UN SITO PER LA PACE ETERNA

[261] CAMBIA IL SITO, MA LA PACE ETERNA E’ GARANTITA

L’argomento trattato in questo scritto non è certamente dei più allegri, tuttavia serve a far luce su quella storia di Montebello meno conosciuta, ma pur sempre importante. Nella prima decade dell’Ottocento, i francesi comandati da Napoleone si insediarono stabilmente in gran parte dell’Italia, facendo seguito ad un’altra breve occupazione di fine Settecento interrotta dagli austriaci.
Per un buon governo i nuovi occupanti transalpini emanarono delle leggi che interessarono settori economici e civili differenti: la scuola, il catasto, la leva militare, l’anagrafe civile ed altri con indubbie innovazioni. Tra queste l’editto di Saint-Cloud 1, ossia il “Decrèt Imperial sur les sepultures” emanato in Francia il 12 giugno 1804 ed esteso in Italia nel settembre 1806, che fissò nuove regole anche per l’inumazione dei cari estinti. Così furono vietate le fosse comuni e le sepolture sia all’interno delle chiese che delle mura cittadine.
Tutti i defunti avrebbero dovuto essere collocati in tombe di uguali fattezze, ordinanza che però non fu sempre rispettata, salvo che per i cimiteri di guerra.
Come scrisse nei suoi rogiti il notaio montebellano Gian Paolo Cenzatti, fin dall’aprile 1809 la Comunità del suo paese, per erigere il nuovo camposanto in sostituzione di quello antistante la chiesa parrocchiale, “occupò” un terreno di proprietà di Giacomo Roselli. Si sa che l’appezzamento di un campo ed un ottavo (circa 4300 metri quadrati) nella contrà della Chiesa era solo una piccola parte della campagna del citato venditore e che quella terra era ubicata presso una viuzza detta la strada comune Piacentina (toponimo oggi estinto n.d.r.) con un altro confinante: il signor Marco Cristofari. I lavori per la costruzione del cimitero, costituiti principalmente dall’erezione del muro di cinta, iniziarono nel mese di giugno del 1812. Durante il completamento dell’opera, per perfezionare quanto sancito dai disegni, il Comune di Montebello, diretto dal Sindaco signor Giovanni Brunello fu Bortolo, ritenne necessario acquisire un ulteriore ottavo di campo sempre da Giacomo Roselli, sicché il totale da pagarsi a quest’ultimo ammontò a Lire 9470,70. Il tutto con l’approvazione della Prefettura.
Giusto un anno più tardi si conclusero i lavori al nuovo sito cimiteriale. Gli ultimi sfortunati a riposare per sempre nel vecchio cimitero davanti alla Chiesa Parrocchiale di santa Maria furono:
il 30 giugno 1813 Maria figlia di Natale Castaman dell’età di 3 mesi circa e il 5 luglio la trentaseienne Bortola figlia di Antonio Storato, nonché moglie di Luca Guarda, in assoluto l’ultima sepoltura nel vecchio camposanto.
Il giorno 6 luglio 1813 si inaugurò il nuovo luogo sacro per ricevere i defunti. Agghiacciante la sequenza di piccole vite innocenti venute a mancare:
il primo giorno di apertura, furono sepolti i gemelli Gio.Batta e Sansone figli di Luca Guarda di soli 10 giorni di vita. La loro mamma Bortola era venuta a mancare il giorno prima e pertanto non poterono essere collocati vicini a chi li aveva messi al mondo. Una vera ironia della sorte.

il 14 luglio 1813una creatura di Giovanni Sacchiero” spirata tra le braccia dell’ostetrica;
il 25 luglio Giacomo di Antonio Agnolin di 5 giorni;
il 26 luglio Gioacchino figlio di Giovanni Pajusco di 2 anni;
il 29 luglio la prima vittima adulta: Giovanna Sgreva.

Nel 1828, quindici anni più tardi, sotto la dominazione austriaca, fu steso il progetto per il recupero della vecchia area cimiteriale antistante la chiesa. Questo si realizzò con il patrocinio della Provincia di Vicenza che dettò le regole per la costruzione del nuovo spazio adibito a piazzale della chiesa.
Per ottenere un luogo sufficientemente funzionale, il Comune acquistò ulteriori 2109 metri quadrati di terreno, in parte dal signor Gaetano Pasetti, padre del futuro sindaco di Montebello, e in parte dalla contessa Chiara Ghellini, usufruttuaria del defunto marito conte Sangiovanni.
Uno dei capitolati per la pavimentazione del piazzale, obbligò le maestranze ad utilizzare i sassi bianchi e neri del Chiampo, gli stessi che tutt’oggi ricoprono in piccola misura quel lato dell’area che lambisce la strada principale del paese. L’Amministrazione Provinciale lasciò a discrezione dei dirigenti comunali la scelta di far disporre a scacchiera i ciottoli utilizzati, giusto come era già stata lastricata la piazza antistante il municipio. Non si sa se questa ultima opzione sia stata eseguita.
Nel corso degli anni il piazzale è stato molto rimaneggiato facendo spazio ai giardini pubblici, abbelliti da grandiosi alberi e dall’antica vera da pozzo che un tempo si trovava all’interno della proprietà che fu dei conti Sangiovanni.

OTTORINO GIANESATO

Note:
(1) SAINT-CLOUD: Castello (oggi distrutto) residenza preferita dall’Imperatore Napoleone, dove fu emanato l’omonimo editto, a una decina di chilometri da Parigi

Foto:
(1) La pavimentazione del piazzale davanti alla Chiesa di Santa Maria, fu fatta utilizzando i sassi bianchi e neri del Chiampo, gli stessi che tutt’oggi ricoprono in piccola misura quel lato dell’area che lambisce la strada principale del paese (foto Umberto Ravagnani – 2010).

Umberto Ravagnani

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1700-INNOCENTI BARUFFE

[260] INNOCENTI BARUFFE NELLA COMUNITA’ MONTEBELLANA DEL ‘700

Può un banco nella chiesa Parrocchiale di santa Maria di Montebello diventare fonte di inimicizie e dissapori? Ebbene sì!
Nel 1740, quello presso l’altare della Beata Vergine della Concezione, la cui proprietà era rivendicata da due famiglie, costrinse i contendenti a ricorrere al notaio Bortolo Guelfo per giustificare ognuno le proprie pretese. Da una parte Antonio Fasolato, confortato dai testimoni Girolamo Perlato e Giovanni Zambellin, e dall’altra Benetto Agnolin che in nome della famiglia Zardo ricorse ai servigi del notaio almeno un paio di volte: la prima con i due testimoni Zuanne Malacarne e Bortolo Castegnaro e la seconda con Giacomo Perana e Mattio Nardin. Le ultime due persone citate precisarono che il banco era da tempo immemorabile usato soprattutto dalle donne “Zarde”.
Come si sia conclusa la disputa, durata almeno un anno, non si trovano riscontri.
Un anno più tardi, il conte Alessandro Brasco, che pure possedeva un banco nella chiesa parrocchiale, onde evitare future rivendicazioni da parte di chicchessia, trovò una soluzione. Mancavano pochi giorni alle feste natalizie e già si sapeva che la chiesa sarebbe stata maggiormente frequentata dai fedeli. Pertanto il conte incaricò il suo uomo di fiducia, Antonio Garzetta, a far venire da Venezia un mastro intagliatore, tale Gio.Maria Moro, con il compito di incidere profondamente nel banco di legno “l’arma” o blasone di famiglia. Il conte Brasco, non contento, un paio di mesi dopo fece mettere nero su bianco dal notaio Guelfo le modifiche apportate al manufatto ligneo.
Forse Alessandro Brasco voleva tutelarsi soprattutto nei confronti della famiglia Castellan, proprietaria tra l’altro della chiesa di san Francesco, nobili con i quali da almeno trent’anni correva profonda inimicizia.
Già nell’ottobre 1714 don Francesco Castellan, appena finita la messa nella chiesa di famiglia, smessi gli abiti sacerdotali, uscì incollerito dalla sacrestia e ordinò al giovane figlio di Antonio Malacarne (chierichetto?) di chiudere immediatamente la porta della chiesa (di san Francesco). In quel momento le poche povere persone lì presenti presero immediatamente la via dell’uscita. Non fece altrettanto la moglie di Alessandro Brasco che si trovava a poca distanza dall’altare di sant’Antonio. A questa vista don Francesco, con voce impropria e alterata, sollecitò la donna ad abbandonare la chiesa dicendo “… e che se voleva far la beata dovesse fare ciò a casa sua.
I dispetti tra queste due nobili famiglie non si sa da quanto tempo durassero, ma verso la fine dell’inverno del 1714 si moltiplicarono. Cristoforo Castellan non aveva digerito il fatto che Alessandro Brasco avesse fatto togliere le inferriate dalle finestre della sua casa che guardavano il cimitero di san Francesco. Il conte.Brasco voleva forse crearsi una scorciatoia, seppur scomoda, con i morti e l’aldilà?
Appare evidente che tra le due famiglie la più dispettosa fosse quella dei Brasco. Ne è prova che, nell’estate di quell’anno, due persone testimoniarono presso il notaio Guelfo, su invito dei Castellan, di aver visto i Brasco “estender la biancheria sulla corda per estender la lissia” attaccata ai morari di proprietà degli stessi Castellan tanto sopra quanto fuori del cimitero di san Francesco.
Come si legge anche il più piccolo ed innocente comportamento non passava inosservato e veniva puntualmente rinfacciato alla parte avversa.
Tutte queste reciproche rivendicazioni, quasi sempre comunicate ad un notaio del paese che regolarmente le registrava perché di sua competenza, non si sa fino a quando perdurarono.
Se ai giorni nostri i vicini di casa ad ogni minima bega dovessero ricorrere, come una volta, a questi professionisti, non basterebbe uno studio notarile ad ogni via.
Tratto da “Il ‘700 giorno per giorno” – OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) Chiesa Prepositurale di Montebello. Ancora oggi sono presenti alcuni banchi con i nomi dei loro ‘proprietari’, ma nei secoli passati furono molte le famiglie che godettero di questo diritto. Documenti scritti, lo dimostrano (foto Umberto Ravagnani – 2009).

Umberto Ravagnani

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RICCHEZZA E MODERNITÀ

[259] RICCHEZZA E MODERNITÀ NELL’ABBIGLIAMENTO DELLA “DOTE” DI CATERINA

I componenti della famiglia Tomba probabilmente erano arrivati a Montebello nei primi decenni del Settecento. Già nel 1721 Nicola Tomba (senior) era stato incaricato dal nobile Giulio Sangiovanni di eseguire un trasporto di vestiario militare per conto della “Serenissima” fino a Caldiero per il prezzo di 15 Troni. Servizio ben pagato perché ritenuto delicato e da affidarsi solo a persone degne di grande fiducia. Si sa poi che, nel 1747, Gio.Maria Tomba aveva preso in affitto la grande possessione della Prà di proprietà dei conti Lodovico e fratelli Sangiovanni. La gestione di questa affittanza richiedeva l’ausilio di numeroso personale in considerazione delle consistenti e varie produzioni agricole. Ad esempio il bovaro di fiducia del Tomba era tale Domenico Orsi che diede al padrone qualche grattacapo dai risvolti violenti, che furono però saggiamente ripianati dal conduttore della possessione.
In passato Gio.Maria Tomba era stato anche “gastaldo” dei ricchi Castellan e, grazie alla sua competenza, non era stato difficile per lui cambiare e ottenere nuove affittanze. Pertanto nel 1759 era diventato fittavolo del marchese Francesco Malaspina che lo aveva nominato suo procuratore nelle riunioni del Consorzio della 3a  Presa torrente Guà verso Verona e della 4a Presa torrente Chiampo detta del Triangolo.
Quello stesso anno aveva pure assunto l’incarico di perito, assieme ad Angelo Pellizzari, per valutare i danni della rotta del Chiampo al Triangolo avvenuta qualche mese prima. Incarico affidatogli dai fratelli Conforti eredi dei Castellan.
Quindi, frutto del suo lavoro ed impegno, non gli mancavano certo i denari per costituire alla figlia Caterina una dote come poche si leggono nei documenti notarili del tempo.
La giovane donna, Il 17 marzo 1763, era andata in sposa a Antonio Branse detto “mestelin”, un soprannome che è tutto un programma visto che poi sarebbe diventato l’oste dell’Hostaria Granda dei Valmarana.
Quì di seguito sono riportate solo alcune righe del corposo e colorato guardaroba della sposa che comprende sia vestiti nuovi che usati che la moda odierna chiamerebbe vintage:

Due camise da donna di drappello (tessuto di seta pura – n.d.r.) fornite di merli e stimate Lire 22
Due come sopra usade valgono Lire 16
Due camise “Costanza” (tessuto del lago di Costanza – n.d.r.) fornite con merli nuove valgono Lire 62
Tre “fassoli” di renso (tessuto di Reims in Francia – n.d.r.) novi Lire 10.10
Una pettorina con stoletta ricamata all’antica vale Lire 24
Sette pettorine diverse di seta, parte con poco argento valgono Lire 16
Otto cavezzi (scampoli – n.d.r.) di filisello (seta di 2a scelta – n.d.r. ) e seta … marron valgono Lire 32
Una polacca sguarda (polacca detta anche mezzo abito/sguarda = rossa – n.d.r.) usada e voltada con poco argento dorato vale Lire 24
Una polacca di seta in opera fornita con cordella sguarda (rossa) tacconada vale Lire 18
Un corpetto di filisello “Pompadour” vecchio vale Lire 8
Un corpetto di seta con mostre rosse usado vale Lire 7
Un corpetto cioè camisola “Siviglia” tacconado vale Lire 3
Tre polacchette filo e Indiana (sorta di tela bambagina – n.d.r.) tutto vecchio e tacconado valore Lire 8
Due polacchine di Fiandra, cioè due camisole strissade e tacconade valore Lire 6
Un busto usado di seta con ossi di balena color limon vale Lire 10
Una cottola con polacca Indiana o Persiana vale Lire 40
Una imbottitura nova con balena vale Lire 28
Una vesta con polacca tacconada di amuer (moerro, stoffa di seta massiccia a onde – n.d.r.) valore Lire 66
Un paro di calze verdi nove e quattro di filisello di colori diversi – valore Lire 7
Due para manopole bianche – valore Lire 3…

Seguono numerose altre voci.
Nell’elenco degli abitanti benestanti di Montebello soggetti al Dazio della Macina del 1789 Caterina era stata definita vedova di Antonio Bransi (e) e di vivere in una famiglia di 6 persone maggiori di 5 anni, mentre quelle dei fratelli Nicola e Antonio contavano rispettivamente 9 e 3 soggetti. Per tutti e tre i nuclei la fortuna di appartenere alla cinquantina di famiglie che godevano di un certo benessere economico.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) L’area della Pra’ in una ripresa dal monte di Sorio (foto Umberto Ravagnani – 2015).

Umberto Ravagnani

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RENITENTE ALLA LEVA

[257] 1707: MONTEBELLO RENITENTE ALLA LEVA

Durante il secolare dominio della Serenisssima, tra i numerosi obblighi che le amministrazioni comunali avevano nei suoi confronti, c’era-no quelli della contribuzione per le spese militari e della fornitura di un certo numero di nominativi per il reclutamento.
Complessivamente i comuni della repub-blica di Venezia dovevano assicurare 600 reclute all’anno (comprese 150 provenienti dai territori di Levante e Dalmazia). Pertanto dai vari luoghi della repubblica mensilmente 50 reclute venivano avviate sotto scorta verso il Lido di Venezia per l’arruolamento.
Quanto tutto questo fosse oneroso ed odiato dagli amministratori comunali lo si capisce dai reiterati richiami che le autorità del Territorio (Provincia – n..d.r.) dovettero emanare per riprendere e sollecitare i governatori locali a onorare quanto stabilito in materia di milizie.
L’8 marzo 1707, proprio all’indomani del passaggio delle truppe austriache attraverso il Veneto, il Capitanio di Vicenza, Antonio Francesco Farsetti, invitò le Ville (Comuni) del vicentino a pagare quanto dovuto e a fornire le liste degli uomini tra i 18 e i 40 anni per scegliere le reclute. Questo richiamo rimase inascoltato da molti Comuni ragion per cui, un mese più tardi, le amministrazioni inadempienti furono riprese all’ordine e per l’occasione l’età massima degli uomini fu abbassata a 36 anni. Tra i paesi recidivi figuravano anche Montebello e il vicino Montorso come appare da un documento del 5 aprile seguente:
vedendosi tuttavia renitenti l’infrascritte comunità e comuni: Montebello, Montorso, Arzignano, Rovegiana (Rovegliana di Recoaro – n.d.r.), Orgiano, Camisan, Savalon, Camazzole, Malspinoso, Thiene, Grumolo, Schio, Tretto, Torrebelvicino, Piovene, Maran in contribuire la quota che le spetta per li soldati imposti da Sua Signoria e toccanti al Territorio di Vicenza non avendo fin d’ora contato (pagato – n.d.r.) il denaro in ragione di 30 Ducati per cadauno soldato e nel meno fatta la presentazione effettiva degli uomini, o uomo, (le 600 reclute spalmate su tutti i comuni facevano sì che Montebello fosse tenuto a contribuire con poche unità, e qualche piccolo paese solo saltuariamente con una – n.d.r.) che gli spetta come commesso (ordinato) ed essendo spirati i termini benignamente assentiti dall’Eccellentissimo Senato, l’Illustrissimo Antonio Francesco Farsetti, Capitanio di Vicenza e suo Distretto COMANDA espressamente ai Degani e Governatori di detti luoghi che debbano commettere (ordinare) a tutti gli uomini dagli anni 18 agli 36 che per marti prossimo, sarà il 12 aprile corrente, debbano ritrovarsi in città nel loco della “Cavallerizza” (Campo Marzo di Vicenza – n.d.r.) alla presenza del Signor Capitanio dove saranno imbussolati i nomi loro e cavati a sorte i numeri di quelli che dovranno venire nelle Pubbliche Occorrenze (servizio di leva – n.d.r.) in conformità del decreto del Principe (Doge – n.d.r.).
I 30 Ducati sborsati per ciascun soldato arruolato andavano in parte a coprire le spese di ingaggio, paga, viaggio, condotta fino al Lido e il vestiario. Quest’ultima voce contemplava l’abbigliamento delle reclute dal capo ai piedi ossia “la velada” un abito a falde lunghe fino al ginocchio, “camisola, bragoni” tutto di panno dello Stato, “camise, calce” (calze – n.d.r.), cappello e scarpe, giusto il campione per l’uso di reclute fatto dal Provveditore di Terraferma.
A proposito della condotta delle reclute fino al Lido di Venezia, per quelle provenienti dalla Lombardia era d’obbligo la sosta presso la caserma di Montebello allora ubicata nell’attuale via 24 Maggio.
Negli atti scritti dal notaio montebellano Domenico Cenzatti si legge che il 13 maggio 1770 avvenne la fuga di due reclute durante il loro trasferimento verso Venezia. Questi uomini, partiti da Brescia, nonostante fossero incatenati ed ammanettati riuscirono a liberarsi e a darsi alla fuga attraverso i campi. Il fatto avvenne nella Cà Bandia tra le province di Verona e Vicenza e la loro evasione proseguì con successo verso Almisano rendendo vano l’inseguimento della scorta armata.
Ai due soldati corazzieri Vincenzo Merigo e Giuseppe Ronca non restò altro, non appena arrivati a Montebello, che depositare la loro denuncia presso il citato notaio alla presenza dei testimoni Antonio Masini e Giuseppe Castegnaro.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) Ca’ Bandia nei pressi del casello autostradale di Montebello, il luogo dove avvenne il fatto registrato dal notaio montebellano Domenico Cenzatti (foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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1918 FRANCESI TORNANO A CASA

[255] 1918: I SOLDATI FRANCESI TORNANO A CASA

La bellissima e rara cartolina illustrata francese, proveniente dall’archivio privato di Umberto Ravagnani, mostra un consistente nucleo di soldati italiani, che dal centro di Montebello si dirige verso il veronese. Nel marzo 1918, in quello stesso luogo, sfilavano anche i reggimenti francesi diretti verso le stazioni ferroviarie della provincia scaligera per poi, via treno, raggiungere la Francia.
Già si è raccontato in un precedente lavoro, da poco pubblicato nel sito degli “Amici di Montebello”, la vicenda del soldato francese Larue Pierre (in occasione della sua sepoltura citato erroneamente col cognome Larne). Questo “Chasseur des Alpes“ era uno dei circa 1200 uomini del 13° Battaglione, facente parte delle forze di terra francesi arrivate in Italia nel novembre 1917 per costituire uno strenuo baluardo nel vicentino nell’imminente, minacciata rottura della linea del Piave. Dopo alcuni giorni passati nell’accampamento nei pressi del lago di Garda, i francesi si erano mossi verso il vicentino con passaggio obbligato a Montebello, paese da cui le truppe d’oltralpe avrebbero inizialmente preso posizione in varie località della valle del Chiampo, della valle dell’Agno e della linea collinare che va da Schio a Vicenza. Verso la metà di novembre a Montebello si insediarono momentaneamente: il Quartier Generale del 31° Corpo d’Armata francese, il 42° Reggimento Territoriale (nella foto del soldato è ben evidente il numero sul colletto e sul képi), alcune compagnie del Genio Pontieri, due ospedali mobili, e un gruppo di barellieri. Un’altra parte dell’esercito prese invece la via di Bassano, dell’altopiano di Asiago e del trevigiano. Non fu della partita il soldato Larue Pierre che il 14 novembre, nei pressi del Dovaro di Montebello, fu investito ed ucciso da un’auto, forse appartenente al suo stesso esercito. Sebbene per causa di servizio, era probabilmente il primo soldato francese a perdere la vita sul suolo italiano con questa motivazione. E non fu l’unico, come si leggerà più avanti.
Quella parte dell’esercito francese che rimase nel vicentino non se la passò poi tanto male. Espletate tutte le procedure di difesa dei piani militari rimase nell’ozio, tanto che a villa Zileri presso Biron di Monteviale, sede del comando francese del 339° Reggimento fanteria, fu organizzata una gara per l’uso della mitragliatrice. Il vincitore si guadagnò un bellissimo orologio e 20 Franchi in denaro. Alla gara aveva partecipato anche il 340° Reggimento i cui componenti erano dislocati tra Creazzo e Altavilla: Col passare dei giorni, il diminuito pericolo di cedimento della linea di difesa del Piave, convinse gli alti ufficiali francesi a spostare una buona parte delle truppe dall’ovest vicentino verso le montagne dell’altopiano di Asiago, del Grappa, del Monte Tomba e del Monfenera. Così il comando del 31° Corpo d’Armata, ospitato a Villa Miari di Montebello, fu trasferito dapprima a Carmignano di Brenta e poi ad Asolo a pochi chilometri dal fronte.
Anche il 339° e 340° Reggimento di fanteria furono schierati in prima linea nella zona di Pederobba.
Nel marzo 1918 si aggravò la situazione sui fronti del nord-est della Francia a tal punto che una buona parte dell’Armata Francese presente in Italia fu richiamata in patria. Tra le truppe che presero la via di casa anche i due reggimenti citati pocanzi.
Dal libro Historique du 340° Regiment d’Infanterie si apprende che già il mese precedente i soldati di questo raggruppamento erano stati spostati dal fronte vicino al Piave e messi a riposo nel circondario di Schio. Un periodo di tranquillità molto apprezzato dai militari che per più di un mese, nei pressi di s.Vito di Leguzzano, godettero della buona cucina locale a buon mercato e della cordiale accoglienza della popolazione. Il primo giorno di primavera, i componenti del 340° R.F. si misero in marcia e attraverso Monte di Malo, Priabona Castelgomberto raggiunsero verso sera la località Valle di Montecchio Maggiore. Qui trovarono riparo nei numerosi fienili e stalle del luogo. Avvenne che, nella notte tra il 21 e il 22 marzo, forse per l’incauta accensione di una sigaretta, il fienile che li ospitava fu letteralmente divorato dalle fiamme e nonostante il fuggi fuggi generale, tre militari persero la vita. Questo episodio è raccontato nell’interessante libro edito nel 2018 a cura di Gianni Peltrin di Montecchio Maggiore l’ “ARMATA FRANCESE IN ITALIA – Journal de Marche” che cita i nomi delle tre vittime, o meglio di due ossia Boisson Louis e Burnichon Joseph, dubitando dell’esattezza di quello della terza individuata come Deporj Marcel. (Questo fatto di cronaca fu riportato dal giornale “La Provincia di Vicenza” solo il giorno 26 citando il terzo soldato col nome Deporj Marcel).
L’autore del libro ha anche pubblicato le schede militari personali dei primi due commilitoni, ma sulla causa di servizio del decesso non concordano e presentano cancellature e scritte sovrapposte. Comunque Gianni Peltrin, nell’elencare poi la cinquantina di soldati francesi deceduti nell’ospedale allestito nelle scuole elementari montecchiane, rinomina le vittime dell’incendio formulando l’ipotesi che il nome giusto del terzo soldato poteva essere Duport Marcel. Non si sbagliava.
Approfondendo la ricerca sul soldato Duport Marcel (o Jean Marcel in alcuni documenti) si evince che nell’ossario di Pederobba, analogamente a Larue Pierre, il suo nome presenta un errore: Marcle invece di Marcel cioè con la lettera L posposta alla lettera E. Anche il cognome Burnichon contiene una lettera in più del giusto. Recuperata poi negli archivi governativi francesi la scheda personale di Duport Jean Marcel, emerge che i tre documenti personali delle vittime messi a confronto, pur evidenziando la medesima data di morte, ossia il 22 marzo, ne riportano inspiegabilmente tre diverse cause: per servizio (incendio) per malattia, per ferite inferte dal nemico.
Duport Jean Marcel, figlio del contadino Frederic Lambert e di Gelibert Maria, era nato a Saint.Lattier nel dipartimento dell’Isère il 16 gennaio 1885. Si era sottoposto alla visita di leva nel 1905 nella cittadina di Bourgoin con il numero di matricola n° 1330, ma risiedeva nel paese di Chatte dove fu comunicata la sua morte. Inquadrato inizialmente nel 134° Reggimento Fanteria era stato ferito il 28 giugno 1916 nei campi di battaglia del nord della Francia.
La sua scheda personale alla voce causa di morte giustamente dice: deceduto a Montecchio Maggiore il 22 marzo 1918 per incidente in servizio. Il mattino del 22 marzo 1918, il grosso del 340° Reggimento Fanteria riprese il cammino verso le stazioni ferroviarie del veronese e, passando per il centro di Montebello, forse fu anche lui immortalato da un fotografo francese parimenti al contingente italiano (vedi la cartolina illustrata ).

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) Soldato francese appartenente al 42° Reggimento Territoriale (archivio Valentino Crosara).
(2) Soldati italiani in transito per Montebello, tornano a casa in una ripresa effettuata da un cronista francese, nella primavera del 1918. Il fotografo era in attesa delle milizie francesi che sarebbero passate poco dopo (archivio privato Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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L’AMARA VERITA’

[251] L’AMARA VERITÀ

Nel 1999 ha cessato di esistere la Brigata di Fanteria “Casale” composta dall’11° Reggimento con sede a Forlì e dal 12° Reggimento di stanza a Cesena. In questa gloriosa brigata hanno prestato servizio militare persone famose del calibro di Adriano Celentano e Gianni Morandi, preceduti giusto un secolo fa da un semplice giovane montebellano: Angelo Cazzavillan. Quest’ultimo, se avesse potuto invecchiare, si sarebbe certamente vantato di aver trascorso la naja in quel reggimento che molti anni più tardi avrebbe annoverato personaggi di tale spessore. Pochi anni prima della sua definitiva cessazione, la Brigata Casale ebbe tra i suoi ranghi anche Matteo Salvini.
Purtroppo la morte colse il giovane militare nel fior degli anni, quando i tristi ricordi della guerra stavano ormai per essere sostituiti e cancellati dalla sua esuberante età.
Angelo Cazzavillan era nato a Montebello il 26 settembre 1900 da Giovanni e Maria Castegnaro. Terzogenito, aveva affrontato la visita di leva in piena guerra, alla fine di febbraio 1918, Un mese più tardi era stato chiamato alle armi e inviato nel deposito dell’11° Reggimento Fanteria (Brigata Casale) con sede a Forlì. Nell’ultima settimana di guerra era passato temporaneamente al 23° Reggimento di Fanteria di marcia (Brigata Como) per poi, alla fine del conflitto, ritornare a Forlì presso il suo vecchio reggimento per il completamento del servizio militare. Purtroppo questo non avvenne.
Sul suo foglio matricolare, nelle ultime, righe si legge: “morto in seguito ad infortunio lungo la ferrovia Ferrara-Bologna tra i caselli 37 e 38 in territorio del comune di Poggio Renatico (FE) mentre ritornava al corpo dalla licenza.
Come da atto di morte dello Stato Civile di Poggio Renatico (FE) – 15 aprile 1921”.
Il 23 giugno del 1923 a circa due anni dalla morte di Angelo Cazzavillan il “Corriere della Sera” di Milano pubblicò un articolo sulla vicenda del montebellano dal titolo sconcertante: PRESUNTO SUICIDIO DI UN SOLDATO RISULTATO DOPO UN ANNO UN FEROCE DELITTO.
A parte il cognome scritto con una – i – finale di troppo (Cazzavillani), il giornale precisava che tutto avvenne il 13 aprile 1921 quando un casellante trovò lungo i binari un corpo orrendamente decapitato dal treno e con una profonda ferita al ventre inferta da una baionetta. La successiva necroscopia optò per il suicidio.
Più tardi, una lettera anonima inviata alla Questura convinse il vice-commissario Dott. Bicocchi ad approfondire le indagini fino ad arrivare alla conclusione che il Cazzavillan(i) non si era suicidato ma bensì soppresso crudelmente da una o più persone. L’inquirente determinò che Angelo Cazzavillan, di ritorno da Forlì dalla licenza, si era recato a Poggio Renatico per far visita ad alcuni compaesani che stavano di stanza al locale campo di volo detto dell’Uccellino.1 Terminata la cena presso l’osteria Venturoli, verso le ore 22, pagò il conto e chiese informazioni al gestore per poter raggiungere il campo di aviazione, senza dar importanza ai tre figuri presenti nel locale che avevano ascoltato attentamente la conversazione.
Il soldato si avviò nella direzione che gli era stata indicata e, mentre transitava per un luogo buio ed appartato, fu assalito e depredato di ogni suo avere e infine trafitto dalla sua stessa baionetta. Probabilmente non morì per quel fendente, tuttavia i tre malviventi, per sviare ogni sospetto, lo portarono lungo la linea ferroviaria e lasciarono al primo treno che sarebbe transitato il compito d’infierire orrendamente sul povero Cazzavillan.
In seguito, forse grazie anche alle testimonianze di qualche cliente o dell’oste stesso presenti nel locale la sera del 13 aprile 1921, gli inquirenti arrestarono tale Duilio Simoni di 22 anni, mentre gli altri due complici rimasero ancora a piede libero. Non si sa se e quando la coppia latitante sia stata assicurata alla giustizia.

OTTORINO GIANESATO

Note:
(1) Verso la fine del primo conflitto mondiale fu costruito un aeroporto militare a Poggio Renatico, dove oggi sorge la base del Coa, quando a seguito della ritirata di Caporetto, si rese necessario arretrare tutto il dispositivo dell’aviazione italiana ed attivare nuovi campi di volo nella Pianura Padana. Poggio Renatico doveva rispondere alle esigenze della Regia Marina, intenzionata all’epoca a costruire una propria forza di bombardamento per continuare il martellamento delle basi navali avversarie. Furono sistemate le strade che dovevano portare alla base e creato un collegamento con la stazione di Poggio. Il campo di volo fu approntato in località Cascina Nuova dove furono costruiti hangar, capannoni, magazzini, alloggi, un’infermeria e depositi munizioni. La pista di atterraggio, studiata per il decollo e l’atterraggio dei bombardieri Caproni e dei caccia, misurava 800 metri per 550.

Foto:
(1) Cartolina illustrata del centro di Poggio Renatico (Fe) all’epoca dei fatti (Archivio privato Umberto Ravagnani)

Umberto Ravagnani

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UN SOLDATO FRANCESE A MB

[250] IL SOLDATO FRANCESE SEPOLTO A MONTEBELLO

Il 14 novembre 1917, in piena prima guerra mondiale, Don Antonio Ercole, cappellano della parrocchia di Santa Maria di Montebello, registrò nel LIBRO DEI MORTI il decesso e la sepoltura di un giovanissimo soldato francese. Questo il testo:

“Il soldato francese LARNE PIERRE del 13° Battaglione Chasseurs des Alpes (Cacciatori delle Alpi chiamati anche Chasseurs Alpins – n.d.r.) 2^ Compagnia, Distretto T. Buscain al n° 1101 (1161), Classe 1900, domiciliato nel comune di Montluçon (Francia), morì sul colpo per infortunio automobilistico al Dovaro lungo la Strada Provinciale Verona-Vicenza il 14 novembre 1917. Fu portato all’ospedale [di Montebello] ed il 15 detto fu sepolto nel Cimitero Comunale.”
La giovane età del soldato, 17 anni, ha spinto lo scrivente ad acquisire nuove informazioni per ricostruire le origini, la vita militare e gli ultimi giorni dello sfortunato francese. Con mia grande sorpresa ho scoperto, grazie anche l’aiuto di Umberto Ravagnani, che qualcosa non quadrava nei dati contenuti nell’atto di morte, dal momento che le ricerche presso gli archivi governativi francesi avevano avuto esito negativo. Quel militare proprio non esisteva! La prima registrazione dell’atto di morte fatta da Don Antonio doveva contenere uno o forse più errori di stesura, causati da una cattiva interpretazione della scheda personale del soldato defunto fornita per l’occasione da qualche ufficiale del 13° Reggimento. Di questa finalmente siamo entrati in possesso e, verosimilmente, chi di noi non sarebbe incorso nei medesimi errori di interpretazione di cui fu vittima il cappellano?
Il soldato in oggetto si chiamava LARUE PIERRE e non LARNE (la u in corsivo si può leggere anche n) ed ecco creato un cognome sbagliato. L’errore più grossolano è: CLASSE 1900. Per noi italiani il termine CLASSE indica tutt’oggi l’anno di nascita di un soggetto mentre per i francesi è quello in cui i giovani si erano sottoposti alla visita di leva militare, solitamente a circa 20 anni, quindi la sua età non era di 17 ma bensì di 37 anni! Inoltre la città di Montluçon, (Distretto dell’Allier – n.d.r.) non era la residenza del soldato, ma il luogo dove era avvenuto l’arruolamento, località per altro molto vicina sia a quella di nascita, MONTBEUGNY, che a quella di residenza SAULCET. Due piccoli villaggi nel cuore della Francia entrambi di circa soli 500 abitanti. Da notare che Larue Pierre era nato nel villaggio sopra nominato il 3 agosto 1880 e pertanto proprio giovanissimo non era, visti i suoi 37 anni compiuti.
Questa infelice stesura e interpretazione del documento di morte sono state talmente contagiose che sulla lapide posta nel cimitero di Montebello è stato scolpito il cognome LARNE perché desunto dal registro parrocchiale. E quel che è peggio, circa una ventina di anni dopo, quando sono stati riesumati i resti del soldato per trasferirli nel sacrario-ossario di Pederobba (Treviso), su una delle pietra del monumento è stato ripetuto il cognome LARNE, lo stesso letto al cimitero di Montebello dagli incaricati alla pietosa operazione di spostamento e rimasto tale ancor oggi.
Il vero nome e l’esatta data di nascita del soldato francese LARUE PIERRE sono stati confermati dal “Ministère des Armées” (il Ministero dell’Esercito francese) nell’elenco “Base des Morts pour la France de la Première Guerre mondiale”. Nella scheda personale, viene riportato che è figlio di Claude e di DEJOUX Marguerite, è nato il 3 agosto 1880 a Montbeugny (F) dipartimento dell’Allier, ed è morto a Montebello Vicentino il 14 novembre 1917, a causa di un incidente d’auto mentre era in servizio (probabilmente è stato investito). Inoltre viene precisato che, al momento della morte, aveva 37 anni, 3 mesi e 11 giorni. LARUE PIERRE fu, quasi sicuramente, il primo soldato francese morto nella nostra terra e fu decorato con la croce di guerra con la menzione “mort pour la patrie” (morto per la patria).
All’indomani della ritirata di Caporetto, iniziata verso la fine di ottobre 1917 e fermatasi sulla linea del Piave, gli eserciti austriaci e tedeschi minacciavano di oltrepassare il fiume dilagando quindi in tutta la pianura veneta. Ecco allora venirci in aiuto gli alleati francesi che già dal 1° novembre organizzarono l’invio di truppe e mezzi in Italia. Tra questi les Chasseurs des Alpes che erano inquadrati nella 46a Divisione di Fanteria a sua volta divisa in 3 gruppi: il primo comprendente il 7°, il 13° (a cui apparteneva LARUE PIERRE), il 47° Battaglione, il secondo il 22°, il 53°, il 62° Battaglione, e il terzo il 15°, il 23°, il 63° Battaglione. La partenza verso l’Italia del 13° Battaglione è ricordata con toni enfatici nel diario Historique des Chasseurs. Quì di seguito il testo tradotto dal francese:
Il 13° s’imbarcò il 1° novembre con la prospettiva di nuove battaglie. Dall’arrivo sul suolo latino, les Chasseurs furono accolti con entusiasmo straripante e per parecchie settimane il 13° Battaglione percorse in lungo e in largo l’Italia del Nord, dalle Alpi al Veneto, ritrovando le tracce dei suoi antenati ai quali i nostri alleati devono la libertà e rivivendo le ore di gioia e di vittoria di tutte le armate francesi che dopo Carlomagno erano venute a raccogliere gli allori sulla montagna e sulla pianura italiana… Dal 12 febbraio al 1° marzo 1918 (ma il soldato Larue era già morto – n.d.r.) il battaglione prende in carico i settori di Monfenera che organizza al prezzo di considerevoli sforzi e il 12 marzo occupa le difese del monte Tomba fino al 23 marzo 1918 quando la Divisione viene spostata. L’8 aprile 1918 imbarco presso Carmignano (stazione di s. Pietro in Gù – n.d.r.). La Francia ha bisogno di tutti i suoi per resistere al più violento assalto che è stato diretto contro di lei durante questa guerra. Il 13° trascorre più d’un mese nella Somme, in Piccardia, in Artois, nel Pas de Calais, poi nelle Fiandre…
A partire dalle ore 23 del 1° novembre 1917, i primi elementi della 46a Divisione, comandata dal colonnello Antoine de Reynies e destinata a far parte dell’Armata Francese d’Italia, vennero caricati su ferrovia alle stazioni di Saint Gilles e Fismer (zona della Marna a nord di Parigi – n.d.r.).
Il tragitto del convoglio ferroviario toccò Digione, Lione, Marsiglia, Ventimiglia, Genova, Piacenza, Cremona, Brescia e Verona. Il 6 novembre i battaglioni dei Chasseur des Alpes furono scaricati nel bresciano, nei pressi del lago di Garda e in quei luoghi la concentrazione proseguì fino al 10 novembre 1917. Il giorno seguente la 46a Divisione si portò a San Bonifacio e il 12 si posizionò tra Roncà, Montebello, Castelgomberto e Brogliano mentre il parco artiglieria pesante trovava collocazione nelle campagne tra Almisano e il Dovaro. Il 14 novembre, causa l’intenso via vai di mezzi, avvenne il tragico incidente in cui perse la vita Larue Pierre (Larne) che non visse abbastanza per vedere l’insediamento presso Villa Miari in Montebello del Quartier Generale del 31° Corpo di Armata Francese. In previsione dei frequenti spostamenti, già il 4 novembre, l’esercito francese, giudicando Montebello strategico per la logistica, aveva fatto installare nel suo territorio un deposito di benzina, struttura che andava ad aggiungersi ad un’altra importante già presente ossia il campo di volo della Gualda, usato come terreno avanzato dalla squadriglia aerea 221 di Verona, assegnata al 31° Corpo d’Armata. Come raccontato nel diario storico del 13° Battaglione, la presenza francese si protrasse in Italia fino all’aprile del 1918. Nel cimitero militare francese di Pederobba (TV) furono portati i resti mortali di circa 1000 soldati d’oltralpe morti sia in battaglia che per cause di servizio come Larue Pierre e, contestualmente alla sua inaugurazione avvenuta nel 1937, in Francia a Bligny presso Verdun fu inaugurato un sacrario gemello per accogliere circa 3450 italiani caduti nel 1918 sul suolo francese. Tra questi il montebellano BATTISTELLA GIOVANNI, morto per ferite riportate in battaglia il 15 luglio 1918.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) La stele che ricorda i caduti francesi, all’interno della chiesa di SAULCET, tra i quali si può notare il nome di PIERRE LARUE (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
(2) La stele che ricorda alcuni caduti francesi in Italia nel sacrario di PEDEROBBA (TV), dove viene riportato erroneamente il nome di LARNE PIERRE (foto di Ottorino Gianesato).

Umberto Ravagnani

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LA RISAIA DEI FRACANZAN

[247] LA RISAIA DEI CONTI FRACANZAN: UNA VERA OASI VERDE

Negli ultimi decenni del ‘500 la florida risaia dei conti Fracanzan, situata nell’antica contrà del Terraglio detta poi “Fracanzana”, destò l’ammirazione e l’invidia dei nobili Sangiovanni. A tal punto che questi signori, incoraggiati dai buoni risultati che i Fracanzan ottenevano da questa redditizia coltivazione, vollero convertire parte della loro possessione della Prà alla produzione dello stesso cereale. In quel tempo il riso era valutato sul mercato circa il 50% in più del frumento e nel corso del ‘600 esso valeva poco meno di 1 Ducato lo staio (circa 25 Kg). Da non trascurare che la resa di riso per ciascun campo era nettamente superiore a quella di altri cereali.
Purtroppo i Sangiovanni, pur avendo convertito il mulino della Prà in pilla da riso e destinati 32 campi vicentini alla coltivazione di questo cereale, non ne riuscirono mai a far decollare la produzione e la gestione. Ne è prova il continuo ricorrere a rinunce e nuove locazioni della risaia, presenti negli atti notarili dell’epoca che nascondono una certa insoddisfazione da entrambe le parti, sia locatori che locatari.
Di ben altro tenore era invece la gestione e la redditività della risaia dei Fracanzan che si estendeva per circa 25 campi vicentini.
Accadde che in quello stesso periodo venne a mancare Alovise Fracanzan e la vedova Laura subentrò al marito nella gestione della possessione della contrà del Terraglio, dimostrandosi subito capace e lungimirante.
La contessa affittò per 5 anni ai vicentini Bartolomeo Robustelli e GiacomoAntonio de’ Franchi i beni del Terraglio che assommavano a circa 65 campi, 25 lavorati a risaia e gli altri 40 votati alla produzione di frumento.
Qui di seguito alcuni passi dell’affittanza che dimostrano quanto la contessa Laura ci tenesse a mantenere ed incrementare il verde che circondava la risaia.

La locatrice sia tenuta a prestar a detti conduttori 360 stara di riso grezzo (circa 100 quintali – n.d.r) per semenza che saranno restituiti lo stesso anno (non si conosce la resa per ettaro in quel tempo, oggi è di circa 70 quintali – n.d.r).

Che detti conduttori siano tenuti a mantener l’edificio da pillar li risi in ordine.
Che detti conduttori debbano tenir ben conservato il terraglio aciò l’acqua non rompa, e pertanto debbano piantar ogni anno albari e salgari secondo il bisogno.
Che detti conduttori non debbano tagliare né permettere che siano tagliati da’ piedi (alla base – n.d.r.) arbori di sorte, ma solamente far bruscar.
Che detti conduttori debbano far mettere tutti li salgari e albari de tre anni in tre anni.
Che detti conduttori sian tenuti a far marcire tutte le paglie e gli strami.
Devono seminare 40 campi di frumento.
Che i conduttori debbano piantar ogni anno 100 belli oppi (aceri campestri – n.d.r.) emendando con essi le piante del brolo e dove sarà bisogno piantar de novo e contemporaneamente far emendar (dar sostegno – n.d.r.) con piantoni de salgaro le piante che sono attorno la risaia.
I conduttori dovranno pagare per il seguente anno 1572, DUCATI 1500 in tre rate: 500 a Natale, 500 nel marzo 1573 e 500 alla festa dell’Assunzione del 1573 e così di anno in anno.

Ne1 1573 Anna Fracanzan, figlia ed erede del defunto Alovise, sposò il nobile vicentino Odorico Pojana che subentrò alla suocera ed alla moglie nell’amministrazione dei beni del Terraglio. Questo lo si apprende dai documenti dell’epoca allorché il nobile Odorico venne avvisato che, in seguito alla fortissima grandinata del 7 giugno 1573 in località san Pietro, la risaia aveva subito gravi danni. Il disastro era stato causato dall’inondazione dell’Aldegà-Chiampo, che rotto l’argine di sinistra e demolite le roste, aveva trasportato acqua e melma nella risaia. Il danno patito dai conduttori Bartolomeo Robustelli e Jacopo Calderari (quest’ultimo subentrato a GiacomoAntonio de’ Franchi), ammontò a staia 85 di riso. Giuste le stime prodotte da Piacentino del fu Giuseppe Cenzati (fittavolo della risaia dei Sangiovanni), da Michele Casale suo risaro, originario di Ronco all’Adige, da Gio.Pietro Chiozini, pure lui di Ronco all’Adige, risaro dei Fracanzan.
Una ventina di anni più tardi si verificò un’altra alluvione talmente catastrofica da spazzare via le colture e la Strada Regia che univa il ponte della Fracanzana a quello del Marchese sulla sinistra Aldegà-Chiampo (questa arteria verrà ripristinata solo dopo il 1920 – n.d.r.).
Forse fu questo il colpo di grazia inferto alla risaia del Terraglio poiché, dai primi anni del ‘600 e a seguire, non vi sono citazioni di sorta che parlino della sua esistenza né di altre in Montebello.

OTTORINO GIANESATO

Nota: Questo scritto è un’integrazione del n° 21’ pubblicato nel sito degli “Amici di Montebello” del 28 gennaio 2018
Foto:
L’area della Fracanzana di Montebello Vicentino come si presenta al giorno d’oggi (Umberto Ravagnani – 2016).

Umberto Ravagnani

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LA CASARA DEI SANGIOVANNI

[246] L’ANTICA CASARA DEI SANGIOVANNI A MONTEBELLO

Nel ‘500 diverse nobili famiglie vantavano in Montebello consistenti beni immobili, tra queste spiccava quella dei fratelli conti Sangiovanni, ossia Gaspare, Giorgio e Leonardo. Come appare nell’estimo del 1545, i suddetti fratelli controllavano poco meno di 300 campi, con il gioiello di famiglia, la “possessione della Prà amministrato da Leonardo.
Si sa che l’11 novembre 1552, Jeronimo Sangiovanni, nel frattempo subentrato nella proprietà sopra menzionata al padre Leonardo, con un rogito del Notaio Daniele Roncà diede in locazione temporanea a tale Giovanni de Scandolis di Montagna Comune di Chiesa Nuova (oggi Boscochiesanuova, comune veronese – n.d.r.) una vera e propria mandria di 34 mucche valutata 170 Ducati. Questo contratto fu messo nero su bianco nel palazzo dei Sangiovanni in contrà Borgolecco ed aveva la durata di 5 anni.
In questo lustro il conduttore de’ Scandolis doveva custodire e pascolare gli animali senza alienarli, con patto che alla fine di questo periodo, cioè il 29 settembre, giorno di san Michele, se il Sangiovanni non gli avesse rinnovato l’accordo, avrebbe potuto scegliersi e tenersi 4 vacche da latte. Al contrario se a recedere fosse stato de’ Scandolis, la festa di san Bartolomeo, il 24 agosto, ossia circa un mese prima della scadenza, questi avrebbe dovuto darne avviso al locatore. Quindi, il 29 settembre, de’ Scandolis avrebbe restituito la mandria di 64 mucche unitamente ad ulteriori 4 tra quelle da lui possedute.
Prima del periodo estivo Giovanni de’ Scandolis avrebbe portato la mandria a pascolare sulla montagna veronese nei prati posseduti dai Sangiovanni.
Dopo la transumanza, in autunno ed inverno, durante la permanenza della mandria nelle stalle della Prà in Montebello, sarebbe stato compito del locatore fornire a de’ Scandolis il fieno ben secco e sufficiente preventivamente tagliato e stivato nelle tezze durante l’estate. Con l’accordo che Il foraggio fornito sarebbe stato pagato dal conduttore de’ Scandolis in ragione di 9 lire e mezza al carro (circa 8 quintali – n.d.r.) in tre diverse rate: la prima alla festa di Pasqua, la seconda il 24 giugno, san Giovanni Battista, la terza il 29 settembre, san Michele. Come “onoranze” ogni singolo anno il conduttore avrebbe avuto l’obbligo di fornire al conte Sangiovanni un vitello del peso di almeno 90 libbre (circa 40 chili – n.d.r.) oltre a 2 “caldieredi latte al tempo della Quaresima.
In contraccambio di dette “onoranze” Jeronimo Sangiovanni avrebbe dato, ogni singolo anno, mezzo carro di vino nero buono (circa 460 litri – n.d.r.) e sufficienti legna e paglia per uso dello stesso locatario durante lo svernare in Montebello.
Il 6 maggio 1553, con un nuovo atto del notaio Daniele Roncà, si procedette all’assegnazione da parte di Jeronimo Sangiovanni di tutte le attrezzature necessarie per la lavorazione e trasformazione del latte a Giovanni de’ Scandolis. Il tutto ben elencato in un lungo inventario.

INVENTARIO DEGLI ATTREZZI DA “CASARO” DATI A GIOVANNI DE’ SCANDOLIS

1          caldiera grande, del peso (manca il peso – n.d.r.);
1          agrarolo (agra = siero inacidito con farina gialla ed altri ingredienti per ottenere la puina (ricotta);
1          burchio novo (zangola per agitare il latte e ottenere il burro – n.d.r.);
1          squassaro tebio (scolatoio dell’acqua);
2          conche de ramo;
19        conche de legno;
1          colo de ramo (imbuto di rame con fori);
3          carrote (la ricotta è detta puina o carrota e le carrote sono recipieni per scolare la ricotta);
43        carrotini piccoli;
4          secchi di legno da vaccaro (per la mungitura del latte);
1          secchio grande da pozzo;
20        fassare: in parte grandi e in parte piccole (fasce sottili di legno, solitamente castagno, con le quali contenere il             formaggio fresco di produzione e ottenere le forme di formaggio;
2          coppe;
1          smalzarola (smalzo = burro);
1          mestraroro (mestolo);
1          scoaro (scolatoio);
2          telle da burato (tele per filtrare il latte);
1          cagiarola piena di cagio (recipiente per il caglio);
1          salaro (recipiente per il sale);
2          carrete (carri particolari tirati da mucche).

Da questi atti notarili si evince che la casara presso “La Prà di Montebello” era attiva solo durante le stagioni dell’autunno e dell’inverno poiché durante l’estate la mandria si trovava in montagna dove il casaro provvedeva sul posto alla trasformazione del latte. Ma in quel di Boscochiesanuova Giovanni de’ Scandolis utilizzava l’attrezzatura fornitagli da Jeronimo Sangiovanni? Il formaggio prodotto in alpeggio era totalmente di sua proprietà o avrebbe dovuto in seguito dividere i proventi con Sangiovanni? Il rogito non ne fa menzione.

E’ anche pur vero che se Giovanni de’ Scandolis durante la permanenza in Montebello doveva pagare il foraggio al conte Sangiovanni significa che i proventi del latte sarebbero stati di sua spettanza e il prezzo del fieno liquidato al conte per alimentare la mandria rappresentava il fitto dovuto. Ne è prova che ogni anno, durante la Quaresima, de’ Scandolis come onoranza dava al locatore 2 caldiere da lui prodotte alla Prà.

OTTORINO GIANESATO

Foto: La Prà di Montebello Vicentino come si presenta oggi (Umberto Ravagnani – 2013).

Umberto Ravagnani

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ESCURSIONE AL PONTE DI SANT…

[244] “ESCURSIONE” AL PONTE DI SANT’EGIDIO

L’8 febbraio 1629, la missione di un gruppo di persone che da Vicenza si recò a Montebello in visita al ponte sul Guà di Sant’Egidio certamente non si fece mancare nulla. Dopo le numerose piene, urgeva che qualche esperto verificasse le condizioni statiche del manufatto duramente provato e con grave minacciava di crollare.
Per l’organizzazione di questo viaggio fu nominato un responsabile, tale Ippolito Bozza, sempre di Vicenza, che doveva provvedere, oltre che ai mezzi di trasporto e al vitto, anche alla sicurezza dei partecipanti. Tra questi ultimi il conte Girolamo Godi e Alessandro Trenti in veste di supervisori.
Per il vitto, Ippolito Bozza, forse per non dover dipendere totalmente da quanto Montebello poteva offrire in quegli anni di carestia, o forse perché tra i partecipanti c’erano delle buone e nobili forchette, pensò bene di procurarsi in città quanto necessario. Solo un anno più tardi scoppiò la peste di manzoniana memoria, preceduta e aggravata da lunghi anni di penuria alimentare.
Il “capo gita” , dopo aver sborsato 40 Troni per il noleggio di due carrozze, sufficienti a trasportare i 12 partecipanti alla “missione”, passò all’acquisto delle vettovaglie da consumarsi quella giornata.
Comperò pertanto “un gallo d’India” (tacchino – n.d.r.) del valore di 4 Troni e altri 7 ne pagò per della non quantificata carne di vitello “a lesso et rosto”.
Vi aggiunse “due capponi” del valore di 5 Troni e non poteva mancare “il figà di vitello et mas-cio per Troni 16 (fegato di vitello e maiale – n.d.r.)
Forse per la merenda, procurò “un salado in budel gentili” (salame – n.d.r.) per la cifra di 2 Troni e del “formaglio bresciano” (formaggio – n.d.r.) del valore di 48 Soldi ossia 2.8 Troni. Il tutto da mangiarsi con del “ pan di Vicenza” pagato 2 Troni.
Immancabile la frutta per il fine pasto costituita da “peri garzegnoli” (allora tipici frutti di S. Giovanni Ilarione – n.d.r.) del valore di 12 Soldi.
Tutto questo ben di Dio fu consegnato, all’arrivo a Montebello, all’osto che doveva preparare e cuocere le pietanze, e per questo scopo, non fu mancato di consegnare anche “naranzi , canella, et garofoli (chiodi di garofano – n.d.r.)
Dalla nota delle spese redatta a fine giornata da Ippolito Bozza, si apprende che l’oste in Montebello fu remunerato con Troni 10.8 per “pan, vin, fuogo (fuoco – n.d.r.) , riscaldare il cucinato, accomodar de’ piatti et altro.
Furono poi sborsati 8 Soldi per una “buona mancia” fatta ad un “famiglio” (inserviente – n.d.r.) e Troni 1.12 per “il stalazo de’ cavalli” (custodia e sosta dei cavalli – n.d.r) nonché “legna et carbon per cusinare la suddetta roba”.
La “missione” venne complessivamente a costare Troni 80.6

Non poco se si pensa che in quel tempo la somma sopra indicata rappresentava la paga di quasi 3 mesi di un lavoratore dei campi.
La visita servì solo a constatare e confermare quanto assodato tre anni prima dai periti veneziani Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro e che cioè andavano ridotti gli spessori dei piloni del ponte per far meglio defluire le acque delle piene. In seguito non si fece però alcun intervento, ed ecco spiegato lo scopo di questo nuovo sopralluogo nel 1629.
Con il risultato che una settimana più tardi, il 15 febbraio, il perito Ercole Peretti produsse un disegno del ponte con le opportune modifiche da apportare per impedire il repentino innalzarsi dello strato della ghiaia che aveva otturato due terzi degli archi del manufatto.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Il canale di scolo del Bacino sfocia nel Guà, nei pressi del ponte di Sant’Egidio, in una foto del 2007 (Umberto Ravagnani).

Disegno: 1629 – Riproduzione manuale del disegno originale del ponte di Sant’Egidio fatto dal perito Ercole Peretti (Ottorino Gianesato)

Umberto Ravagnani

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I DECORATI DELLA 1a GUERRA M…

[242] I DECORATI DI MONTEBELLO DELLA 1a GUERRA MONDIALE

Un vecchio detto recita “chi dimentica la Storia è destinato a ripetere gli errori del passato” e oggi è tanto più importante perché, parlando della prima guerra mondiale, la nostra comunità è sempre più privata della voce diretta dei protagonisti, i soli in grado di raccontare fedelmente i fatti accaduti. Non resta che la Storia, quella dei grandi storici ma, nondimeno, quella che nasce dalla passione e dall’impegno di chi, in una piccola comunità locale, conosce l’importanza di tramandare, far rivivere fatti accaduti, ricordare personaggi più o meno importanti. Vi presentiamo oggi, dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”, l’elenco dei decorati al Valor Militare nella guerra 1915-18 e nella campagna di guerra italo-turca del 1911-12. Giusto per non dimenticare il loro sacrificio:

ABBREVIATO GIUSEPPE classe 1895 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 1
BATTISTELLA GIUSEPPE
classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
BATTISTELLA RAIMONDO classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
BELTRAME PIETRO classe 1889 – decorato con medaglia di BRONZO
CENZATTI GIUSEPPE classe 1892 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
CESARINI MARIO classe 1896 – decorato con medaglia d’ARGENTO 1
COLLALTO SANTE
classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
COSTA ARTURO classe 1876 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 2
COZZA DAVIDE
classe 1893 – decorato con medaglia d’ARGENTO
DONATI GIOVANNI classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO
FELTRE PIETRO classe 1885 – decorato con medaglia di BRONZO
FLORIO GIUSEPPE classe 1897 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
FREALDO RODOLFO classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO (caduto in guerra)
GOLLI GIOVANNI classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO
GUARDA ILARIO classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO 3
MARANA EUGENIO
classe 1895 – decorato con medaglia di BRONZO (caduto in guerra) 3
NICOLETTI SILVIO
classe 1892 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 3
ROSA LUIGI
classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO
SCHIAVO SILVIO classe 1898 – decorato con medaglia di BRONZO
SOLDA’ VITTORIO classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
TONELATO LUIGI classe 1893 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
Gen. VACCARI GIUSEPPE classe 1866 – decorato con una medaglia d’ORO e due d’ARGENTO (un’altra d’ARGENTO guadagnata nella Campagna di guerra Italo-Turca del 1911-12)

Dai fogli matricolari dei soldati che hanno combattuto la Grande Guerra, si evince che, in precedenza, alcuni di loro erano stati impiegati in Libia nella Campagna Italo-Turca del 1911-12. In questo conflitto si era distinto l’allora Maggiore dei Bersaglieri Giuseppe Vaccari, decorato con medaglia d’argento, ma altre due medaglie erano state assegnate ad altrettanti soldati montebellani. Ad essere premiati DONATI GIOVANNI classe 1890 con medaglia d’ARGENTO e DOTTO ERNESTO classe 1891 con medaglia di BRONZO.

Note:
1) ABBREVIATO GIUSEPPE figlio di Cecilio (cantoniere ferrovario) e Barcaro Luigia. Nato a Montebello Vicentino il 15/4/1895. Residente a Montebello in Contrà Vigazzolo – non figura tra i residenti nello Stato d’Anime del 1899 della Parrocchia di Santa Maria perché la sua famiglia era emigrata altrove. L’Archivio Anagrafico di Montebello segnala il suo matrimonio avvenuto il 24/11/1920 a Badia Polesine in provincia di Rovigo dove era quindi emigrato ancora bambino. Ancor oggi le uniche famiglie Abbreviato esistenti in Italia si trovano nella provincia sudddetta. Abbreviato Giuseppe ha partecipato alla Grande Guerra nel V° Reggimento Bersaglieri ciclisti.

CESARINI MARIO figlio di Metello (custode idraulico ?) e Fuselli Eulalia. Nato a Montebello Vicentino il 2/4/1896. Residente a Montebello – come Abbreviato Giuseppe non figura tra i residenti nello Stato d’Anime del 1899 della Parrocchia di Santa Maria perché emigrato ancora bambino con la famiglia. L’Archivio dell’Anagrafe di Montebello segnala il suo primo matrimonio avvenuto nel 1927 ed il secondo nel 1951 a Bologna (aveva ottenuto il divorzio dalla prima moglie) Cesarini Mario ha partecipato alla Grande Guerra nella Fanteria.

2) COSTA ARTURO Figlio di Giuseppe e Pianton Teresa. Nato a Montebello Vicentino il 28/4/1876. Residente a Montebello Vicentino (morto a Usumbura – Congo Belga il 25/9/1943).
1/12/1893: Soldato volontario nel 6° Reggimento Bersaglieri  –  Plotone Allievi Sergente per la ferma di anni 5;
31/5/1894: Promosso Caporale;
16/2/1896: Destinato alle Regie Truppe  partenti per l’Africa nel Battaglione Bersaglieri –  partito il 19/2/1896;
28/6/1896: Cessò di far parte delle Regie Truppe d’Africa per riduzione d’organico;
30/6/1896: Nel 6° Reggimento Bersaglieri con l’obbligo di ultimare la ferma in corso;
31/10/1898: Nella Scuola Militare – 5/1/1899  ammesso alla rafferma triennale nel 6° Reggimento Bersaglieri;
8/9/1900: SOTTOTENENTE nel 1° Reggimento Bersaglieri (allo scoppio della guerra 1915-18 è CAPITANO).
Decorato con una medaglia d’Argento e una di Bronzo al valor militare  nella guerra 1915-18.

3) MARANA EUGENIO E NICOLETTI SILVIO sono stati omessi da Bruno Munaretto nelle ”Memorie Storiche di Montebello” forse perché erano nati rispettivamente a Montecchio Maggiore e Castelgomberto, paesi nei quali sono elencati nel libro dei decorati vicentini. Non sono univoci i criteri adottati da coloro che negli anni venti hanno redatto il libro appena citato perché, a smentire quanto appena scritto, Beltrame Pietro, nato a Nogarole, è nella lista dei decorati di Montebello Vicentino!

GUARDA ILARIO figlio di Luigi non è stato elencato da Bruno Munaretto perché si trova tra i di decorati di Agugliaro. È chiaro che i compilatori dei ruoli matricolari hanno confuso Agugliana con Agugliaro, errore che si è poi ripetuto nei bollettini del “Nastro Azzurro”. Ilario era nato ed era residente a Montebello alla chiamata alle armi. Coincide il corpo di appartenenza del suo ruolo matricolare con quello dell’elenco del “Nastro Azzurro”: 8° Reggimento Artiglieria Campale.

(Dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”)

Foto: Cartolina postale che mostra il monumento ai caduti di Montebello dello scultore Giuseppe Zanetti inaugurato il 16 novembre 1924, uno dei più belli del vicentino (collezione privata Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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I FALSARI

[239] I FALSARI

Durante il dominio della “Serenissima” la Strada Regia, l’odierna Regionale 11, rappresentava l’asse viario più importante del territorio del Veneto, tagliando letteralmente in due quello del vicentino. Dall’abitato di Montebello fino a Grisignano, ai confini col padovano, era tutto un via vai di carrozze di varie fogge e misure, di carri e viandanti. Nelle località dislocate lungo questa arteria nacquero, e fecero fortuna, numerose e lucrose attività favorite proprio dall’intenso transito di persone e veicoli.
Purtroppo, parallelamente, fiorirono anche le attività illecite, come quella praticata dagli odiosi e feroci briganti che assalivano uomini e mezzi per spogliarli di ogni bene che portavano appresso. Per non parlare del non violento, ma pur sempre diffuso e illegale spaccio di monete false. I malfattori colpevoli di questo ultimo reato erano talmente organizzati che recavano con sé anche gli arnesi per la fabbricazione delle monete stesse. Una vera e propria piccola, ma efficiente zecca clandestina ambulante.
Per non farsi scoprire, questi truffatori con la tecnica del mordi e fuggi, si spostavano continuamente da un posto all’altro lungo la Strada Regia, privilegiando i luoghi situati nei pressi dei confini provinciali come quelli oltre Montebello, verso Verona. Prudentemente gli imbroglioni, in un luogo appartato, fabbricavano le monete fasulle ed immediatamente le spendevano presso commercianti ed artigiani. I falsari pagavano sempre i loro acquisti o prestazioni con luccicanti Ducati d’argento, all’apparenza di buona fattura, allo scopo di ottenere il resto in soldi puliti e legali che poi mettevano in saccoccia, non con pochi rischi di esser a loro volta derubati.
Evidentemente anche sulla piazza di Montebello la presenza di denaro cattivo aveva messo in guardia un po’ tutti, cosa di cui rapidamente ne era venuta a conoscenza gran parte della gente che viveva e lavorava lungo la Strada Regia. Nel 1782, il Podestà di Vicenza, Zaccaria Morosini, emise una sentenza di condanna contro due di questo genere di imbroglioni che, lontani dai rispettivi paesi per non essere riconosciuti, erano finiti nelle mani della giustizia.
Tali Bortolo Girardi da Rossano e Domenico Rossetti da Fragogna (Fagagna/ Provincia di Udine – n.d.r.) formavano una bella coppia e il 27 maggio 1782 arrivarono nella villa di Veggiano, territorio di Padova.
“Ivi si fermarono all’osteria facendosi esso Rossetti, da un calzolaio, accomodare le scarpe e, per supplire alla fattura di 16 Soldi, corrispose al calzolaio medesimo, persona nota, un mezzo Ducato di falsa lega, da cui ritrasse buona moneta il restante, cioè 23 Soldi e 4 Denari a pareggio di esso mezzo Ducato, e istessamente (sic!) l’inquisito Girardi esibì un falso Ducato all’oste, pure noto, per pagare la colazione fatta, per l’importo di Soldi 10, dal quale oste pure gli fu corrisposto il rimanente in tanta buona valuta.
Indi da di là partirono. Avvedutosi il calzolaio stesso che quel mezzo Ducato era falso, portatosi in traccia del Rossetti medesimo lo raggiunse poco lungi dalla bottega, dove restituitogli la moneta stessa, ripeté anche le 4 Lire ad importar per la fattura delle scarpe.
Accortosi, pure poco dopo, anco l’oste suddetto che il ducato era falso, venne stabilito ch’entrambi essi suddetti furono fabbricatori e spargitori di false monete, sicché inseguiti da varie persone, vennero ancora raggiunti e fermati nella Terra di Grisignano, ma nell’atto stesso venne dall’inquisito Girardi gettato un sacchetto che raccolto dai detentori (catturatori – n.d.r.), si ritrovarono in esso 24 Ducati e mezzo falsi, parte puliti e parte da pulire e, presso essi inquisiti un ferro denominato “imbrunidor”, una tenaglia, una lima e un sacchetto pieno di polvere. Fattesi però le convenienti e legali perizie sopra gli indicati ferri ed altri apprestamenti sospetti, fu stabilito costantemente esser li Ducati predetti un composto di stagno, ossia “marchesetta” (minerale di bismuto dal colore bianco che si trova associato ai minerali d’argento e stagno – n.d.r.) e rame gettati collo stampo, la polvere inserviente a formar lo stampo stesso, e li ferri adoprabili al reo odiosissimo lavoro, da che ragionevolmente presumesi che da essi inquisiti furono fabbricati li Ducati falsi. Finalmente retenti (imprigionati – n.d.r.) che furono essi inquisiti e, condotti in luogo noto, ivi si espressero in modo tale da manifestare il rispettivo loro reato, il tutto come meglio e più diffusamente.”
I due compari furono condannati a servire sopra una galera per uomini da remo co’ ferri ai piedi per 7 anni.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Zecchino d’oro coniato dal doge Giovanni Dandolo nel 1284. Come recitava la legge, in quel periodo, per i falsari era previsto il taglio della mano. (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA SCUOLA D’ARTE E MESTIERI

[237] LA SCUOLA D’ARTE E MESTIERI DEL CAV. ANGELO LUIGI ARGUELLO


Un personaggio eclettico e benemerito di Montebello Vicentino fu certamente il Cav. Angelo Luigi Arguello, fratello di Mons. Angelo Arguello.1 Nato nel 1867 fu insignito della medaglia d’oro di benemerenza per molteplici attività e cure verso l’istruzione popolare. Fu anche presidente della Congregazione della Carità e dell’Ospedale / Casa Riposo dal 1924 al 1937.
Ma l’istituzione più importante che volle realizzare fu certamente la Scuola d’arte e mestieri.
All’inizio degli anni 20 del Novecento l’Italia si ritrovava con moltissimi danni materiali ed economici lasciati dalla Grande Guerra e Luigi Arguello, pensando alla vasta popolazione operaia di Montebello s’impose di promuovere un’istituzione che contribuisse ad accrescere il loro valore tecnico e morale, soprattutto per quelli che non avevano né mezzi né tempo disponibile per frequentare la Scuola Professionale di Vicenza. Il suo progetto era la creazione di una Scuola di disegno geometrico, di ornato e di plastica applicata alle arti e mestieri. Chiese un appoggio al Patronato Scolastico e al Comune che lo sostennero assicurandogli un sussidio. Fu così che nel novembre del 1921 fu aperta la nuova “Scuola di disegno e plastica applicata alle arti e mestieri”, la cui sede fu situata accanto alla Scuola vecchia Elementare2 e, subito dopo, cominciarono le lezioni. Orgogliosamente così scriveva in una sua relazione nel 1934:
« Ho deciso di iniziare le lezioni, affidando la Direzione al Prof. Francesco Ghirotti, incaricandolo dell’insegnamento geometrico e della plastica. Alla Prof.ssa Marcucci Marianna diedi incarico dell’insegnamento dell’ornato e quale assistente nominai il maestro Chelucci Luigi. Le lezioni furono domenicali, dalle ore 7.30 alle ore 12 e vennero impartite dal Novembre 1921 al Maggio 1922. Ottimo fu il risultato ottenuto; su 51 iscritti i promossi furono 34. Essendo gli iscritti tutti operai di età maggiore, potei constatare nella maggior parte di essi una scarsa educazione culturale e perciò nel susseguente anno scolastico decisi di assumere un insegnante per le materie culturali, incaricando il maestro Camillo Brunetta dell’insegnamento dell’Aritmetica, dell’Italiano, della Geometria e della Storia. »3
Negli anni seguenti molti furono gli ‘aggiustamenti’ che permisero alla scuola di diventare un punto di riferimento anche per molte località limitrofe: Arzignano, Montorso, Brendola, Grancona, Sarego, Locara e Gambellara.
Luigi Arguello continua la sua relazione: «… Nell’anno scolastico 1923-24 la Scuola raggiunse il suo pieno sviluppo e, dato il numero sempre crescente degli alunni, assunsi il nuovo insegnante per la plastica, lo scultore Ugo Ravazzani.
L’anno scolastico 1924-25 vennero soppresse le lezioni culturali, poiché i nuovi alunni provenivano tutti dalle Scuole elementari e presentavano all’atto della loro iscrizione il certificato della classe Va elementare dimostrando cosi di possedere una sufficiente istruzione. Non di meno istituî un corso di perfezionamento per quegli alunni che, dopo aver avuto il certificato di promozione della classe IIIa, sentivano il bisogno di perfezionarsi ancora.
Sino all’anno scolastico 1929 e 30, la Scuola continuò sempre il suo andamento saliente, avendo una media di numero 60 alunni all’anno e dando degli ottimi risultati nel profitto. Nel personale insegnante, per varie ragioni, vi furono delle variazioni, però ne fu sempre Direttore il Prof. Francesco Ghirotti, che con vera passione seppe istillare ai numerosi alunni che frequentavano la Scuola l’amore per l’arte e per la tecnica.
Nell’ anno 1929-30 potei effettuare una necessarissima innovazione nella Scuola, che, sebbene per tanto tempo ritenessi necessaria non potei mai attuarla prima per ragioni economiche. Completai il corso di perfezionamento con l’istituzione del corso di Intaglio tanto necessario ai falegnami, affidando l’incarico dell’insegnamento all’esimio intagliatore Andrea Schettin, vanto e decoro dell’Artigianato Vicentino. »3

Nel 1934, per interessamento del Cav. Mauriziano Eliseo Boschiero, Presidente del Consorzio Provinciale per l’istruzione tecnica, la scuola d’arte e mestieri del Cav. Angelo Luigi Arguello passò a totale carico dello Stato.
Egli ricorda con riconoscenza i direttori susseguitesi nei vari anni scolastici: prof. Francesco Ghirotti, prof. Aldo Benella e il prof. Argo Castagna. Gli insegnanti: prof.ssa Marcucci Marianna, maestro Chelucci Luigi, maestro Paolo Venturella, maestro Giuseppe Svizzero, Ugo Ravazzani, Andrea Schettin, Munaretto Mario, Camillo Brunetta.
Nei 13 anni di vita della Scuola sotto la presidenza del Cav. Luigi Arguello conseguirono la licenza 135 alunni. Il corso di perfezionamento, effettuato solo negli ultimi 8 anni, venne frequentato da 39 operai che, ottenuta la licenza, divennero ottimi artigiani. In una mostra didattica delle Tre Venezie, promossa dal Provveditore agli studi del Veneto, la nostra scuola si classificò IIa vincendo la medaglia d’argento. Nello stesso anno 1934 lasciava la presidenza dopo che «… ho potuto avere la grandissima soddisfazione di vedere assicurata la vita della Scuola, per la quale ho lavorato vari anni nel silenzio, con costanza ed affetto … ».3 Nel 1937 Angelo Luigi Arguello, all’età di 70 anni, lasciò questo mondo e fu tumulato nel cimitero di Montebello. Il Consiglio Direttivo, qualche tempo dopo, pose un’epigrafe a suo ricordo a metà della rampa di scale di accesso della Scuola d’arte e mestieri. Ecco un altro personaggio che certamente meriterebbe l’intitolazione di una via a Montebello. (Riassunto e adattamento Umberto Ravagnani)

Note:
1) Di Mons. Angelo Arguello è già stato scritto in un precedente articolo di Ottorino Gianesato dal titolo “UN MONTEBELLANO DI ALTRI TEMPI”.
2) Si tratta di un edificio costruito sul lato sinistro della Scuola Vecchia Elementare, che fu anche sede delle Scuole Medie, attualmente inagibile perché pericolante.
3) Da A. L. ARGUELLO, “Relazione sull’istituzione e funzionamento della Scuola di disegno e plastica applicata alle arti e mestieri, istituita a Montebello Vicentino. Anno 1921 – 1934 XII“, Biblioteca Bertoliana di Vicenza.

Foto:
1) Il Cav. Angelo Luigi Arguello (cortesia Lucia Maria Arguello – Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
2) L’epigrafe a ricordo del Cav. Angelo Luigi Arguello sulla scala di accesso della Scuola d’arte e mestieri (APUR – rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL DISERTORE E IL PRETE PATRIOTA

[235] IL DISERTORE E IL PRETE PATRIOTA

Durante l’occupazione e l’amministrazione del Veneto da parte dell’Impero austro-ungarico (1815 – 1866) non si contarono gli episodi di insofferenza mista a ribellione che si verificarono nel territorio vicentino.
Il 5 gennaio 1863, il commissario distrettuale di Lonigo, che aveva la giurisdizione anche su Montebello, informò l’imperial regio delegato di Vicenza, cav. Gio.Batta Ceschi riguardo un mancato arresto che la gendarmeria montebellana non eseguì in quel di Gambellara.

“Il posto di Gendarmeria di Montebello nell’agosto 1862 riferiva a questo ufficio (di Lonigo – n.d.r.) di non aver potuto eseguire l’arresto del soldato in permesso Lorenzo Gollin di Gambellara, al che era stato requisito direttamente dall’Imperial Regia Autorità Militare pel motivo che un di lui fratello ne aveva coadiuvato la fuga dalla casa paterna e che successivamente il Rev. Parroco Don ANDREA SANDRI lo aveva consigliato a non presentarsi, anzi di evadere in Piemonte.
Fatta immediatamente la relativa denuncia alla locale Imperial Regia Pretura pel relativo processo contro tutti e due gli imputati, il primo dei quali era stato anche catturato, veniva questo, poco dopo, ridonato alla libertà come affatto innocente e, proseguite le investigazioni a carico del secondo fino a che dall’Imperial Regio Comando di Fortezza di Verona ne fu decretata la cessazione.
La taccia (sospetto o colpa – n.d.r.) affibbiata al Reverendo Parroco sembrava avere un qualche fondamento sulle dichiarazioni dell’Imperial Regia Gendarmeria (di Montebello) che cioè il Gollin avesse dormito per 3 notti nella casa canonica e per una notte in chiesa. I risultati della procedura non confermarono, come sembra, tali circostanze. Il Parroco di Gambellara Don ANDREA SANDRI è un in individuo che vive ritiratissimo e la di lui condotta, tanto politica che morale e sociale, non va soggetta a rimarchi. Vuolsi benissimo che nel 1848 egli abbia predicato la rivolta ed è certo che a quell’epoca andò incontro a seri dispiaceri e fu anche dal Potere Militare arrestato (fu incarcerato a Verona – n.d.r.), ma posteriormente, fino ad oggi, non si hanno dati per ritenere, od anche solo per sospettare, che egli nutra sentimenti esaltati o contrari al legittimo organo,
Qualche maggior lume, sul fatto che diede luogo alla procedura criminale, potrà essere offerto dal soldato Gollin se e quando farà per ritornare in questi stati.
Dall’atto che mi onoro di evadere in tal modo l’ossequiente Decreto 29 dicembre p.p. n° 1276, non manco di assicurare la S.V. illustrissima, che fu disposta, e sarà mantenuta sul contegno in genere del Parroco Sandri una cauta sorveglianza.

Se in quel tempo Gambellara aveva un arciprete di spirito patriottico Montebello non era da meno, visto che il suo prevosto Nicolò Spinelli era arrivato alla guida spirituale dei montebellani (solo per un paio di anni 1856-1858 – n.d.r.) dopo aver diretto a Vicenza la parrocchia di San Faustino e Giovita la cui canonica diede ospitalità ad un circolo di rivoluzionari (vedi “LA SCUOLA VECCHIA ELEMENTARE DI MONTEBELLO” – 2018).
Il prof. Luigi Zonin nel suo libro “SE IL VINO E’ PANE” edito nel 2013 definisce don Andrea Sandri un parroco scomodo e liberale che restò però sempre nel cuore dei gambellaresi. Uomo di grande intelligenza e cultura, nacque a S.Vito di Leguzzano il 31 maggio 1804. Si laureò in filosofia a Padova e nel 1826 fu ordinato sacerdote. Fu nominato maestro di grammatica, filosofia, storia universale e matematica presso il seminario.
Nel 1843 fece il suo ingresso trionfale a Gambellara e come arciprete qui visse fino al 1875 ritirandosi poi a Vicenza a vita privata. Non dimenticò mai la sua Gambellara e non mancò di ritornarvi. Proprio durante una visita alla sua vecchia parrocchia cessò di vivere improvvisamente il 20 febbraio 1884 alla soglia degli 80 anni.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Litografia con don Andrea Sandri appena ordinato Arciprete di Gambellara nel 1843 (cortesia Luigi Zonin, elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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PEGGIORE DI COSÌ …

[233] PEGGIORE DI COSÌ … (La personificazione del male)

In questa storia settecentesca Montebello e il suo Vicariato rappresentarono il limite invalicabile che un losco figuro fu condannato a non oltrepassare, provenendo da Vicenza, ossia 6 miglia (circa 10 Km) da S. Giovanni Ilarione, in considerazione del fatto che la giurisdizione montebellana si estendeva anche su Gambellara.
Nel 1764 S. Giovanni Ilarione, anno in cui questa narrazione ebbe il suo epilogo, apparteneva al Territorio vicentino e i nobili Balzi, cittadini di Vicenza, in questo comune della Val d’Alpone vi possedevano case e beni considerevoli.
Da parecchi anni Gian Francesco Balzi del fu Achille vi abitava stabilmente e ostentando posto d’autorità e d’incompetente dominio sopra quegli abitanti e pur anco sulle ville vicine (soprattutto Montecchia di Crosara) col suo depravato contegno e stravaganti procedure recò loro, in vari modi, inquietudini, danni e oppressioni. Appassionato cacciatore, con lo spirito della sua prepotenza pretese di essere il solo ad esercitare questa attività, al punto che se avesse trovato qualcuno sulla sua strada nell’esercizio della pratica venatoria gli avrebbe infranto lo schioppo e offeso la persona con schiaffi e bastonate. Vessazioni arrecate da lui stesso e dai suoi sgherri tenuti come cacciatori. Gli abitanti erano terrorizzati e non osavano minimamente contraddire la sua condotta che provocava loro solo desolazione, anche quando il Balzi e la sua muta di 12 cani bracchi, oltre al seguito dei “cacciatori”, danneggiavano le campagne con i frumenti già da mietere, le colture in atto, se non mature, e inoltre senza mai rifondere i proprietari dei polli che i cani abbattevano.
Nel suo palazzetto di S. Giovanni Ilarione diede spesso ospitalità a persone empie e micidiali già colpite da procedimenti penali di “bando” sostenendole e proteggendole. Tra queste tale Zuanne Allegro detto “sartore”, Paolo dal Cortivo detto “Paolazzo” e Tomio Loverno. Di quest’ultimo losco figuro i capi del comune ne volevano l’arresto da parte della Giustizia, ma gravemente minacciati dovettero desistere dal farlo.
Nemmeno il notaio di S. Giovanni Ilarione fu risparmiato dai soprusi e dalle violenze del Balzi e compagni di sventura del professionista furono Battista Righetto e Francesco Salgarolo bastonati e ridotti a mal partito.
Stesso trattamento ricevettero Antonio Roccabianca di Montecchia, dopo essere stato ospite, con l’inganno, del Balzi e Antonio Menegolo reo di non aver accomodato certo suo debito. Con ostentata soverchieria assoggettò spesso i suoi creditori ad ingiusti esborsi.
Tutte queste povere vittime andavano ad aggiungersi alla schiera di coloro che non osarono ricorrere alle cure mediche né sporgere denuncia per non incorrere in peggiori pericoli.
Soprattutto durante il periodo pasquale, i parroci, per traerlo dalle laidezze dell’adulterio e del concubinato, tentarono di riportarlo alla ragione con il risultato di ricevere minacce e parole ingiuriose. Tre di loro, nel giro di pochissimi anni, nauseati dal suo contegno, abbandonarono l’incarico rinunciando al “benefizio”.
Numerose le varie giovani nubili adescate e ridotte alle illecite di lui compiacenze. Resa gravida una di esse, fraudolentemente la fece sposare a un suo dipendente, che fu poi costretto ad abbandonare il paese e lasciare l’infelice donna preda dei suoi capricci. I numerosi figli messi al mondo da costei furono cresciuti nella casa del Balzi e non mancarono in paese continue mormorazioni. Non trascorse molto tempo che la donna venne a mancare indispettita forse nel vedere il suo aguzzino assorto da novelle impudiche fiamme.
La favorita di una di queste, molto “premurosa” nei confronti del Balzi, ebbe “l’onore” di confondere le proprie ceneri con quelle degli avi di quest’ultimo.
Non fu mai sazio di angustiare i poveri abitanti giungendo al punto di mettere mano ai registri delle “Colte Comunali” (tasse – n.d.r.) facendo cancellare ogni suo debito e quello dei suoi dipendenti, con grave pregiudizio per le casse del paese.
Ai danni provocati da lui e dai suoi cani nell’esercizio della caccia, si aggiunsero quelli causati dai suoi numerosi animali: bovini, muli, porci e pecore che pascolavano indisturbati nei campi altrui distruggendo i raccolti.
Da questi danneggiamenti non fu risparmiato nemmeno il fratello, che dopo la morte del loro padre godeva di propri beni frutto della divisione dell’eredità. Soprattutto i terreni che entrambi i fratelli possedevano lungo il torrente Alpone non poterono godere delle cure e degli interventi necessari a protezione degli stessi. Anzi Gian Francesco non fece nulla a cui era obbligato proprio perché i terreni del fratello restassero esposti alle piene del torrente.
Finalmente dopo l’ennesima denuncia, la giustizia trionfò e pose fine a quelle scellerate nefandezze di cui Gian Francesco Balzi si era macchiato.
Fu condannato ad esser relegato nella Reale Fortezza di Palma (Palmanova) con le condizioni ed obblighi dei relegati per mesi 18. Trascorso questo periodo che per 20 anni non potesse poner piede nella villa di S. Giovanni Ilarione e suoi luoghi per 6 miglia. Sentenza del Giudice Francesco Paruta
(ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA – “RASPE” busta n° 11 – sentenza n° 123)
Riassunto e adattamento di OTTORINO GIANESATO

Illustrazione:
Scene di caccia (1893-1894) olio su tela di Guido Grimani (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA GENDARMERIA AUSTRIACA

[230] LA GENDARMERIA AUSTRIACA ALLA FESTA DI SAN GIOVANNI (anche allora c’era voglia di LIBERAZIONE)

La festa di san Giovanni, che si celebra a Montebello il 24 giugno, un tempo aveva uno svolgimento assai rumoroso e imprevedibile. Quella poi che si svolse nel 1865 fu fonte di grave preoccupazione per la gendarmeria austriaca. (Le scoppiettanti modalità di questa ricorrenza si possono leggere nel bellissimo articolo n° 18 già pubblicato in questo sito il 25 gennaio 2018). Questo ulteriore approfondimento sull’argomento vuole mettere in risalto il clima poliziesco che regnava durante l’ottocentesca occupazione austriaca del Veneto anche durante una innocente festa paesana. Alla base di questa diffidenza vi era la cattiva informazione sulle abitudini locali che era endemica nei soldati. Costoro venivano troppo spesso avvicendati nella caserma che esisteva là, vicino alla chiesa parrocchiale, dove poi furono costruite le scuole elementari, ora biblioteca, e furono colti di sorpresa quando si trovarono nel pieno della festa. “Il posto di Montebello”, così si riconosceva la stazione di polizia, apparteneva al 3° Reggimento di Gendarmeria – Ala di Verona ed era formato dalla 5a Compagnia – 23° Battaglione dei Cacciatori.
Nella tarda serata del 24 giugno 1865 il capoposto D’Apreve (questo scritto è tratto dalla sua relazione di quel giorno – rapporto n°175) era di pattuglia coi soldati Bolze Giorgio e Balador Stefano.
Mentre il capoposto si trovava dirimpetto alla Loggia del palazzo comunale «… rimpetto alle case abitate dal Mastro Ricettore del Dazio, el Ingegner Frigo Bernardo, poco lungi dalla piazza esplosero due petardi in spazio d’un minuto uno fra l’altro. Recatomi all’istante sul luogo, ma essendoci state diverse persone del paese in quella vicinanza non fu possibile scoprire l’autore. A questa vista lo scrivente invitò tutti gli esercenti a chiudere i negozi e tutta la gente fu pregata a recarsi nella propria casa, ordini da questi eseguito senza difficoltà.
Non essendo sta persona alcuna per la contrada, mi pare alle ore 11 p.m. per l’epoca di tre minuti scoppiarono altri due petardi: il primo rimpetto alla casa di Guarda Antonio, fabbro, abitante in piazza, ed il secondo nel comincio (sic!) del paese venendo dalla stazione, vicino alla pubblica pesa. Il tutto furono scoppiati n° 4 petardi che furono dalla presente (pattuglia) trovati e raccolti.
Con di più dal monte nominato (monte Castello ?) sopra i palazzi della Baronessa Hermann1, alla distanza di mezzo miglio dalla piazza, venne da ignoti individui accendiato un barile pieno di legna catramata che durava le fiamme circa un’ora di tempo e poi furono dal sottoscritto smorzate del tutto.
Al quanto si verifica poi riguardo quest’ultimo (evento) da parte di questo Cursore Comunale appare essere un antico costume e alli scorsi anni veniva bruciato nella pubblica piazza.
Dalle attivate indagini del sottoscritto in questa notte e riguardo gli autori tanto dei petardi che detto acceso barile sul monte non fu possibile nessun scoprimento.
Per corrispondere alle pronte partecipazioni, il sottoscritto sarebbe stato di dovere di partecipare a tal fatto subito via telegrafica, ma avendo osservato che la plebe non ha dimostrato alcun complotto di sollevazione, così ne ho tardato fino alle ore 7 antimeridiane del 25, andando per la relativa partecipazione in via postale. All’atto che lo scrivente non manca di partecipare a codeste (?) gli si rimette anche i 4 pezzi dei petardi rinvenuti riservandosi per le continue indagini in proposito.» (D’Apreve Capoposto)

Che in quel tempo non mancassero i prezzolati confidenti della polizia è dimostrato dallo scritto che il 26 giugno, due giorni dopo festa di san Giovanni, il Commissario Distrettuale di Lonigo inviò al Delegato Provinciale di Vicenza, signor Ceschi a Santa Croce:
«…colla promessa di una buona mancia in denaro, ancora questa mattina mi è riuscito di procurarmi un confidente e col di lui mezzo spero di aver tra non molto una qualche trama di quei malintenzionati che si lusingano di poter continuare a prendersi gioco delle disposizioni dell’Autorità e della quiete del paese…
(16 luglio 1865) – Il confidente che ho saputo procurarmi m’indicò fino ad oggi gli individui che potrebbero giudicarsi tali a priori, vale a dire perché altri non ne avrebbero la capacità o tendenza e mi additò due case nelle quali in passato sarebbero stati fabbricati dei petardi ed altri oggetti consimili e sarebbero quelle delle sorelle Fraccari e del farmacista De Lorenzi …»
Giusto un anno dopo gli austriaci se ne andarono per sempre da Montebello.

Tratto e riassunto da OTTORINO GIANESATO dal suo lavoro “MISCELLANEA DI STORIA MONTEBELLANA

Note:
(1) La Baronessa Hermann all’epoca era la proprietaria della villa “Miari”.

Illustrazione:
Ricostruzione di fantasia dell’episodio racconatato nell’articolo (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LE TERMINAZIONI

[228] LE TERMINAZIONI (1760 – IL NUOVO ORGANO DELLA CHIESA DI S. MARIA DI MONTEBELLO)

La potenza della musica!!! Se gli squilli delle trombe fecero crollare le mura della città di Gerico, le note liberate dalle canne del nuovo organo della parrocchiale di Montebello fecero cadere… l’Amministrazione Comunale.

Il fattaccio accadde agli inizi del 1760, quando il Capitanio nonché Vice Podestà della città di Vicenza Andrea Renier, inviò agli amministratori del Comune di Montebello una “TERMINAZIONE”, cioè un documento col quale, in considerazione della cattiva amministrazione tenuta dai governatori del paese, dettava nuove regole per una nuova, buona ed oculata gestione. A onor del vero, a provocare questa presa di posizione da parte delle autorità del Territorio erano state anche le concomitanti spese fatte dal Comune di Montebello per le nuove grate del cimitero e per la nuova cantoria oltre che per il summenzionato organo della Chiesa di Santa Maria. Il nuovo organo, vanto dei montebellani è stato immortalato nei suoi sonetti dal poeta locale Bartolomeo Guelfo (un libro che raccoglie le opere del compaesano autore settecentesco è stato pubblicato nel 2007 a cura dell’Associazione “Amici di Montebello”). Appare chiaro dall’ordinanza di Andrea Renier che ad agitare le acque erano stati i proprietari di campi, più amanti dei soldi che della musica, che vedendosi aumentare sensibilmente le tasse del “Campatico” avevano vibratamente protestato. Non è escluso poi che qualche ruolo lo abbiano avuto anche alcuni abitanti di Lonigo, invidiosi del nuovo organo tanto da attirarsi gli strali della satira del Guelfo.
Le Terminazioni indirizzate ai Comuni non erano una rarità: ne seppero qualcosa, per esempio, Marostica e Montecchio Maggiore con la “Terminazione Morosini”. Le decisioni, prese allora per Montebello, sono ai nostri giorni di una attualità sconcertante, a dimostrazione del fatto che la cattiva amministrazione affonda le sue radici nei secoli e che quanto riparato in passato sarebbe possibile rifarlo adesso. Basta prendere in esame la riduzione a metà del numero dei Consiglieri Comunali, sancita dal Renier per contenere le spese di amministrazione e gestione della cosa pubblica per capire da quanto tempo, e senza ottenere alcun risultato, venne auspicato il medesimo taglio dei nostri attuali parlamentari, provvedimento che ha visto la luce solo ai giorni nostri. Meglio tardi che mai!
Per una più completa ed esaustiva informazione è riportato qui di seguito il documento quasi integralmente, sostituendo solo quei termini burocratici, usati a dismisura dalle autorità veneziane del ‘700, per renderlo di più facile e comprensibile lettura.

TERMINAZIONE

Stabilita dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor

ANDREA RENIER

Capitanio e Vice Podestà della Città di Vicenza e sua giurisdizione

In esecuzione di Ducali dell’Eccellentissimo Senato del 18 Dicembre 1759

per la migliore direzione e governo delle COMUNITA’ DI MONTEBELLO

Vicenza, 30 Gennaio 1760

« Nella osservazione che ci è occorso di fare al gitto (gettito) delle Colte (tasse) della Comunità di Montebello ci son cadute sotto l’occhio grandiose, arbitrarie, parte consistenti spese voluttuose ed eccedenti ogni misura di Carità e Giustizia, della di cui classe, specialmente in questo anno (passato) furono quelle della costruzione delle grate del Cimiterio, della Cantoria e dell’Organo, con molta spesa di trasporto. Inoltratici all’esame di tale disordine, lo abbiamo ritrovato originato dall’arbitrio dei Capi Direttori della Comunità, nel cui soverchio numero, essendovi sempre compresi quelli che, non possedendo che piccolo o nessun “carato” d’Estimo, e però desiderosi di novità o mossi da oggetti di reo interesse, con parti che nelle Vicinìe (assemblee dei capifamiglia), promuovono a capriccio motivi di spese superflue, facendo così aumentare le Colte persino 5 o 6 Lire al campo, con grave carico degli Estimati.
Per aver, Noi, dietro la segnalazione di disordini fatta all’Eccellentissimo Senato, riportato in venerate Ducali del 18 Dicembre passato, ricevuto onorevole incarico di stender in TERMINAZIONE provvedimenti all’emendamento degli arbitrii e disordini medesimi, avendo con eguale cura ritrovati li rimedi veri. »

Riassunto e adattamento tratto da “Montebello nel ‘700 giorno per giorno” di OTTORINO GIANESATO


Documento:
Facsimile del frontespizio di una Terminazione del periodo della Repubblica di Venezia (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UN CONTE A MONTEBELLO

[226] IL CONTE ALVISE FRANCESCO MOCENIGO

Tra i vari personaggi che si sono susseguiti nella proprietà di quella che attualmente è conosciuta come Villa Miari” a Montebello, troviamo il conte Alvise Francesco Mocenigo. Per circa 15 anni, gli ultimi della sua vita, fu spesso ospite del nostro paese. Nel 1870 acquistò la villa da una certa Baronessa Herman1 e vi abitò fino al 1884, anno della sua morte. Alvise Francesco Mocenigo, di origine veneziana, fu un politico e imprenditore italiano. Nato da una relazione extra-coniugale tra il colonnello austriaco M. Plunkett e Lucia Memmo, moglie del conte Alvise Mocenigo, fu battezzato con il nome di Francesco. Venne comunque riconosciuto dal padre che gli diede il nome di Alvise, come tradizione di famiglia e divenne dunque Alvise Francesco Mocenigo.2
Il 24 novembre1840 sposò la contessa Clementina Spaur figlia del conte Johann Baptist Spaur di Merano. Il suocero di Alvise Mocenigo, dapprima governatore delle province venete, e successivamente, fino al 1847, mantenne la stessa carica per la Lombardia. Dal matrimonio nacque nel 1845 una bambina che morì pochi giorni dopo il parto. Solo tre anni più tardi arrivarono: il primogenito maschio battezzato, come tradizione di famiglia, col nome di Alvise, Giovanni ed alcune femmine.
La moglie, Clementina Spaur, fu una valente e raffinata pittrice: di lei si conosce un dipinto rappresentante “La Beata Maria Vergine seduta in trono” giudicato di pregevole fattura. Tra le tante cose elencate nell’inventario sottocitato, eseguito a Montebello nel 1884, viene nominato un identico dipinto: è lo stesso?
Tra i numerosi incarichi che ricoprì Francesco Alvise Mocenigo vi fu quello di presidente del Teatro la Fenice. Ebbe naturalmente modo di conoscere Giuseppe Verdi che, riconoscente ammiratore di Clementina Spaur, dedicò a quest’ultima l’opera lirica “Ernani”. Non meno sensibile fu uno dei librettisti delle opere di Verdi, Francesco Maria Piave, che in occasione della morte della primogenita dei coniugi Mocenigo dedicò alcun versi alla contessa.
Francesco Alvise Mocenigo lo troviamo già attivo a Montebello in un documento del notaio Domenico Agostini con una richiesta a questo Comune di acquistare una Strada “Vicinale” secondaria detta del “Castello” che, all’incirca dal punto in cui sorge la villa, portava oltre il Castello e, girandogli attorno, proseguiva in direzione della “Cà del lupo” (da A a B nel disegno). Su questa strada venivano fatte 3 processioni all’anno, a partire dalla Chiesa di San Daniele (all’interno del castello) fino al centro del paese. Il conte Mocenigo avrebbe concesso il passaggio dei fedeli per la suddetta strada, a patto che le processioni non fossero state più di 3 all’anno e che non gli fosse richiesto nessun obbligo di manutenzione dell’Oratorio o di spese relative al culto.
In un secondo documento del 28 marzo 1873 leggiamo la risposta, positiva, del Consiglio comunale di Montebello (il Sindaco all’epoca era Giuseppe Dr. Pasetti), il quale, posta la condizione “ch’egli non vorrà certo rifiutare l’accesso al Castello a coloro che desiderassero visitarlo”, gli concede di prendere possesso degli “appezzamenti stradali” acquistati e di poter iniziare i lavori.
È del 5 novembre 1873 l’atto di vendita definitivo. Ecco uno stralcio: “…Il Comune di Montebello Vicentino rappresentato dal proprio Sindaco Giuseppe Dr. Pasetti vende con clausola abdicativa e traslativa di dominio al prenominato Conte Alvise Francesco Dr. Mocenigo. Il quale accetta ed acquista la strada vicinale interna che dal palazzo stesso Co. Mocenigo mette al sovraposto Castello girando a tramontana dallo stesso fino al trivio della strada Cà del Luppo [sic] descritta nella perizia dell’Ingegnere Civile Signor Pietro Frigo… lo stesso Comune vende allo stesso Conte Mocenigo il piccolo tratto di strada denominato della “Cucca” dal punto segnato C fino al punto D nel tipo (disegno)… restando la fontana di proprietà del Comune [si tratta di quello che ancora oggi è denominato il Pissolo] ed inoltre vende il piccolo pezzo di terreno dinanzi all’ingresso del Palazzo Mocenigo, segnato in tipo (disegno) colla lettera X… il prezzo pattuito nella somma di Lire 1180 millecentottanta… Le spese di perizia ritenute in Lire 32 nonché quelle occorrenti pel Registro e pel trasferimento censuario e tutte le altre, senza eccezione, relative al presente istrumento sono ad esclusivo carico del Nobile acquirente.”.3
Per circa 15 anni il conte Mocenigo visse, quasi continuativamente, in questo sontuoso palazzo fino alla sua morte avvenuta il 13 novembre 1884.
Il 6 agosto 1885, con un altro atto del notaio Domenico Agostini si aprì la fase della successione. Vennero designati gli eredi: “Signora Clementina Contessa Spaur 4 fu Giovanni vedova Mocenigo, Amelia Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco, Maria Duchessa di Noci nata Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco ed Olga Contessa Mocenigo nata Principessa Windisch-Gràtz di Ugo nella legale rappresentanza questa della minorenne di Lei figlia Contessina Valentina Mocenigo del fu Andrea”.5 Nel lunghissimo inventario di quanto contenuto del palazzo Mocenigo di Montebello vengono nominati ben 284 gruppi di oggetti dalla moltitudine di mobili alle porcellane, ai numerosissimi accessori di valore, ai 300 libri ed opuscoli, ecc. Il tutto in circa 34 tra stanze e ripostigli. Tutti gli oggetti vengono elencati con estrema precisione in un documento di 12 pagine.
Il conte Alvise Francesco Mocenigo fu sepolto ad Alvisopoli (già ‘Molinat’), nel comune di Fossalta di Portogruaro, tra Veneto e Friuli, dove la famiglia possedeva un grande latifondo di 1800 ettari.

Ricerche e testi di Ottorino Gianesato e Umberto Ravagnani

Note:
1) Lo storico montebellano Bruno Munaretto ci riferisce che il conte Mocenigo, nello stesso anno, acquistò anche il Castello di Montebello.
2) Il Conte Alvise Francesco Mocenigo (1799-1884) è uno dei propugnatori della costruzione della ferrovia Ferdinandea (1846). La sua villa ospitò gli operai addetti alla messa in opera dei binari. La famiglia Mocenigò annoverò tra suoi appartenenti ben 7 Dogi e decine di Procuratori di San Marco.
3) Archivio di Stato Di Vicenza, atti n. 624, Busta 2034 con 3 allegati.
4) Clementina Contessa Spaur und Flavon – nata a Vienna nel 1816 morta a Venezia nel 1891. Il marito Alvise Francesco Mocenigo nato a Venezia nel 1799 e nella stessa città morto nel 1884.
5) Archivio di Stato Di Vicenza, Notaio: Agostini  Domenico (Malo e Montebello), Busta n° 2042 – Atto n° 1638 –  (reg.132).

Disegno:
Di libera interpretazione di Umberto Ravagnani. La piccola deviazione denominata “Strada in questione” si riferisce a un lavoro effettuato abusivamente dalla precedente proprietaria, la Baronessa Herman, che divenne comunque parte del terreno acquistato dal Conte (da una mappa dell’Ing. Pietro Frigo, 1872, Archivio di Stato Di Vicenza).

Umberto Ravagnani

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LA PECORA NERA

[224] LA PECORA NERA DELLA FAMIGLIA (una razza animale mai estinta)

Nel corso del Settecento Montebello annoverò tra i suoi abitanti alcuni personaggi di grande spessore provenienti da Posina, un comune dell’Alto Vicentino. Certamente il più importante fu il prevosto don Pietro Caprin (altre volte Caprini – n.d.r.) che tra il 1727 e il 1761, anno della sua morte, diresse con grande passione e sapienza la comunità montebellana. Mentre il prevosto si prodigava per la sua parrocchia, nel 1756, arrivarono a Montebello dapprima il medico fisico Agostino Caprin, forse parente del religioso, e più tardi l’omologo Domenico Caprin, entrambi da Posina o dalla sua frazione Fusine. Purtroppo il secondo medico non fu poi riconfermato, e la mancata approvazione da parte del comune fu causa di un aspro dissidio sfociato in una causa legale. Una trentina di anni dopo la morte del prevosto, a Posina un giovinastro rovinò l’esistenza dei propri familiari e non solo. Il suo nome era Antonio Caprin del fu Pietro, forse parente dei soggetti di sopra citati, e nel 1790, su istanza del decano di Fusine e di Virgilio e Lino Caprin, rispettivamente zio e fratello di Antonio, fu giudicato dal podestà di Vicenza, Giuseppe Diedo. Le parole durissime del podestà giudicante, qui sotto integralmente riportate, dipingono a tinte fosche la personalità di Antonio Caprin:

«… dedito, fin da alcuni anni, alla crapula, all’ozio, scostumato, dissipatore dei beni della famiglia, fu scacciato anche di casa dal vecchio padre ma, lungi dal correggersi, continuò anzi a tracciare una vita, la più scapestrata e scandalosa ai suoi consimili. Ateo, bestemmiatore ereticale che, facendo pompa di sua miscredenza, negava pubblicamente l’inferno, non solo, ma anche l’esistenza dello stesso Dio.
Avendo l’immagine del crocefisso alla testa del suo letto, vi appese ai lati due pistole e con dileggi ed amari scherni, dopo averlo eccitato (sfidato – n.d.r.) parecchie volte a cessar l’immaginario suo potere, a punizione delle di lui bestemmie, trascese empiamente, circa alla fine dello scorso novembre 1789, facendola a pezzi col calcio dello schioppo.
Istava a letto ormai la fu sua madre, ai giorni del susseguente, quando chiamata di sera da esso suo figlio, e sortita sulla porta lo vide minaccioso tenendo lo schioppo ed una pistola impugnati, colle solite bestemmie, protestò che in quella sera egli, o Pietro Caprin del fu Marco, né si raccoglie per quale motivo, dovevano andare all’inferno. Inde allontanatosi da suo padre che faceva inutili sforzi per trattenerlo, praticò subito lo sparo di quelle armi.
Afflitto e dolente il suo genitore, indi, due o tre giorni si pose a letto malato, quando nel dì 7 di quel mese, presentatosigli a letto armato di schioppo e pistole, con tono minaccevole e bestemmiandogli disse di voler esser ricordato nel suo testamento.
Impietosite le presenti persone dello stato commovente di quel misero vecchio, lo costrinsero a sortire, senonché scontratosi subito in Virgilio, suo zio materno, mentre con amorose insinuazioni tentò di ricondurlo ai propri doveri facendogli tener anco i rigori della vindice giustizia, montato egli sulle furie, proruppe nelle più abbiette, scandalose ed impulsanti invettive contro la di Lui persona, la Beata Vergine, il S.S. Sacramento ed il Principato, ed impugnato il coltello lo avrebbe ucciso se non veniva soccorso dagli astanti. Cedendo allora alla forza si allontanò ma, continuando nelle già spiegate minacce contro tutti di sua famiglia, le avrebbe anco verificate contro del detto suo zio se, alla mattina di tre giorni dopo, poiché fu veduto dirigersi armato verso la di lui fucina, non ne fosse stata prestamente chiusa la porta, Con pistola impugnata si arrampicò, nulla ostante tutto dispetto a un finestrino da cui, colle più terribili minacce e bestemmie, gli praticò contro due scrocchi (colpi – n.d.r.) qui attesa l’inutilità dei suoi tentativi partì.
Non contento costui di tante scelleratezze, per le quali verso la fine del detto novembre l’infelice sua madre restò vittima del proprio dolore e dei molti danneggiamenti che aveva apportato alla desolata sua famiglia, nella notte del 4 marzo 1790, unitosi a nota persona, ora mancata in vita, salito sul tetto dell’abitazione del nominato suo zio e di un suo fratello Lino, vi si introdusse mediante rilevata rottura e, rubatovi del denariìo in somma di Lire 150 e degli effetti di non individuato valore forzando una cassa, asportò anco tutte le carte giustificanti il possesso delle loro poche sostanze. »
Per eresia, ingiurie a Dio e alla religione cattolica nonché furto e tentato omicidio dei suoi parenti, fu condannato a 7 anni al remo su di una galera.1

ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA “RASPE” – busta n° 22 – sentenza n° 21
Riassunto e ricerca di OTTORINO GIANESATO

Note:
1) Dal 1400 la Repubblica Serenissima, ma anche altre marinerie, per ovviare alla mancanza di rematori nelle sue ‘galee‘ cominciò a utilizzare i condannati per reati comuni. Per questi ‘galeotti‘ il lavoro era estremamente duro. A differenza dei rematori liberi, questi erano costretti a stare sempre seduti e con le catene ai piedi, remando solo a forza di braccia senza potersi aiutare con il corpo.
Dipinto:
“Il violento” del pittore Giacomo Francesco Clipper detto il Todeschini (Feldkirch, 1664 – Milano, 1736).

Umberto Ravagnani

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LUIGI TONELATO

[221] LUIGI TONELATO – Medaglia d’argento al valor militare

Una figura importante tra i caduti di Montebello della Ia guerra mondiale fu certamente Luigi Tonelato. Ecco in breve la sua storia:

Figlio di Gherardo e di Busato Maria, nato a Montebello Vicentino il 26 Aprile 1893, di professione studente – matricola n° 47190.
Alla visita di leva del 5 Aprile 1913 è ritenuto soldato abile di Ia Categoria. La chiamata alle armi è fissata per l’8 Settembre 1913 con la dichiarazione:
“Ammesso al volontariato di un anno nel computo del servizio prestato e quindi con decorrenza dal giorno 9 settembre 1913 (Legge 4 Agosto 1895 n° 479 – n° 3 – Circolare 336 Giornale Militare”.
Il 17 Ottobre 1913 è assegnato all’80° Reggimento Fanteria (Brigata Roma). Meno di cinque mesi dopo ottiene la promozione a Caporale e trascorsi ulteriori sei mesi diventa Sergente di Squadra. Dalle note che riguardano la sua vita da recluta si apprende che il 30 settembre 1913 aveva riportato una distorsione tibioastragolica destra per aver appoggiato male a terra il piede nel recarsi di corsa a prendere posizione col suo plotone dietro un’altura sul Monte Croson nei pressi di Verona (verbale del Consiglio d’Amministrazione del 29 Dicembre 1913).
Il 7 Settembre 1914, presso il Deposito di Verona (Vi) del Reggimento di Fanteria ottiene il congedo con la dichiarazione di aver tenuto buona condotta e di aver servito con fedeltà. In seguito alla grande mobilitazione del 22 Aprile 1915 è richiamato alle armi in data 17 maggio 1915 ed il 22 è in territorio in stato di guerra. Con decreto del Comando Supremo del 5 Ottobre 1915 è nominato Aspirante Ufficiale a datare 25 Settembre ultimo scorso. Intanto nell’ambito della stessa Brigata Roma passa dall’80° al 79 Reggimento. Il 17 Dicembre 1915 è nominato Sottotenente di Complemento con anzianità assoluta, il 1° Novembre 1915, con riserva di anzianità relativa.
Nei primi mesi di guerra il suo reggimento è impegnato nelle montagne che separano il Trentino dalla Provincia di Vicenza, soprattutto in Val Terragnolo, Vallarsa, Val Posina, Monte Majo.
Ed è soprattutto sul Monte Majo che nell’estate del 1916 la Brigata Roma accusa perdite umane superiori alle mille unità tanto da indurre gli alti comandi a farla arretrare sul colle Xomo. I reggimenti 79° e 80° Fanteria rimarranno sui monti del vicentino e nel settore del Monte Pasubio fino alla primavera del 1917 e in Luglio, ripiegando su Schio, si preparerà in previsione della dodicesima battaglia dell’Isonzo. In Agosto infatti la Brigata Roma è trasferita sul Carso soprattutto sull’Altopiano della Bainsizza. Durante la dodicesima battaglia dell’Isonzo, il 22 Ottobre, i fanti della “Roma” sono schierati sulla linea arretrata di resistenza Na Gradu – Veliki Vrh sulla riva sinistra del fiume. Il giorno 25 Ottobre il 79° Reggimento con Tonelato Luigi è impiegato a protezione del ripiegamento di tutte le truppe italiane combattenti sulle alture della Bainsizza. Ed è qui che cade eroicamente il fante montebellano. Il giorno seguente la sua morte i 300 superstiti della sua brigata ripiegano su Auzza dove il corpo di Tonelato viene sepolto insieme ad altri numerosi compagni di sventura per poi ripiegare su Cividale. Alla fine della guerra le sue spoglie mortali saranno trasferite nel Sacrario di Oslavia (Gorizia).
Così l’Istituto del Nastro Azzurro Sezione di Vicenza descrive la motivazione per l’assegnazione della Medaglia d’Argento a Tonelato Luigi: “Tenente del 29° (errore! Era del 79°) Reggimento Fanteria, ricevuto l’ordine di sostenere con la propria compagnia un altro reparto, che, aggirato e duramente provato, minacciava di essere travolto da forze avversarie soverchianti di numero e di mezzi, dopo di aver tentato invano di fermare l’irruenza nemica, visto l’inutilità di ogni ulteriore difesa passiva, conscio del grave pericolo cui andava incontro, alla testa del suo reparto si spingeva con mirabile coraggio in un disperato contrattacco, durante il quale, mentre incitava i suoi uomini alla lotta, eroicamente cadeva colpito a morte. Veliki Virh (Altipiano della Bainsizza) 25 Ottobre 1917 (B.U. del 16 Aprile 1920 pagina 1917). In occasione del decimo anniversario della morte la famiglia Tonelato fece pubblicare, in un volumetto di oltre cento pagine, le lettere che l’eroe scrisse dall’inizio della sua carriera militare fino alla sua tragica scomparsa.

Quando i familiari di Luigi Tonelato, dieci anni dopo la sua morte, riuscirono a contattare l’Aspirante Ufficiale Luciano De Lai di Torino, che il 25 Ottobre 1917 aveva assistito agli ultimi istanti di vita del Tenente montebellano, completarono i documenti per dare vita ad un libretto alla memoria. Le testimonianze di Luciano De Lai dei tragici avvenimenti di guerra chiusero l’annosa ricerca e recarono rinnovato conforto ai parenti dello scomparso. Dell’esistenza di questo libretto di circa 140 pagine, curato da Adolfo Crosara e ai più sconosciuto, ne ero venuto a conoscere l’esistenza attraverso una nota apposta a fondo pagina dallo storico Bruno Munaretto nelle sue “MEMORIE STORICHE DI MONTEBELLO” del 1932 (capitolo relativo ai soldati compaesani che combatterono la Grande Guerra). La copia consultata è quella trovata nell’Archivio Parrocchiale di Santa Maria, ma pare che qui ne esistano almeno due esemplari.
Un vivo ringraziamento ai parenti che hanno acconsentito alla ripubblicazione di una ventina delle più significative lettere che il Tenente Luigi Tonelato scrisse dall’inizio del 1914, durante il servizio militare, fino all’Ottobre del 1917, anno della sua eroica morte. In esse Luigi Tonelato si rivela un provetto cronista di guerra, quando, ad esempio, racconta l’inizio delle ostilità dell’Italia contro l’Impero Austro-Ungarico, nel descrivere poi la potenza devastante del cannone nemico da 420 e l’abbattimento di un aeroplano da parte dei soldati del suo battaglione. A crude notizie di guerra alterna righe piene di nostalgia per la famiglia e per il suo paese. Non manca mai di infondere coraggio ai familiari, come se essi si trovassero in una situazione ben più pericolosa della sua.
Le sue ultime lettere, scritte il giorno prima di cadere sotto i colpi del nemico, per la loro brevità, mostrano tutto l’affanno e la concitazione delle truppe italiane che stavano andando incontro alla terribile “disfatta di Caporetto”.
(Dal libro di Ottorino GianesatoMontebello e i suoi caduti nella guerra 1915-18”, 2014)

Foto:
1) Il Tenente Luigi Tonelato durante la Grande Guerra (elaborazione grafica e restauro Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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GIUSEPPE CEDERLE

[216] GIUSEPPE CEDERLE e l’intitolazione della scuola elementare di Montebello


Sui documenti ufficiali la Scuola Elementare di Montebello Capoluogo non risulta mai intitolata a qualche personaggio importante, né tantomeno, come solitamente si usava, ad un membro della Casa Regnante dei Savoia. Questo fin dalla lontana loro erezione avvenuta nel 1868/69. Bisogna arrivare alla fine della Seconda Guerra Mondiale per trovare un timido accenno di titolazione. Infatti, alla conclusione dell’anno scolastico 1944-45, la maestra Maria De Filippi ved. Crosara, nel redigere la relazione annuale della sua classe Va femminile su carta intestata del Provveditorato degli Studi, alla domanda “Denominazione della Scuola” rispose scrivendo G. Vaccari. L’eroe della Prima Guerra Mondiale era morto pochi anni prima, nel 1937, dopo aver ricoperto la carica di senatore del Regno d’Italia. Forse questa dedica era figlia della medesima imposizione voluta dal Commissario Prefettizio durante il periodo bellico (Repubblica di Salò) anche per il vicino paese di Montecchio Maggiore dove aveva fatto mutare la denominazione della Scuola Elementare da Vittorio Emanuele III° in Ettore Muti, un eroe fascista. Quindi la Scuola Elementare di Montebello, pur non vantando alcuna intitolazione, fu obbligata a chiamarsi col nome del Generale Giuseppe Vaccari. Ma questa nuova situazione dovette durare ben poco, forse solo per alcuni mesi dopo la fine della guerra. Già nel 1947 la Circolare n° 4452 fissò norme e regole per l’intitolazione degli edifici scolastici. La denominazione avveniva previe proposte e pareri di una pletora di funzionari composta da Direttori Scolastici, Prefettura, Sindaci. Il tutto condito con ulteriori pareri del Consiglio Scolastico Provinciale, nulla-osta del Ministero della Pubblica Istruzione e non senza il Decreto finale del Provveditore. Un vero campionario della burocrazia! L’edificio scolastico di Piazzale Mario Cenzi ebbe la sua nuova intitolazione verso la fine del 1953, come ci racconta nel suo “Giornale di Classe” il maestro Giovanni Timillero, che in quello stesso mese di dicembre compiva 23 anni.

Dalla “Cronaca della vita della scuola
« 2 dicembre (1953) – Abbiamo cominciato a preparare la festa dell’intitolazione della nostra scuola alla Medaglia d’Oro Giuseppe Cederle, eroe di Montelungo presso Cassino morto [8 dicembre 1943 – n.d.r.] combattendo contro il nemico. Era un giovane di Azione Cattolica, maestro e studente di lettere a Milano: il suo ideale era l’educazione della gioventù, e già nell’apostolato cattolico dava con entusiasmo la sua vita a tale scopo. Io sebbene più giovane di parecchi anni di lui [sono nato nel 1930 – n.d.r.], lo ricordo bene: sempre allegro, generoso, sorridente, veramente educatore. Il nostro paese, la nostra scuola e noi insegnanti possiamo andare fieri di lui. La cerimonia sarà svolta il giorno 8 c.m. decimo anniversario della sua caduta gloriosa.
La scuola vi parteciperà in massa. Saranno cantati l’Inno di Mameli, il Carso, e un canto per l’occasione, adattando l’aria di un bel canto friulano alle parole scritte dalla signorina Ida Gobbo: li curiamo e prepariamo con fatica, speriamo che riescano bene.
8 dicembre (1953) – Cerimonia dell’intitolazione
Vi hanno partecipato autorità civili, militari, rappresentanze combattentistiche e dei reduci. Era presente anche il nostro Direttore Didattico. Dopo la Santa Messa, tutti ci siamo recati all’edificio scolastico parato a festa. Erano belli i nostri scolari con la coccarda tricolore all’occhiello. Dopo il Sindaco, il collega Maggio ha ricordato la figura dell’eroe e lo ha fatto molto bene.»
Chi era Giuseppe Cederle?
Giuseppe Cederle nacque a Montebello Vicentino, il 16 agosto 1918, da Antonio e Teresa Muraro. Era una famiglia povera la sua, ma molto religiosa. Dei sette figli di Antonio Cederle, Giuseppe era il prediletto e in lui i genitori avevano riposto tutte le loro speranze. Fin da piccolo Giuseppe fu guidato, in particolare dal prevosto don Antonio Zanellato e dai suoi collaboratori, a una vita profondamente cristiana. Così scrisse di lui lo storico montebellano Bruno Munaretto, in un inserto del libro di Padre Fedele Pomes, “Giuseppe Cederle, Storia di un Santo e di un Eroe”: «Giuseppe Cèderle Medaglia d’Oro. Prima Medaglia d’Oro al valor militare concessa in Italia dopo 1’8 settembre 1943. Terza Medaglia d’Oro, in ordine di tempo, venuta a insignire col suo aureo fulgore – dopo quelle di Vaccari e di Cenzi – il civico serto di Montebello eroica. Giuseppe Cèderle: anima grande temprata dalle dure e crude prove della vita; cuor generoso infiammato dalla trina carità di Dio, della Patria, della Famiglia; soldato eroico e pugnace, che affronta e supera gli ostacoli e sfida la morte; simbolo del dovere compiuto fino alla vetta del supremo purpureo sacrificio; fiaccola di libertà illuminante il cammino di questa dolente e risorgente Italia; apostolo di Cristo, di fede salda, di virtù molteplici, suscitatore fecondo di bontà, dì pace e di amore. Tutto questo Giuseppe Cèderle fu e tale fu perché volle. Perciò Egli è stato il miglior artefice di se stesso. Disse una volta: tornerò Eroe o non mi vedrete più. Non è più tornato, ma la gloria ha cinto di lauro la sua fronte pensosa e l’Italia ha inciso il suo bel nome di Eroe nel bronzeo libro della Storia.1
(Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Note:
1) Vedi anche il racconto “L’Eroe di Montelungo” della scomparsa Silvana Marchetto Fattori nel N° 3 di AUREOS (Dicembre 2002).

Foto:
1) Rara cartolina postale con una breve nota sul sacrificio di Giuseppe Cederle (archivio privato Umberto Ravagnani).
2) Un ritratto di Giuseppe Cederle (1918-1943), ripreso dalla copertina del libro di Padre Fedele Pomes “Giuseppe Cederle, Storia di un Santo e di un Eroe”, Edizioni Il Crocefisso, Roma, 1953 (rielaborazione digitale – APUR Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UN MONTEBELLANO DISPERSO

 

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IL MERCANTE DI PREZIOSI

 

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UNA VENEZIANA A MONTEBELLO

 

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L’ANTENATO DEL CASELLO

 

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UNA SOSPETTA MALVERSAZIONE

 

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IL FRATE SPARITO

 

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GIUSEPPE CENZATTI

 

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MALEDETTA STRADA STRETTA

 

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UNA DONNA CONTESA

 

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