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LA CASA NELLA PRATERIA

[510] LA CASA NELLA PRATERIA
L’ultima stagione della grande corte

A volte, la monotonia della campagna custodisce invece un passato dimenticato che però nemmeno la memoria tramandata dai più anziani riesce a far rivivere.
Chi percorre la strada che dal ponte Asse sul Guà porta a Montebello lancia spesso lo sguardo all’interno del bacino di laminazione senza trovarvi all’interno qualcosa degna di attenzione. Solo un altissimo traliccio dell’energia elettrica campeggia in mezzo a tanto verde. Eppure, proprio là dove ora svetta questo mostro d’acciaio, fino a un centinaio di anni fa esisteva una grande fattoria per lungo tempo popolata da persone e da centinaia di animali.
Le carte topografiche ottocentesche e del primo novecento segnalano questo sito con il nome “il fienile” alcune “il fenile, altre “il fienile Valmarana. Questa fattoria era costituita da almeno quattro edifici uniti in un solo corpo con relativi annessi rustici e si raggiungeva da Vicenza mediante la strada Postale Regia (S.S 11). Qui, dopo il ponte, sul Guà, sulla sinistra si oltrepassava sant’Egidio, per incontrare a destra, poco più avanti una stradina, che fatti circa 60 metri metteva direttamente nel cortile comune delle costruzioni coloniche.
La scomparsa di questo complesso di edifici rurali è legata alla costruzione del bacino di laminazione, realizzato su progetto dell’Ing. Ugo Colonna dell’agosto 1926. I lavori iniziati nel settembre successivo terminarono nella prima metà del 1927 e si ebbe il collaudo in occasione della piena del 1928. Dopo secoli la strada del Borgo cessava di essere la sede dell’antica Postale, sostituita dalla più ampia carreggiata approntata sopra l’argine-diga del bacino.
Ovviamente la realizzazione di questa imponente opera non fu indolore per coloro che abitavano all’interno dell’invaso poiché un piccolo numero di modeste costruzioni fu abbattuto e alcuni metri del suolo sottostante vennero asportati per aumentare la capacità dell’invaso facendo così sparire anche le fondamenta delle case. Il corpo di edifici chiamati “il fienile” fu forse quello più importante a farne le spese.
Oggi grazie ad un inventario effettuato nel 1849 per stabilire la consistenza dei beni dei fratelli Luigi e Gio.Batta Anselmi che del “fienile” furono proprietari per lungo tempo, possiamo conoscere nei minimi dettagli le caratteristiche del sito scomparso.
Prima degli gli Anselmi, fu proprietario del “fienile”, il conte Nazario Valmarana ma già nel 1815, trovandosi in cattive acque a causa dei debiti, dovette alienarlo con altre possessioni del Vanzo esistenti a Montebello e in piccola parte nei comuni di Brendola e Sarego. Curioso il fatto che nonostante il trapasso di proprietà, anche al momento della costruzione del bacino, il sito fosse conosciuto ancora come il fienile Valmarana. Al tempo dell’allestimento del bacino di laminazione i proprietari del “fienile” dovevano essere i Dal Molin eredi di Gio.Batta Anselmi.
I disegni del 1911, eseguiti quindi pochi anni prima della demolizione, mostrano una pianta dell’edificio diversa da quella del 1829 che riporta la stessa situazione del 1849, anno della descrizione qui riportata, segno che probabilmente successivamente a questa ultima data, la grande struttura fu modificata.
Il fienile” era un grande corpo di fabbrica forma di rettangolo irregolare della misura di circa 50 metri per 23 con il lato più lungo parallelo alla strada veronese, e da questa distante circa 60 metri; comprendeva due stalle, due case di abitazione e un ampio portico a 4 luci (archi) rivolto a mezzogiorno. Completava questa proprietà un immenso prato irriguo di 56 campi, che si estendeva tra la riva sinistra dell’Acquetta e l’ardine destro del Guà, ed un ulteriore campo arativo forse utilizzato per colture orticole. L’acqua necessaria ai prati era prelevata mediante una chiavica presente presso l’argine destro del torrente Guà.
La consistenza degli animali allevati parla di 77 pecore, 30 agnelli, 4 montoni 2 manze. Non vengono citati altri animali da cortile che certamente erano presenti, come dei suini, dal momento che su un lato della stalla c’era una porcilaia.
La stalla degli ovini occupava la maggior parte del fabbricato, separata da un’altra contigua che aveva ben 12 poste per bovini da “grassa” anche se al momento dell’inventario ottocentesco era presente solo una coppia di manze. Questo perché l’esistenza prevalente di prati non giustificava tenere animali utilizzati principalmente per l’aratura.
Particolari caratteristici dei grandi edifici rurali di quel tempo e presenti nel “fienile” erano due scale “alla galeotta” o di servizio (termine tecnico oggi non più usato) Collocate in appoggio ad una parete esterna, accedendovi uscendo dalle cucine e salendo i loro gradini, era possibile entrare nei granai attraverso una piccola porta. Il vantaggio era duplice perché era più agevole utilizzare i granai e le soffitte senza dover passare internamente il che avrebbe tolto spazio sia alle cucine che ai relativi solai.
La stradina che dalla via del Borgo portava alla fattoria si trovava spostata verso est rispetto al centro del cortile antistante e dava l’accesso più diretto alle abitazioni che si trovavano in quel lato del fabbricato.
Al centro del cortile un indispensabile pozzo faceva compagnia ad un truogolo di pietra mentre in un angolo della fattoria, nel lato verso Montebello, esisteva “una graspaia” che raccoglieva i residui della spremitura dell’uva.
Come in tutte te costruzioni rurali erano immancabili i gelsi ed altre piante da frutto che rompevano un po’ la noiosa uniformità di quella prateria. (Ottorino Gianesato)

IMMAGINE: 1) Ricostruzione ipotetica del fabbricato detto “il fienile”, antica proprietà della famiglia Valmarana (elaborazione digitale Umberto Ravagnani).
2) Disegno del sito dove sorgeva il “Fienile dei Valmarana” (elaborazione digitale da una mappa del 1839).

Umberto Ravagnani
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I PREDICATORI

[508] I PREDICATORI E BARTOLOMEO GUELFO

Nel XVIII secolo la poesia era un’arte ad esclusivo diletto degli ambiti nobiliari, per la ragione che i letterati professionisti appartenevano ai ceti più abbienti. Però parallelamente a questi virtuosi della penna, una pletora di poeti minori cercava luce e spazio, che non trovava, rassegnandosi a declamare i suoi versi in qualche bottega od osteria del paese
Come questi ultimi, il povero ciabattino montebellano Bartolomeo Guelfo, autodidatta con alle spalle un breve periodo di studi passato presso i Gesuiti, componeva delle poesie tra relitti di vecchie scarpe da riciclare od accomodare e pochi ritagli di cuoio.
Mostrò un grande interesse e profonda ammirazione nei confronti dei predicatori dei vari ordini religiosi che, soprattutto nei periodi precedenti la Pasqua ed il Natale, ma anche in altre feste importanti, intrattenevano la popolazione con i loro sermoni rivolti alla salvezza dell’anima. Finemente ispirato dalla presenza di questi sapienti ed eloquenti oratori spesso dedicò loro alcuni componimenti di ringraziamento e lode.
E’ pertanto grazie al Guelfo se, gratificando costoro, possiamo conoscere i religiosi che si alternarono a predicare durante le feste e le ricorrenze. Com’era consuetudine, pagati ed ospitati a spese dell’Amministrazione Comunale, quando invitati, ben volentieri ritornarono a Montebello a sferzare quelli con la fede un po’ vacillante.
Ad aprire l’elenco di questi maestri della parola citati dal Guelfo fu il monaco camaldolese Reverendo Don Ortensio Rossi presente a Montebello nel 1746, L’elenco si dipana negli anni a cavallo della metà del Settecento.
Nel 1749 arrivò invece il Reverendo Padre Francesco Sermondi del Terzo Ordine di San Francesco. Si sa che questo religioso fu Provinciale dei Minori Conventuali. In occasione della sua venuta a Montebello doveva essere abbastanza giovane dal momento che nel 1794 era Padre Guardiano nel Convento di San Lorenzo a Vicenza e nove anni prima aveva presenziato al Capitolo dello stesso.
Forse il Guelfo non produsse alcuna poesia dedicata al Padre Carmelitano Giuseppe M. Bertinelli, ma è più probabile che sia andata perduta. Presente in paese nel 1750 per le prediche diede vita pure alla Confraternita della S.S. Maria Vergine del Monte Carmelo. La terza domenica di luglio di quell’anno venne celebrata per la prima volta la festa della Madonna del Carmine. Per quella ricorrenza dai paesi vicini arrivò una moltitudine di persone anche perché, dopo le funzioni, si disputò il Palio dei Berberi, una corsa di cavalli di cui poco si conosce, ma che a detta di alcuni, si doveva disputare tra il ponte della Fracanzana e la piazza del Comune.
Il Guelfo, nel 1753, gratificò con alcuni versi il predicatore Don Valentino Scalzotto, conscio che sarebbero stati indegni della grandezza dell’arte oratoria del religioso.
L’anno seguente arrivò a predicare a Montebello, per la seconda volta, l’anziano domenicano Reverendo Padre Pietro Mezzanelli. Ben si sapeva in quel tempo quanto i domenicani fossero temuti per la durezza dei loro sermoni che incitavano e sferzavano i fedeli al pentimento sincero volto a ottenere la misericordia divina.
E vi tornò una terza volta un anno più tardi. In questa ultima occasione donò una reliquia di San Vincenzo Ferreri, impegnando, nel contempo, la Comunità Montebellana a far realizzare una pala d’altare entro due anni.*
Sempre nel 1755, onorò Montebello con le sue prediche il Reverendo Don Pietro Criconia che il nostro poeta gratificò con un madrigale.
Un predicatore al quale il Guelfo rivolse alcune poesie con opposte intenzioni fu, nel 1756, il Reverendo Don Pietro Pedon(i). Contrariamente ai primi versi pieni di lodi, il poeta ne produsse poi degli altri degni di quelli scritti dal romano Pasquino. Tutto si spiega poiché, in precedenza, per Montebello erano circolati dei fogli con un sonetto che doveva aver preso di mira qualche importante personaggio o apparivano così di cattivo gusto tanto che l’Amministrazione Comunale li fece togliere dalla circolazione. A questa decisione fu entusiasticamente favorevole Don Pietro Pedon scatenando così il malcontento del poeta montebellano.
Altri componimenti poetici in onore di vari predicatori furono prodotti nel 1760 e nel 1763 rispettivamente per lodare l’eloquenza del Reverendo agostiniano Padre Angelo Bernardi e del Reverendo Don Marc’Antonio Cittadini.
Nella solennità di Santa Croce del 1757, con la immancabile presenza di un predicatore, fu organizzato a Montebello un concerto. Il Guelfo non fu particolarmente entusiasta dei suonatori, soprattutto dell’organista, e definì i musici “soggetti da Cason non già da chiesa” in senso dispregiativo poiché penso che all’epoca il “Cason” non fosse altro che una specie di balera di campagna. Ebbe però versi di elogio per i suonatori di archi e corde: “Lascio a gl’archi, e alle corde i loro honori, che han saputo donar con dolci accenti gloria alla croce, e contentezza a’ cuori”. (Ottorino Gianesato)

BIBLIOGRAFIA: G.Maccagnan, “Bartolomeo Guelfo 1690-1765 – Poesie”, a cura di, 2007.
FOTO: Pala di San Martino con Santa Teresa d’Avila e Vincenzo Ferreri, opera di Giacomo Ciesa, custodita nella Chiesa Prepositurale di Montebello Vicentino (rielaborazione  grafica Umberto Ravagnani).
NOTA: * Fu dato l’incarico al pittore Giacomo Ciesa, che rappresentò San Martino, Santa Teresa d’Avila e San Vincenzo Ferreri. Fu restaurato nel 2000 (Ricerca di Luigi Dainese).
VEDI anche l’art. [6] CITTADINI ILLUSTRI del 13-01-2018.
Umberto Ravagnani

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IL SOGNO REALIZZATO

[505] IL SOGNO REALIZZATO
Un testamento che racconta una vita

Nella storia di Montebello Vicentino ci sono persone che, pur senza ricoprire incarichi politici o lasciare opere spettacolari, hanno cambiato il destino della comunità con la costanza del loro lavoro quotidiano. Tra queste spicca Don Vittore Porra, sacerdote, educatore e convinto sostenitore dell’istruzione, ricordato ancora oggi come uno dei principali artefici della nascita della scuola elementare del paese.
Don Vittore nacque a Malo l’11 novembre 1813, quando il Veneto era ancora interessato dalle conseguenze dell’età napoleonica. Suo padre Giacomo era un fittavolo, cioè un agricoltore che lavorava terreni presi in affitto da un proprietario, mentre la madre era Anna Maria Rossi. Come avveniva allora, fu il padre a presentarsi il giorno successivo davanti all’Ufficiale dello Stato Civile per registrare ufficialmente la nascita del figlio. Fin da giovane maturò la vocazione religiosa ed entrò nel Seminario di Vicenza. Dopo gli anni di formazione, nel 1838 ricevette l’ordinazione sacerdotale. Il suo primo incarico fu nella parrocchia di San Giovanni Battista a Vallonara, una piccola comunità vicino a Marostica. Per quattordici anni condivise la vita della popolazione, celebrando le funzioni religiose, insegnando il catechismo e seguendo le famiglie in un periodo in cui il parroco rappresentava non solo una guida spirituale, ma anche un importante punto di riferimento sociale e culturale.
Nel 1852 fu nominato parroco di Santa Lucia di Lisiera, poco distante da Vicenza. Durante il suo ministero si dedicò anche al completamento di una parte della nuova chiesa parrocchiale. Tuttavia, nel maggio 1859, lasciò improvvisamente quell’incarico. Le cronache dell’epoca attribuirono la decisione a motivi di salute. Sono state avanzate anche altre ipotesi, ma la documentazione oggi disponibile non permette di confermarle. È quindi più corretto limitarsi ai fatti documentati. Pochi mesi più tardi, nel novembre dello stesso anno, Don Vittore fece il suo ingresso come prevosto della parrocchia di Santa Maria Assunta di Montebello Vicentino. Il titolo di prevosto indicava il sacerdote posto alla guida di una delle parrocchie più importanti del territorio. Aveva appena compiuto quarantasei anni e iniziava quella che sarebbe diventata la fase più significativa della sua vita.
La comunità di Lisiera volle salutarlo con un gesto di sincera riconoscenza. Gli dedicò un piccolo volume contenente una traduzione del “Cantico di Giuditta”, curata dal professor Bernardo Morsolin. Era un omaggio che esprimeva l’affetto dei parrocchiani per un sacerdote che aveva lasciato un ricordo positivo. La vocazione religiosa era presente anche nella sua famiglia. Uno zio paterno, don Giovanni Battista Porra, era sacerdote nella parrocchia di San Silvestro a Vicenza. Quando redasse il proprio testamento nel 1872, scelse proprio Don Vittore come curatore testamentario, cioè la persona incaricata di vigilare sull’esecuzione delle sue ultime volontà. È un particolare che testimonia il rapporto di fiducia esistente tra i due.
Se il suo ministero religioso fu certamente importante, è nel campo dell’istruzione che Don Vittore lasciò il segno più duraturo. Nell’Ottocento la scuola elementare italiana stava lentamente trasformandosi. Dopo l’Unità d’Italia, proclamata nel 1861, l’alfabetizzazione divenne una delle grandi sfide del nuovo Stato. In molti paesi, però, le scuole erano ancora ospitate in edifici inadatti, poco salubri e insufficienti ad accogliere tutti i bambini. Anche Montebello viveva questa situazione. Don Vittore comprese che una comunità poteva crescere davvero solo investendo nell’educazione delle nuove generazioni. Per questo motivo non limitò il proprio impegno all’ambito religioso. Accettò anche l’incarico di Ispettore scolastico distrettuale, una figura che aveva il compito di verificare il funzionamento delle scuole, seguire il lavoro degli insegnanti e promuovere il miglioramento dell’istruzione elementare.
Fu un incarico impegnativo. Significava dialogare continuamente con amministratori comunali, autorità governative e responsabili ecclesiastici. Don Vittore non si scoraggiò davanti alle difficoltà burocratiche né alle inevitabili ristrettezze economiche. Per quasi dieci anni sostenne con determinazione la necessità di costruire una vera scuola, capace di offrire ai bambini un ambiente più dignitoso e funzionale. La sua insistenza contribuì a convincere le autorità della necessità dell’opera. Nell’ottobre 1866 concluse il mandato di Ispettore scolastico distrettuale. Due anni più tardi vide finalmente realizzarsi il progetto che aveva sostenuto con tanta convinzione: la nuova scuola elementare sorse a pochi passi dalla chiesa, nell’area dell’attuale piazzale Mario Cenzi. Ancora oggi Don Vittore viene ricordato come uno dei principali promotori di quell’edificio, simbolo della crescita culturale di Montebello.
Gli ultimi anni della sua vita furono più tranquilli, ma non meno intensi. Continuò a seguire la parrocchia, ad assistere i fedeli e a dedicarsi allo studio. I libri occupavano un posto importante nella sua vita. Per un sacerdote dell’Ottocento la biblioteca personale rappresentava uno strumento indispensabile di lavoro, aggiornamento e formazione.
Il 17 marzo 1875 affidò la stesura del suo testamento al notaio Domenico Agostini.
Il testamento inizia con una breve invocazione latina, «Deus in adjutorium meum intende», cioè “O Dio, vieni in mio aiuto”, una formula tradizionale della liturgia cristiana. Subito dopo spiegò perché aveva deciso di predisporre le proprie ultime volontà: «Considerata la instabilità della vita e trovandomi sano di mente e di corpo, intendo e voglio disporre con questo atto di mia ultima volontà.» Sono parole che mostrano serenità e lucidità. Don Vittore non stava necessariamente affrontando una malattia grave. Piuttosto, era consapevole che la vita poteva interrompersi in qualsiasi momento e riteneva prudente organizzare con ordine i propri beni.
Il sacerdote definì il suo patrimonio «la mia piccola facoltà», espressione che all’epoca indicava semplicemente l’insieme dei beni posseduti. Scelse come erede universale il fratello Gioachino, affidandogli però l’obbligo di rispettare tutti i lasciti previsti nel testamento. I primi destinatari furono i familiari. Alla sorella Caterina, rimasta vedova, destinò seicento lire, mentre ai figli della sorella Angela, già scomparsa, lasciò duecentocinquanta lire da dividere tra tutti. Erano somme che avrebbero rappresentato un concreto aiuto economico. Pensò poi alla propria dimensione spirituale, lasciando trecento lire a don Francesco Marchioro con l’incarico di celebrare cento Messe in suffragio della sua anima. Nell’Ottocento questa era una pratica molto diffusa: i fedeli chiedevano che, dopo la loro morte, venissero celebrate Messe come forma di preghiera.
Tra tutte le disposizioni testamentarie, una delle più significative riguarda senza dubbio la sua biblioteca. Scrisse infatti: «La mia libreria maggiore con tutti i miei libri sarà trasportata in una Sagrestia della Chiesa Prepositurale a servizio di tutti i Sacerdoti di questa Vicarìa.» La sagrestia è il locale della chiesa dove si custodiscono gli arredi sacri, mentre la vicarìa era il raggruppamento di più parrocchie. Don Vittore desiderava che i suoi libri continuassero a essere consultati dai sacerdoti, trasformando un patrimonio personale in un bene condiviso.
Questa scelta racconta molto del suo carattere. Per lui i libri non erano un oggetto da conservare gelosamente, ma uno strumento da mettere al servizio della formazione e della cultura. Colpisce anche un’altra breve disposizione: «Rimetto indistintamente tutti i miei crediti e prego i miei debitori di ricordarsi dell’anima mia.» Rinunciava cioè a riscuotere qualsiasi somma ancora dovuta, preferendo cancellare ogni debito. In cambio chiedeva soltanto un ricordo nella preghiera.
Non mancò un pensiero verso chi viveva nella povertà. Lasciò mille lire alla Congregazione di Carità dell’Istituto Elemosiniere di San Giovanni, l’ente che amministrava l’ospedale e organizzava l’assistenza ai bisognosi. Con grande semplicità aggiunse: «La mia condizione per ora non mi permette di più, volendo fare per i poveri quello che posso finché vivo.» In questa frase emerge tutta la sua umiltà. Non si presenta come un benefattore, ma come una persona che cerca di aiutare secondo le proprie possibilità. Il testamento rivela anche la riconoscenza verso chi gli era stato vicino. Chiese all’amico don Giovanni Palma di occuparsi gratuitamente dell’esecuzione delle sue volontà, autorizzandolo a scegliere un libro della sua biblioteca come ricordo. Manifestò inoltre il proprio affetto verso don Girolamo Dalla Barba e verso il cappellano che sarebbe stato presente al momento della sua morte, permettendo a ciascuno di conservare un oggetto della canonica. Perfino i domestici Francesco Faedo e Maddalena Guizzon furono ricordati con un lascito di cento lire ciascuno, se ancora al suo servizio.
Infine dispose che, dopo la sua morte, fossero celebrate le principali commemorazioni previste dalla tradizione cattolica: il Terzo, il Settimo, il Trigesimo e il Capo d’anno, celebrazioni religiose che si svolgevano rispettivamente tre giorni, sette giorni, trenta giorni e un anno dopo il decesso. Le ultime righe del documento sono forse le più toccanti. Scrisse: «Così disposta la mia facoltà prego tutti di raccomandarmi al Signore… Gesù, Giuseppe e Maria ricevete in pace l’anima mia.» È il saluto di un uomo che affida serenamente il proprio destino alla fede che aveva guidato tutta la sua esistenza. Don Vittore Porra morì il 13 aprile 1877 nella canonica di Montebello. Aveva dedicato quasi diciotto anni alla guida della parrocchia e lasciava una comunità diversa da quella che aveva trovato. La nuova scuola era ormai una realtà, molti giovani avevano avuto maggiori opportunità di istruzione e il suo esempio continuava a vivere nelle opere che aveva promosso.
La sua eredità, però, non si misura soltanto negli edifici o nei documenti conservati negli archivi. Si ritrova soprattutto nell’idea che attraversò tutta la sua vita: una comunità cresce quando la cultura, l’educazione e la solidarietà camminano insieme. È probabilmente questo il messaggio più attuale lasciato da Don Vittore Porra, un sacerdote che seppe guardare oltre il proprio tempo e comprendere che investire nella scuola significava investire nel futuro delle persone.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, U. Ravagnani e M. E. Dalla Gassa, LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO, Amici di Montebello, 2018, Montebello Vicentino.
FOTO: La vecchia Scuola Elementare di Montebello Vicentino (particolare). Da una fotografia aerea del 1925 (archivio fotografico V. Crosara – Rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
VEDI anche l’art. [282] VITTORE PORRA – Uno dei padri della scuola elementare di Montebello (21-04-2022).

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SANT’EGIDIO

[504] SANT’EGIDIO – Tra guerre, devozione e vita quotidiana

L’Oratorio di Sant’Egidio, a Montebello Vicentino, è uno di quei luoghi che, a prima vista, potrebbero sembrare semplici edifici di campagna. Eppure, dietro le sue mura si nasconde una storia che parla di guerre lontane, di famiglie influenti, di amministratori locali e soprattutto di una comunità che desiderava conservare un punto di riferimento per la propria vita religiosa. A raccontarla sono due documenti tramandati, una cronaca manoscritta di Domenico Cenzatti nella seconda metà del Seicento e un altro del notaio Domenico Cenzatti, omonimo del precedente, in un atto notarile alla fine del Settecento, che permettono di seguire le vicende dell’oratorio.
Per comprendere ciò che accadde bisogna partire da un evento che interessò tutta la Repubblica di Venezia. Nel 1655 lo Stato veneziano era impegnato nella lunga guerra di Candia contro l’Impero Ottomano. Il conflitto, combattuto per il controllo dell’isola di Creta, assorbiva enormi risorse economiche e costringeva la Repubblica a cercare nuove entrate. Secondo la cronaca manoscritta di Domenico Cenzatti, Venezia chiese quindi al Papa l’autorizzazione a disporre dei beni appartenenti ad alcuni monasteri, così da poterli vendere e contribuire a finanziare le spese della guerra. Le conseguenze di quella decisione si fecero sentire anche nel territorio di Montebello. La cronaca ricorda che già nel 1659 il convento e i terreni di San Francesco furono messi all’asta e acquistati da un certo Castellani per settecento ducati, la moneta d’oro allora in uso nella Repubblica.
La situazione dell’Oratorio di Sant’Egidio seguì invece un percorso diverso. Le proprietà agricole sembrano essere state vendute soltanto nel 1689 al dottor Francesco Viviani, mentre la chiesetta era già passata nelle sue mani tre anni prima. Cenzatti riferisce infatti che nel 1686 Francesco Viviani l’aveva acquistata dai Procuratori di Venezia, una delle più importanti magistrature della Repubblica, che amministrava anche numerosi beni pubblici ed ecclesiastici. L’interesse della famiglia Viviani per Sant’Egidio non si limitò all’acquisto dell’edificio. L’anno seguente fu costruito un nuovo altare dedicato al santo, segno di una particolare attenzione verso quel luogo di culto. Lo stesso cronista, però, segnala un dettaglio curioso: in un altro punto della sua cronaca attribuisce già al 1650 un restauro e un ampliamento dell’oratorio sempre a un dottor Francesco Viviani. Se questa data fosse corretta, la famiglia avrebbe dimostrato la propria devozione a Sant’Egidio ancora prima della vendita dei beni ecclesiastici. Cenzatti non chiarisce questa apparente contraddizione, limitandosi a registrarla.
Il cronista propone anche un’ipotesi interessante. Secondo lui il Comune di Montebello potrebbe aver acquistato all’asta l’ex convento di Sant’Egidio, cedendolo successivamente ai Viviani. A sostegno di questa idea richiama una tradizione ormai consolidata: il Comune provvedeva infatti a far celebrare regolarmente la Messa festiva nell’oratorio. Per Cenzatti questo sarebbe stato « probabilmente l’onere che esso stesso si impose nell’acquisto dell’ex convento di S. Egidio », cioè un impegno assunto dalla comunità come parte dell’operazione.
Passano quasi cento anni e un altro documento datato 5 giugno 1795 permette di osservare come quel legame tra la famiglia Viviani e la comunità di Montebello fosse ancora saldo. Redatto a Vicenza dal notaio Domenico Cenzatti, racconta un accordo che nasce da un’esigenza molto concreta: offrire agli abitanti della contrada di Sant’Egidio la possibilità di assistere alla Messa nei giorni festivi senza dover raggiungere la chiesa parrocchiale.
Per ottenere questo risultato, i Governatori della Spettabile Comunità di Montebello, cioè gli amministratori del Comune dell’epoca, si rivolsero a Batta Viviani, figlio del defunto Francesco e proprietario della chiesetta.
Nel documento viene indicato come “jus patrono”, un’espressione latina che significa titolare del diritto di patronato. In pratica era il proprietario che, in virtù di un antico diritto, conservava alcune prerogative sulla chiesa, pur nel rispetto delle norme ecclesiastiche. La richiesta fu accolta favorevolmente. Il documento racconta infatti che Batta Viviani aderì « ben volentieri » alla domanda dei Governatori, concedendo l’uso della chiesetta per la celebrazione della Messa domenicale e festiva.
Quella disponibilità, tuttavia, era accompagnata da alcune condizioni molto precise. La principale stabiliva che il permesso potesse essere revocato in qualsiasi momento per volontà del proprietario. Il testo specifica infatti che la concessione sarebbe rimasta « sempre removibile a suo arbitrio », senza che la Comunità potesse opporsi.
Subito dopo compare anche la formula latina « ad nutum », che significa letteralmente “a un cenno”. Nel linguaggio giuridico indicava la facoltà di revocare una concessione liberamente, senza dover fornire particolari motivazioni. Era quindi un modo per ribadire che la proprietà dell’oratorio e le decisioni fondamentali restavano nelle mani della famiglia Viviani. L’accordo affrontava poi un aspetto altrettanto importante: la conservazione della chiesetta e di tutto ciò che serviva per il culto. Batta Viviani consegnava ai rappresentanti della Comunità gli arredi sacri e i mobili presenti nell’edificio, accompagnandoli con un inventario dettagliato. Gli oggetti venivano affidati « senza, per altro, nessuna stima », cioè senza attribuire loro un valore economico, ma con l’obbligo di custodirli accuratamente e di restituirli nelle stesse condizioni qualora la concessione fosse stata ritirata.
Il documento precisa infatti che gli arredi dovevano essere mantenuti « sempre capaci di servir con decenza alla celebrazione della Santa Messa ». Con il termine “decenza” si intendeva uno stato di ordine, pulizia e buona conservazione, ritenuto indispensabile per il rispetto del luogo sacro. Le responsabilità erano distribuite con precisione. Alla Comunità spettava acquistare la cera per le candele e procurare gli eventuali arredi mancanti necessari alle celebrazioni organizzate per la popolazione. Quando invece la Messa veniva fatta celebrare dalla famiglia Viviani, era quest’ultima a sostenere le relative spese. Restavano invece sempre a carico del proprietario gli interventi di manutenzione dell’edificio. Il documento afferma infatti che « staranno a debito di esso Viviani… li necessari e decenti restauri con vetriate ed altro di detta chiesetta », confermando come la famiglia continuasse a prendersi cura della struttura.
L’inventario allegato all’atto offre oggi una rara occasione per immaginare l’interno dell’oratorio alla fine del Settecento. Tra gli oggetti compare un calice d’argento con il piede in ottone e la relativa patena d’argento, cioè il piccolo piatto utilizzato durante la celebrazione eucaristica per deporvi l’ostia consacrata. Il documento precisa persino che il complesso era stato valutato ottantatré lire dall’orefice Sorè.
Sono poi elencati due messali: uno destinato alle celebrazioni ordinarie e uno utilizzato durante le Messe in suffragio dei defunti. Compare inoltre un « paramento ò sia pianeta », vale a dire la veste liturgica indossata dal sacerdote durante la celebrazione, accompagnata dagli altri accessori necessari. L’elenco continua con quattro candelieri in ottone, una croce dello stesso materiale, due campanelli, una lampada, tre antiche tavolette liturgiche, un lettorile, cioè un leggio per sostenere il messale, un armadietto destinato al calice, un altro mobile con tre cassetti, un inginocchiatoio, cinque banchi e tre tovaglie d’altare già descritte come « lacere », segno che erano ormai consumate dall’uso.
Sono dettagli che, a prima vista, potrebbero sembrare secondari. In realtà raccontano la quotidianità di una piccola chiesa frequentata con regolarità. Ogni oggetto aveva una funzione precisa e contribuiva allo svolgimento delle celebrazioni. Anche la presenza di tovaglie ormai logore dimostra che l’oratorio non era un edificio chiuso o poco utilizzato, ma un luogo vissuto dalla popolazione della contrada.
Ciò che emerge con maggiore evidenza dall’intero documento è il rapporto di collaborazione instaurato tra la famiglia Viviani e la Comunità di Montebello. Da una parte il proprietario conservava i propri diritti e continuava a farsi carico della manutenzione della chiesetta; dall’altra il Comune si impegnava a garantire il regolare svolgimento delle celebrazioni festive e la corretta custodia degli arredi.
A distanza di oltre due secoli, queste pagine non raccontano soltanto un accordo amministrativo. Restituiscono uno spaccato della vita di una comunità che considerava l’Oratorio di Sant’Egidio un punto di riferimento religioso e sociale. Attraverso le clausole dell’atto, l’elenco degli oggetti e le firme dei Governatori si percepisce la volontà comune di preservare un luogo caro agli abitanti, affinché continuasse a svolgere il suo ruolo anche per le generazioni future. È proprio questa attenzione condivisa che ha permesso all’oratorio di attraversare il tempo, lasciando ancora oggi una preziosa testimonianza della storia di Montebello.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, RACCOLTA STORICA DI MONTEBELLO VICENTINO VOL. II, Amici di Montebello, 2015, Montebello Vicentino.
FOTO: 1) L’interno dell’oratorio di Sant’Egidio il 1° Settembre 2024 con la celebrazione della S. Messa da parte di Don Eugenio Xompero (foto Umberto Ravagnani).
2) Dietro l’altare le scritte che ricordano il pregevole lavoro di restauro eseguito nel 2021 da Michelangelo Valbona, Bruno Turetta, Enrico Valente e i suoi collaboratori (foto Umberto Ravagnani).
VEDI anche l’art. [355] L’ORATORIO DI SANT’EGIDIO (14-09-2023).

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L’ARTIGLIERE

 

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TRA ORDINE E CAOS

 

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RESISTENZA ESTREMA

 

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SAN BERNARDINO

 

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UN RAGAZZO DEL ’98

 

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MONTEBELLO 1797

 

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MEDAGLIA D’ARGENTO

 

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MONTEBELLO 1915-18

 

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IL DAZIO MACINA

 

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I DALLA GUARDA

 

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GIUSEPPE PASETTI

 

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QUANDO NON C’ERANO I MEDIA

 

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UN TRENO SENZA SPERANZA

 

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DA MONTEBELLO AL FRONTE

 

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MONTEBELLO NON DIMENTICA

[451] MONTEBELLO NON DIMENTICA – Giulio, storia di un ragazzo

Era un ragazzo di nome Giulio, uno di quelli che passano quasi inosservati, con la vita segnata più dai doveri che dai sogni. Non c’erano fanfare ad accompagnarlo, nessuna fotografia in posa con la divisa lucida. Solo la carta, l’inchiostro, le firme, e quel piccolo paese dove era nato e cresciuto: Montebello Vicentino, un angolo quieto del Veneto, dove il tempo sembrava ancora dettato dal suono delle campane e dalle stagioni.
Giulio Faggionato nasce il 15 ottobre 1895. Figlio di Luigi, cursore del Comune — una figura essenziale, ma umile, il messo che porta ordini, trasmette atti, consegna comunicazioni ufficiali — e di Palma Biasin, donna di casa. Vivono in località Mira, una zona semplice, senza lussi, dove il lavoro è fatica ma anche identità. Fin da giovane, Giulio impara ad ascoltare il linguaggio della burocrazia. Fa lo scrivano nel municipio, probabilmente con le maniche rimboccate, il calamaio vicino e lo sguardo attento sui registri. Era un compito silenzioso ma centrale. Come il padre, anche lui mette le parole al servizio del paese. Nei registri comunali dell’anagrafe di fine Ottocento, la firma di Luigi Faggionato, il padre di Giulio, ricorre spesso, testimone presente in atti di nascita e di morte. Giulio cresce tra quelle carte, imparando a dare ordine al mondo attraverso la scrittura. Poi arriva il 1914. E con lui, la guerra.
Il 10 dicembre, Giulio è dichiarato soldato di seconda categoria. Nessuno si illude: la neutralità italiana è appesa a un filo, e quel filo si spezzerà presto. Infatti, appena un mese dopo, la chiamata arriva. È il momento di lasciare l’inchiostro per l’elmetto. Di salutare il municipio e imbracciare il fucile.
La sua prima assegnazione è al 5° Reggimento Fanteria, Brigata Aosta. Ma dura poco. Passa quasi subito al 149°, parte della Brigata Trapani, Milizia Mobile. E due giorni prima dell’ingresso ufficiale dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Giulio è già in marcia verso il fronte.
Nel 1915, la Brigata Trapani è schierata a Monte Sei Busi, nei pressi di Redipuglia, e poi a Vermegliano. Sono nomi che oggi dicono poco, ma all’epoca erano sinonimi di morte lenta. Trincee fangose, piogge infinite, bombardamenti continui. I soldati dormivano con il fucile in mano e il pensiero altrove, forse a casa, forse al prossimo pasto. La guerra qui non era un’epopea, era logoramento quotidiano.
All’inizio del 1916, la Trapani viene sostituita e si ritira per qualche settimana nelle retrovie. Palazzotto, Cadorlina, Bozzatta, Papariano… piccoli paesi che diventano rifugi precari per uomini stremati. Ma il riposo è breve: a fine maggio, la brigata sale in treno e torna a Vicenza. Stavolta si combatte sui monti di Recoaro, poi sull’Altopiano di Asiago, sul Monte Lemerle, nel pieno della Strafexpedition — l’offensiva austriaca che cerca di sfondare le linee italiane in Trentino.
Giugno 1916. Il 149° e il 150° Reggimento della Brigata Trapani sono costretti a retrocedere a Salcedo. Da lì, si spostano a Bressanvido per riorganizzarsi. Giulio, con loro, cambia ancora una volta posizione. Quando riparte per il fronte, lo fa in silenzio, come tante altre volte. Direzione: Monte Sabotino, alle spalle di Gorizia.
Poi accade qualcosa. Un buco nei documenti, una di quelle omissioni che la guerra lascia dietro di sé come scie di polvere. Giulio non è più con la Brigata Trapani. È passato al 270° Reggimento Fanteria, Brigata Aquila. Non sappiamo quando, né perché. Ma lo ritroviamo lì, nel giugno del 1917, di nuovo sull’Altopiano di Asiago, dove tutto sembra tornare — le montagne, il freddo, la tensione.
Nella notte tra il 6 e il 7 giugno, il 270° Fanteria raggiunge la prima linea in località Gaiga, vicino a Canove di Roana. È una zona difficile, montuosa, dove ogni spostamento è faticoso e il nemico può essere ovunque. Le pattuglie si muovono con cautela, ma sono azioni sterili, che non cambiano il corso del conflitto.
Tre giorni dopo, il 10 giugno 1917, Giulio Faggionato muore in combattimento. Colpito alla testa da schegge di granata, cade nella Val d’Assa, a pochi chilometri da dove era arrivato. Ha solo ventidue anni.
Nessuna medaglia. Nessun telegramma a effetto. Viene sepolto in uno dei tanti piccoli cimiteri di guerra, a pochi passi dalle trincee, là dove la terra non è più terra ma memoria confusa. Poi il silenzio. Il conflitto continua. Altri morti, altri nomi. Giulio è solo uno fra tanti. Ma la sua storia non finisce lì.
Quando la guerra finalmente si chiude, l’Italia avvia un lungo processo di ricostruzione, anche morale. I caduti vengono riesumati dai cimiteri improvvisati sparsi sul fronte. I più trovano sepoltura nei nuovi sacrari militari. Altri, come Giulio, tornano a casa.
Nel 1923, sei anni dopo la sua morte, la salma viene traslata da quel campo di battaglia lontano e riportata a Montebello Vicentino. È un gesto semplice, ma carico di significato. Quel ragazzo partito da scrivano e morto da soldato può finalmente riposare dove è nato.
Il 10 dicembre di quell’anno, il prevosto di Montebello, Antonio Zanellato, scrive nei registri parrocchiali:
L’Anno del Signore 1923, il 10 Dicembre, Faggionato Giulio figlio di Luigi e di Biasin Palma, di questa Parrocchia, celibe, soldato del 270° Fanteria, morto in Val d’Assa per ferite alla testa da schegge di granata il 10 Giugno 1917 all’età di 22 anni, fu trasportato e sepolto in Montebello.
Non c’è retorica, solo i fatti. Ma dentro quelle righe c’è una vita intera: un ragazzo che scriveva per il suo paese, che si è trovato in trincea, che ha camminato tra montagne e silenzi, che è morto senza clamore e che alla fine ha trovato la via del ritorno.
Oggi, il suo nome forse non dice molto. Ma raccontarlo serve a non dimenticare. Perché dietro ogni caduto, c’è sempre una storia. E quella di Giulio merita di essere ascoltata. UMBERTO RAVAGNANI – OTTORINO GIANESATO

FOTO: Giulio Faggionato (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: O.GIANESATO, MONTEBELLO E I SUOI CADUTI NELLA GUERRA 1915-18, 2014.
M.RIGONI STERN, 1915-1918 LA GUERRA SUGLI ALTIPIANI, 2000.

Umberto Ravagnani

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AL FRONTE SENZA RITORNO

 

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L’ULTIMA CARICA

 

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ATTILIO MARASCHIN

 

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RODOLFO FREALDO

 

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BEATI GLI EREDI

 

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RISO AMARO

 

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LA VISPA TERESA

 

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UN SECOLO DI “MURARI”

 

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RECLUTE E SOLDATI IN FUGA

 

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UN NATALE DI SPERANZA

 

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DIMENTICATO IN TERRA STRANIERA

 

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