiornando per alcuni giorni nell’ostello degli immigrati di San Paolo. Il 3° giorno, durante la permanenza a San Paolo, il figlio Inerino fu rapito. Iniziarono subito le ricerche da parte dei genitori, dell’amministrazione dell’immigrazione e degli amici di viaggio. Inerino fu, infine, ritrovato il giorno successivo, tra le braccia di una donna.
Giuseppe, quando arrivò a Santa Rita do Passa Quatro (San Paolo), avendo egli un’ottima calligrafia, fu assunto al lavoro come Ragioniere. Il suo primo lavoro in Brasile fu in un magazzino di ‘merci secche’, – definizione che si usava all’epoca per indicare i prodotti come il caffè e la canna da zucchero – ed era responsabile di tutta la contabilità dei libri di acquisto e dei pagamenti effettuati dai clienti al magazzino. Ciò che ha attirato l’attenzione di familiari e amici è stato il suggerimento dell’imprenditore che lo aveva assunto: “Se il cliente compra due chili di riso segnane tre, se si lamenta dici che hai sbagliato e se invece il cliente non dice niente ti pagherà”. Ma Giuseppe, molto onesto e religioso, non accettò questo tipo di lavoro, e disse all’imprenditore di cercarsi un altro professionista. Si licenziò e andò a lavorare nelle piantagioni di caffè.
Dopo 7 giorni a San Paolo, fu quindi assunto per lavorare nelle piantagioni di caffè nella città di Santa Rita do Passa Quatro (San Paolo), dove visse per molti anni. In seguito lavorò nelle piantagioni di canna da zucchero e infine ancora nelle piantagioni di caffè.
Giuseppe era a conoscenza di diversi farmaci; se in famiglia qualcuno si ammalava, consigliava quale farmaco assumere e il giusto momento per prenderlo.
Era una persona molto amata da tutti: adulti, donne e bambini lo salutavano con affetto ovunque andasse. I bambini giocavano con lui “Nonno, nonno, dammi una mucca” e lui sorrideva e diceva: “Sì, sì, lo farò, puoi andare a prenderla al pascolo…”; i bambini lo seguivano, a casa sua saltando e salutandolo.
Amava le persone, gli animali e ogni essere vivente che lo circondava. Raccontava la nipote di Giuseppe, Armelinda, che quando tornava a casa il pomeriggio dal lavoro, molto stanco, spazzolava il cavallo, che aveva lavorato con lui tutto il giorno, finché lo straccio che usava, per pulire il dorso dell’animale, non rimaneva pulito, senza macchia.
Era un esempio da seguire. Era amato e ammirato da tutti, dovunque andasse ed è vivo nella memoria, anche di chi non lo conosceva di persona. Giuseppe è morto il 21/09/1951, nella città di Terra Roxa (San Paolo). Vogliamo ringraziare il cugino Theodomiro di Americana (San Paolo), che ha vissuto con Giuseppe e che ha contribuito molto a questa storia. »
Luís Carlos Zordan  conclude la sua storia: « Cara bella comunità di Montebello Vicentino, fa parte del nostro “io” chi eravamo nella persona dei nostri antenati e chi saremo nella persona dei nostri discendenti!!! Giuseppe, è stato per un po’ abitante di questo paese e questo racconto serva per conservare la memoria dei suoi e dei nostri antenati, per la nostra identità e, con essa, quella dei figli discendenti che seguirono Giuseppe!!! Perché senza memoria, senza storia, non c’è identità. Il caffè brasiliano era bourbon, ed è stato chiamato così in onore di Teresa Cristina Maria de Bourbon – Due Sicilie, soprannominata “Madre dei Brasiliani”, moglie dell’imperatore Dom Pedro II e imperatrice consorte dell’Impero del Brasile dal 1842, fino alla proclamazione del Repubblica nel 1889. »  Luís Carlos Zordan

Immagine: Un manifesto di fine Ottocento invitava gli Italiani a emigrare in Brasile.

Umberto Ravagnani

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PIERANTONIO COSTA

[277] PIERANTONIO COSTA – Un “Uomo Giusto”


Il primo gennaio 2021 moriva in Germania Pierantonio Costa, penultimo di sette fratelli, nato a Mestre il 7 maggio 1939, la cui famiglia è originaria di Montebello Vicentino. A quindici anni, dopo gli studi a Vicenza e a Verona, raggiunge il padre emigrato nello Zaire. Quando scoppia la rivoluzione mulelista 1, Pierantonio decide di trasferirsi nel vicino Rwanda, il paese dalle mille colline, che ha da poco ottenuto l’indipendenza. Il 5 maggio 1965 ottiene il primo permesso permanente di residenza in Rwanda e da allora fino al 1994 risiede a Kigali. Qui sposa Mariann, una cittadina svizzera, dalla quale ha tre figli: Olivier, che vive ancora in Rwanda, Caroline, che vive in Germania, e Matteo che vive con la madre a Bruxelles. Imprenditore di successo, allo scoppio del genocidio ha in attività quattro imprese. Per quindici anni, dal 1988 al 2003, l’Italia gli affida la rappresentanza diplomatica, come avviene in tutti i Paesi dove non abbiamo un’ambasciata.

Nei tre mesi del genocidio, dal 6 aprile al 21 luglio 1994, Costa porta in salvo dapprima gli italiani e gli occidentali, poi si stabilisce in Burundi, a casa del fratello, e da lì comincia una serie incessante di viaggi attraverso il Rwanda, con la propria auto consolare, per mettere in salvo il maggior numero di persone possibile. Pierantonio Costa usa i privilegi di cui gode, la sua rete di conoscenze e il suo denaro per ottenere visti di uscita dal paese per tutti coloro che gli chiedono aiuto.
È stato decorato con la medaglia d’oro al valor civile dal Governo italiano e da quello belga, nel 2008 gli è stato dedicato un albero nel Giardino dei Giusti 2 di Padova e un cippo nel Giardino di Milano.
Per capire come si è giunti a questo ennesimo genocidio vediamo, in breve, lo svolgimento dei fatti. Come in molte altre guerre l’inizio delle divergenze è molto lontano nel tempo.

Nel 1885 il Congresso di Berlino stabilisce che il Ruanda e l’Urundi, l’attuale Burundi, siano sotto il controllo della Germania; con il Patto di Versailles del 1918 il potere coloniale passa al Belgio e i due Stati diventano due regni con a capo due sovrani di etnia tutsi; a seguito della rivoluzione sociale nel 1961 il Ruanda diviene una Repubblica e proclama la propria indipendenza; tra il 1973 e il 1993 si verificano nuove persecuzioni a danno dei tutsi; con un golpe il capo dello Stato diventa il generale Habyrimana e gli intehamne, i militanti hutu dell’MRND (Movimento rivoluzionario nazionale per lo sviluppo) a fasi alterne si scontrano con il Fronte patriottico a maggioranza tutsi; dopo la riforma costituzionale nel 1993 viene firmato l’accordo per la condivisone del potere tra i principali partiti; il sei aprile del 1994 nell’attentato all’aereo presidenziale mentre è in fase d’atterraggio all’aeroporto di Kigali, perde la vita il presidente del Ruanda. Quella stessa notte cominciano gli scontri che danno inizio al genocidio dei tutsi e degli hutu moderati. Le indecisioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu circa la missione di pace e l’opposizione americana a riguardo del termine “genocidio” inducono la Francia ad intervenire con l’Opération Turquoise (“Operazione turchese”) che il sei luglio pone fine alla guerra civile. Nel 2003 in Ruanda si tengono le prime elezioni dalla fine del genocidio del 1994, ma, come succede in alcuni casi, elezioni e democrazia non seguono la stessa linea d’intesa e oggi in Ruanda i partiti di opposizione sono stati cancellati dalla realtà politica e l’assassinio del rappresentante dei superstiti, accusato di “divisionismo etnico”, ha costretto i rescapés, i sopravvissuti al genocidio, a un ruolo sociale di marginalità per cui la riconciliazione sembra essere ancora lontana.
Durante il genocidio il gukinda, lo stupro, come arma di guerra non era punibile come reato e un terzo delle donne, anche bambine, aveva dovuto subire il ripetersi degli abusi sessuali. Soltanto nel 2006 nella Repubblica Democratica del Congo un ginecologo senatore scrive e fa riconoscere una legge che definisce lo stupro come arma di guerra e lo vieta, ma nel corso degli anni i casi non diminuiscono e, se riescono a sopravvivere ai contagi e alle violenze, le donne preferiscono interrompere quelle gravidanze indotte con la forza. In soli cento giorni l’identità socio-politica del piccolo Stato è cancellata, ripulita dalla furia della morte che si aggira ovunque; nel connettivo urbano di Kigali i miliziani fermano le persone, le perquisiscono, le interrogano, le uccidono e le chiudono nelle fosse comuni. Anche questo, come molti altri, fu un massacro di pulizia etnica.
Pierantonio Costa, nonostante abbia ripetuto più volte « Ho solo risposto alla mia coscienza. Quello che va fatto lo si deve fare », ha avuto un ruolo molto importante in questa vicenda e si è certamente meritato l’appellativo di “Uomo Giusto”. Pierantonio Costa riposa ora nella tomba di famiglia nel camposanto di Montebello Vicentino.

Note: 1) Il 3 ottobre del 1968 Pierre Mulele, rivoluzionario e politico della Repubblica Democratica del Congo, fu assassinato a Kinshasa nella maniera più barbara e atroce.
2) Secondo la tradizione ebraica il termine “Uomo Giusto” designa i non ebrei che rispettano le leggi del patriarca Noè.
Foto: Pierantonio Costa a una conferenza sui fatti narrati, durante un recente soggiorno in Italia.
Fonte: Pierantonio Costa, Luciano Scalettari, “La lista del Console“, Milano, 2004.

Umberto Ravagnani

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ANTONIO BARTOLOMEO FRIGO

[276] ANTONIO BARTOLOMEO FRIGO Un eroe dei Mille


Nell’antica loggia, accanto al Municipio di Montebello, sopra l’architrave di una porta è stata murata, il 3 aprile 1912, dall’Amministrazione Comunale, una lapide che ricorda Antonio Bartolomeo Frigo, il quale viene definito ‘il suo eroe dei Mille’.

Figlio di Bartolomeo e di Pesavento Teresa, Antonio Bartolomeo era nato il 27 aprile 1832 nella ‘Contrada Borgolecco’ al n. civico 733 1 ed era il quinto di sei fratelli.

Nell’Elenco Ufficiale Dei Mille Di Marsala 2, a pag. 172 leggiamo a proposito del nostro garibaldino (alcune parti purtroppo sono mancanti):

456. Frigo Antonio Bartolomeo
Figlio di Bartolomeo e di Pesavento Teresa; nato a Montebello, provincia di Vicenza, il 7 aprile (in realtà è nato il 27 aprile n.d.r.)  1832; di professione albergatore; abitualmente residente a Montebello, via – , n. – .
E’ morto a Montebello, provincia di Vicenza, il 3 aprile 1896, nella casa di via – , n. ed è seppellito al cimitero di Montebello.
Acquistò il grado di – nell’esercito volontario e di – nell’esercito nazionale.
Fece le campagne del 1848, 1849, 1859, 1860 – 1861, 1866, ed ebbe per onorificenze: medaglia dei Mille.
Nella Spedizione dei Mille appartenne alla – compagnia.
Sposò la signora Garfogli Angela, ebbe una figlia (Elvira n.d.r.).
Estremi cronologici del fascicolo: 1904 agosto 28 – 1912 aprile 10
Segnatura: busta 44, fascicolo 456
Note: Frigo aveva il collo storto.

Interessante è anche la raccolta di dati del Frigo riportata dal “Centro Internazionale Studi Risorgimentali Garibaldini” di Marsala, che include una lettera di risposta degli alunni di classe Va di Montebello, nel 1967, a un maestro di quella stessa città che chiedeva loro informazioni:

Frigo Antonio Bartolomeo di Bartolomeo nacque a Montebello (Vicenza) 27-4-1832
Era un albergatore.
Nel 1848 fu alla difesa di Venezia e costretto dopo la capitolazione ad esiliare riparò in Piemonte.
Nel 1859 partecipò alla II Guerra d’Indipendenza coi Cacciatori delle Alpi e combatté a San Fermo.
Nel 1860 partecipò alla Spedizione dei Mille.
Dopo l’impresa fu luogotenente della Guardia nella Calabria Citeriore.
Rientrato a Montebello riprese il suo lavoro.
Nel 1866 partecipò alla III Guerra d’Indipendenza.
Ritornò ancora al suo lavoro.
Ebbe le medaglie commemorative e la pensione dei Mille.
Morì a Montebello il 3-4-1896.

Montebello 6-2-1967
Egregio sig. maestro
Appena ricevuta la sua lettera ci siamo interessati di cercare le notizie da lei desiderate su Antonio Bartolomeo Frigo. Purtroppo ci è impossibile rispondere a tutte le sue domande perché molti documenti di quell’epoca sono andati perduti. Se riusciremo ad avere notizie sulla famiglia di questo eroe gliele invieremo subito.
Antonio Bartolomeo Frigo, oltre che alla difesa di Vicenza e di Venezia (22-8-1849), partecipò anche alle campagne del ’59 del ’60 del ’61 e del ’66. Alla di lui memoria i Montebellani murano, sotto la loggia comunale, una piccola lapide con la seguente iscrizione: “Montebello – Al suo eroe dei Mille Antonio Bartolomeo Frigo 8 aprile 1912”.
Completa il ricordo la fotografia a mezzo busto dell’eroico garibaldino.
La loggia comunale si può vedere a destra della cartolina che rappresenta “Piazza Italia”.
Il nostro sig. Direttore e la nostra insegnante ricambiano gli ossequi.
A lei ed ai suoi scolari i nostri rispettosi e cordiali saluti
Alunni classe Va Montebello Vicentino

La Spedizione dei Mille fu forse l’episodio più importante del nostro Risorgimento. Il 5 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi a capo di una spedizione, denominata dei Mille (in realtà i componenti erano esattamente 1084), partì da Quarto, vicino a Genova, alla volta della Sicilia, che era controllata dal Regno Borbonico. Con due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo appartenenti alla compagnia Rubattino, sbarcarono a Marsala, in Sicilia, l’11 maggio. Lo scopo della spedizione era quello di appoggiare le rivolte scoppiate sull’isola e rovesciare il governo borbonico. Inglobando molti volontari meridionali il piccolo esercito aumentò di numero e, dopo numerose battaglie contro i Borboni, riuscì a conquistare l’intero Regno delle Due Sicilie. La vittoria di Garibaldi e dei suoi ‘Mille’ consentì, infine, l’annessione del territorio controllato dal Regno Borbonico a quello del nascituro Regno d’Italia.

Foto: La lapide dedicata ad Antonio Bartolomeo Frigo eroe montebellano dei Mille.

Note: 1) A quel tempo la numerazione civica era molto diversa da quella attuale.
2) Museo ed Archivio storico dei Mille di Enrico Emilio Ximenes.

Umberto Ravagnani

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IL NOTAIO SPINARDO NARDI

 

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BORGOLECCO STORY (8)

 

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PADRE SANDRO DANIELI

 

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NUOVE CAMPANE PER LA CHIESA

 

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BENI DOTALI E MISERIA

 

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LA “SPARESARA” DELLA MIRA

 

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UNA DEDICA SFORTUNATA

 

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BORGOLECCO STORY (7)

 

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LA FABBRICA DEI CARRI

 

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CURIOSITÀ MONTEBELLANE

 

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UN TREMENDO IMBROGLIO

 

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I FRANCESI A MONTEBELLO

 

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INTRAPRENDENZA A MONTEBELLO

 

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UN SITO PER LA PACE ETERNA

 

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1700-INNOCENTI BARUFFE

 

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RICCHEZZA E MODERNITÀ

 

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BORGOLECCO STORY (5)

 

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RENITENTE ALLA LEVA

 

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IL REVERENDO GIO.BATTA LONGHIN

 

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1918 FRANCESI TORNANO A CASA

 

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