BORGOLECCO STORY (12)

[305] BORGOLECCO STORY (12)
Il Cinema Parrocchiale in Via Borgolecco

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Da qualche anno la mia famiglia abitava alla fine della Via Borgolecco. Dopo la nostra casa, il resto della strada era “Strada Fonda”, fino alla Mira.
Erano i primi giorni di Dicembre del 1951. Nevicava ed io, ero a casa da scuola, quindi doveva essere di Sabato oppure di Domenica.
Arrivarono due uomini. Uno alto e grosso, l’altro alto e magro. Ambedue con cappello e cappotto. Mia madre li fece entrare in casa. Si mise a parlare con loro di cose che io, a sei anni appena compiuti, non capivo. Mentre tutto ciò procedeva nel mondo degli adulti, io guardavo la neve che cadeva. Ora, più abbondantemente. Ero davanti alla porta a vetri dell’entrata, col naso accostato ad un vetro. La parte destra del mio volto toccava la tendina che era raccolta su un lato. Forse più tardi, sarei potuto uscire per giocare sulla neve con gli altri bambini che, come me, stavano anche loro guardando la neve che cadeva dal cielo. Nelle altre case lungo la strada abitavano: Luigi, Silvano, Andrea… Qualche tempo dopo quella visita dei due uomini che non conoscevo, venni a sapere che ambedue erano i nostri zii. Uno, quello grosso, era in America. L’altro, quello magro, era in Francia. A Parigi questo ed a Detroit l’altro. Queste cose le venni a sapere durante un pomeriggio molto piovoso. Ascoltando mia madre che raccontava ad una sua conoscente le cose riguardanti quei due suoi fratelli. L’Americano aveva fatto la Ia Guerra Mondiale come Bombardiere. Tornato a casa, da subito decise di emigrare. Negli Stati Uniti c’erano già dei parenti della sua “morosa”, e là decise che sarebbero andati anche loro. Cosa che attuarono. Prima dell’avvento del fascismo. Il suo nome era Giovanni, come mio nonno Bertola. Il Francese era più giovane. Non aveva partecipato alla Ia Guerra. Ma era preoccupato per come andavano le cose in Italia durante quel periodo che seguì la fine dell’Armistizio. E partì per la Francia nel 1924…
Là si sposò ed ebbe, dopo qualche anno, una bambina. Nel 1939 la Francia entrò in Guerra, assieme alla Gran Bretagna, contro la Germania di Hitler. Il mio zio Francese fu catturato e rimase prigioniero di Guerra per la durata del conflitto a cui aveva dovuto partecipare in quanto Cittadino francese. A questo punto, mia madre quasi piangeva perché il racconto, come sentii più avanti, volgeva nella tristezza. Lo zio, tornato dalla prigionia, scoperse che la consorte, per tutto il tempo dell’Occupazione Nazista, si era tramutata in una “collaborazionista”. Da come parlava mia mamma, pur non sapendo io il significato di tale parola, doveva essere una brutta cosa. Mia madre raccontò anche che Guerrino, così si chiamava quello zio, aveva “divorziato” la moglie. Significava, spiegò la mamma alla conoscente, che non era più sposato con quella donna. E mia madre spiegò anche come le dispiacesse molto per la bambina del fratello. Abitava con lui, ma senza la mamma. Mentre la mia di mamma raccontava tutto questo, stava lavorando l’intreccio per dei ricami da aggiungere alle tovaglie che coprivano gli Altari delle Chiese. Durante il Ferragosto del 1953, lo zio Guerrino tornò a farci visita per un paio di settimane. Era già stato due settimane in un albergo di Recoaro per fare la Cura delle Acque. Cosa che io non capivo e che non mi interessava. Il primo Giovedì sera che lo zio era con noi, mi chiese se volevo andare al Cinema con lui. Anche la sala del Cinema era in Via Borgolecco. Poco più avanti della casa dei Gamba. Io, tutto contento, risposi affermativamente. Così, dopo mangiato, m’incamminai con lo zio per andare al Cinema. Il film era in bianco e nero. Una storia che raccontava della Corona di Ferro, con tanti Cavalieri, lance, spade e frecce scoccate da una infinità di arcieri. Piccolo com’ero, mi sedetti su un sedile delle prime file, dove non c’era davanti nessuno che potesse impedirmi di vedere. Il giorno dopo, nessuno mi disse nulla. Mio zio bevve il suo caffè per colazione e se ne andò in piazza a comprare il Gazzettino per leggerselo con calma. Allora, ancora non c’era la Via IV Novembre. Quando questa fu terminata, si poteva arrivare al Cinema dopo le lezioni di Catechismo e, per i più grandi, aver assistito ai Vesperi pomeridiani della Domenica. Si girava l’angolo della ‘strada nova’ e si era quasi davanti all’entrata. Ben più tardi venni a conoscenza di ciò che mi era accaduto quella sera, quando andai al Cinema con lo zio. Che ci fece visita due anni dopo. Stesso periodo di vacanze estive. Lui stesso mi chiese se mi fosse stato detto nulla in proposito… Quando, due anni prima, il Film terminò, non vedendomi, lo zio s’incamminò verso casa. Quando arrivò, la mamma gli chiese dov’ero. Lo zio si meravigliò che io non fossi già a letto. Allora, dopo aver detto che, per poter vedere, ero andato a sedermi nei primi sedili, si convinsero che mi fossi addormentato e che, sicuramente, ero ancora al Cinema che dormivo. Lo zio Guerrino ed uno dei miei Fratelli più grandi, andarono a casa dell’operatore della macchina proiettrice. Il quale abitava poco prima della piazza ed il cui figlio aveva il mio stesso nome. Batterono alla porta di casa: cosa c’è, cosa non c’è. Spiegazioni date sottovoce per non svegliare tutto il vicinato. In fretta aprirono la porta del Cinema. Accesero le luci in Sala. Camminarono verso le prime file di sedie e mi trovarono. Avevo il capo appoggiato sul bracciolo del sedile. E dormivo così bene che non vollero svegliarmi. Lo zio mi prese dolcemente in braccio e mi portò a casa. E dolcemente mi sdraiò sul letto e mi coperse con solamente le lenzuola perché era caldo. Ed io forse sognavo e vedevo i Cavalieri, le lance e le spade che s’incrociavano. E, certamente, anche le frecce scoccate da una infinità di arcieri. Lo zio Guerrino viveva in Francia. Ci diceva che poteva andare al centro di Parigi in poco tempo. Con la Metropolitana impiegava 28 minuti. Il posto dove abitava si chiamava: Noisy-le-Grand. Ed era una Municipalità della periferia parigina. Quando ero un po’ più grande, andavo da solo al Cinema. Il più bello, con Robert Taylor ed Elizabeth Taylor, sia per me che per i miei coetanei, è stato, certissimamente, “Ivanhoe” (dopo 50 anni seppi che si pronunciava “Aivan-ho”). Datosi che anche Robin Hood faceva la sua parte nella storia del film, per noi ragazzi tra dieci-dodici anni, “Ivanhoe” diventò qualcuno da imitare. Come? Correndo su fino al Castello. A volte contando ad alta voce chi doveva essere Robin Hood. Tutti volevano essere l’arciere più bravo della foresta di Sherwood. Ma qualcuno doveva fare da Sceriffo. Anche se si doveva sempre perdere. Perciò si faceva la Conta. Chi di qua e chi di là. Forse ancora qualche persona si ricorda, anche se da tanti anni, in Via Borgolecco il Cinema Parrocchiale non c’è più. (Linus DownUnder Coniston Saint Pius the X day 21-8-2019)

Foto: Il cinema parrocchiale di Montebello (collezione privata e rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA NOBILTÀ D’ANIMO

[304] LA NOBILTÀ D’ANIMO NON È PER TUTTI

In passato i rapporti tra i nobili proprietari terrieri e i loro fittavoli o dipendenti non sono stati sempre idilliaci. Spesso il fieno raccolto mal stagionato o la brusca (potatura delle viti – n.d.r.) non eseguita alla perfezione davano adito a lunghe controversie, anche legali, che portavano spesso alla perdita del lavoro o dell’affittanza. Di solito i grandi proprietari di campagne preferivano dare in locazione i loro beni dietro un congruo affitto e restarsene in città a goderne i proventi piuttosto che soggiornare a lungo a Montebello per controllare l’operato dei lavoratori della terra.
Nel novembre 1595, appena finita la stagione dei raccolti, Vincenzo del fu Filippo Brasco affittò tutte le sue possessioni in Montebello, a Giulio del fu Pietro Balestro di Rovegliana (in quel tempo Rovegliana era un libero comune non sottoposto a Recoaro – n.d.r.) per 5 anni per il prezzo di 500 Ducati annui da pagarsi in due rate: una a san Martino (11 Novembre) e l’altra a san Cristoforo (18 luglio).
Il contratto prevedeva il possesso della casa dominicale con tezza, orto, corte, brolo, con una casetta e sedime contigui a detta dimora, che un tempo era stata di messer Battista dell’Oste (forse Battista del fu Battista oste), in contrà del Borgo, cioè di sotto del ponte dell’Aldegà (Chiampo), con tutte le sue comodità.
Abitando solitamente in Vicenza il conte Brasco si riservò per suo uso, da poter stanziar quando sarà in Montebello, la camera in solaro sopra la strada. Il rapporto di affittanza durò meno di due anni. Nel settembre 1597 Giulio Balestro rimase ferito, non si sa se accidentalmente o per colpa di terze persone, e morì di lì a poco tempo. L’onesto fittavolo, prima di morire aveva onorato la regolarmente la rata di luglio di 250 Ducati e, come si vedrà in seguito, aveva messo da parte un buon gruzzolo per pagare il saldo di novembre.
Quando fu informato della morte di Giulio Balestro, il conte si precipitò a Montebello nella casa dominicale del defunto, accompagnato dal Degano locale, Marc’Antonio detto “Malanchin” Valentini per effettuare il sequestro conservativo dei beni e soprattutto dei denari della seconda rata di affitto.
Alla presenza anche di Stefano Balestro, cugino del defunto, furono inventariate tutte le cose presenti nella fattoria e tra queste :

 8 busi de ave (arnie per le api)
3 porcelletti
1 fassinaro di legna
 4 bovi
2 vacche
1 puledro

Furono contati i denari consistenti in monete di vario genere e consegnati a Vincenzo Brasco:

 27 Zecchini
4 Doppie
2 Ungari
6 Scudi d’argento
30 Troni (moneda bianca)
 4 sacchetti contenenti 31 Lire ciascuno

Il controvalore approssimativo delle monete era di Lire/ Troni 1000, circa due terzi dei 250 Ducati (ossia Troni/Lire 1550) della seconda rata di affitto con scadenza 11 novembre. (C’erano poi ancora da valutare il bestiame e quant’altro di valore). Questo sta a dimostrare l’onestà e la previdenza di Giulio Balestro che con l’approssimarsi della scadenza autunnale aveva poco a poco messo da parte una quota consistente per far fronte ai suoi impegni con il conte Brasco. Ma il nobile non si fece scrupolo di pensare che sequestrando quei denari e quei beni aveva tolto a quella comunità anche una parte di liquidità che non gli spettava e indispensabile per soddisfare i bisogni primari della stessa. Sicuramente con la perdita del capofamiglia si apriva per i superstiti un periodo pieno di incertezze e ristrettezze economiche poiché avrebbero dovuto lasciare la fattoria.
Se nel racconto appena narrato appare una velata ed ingiusta diffidenza nei confronti del fittavolo da parte del nobile Brasco di ben altro tenore deve essere stato il rapporto del conte Antonio Sangiovanni coi suoi dipendenti.
Il 22 settembre 1691 il nobile Antonio Sangiovanni a 75 anni compiuti dettò le sue ultime volontà, presagendo che era vicino il momento di raggiungere la moglie Virginia defunta nel 1679.
Se in quel tempo fosse esistito “il Premio della Bontà” il conte Antonio sarebbe stato un valido candidato per meritarsi l’assegnazione poiché tra le persone ricordate nel suo testamento c’erano anche i suoi dipendenti:
“… che per amor di Dio siano dati ad uno dei poveri fabbri che lavorano loro nella bottega (dei Sangiovanni) per non poter esso comprar gli strumenti necessari per il suo mestiere, tutti gli istrumenti della loro fucina anco qualche materiale di rottura di ferramenta che dentro si potessero ritrovare. Così possa metter bottega e guadagnarsi da viver con la propria famiglia.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Villa Sangiovanni (poi Pasetti-Freschi-Sparavieri) all’inizio del secolo scorso (cartolina postale – Collezione Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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SUOR GABRIELLA MENEGON

[303] SUOR GABRIELLA MENEGON – La mamma di Alìto

Nell’articolo di oggi vogliamo ricordare, in estrema sintesi, un personaggio tanto umile quanto generoso verso il prossimo al quale ha donato interamente la sua vita: Suor Gabriella Menegon (Gina). Il compianto prof. Rodolfo Peroni, poco prima di lasciare questo mondo, mi ha consegnato il suo libro “Da Montebello ad Alìto” nel quale racconta la vita di questa mirabile suora dopo aver raccolto sue notizie per almeno un decennio. Ci riferiremo quindi a questo scritto per narrarvi brevemente la sua straordinaria storia.
Gina Menegon, divenuta poi Suor Gabriella, è nata a Montebello Vicentino il 18 marzo 1906. Era quarta di sei fratelli: Oreste, Vittorio, Santina, Gina, Fortunato ed Anna. Il padre, Erminio, faceva il bracciante, mentre la madre Melania governava la casa e si occupava dei sei figli.
Nonostante l’avvento dell’industrializzazione, all’inizio del Novecento, la maggior parte della popolazione italiana rimaneva legata all’agricoltura, un lavoro tutto sommato molto precario che costrinse moltissimi italiani a cercare una vita migliore all’estero.
Gina era una bambina vivace, allegra, di compagnia. A sei anni frequentò con entusiasmo il nuovo Asilo Infantile gestito dalle suore Dorotee, un ambiente educativo e moralmente sano, dove poté imparare i lavori femminili. Anche la sorella Santina, che aveva un carattere diverso, più portata alla vita religiosa, frequentò lo stesso asilo e, più avanti, decise di entrare nella Congregazione delle Dorotee. Gina, invece, era una ragazza viva, impulsiva, allegra e lavorando cantava. Nessuno si aspettava che, di lì a poco, la sua vita sarebbe radicalmente cambiata. La svolta avvenne una domenica di Quaresima del 1928 quando fra i fedeli della parrocchia fu tirato a sorte il nome di chi doveva fare da assistente agli esercizi spirituali e, per ben due volte, risultò il nome di Gina che alla fine decise di accettare l’incarico. Al termine della settimana di esercizi sembrava che nulla fosse cambiato in lei ma dopo pochi giorni ci fu la rivelazione: Gina annunciò alla famiglia l’intenzione di farsi suora e per di più missionaria. Più avanti dirà: “Io ho avuto in sorte tanta forza, tanta energia e il Signore m’ha fatto la grazia di lasciarmela tirar fuori tutta, di farla fruttare…Ah, il cuore di Dio è grande e non c’è pericolo che ci mortifichi: a ognuno chiede di far fiorire il suo seme, il suo talento nascosto. Basta interpretare il suo comando, saper attendere l’ora”.
Dopo quattro anni trascorsi nel convento delle Pie Madri della Nigrizia a Verona, Gina professò i voti e assunse il nome di Suor Gabriella e, quando un missionario si rivolse al convento perché aveva bisogno dell’aiuto di una suora, non esitò ad accettare l’incarico.
Agli inizi del 1933 la giovane suora partì finalmente per l’Uganda, nel cuore dell’Africa, dove le Pie Madri della Nigrizia erano presenti da una quindicina d’anni. La sua prima missione fu quella di Angal, nel nord dell’Uganda, dove rimase per 13 anni dividendo le sue giornate fra l’insegnamento del catechismo e l’assistenza nel ricovero per anziani. Successivamente fu trasferita a Kalongo, dove rimase per 3 anni e, in seguito a Lira. Trascorse quindi la prima parte della sua avventura africana, per quasi vent’anni, in queste tre Missioni, dedicandosi ad un lavoro silenzioso e durissimo con spirito di sacrificio: insegnò, catechizzò, battezzò, curò piaghe e lenì pene, si prodigò nei lavori più umili e in quelli più rischiosi. Queste le sue parole “Vissi pienamente i miei anni. La bicicletta mi portava nei villaggi più remoti. Battezzai centinaia e centinaia di bambini e di vecchi vicini a morire e ogni volta si rinnovava in me l’indicibile felicità di essere missionaria. In quegli istanti tutto era ripagato a dismisura: sacrifici, lontananza, solitudine, difficoltà erano annullati, naufragavano nella gioia luminosa di comunicare il Signore”. È con questo spirito che Suor Gabriella si accinge ad affrontare il nuovo e più impegnativo compito: la fondazione di un lebbrosario.
La lebbra è arrivata in Africa migliaia di anni fa, probabilmente proveniente dall’Asia ed era diffusa in molte zone di questo Continente. Per molto tempo fu giudicata una malattia inguaribile. Solo alla fine degli anni 40 del Novecento venne trovato un farmaco efficace il Solfone. All’epoca di Suor Gabriella l’Uganda era uno dei Paesi più colpiti con una media di 17 per mille abitanti e, cioè, aveva contaminato circa 120.000 persone su una popolazione di 7.000.000. Suor Gabriella “…nei quasi vent’anni trascorsi in Africa ho visto ormai innumerevoli uomini e donne con lesioni che non sarebbero più guarite, con putrefazioni che emanavano un fetore repellente, ma ho incontrato anche casi di giovani appena contagiati per i quali la guarigione sarebbe stata cosa possibilissima”.
Spesso i malati, per un senso di vergogna venivano tenuti separati dal resto della comunità e questo impediva qualsiasi tentativo di cura e portava ad estendere il contagio. Il Governo Ugandese e le autorità inglesi (l’Uganda era ancora un Protettorato Britannico) decisero quindi di creare una zona dove raccogliere le persone colpite da questa terribile malattia. Il padre comboniano Angelo Tarantino, parroco di Lira, prese a cuore l’iniziativa e nel 1950 chiese l’autorizzazione al Governo per la fondazione di un lebbrosario. La pratica si concluse due anni dopo e la località prescelta fu Alìto, un piccolo villaggio a nord di Lira, dove Suor Gabriella lavorava in quel periodo. Fu quindi naturale scegliere lei per la direzione della nuova opera. Era il ‘coronamento’ del suo desiderio di dedicarsi completamente alle persone più diseredate e infelici. Le venne in aiuto Suor Rosalucia Vinco, che operava nella missione di Angal, offrendosi con entusiasmo al nuovo e più gravoso incarico.
Dopo un breve tirocinio di due settimane a Nyenga, presso un altro lebbrosario dove appresero tutte le precauzioni necessarie per questo lavoro. Furono informate del fatto che se i malati non venivano curati appena si presentavano i sintomi erano a rischio deformità, ma che solo il 20% dei pazienti era contagioso e che il pericolo cessava dopo tre mesi di cure regolari.
Il 3 maggio 1952 Suor Gabriella e Suor Rosalucia giunsero ad Alìto, fu fatta una breve cerimonia di inaugurazione con la presenza di P. Angelo Tarantino e molte persone dei villaggi vicini. Nel pomeriggio, conclusasi la ‘festa’, le due suore si ritrovarono sole nel nuovo centro appena sorto. La missione più vicina era a 20 Km. E, a parte qualche capanna nella boscaglia non c’era anima viva nei dintorni. Inoltre erano state avvisate della presenza nelle vicinanze di animali pericolosi come le iene e i leoni.
Dopo pochi giorni arrivarono i primi bambini ‘lebbrosetti’, prima 25, poi 40 e, dopo poche settimane 100. Erano tutti molto tristi e Suor Gabrilella, con tenerezza materna, li accarezzava, raccontava loro storielle, offriva caramelle, finché il sorriso spuntava sul loro viso. All’inizio il lebbrosario consisteva in due capannoni con il tetto di paglia, uno per i bambini e uno per le bambine, ma le condizioni igieniche all’interno erano deplorevoli. Che fare? Si chiedeva Suor Rosalucia. Ecco che spunta fuori il carattere intraprendente di Suor Gabriella: con la sua bicicletta comincia a girare fra i vari villaggi intorno ad Alìto e torna con buone notizie. “Sono andata nei villaggi vicini a chiedere stuoie, domani le porteranno, intanto loro passano la parola ad altri e così ne porteranno tante! Poi daremo una stuoia e una coperta a ogni bambino, così per qualche tempo saranno sistemati decentemente”.
Suor Gabriella sapeva che ciò non sarebbe bastato, era necessaria anche una adeguata alimentazione. Cominciò quindi a scrivere ai suoi conoscenti in Italia e in altri Paesi perché mandassero loro aiuti di qualsiasi tipo. Le sue richieste furono ben presto esaudite. Cominciò ad arrivare ogni sorta di materiale, dalle coperte, lettini, pacchi di indumenti, fagioli, riso, e anche qualche assegno. Questi aiuti la incoraggiarono a realizzare un vero e proprio villaggio. Sorsero quindi due edifici in muratura per i bambini, un altro per la scuola e, ancora, la dimora per le Suore. La costruzione dei nuovi edifici, la sistemazione del piccolo villaggio in modo razionale, il miglioramento deciso del vitto e le cure mediche ora più puntuali si devono, sicuramente, al lavoro generoso e incessante di Suor Gabriella. Per questo motivo Sua Maestà la Regina Elisabetta d’Inghilterra, su proposta del Governatore Generale dell’Uganda, nel 1959, assegnò a Suor Gabriella il titolo di Membro Onorario dell’Impero Britannico.
Nei suoi trentatré anni di missione Suor Gabriella è tornata alcune volte in Italia e ha potuto incontrare i suoi familiari, ma i suoi contatti erano soprattutto epistolari. Purtroppo, furtivo e inatteso, nel 1965, giunse per lei il momento di lasciare definitivamente questo mondo. Era nella sua Alìto quando accadde l’imprevedibile: all’improvviso ebbe un crollo fisico e le mancarono le forze. Si pensava a un malore passeggero ma il medico si rese conto subito della grave situazione. Le sue ultime parole furono: “Abbiate cura dei miei lebbrosetti”. Alle 3,30 di sabato 4 settembre 1965 il cuore di Suor Gabriella si fermò e la ‘mamma di Alìto‘ esalò l’ultimo respiro. Suor Gabriella Menegon è sepolta nel suo villaggio che, da molti anni ormai, non è più un lebbrosario ma una efficiente scuola per giovani denominata “Centro per l’agricoltura e l’allevamento di Alìto”.

Umberto Ravagnani

Foto: parte della famiglia Menegon in una foto datata 30/12/1924. Gina è in piedi tra il padre Erminio e il fratello Vittorio. A sinistra, in piedi, Fortunato e a destra seduta Anna. Mancano Oreste, emigrato in America e Santina suora presso le Dorotee di Vicenza (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani – Foto Lucenti).
Fonte: Peroni Rodolfo, “Da Montebello ad Alìto“, 2021.
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I MORARI E L’ANTICA FILANDA

[302] I “MORARI” E L’ANTICA FILANDA DI MONTEBELLO

Il governo della Serenissima, producendo l’ESTIMO del 1545 ai fini fiscali, ritenne che la presenza dei gelsi, o più precisamente “morari” come venivano allora chiamati, costituiva un plusvalore dell’immobile, ragion per cui andava applicata una tassazione più alta. Si può dire che non c’era abitazione che non avesse almeno una pianta di gelso e nel territorio di Montebello la sua diffusione era di parecchie centinaia di unità se non migliaia.
Nella rilevazione appena nominata, incuriosisce la descrizione di un immobile valutato 170 Ducati che si affacciava sulla piazza di Montebello. Oltre alla presenza di 9 piante di gelso, tra gli annessi retrostanti, includeva una sezonta per tirar la seda. La sezonta in questione era una costruzione muraria, una sorte di tettoia o piccolo capannone aperto e coperto di coppi. Sta di fatto che questo edificio era una vera e propria piccola filanda!
I suoi proprietari erano gli eredi di Dante (da) Martinengo, cognome derivato dall’omonimo paese lombardo da cui proveniva questa benestante famiglia. Non si sa se gli eredi citati portassero il cognome Martinengo, ma quel che è sicuro è che di lì a poco sparirono letteralmente da Montebello e che i successori furono probabilmente i ricchi Castellan con i quali si erano precedentemente imparentati con un matrimonio.
Questo lo si viene a sapere perché nel 1538, sette anni prima della redazione dell’ESTIMO, Jacoba figlia di Dante Martinengo (il padre in quell’anno era ancora vivo) dettò le sue ultime volontà nominando sua erede universale la zia Anna, moglie di Jeronimo Castellan o Castellani.
Da una ricerca fatta allo scopo di determinare l’esatta posizione dell’antica filanda, si suppone che questa si trovasse nel retro dell’attuale casa Dainese. Ciò è avvalorato dal fatto che i Dainese, nei ricordi tramandati dai loro avi, affermano che agli inizi dell’Ottocento una sezonta presente poco lontano dall’abitazione era stata ristrutturata e che precedentemente questo sito aveva ospitato alcuni “fornelli” per lavorare i bachi da seta.
Che a Montebello si lavorasse artigianalmente la seta è dimostrato da parecchi documenti. Una stima di beni del 4 giugno 1571, redatta dall’estimatore Collaltino de’ Collalti per elencare quanto portato in dote da Gaspara figlia di Jeronimo Miolato, spicca un telaio per tessere lana e seta ossia: … un telaio ligneo ferrato ai capi con “bosemarola” (bozzima, liquido per impregnare i tessuti – n.d.r.), tre pettini a tela (due a due fili e uno a un filo) per seta, due casse per telaio, tre quarte di “gallette” da semina (per produrre i bachi da seta – n.d.r.), un travicello a telaio.
E non erano poche le famiglie che traevano sostentamento dall’allevamento del baco da seta e questo introito giungeva benedetto essendo forse il primo dell’anno. Nell’inventario del 1603 delle cose lasciate in eredità da Bernardino Braghetti, (anche lui aveva l’abitazione che dava sulla piazza), figurano 5 arelle per cavalieri (graticci per allevare i bachi da seta – n.d.r.) e questo è solo uno dei tanti allevatori di “cavalieri” così venivano curiosamene chiamati i preziosi animaletti.
Ma quanto valeva la seta? Nel 1630 in una cessione di questo bene tra un componente e l’altro della famiglia Gaboardo, residente nella contrà di Vigazzolo: libbre 3 e un quarto e mezzo passarono di mano in ragione di Troni o Lire 15 la libbra. Una discreta cifra che un operaio avrebbe guadagnato dopo oltre un mese e mezzo di lavoro dipendente.
L’allevamento dei bachi da seta non era né facile né privo di difficoltà. Tutto cominciava nel giorno di San Giorgio, il 23 aprile, nel quale in alcune località del vicentino dove esisteva qualche edificio sacro dedicato al santo, si benedivano i semi dei futuri bachi. Questi, dopo circa una settimana d’incubazione al caldo, se tutto andava bene, si schiudevano e bisognava iniziare la loro alimentazione mediante le foglie di gelso. Il tutto con due o tre somministrazioni giornaliere di foglie sminuzzate, operazione ripetuta per circa quindici giorni, passati i quali, incominciavano a formarsi sulle apposite fascine di legna i bozzoli. Da questi si ricavava poi la seta attraverso una complessa lavorazione da sempre attuata dalle esperte mani femminili.
Quando “la foglia” scarseggiava, perché i gelsi a disposizione erano insufficienti, o una inaspettata e tardiva gelata ne aveva bruciato i germogli, agli allevatori non restava altro che acquistarla o … rubarla come fece Bortolamio detto “Neno” Marchioro che nel 1603 spogliò proditoriamente i morari di proprietà della summenzionata famiglia Castellan, beccandosi così una denuncia.
Assieme a tanti altri prodotti agricoli, le foglie di gelso figuravano nel “Listino dei Prezzi” del 1666 e un sacco pari a litri 108 valeva 1 Trono e 4 Soldi, più o meno come un paio di bei polli o una libbra di zucchero, bene quest’ultimo allora molto costoso. E lo sfruttamento dei gelsi durò ancora centinaia di anni.
Nel secolo scorso l’abbattimento non rifuso di 23 piante di gelso, 17 delle quali crescevano nella scarpata del Viale della Stazione, diede vita a un ventennale contenzioso tra i proprietari, i fratelli Bortolo e Giacomo Castegnaro, e le Tramvie Vicentine. Quelle piante divelte durante la Prima Guerra Mondiale dall’Esercito Italiano (che negò ogni responsabilità), in base al vecchio progetto della costruenda tramvia Montecchio-Montebello-Lonigo avrebbero dovuto essere pagate ai proprietari dalle 10 alle 40 lire ciascuna a seconda del loro diametro. Una bella cifra (puoi leggere questa storia nel libro “Il treno dei desideri“).
I bachi da seta furono presenti nelle famiglie fino a parecchi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e il loro allevamento venne meno con l’industrializzazione degli anni sessanta.
In località Gualda, a ricordo di questa antica attività, sono rimasti alcuni lunghissimi filari di enormi gelsi secolari che, noncuranti dei confini, spaziano, come una verde cerniera, a cavallo tra i territori comunali di Montecchio Maggiore e Montebello.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Particolare di una veduta aerea di Montebello Vicentino nel 1955. Si possono notare le lunghe file di gelsi lungo i fossati e nei campi (IGM – Istituto Geografico Militare).

Umberto Ravagnani

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L’OSTE DI MONTEBELLO

[301] L’OSTE DI MONTEBELLO CITTADINO DI VICENZA
(LA CHIESA DI SAN GAETANO)

Fin dal 1595 i Teatini di san Gaetano officiarono nella chiesa di santo Stefano in Vicenza. Nel 1720, entrati in contrasto con il parroco, in attesa di tempi migliori, decisero di utilizzare una casa di loro proprietà nei pressi dell’antica osteria “al Cappello” per celebrare provvisoriamente le funzioni sacre in una chiesetta adiacente. Il luogo si trovava lungo l’odierno Corso Palladio, allora strada granda, di fronte alla Contrà di santa Barbara che dopo solo 100 metri tutt’oggi sbocca in piazza dei Signori. Nell’aprile dell’anno seguente iniziarono i lavori di costruzione del tempio sacro dedicato a san Gaetano, altro protettore della città di Vicenza, e terminarono circa 10 anni dopo. Il modello della chiesa fu fornito dall’architetto padovano Girolamo Frigimelica (il suo progetto più famoso è Villa Pisani a Strà – n.d.r.) e per realizzare l’edificio sacro furono demolite alcune case e la citata osteria “al Capello” che trecento anni prima aveva avuto come conduttore un oste montebellano: Battista del fu Battista.
Già nel 1675 i deputati della città di Vicenza avevano intrapreso le operazioni di acquisto dei fabbricati e dell’area sulla quale edificare la nuova chiesa dedicata a san Gaetano con lo specifico compito di rilevare l’antica casa di tale Martino Gallona ove si faceva l’hosteria del Capello (spesso scritta con una sola p – n.d.r.)
In seguito alle divergenze che ne seguirono la costruzione dell’edificio sacro rimase in stallo per quasi mezzo secolo e venne portata a termine solo nel 1730.
Risalgono alla prima metà del quattrocento le notizie riguardanti l’oste che trovò fortuna nella città di Vicenza, proprio grazie a quella famosa osteria che dopo alcuni secoli sarebbe definitivamente sparita e dimenticata.
Purtroppo non sono facili da trovare e sono poche le notizie relative al quindicesimo secolo. I pochi documenti presenti sono in gran parte opera dei notai che si si sono avvicendati negli anni che videro la Serenissima allargare il suo dominio anche sulle altre città venete.
Nel marzo del 1429 nell’osteria in Montebello di Battista del fu Battista, (forse l’hostaria granda ), il notaio Cristoforo Muzan, celebrò la concessione in affitto di una pezza di terra di un campo e mezzo da parte del procuratore del condottiero Jacopo.dal Verme al montebellano Bonomo del fu Francesco per la cifra di 16 Soldi da pagarsi a Natale. Questa è la prima notizia trovata riguardo a questo misterioso personaggio che l’anno seguente si troverà a Vicenza come oste all’hostaria al Capello. Seguono altri rogiti in cui l’oste viene citato anche solo come confinante nelle transazioni di qualche terreno in Montebello E’ evidente che Battista aveva fatto il salto di qualità perché aveva avuto anche i mezzi finanziari per farlo. Senza di questi non gli sarebbe stato possibile acquisire una casa in città e svolgere un’attività che dava modo di diventare cittadino di Vicenza e di goderne i relativi privilegi.
Tutto lascia credere che il mentore dell’operazione sia stato lo zio Gregorio del fu Antonio e lo si capisce nel momento in cui costui fece testamento a Montebello nel 1436, trovandosi gravemente malato. Ma a dispetto di tutti, visse ancora molti anni, almeno fino al 1455, rendendo parzialmente inattuabili i lasciti per la morte anticipata dei legatari. Qui di seguito alcune sue disposizioni testamentarie.
Gregorio del fu Antonio, un vero benefattore a 360°, nel suo testamento lungo qualche pagina, essendo senza figli, beneficò numerose persone e luoghi sacri diversi, non dimenticando nessuno. In particolare a Battista del fu Battista oste, padre di Giovanni, legò una sfilza di pezze di terra in Montebello, di case, di capi di bestiame. Battista ereditò persino una corazza di acciaio delle due che lo zio possedeva, segno di un recente passato di soldato, l’altra fu lasciata in dono a un altro nipote, il notaio Domenico di Melchiore. Ma la quantità di beni elargiti a Battista non lasciano dubbi che costui fosse il nipote prediletto. Si suppone poi che la hostaria granda di Montebello fosse stata di proprietà di Gregorio e che avesse compartecipato alla sua gestione con il nipote Battista. Privo di figli, per tutti i beni restanti non elencati nel testamento, nominò suo erede universale il fratello Giordano (pure lui senza eredi maschi) con l’obbligo che una volta passato a miglior vita avrebbe dovuto lasciare quanto ereditato ai poveri. Commissari testamentari i nipoti Battista del fu Battista e Domenico di Melchiore. Tuttavia questo non avvenne perché nel 1448, quattordici anni dopo, Giordano dettò il suo testamento al nipote notaio Domenico di Melchiore, ed il testatore nominò erede universale dei suoi beni il fratello Gregorio che quindi gli sopravvisse, scambiandosi così le parti.
In questo secondo testamento non si fa menzione di Battista oste, che morì prima di ereditare i beni dello zio Gregorio, ma la sua attività sarebbe continuata con il figlio Giovanni. In almeno tre rogiti redatti alcuni anni dopo da altrettanti notai sia di città che di Montebello, Giovanni del fu Battista viene citato come Giovanni dal Cappello come se questa denominazione fosse diventata il nuovo cognome identificativo. Gregorio rimasto vedovo della moglie Lucia si risposò con Magdalena, pure lei vedova e già madre di tale Alberto da Soave del fu Facio, che in qualità di figliastro in seguito ereditò parte dei beni del patrigno. Tra i beni lasciati in eredità da Gregorio c’era il 50% del mulino di santa Giustina (l’altra metà apparteneva ai nobili Cozza) al confine tra Montebello e Monticello di Fara che fu diviso in parti uguali tra Alberto da Soave e Giovanni del fu Battista. Comunque il ricordo di Battista oste, o meglio dal Cappello, rimase vivo almeno fino alla fine del cinquecento. In un documento del 1595 si parla della casa dominicale dei conti Brasco già abitazione di Battista oste, segno che il ricordo era ancora vivo.

OTTORINO GIANESATO

Foto: L’hostaria granda dei Valmarana era situata all’angolo tra via XXIV Maggio e Via Pesa, quasi davanti alla lussuosa villa del proprietario (attuale villa Zonin) (cartolina postale 1930 c.a. – Collezione Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA CHIESA DI AGUGLIANA

[300] LA CHIESA DI AGUGLIANA

La chiesa di S. Nicolò di Agugliana (frazione di Montebello) aveva il suo ‘presbitero1 già alla fine del XIII secolo. Lo storico abate Gaetano Maccà scrisse nella sua estesa ricerca sul territorio vicentino, in relazione alla Chiesa di Agugliana, che in un documento del 1322 in suo possesso risultava che, a quel tempo, vi officiava tale “Presbyter1 Jacombus ecclesie Sancti Nicolay de Aeglana”. Anche il cimitero dice di essere molto antico: in un testamento del 1433 una tale “domina Alita filia q. Nicolai de Aquilana” vuole essere sepolta nel “Cimiterio Ecclesie Sancti Nicolai de Aquilana”.
Fino al 1444 la Chiesa di Agugliana dipendeva dalla parrocchia di S. Michele di Zermeghedo, mentre dopo divenne autonoma con due soli ‘vincoli’: il parroco di Agugliana doveva officiare nella Chiesa di Zermeghedo nel giorno del patrono San Michele e, ancora, avrebbe dovuto portarsi a prelevare l’olio benedetto nell’antica chiesa matrice di Montebello il sabato santo.
La Chiesa fu più volte restaurata, nel 1690, nel 1767, nel 1848, nel 1912 e nel 1932. L’interno è a una sola navata, l’altare maggiore è dedicato a San Nicola di Bari e San Macario. Due angeli in pietra, ai lati dell’altare, furono eseguiti nel 1947 dallo scultore Bruno Peotta di Montebello.
I dipinti del soffitto di questa chiesa furono eseguiti fra il 1954 e il 1955 dal pittore decoratore Angelo Peruzzo di Priabona con la collaborazione del decoratore Alberto Peruffo di Trissino.
Il Battesimo di Cristo sopra il fonte battesimale è firmato M. Tiller2, un pittore di Montebello e risalirebbe agli inizi degli anni sessanta del Novecento. Al centro della navata era rappresentato S. Nicola vescovo in gloria, rovinosamente caduto in conseguenza di umidità e magnificamente restaurato dal maestro Michelangelo Valbona nel dicembre del 1993; nella lunetta sopra l’ingresso principale, colombe s’abbeverano alla fonte battesimale; nella lunetta antistante il presbiterio, due cervi si dissetano all’acqua del monte dei sette fiumi.

Ai lati vi sono due altari, uno dedicato alla Vergine del Rosario e l’altro dedicato a San Valentino che da moltissimi anni ha ispirato una gioiosa festa all’Agugliana, che si protrae per 4-5 giorni a iniziare dal 14 febbraio.
A proposito di questo santo, molto venerato ad Agugliana, il Martirologio Romano3 riporta due santi con il nome di Valentino ma, quasi sicuramente, si tratta dello stesso martire a causa di almeno due coincidenze importanti: lo stesso luogo di sepoltura e lo stesso periodo in cui vissero, la seconda metà del III secolo.
Il primo era un sacerdote e fu decapitato nel 268 sotto l’imperatore Claudio il Gotico per aver convertito il prefetto Asterio e la sua famiglia con la guarigione della figlia, cieca dall’età di due anni. Fu sepolto lungo la Via Flaminia, dove papa Giulio I costruì una basilica.
Il secondo, invece, era un vescovo e venne decapitato nel 273 durante le persecuzioni di Aureliano. Venuto a Roma su invito del filosofo Cratone che aveva saputo delle sue doti di taumaturgo, Valentino ne guarì il figlio a patto che si convertisse tutta la famiglia. Per questo fu prima imprigionato, poi costretto a sacrificare agli idoli, bastonato e infine decapitato. I suoi discepoli seppellirono il corpo a Terni sulla via Flaminia.
San Valentino vescovo e martire viene indicato come protettore degli amanti, degli innamorati e degli epilettici. La particolare protezione per gli innamorati è nata nel Medioevo, quando si credeva che il 14 febbraio gli uccelli cominciassero a nidificare. Il suo nome significa “che sta bene, sano, forte”.

Umberto Ravagnani

Note:
1) Presbitero: colui che amministra la chiesa locale (il parroco).
2) Mario Tirapelle (in arte Tiller) è nato a Montebello nel 1918 fu un pittore autodidatta che fin da giovinetto, fra i banchi di scuola, ebbe la passione di raffigurare in forma artistica, su carta o su tela, ciò che osservava.
3) Il Martirologio Romano è un libro liturgico e costituisce la base dei calendari liturgici che ogni anno determinano le feste religiose.

Foto:
1) Interno della Chiesa Parrocchiale di Agugliana (foto Umberto Ravagnani – 2017).
2) Interno della Chiesa Parrocchiale di Agugliana – Dipinto sul soffitto: S. Nicola vescovo in gloria, opera del maestro d’arte Michelangelo Valbona, eseguito nel dicembre del 1993 (foto Umberto Ravagnani – 2017)

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DON GIO.BATTA SGREVA

[299] DON GIO.BATTA SGREVA E I SEPARATISTI DI STARO

Nell’ottobre 1720 il chierico montebellano don Gio.Batta Sgreva, figlio di Michele, aspirava a diventare presbitero, ma non aveva i mezzi finanziari per essere promosso agli Ordini Superiori. Gli venne in aiuto lo zio Gio.Maria (omonimo dell’agrimensore vissuto circa 100 anni prima), che gli assegnò 3 campi arativi nella contrà di Fara nel comune di Montebello.
Don Gio.Batta aveva un fratello, Agostino, di una ventina d’anni più giovane. Anche lui, nel febbraio del 1741, espresse il medesimo desiderio di intraprendere la strada del sacerdozio, ma col grosso problema della mancanza delle indispensabili risorse economiche. Fu lo stesso don Gio.Batta a fornire al fratello quanto necessario allo scopo legandogli alcuni dei suoi beni. Questo fu possibile perché proprio in quell’anno, venne a mancare l’amatissimo arciprete don Gio.Batta Disconzi, parroco della chiesa di santa Maria della Valle dei Conti e della Valle dei Signori (oggi Valli del Pasubio – n.d.r.) e il montebellano don Gio.Batta lo sostituì. (E’ insolito. come le due valli pur essendo due comuni autonomi, facessero riferimento all’unica parrocchiale esistente situata in quella dei Signori). Quindi don Gio.Batta Sgreva, dal momento che la sua situazione economica si era consolidata con la nomina ad arciprete, pensò giustamente di correre in aiuto al fratello.
Sfortunatamente la sua missione di arciprete delle due Valli iniziò nel bel mezzo di una annosa controversia che la sua nuova parrocchia aveva con gli abitanti di Staro che, pur appartenendo alla chiesa di santa Maria, da almeno sessant’anni avevano gettate le basi per diventare religiosamente del tutto autonomi. Proprio una relazione di don Gio.Batta Sgreva, prodotta all’inizio del suo insediamento, ci dice che Staro contava allora una ventina di contrade sparse in un accidentato territorio e abitate da circa 400 abitanti. La loro legittima aspirazione era supportata dal fatto che per non avere una chiesa nella loro frazione, durante l’inverno, in caso di copiose nevicate, tutto diventava più complicato. Per l’arciprete era indubbiamente assai arduo raggiungere quell’abitato posto a 632 metri di altitudine per espletare alcune funzioni religiose ed era altrettanto difficile per gli Staresi raggiungere la parrocchiale per battesimi, funerali e quant’altro.
Già nel lontano 1687 i capifamiglia di Staro si riunirono per decidere l’erezione di una chiesa dedicata alla Santissima Trinità e a San Antonio di Padova nella contrada Tessari. I partecipanti ribadirono che questa loro decisione non avrebbe sminuito il prestigio della parrocchiale di santa Maria alla quale sarebbero rimasti fedeli,, ma che era dettata dai frequenti disagi che dovevano sopportare per una buona condotta cristiana.
Pertanto fu edificato un oratorio della misura di circa 12 metri di lunghezza, della larghezza di 6 e più di 5 metri di altezza. Nel 1703 l’edificio risultò del tutto idoneo solo per alcune funzioni, come la celebrazione delle messe nei giorni previsti, senza però potersi effettuare matrimoni, battesimi e sepolture. Troppo poco!
Pertanto due decenni dopo peggiorarono i rapporti tra gli Staresi e l’arciprete di santa Maria. Solo un paio di anni prima che arrivasse a Valle dei Signori don Gio.Batta Sgreva, gli abitanti della frazione lamentarono che durante l’inverno erano caduti 5 piedi di neve (1,5 metri) e che una decina di persone erano decedute senza i conforti religiosi con l’aggravante che, non potendosi raggiungere il cimitero di Valle, alcuni cadaveri erano rimasti insepolti. Fu così che gli abitanti di Staro espressero la ferma volontà di voler dar inizio alle sepolture all’interno del nuovo oratorio della Santissima Trinità. Don GioBattista Sgreva, come uno dei suoi primi atti, mandò al Vescovo di Vicenza mons. Marino Priuli una relazione che così recitava: “l’Arciprete ha provveduto con ogni amorosa diligenza ad amministrare i sacramenti agli infermi di Staro, ma gli ostinati interlocutori, con una spezie d’insolenza hanno risposto che l’oglio (sic !) santo non manda in paradiso, e duri più che mai, che vogliono assolutamente l’eucarestia” …
L’anno seguente il vescovo di Vicenza emanò un decreto con il quale concedeva agli abitanti di Staro di poter seppellire in loco i loro morti, nonché vedere amministrato nella chiesetta il sacramento della penitenza, e la possibilità di vedere insegnata la dottrina cristiana.
Poiché i residenti della frazione non si accontentarono per niente di quanto ottenuto, la faccenda finì sui tavoli della Magistratura Veneziana grazie ad una missiva inviata dalla cancelleria Vescovile di Vicenza in cui si lamentavano “scandali e prepotenze di quei abitanti di Staro” e si paventava la necessità di porvi fine.
Nel 1745, in mezzo a questa bufera, don Gio.Batta Sgreva rassegnò le dimissioni e forse fu per questo che il Senato Veneto decretò la sospensione dell’oratorio della Santissima Trinità e minacciò la sua demolizione. Don Giuseppe Brendolan, originario di Cologna Veneta, fresco sostituto dell’arciprete Sgreva, ebbe la licenza di recarsi nella chiesa di Staro per togliere le immagini e la pietre sacre. Scoppiò il finimondo e il prelato fu minacciato di morte. Con il risultato che il vescovo sospese a divinis tre preti di Staro ed alcuni scalmanati furono imprigionati. Giunsero a Staro anche una quarantina di soldati a cavallo per presidiare le vie di accesso. Finalmente gli animi si acquietarono, ma l’agognata nomina di Staro a parrocchia indipendente arrivò solo verso la fine del settecento.
Don Gio.Batta Sgreva, dopo le sue dimissioni, tornò dalle sue parti di origine diventando l’arciprete della chiesa di San Bonifacio dedicata a santa Maria e sant’Abbondio. Questo lo si apprende da una visita pastorale del vescovo di Vicenza del 1745 nella quale don Gio.Batta dichiarò: “sono sacerdote di Montebello, ho 42 anni, e da circa otto mesi sono Arciprete di questa chiesa parrocchiale di San Bonifacio.
Sotto la sua direzione pastorale, a San Bonifacio, di diede inizio alla trasformazione, o meglio incapsulamento, della vecchia chiesa parrocchiale diventata troppo piccola per l’aumentata popolazione. Questo si rese necessario per non sospendere le funzioni religiose, costruendo esternamente al vecchio corpo della chiesa i nuovi muri perimetrali. Tutto avrebbe dovuto concludersi nel giro di una ventina di anni, ma non fu così. L’opera vide la fine dei lavori solo ad ottocento inoltrato.
Tra l’altro la costruzione iniziò sotto una cattiva stella poiché don Gio.Batta Sgreva morì nell’estate del 1754, talmente oberato di debiti che il giorno stesso del suo decesso intervennero le autorità ed altri dove tutti sequestrarono tutto, anche le cose più povere. La sua cattiva esposizione finanziaria fu un vero boomerang che si ripercosse anche sulle proprietà dei suoi fratelli.

OTTORINO GIANESATO

Foto: La contrada FARA a Montebello Vicentino dove don Gio.Batta Sgreva possedeva 3 campi arativi. In secondo piano Selva e Agugliana (foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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ARRIVA L’ILLUMINAZIONE ELET…

[298] ARRIVA L’ILLUMINAZIONE ELETTRICA A MONTEBELLO

L’uomo ha convissuto per molti secoli della sua storia con il buio e la semioscurità; solo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento si cominciò ad illuminare le strade delle città e dei grossi centri urbani con le lampade a olio e a petrolio; ma bisogna arrivare al Novecento per un’applicazione economicamente conveniente con l’energia elettrica per l’illuminazione e l’industria. Il nuovo sistema, basato sull’elettricità, fu reso possibile dal susseguirsi frenetico di ricerche innovative che negli ultimi decenni dell’800 era culminato con la scoperta di nuove sorgenti elettriche, prima tra tutte quella dell’arco elettrico: la luce intensa e incandescente ottenuta con il filamento al carbonio raggiunse un livello molto elevato. Le caratteristiche formali e tecniche della lampada fine ottocentesca di Edison resteranno pressoché le stesse presenti nelle lampade che ancora oggi utilizziamo, anche se oramai il passaggio alle lampade a led, molto più efficienti, le sta rendendo obsolete. L’affermarsi della luce elettrica operò una vera rivoluzione in senso pratico, annullando la differenza tra giorno e notte, con l’apporto di un grandissimo potenziale di creatività.
Montebello non si sottrasse a questa enorme opportunità: 120 anni fa nel 1902 l’Amministrazione Comunale decise di dare inizio alle prove di illuminazione elettrica delle vie del centro e della Piazza Umberto I (ora Piazza Italia) del nostro paese. Il prevosto di quel tempo, don Giuseppe Capovin nel suo diario scriveva: “Nella sera del 29 novembre 1902, si fecero le prime prove della illuminazione a luce elettrica, nel caffè Costa (ora Due Colonne) e nell’albergo Andrighetti, detto Bicochi (ora caffè Castello) con bellissimo risultato. Nella sera successiva si illuminò, alla stessa guisa, anche la piazza, la via Maggiore, parte della via Borgolecco con soddisfazione generale”. Anche la Chiesa Prepositurale e il vicino Oratorio furono oggetto di prove di illuminazione, con buoni risultati. Don Giuseppe Capovin continua: “Anche il Marchese signor Luigi Carlotti, per il suo palazzo (ora conosciuto come VILLA MIARI), ha già fatto collocare ben 72 lampade e si attende, al momento dell’inaugurazione, uno splendido spettacolo.
Il nostro socio fondatore Amelio Maggio, nel suo libro scritto a quattro mani con Luigi MistrorigoMontebello Novecento” commenta così l’evento: « Finite le prove con esiti senz’altro positivi, ben presto l’illuminazione elettrica diventerà operante all’interno della vita civile e sociale del paese. Inoltre, se in un primo momento il suo uso era quello di illuminare vie, strade, piazze, interni abitativi e, in qualche caso, pure uffici e luoghi di lavoro, in fase successiva si cercherà di farla diventare forza motrice nelle diverse attività economico-produttive.
Ma il fatto che essa entrò nelle abitazioni private, per illuminarle nelle lunghe notti d’autunno e d’inverno, comportò notevoli cambiamenti negli stessi modi di vivere all’interno di esse. Prima del suo arrivo, l’illuminazione domestica veniva fatta a mezzo di lampade ad olio oppure a petrolio, quando non si usava il mezzo più rudimentale delle candele. Ma si dava anche il caso, specie nelle abitazioni della povera gente, che, mancando dei mezzi occorrenti per l’acquisto di quanto sopra, ci si doveva rassegnare a vedere un poco illuminata la cucina dalle lingue di fuoco sprigionate dalla legna messa ad ardere nei focolari.
Il focolare, per l’appunto. Esso era allora il luogo di maggiore importanza, richiamo di ogni famiglia. Impossibile immaginarla senza di esso. Se non esisteva, lo si creava subito, giacché, senza di esso, era impossibile l’esistenza umana all’interno delle case. Era indispensabile per tutti gli usi domestici: per preparare da mangiare; per riscaldare l’acqua onde lavarsi e lavare la biancheria; per fare le braci da mettere negli scaldini per intiepidire le lenzuola del letto prima di coricarsi, nelle notti fredde; per ottenere la cenere che serviva per i bucati delle famiglie. E non basta: sempre nelle lunghe notti fredde d’inverno, le famiglie tutte si radunavano attorno al focolare per i filò, cioè le lunghe chiacchierate, spesso intercalate dal racconto di tante storie e fiabe, nell’incantesimo dello schioppettio della legna che ardeva, lì davanti. Di conseguenza, l’arrivo della illuminazione elettrica, se per un verso rompeva irrimediabilmente vecchie abitudini e consuetudini tipiche delle civiltà pre industriali, per l’altro, invece, rivestiva il paese di un alone di modernità. Il paese, inoltre, sia pure a modo suo, e sulla base delle proprie risorse economiche, cercava di stare al passo coi tempi. D’altra parte, come si è avuto modo di sottolineare in diverse occasioni, era sempre stata una sua precipua prerogativa quella di inseguire la modernità incalzante. »

Foto: Quello del Marchese Luigi Carlotti e della Marchesa Anna Miari fu il primo palazzo privato di Montebello illuminato da lampade elettriche alla fine del 1902 (attualmente conosciuto come VILLA MIARI) (elaborazione grafica a cura di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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DON GABRIELE BERTOLA

[297] DON GABRIELE BERTOLA – CON UN MOLINO A VENTO DIEDE LUCE ALL’EREMO

Considerando la vita frenetica del giorno d’oggi verrebbe naturale pensare che gli eremi e gli eremiti si siano ‘estinti’.
Da circa 700 anni, situato sulla cima del monte Rua 1, (416 m s.l.m.) presso il comune di Torreglia (Padova), sorge l’eremo di Santa Maria Annunziata. Come riportato da alcuni documenti, la sua  fondazione si deve a due eremiti appartenenti alla comunità di S. Mattia di Murano che  nel 1339 ottennero il permesso dal vescovo di Padova di costruire la chiesa in memoria della Madonna. Originariamente l’eremo fu costruito in legno, ma venne ristrutturato in pietra senza stravolgere l’ambiente circostante agli inizi del ‘500 dopo un periodo di abbandono. Solo nel 1542 venne fondata la comunità dei Camaldolesi.  Le imponenti mura racchiudono 14 celle, ognuna delle quali somiglia a una piccola casetta completa di camera per dormire e studiare, una cappella con altare, un bagno, una legnaia ed esternamente un piccolo orto recintato da un muretto.

Ma perché vi raccontiamo questo? Ebbene la nostra storia inizia da lì: il nostro eroe di oggi è don Gabriele Bertola nato a Montebello alla fine dell’Ottocento il quale, dopo molte traversie, aderì all’ordine dei Camaldolesi e, nel 1939, divenne priore dell’Eremo di Monte Rua.
Un articolo del “Corriere d’Informazione” del 2 gennaio 1951, firmato Giuseppe Silvestri ci racconta un po’ della vita di questo ex missionario in Africa, studioso e dotato di molta inventiva.

« Monte Rua 2 gennaio. La più splendida visione panoramica di Rua — mi dice la guida cortese si gode dalla cima del monte Venda. Ne sono convinto. Ma oggi da lassù non vedrei proprio niente, perché il più alto degli Euganei, di questi strani monti conici che sembrano eruttati dalla terra in fermento, è immerso in una enorme nuvola, che ne copre la sommità, e per buon tratto le pendici. Un vento gelido soffia da occidente e spinge cumuli di denso vapore verso il mare, in un susseguirsi veloce ed incalzante. Pare che tutta quella caligine nascondendo il sole calante, abbia una sorgente inesauribile di là dall’estremo limite dei colli, nella pianura pingue. Urtando contro la vasta mole del Venda, la massa nuvolosa si spezza, si divide in due rami galoppanti lungo i fianchi del Monte Rua, che ne rimane sgombro. Spettacolo stupendo visto da quassù, poiché l’occhio può spaziare liberamente verso il Po e verso le Alpi, come verso Venezia, La strada che da Torreglia sale ardita e tortuosa, tra il fitto bosco di castagni e carpini, consente d’arrivare in automobile fin quasi alla porta dell’eremo. Ma le ultime rampe, ripidissime, bisogna farle a piedi. Al suono della campanella un giovane frate, in saio camaldolese e bionda barba, apre la porta e ci fa subito entrare. Conosce in Dino Bonato, che mi accompagna, un visitatore abituale e un amico. Perciò si affretta ad avvertire il priore. Saliamo per duplice rampa di scale ad una piazzetta erbosa e fiorita, che s’apre davanti alla chiesa. Ed ecco, che, uscendo da un magnifico cancello settecentesco in ferro battuto, il priore ci viene incontro e ci introduce nella foresteria. E’ un vecchio uomo sottile e canuto, dall’occhio vivace e dalla facile parola, cordialissimo ed ospitale. In una stanza piena di quadri, d’immagini e di ricordi sediamo ad una lunga tavola, ed egli stesso traendo da un armadio bottiglia e bicchieri ci offre un dolce vino ambrato, frutto della vigna del convento, e ripetutamente ce lo mesce. E’ moscatello — ci dice. E’ genuino e non fa male Ma il sant’uomo non ne beve un sorso. Vita serena la sua, e quella dei quattordici monaci che attualmente sono a Rua. Nel silenzio solenne che avvolge questa solitaria oasi di pace, i tumulti, le passioni e le bassezze del mondo sembrano infinitamente lontani ché quassù non giunge neppure l’eco Tra un sorso e l’altro di moscatello chiedo al priore se vi siano molti novizi. Mi risponde indirettamente: Sono parecchi coloro che si illudono di avere la vocazione. Visitatori sedotti dall’incantevole bellezza del sito, chiedono spesso di fermarsi « per provare ». Noi, secondo la regola, li accogliamo come ospiti. Ma quasi tutti, dopo qualche giorno, s’accorgono che questa vita non fa per loro, e se ne vanno scusandosi. Eppure osservo — qui non siete privi di tutte le comodità. Avete perfino la luce elettrica Infatti vedo l’interruttore presso la porta e la lampadina sotto la campana d’una vecchia lucerna, sopra la tavola. « L’avevamo — mi risponde il priore — e speriamo di riaverla presto ». E mi racconta la storia di don Gabriele e del suo molino a vento. Eccovela in breve. Nel 1939 era priore a Rua don Gabriele Bertola, da Montebello Vicentino. Da giovane egli era stato missionario nelle più aspre e deserte regioni dell’Africa e durante la prima guerra mondiale s’era trovato isolato nel Sudan anglo-egiziano. Privo di soccorsi, per procurarsi i mezzi di sostentamento si dedicò alla caccia degli elefanti, onde poter vendere l’avorio sul mercato di Khartum. Rimpatriato, entrò nell’ordine camaldolese. Ma la lunga esperienza africana e la durissima vita nel deserto gli avevano insegnato molte cose. Soprattutto ad arrangiarsi, Era anche uno studioso, e molte ore del giorno e della notte passava curvo sui libri. Come fare a Rua con una tremolante candela, o con una lampada a petrolio? Con l’uno o con l’altro sistema la spesa sarebbe stata troppo forte, Allora don Gabriele chiese aiuto al vento, che quassù soffia assai spesso. Costruì un molino a pale, il cui moto azionando una dinamo caricava gli accumulatori. Così diede a tutto l’eremo la luce elettrica, con la sola spesa del rudimentale impianto. La bazza durò sei anni soli, perché nel 1945 un furioso uragano distrusse il molino, e don Gabriele non c’era più per ricostruirlo. I monaci tornarono al petrolio e alle candele; ma, sperando nella provvidenza, hanno conservato dovunque le condutture e le lampadine. E adesso che la linea elettrica di distribuzione è alle falde del monte, essi sperano di potervisi allacciare senza troppa spesa, e magari con qualche aiuto. La vigna e il bosco non rendono più come un tempo. Ma la divina bontà è sempre infinita, per cui è certo che le lampadine si riaccenderanno presto nelle bianche celle di Rua. »  Giuseppe Silvestri (Corriere d’Informazione del 2 gennaio 1951)

Note: 1) Il toponimo Rua anche se nella lingua veneta ricorda il termine “ruota” con ogni probabilità si deve far risalire alla parola “ruah” che in ebraico significa “spirito”. In epoca preromana il colle, dedicato alla dea madre Rea, vide fra i suoi primi abitanti gli Euganei, popolazione indoeuropea giunta in quest’area via terra da est e poi soppiantata dal popolo pelagico, venuto dal mare, dei Veneti. In epoca romana si hanno notizie di un tempio, sul Monte Rua, consacrato a Diana o forse a Venere e di un altro luogo di culto dedicato alle Ninfe, divinità queste ultime per le quali sono sacre le acque.

Foto: L’eremo di Monte Rua come si presenta oggi.

Umberto Ravagnani

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TURISTI PERICOLOSI

[296] “TURISTI” PERICOLOSI

È sorprendente leggere nei documenti d’archivio quanti forestieri circolassero nel territorio montebellano tre o quattro secoli fa. Alcuni di loro, come quelli qui sotto elencati, non erano certo innamorati dei luoghi di questa parte del vicentino. La posizione strategica di Montebello, posto su una strada di grande traffico, creava i presupposti favorevoli per concludere affari più o meno leciti e soprattutto costituiva la base ideale di partenza per architettare furti e rapine nei paesi limitrofi.
In una cronaca settecentesca di Montebello si leggono i nomi di alcuni loro dediti al crimine in “visita” al paese:
Giuseppe Primo detto “il romano” nato a Valmontone (Roma), Stato Pontificio, di professione oste, Santo Santoni dalla villa di Barbian, (frazione di Cotignola in provincia di Ravenna – n.d.r.), Stato Ferrarese, aveva in precedenza abitato a Badia Polesine poi a Rovigo, di professione “beccaro”, Giuseppe Baccone detto “rosso” orfano proveniente dal Luogo Pio di Santo Spirito di Roma, solito vendere “galanterie” (merce di bell’aspetto, ma di scarso valore – n.d.r.), Angelo Vendramel detto “gatto” della villa di Candelù, territorio trevigiano, Gaetano Garbin nominato Letter detto “quel del mulo” della villa di Enna, sopra Schio, persona dedita ad ogni tipo di crimine. Assieme ai soggetti citati diede vita ad una vera banda di malfattori di cui era l’indiscusso capo.
Quest’ultimo si era da tempo trasferito a Montebello dove aveva legato con Gio.Batta Savegnago, bracciante dei fratelli Pieropan, in quel tempo fittavoli delle campagne delle Isole e del Corso di proprietà dei conti Sangiovanni. Gaetano Garbin aveva un passato costellato di crimini di ogni tipo. L’essersi da tempo trasferito a Montebello gli diede modo di conoscere perfettamente i paesi circostanti e non solo. Sempre grazie alla sua perfetta conoscenza del territorio, anche tempo prima, camminando sugli argini del Guà raggiunse Trissino, e da qui Priabona, Malo, Isola. In questi ultimi paesi assalì, spalleggiato dai complici, i carrettieri che scendevano da Schio e li depredò dei loro averi. Astutamente ogni agguato avveniva lontano da Montebello per non essere riconosciuti.
Il 26 marzo 1761 la banda Letter, armata di schioppi e altre armi, s’incamminò sulla strada che conduceva a Lonigo. Giunta a metà percorso dove esisteva una certa palazzina abitata da Zuanne Zanon detto “Sacchiero, si preparò per l’assalto. Scoperta però la robustezza e la consistenza delle porte e delle finestre, la masnada rinunciò per timore di essere cacciata dagli abitanti.
I malfattori cambiarono obiettivo e decisero allora di passare per Meledo per assalire la casa di Gio.Batta Corato. Arrivati s’introdussero per la porta posteriore del cortile, e sotto mentite spoglie di “sbirri” (finanzieri), preceduti da uno sparo di arma da fuoco, con violenza abbatterono la porta della cucina. Col pretesto di cercare merce di contrabbando, con un lume salirono le scale che portavano alla camera dove dormiva il Corato. Gli abitanti della casa erano tutti terrorizzati e Gio.Batta Corato fu legato e costretto a consegnare le chiavi di casa. I ladri asportarono tutti i migliori vestiti e la più bella biancheria, tutti gli ornamenti d’oro da donna da collo, granati, anelli, diverse armi da fuoco e circa 150 Ducati d’argento composti da varie monete.
Lasciarono quella casa nella profonda desolazione e sparirono attraverso i campi. Fatta poca strada giunsero in una casetta disabitata situata nei prati di Montebello, dove demolita la piccola porta si divisero il bottino.
Pensavano di averla fatta franca, ma pochi giorni dopo l’eco di questa rapina giunse fino a Montebello e gli inquirenti collegarono il fattaccio con la temporanea assenza da Montebello dei sei lestofanti nella notte del misfatto. Grazie poi alle dichiarazioni dei derubati tutto giocò contro la banda.
I componenti del sestetto furono tutti catturati. Giuseppe Primo riuscì anche ad evadere dalla prigione, ma fu solo questione di tempo perché fu subito ripreso. Tutti furono condannati chi al remo su di una galera chi al bando.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Banda di malfattori divide il bottino appena rubato (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA FAMIGLIA PERANA

 

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LADRI DI ACQUA

 

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LA CASA DELLA SELVA

 

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UN VICINO SCOMODO

 

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IL SARTO SOLDATO

 

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IL PROF. DON MARIO COLA

 

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PICCOLI TESORI DEI PASETTI

 

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EMANCIPAZIONE E RAZZISMO

 

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BORGOLECCO STORY (10)

 

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NOTTE TRAGICA A MONTEBELLO

 

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SCIOPERO AL PONTE NOVO

 

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ALBERTO PIEROPAN

 

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DON VITTORE PORRA

 

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UN TRAGICO DESTINO

 

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BORGOLECCO STORY (9)

 

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FELICE CASTEGNARO

 

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GIUSEPPE ZORDAN

 

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PIERANTONIO COSTA

 

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ANTONIO BARTOLOMEO FRIGO

 

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IL NOTAIO SPINARDO NARDI

 

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