MONTEBELLO FESTEGGIA G. VACCARI

[322] MONTEBELLO FESTEGGIA G. VACCARI
La festa del 19 marzo 1922 per il Generale Giuseppe Vaccari

Il 2 febbraio 1922 era la data ufficiale nella quale, inizialmente,  l’Amministrazione Comunale di Montebello Vicentino intendeva dar luogo ai festeggiamenti dedicati al Generale Giuseppe Vaccari, eroico figlio di questa comunità, ma poi prevalse l’idea di spostarla al 19 marzo successivo facendovi coincidere, con amoroso pensiero, la sua ricorrenza onomastica. Nell’occasione il Sindaco avv. cav. Igino Peruffo, fece omaggio al Generale di un album con le firme dei concittadini e di una medaglia d’oro a riconoscenza dei suoi meriti.  Seguì nella Sala Consigliare un banchetto in suo onore, terminato con una lunga serie di brindisi.
La medaglia riporta la data originale prevista per i festeggiamenti  del 2 febbraio 1922 perché non c’è stato il tempo per correggerla. Il gen. Vincenzo Ponzi, collega e amico di Giuseppe Vaccari, nel tracciare un suo breve ma dettagliato ritratto, così scrive nel suo libro “Il Generale di Corpo d’Armata – Medaglia d’oro – Giuseppe Vaccari”:

« A voler narrare in tutta la sua estensione e interezza la vita rappresentativa e piena di movimento del Generale Vaccari sarebbero per certo insufficienti i ristretti confini da me posti a questo mio lavoro,  tanto essa si presenta colma e densa di fatti rimarchevoli e degni, la cui menzione gioverebbe indubbiamente a lumeggiare, meglio che io non faccia, il curricolo d’una già lunga e tuttavia ancora salda e virile esistenza, così ricca di elementi impulsivi nobilissimi, e spesa nella maggior parte a operar cose eccellenti.
Nacque Giuseppe Vaccari a Montebello Vicentino il 2 Febbraio 1866.
Il proverbio astronomico attestante che “dal mattino si vede il buon giorno” si applica opportunamente in senso traslato alla vita umana, in quanto a giovinezza sana e vivida e volonterosa risponde solitamente virilità preminente e superiore. Il proverbio ha tutto il suo valore nei riguardi di Giuseppe Vaccari il quale, in grazia del rigoglioso ingegno, della tenacia, della volontà, del sano spirito di emulazione, non conobbe posti di second’ordine nelle susseguenti tappe della sua carriera.
Primo infatti a Modena, egli confermò la sua precellenza alla Scuola di applicazione di Parma e alla Scuola di guerra di Torino, dando ragione a Lorenzo Tirondola, farmacista di Montebello e amico di famiglia, e altresì poeta occasionale e vaticinante di vista lunga, il quale già dagli inizi brillanti del giovanetto aveva predetto allori e gloria, e persino l’elmo di Generale, a quel promettente e superbo embrione dei colli vicentini.
Bel giovane, alto, slanciato, eretto – tale lo conobbi a Modena – nel suo volto si ripeteva – particolarità non sfuggitami – l’energica espressività fisionomica d’un carattere presto formatosi alle dure applicazioni dello studio, se non pure a imponderabili difficoltà della giovanile esistenza. Tale espressività, che ancora permane, fu sempre ed è attenuata da un riflesso di gentilezza interiore irradiantesi dal cuore aperto ai sensi della bontà concessiva fin dove non òstino la coscienza e il dovere. Le pure linee del profilo, la fronte spaziosa e signoreggiante, il vivido acuto occhio penetrativo, l’affabile sorriso, lo squillo argentino e fresco della voce, che si conserva limpida e marcata, la parola pronta, forbita, senza ricercatezza ed efficace, il gesto sobrio  ma deciso, il tratto distinto, costituiscono – per chi bene intenda la portata di questi segni personali distintivi – tal somma di esponenti giudiziali da non lasciare dubbio o incertezza nell’interpretazione del carattere dell’uomo. E il carattere, quale appare dal sunto della sua vita militare, è in lui, secondo la nota sentenza di Smiles “la sua proprietà, ed anzi il più nobile dei suoi possessi” ».

Molto interessante è la serie di fotografie inedite della piazza gremita di gente, durante i festeggiamenti dedicati dalla comunità di Montebello al gen. Giuseppe Vaccari il 19 marzo 1922. Provengono da un servizio effettuato da un fotografo veronese di quegli anni (forse Giulio De Bianchi o Giannantonio Bressanini). In queste foto si può vedere la notevole partecipazione ai festeggiamenti per il “Grande Figlio di Montebello” o per il “Comandante della Brigata Barletta”, come viene chiamato nei molti manifesti affissi davanti al Municipio e sulle colonne della Loggia. Fu invitata anche la compagnia  filodrammatica di Vicenza “La Zingaresca” che mise in scena, in onore di Giuseppe Vaccari e per più volte in quei giorni, l’operetta “L’attesa”.

Umberto Ravagnani

Nota: La storia di questa festa è narrata in modo più approfondito nel libro di Umberto Ravagnani “Cartoline che raccontano – Piccole storie e immagini della prima metà del ‘900”, Montebello Vicentino, 2015.

Foto: Montebello Vicentino, 19 marzo 1922 – Discorso dal balcone del Municipio del generale Giuseppe Vaccari in occasione dei festeggiamenti in suo onore. In questa occasione la gente del paese si radunò in grande quantità per applaudire il “Grande Figlio di Montebello” e il “Comandante della Brigata Barletta”, come veniva chiamato il generale Vaccari in molti manifesti affissi sulla facciata del Municipio (archivio privato Umberto Ravagnani).

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TURISTI PER CASO…O PER FORZA

[321] TURISTI PER CASO … O PER FORZA

I procuratori del comune di Montebello, ritornando dagli uffici centrali amministrativi della Repubblica di Venezia, dove avevano espletato varie pratiche, erano spesso subissati di domande curiose, miste ad invidia, dei paesani. Non erano molti i montebellani che potevano vantarsi di aver visitato la “serenissima” città, come del resto altri luoghi famosi e importanti, soprattutto perché particolarmente costoso e spesso pure pericoloso. I lunghi viaggi, fatti su cigolanti carrozze tirate da cavalli che dovevano essere cambiati più volte nelle stazioni di posta, erano assai lunghi e faticosi e talvolta funestati dalla presenza dei banditi di strada. Per poi non parlare del traghetto dalla terraferma alle isole di Venezia e viceversa: cosa insolita per gli abitanti dei distretti più lontani. Però a consolazione dei disagi incontrati, il solo percorrere i lastricati delle calli della ricca città di mare dava ai viaggiatori delle sensazioni uniche ripagandoli così di ogni sacrificio sostenuto.
Qualche montebellano però non certo per turismo, ma per lavoro, dovere o costrizione, dovette eleggere Venezia come suo nuovo domicilio.
Si sa che nel Cinquecento una montebellana si trasferì definitivamente a Venezia essendo andata in sposa ad un ricco cittadino. E non fu la sola. Questo lo si legge in un documento in cui il nobile montebellano, il dottor Bernardino Sangiovanni, vantava un credito di 15 lire nei confronti del compaesano Iseppo Gaboardo. Quest’ultimo, nel 1566, viveva in laguna nella casa di Pasqua Cenzati, figlia del fu Gregorio detto “magrin” di Montebello, moglie del nobile veneziano (Antonio?) Cavanis. Probabilmente Gaboardo era al servizio del ricco commerciante, non si sa con quali mansioni, ma certamente la sua presenza fu richiesta dalla padrona di casa. L’abitazione dei Cavanis si trovava nella contrà di san Benedetto, nella calle degli Albanesi. Gli storici divergono sull’origine di questa famiglia: chi dice che provenisse da Bergamo, chi dal Friuli e che fosse proprietaria di una bottega per il commercio di “merli d’oro” (passamaneria – n.d.r.). Quel che è certo è che gli affari con l’andar del tempo andarono a gonfie vele, tanto che nel corso del Settecento i Cavanis entrarono nel patriziato veneziano dietro pagamento di 100.000 Ducati. Ma la loro famiglia si estinse proprio in quello stesso secolo.
Certamente Iseppo Gaboardo, e qualche suo discendente o parente, divennero per i montebellani un punto di riferimento a Venezia. Nel 1606 non fu casuale la nomina del sindaco di Montebello Gio.Batta Gaboardo come procuratore del comune allorché si recò a Venezia presso l’Ufficio dei Beni Inculti per districare una controversia sorta per una antica roggia del Guà. In seguito, ormai abituato a viaggiare, Gio. Batta Gaboardo, accompagnato dai consiglieri del comune Sgreva e Valentini, nel 1614 si portò nella città di Pavia per visionare delle scritture.
Al contrario non fu proprio un viaggio di piacere e tantomeno una piacevole permanenza a Venezia quello che sostenne Antonio Chiarello di Montebello quando fu bandito dal suo paese, non si sa per quale reato.
Certamente l’ambiente lagunare, unito alle cattive condizioni in cui era stato costretto a vivere, era diventato talmente insopportabile da decidere di togliersi dal bando pagando una costosa cauzione. Allo scopo scrisse allo zio Camillo di Montebello pregandolo di vendere per 90 Ducati un campo nella contrà Sangonedo (loc. Gambero – Nardi n.d.r.), appresso un altro terreno che aveva già alienato sempre per estremo bisogno. L’acquirente fu Iseppo Ferraro che si impegnò a restituire i terreni nel caso in cui entro tre anni il vecchio proprietario li avesse riacquistati. E sempre nel Seicento non fu un bel trasferimento nemmeno per Battista Albanese, dal momento che prima di “andar servir come condannato sopra le galere della Serenissima Repubblica, incaricò il Prevosto Leonardo Sangiovanni di gestire i suoi beni e gli interessi di casa, non volendo trascurare i suoi figlioli.
La presenza stabile a Venezia di alcuni montebellani e dei vicini zermeghedesi è confermata in un documento del 12 marzo 1603. In questo si legge che il nobile Pietro Regaù, proprietario a Venezia del traghetto di santa Sofia nel sestiere di Cannaregio, rinunciò a questo bene a favore del suo consanguineo Nicolò Regaù che da anni abitava in questa città. E un secolo più tardi il montebellano Zuanne Billo diede incarico al procuratore Antonio Piasente di liquidare ogni sua incombenza e proprietà in Montebello, avendo trasferito definitivamente la sua residenza in laguna.
Sempre nel corso del Seicento si ebbe forse la più importante trasferta a Venezia di un montebellano. Il sacerdote don Gio.Maria Zanni fu delegato a richiedere l’istituzione del mercato a Montebello alle autorità veneziane. E fu così che ogni mercoledì, fino ai giorni nostri, la piazza si popolò di bancarelle piene delle più disparate merci.
Per restare in tema di viaggi e trasferte, in quegli anni non mancarono le visite fatte a luoghi sacri esistenti al di fuori dei confini della Repubblica di Venezia. Zuane Valentini da Montebello morì nel 1648 durante il viaggio di ritorno dal pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto nelle Marche. Domenica Vivian, sentendosi prossima alla morte, nel suo testamento obbligò il marito Zuanne, a mandare una persona ad Assisi “a far il passaggio” per l’anima sua.
Ma il turismo e i viaggi di massa, figli dell’avvento dei moderni mezzi di trasporto, erano ancora molto lontani…

OTTORINO GIANESATO

Dipinto: Giovanni Antonio Canal (Canaletto), Il ritorno del Bucintoro al molo del Palazzo Ducale (1727-1729).

Umberto Ravagnani

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IL PRETE CON IL PALLINO DEL MAT…

[320] IL PRETE CON IL PALLINO DEL “MATTONE”
(Don Antonio Zonato)

Proseguendo la carrellata dei religiosi che Montebello ha ospitato o ai quali ha dato i natali, come don Gio.Batta Sgreva, don. Angelo Arguello, don Matteo Roncà ed altri, un posto di rilievo, per la sua intraprendenza che ne onora le origini, lo merita senz’altro don Antonio Zonato. Il giovane Pietro Zonato si stabilì nel 1854 a Montebello, sposando una ragazza del posto, Giustina Frigo. Quello stesso anno la coppia di sposi fu allietata dall’arrivo della primogenita Rosa destinata in futuro a condividere con la sorella Pia la vita quotidiana del fratello Antonio, nato nel 1867, e predestinato alla carriera sacerdotale.
Una vera nidiata di pargoletti quella messa al mondo da Giustina Frigo nell’arco di 17 anni, almeno una dozzina! A chiudere le nascite arrivò nel 1877 Maria di ben 23 anni più giovane della sorella maggiore.
Antonio Zonato fin dalla fanciullezza si dimostrò un diligente scolaro con la vocazione del sacerdozio. Per raggiungere questo obiettivo si impegnò intensamente negli studi e, dopo averli conclusi con successo, fu ordinato sacerdote. Alla fine di luglio 1892, celebrò la sua prima messa nella chiesa di Santa Maria di Montebello. Credo che subito dopo questa data la famiglia Zonato abbia lasciato Montebello poiché nello “Stato d’Anime” parrocchiale del 1899 non è presente alcuna famiglia con questo cognome.
Pochi mesi dopo la celebrazione della sua prima messa divenne cappellano a Magrè di Schio. I quella sede nell’aprile del 1900, essendo venuto a mancare il parroco, fu nominato economo spirituale, incarico che ricoprì fino all’arrivo del nuovo pastore. Sempre in quell’anno assunse la medesima carica di economo spirituale della parrocchia di san Pietro in Gù e nel 1904, anche qui in seguito alla morte del suo parroco, ne prese la direzione pastorale.
Ma fu nella parrocchia di sant’Ulderico di Creazzo dove Don Antonio trascorse tutto il resto della sua vita. Pertanto durò solo un anno la sua permanenza a san Pietro in Gù, dopo che nel 1905, vincendo il concorso per diventare parroco di Creazzo, vi fece il suo ingresso il 22 ottobre dello stesso anno. Da questo momento le sorelle Pia e Maria coadiuvarono il fratello abitando nella canonica nei pressi della piazza del paese. Nei primissimi anni di apostolato si prodigò per l’abbellimento della chiesa mettendola giustamente in sicurezza dopo alcuni precedenti crolli del soffitto, e provvide alla dotazione di 5 nuove campane per rimpiazzare anche le due da poco tempo andate in rovina. Alcuni manufatti da lui voluti, visibili anche dalla pianura, furono le tre croci collocate sopra la sommità di altrettanti siti delle colline. Essendo costruite di legno, durarono ben poco e dovettero ben presto essere sostituite da altrettante di cemento armato nel 1925. La loro inaugurazione vide la partecipazione di almeno 4000 persone provenienti anche dai paesi limitrofi.
Negli stessi anni in cui a Montebello il Prevosto don Domenico Giarolo dava inizio ai lavori di smantellamento della Chiesa di San Francesco per fare erigere al suo posto il nuovo asilo infantile, (1908) don Antonio Zonato, non da meno, si fece promotore della costruzione di una analoga opera vicina alla piazza di Creazzo. Solo che, senza alcun clamore, rimettendoci di tasca propria e aiutato dalla sua famiglia, nel breve volgere di un anno, vide benedire il nuovo asilo dal Vescovo Rodolfi. Com’era consuetudine in passato per altre analoghe strutture, l’organizzazione dell’asilo venne affidata a una congregazione religiosa femminile, in questo caso a quella delle Suore Mantellate di Bologna. A lavori conclusi, l’unico rammarico di don Antonio fu quello di non aver potuto aiutare economicamente la costituenda banda musicale essendo già gravosamente impegnato per l’asilo, non mancando però di incoraggiare questa lodevole iniziativa.
La costruzione dell’asilo ebbe un tale successo di iscrizioni (160) da risultare insufficientemente spazioso e perciò, nel 1913, il parroco don Antonio commissionò il suo ampliamento con un costo di circa 4000 Lire. Pochi anni dopo scoppiò la Grande Guerra e don Antonio si prodigò non poco sia verso la comunità, sia verso i soldati presenti in paese e non trascurando gli oltre 200 profughi provenienti da Roana che erano stati sfollati a Creazzo. Durante il conflitto ebbe anche l’onore di ospitare in canonica, tra gli alti ufficiali militari, il Generale Pezzella.
Al termine della guerra, complice la difficile situazione economica, don Antonio si fece in quattro per convincere i pochi possidenti terrieri del paese, come il barone Scola, a voler creare nuovi lavori nei campi per dare un minimo di reddito alla popolazione affamata.
Proseguendo nella sua volontà innovativa, fece erigere all’interno del cimitero di Rivella, sopra la collina, una cappella dove anche il suo corpo, dopo la sua morte trovò riposo, e non ultimo, fece ricostruire il bellissimo oratorio posto in pianura dedicato a san Marco. Quando poi, nel 1928, l’amministrazione comunale si propose di ricostruire il vecchio e fatiscente municipio, il suo assenso e parere furono determinanti perché l’opera trovasse realizzazione. Il precedente vetusto edificio, in passato adibito anche a scuola elementare, aveva registrato, nel 1865, la visita del Prevosto di Montebello, don Vittore Porra in quel tempo Ispettore Scolastico delle scuole di numerosi Comuni dell’Ovest vicentino. L’abitazione del cappellano, nonché insegnante scolastico, che era ubicata a fianco del medesimo vecchio edificio, trovò così nuova collocazione nel moderno palazzo comunale.
La sera del 31 dicembre 1932, al termine della cerimonia che chiudeva l’anno, dopo aver salutato in chiesa i suoi parrocchiani, fu colto da un improvviso malore e si spense nel tinello della canonica gettando nel dolore e nello sconforto una intera comunità.

OTTORINO GIANESATO

Immagine: L’Asilo d’infanzia San Ulderico di Creazzo, costruito da don Antonio Zonato nel 1911.

Umberto Ravagnani

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L’ORFANO DIMENTICATO

[319] L’ORFANO DIMENTICATO

Nel leggere i fogli matricolari dei soldati montebellani che parteciparono al primo conflitto mondiale, non possono passare inosservati i dati riguardanti Romano Onorato, classe 1898. Alle voci che identificano la paternità e la maternità compaiono le lettere maiuscole N.N. e N.N.: un orfano quindi. Ma com’era arrivato a Montebello? L’approfondimento di questa situazione, per quello che stato possibile, ha fatto un po’ di luce su una vicenda tristissima.
Il 20 agosto 1898, ad Albettone, paese del basso vicentino, la 28enne levatrice Teresa Maran si presentò nella casa al civico n° 85 di via M…(nome illeggibile) per aiutare una donna a mettere al mondo un maschietto, forse un parto affrontato in solitudine. Tre giorni più tardi, la stessa levatrice portò il pargoletto presso l’ufficio anagrafe del citato comune per la registrazione della nascita affermando che la madre della creatura non aveva consentito di essere nominata (pertanto rifiutava quella maternità indesiderata). Le leggi di quel tempo consentivano alle neo mamme di far ricoverare gratuitamente e anonimamente i figli indesiderati nelle strutture predisposte.
Pertanto, com’era la prassi vigente, il Segretario Comunale assegnò al piccolo un nome ed un cognome inventati, tali da non poterli fare risalire alle origini ossia Romano Onorato. Il giorno seguente, con i documenti accompagnatori scritti dall’Ufficiale del Comune, la levatrice stessa fu incaricata di portare il neonato a Vicenza per presentarlo ad direttore dell’orfanotrofio. Con il bambino furono consegnati i vestiti indossati dallo stesso e alcuni oggetti consistenti in una fascia di tela, una maglia pure di tela e un “fagottello” bianco.
Eravamo alla fine dell’ottocento, arco temporale ricordato come “il secolo dei trovatelli”. Ma anche il novecento iniziò con pessimi numeri dato che nel primo decennio la media delle accoglienze negli orfanotrofi del vicentino si attestò intorno alle 200 unità annue. Cifre comuni in tutto il Regno d’Italia.
Per porre rimedio a questa situazione solo nel 1917 il governo corse ai ripari tutelando maggiormente le madri, anche economicamente, affinché non affidassero agli Enti Caritatevoli i figli indesiderati. Con il risultato che si ridussero sensibilmente e drasticamente gli abbandoni.
Purtroppo il piccolo Romano era venuto al mondo nel tempo in cui anche il Codice Civile del Regno d’Italia vietava categoricamente le indagini sulla paternità, e l’affidamento all’esterno era diventato una regola fissa quando i piccoli orfanelli avessero raggiunto il 12° anno di età per maschi e il 14° per le femmine.
L’affidamento esterno si rivelò spesso non privo di difficoltà, e fu assodato che nonostante i frequenti controlli, affiorarono numerosi abusi da parte delle famiglie che accettavano gli orfanelli solo per poter ottenere un modesto reddito e nuove braccia da lavoro.
Non si sa quale famiglia montebellana, solitamente una di proprietari terrieri, abbia accolto il piccolo Romano. Come tutti i maschi fu iscritto nelle liste di coscrizione e nel gennaio 1917, in piena Prima Guerra Mondiale, fu sottoposto alla visita di leva, risultando abile di 1a Categoria. Il bracciante Romano Onorato fu chiamato alle armi un mese e mezzo più tardi e fu inquadrato nel 27° Reggimento Fanteria con guarnigione a Rimini. Alla fine di settembre del 1917, Romano Onorato fu trasferito al 142° Reggimento della Brigata Catanzaro per rimpiazzare i numerosi caduti sul fronte dell’Isonzo.
In precedenza, verso la metà di luglio del 1917, il 142° reggimento fanteria della Brigata Catanzaro si rese protagonista di uno dei fatti più controversi della Prima Guerra Mondiale: la decimazione di Santa Maria La Longa.
In questo paese friulano i fanti della Catanzaro, sebbene fossero stati messi da poco tempo a riposo, furono richiamati urgentemente a schierarsi nuovamente in prima linea. Il gravissimo ammutinamento che ne seguì provocò dei morti anche tra le fila dei carabinieri chiamati a sedare i disordini. La conseguente decimazione causò 28 fucilazioni tra i soldati, numerose condanne all’ergastolo e ulteriori condanne capitali.
Il clima terribile che regnava tra le fila del 142° Reggimento di Fanteria deve essere stato terribile al punto che, quindici giorni dopo aver raggiunto il nuovo inquadramento, indusse Romano Onorato ad abbandonare i suoi commilitoni dandosi alla macchia. Inevitabile la denuncia per diserzione al Tribunale Militare di Guerra del V° Corpo d’Armata, pena comminata in base all’articolo n° 137 del Codice penale Militare.
Durò solo una settimana la sua latitanza che terminò con l’arresto da parte dei regi Carabinieri di Torino.
Il 15 marzo 1918 fu condannato alla pena dell’ergastolo con sentenza del sunnominato Tribunale di Guerra da scontarsi dopo la fine della guerra. E’ probabile che in attesa della fine del conflitto romano Onorato Romano sia stato schierato nuovamente in prima linea.
Il suo foglio matricola riporta in calce: morto a Montebello il 22 febbraio 1919. Ma non doveva essere in carcere a questa data? Nell’archivio Parrocchiale di Santa Maria di Montebello sembra non esserci inspiegabilmente alcuna registrazione del suo decesso. Forse era venuto a mancare in un altro paese e non a Montebello suo comune di residenza?
L’11 giugno 1921 giunse poi la notizia beffarda che la sua pena era stata amnistiata. Resta il fatto che a differenza di altri soldati che, pur essendo venuti a mancare qualche tempo dopo la fine della guerra, il nome di Onorato Romano non fu inserito tra i caduti del primo conflitto mondiale sia sul fronte che per cause riconducibili allo stesso. Forse fu ritenuto troppo vergognoso il suo comportamento in guerra, ma data la successiva amnistia fu altrettanto frettolosa la sua esclusione dal monumento.

OTTORINO GIANESATO

Immagine: La Brigata Catanzaro in una cartolina propagandistica della Ia Guerra Mondiale (collezione privata di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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MILITAR IN MARINA

[318] MILITAR IN MARINA
LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Cuando che me capita de parlar dialeto, no me tiro indrio. Pì s-ceto chel xe, mejio xe!!! Ma come, mi dovaria tirarme indrio, e no parlare come che go, inparà da me mama e me fradei co jero picinin?! No posso dire anca da me popà parché, tra Svissara prima e Francia dopo par le stajion de le barbabietole da zucaro, el jera casa solo che par le Feste de Nadale.
Me ricordarò sempre cuel che me contava el me paesan Gastone!!! La figura chel ga fato cuando chel jera ndà Militare. In Marina!!! Vinti cuatro misi!!! Ghe tocava ndare in Marina parchè, ndove chel laorava, tuti i aprendisti scomiziava a laorare a 16 ani bisognava che i ndasse in Marina! El mese de Novenbre del 1962 ghe gavea tocà nare a Venessia.
La Cartolina de partensa la ghe jera rivà par tenpo! Ala Stazion del Treno, el gavea caminà drio ala Ferovia. De casa, el stava sol Caselo dela Ferovia parché so popà el fasea el Caselante ala Fracanzana. Co ghe jera la Nebia, anca da casa mia, (Borgolecco), se sentiva i s-ciocchi dei petardi che el Caselante el metea sui binari dela Ferovia. Par farghe savere al Machinista del Treno che la Stazion la jera poco distante! E co ghe xe la Nebia zò ala Fracanzana, la xe ncora pì fissa che no fa in piassa a Montebelo!!!
Gastone el gavea da ciapare l’acelerato dele dò e un cuarto par Vicenza. Là el gavaria ciapà el Direto fin a Venessia. In Stazion el se ga catà con Menego. I jera nà scola nsieme. Dal maestro sicilian! Fin ala cuinta! Dopo, Gastone el jera nà suito a laorare da on parente de so popà, e Menego el jera nà scola a Vicenza. E dopo, uno laorava da na parte e chel altro da naltra parte. I se gavea fato micizie difarenti. Menego el nava al Cinema a Arzegnan cola bicicleta. Gastone el nava a Tarossa e a Roncà co la moto a zercarse le morose! Ogni tanto i se vedea in giro: come vala; te gheto catà la morosa…e conpagnia bela… Fin che i se ga catà ala stazion de Montebelo!!! Ghe tocava nare tuti du in Marina!!! I saria stà Coscriti, da far la Festa co saria rivà la so ora, sui Vinti ani. Ma ghe tocava nare in Marina. A disdoto ani!!! A Venessia, bisognava nare fin al Arsenale. Gastone el ga dito suito che lu el savea la stada ?! “Ma cuale strada” ga dito Menego! “cuà ghe xe acua dapartuto!!!” Vaporeto fin a San Marco. A pié fin al Arsenale. Menego el vardava in giro: le Cese, el Canpanile… come on toseto!! Al Arsenale ghe xe stà dito che ghe tocava spetare che rivasse tuti cuei de leva che doveva rivare in te on par de ore. Co jera ora, i saria ndà ala Stazion da novo par nare a La Spezia, in Liguria. (par chi che no lo saveva!) E cussì la xe stà: tuti sentà so on barcon discuerto, pian pianelo, co l’acua che se podea tocarla cola man. De San Marco se podea vedare anca el Canpanile parché so la Piassa ghe jera luce dapartuto! Ala Stazion, i xe stà messi tuti drento a un vagon che de pì veci no podea esserghene! Tuti schizzà e sentà sui sentarini uno davanti a chelaltro, sia de cuàche delà. Ghe jera tusi da tute le parti: Vicentini, Trevisani, Padovani e Veronesi. Anca Furlani, ma chissà da ndove. E Triestini! Ma nissun parlava Talian. No ghe jera bisogno!!! I se capiva istesso. I parlava, se diria desso, on dialeto ‘Interprovinciale’!… Ma no a La Spezia!!!…
Dopo essar stà in giro tuta la note, co tre ore da spetare a Bologna. Dopo essar nà vanti a tochi e boconi sui monti dale parte de la Garfagnana, el vagon xe rivà a La Spezia! Ale 10 dela matina!!! Là ghe jera du Marinai in divisa bianca. Ala bona, i marinai in divisa bianca i ga inscuadrà tuti par tri e i li ga portà fin ala Caserma. Rivà in Caserma, a tuti cuei tosati, ghe xe stà mostrà ndove che jera la Mensa, el Spacio, i gabineti e su fin al Dormitorio. Prima de nar magnare a mesojorno, i xe stà messi a scuadre de dodese: dodese par tola. Xe stà fata la conta par vedare chi che saria stà i dù che ghe tocava lavare i piati e la pegnata del magnare! Par fortuna no ghe ga tocà a Gastone e a Menego! Ala sera, stessa roba, e anca lora, Menego e Gastone i la ga passà lisia!!! Finio de magnare, i se ga messi a far du passi sol ‘Quadrangolo’ ndove che vignea fate le Marce. El Spacio el jera là in fondo e Gastone el volea conprarse le sigarete. Ghe xe ndà vizin on Marinaio co la Divisa Blu chel ghe ga dimandà se i volesse conprare sigarete? Na ‘steca’ par 4.000 lire. De contrabando: sigarete Mericane. No grasie. I jera lì par rivare al Spacio e ghe riva vizin on Prete. Grando, cola Tonega bianca da Prete. “Buonasera ragazzi, io sono il Cappellano Militare, Don Mariano. Siete arrivati in molti oggi. Voi due da dove siete?” Gastone el dise: “ Nialtri vegnemo da Montebello Vicentino.” E Don Mariano:” Ma là non c’é il Mare!” “Lo savemo” dise Menego,” ma no savemo gnanca noare!!!” E Don Mariano: “Ah, per quello, imparerete subito.” El va vanti disendo: “Scusate se ve lo chiedo, ma, da bravi ragazzi, mi dovete dire la verità: bestemmiate anche voi due, come tutti i Veneti?” “ Mi no!” dise suito Menego. “Mi – dise Gastone – tiro calche saraca ogni tanto, se calchedun me fa inrabiare.” “Bravi, bravi, – fa ancora Don Mariano -,  è la prima volta che andate fuori dal Veneto?” Gastone el dise che lu el xe stà fin a Vercelli dai so Zii e Menego el conta chel xe ndà fin a Torino con so mama a catar so zia Suora. Alora Don Mariano dise:” E l’Italiano? Non lo avete mai parlato?” Menego e Gastone i se ga vardà in facia! Suito dopo Menego el dise: “El me scusa Don Mariano, ma lu vorissilo che mi me metesse a parlare in lingua co Gastone che semo nà scola insieme fin da picinini?” Don Mariano, co la Tonega bianca da Prete dela Marina Miltare, el xe restà a boca verta! Ma el xe ga messo suito a dire: “No, con lui puoi parlare il vostro dialetto.  É con me che dovresti parlare Italiano! Così ti potrei capire meglio! E sarà con i vostri superiori che dovrete parlare Italiano. E prima lo farete, meglio sarà per voi!!! Ma ora vi lascio, Pace e Bene.” Gastone el xe ndà casa suito, pena pasà la Visita: solo du denti in boca! Menego el ga dovesto parlar Talian!!! A Catania no se podea far de manco!!!
(Lino Timillero Coniston 12-2-2018 Revised as Linus Downunder 22-4-2018)

Foto: La stazione di Montebello negli anni 50 del Novecento (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UNA TIRATA DI CAPELLI

[317] UNA TIRATA DI CAPELLI

L’esercito regolare della Repubblica di Venezia era integrato da alcune migliaia di soldati del territorio inquadrati in una struttura detta “Cernide”. Erano uomini che, pur continuando nella vita civile i loro disparati mestieri, all’occorrenza venivano mobilitati. Per mantenere efficienti queste truppe di riserva, venivano periodicamente organizzate delle “mostre” ossia esercitazioni armate: nel territorio vicentino si tenevano solitamente in quattro località diverse, tante quante erano le cosiddette “bande” composte da circa 500 militi ciascuna.
Il vicariato di Montebello con quello di Brendola, Orgiano, Barbarano e la podesteria di Lonigo, apparteneva alla “Banda della Riviera” con sede operativa nella città leonicena. Le altre tre “bande” erano la “Banda Marostegana, la “Banda della Valle di Avessano ossia Valdagno, e la “Banda del Pedemonte” che includevano tutti gli altri vicariati del territorio vicentino. Eccezionalmente le esercitazioni si tennero anche a Sandrigo, Thiene, Barbarano e Montecchio Maggiore scatenando talvolta il malcontento e i malumori di alcuni paesi che trovarono assai scomode alcune sedi.
(Una figura particolare fra i componenti della “cernide” di Montebello fu Antonio Gaspari. Nel 1759 egli ricoprì l’incarico di tamburo maggiore della “Banda della Riviera” che gli assicurava un salario mensile di 4 Ducati da riscuotere presso la Camera fiscale di Vicenza.)
Nel corso del settecento, per mettere tutti d’accordo sulla località nella quale fare le manovre, e soprattutto per contenere le ingenti spese occorrenti, il governo centrale veneziano decise che queste in futuro si sarebbero ridotte ad un unico evento annuale da tenersi nella città capoluogo. La decisione si rivelò quanto mai inopportuna.
Il problema nacque allorché, in occasione della “mostra” in città, oltre a 4000 soldati regolari, si riversarono pure i circa 2000 componenti delle 4 “bande” del territorio. Come ebbe a dire preoccupato il Podestà di Vicenza nel comunicarlo al Doge: sono giovani che in buona parte provengono dai luoghi montani, e perciò di genio fiero che portano con sé armi lunghe e corte e resi più arditi e vivaci dalla loro unione, imprimono colle loro grida e continue archibugiate la soggezione e il terrore. Il comportamento di queste soldataglie costringono persino le guardie delle porte di accesso della città ed altre preposte all’ordine a ritirarsi nelle loro case. Le violenze si estendono alle botteghe e osterie che sono costrette a forza ad aprire i battenti agli esagitati.
In una lettera del governo veneziano del 7 aprile 1773 così venivano definiti i componenti della “Cernide: truppe di scandalosi, temerari inquisiti villici, audaci perturbatori della pace comune dei cittadini e degli abitanti. Riscaldati dal vino tolgono a forza vettovaglie senza pagarle muniti di pistole lunghe e corte. Vendono considerevoli quantità di tabacco di contrabbando sul campo delle Mostre.

Si pensa d tornare al primitivo sistema.
Una ventennio più tardi le esercitazioni vennero addirittura sospese per qualche tempo e ripristinate con poca fortuna nel 1794, tre anni prima della caduta della Repubblica di Venezia. Infatti a quella data la “Banda della Riviera o di Lonigo, alla quale apparteneva anche Montebello denunciò amaramente che la sua armeria non aveva fucili sufficienti da garantire un valido addestramento, segno premonitore della strisciante decadenza di Venezia.
Un episodio curioso, avvenuto alla conclusione di una “mostra, ci viene raccontato dal notaio montebellano Francesco Camera.
Il 21 maggio 1794 il piccolo esercito di montebellani della “cernide, forte di almeno una cinquantina di componenti, ritornò al paese di origine dopo aver completato le previste manovre. In passato, al rientro dalle “mostre, una volta arrivati al ponte che dà accesso al paese, i partecipanti erano soliti annunciare il loro arrivo scaricando sia in aria che per terra i loro archibugi, prima di doverli restituirle all’armeria di Lonigo.
Nonostante le raccomandazioni di alcuni componenti dell’allegra brigata di astenersi dallo sparare per terra, per non sollevare polvere e sassi che già altre volte avevano causato dei feriti, Angelo Collalto di Gio.Batta scaricò sulla strada il suo fucile. La disapprovazione fu unanime, ma Antonio Scolaro non si accontentò del semplice rimprovero e diede al Collalto una forte tirata di capelli. Tutto sembrava essersi esaurito con questo atto, forse un po’ violento, senonché il giorno seguente l’offeso querelò Francesco Scolaro chiedendone la giusta punizione.
Ovviamente il querelato si difese e la diatriba si protrasse per gran parte dell’estate quando, il 17 agosto, finalmente i due litiganti si riconciliarono con la totale approvazione della comunità montebellana.

OTTORINO GIANESATO

Immagine: Soldati del territorio veneziano inquadrati in una struttura detta ‘Cernide’ (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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ANTONIO ZANESCO

[316] ANTONIO ZANESCO
Un eroe di altri tempi

Oggi vogliamo parlare di un altro eroe montebellano: Antonio Zanesco, un eroe d’altri tempi, tempi nei quali il direttorio di allora, riuscì a fondere idee, aspirazioni, frustrazioni dei reduci della Grande Guerra, in un movimento politico che fin dall’inizio ebbe una chiara ispirazione rivoluzionaria.
Antonio nacque a Montebello il 13 giugno 1907 e morì in terra d’Africa il 3 dicembre 1935. Bruno Munaretto nell’opuscolo a lui dedicato così lo descrive: “Una fronte vasta e pensosa incorniciata da biondi, ondulati capelli, uno sguardo fermo e sereno ombreggiato dall’arco di sopracciglia perfette, un naso di romano, profilo volitivo pari al taglio della bocca, alla mascella possente, al mento quadro, al collo saldo, vigoroso come l’intera persona”.
Da giovanetto, al contrario dei suoi coetanei, amava fantasticare su quanto aveva imparato a scuola sulle eroiche battaglie, come quella dell’8 aprile del 1848 a Montebello, o quelle della Grande Guerra che costarono 100 caduti al nostro paese, o ancora al Generale Giuseppe Vaccari che fu decisivo per la vittoria dell’Italia dopo la disastrosa disfatta di Caporetto.
Antonio Zanesco, che lamentava spesso di non aver potuto partecipare alla Grande Guerra perché troppo giovane, fu tra i fondatori del Nucleo Azzurri di Dalmazia di Montebello. Egli, con i suoi amici, sognava che un giorno la terra Dalmata sarebbe tornata italiana.
Quando nell’azienda del padre il lavoro cominciò a scarseggiare Antonio lasciò Montebello per portarsi nell’Agro Pontino per partecipare come assistente alla costruzione di Sabaudia che, quindi, diventò la sua nuova patria adottiva. Trovò modo anche di concorrere, in una piccola parte, alla realizzazione del film “Passaporto rosso” del 1935, diretto da Guido Brignone, i cui esterni furono girati proprio a Sabaudia.
Nello stesso anno 1935 l’Italia di Mussolini riprese la via dell’Impero e cercò, con l’azione propagandistica che lo distinse, volontari per la terra d’Africa. Antonio non ci pensò due volte e abbandonò il lavoro per portarsi verso nuovi lidi. Dopo aver rassicurato i genitori con una lettera andò a Napoli per imbarcarsi sulla nave “Belvedere” diretta in Africa.
Sbarcato sul suolo africano Antonio venne preso subito da una “febbre eroica”. Così scrisse ai suoi genitori a Montebello: « Non so quanto rimarremo qui, ma certo pochi giorni. Poi si partirà alla volta dei confini in attesa dell’ordine di attaccare e di andare avanti, sicuri e certi della vittoria, tutta nostra, questa volta, perché non ci sono alleati come nella guerra passata ». Ma sta per giungere per lui la prova più importante, quella del sacrificio. Il suo martirio non avviene su un campo di battaglia, come tante volte aveva sognato, ma con una tragica imboscata: mentre era uscito dall’accampamento con altri tre compagni per raccogliere legna da ardere, un numeroso gruppo di nemici li circondava e, nonostante la strenua ed eroica resistenza, furono in breve sopraffatti. A terra rimasero i corpi straziati di Antonio e degli altri tre commilitoni. Ad uno di essi fu anche recisa una mano! Tutto è finito, per Antonio Zanesco e i suoi eroici compagni Francesco Garzoni, Antonio Pozzato e Giuseppe Cipollina rimase il solo premio al loro sacrificio: una medaglia di bronzo al valor militare. La motivazione, riportata in Gazzetta Ufficiale il 27 giugno 1936 fu questa: “Comandato di servizio con altre tre camice nere veniva proditoriamente attaccato da un numeroso stuolo di armati. Impegnato volontariamente il combattimento, pur in manifeste condizioni di inferiorità, tenacemente lottava reagendo fino a che sopraffatto dal numero dieci volte superiore, cadeva trafitto, fronte al nemico, nel compimento del dovere – Debrì (Eritrea) 3 dicembre 1935 XIV”. Questa è in breve la storia di un eroe di altri tempi che ha sacrificato la sua vita sognando una Patria migliore.

Fonte: B. Munaretto, Antonio Zanesco, Vicenza, 1936 – Biblioteca Civica Bertoliana, Vicenza.
Foto:
Antonio Zanesco prima di lasciare Montebello (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UN DON MATTEO NOSTRANO

[315] UN DON MATTEO NOSTRANO

Quando si parla di don Matteo tutti associano questo nome al personaggio magistralmente interpretato dal bravissimo e simpatico attore Terence Hill, pseudonimo di Mario Girotti.
Anche Montebello in passato diede i natali a un don Matteo, certamente non famoso come quello della saga televisiva, ma pure lui molto amato e apprezzato ovunque svolse la sua attività pastorale. Fu uno degli ultimi membri della prestigiosa famiglia dei notai (da) Roncà che per oltre un secolo ebbero un ruolo da protagonisti nella vita e nella storia montebellana.
Al tempo in cui Matteo Roncà era ancora chierico (1616) venne a mancare Giacomo, zio paterno, abitante sì a Montebello, ma proprietario di una casa anche a Verona. In questa triste occasione Matteo e il fratello Marco ereditarono un liuto, strumento presente nell’abitazione veronese assieme ad un arpacordo, o meglio clavicembalo, e tutto lasciava credere che la città scaligera sarebbe in seguito diventata la residenza dei due fratelli. Ma non fu così, perché Matteo, una volta nominato sacerdote, nel 1621 lasciò per sempre il suo paese natale per diventare parroco di Monteviale, a quel tempo un villaggio di circa 500 anime, appollaiato sopra una collina che gli ricordava molto quella di Agugliana. Circa otto anni più tardi scoppiò la tremenda epidemia di peste di manzoniana memoria, proprio quando il notaio Marco, agli inizi della sua attività, era stato convinto dal fratello Matteo ad operare a Monteviale, dovendo però farsi carico della saltuaria spola tra questo villaggio e Montebello.
Nel 1630, quando l’epidemia di peste si portò via don Gregorio Gagliardi, arciprete di Santa Maria (e san Vitale) di Montecchio Maggiore, don Matteo colse l’occasione per occupare il posto lasciato vacante che vantava un beneficio ecclesiastico sicuramente migliore di quello di Monteviale. I pochi anni passati alla conduzione della parrocchia di santa Maria di Monteviale furono sufficienti per il religioso a instaurare un rapporto di grande stima e rispetto tra lui e la popolazione che suo malgrado accettò a malincuore l’abbandono della comunità. Il suo sostituto fu don Ottavio (dalla) Tavola appartenente ad una facoltosa famiglia di città.
Don Matteo rimase a Montecchio un paio di anni durante i quali il fratello Marco, invece, continuò a rogare sia a Monteviale che nel nuovo paese scelto dal fratello sacerdote.
Purtroppo i rapporti tra don Ottavio Tavola e gli abitanti di Monteviale, che nei primi anni erano stati senza screzi di sorta, a causa di una eredità si guastarono irreparabilmente al punto che la popolazione ne chiese la sua sostituzione.
Così nel 1647 il notaio Marco Roncà si prodigò e mediò per far rientrare il fratello alla guida religiosa della comunità di Monteviale. I suoi sforzi furono coronati dal successo e fu così che don Ottavio Tavola permutò i benefici della conduzione della parrocchia di santa Maria di Monteviale con quelli della parrocchia di san Pietro di Mossano, allora retta da don Matteo Roncà.
Erano trascorsi sedici anni e don Matteo nel 1647 faceva ritorno a Monteviale con grande soddisfazione dei suoi vecchi parrocchiani.
Nell’agosto dello stesso anno, i fratelli Roncà alienarono tutti i loro beni ed interessi presenti in Montebello, trasferendo così nel contempo ogni loro interesse a Monteviale. I pochi campi e la casa del paese natale furono acquistati dal conte Alfonso Loschi, appartenente alla famiglia proprietaria della villa sita in località Biron di Monteviale, oggi nota come villa Zileri (Motterle).
Nel 1669 l’anziano notaio Marco cessò di rogare in Monteviale, forse per sopravvenuta morte, e l’anno successivo fu seguito dal fratello Matteo.
E’ singolare come a volte possa incrociarsi il destino delle persone. Avvenne che, prima di morire don Matteo fu informato del progetto che la facoltosa famiglia Checcato (alcuni storici hanno confuso questo famiglia con quella dei Ceccato – n.d.r.) voleva realizzare in località Costeggiola, a circa un paio di chilometri dalla chiesa parrocchiale di Monteviale.
Era intenzione dei Checcato far costruire, adiacente alla loro casa dominicale, un oratorio accessibile anche agli altri abitanti, dedicato a san Matteo (il palazzo rimaneggiato è oggi conosciuto come villa Dal Corno – n.d.r.) Più di un secolo prima il loro avo, pure lui di nome Matteo, abitò per qualche tempo a Montebello, dovendo sopraintendere alle “possessioni” dei conti Sangiovanni prima e solo un anno più tardi a quelle del marchese Malaspina. Quando poi nel 1559 Matteo Checcato venne nominato procuratore del comune di Montebello, l’atto venne redatto da Nicolò Roncà, nonno dei fratelli Matteo e Marco!
L’oratorio fu inaugurato un anno dopo la morte dell’anziano sacerdote montebellano dal nuovo parroco di Monteviale. Forse la decisione di dedicare la chiesetta a san Matteo non fu del tutto casuale volendo sì ricordare gli avi, ma ringraziare nel contempo il sacerdote venuto da Montebello.

OTTORINO GIANESATO

Immagine: La Chiesa di Santa Maria Assunta di Monteviale (rielaborazione di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL MAESTRO ANTONIO MATTIELLO

[314] IL MAESTRO ANTONIO MATTIELLO

Il Maestro Antonio Mattiello fu sicuramente la figura più importante in ambito scolastico, e non solo, a Selva di Montebello. Insegnò alle Scuole Elementari di Selva, ma anche di Montebello, per ben 48 anni guadagnandosi una medaglia d’oro conferitagli dal Ministero della Pubblica Istruzione per il suo costante e assiduo impegno in campo scolastico.
Ecco una breve nota biografica di suo nipote Claudio Mattiello.
Il Maestro ANTONIO MATTIELLO nacque a Montebello Vicentino il 10 Giugno 1850 e si spense – lucido e sereno – a Selva il 25 Febbraio del 1932. Rimasto orfano ancora giovinetto e senza altri parenti all’infuori del nonno paterno, che esercitava il suo commercio a Montebello, venne da questi amorevolmente accudito e trascorse – raccontava – anni lieti ed anche, dati i tempi, spensierati.
Da lui ebbe i primi rudimenti del sapere, della rettitudine, dell’onestà, del lavoro e dell’amore per la Patria. Principii ai quali non venne mai meno durante tutta la vita. Verso i vent’anni si trasferì a Selva ed iniziò a fare il fornaio.
Però la fame di conoscere, di sapere che gli era stata infusa fin dai primi anni di vita, lo spinse a letture via via più impegnative (Manzoni, fra i tanti scrittori e poeti, era il suo ideale), cosicché dopo i primi studi fatti a Montebello, iniziò a prepararsi da sé e tra gli impegni di lavoro e della famiglia nel frattempo creata con una giovane del luogo e presto allietata dai figli, nelle ore rubate al poco sonno e con l’appoggio costante dell’amatissima consorte, riuscì a superare gli esami per maestro in quel di Vicenza, brillantemente e – amava ricordare con giusto orgoglio – con le congratulazioni della Commissione Esaminatrice. Era un buon segno per il futuro insegnante, e soprattutto per i suoi futuri allievi! Correva l’anno 1875.
A Selva trascorse oltre sessant’anni, quarant’otto dei quali dedicati all’insegnamento nella scuola del paese.
Da allora e fino alla sua scomparsa a ottantadue anni, Antonio Mattiello (il “Maestro” per antonomasia, o meglio “el Maestro”) profuse tutto il suo amore, il suo sapere, l’equilibrio del giudizio, oltre che alla famiglia, alla popolazione tutta di Selva.
Egli fu, si può ben dire, maestro, notaio, avvocato, pacere, trait d’union fra le necessità dei paesani e le istituzioni. Il suo verdetto, senza l’intervento dei tribunali, metteva la parola fine alle liti, alle divisioni, all’accordo fra eredi, o alla giusta dote della sposa. Col vantaggio, fra l’altro, che faceva tutto questo “gratis et amore Dei” …

La scuola. La prima scuola di Selva fu – incredibilmente – installata nella sua abitazione, dove gli scolari più indisciplinati e quelli più scarsi nel profitto si dovevano fermare anche per alcune ore nel pomeriggio a smaltire sui libri i bollenti spiriti o a rimediare lacune. A tutti non mancava di dare a mezzodì qualcosa da mangiare.
Col tempo la scuola si trasferì in due aule ricavate nella canonica di fronte al campanile.
Uomo di grandi ideali patriottici non mancava mai di commemorare nella scuola e fuori gli avvenimenti più salienti della storia d’Italia – particolarmente gli piaceva ricordare il Risorgimento. Ogni anno si recava con le scolaresche, assieme a qualche reduce delle patrie battaglie ed alcuni paesani, presso la “guglia” di Sorio, sorta a ricordo della sanguinosa battaglia che i giovani vicentini – erano quasi tutti studenti – sostennero nel 1848 contro le preponderanti e bene armate forze austriache.
Durante la Grande Guerra furono innumerevoli le lettere da lui scritte per le mogli e le madri dei combattenti di Selva ed i suoi interventi presso i vari comandi militari per l’inoltro di pacchi destinati ai soldati in prima linea.
Anche lui, come tanti, trepidò per i figli lontani – ne aveva ben quattro, ufficiali al fronte, che fortunatamente tornarono a casa sani e salvi.
Nel 1919 il Ministero della Pubblica Istruzione gli conferì la MEDAGLIA D’ORO per le sue benemerenze nel campo scolastico.
Il suo nome infatti era ben conosciuto anche all’infuori del Comune poiché veniva portato come esempio di un particolare metodo d’insegnamento, tanto da venir più volte encomiato dai Provveditorati agli Studi di Vicenza succedutisi nel corso del suo cinquantennale indefesso lavoro.
Diede anche vita nel 1894 alla costituzione di una banda chiamata “FANFARA ALPINA” con tanto di “Regolamento” i cui pinti sarebbero ancor’oggi attuali.
Il vecchio Maestro, nell’immediato dopoguerra (1915-18) promosse una sottoscrizione, cui diede buon contributo, perché venissero messi a dimora dei cipressi vicino alla Chiesa di Selva in ricordo dei Caduti. Il nome di ciascuno era impresso su una targa apposta sul tronco dell’albero. Diceva commosso – ricordo – che così gli sembrava di vedere un plotone di paesani soldati che non avevano fatto ritorno alle loro case …
Da più parti ebbe sempre elogi e riconoscimenti, espressigli in più occasioni anche dal figlio illustre di Montebello, Il Generale di Corpo d’Armata Giuseppe Vaccari.
Per tutta la vita la sua grande soddisfazione fu quella di ricevere lettere e cartoline “senza errori” dai suoi vecchi scolari sparsi per il mondo, che avevano lasciato il cuore a Selva e serbavano il ricordo del “Maestro Matielo” ed ebbero i suoi insegnamenti come esempio nella vita e nelle spesse volte fulgida carriera.
Selva di Montebello Vicentino, il 20 Giugno 1998
Claudio Mattiello

(Dal libro “LA SCUOLA VECCHIA ELEMENTARE di Montebello Vicentino” di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa).

Foto: Il Maestro Antonio Mattiello davanti alla sua casa a Selva di Montebello (cortesia Anna Biasin).

Umberto Ravagnani

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LA DURA ATTIVITÀ DEL BECHARO

 

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RAIMONDO BATTISTELLA

 

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MONS. BORTOLO CASTEGNARO

 

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L’ULTIMA PREDICA

 

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GUARDIE E LADRI

 

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I TRE CAMPANILI

 

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BORGOLECCO STORY (12)

 

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LA NOBILTÀ D’ANIMO

 

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SUOR GABRIELLA MENEGON

 

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I MORARI E L’ANTICA FILANDA

 

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L’OSTE DI MONTEBELLO

 

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LA CHIESA DI AGUGLIANA

 

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DON GIO.BATTA SGREVA

 

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ARRIVA L’ILLUMINAZIONE ELET…

[298] ARRIVA L’ILLUMINAZIONE ELETTRICA A MONTEBELLO

L’uomo ha convissuto per molti secoli della sua storia con il buio e la semioscurità; solo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento si cominciò ad illuminare le strade delle città e dei grossi centri urbani con le lampade a olio e a petrolio; ma bisogna arrivare al Novecento per un’applicazione economicamente conveniente con l’energia elettrica per l’illuminazione e l’industria. Il nuovo sistema, basato sull’elettricità, fu reso possibile dal susseguirsi frenetico di ricerche innovative che negli ultimi decenni dell’800 era culminato con la scoperta di nuove sorgenti elettriche, prima tra tutte quella dell’arco elettrico: la luce intensa e incandescente ottenuta con il filamento al carbonio raggiunse un livello molto elevato. Le caratteristiche formali e tecniche della lampada fine ottocentesca di Edison resteranno pressoché le stesse presenti nelle lampade che ancora oggi utilizziamo, anche se oramai il passaggio alle lampade a led, molto più efficienti, le sta rendendo obsolete. L’affermarsi della luce elettrica operò una vera rivoluzione in senso pratico, annullando la differenza tra giorno e notte, con l’apporto di un grandissimo potenziale di creatività.
Montebello non si sottrasse a questa enorme opportunità: 120 anni fa nel 1902 l’Amministrazione Comunale decise di dare inizio alle prove di illuminazione elettrica delle vie del centro e della Piazza Umberto I (ora Piazza Italia) del nostro paese. Il prevosto di quel tempo, don Giuseppe Capovin nel suo diario scriveva: “Nella sera del 29 novembre 1902, si fecero le prime prove della illuminazione a luce elettrica, nel caffè Costa (ora Due Colonne) e nell’albergo Andrighetti, detto Bicochi (ora caffè Castello) con bellissimo risultato. Nella sera successiva si illuminò, alla stessa guisa, anche la piazza, la via Maggiore, parte della via Borgolecco con soddisfazione generale”. Anche la Chiesa Prepositurale e il vicino Oratorio furono oggetto di prove di illuminazione, con buoni risultati. Don Giuseppe Capovin continua: “Anche il Marchese signor Luigi Carlotti, per il suo palazzo (ora conosciuto come VILLA MIARI), ha già fatto collocare ben 72 lampade e si attende, al momento dell’inaugurazione, uno splendido spettacolo.
Il nostro socio fondatore Amelio Maggio, nel suo libro scritto a quattro mani con Luigi MistrorigoMontebello Novecento” commenta così l’evento: « Finite le prove con esiti senz’altro positivi, ben presto l’illuminazione elettrica diventerà operante all’interno della vita civile e sociale del paese. Inoltre, se in un primo momento il suo uso era quello di illuminare vie, strade, piazze, interni abitativi e, in qualche caso, pure uffici e luoghi di lavoro, in fase successiva si cercherà di farla diventare forza motrice nelle diverse attività economico-produttive.
Ma il fatto che essa entrò nelle abitazioni private, per illuminarle nelle lunghe notti d’autunno e d’inverno, comportò notevoli cambiamenti negli stessi modi di vivere all’interno di esse. Prima del suo arrivo, l’illuminazione domestica veniva fatta a mezzo di lampade ad olio oppure a petrolio, quando non si usava il mezzo più rudimentale delle candele. Ma si dava anche il caso, specie nelle abitazioni della povera gente, che, mancando dei mezzi occorrenti per l’acquisto di quanto sopra, ci si doveva rassegnare a vedere un poco illuminata la cucina dalle lingue di fuoco sprigionate dalla legna messa ad ardere nei focolari.
Il focolare, per l’appunto. Esso era allora il luogo di maggiore importanza, richiamo di ogni famiglia. Impossibile immaginarla senza di esso. Se non esisteva, lo si creava subito, giacché, senza di esso, era impossibile l’esistenza umana all’interno delle case. Era indispensabile per tutti gli usi domestici: per preparare da mangiare; per riscaldare l’acqua onde lavarsi e lavare la biancheria; per fare le braci da mettere negli scaldini per intiepidire le lenzuola del letto prima di coricarsi, nelle notti fredde; per ottenere la cenere che serviva per i bucati delle famiglie. E non basta: sempre nelle lunghe notti fredde d’inverno, le famiglie tutte si radunavano attorno al focolare per i filò, cioè le lunghe chiacchierate, spesso intercalate dal racconto di tante storie e fiabe, nell’incantesimo dello schioppettio della legna che ardeva, lì davanti. Di conseguenza, l’arrivo della illuminazione elettrica, se per un verso rompeva irrimediabilmente vecchie abitudini e consuetudini tipiche delle civiltà pre industriali, per l’altro, invece, rivestiva il paese di un alone di modernità. Il paese, inoltre, sia pure a modo suo, e sulla base delle proprie risorse economiche, cercava di stare al passo coi tempi. D’altra parte, come si è avuto modo di sottolineare in diverse occasioni, era sempre stata una sua precipua prerogativa quella di inseguire la modernità incalzante. »

Foto: Quello del Marchese Luigi Carlotti e della Marchesa Anna Miari fu il primo palazzo privato di Montebello illuminato da lampade elettriche alla fine del 1902 (attualmente conosciuto come VILLA MIARI) (elaborazione grafica a cura di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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DON GABRIELE BERTOLA

 

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