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I LEGIONARI MONTEBELLANI

[378] I LEGIONARI MONTEBELLANI

Nel 1831, il re di Francia Luigi Filippo d’Orleans, a supporto della conquista dell’Algeria, penso di istituire un corpo militare che, ingaggiando gli stranieri provenienti da ogni parte, potesse difendere i suoi interessi d’oltremare, non solo quelli in Africa. Un esercito formato da soggetti senza patria che non avevano nulla da perdere e la cui morte forse non avrebbe fatto piangere nessuno.
Anche se questa formazione militare fu impiegata in quasi tutte le colonie francesi, gli appassionati di cinema ricordano soprattutto le numerose scene girate tra le sabbie del deserto del nord Africa che raccontano la storia di quei soldati dal caratteristico berretto mentre vagano assetati tra le dune.
Dal lontano 1831 furono centinaia di migliaia i giovani che da ogni parte del mondo entrarono nelle fila della cosiddetta “Legione Straniera”. Per restare in Italia non vi era paese che non avesse, o non avesse avuto, qualche cittadino che si fosse arruolato volontario nel corpo della legione. Altissimo fu il numero di quelli che vi aderirono nell’immediato dopo guerra 1940-1945 per poi diminuire sensibilmente, col passare degli anni, fino a quasi sparire, almeno da noi. Dal 1831 fino al 2014 sono stati 60.000 gli italiani che hanno militato in questo esercito.
Abbiamo notizia di un montebellano che forse fu uno dei primi in paese, se non il primo, a raggiungere le assolate sabbie nord africane. Questo lo si venne a sapere all’indomani della comunicazione arrivata al comune di Montebello da parte del signor Botteri, console italiano in Algeria, che dalla città di Bona inviò la documentazione il 23 novembre 1880. L’informativa del consolato italiano arrivò al comune di Montebello solo nell’aprile del 1881. In quell’anno l’Ufficiale di Stato Civile del comune era il signor Giacomo Trevisan.
Da questa si seppe che tale Antonio Zuffellato, figlio di Natale e di Maria Biasin era venuto a mancare alle ore 8 della sera del 21 giugno 1880 all’età di 31 anni (33!) nell’ospedale militare di Guelma, una popolosa e ricca città algerina.
Guelma, anticamente chiamata Calama, si vanta ancor oggi di possedere un anfiteatro romano e delle sorgenti termali. Si trova nella costa nord orientale dell’Algeria a una quarantina di chilometri dalla sponde del mar Mediterraneo. Poco distante ci sono pure i confini con la Tunisia.
Antonio Zuffellato si trovava in questa città perché tra le sue mura esisteva la sede di un importante campo militare permanente. Fin dal 1834 la provincia di Guelma, appartenente al distretto di Costantina, fu invasa dai coloni francesi che scacciarono violentemente gli antichi abitanti per appropriarsi dei fertili terreni. Né più né meno come avviene, ed è avvenuto in un recente passato, in Palestina.
Tornando all’ospedale di Guelma, la comunicazione arrivò pertanto solamente nove mesi dopo la scomparsa del giovane Antonio. La relazione scritta fu rilasciata in carta libera in conformità dell’Art. 15 della Legge del 13 Brumaio anno VII, in applicazione dell’art. 80 del “Codice Napoleonico”. Bisogna sapere che Napoleone III era decaduto già ne1871 e quindi per la Francia era iniziata la Terza Repubblica che durerà una settantina di anni. Ciò nonostante i regolamenti vigenti erano ancora quelli napoleonici.
Non si conoscono le cause della morte del legionario Antonio Zuffellato. Forse in seguito a ferite riportate in combattimento, forse per una delle contagiose malattie che affliggevano quei luoghi.
La relazione della sua scomparsa fu redatta dal soldato Camille Martel, scrivano dell’ospedale, e dall’infermiere caporale Jaques Borel e sottoscritta dal sindaco di Guelma, signor Chantord.
Antonio Zuffellato non fu il solo originario di Montebello a finire i suoi giorni in quelle lontane terre del nord Africa, come qui di seguito si legge. Infatti alle ore 11 del mattino del 23 maggio 1892, all’ospedale militare di Medea, città a circa 80 chilometri a sud ovest di Algeri situata a quasi 1.000 metri di altitudine, venne a mancare, all’età di 34 anni, il montebellano Lora Antonio del fu Augusto e della fu Mariona Lucia, da civile di professione contadino. (Il suo presunto arrivo in Africa fu posteriore al 1885). In quella triste occasione furono testimoni gli infermieri militari Henry Delarue e Constant Lair, entrambi addetti all’ospedale. Dai documenti si sa poi che, prima del ricovero, il povero Antonio Lora era di stanza presso la località Husery – Ben – Alì (?). L’atto di morte fu redatto dall’Ufficiale di Stato Civile di Medea, il signor Jean Cesar Segond, su incarico del sindaco della città.
Anche in questo caso la comunicazione della scomparsa del contadino montebellano arrivò tardivamente in Italia, quasi due anni dopo, ossia nel marzo del 1894. Non si conosce se questa informativa fosse stata possibile solo perché a Montebello si sollecitò la ricerca di Antonio Lora, visto il prolungarsi della sua già lunga assenza con mancanza di notizie, o se fosse la prassi militare.
Nel 1979 a Trapani è stata fondata l’associazione A N I E L che raggruppa alcune centinaia di ex legionari. Oggi questo sodalizio si trova a Vicenza e tutela gli interessi dei volontari che hanno militato nelle fila della “Legione Straniera”. OTTORINO GIANESATO

FOTO: Una cartolina di fine ‘800 con un gruppo di soldati della ‘Legione straniera’ francese in nord Africa.

Umberto Ravagnani

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DA UN MONTEBELLO ALL’ALTRO

[375] DA UN MONTEBELLO ALL’ALTRO

Nell’autunno del 1889 Amalia Pasetti, figlia trentacinquenne del dottor Giuseppe, già sindaco di Montebello, convolò a nozze con il conte Luigi Sparavieri di Verona. La cerimonia fu celebrata nella villa paterna di Amalia conosciuta come palazzo Sangiovanni, e nel corso del Novecento chiamato Freschi-Sparavieri. Nel 1887 Luigi, figlio di Carlo, era rimasto vedovo della baronessa Emma Vranyezany Dobrinovic, morta all’età di 35 anni, figlia di Giovanni e di Anna Schwarz. Il cui cognome tradisce forse l’origine ungherese se non austriaca.
Amalia Pasetti non era montebellana di nascita. Era venuta alla luce a Vicenza nel 1854 nella parrocchia di san Michele nella quale era ubicato il palazzo dei cugini Gualdo e Pasetti.
Il conte Luigi Sparavieri a sua volta era nato a Verona nella parrocchia della Cattedrale. Incredibile la sequela di ben 12 nomi con cui fu battezzato, tutti per ricordare questo avo piuttosto che un altro: Luigi – Vittorio – Ferdinando – Giovanni – Carlo – Pietro – Antonio – Bartolomeo – Leopoldo – Galeazzo – Giulio – Maria. Circa 15 anni prima Giulia Pasetti, sorella di Amalia, sempre a Montebello, aveva sposato il fiorentino Giovanni Pelli-Fabbroni figlio di Giuseppe e di Rosalia Antinori che nel Battistero di Firenze gli furono dati “soli” 6 nomi ovvero Giovanni – Pietro –Leopoldo – Vincenzo – Giuseppe – Luigi.
Quindi i novelli sposi Luigi ed Amalia erano entrambi figli di madri nobili: come Amalia Pasetti lo era della marchesa Bianca Villani così Luigi Sparavieri lo era della contessa Giulia di Bagno dei marchesi Guidi. Molto interessante la storia di quest’ultimo casato che in passato vantò tra i suoi membri anche un paio di cardinali.
I Bagno dei Guidi erano i signori di Montebello (ebbene sì un altro Montebello) frazione di Poggio di Torriana nell’appennino riminese. Il castello di questi nobili romagnoli si trova sopra un colle a 436 metri di altezza e domina dall’alto la valle del fiume Marecchia ed è famoso per un presunto fantasma, di nome Azzurrina, che la tradizione popolare vuole che si aggiri tra le sue mura medievali.1
Tra l’altro la vita della contessa Giulia Bagno dei marchesi Guidi e della sua famiglia ispirò alla scrittrice Olga Visentini (1893 – 1961) l’opera “La Pensierosa” edita nel 1949 e più volte ristampata per il successo ottenuto. E’ lunghissimo l’elenco dei pregevoli lavori che nel corso degli anni hanno avuto la luce grazie alla penna di questa straordinaria scrittrice.
Quindi tornando al matrimonio tra i nostri Amalia e Luigi, è singolare e casuale come il palazzo Sangiovanni – Pasetti, in occasione di un matrimonio avesse ospitato gli abitanti o gli originari di due paesi entrambi chiamati Montebello, ma distanti 200 e più chilometri tra loro.
Alla morte del dott. Giuseppe Pasetti, avvenuta nel 1891, Amalia ereditò la villa paterna che acquisì il nome di palazzo Sparavieri.
Non era certo l’unico palazzo a fregiarsi di questo cognome dato che da Desenzano, sulla sponda bresciana del lago di Garda, fino a Montebello Vicentino passando per Sona, Verona Cerea, Caldiero, citando solo alcune località, non si contavano e non si contano tutt’oggi, le ville così nominate.
Amalia morì abbastanza giovane nel 1902 e fu sepolta nel Cimitero Maggiore di Vicenza, nella stessa tomba che accolse l’anno seguente anche le spoglie del marito Luigi Sparavieri e più tardi quelle della zia Anna marchesa Villani.
Lo storico montebellano Bruno Munaretto ci ricorda nelle sue “Memorie Storiche di Montebello Vicentino”, come nel 1932, anno dell’edizione del libro, la proprietaria della villa, che già fu dei Sangiovanni fosse la contessa Eleonora Freschi-Sparavieri. Questo probabilmente dopo il 1903 quando Luigi Sparavieri cessando di esistere non lasciò eredi diretti.
La contessa Eleonora Sparavieri, erede di Luigi perché sua parente, sposò Carlo Freschi, friulano di Cordovado (PN) che legò il suo cognome e quello della moglie alla villa di Montebello. Carlo Freschi morì nel 1925, suo unico erede maschio fu Antonio Luigi. La storia della famiglia Freschi racconta che Antonio Luigi morì assai giovane, durante la Seconda Guerra Mondiale, per cui la sorella Nicoletta (mancata nel 2005) divenne sua erede. Nicoletta moglie di Lorenzo Piccolomini, nobile senese, ebbe 10 figli. (OTTORINO GIANESATO)

FOTO: 1) Eleonora Sparavieri Freschi di Cucagna con i figli in una bella foto dei primi del ‘900. (Rielaborazione di una foto da Wikipedia).
2) Stemma dei conti Sparavieri. Blasonatura: d’oro al capriolo di rosso, caricato di tre rose d’argento, bottonato d’oro ed accompagnato da tre sparvieri di nero volanti, i due superiori affrontati. Cimiero: un angelo in maestà nascente, crinito ed alato d’oro, vestito d’argento, portante un pendaglio d’oro. Motto = pax huic domui (Pace a questa casa) (Data di creazione XIV secolo. Rielaborazione da Wikipedia).

NOTE: 1) La leggenda di Azzurrina: la bambina albina che durante il medioevo scomparve misteriosamente senza lasciare alcuna traccia di sé… e che ancora oggi infesta il Castello di Montebello a Torriana! La leggenda narra che il Signore di Montebello, Ugolinuccio Malatesta, avesse una figlioletta di nome Guendalina dai capelli completamente bianchi. La bambina era albina e proprio per questo motivo, a causa del suo aspetto, veniva tenuta nascosta all’interno del castello per proteggerla dalle accuse di stregoneria. A nulla servivano i tentativi disperati della madre di tingerle i capelli con colorazioni naturali che puntualmente scolorivano in un inquietante colore azzurrino… da qui il soprannome Azzurrina.
Una notte, durante il solstizio d’estate del 1375, imperversava un violento temporale e la bambina giocava con la sua palla di pezza per le stanze del castello, sempre sorvegliata a vista da due guardie personali. Improvvisamente la palla rotolò giù nei sotterranei e cadde nella ghiacciaia (un pozzo profondo chiuso da un’unica botola e senza altre via di uscita). Improvvisamente le guardie udirono un urlo straziante, ma accorse sul luogo dell’accaduto, presso la ghiacciaia, non trovarono nulla: la bambina era svanita, di lei non rimase alcuna traccia e non venne mai più ritrovata. Ancora oggi il suo fantasma si aggira per i sotterranei del castello e durante le notti del solstizio d’estate (ogni cinque anni) si possono udire i suoi pianti e lamenti. C’è chi dice di averla vista e addirittura dipinta: il quadro appeso sopra il luogo della sua scomparsa infatti sarebbe postumo, creato in seguito alla visione del suo fantasma!

Umberto Ravagnani

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IL PONTE SULL’ACQUETTA

[374] IL PONTE SULL’ACQUETTA

Si sa che fino all’inizio del ‘500 il torrente Chiampo confluiva nel torrente Guà nei pressi dei confini dei territori comunali di Arzignano e Montorso e con questo diventava un unico ed impetuoso corso d’acqua. Col passar del tempo, a causa delle ripetute rotte, sempre in quel di Arzignano, il Chiampo cambiò direzione scendendo direttamente verso Montebello e unendosi nelle campagne di Montorso con il torrente Aldegà che dalle colline di questo paese traeva origine. La nascita del rio Acquetta, nelle dimensioni che tutt’oggi mostra, avvenne quindi nella prima metà del cinquecento, alimentato dalle acque di scolo dei terreni che non poterono più confluire, come in passato, nel Chiampo e poi nel Guà.
Non è escluso che questo rio, prima della menzionata rotta del Chiampo, altro non fosse che un antico e modesto fossato o avvallamento nella zona allora conosciuta come la Valdemexe, usato nei periodi di siccità come strada. Un corso d’acqua modesto quello dell’Acquetta, ma, alimentato dalle rotte dei due torrenti a lui paralleli, fu capace di sconvolgere la viabilità maggiore nei pressi di Montebello costringendo per secoli i viandanti ad abbandonare l’antico percorso della Strada Regia e dover utilizzare quello della via centrale del paese che acquisì la stessa denominazione.
Delle origini del rio Acquetta ce ne parla un documento del 1661 redatto quando il suo attraversamento in Montebello, nella località Borgo, creò non pochi disagi ai viaggiatori e agli abitanti per la mancanza di un ponte.
Come tutti i lavori pubblici importanti anche il cantiere dell’Acquetta ebbe il suo presidente, o meglio i presidenti visto che a sopraintendere all’opera furono designati i conti Lelio Gualdo e Ottavio Sangiovanni. I due eletti si accordarono il 7 Aprile 1661 con Bartolomeo Schiavo spezzapria di Montecchio Maggiore perché s’impegnasse a cavar le prede che abbisognavano alla erezione del ponte per il prezzo di Marchetti 17 al piede quadro.
Fino a tutto Settembre di quell’anno il valore delle pietre consegnate fu di Troni o Lire 408.17. Invece le pietre di Chiampo impiegate (marmo) per la creazione dei tagliacqua furono valutate Troni o Lire 254.11. Inoltre, tra il 7 Settembre ed il 10 Agosto, furono utilizzati 5600 quadrelli (mattoni) e altri 10380 fino al 2 Novembre.
Gli impresari che si assunsero l’onere dell’esecuzione dei lavori furono Gio.Pietro Cironi (Ceroni) e Pietro Adamo spezzapria. Costoro per la realizzazione del manufatto utilizzarono una macchina edile che mai prima ho trovato impiegata in occasione di lavori simili: l’argano. Il Boerio nel suo “Vocabolario Veneziano” così definisce questa macchina “strumento di legno intorno a cui s’avvolge un canapo per uso di tirar in alto prede”. Come si leggerà più avanti questa attrezzatura verrà nuovamente reimpiegata confermando quindi la sua grande utilità.
Il Diario dei Lavori riferisce che il 10 Ottobre il macchinario fu rimandato a Vicenza nel si è fatto conto haver havuto luogo da dove era stato prelevato meno di un mese prima la detta argana giornate 24”.
Sempre nel Diario dei Lavori è annotato in data 25 Agosto un particolare interessante che così recita: “nel cavar il pilon verso Vicenza si scoperse un pilon di pietra antico. Fu deliberato cavar e scoprir (le pietre) e valersene e fu(rono) messe in le infrascritte opere” Quindi non era la prima volta che in quel posto veniva costruito un ponte del quale si era ora persa la memoria. Considerando che l’Acquetta aveva avuto origine dalle rotte dei torrenti Chiampo e Guà circa 150-200 anni prima, la sua erezione non poté avvenire antecedentemente a questo lasso di tempo. Resta il fatto che il suo utilizzo deve essere stato di breve durata. La sua rapida rovina e mancato ripristino è da collocarsi a prima del 1590, anno in cui si ricostruì il Ponte Morosini o Fracanzana per ovviare alla distruzione della Strada Regia da parte dell’Acquetta che in quello stesso frangente forse spazzò via anche il ponte dimenticato.
Quando l’alveo dell’Acquetta rimase asciutto, condizione che non si verificò abbastanza in fretta nonostante il periodo estivo, i lavori all’ala ebbero finalmente inizio. Tra i prestatori di opere partecipò anche il mio avo Pietro Danesato, (al nipote Francesco il cognome verrà modificato in Gianesato), ed è proprio la citazione del suo coinvolgimento nei lavori che rivela la presunta data dell’approntamento dell’ala: 21 Settembre 1678. In quel giorno Pietro Danesato riportò con i suoi buoi l’argana (macchina edile) a Marc’Antonio Righi dopo che questi l’aveva prestata in precedenza al cantiere dell’Acquetta.
Nell’elenco cronologico delle “polizze” (fatture dei lavori) pagate dal Presidente Ottavio Sangiovanni si legge che sempre Pietro Danesato, in data 26 Agosto, condusse per una giornata sabbion al ponte e per questo ricevette 6 Lire. Per la stessa collaborazione prestata il 2 e 3 Settembre Tomaso Civiero ottenne 12 lire ed ancora Pietro Danesato il 7 seguente ebbe ulteriori 6 Lire. Sempre il 7 Settembre a Stefano Perdocimo furono pagate 12 lire per aver trasportato le pietre nere (basalto probabilmente estratto dalla cava della Morsolina già citata nel 1660). Tra i vari materiali impiegati furono consegnati nel cantiere del Borgo 9 carri di calcina a Lire 18 1’uno, 135 Piedi di pietra di Montecchio a 17 Marchetti cadauno e 14 Piedi di pietra di Brendola a 9 Marchetti. Gio.Maria Bongiovanni dalla Lobbia fornì 1333 quadrelli e Bortolamio Bresola prestò la sua opera di marangon. Quelli citati sono solo una parte di quanti contribuirono, a vario titolo, al restauro del ponte. (Da “Raccolta storica di Montebello Vicentino”, vol. II, di OTTORINO GIANESATO)

FOTO: 1) Il ponte sull’Acquetta come si presenta oggi. Del  vecchio manufatto e delle sue opere complementari sembra essersi salvato, solo in parte, il discontinuo parapetto di pietra costruito sulla riva destra che in passato era unito al ponte stesso.
2) Secondo il perito Giovanni Briatti così doveva essere costruito il nuovo ponte: con un semplice muro su ciascuna riva. Ma in fase di realizzazione al loro posto si preferì edificare due vere teste di ponte. (Disegno di Ottorino Gianesato)

Umberto Ravagnani

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LA SAGRA DI SAN FRANCESCO

[370] LA SAGRA DI SAN FRANCESCO

Il racconto qui di seguito narrato e debitamente adattato, è tratto dal lavoro edito dagli “Amici di Montebello” nel 2011, a firma del sottoscritto:

MONTEBELLO NELLA QUOTIDIANITA’ DEL ‘500 – secondo gli atti notarili e le sentenze criminali.”
Con unanime soddisfazione dello scrivente e dell’Associazione, questo libretto di 130 pagine, (con altri due saggi) è entrato a far parte dei 2 milioni e 700 mila titoli che la “AKADEMIE DER WISSENSCHAFTEN UND DER LITERATUR MAINZ” (Accademia delle scienze e della letteratura di Mainz o Magonza – Germania) ha raccolto da varie provenienze, sia articoli che libri che trattano argomenti specialmente del 16° secolo (vedi sito internet REGESTA IMPERII).
Quindi non me ne vogliano i lettori se questo racconto è un po’ crudo perché rispecchia comunque una realtà di quel tempo.
Quel 4 ottobre 1545 doveva essere un giorno felice e spensierato per coloro che si erano recati a Montebello alla sagra di san Francesco. La bella manifestazione, per la gioia dei visitatori, da molti anni si teneva nei pressi dell’omonima chiesa, oggi demolita, lungo la strada che porta al castello e faceva affluire numerose persone.
Ma per qualcuno il viaggio di ritorno, suo malgrado, si trasformò in un incubo difficile da dimenticare. Avvenne che tra gli entusiasti visitatori accorsi, anche da fuori paese, ci fossero, provenienti da Zermeghedo, alcuni componenti della nobile famiglia Regaù, il che la dice lunga quanto fosse attraente questa festa. Da questa manifestazione, Anna, moglie di Giorgio Regaù e un figlio fanciullo (la sentenza non cita il nome) dopo qualche momento spensierato trascorso, se ne stavano tornando a casa a piedi percorrendo la contrada di Vigazzolo. Durante la loro lunga camminata verso Zermeghedo, incrociarono tale A.T. servitore, dei nobili Campiglia, famiglia questa tradizionalmente avversaria dei Regaù dopo che questi ultimi avevano provocato la fine violenta di un loro componente ossia di Federico Campiglia.
Il servitore allo scopo di rendersi meritevole dell’attenzione gratificante dei padroni, non trovò niente di meglio che prendersela con la donna e col bambino, entrambi indifesi, la prima coprendola di insulti, ingiurie e minacce e rincorrendo il fanciullo spaventatissimo colpendolo con calci e schiaffi.
Questo triste episodio ben presto giunse alle orecchie di Guido Regaù, fratello maggiore del bambino picchiato, e da quel momento meditò in cuor suo di fargliela pagare cara al violento servitore dei Campiglia. Trascorse un po’ di tempo e sembrava che nulla di vendicativo da parte dei Regaù potesse sortire, quando, una settimana prima del santo Natale, il citato Guido convocò ad ora tarda a Zermeghedo, un parente di Montebello, tale Zanino Bacco, per organizzare una spedizione punitiva nei confronti di A.T. Allo scopo Guido Regaù, coadiuvato dal fratello Alvise, assoldò anche alcuni loschi figuri abitanti sia a Zermeghedo che a Montebello, seppure originari di Monteforte, come Simone Ferrarin e Francesco “draperio” (commerciante di tessuti) di Venezia. A completamento del malvagio manipolo furono reclutati Paolo Malerba e Bernardino B. Tutto il gruppo debitamente armato sino ai denti con archibugi, bastoni ed armi da taglio varie era così pronto ad entrare in azione.
Il piano architettato prevedeva che Simone Ferrarin, una volta raggiunta la casa della vittima predestinata, si accertasse che questa fosse sola. Cosa che costui fece ed al ritorno dall’esplorazione esclamò: « andemo chè l’è solo in casa ».
Volendo far uscire dall’abitazione il malcapitato A.T. il gruppo si mise a provocare dei rumori ed a percuotere una finestra. Come il padrone di casa aprì la porta alcuni malviventi vi si introdussero lestamente. A nulla valse la fuga precipitosa di A.T. in un angolo della cucina perché fu subito raggiunto e percosso brutalmente.
La vittima trascorse un pessimo Natale, tra la vita e la morte, tanto che sopravvisse solo fino ai primi giorni del 1546.
La triste vicenda ebbe un lungo epilogo anche perché A.T. che il losco drappello pensava di aver messo a tacere per sempre, riconobbe qualcuno dei suoi assalitori, ragion per cui furono tutti denunciati il 4 marzo 1546. Fu del tutto inutile la fuga di Paolo Malerba perché fu subito catturato e torturato.
Furono citati anche Anna Regaù e il figlio Alvise che si presentarono spontaneamente e rilasciati mentre l’altro figlio Guido, la mente e l’organizzatore della spedizione punitiva, era fuggito a Venezia e stava per cadere nelle mani della giustizia.
Per Paolo Malerba, Francesco “draperio” e Bernardino B. il 18 settembre 1546 ebbe luogo la triplice esecuzione capitale, mentre gli altri complici furono banditi da Montebello.
Quello che lascia un po’ perplessi in questa vicenda è come, nonostante la compartecipazione, Alvise Regaù se la fosse cavata a buon mercato. Ma quello che è ancor più sorprendente, come questa poco limpida figura avesse potuto, in seguito, essere eletta a capo del Vicariato di Montebello per due anni consecutivi cioè dall’11 novembre 1571 all’11 novembre 1573 (OTTORINO GIANESATO).

FOTO: La Chiesa di San Francesco a Montebello come doveva essere all’epoca del racconto (ricostruzione di fantasia di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL CARRETTIERE SCOMPARSO

[369] IL CARRETTIERE SCOMPARSO

Erano già passati diversi giorni che la famiglia del giovane Giacomo Zambellin del fu Angelo non aveva più notizie di lui. Durante la prima settimana di settembre 1806 lo avevano visto partire da Montebello, suo paese natale, alla volta di Milano alla guida di un carretto carico di merci. Purtroppo dopo qualche giorno di viaggio, giunto ormai non molto lontano dal capoluogo lombardo, era successo l’imprevedibile.
A Montebello attesero invano il suo ritorno. A distanza più di due mesi e mezzo i suoi famigliari, che ne avevano denunciato la scomparsa alle autorità comunali di Montebello non ebbero benché la minima notizia o segnalazione di lui: sembrava essere svanito nelle nebbie della pianura padana.
Finalmente i giorni immediatamente dopo il santo Natale arrivò al Comune di Montebello un dispaccio della pretura di Lodi. Il documento raccontava nei minimi particolari, fin troppo crudi, quanto era successo al giovane Giacomo Zambellin, rimasto vittima di un “incidente stradale”. Si deve poi alla intraprendenza e bravura di qualche funzionario di quei luoghi, improvvisatosi indagatore, se gli inquirenti poterono risalire al paese di Montebello come Comune di origine del carrettiere.
Era accaduto che Giacomo Zambellin, nel mentre percorreva la cosiddetta strada Milanese, forse per un colpo di sonno o a causa di un sobbalzo del mezzo su una buca, fosse caduto finendo sotto una ruota. Di questo si era accorto il conducente un calesse che lo stava seguendo non lontano che, viste le gravi condizioni del carrettiere raggiunse dopo pochi minuti altri trasportatori più avanti. Un paio di questi invertirono la marcia e ritornarono verso il malcapitato. Spesso i carrettieri preferivano viaggiare a poca distanza l’uno dall’altro per reciproca sicurezza, in caso di assalti di banditi o di altra evenienza, ma questa volta non si erano accorti di quanto era accaduto all’ultimo della fila, Zambellin per l’appunto.
Il grave incidente avvenne nei pressi del Comune di Pezzolo di Tavazzano (oggi Tavazzano con Villavesco in provincia di Lodi a circa 20 chilometri a sud-est di Milano).
La successiva ricognizione meticolosa della gendarmeria, prontamente avvertita, riferì di aver trovato: “il cadavere di un uomo disteso supino colla testa su di un mucchio di ghiaia dell’età e dell’aspetto di persona di circa 28 anni, di statura piuttosto bassa, corporatura mediocre, faccia regolare, di color bruno pallido, ciglia folte nere, bocca ed occhi chiusi, una lunga barba nera, capelli castani allacciati in treccia, con una lunga striscia di … proveniente dalla narice destra, vestito in marzemino (?) di panno celeste ordinario, corpetto di lana grigio-verde con bottoni di metallo bianco, pantaloni di lana color beige, altro paio di tela a righe celesti e bianche, scalzo ai piedi (forse aveva perso le scarpe durante la caduta e qualcuno gliele aveva rubate ? n.d.r.) con una camicia di tela leggera avente il corpetto stracciato di traverso dalla parte sinistra, tutto coperto di polvere.”
La successiva ricognizione del Chirurgo d’Ufficio sul corpo del malcapitato rilevò una profonda ferita ed alcune fratture sul dorso compatibili con lo schiacciamento provocato dalla ruota del carro. Il rapporto è fin troppo minuzioso e zeppo di particolari a dir poco sconvolgenti.
Il corpo esanime non riconosciuto dello sfortunato Giacomo Zambellin venne preso in custodia dal “cursore” del paese sopra menzionato.
Nel rapporto della gendarmeria non si fece minimamente menzione del denaro che il povero carrettiere doveva necessariamente avere con sé, né di che fine avessero fatto le merci, il carretto e il cavallo. Mistero! O meglio i ladri non si sono mai estinti.
Sicuramente qualche documentazione che poteva attestare la sua identità e la sua provenienza doveva averla avuta, ma a distanza d tempo tutto questo era forse passato nell’oblio.
Fortunatamente un solerte funzionario aveva però trovato nascosto in una recondita tasca dei pantaloni un attestato del Vicario Foraneo di Montebello, il Prevosto don Antonio Dai Zovi che faceva ritenere Giacomo Zambellin suo parrocchiano.
Da qui le lunghe indagini che portarono al riconoscimento del carrettiere che ormai riposava per sempre in terra lombarda.
A Montebello la scomparsa di Giacomo Zambellin fu debitamente registrata dall’Ufficiale di Sato Civile il 2 gennaio 1807 (OTTORINO GIANESATO).

FOTO: Tavoletta votiva che rappresenta un incidente con il carro (Madonna del Carmelo a Bologna). Nell’800 questi erano infortuni piuttosto frequenti come lo dimostrano numerosi ex-voto presenti in molte chiese della nostra penisola e non solo. Gli ex-voto, naturalmente, si riferiscono a episodi miracolosi dove il malcapitato era riuscito a salvarsi, purtroppo nel caso di Giacomo Zambellin da Montebello l’episodio si concluse tragicamente.

Umberto Ravagnani

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DALLE STALLE ALLE STELLE

 

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DUE SACERDOTI DEL PASSATO

 

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IL TRENO DEI DESIDERI

 

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IL VALORE DELLE DONNE

 

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LA NOBILE ECLETTICA PITTRICE

 

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DUE FAMIGLIE RAMPANTI

 

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PROFUMO DI ESSENZE DI MONT…

 

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L’OSTERIA DEI LADRI

 

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VILLA ANSELMI

 

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ANCHE GLI ANSELMI HANNO UN…

 

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GLI ANSELMI

 

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RICORDI DI SCUOLA A CA’ SORDIS

 

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I CAVALLI DEGLI ANSELMI

 

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IL PONTE DELL’ACQUETTA

 

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TURISTI PER CASO…O PER FORZA

 

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IL PRETE CON IL PALLINO DEL MAT…

 

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L’ORFANO DIMENTICATO

 

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UNA TIRATA DI CAPELLI

 

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UN DON MATTEO NOSTRANO

 

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LA DURA ATTIVITÀ DEL BECHARO

 

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RAIMONDO BATTISTELLA

 

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L’ULTIMA PREDICA

 

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GUARDIE E LADRI

 

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I TRE CAMPANILI

 

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LA NOBILTÀ D’ANIMO

 

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