LA NOBILTÀ D’ANIMO

[304] LA NOBILTÀ D’ANIMO NON È PER TUTTI

In passato i rapporti tra i nobili proprietari terrieri e i loro fittavoli o dipendenti non sono stati sempre idilliaci. Spesso il fieno raccolto mal stagionato o la brusca (potatura delle viti – n.d.r.) non eseguita alla perfezione davano adito a lunghe controversie, anche legali, che portavano spesso alla perdita del lavoro o dell’affittanza. Di solito i grandi proprietari di campagne preferivano dare in locazione i loro beni dietro un congruo affitto e restarsene in città a goderne i proventi piuttosto che soggiornare a lungo a Montebello per controllare l’operato dei lavoratori della terra.
Nel novembre 1595, appena finita la stagione dei raccolti, Vincenzo del fu Filippo Brasco affittò tutte le sue possessioni in Montebello, a Giulio del fu Pietro Balestro di Rovegliana (in quel tempo Rovegliana era un libero comune non sottoposto a Recoaro – n.d.r.) per 5 anni per il prezzo di 500 Ducati annui da pagarsi in due rate: una a san Martino (11 Novembre) e l’altra a san Cristoforo (18 luglio).
Il contratto prevedeva il possesso della casa dominicale con tezza, orto, corte, brolo, con una casetta e sedime contigui a detta dimora, che un tempo era stata di messer Battista dell’Oste (forse Battista del fu Battista oste), in contrà del Borgo, cioè di sotto del ponte dell’Aldegà (Chiampo), con tutte le sue comodità.
Abitando solitamente in Vicenza il conte Brasco si riservò per suo uso, da poter stanziar quando sarà in Montebello, la camera in solaro sopra la strada. Il rapporto di affittanza durò meno di due anni. Nel settembre 1597 Giulio Balestro rimase ferito, non si sa se accidentalmente o per colpa di terze persone, e morì di lì a poco tempo. L’onesto fittavolo, prima di morire aveva onorato la regolarmente la rata di luglio di 250 Ducati e, come si vedrà in seguito, aveva messo da parte un buon gruzzolo per pagare il saldo di novembre.
Quando fu informato della morte di Giulio Balestro, il conte si precipitò a Montebello nella casa dominicale del defunto, accompagnato dal Degano locale, Marc’Antonio detto “Malanchin” Valentini per effettuare il sequestro conservativo dei beni e soprattutto dei denari della seconda rata di affitto.
Alla presenza anche di Stefano Balestro, cugino del defunto, furono inventariate tutte le cose presenti nella fattoria e tra queste :

 8 busi de ave (arnie per le api)
3 porcelletti
1 fassinaro di legna
 4 bovi
2 vacche
1 puledro

Furono contati i denari consistenti in monete di vario genere e consegnati a Vincenzo Brasco:

 27 Zecchini
4 Doppie
2 Ungari
6 Scudi d’argento
30 Troni (moneda bianca)
 4 sacchetti contenenti 31 Lire ciascuno

Il controvalore approssimativo delle monete era di Lire/ Troni 1000, circa due terzi dei 250 Ducati (ossia Troni/Lire 1550) della seconda rata di affitto con scadenza 11 novembre. (C’erano poi ancora da valutare il bestiame e quant’altro di valore). Questo sta a dimostrare l’onestà e la previdenza di Giulio Balestro che con l’approssimarsi della scadenza autunnale aveva poco a poco messo da parte una quota consistente per far fronte ai suoi impegni con il conte Brasco. Ma il nobile non si fece scrupolo di pensare che sequestrando quei denari e quei beni aveva tolto a quella comunità anche una parte di liquidità che non gli spettava e indispensabile per soddisfare i bisogni primari della stessa. Sicuramente con la perdita del capofamiglia si apriva per i superstiti un periodo pieno di incertezze e ristrettezze economiche poiché avrebbero dovuto lasciare la fattoria.
Se nel racconto appena narrato appare una velata ed ingiusta diffidenza nei confronti del fittavolo da parte del nobile Brasco di ben altro tenore deve essere stato il rapporto del conte Antonio Sangiovanni coi suoi dipendenti.
Il 22 settembre 1691 il nobile Antonio Sangiovanni a 75 anni compiuti dettò le sue ultime volontà, presagendo che era vicino il momento di raggiungere la moglie Virginia defunta nel 1679.
Se in quel tempo fosse esistito “il Premio della Bontà” il conte Antonio sarebbe stato un valido candidato per meritarsi l’assegnazione poiché tra le persone ricordate nel suo testamento c’erano anche i suoi dipendenti:
“… che per amor di Dio siano dati ad uno dei poveri fabbri che lavorano loro nella bottega (dei Sangiovanni) per non poter esso comprar gli strumenti necessari per il suo mestiere, tutti gli istrumenti della loro fucina anco qualche materiale di rottura di ferramenta che dentro si potessero ritrovare. Così possa metter bottega e guadagnarsi da viver con la propria famiglia.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Villa Sangiovanni (poi Pasetti-Freschi-Sparavieri) all’inizio del secolo scorso (cartolina postale – Collezione Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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I MORARI E L’ANTICA FILANDA

[302] I “MORARI” E L’ANTICA FILANDA DI MONTEBELLO

Il governo della Serenissima, producendo l’ESTIMO del 1545 ai fini fiscali, ritenne che la presenza dei gelsi, o più precisamente “morari” come venivano allora chiamati, costituiva un plusvalore dell’immobile, ragion per cui andava applicata una tassazione più alta. Si può dire che non c’era abitazione che non avesse almeno una pianta di gelso e nel territorio di Montebello la sua diffusione era di parecchie centinaia di unità se non migliaia.
Nella rilevazione appena nominata, incuriosisce la descrizione di un immobile valutato 170 Ducati che si affacciava sulla piazza di Montebello. Oltre alla presenza di 9 piante di gelso, tra gli annessi retrostanti, includeva una sezonta per tirar la seda. La sezonta in questione era una costruzione muraria, una sorte di tettoia o piccolo capannone aperto e coperto di coppi. Sta di fatto che questo edificio era una vera e propria piccola filanda!
I suoi proprietari erano gli eredi di Dante (da) Martinengo, cognome derivato dall’omonimo paese lombardo da cui proveniva questa benestante famiglia. Non si sa se gli eredi citati portassero il cognome Martinengo, ma quel che è sicuro è che di lì a poco sparirono letteralmente da Montebello e che i successori furono probabilmente i ricchi Castellan con i quali si erano precedentemente imparentati con un matrimonio.
Questo lo si viene a sapere perché nel 1538, sette anni prima della redazione dell’ESTIMO, Jacoba figlia di Dante Martinengo (il padre in quell’anno era ancora vivo) dettò le sue ultime volontà nominando sua erede universale la zia Anna, moglie di Jeronimo Castellan o Castellani.
Da una ricerca fatta allo scopo di determinare l’esatta posizione dell’antica filanda, si suppone che questa si trovasse nel retro dell’attuale casa Dainese. Ciò è avvalorato dal fatto che i Dainese, nei ricordi tramandati dai loro avi, affermano che agli inizi dell’Ottocento una sezonta presente poco lontano dall’abitazione era stata ristrutturata e che precedentemente questo sito aveva ospitato alcuni “fornelli” per lavorare i bachi da seta.
Che a Montebello si lavorasse artigianalmente la seta è dimostrato da parecchi documenti. Una stima di beni del 4 giugno 1571, redatta dall’estimatore Collaltino de’ Collalti per elencare quanto portato in dote da Gaspara figlia di Jeronimo Miolato, spicca un telaio per tessere lana e seta ossia: … un telaio ligneo ferrato ai capi con “bosemarola” (bozzima, liquido per impregnare i tessuti – n.d.r.), tre pettini a tela (due a due fili e uno a un filo) per seta, due casse per telaio, tre quarte di “gallette” da semina (per produrre i bachi da seta – n.d.r.), un travicello a telaio.
E non erano poche le famiglie che traevano sostentamento dall’allevamento del baco da seta e questo introito giungeva benedetto essendo forse il primo dell’anno. Nell’inventario del 1603 delle cose lasciate in eredità da Bernardino Braghetti, (anche lui aveva l’abitazione che dava sulla piazza), figurano 5 arelle per cavalieri (graticci per allevare i bachi da seta – n.d.r.) e questo è solo uno dei tanti allevatori di “cavalieri” così venivano curiosamene chiamati i preziosi animaletti.
Ma quanto valeva la seta? Nel 1630 in una cessione di questo bene tra un componente e l’altro della famiglia Gaboardo, residente nella contrà di Vigazzolo: libbre 3 e un quarto e mezzo passarono di mano in ragione di Troni o Lire 15 la libbra. Una discreta cifra che un operaio avrebbe guadagnato dopo oltre un mese e mezzo di lavoro dipendente.
L’allevamento dei bachi da seta non era né facile né privo di difficoltà. Tutto cominciava nel giorno di San Giorgio, il 23 aprile, nel quale in alcune località del vicentino dove esisteva qualche edificio sacro dedicato al santo, si benedivano i semi dei futuri bachi. Questi, dopo circa una settimana d’incubazione al caldo, se tutto andava bene, si schiudevano e bisognava iniziare la loro alimentazione mediante le foglie di gelso. Il tutto con due o tre somministrazioni giornaliere di foglie sminuzzate, operazione ripetuta per circa quindici giorni, passati i quali, incominciavano a formarsi sulle apposite fascine di legna i bozzoli. Da questi si ricavava poi la seta attraverso una complessa lavorazione da sempre attuata dalle esperte mani femminili.
Quando “la foglia” scarseggiava, perché i gelsi a disposizione erano insufficienti, o una inaspettata e tardiva gelata ne aveva bruciato i germogli, agli allevatori non restava altro che acquistarla o … rubarla come fece Bortolamio detto “Neno” Marchioro che nel 1603 spogliò proditoriamente i morari di proprietà della summenzionata famiglia Castellan, beccandosi così una denuncia.
Assieme a tanti altri prodotti agricoli, le foglie di gelso figuravano nel “Listino dei Prezzi” del 1666 e un sacco pari a litri 108 valeva 1 Trono e 4 Soldi, più o meno come un paio di bei polli o una libbra di zucchero, bene quest’ultimo allora molto costoso. E lo sfruttamento dei gelsi durò ancora centinaia di anni.
Nel secolo scorso l’abbattimento non rifuso di 23 piante di gelso, 17 delle quali crescevano nella scarpata del Viale della Stazione, diede vita a un ventennale contenzioso tra i proprietari, i fratelli Bortolo e Giacomo Castegnaro, e le Tramvie Vicentine. Quelle piante divelte durante la Prima Guerra Mondiale dall’Esercito Italiano (che negò ogni responsabilità), in base al vecchio progetto della costruenda tramvia Montecchio-Montebello-Lonigo avrebbero dovuto essere pagate ai proprietari dalle 10 alle 40 lire ciascuna a seconda del loro diametro. Una bella cifra (puoi leggere questa storia nel libro “Il treno dei desideri“).
I bachi da seta furono presenti nelle famiglie fino a parecchi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e il loro allevamento venne meno con l’industrializzazione degli anni sessanta.
In località Gualda, a ricordo di questa antica attività, sono rimasti alcuni lunghissimi filari di enormi gelsi secolari che, noncuranti dei confini, spaziano, come una verde cerniera, a cavallo tra i territori comunali di Montecchio Maggiore e Montebello.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Particolare di una veduta aerea di Montebello Vicentino nel 1955. Si possono notare le lunghe file di gelsi lungo i fossati e nei campi (IGM – Istituto Geografico Militare).

Umberto Ravagnani

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L’OSTE DI MONTEBELLO

[301] L’OSTE DI MONTEBELLO CITTADINO DI VICENZA
(LA CHIESA DI SAN GAETANO)

Fin dal 1595 i Teatini di san Gaetano officiarono nella chiesa di santo Stefano in Vicenza. Nel 1720, entrati in contrasto con il parroco, in attesa di tempi migliori, decisero di utilizzare una casa di loro proprietà nei pressi dell’antica osteria “al Cappello” per celebrare provvisoriamente le funzioni sacre in una chiesetta adiacente. Il luogo si trovava lungo l’odierno Corso Palladio, allora strada granda, di fronte alla Contrà di santa Barbara che dopo solo 100 metri tutt’oggi sbocca in piazza dei Signori. Nell’aprile dell’anno seguente iniziarono i lavori di costruzione del tempio sacro dedicato a san Gaetano, altro protettore della città di Vicenza, e terminarono circa 10 anni dopo. Il modello della chiesa fu fornito dall’architetto padovano Girolamo Frigimelica (il suo progetto più famoso è Villa Pisani a Strà – n.d.r.) e per realizzare l’edificio sacro furono demolite alcune case e la citata osteria “al Capello” che trecento anni prima aveva avuto come conduttore un oste montebellano: Battista del fu Battista.
Già nel 1675 i deputati della città di Vicenza avevano intrapreso le operazioni di acquisto dei fabbricati e dell’area sulla quale edificare la nuova chiesa dedicata a san Gaetano con lo specifico compito di rilevare l’antica casa di tale Martino Gallona ove si faceva l’hosteria del Capello (spesso scritta con una sola p – n.d.r.)
In seguito alle divergenze che ne seguirono la costruzione dell’edificio sacro rimase in stallo per quasi mezzo secolo e venne portata a termine solo nel 1730.
Risalgono alla prima metà del quattrocento le notizie riguardanti l’oste che trovò fortuna nella città di Vicenza, proprio grazie a quella famosa osteria che dopo alcuni secoli sarebbe definitivamente sparita e dimenticata.
Purtroppo non sono facili da trovare e sono poche le notizie relative al quindicesimo secolo. I pochi documenti presenti sono in gran parte opera dei notai che si si sono avvicendati negli anni che videro la Serenissima allargare il suo dominio anche sulle altre città venete.
Nel marzo del 1429 nell’osteria in Montebello di Battista del fu Battista, (forse l’hostaria granda ), il notaio Cristoforo Muzan, celebrò la concessione in affitto di una pezza di terra di un campo e mezzo da parte del procuratore del condottiero Jacopo.dal Verme al montebellano Bonomo del fu Francesco per la cifra di 16 Soldi da pagarsi a Natale. Questa è la prima notizia trovata riguardo a questo misterioso personaggio che l’anno seguente si troverà a Vicenza come oste all’hostaria al Capello. Seguono altri rogiti in cui l’oste viene citato anche solo come confinante nelle transazioni di qualche terreno in Montebello E’ evidente che Battista aveva fatto il salto di qualità perché aveva avuto anche i mezzi finanziari per farlo. Senza di questi non gli sarebbe stato possibile acquisire una casa in città e svolgere un’attività che dava modo di diventare cittadino di Vicenza e di goderne i relativi privilegi.
Tutto lascia credere che il mentore dell’operazione sia stato lo zio Gregorio del fu Antonio e lo si capisce nel momento in cui costui fece testamento a Montebello nel 1436, trovandosi gravemente malato. Ma a dispetto di tutti, visse ancora molti anni, almeno fino al 1455, rendendo parzialmente inattuabili i lasciti per la morte anticipata dei legatari. Qui di seguito alcune sue disposizioni testamentarie.
Gregorio del fu Antonio, un vero benefattore a 360°, nel suo testamento lungo qualche pagina, essendo senza figli, beneficò numerose persone e luoghi sacri diversi, non dimenticando nessuno. In particolare a Battista del fu Battista oste, padre di Giovanni, legò una sfilza di pezze di terra in Montebello, di case, di capi di bestiame. Battista ereditò persino una corazza di acciaio delle due che lo zio possedeva, segno di un recente passato di soldato, l’altra fu lasciata in dono a un altro nipote, il notaio Domenico di Melchiore. Ma la quantità di beni elargiti a Battista non lasciano dubbi che costui fosse il nipote prediletto. Si suppone poi che la hostaria granda di Montebello fosse stata di proprietà di Gregorio e che avesse compartecipato alla sua gestione con il nipote Battista. Privo di figli, per tutti i beni restanti non elencati nel testamento, nominò suo erede universale il fratello Giordano (pure lui senza eredi maschi) con l’obbligo che una volta passato a miglior vita avrebbe dovuto lasciare quanto ereditato ai poveri. Commissari testamentari i nipoti Battista del fu Battista e Domenico di Melchiore. Tuttavia questo non avvenne perché nel 1448, quattordici anni dopo, Giordano dettò il suo testamento al nipote notaio Domenico di Melchiore, ed il testatore nominò erede universale dei suoi beni il fratello Gregorio che quindi gli sopravvisse, scambiandosi così le parti.
In questo secondo testamento non si fa menzione di Battista oste, che morì prima di ereditare i beni dello zio Gregorio, ma la sua attività sarebbe continuata con il figlio Giovanni. In almeno tre rogiti redatti alcuni anni dopo da altrettanti notai sia di città che di Montebello, Giovanni del fu Battista viene citato come Giovanni dal Cappello come se questa denominazione fosse diventata il nuovo cognome identificativo. Gregorio rimasto vedovo della moglie Lucia si risposò con Magdalena, pure lei vedova e già madre di tale Alberto da Soave del fu Facio, che in qualità di figliastro in seguito ereditò parte dei beni del patrigno. Tra i beni lasciati in eredità da Gregorio c’era il 50% del mulino di santa Giustina (l’altra metà apparteneva ai nobili Cozza) al confine tra Montebello e Monticello di Fara che fu diviso in parti uguali tra Alberto da Soave e Giovanni del fu Battista. Comunque il ricordo di Battista oste, o meglio dal Cappello, rimase vivo almeno fino alla fine del cinquecento. In un documento del 1595 si parla della casa dominicale dei conti Brasco già abitazione di Battista oste, segno che il ricordo era ancora vivo.

OTTORINO GIANESATO

Foto: L’hostaria granda dei Valmarana era situata all’angolo tra via XXIV Maggio e Via Pesa, quasi davanti alla lussuosa villa del proprietario (attuale villa Zonin) (cartolina postale 1930 c.a. – Collezione Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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DON GIO.BATTA SGREVA

[299] DON GIO.BATTA SGREVA E I SEPARATISTI DI STARO

Nell’ottobre 1720 il chierico montebellano don Gio.Batta Sgreva, figlio di Michele, aspirava a diventare presbitero, ma non aveva i mezzi finanziari per essere promosso agli Ordini Superiori. Gli venne in aiuto lo zio Gio.Maria (omonimo dell’agrimensore vissuto circa 100 anni prima), che gli assegnò 3 campi arativi nella contrà di Fara nel comune di Montebello.
Don Gio.Batta aveva un fratello, Agostino, di una ventina d’anni più giovane. Anche lui, nel febbraio del 1741, espresse il medesimo desiderio di intraprendere la strada del sacerdozio, ma col grosso problema della mancanza delle indispensabili risorse economiche. Fu lo stesso don Gio.Batta a fornire al fratello quanto necessario allo scopo legandogli alcuni dei suoi beni. Questo fu possibile perché proprio in quell’anno, venne a mancare l’amatissimo arciprete don Gio.Batta Disconzi, parroco della chiesa di santa Maria della Valle dei Conti e della Valle dei Signori (oggi Valli del Pasubio – n.d.r.) e il montebellano don Gio.Batta lo sostituì. (E’ insolito. come le due valli pur essendo due comuni autonomi, facessero riferimento all’unica parrocchiale esistente situata in quella dei Signori). Quindi don Gio.Batta Sgreva, dal momento che la sua situazione economica si era consolidata con la nomina ad arciprete, pensò giustamente di correre in aiuto al fratello.
Sfortunatamente la sua missione di arciprete delle due Valli iniziò nel bel mezzo di una annosa controversia che la sua nuova parrocchia aveva con gli abitanti di Staro che, pur appartenendo alla chiesa di santa Maria, da almeno sessant’anni avevano gettate le basi per diventare religiosamente del tutto autonomi. Proprio una relazione di don Gio.Batta Sgreva, prodotta all’inizio del suo insediamento, ci dice che Staro contava allora una ventina di contrade sparse in un accidentato territorio e abitate da circa 400 abitanti. La loro legittima aspirazione era supportata dal fatto che per non avere una chiesa nella loro frazione, durante l’inverno, in caso di copiose nevicate, tutto diventava più complicato. Per l’arciprete era indubbiamente assai arduo raggiungere quell’abitato posto a 632 metri di altitudine per espletare alcune funzioni religiose ed era altrettanto difficile per gli Staresi raggiungere la parrocchiale per battesimi, funerali e quant’altro.
Già nel lontano 1687 i capifamiglia di Staro si riunirono per decidere l’erezione di una chiesa dedicata alla Santissima Trinità e a San Antonio di Padova nella contrada Tessari. I partecipanti ribadirono che questa loro decisione non avrebbe sminuito il prestigio della parrocchiale di santa Maria alla quale sarebbero rimasti fedeli,, ma che era dettata dai frequenti disagi che dovevano sopportare per una buona condotta cristiana.
Pertanto fu edificato un oratorio della misura di circa 12 metri di lunghezza, della larghezza di 6 e più di 5 metri di altezza. Nel 1703 l’edificio risultò del tutto idoneo solo per alcune funzioni, come la celebrazione delle messe nei giorni previsti, senza però potersi effettuare matrimoni, battesimi e sepolture. Troppo poco!
Pertanto due decenni dopo peggiorarono i rapporti tra gli Staresi e l’arciprete di santa Maria. Solo un paio di anni prima che arrivasse a Valle dei Signori don Gio.Batta Sgreva, gli abitanti della frazione lamentarono che durante l’inverno erano caduti 5 piedi di neve (1,5 metri) e che una decina di persone erano decedute senza i conforti religiosi con l’aggravante che, non potendosi raggiungere il cimitero di Valle, alcuni cadaveri erano rimasti insepolti. Fu così che gli abitanti di Staro espressero la ferma volontà di voler dar inizio alle sepolture all’interno del nuovo oratorio della Santissima Trinità. Don GioBattista Sgreva, come uno dei suoi primi atti, mandò al Vescovo di Vicenza mons. Marino Priuli una relazione che così recitava: “l’Arciprete ha provveduto con ogni amorosa diligenza ad amministrare i sacramenti agli infermi di Staro, ma gli ostinati interlocutori, con una spezie d’insolenza hanno risposto che l’oglio (sic !) santo non manda in paradiso, e duri più che mai, che vogliono assolutamente l’eucarestia” …
L’anno seguente il vescovo di Vicenza emanò un decreto con il quale concedeva agli abitanti di Staro di poter seppellire in loco i loro morti, nonché vedere amministrato nella chiesetta il sacramento della penitenza, e la possibilità di vedere insegnata la dottrina cristiana.
Poiché i residenti della frazione non si accontentarono per niente di quanto ottenuto, la faccenda finì sui tavoli della Magistratura Veneziana grazie ad una missiva inviata dalla cancelleria Vescovile di Vicenza in cui si lamentavano “scandali e prepotenze di quei abitanti di Staro” e si paventava la necessità di porvi fine.
Nel 1745, in mezzo a questa bufera, don Gio.Batta Sgreva rassegnò le dimissioni e forse fu per questo che il Senato Veneto decretò la sospensione dell’oratorio della Santissima Trinità e minacciò la sua demolizione. Don Giuseppe Brendolan, originario di Cologna Veneta, fresco sostituto dell’arciprete Sgreva, ebbe la licenza di recarsi nella chiesa di Staro per togliere le immagini e la pietre sacre. Scoppiò il finimondo e il prelato fu minacciato di morte. Con il risultato che il vescovo sospese a divinis tre preti di Staro ed alcuni scalmanati furono imprigionati. Giunsero a Staro anche una quarantina di soldati a cavallo per presidiare le vie di accesso. Finalmente gli animi si acquietarono, ma l’agognata nomina di Staro a parrocchia indipendente arrivò solo verso la fine del settecento.
Don Gio.Batta Sgreva, dopo le sue dimissioni, tornò dalle sue parti di origine diventando l’arciprete della chiesa di San Bonifacio dedicata a santa Maria e sant’Abbondio. Questo lo si apprende da una visita pastorale del vescovo di Vicenza del 1745 nella quale don Gio.Batta dichiarò: “sono sacerdote di Montebello, ho 42 anni, e da circa otto mesi sono Arciprete di questa chiesa parrocchiale di San Bonifacio.
Sotto la sua direzione pastorale, a San Bonifacio, di diede inizio alla trasformazione, o meglio incapsulamento, della vecchia chiesa parrocchiale diventata troppo piccola per l’aumentata popolazione. Questo si rese necessario per non sospendere le funzioni religiose, costruendo esternamente al vecchio corpo della chiesa i nuovi muri perimetrali. Tutto avrebbe dovuto concludersi nel giro di una ventina di anni, ma non fu così. L’opera vide la fine dei lavori solo ad ottocento inoltrato.
Tra l’altro la costruzione iniziò sotto una cattiva stella poiché don Gio.Batta Sgreva morì nell’estate del 1754, talmente oberato di debiti che il giorno stesso del suo decesso intervennero le autorità ed altri dove tutti sequestrarono tutto, anche le cose più povere. La sua cattiva esposizione finanziaria fu un vero boomerang che si ripercosse anche sulle proprietà dei suoi fratelli.

OTTORINO GIANESATO

Foto: La contrada FARA a Montebello Vicentino dove don Gio.Batta Sgreva possedeva 3 campi arativi. In secondo piano Selva e Agugliana (foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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TURISTI PERICOLOSI

[296] “TURISTI” PERICOLOSI

È sorprendente leggere nei documenti d’archivio quanti forestieri circolassero nel territorio montebellano tre o quattro secoli fa. Alcuni di loro, come quelli qui sotto elencati, non erano certo innamorati dei luoghi di questa parte del vicentino. La posizione strategica di Montebello, posto su una strada di grande traffico, creava i presupposti favorevoli per concludere affari più o meno leciti e soprattutto costituiva la base ideale di partenza per architettare furti e rapine nei paesi limitrofi.
In una cronaca settecentesca di Montebello si leggono i nomi di alcuni loro dediti al crimine in “visita” al paese:
Giuseppe Primo detto “il romano” nato a Valmontone (Roma), Stato Pontificio, di professione oste, Santo Santoni dalla villa di Barbian, (frazione di Cotignola in provincia di Ravenna – n.d.r.), Stato Ferrarese, aveva in precedenza abitato a Badia Polesine poi a Rovigo, di professione “beccaro”, Giuseppe Baccone detto “rosso” orfano proveniente dal Luogo Pio di Santo Spirito di Roma, solito vendere “galanterie” (merce di bell’aspetto, ma di scarso valore – n.d.r.), Angelo Vendramel detto “gatto” della villa di Candelù, territorio trevigiano, Gaetano Garbin nominato Letter detto “quel del mulo” della villa di Enna, sopra Schio, persona dedita ad ogni tipo di crimine. Assieme ai soggetti citati diede vita ad una vera banda di malfattori di cui era l’indiscusso capo.
Quest’ultimo si era da tempo trasferito a Montebello dove aveva legato con Gio.Batta Savegnago, bracciante dei fratelli Pieropan, in quel tempo fittavoli delle campagne delle Isole e del Corso di proprietà dei conti Sangiovanni. Gaetano Garbin aveva un passato costellato di crimini di ogni tipo. L’essersi da tempo trasferito a Montebello gli diede modo di conoscere perfettamente i paesi circostanti e non solo. Sempre grazie alla sua perfetta conoscenza del territorio, anche tempo prima, camminando sugli argini del Guà raggiunse Trissino, e da qui Priabona, Malo, Isola. In questi ultimi paesi assalì, spalleggiato dai complici, i carrettieri che scendevano da Schio e li depredò dei loro averi. Astutamente ogni agguato avveniva lontano da Montebello per non essere riconosciuti.
Il 26 marzo 1761 la banda Letter, armata di schioppi e altre armi, s’incamminò sulla strada che conduceva a Lonigo. Giunta a metà percorso dove esisteva una certa palazzina abitata da Zuanne Zanon detto “Sacchiero, si preparò per l’assalto. Scoperta però la robustezza e la consistenza delle porte e delle finestre, la masnada rinunciò per timore di essere cacciata dagli abitanti.
I malfattori cambiarono obiettivo e decisero allora di passare per Meledo per assalire la casa di Gio.Batta Corato. Arrivati s’introdussero per la porta posteriore del cortile, e sotto mentite spoglie di “sbirri” (finanzieri), preceduti da uno sparo di arma da fuoco, con violenza abbatterono la porta della cucina. Col pretesto di cercare merce di contrabbando, con un lume salirono le scale che portavano alla camera dove dormiva il Corato. Gli abitanti della casa erano tutti terrorizzati e Gio.Batta Corato fu legato e costretto a consegnare le chiavi di casa. I ladri asportarono tutti i migliori vestiti e la più bella biancheria, tutti gli ornamenti d’oro da donna da collo, granati, anelli, diverse armi da fuoco e circa 150 Ducati d’argento composti da varie monete.
Lasciarono quella casa nella profonda desolazione e sparirono attraverso i campi. Fatta poca strada giunsero in una casetta disabitata situata nei prati di Montebello, dove demolita la piccola porta si divisero il bottino.
Pensavano di averla fatta franca, ma pochi giorni dopo l’eco di questa rapina giunse fino a Montebello e gli inquirenti collegarono il fattaccio con la temporanea assenza da Montebello dei sei lestofanti nella notte del misfatto. Grazie poi alle dichiarazioni dei derubati tutto giocò contro la banda.
I componenti del sestetto furono tutti catturati. Giuseppe Primo riuscì anche ad evadere dalla prigione, ma fu solo questione di tempo perché fu subito ripreso. Tutti furono condannati chi al remo su di una galera chi al bando.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Banda di malfattori divide il bottino appena rubato (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA FAMIGLIA PERANA

 

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LADRI DI ACQUA

 

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LA CASA DELLA SELVA

 

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UN VICINO SCOMODO

 

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IL SARTO SOLDATO

 

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PICCOLI TESORI DEI PASETTI

 

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EMANCIPAZIONE E RAZZISMO

 

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SCIOPERO AL PONTE NOVO

 

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DON VITTORE PORRA

 

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IL NOTAIO SPINARDO NARDI

 

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BENI DOTALI E MISERIA

 

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LA “SPARESARA” DELLA MIRA

 

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UNA DEDICA SFORTUNATA

 

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LA FABBRICA DEI CARRI

 

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CURIOSITÀ MONTEBELLANE

 

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UN TREMENDO IMBROGLIO

 

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I FRANCESI A MONTEBELLO

 

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INTRAPRENDENZA A MONTEBELLO

 

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UN SITO PER LA PACE ETERNA

 

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1700-INNOCENTI BARUFFE

 

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RICCHEZZA E MODERNITÀ

 

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RENITENTE ALLA LEVA

 

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1918 FRANCESI TORNANO A CASA

 

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L’AMARA VERITA’

 

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UN SOLDATO FRANCESE A MB

 

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