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IL MATRIMONIO S’HA DA FARE

[386] QUESTO MATRIMONIO S’HA DA FARE!

Il Codice Napoleonico, varato in Francia nel 1804, divenne valido ed esecutivo anche per le nazioni assoggettate dall’imperatore d’oltralpe. Tra le numerose regole da questo introdotte, fu stabilito che il matrimonio civile aveva pari validità di quello religioso. L’Anagrafe Civile, che si costituì nello stesso tempo, fu innovativa in materia di matrimoni per la corposa documentazione necessaria per sancire un nuovo legame di coppia. Ma se da un lato questi carteggi sono oggi utilissimi per le ricerche genealogiche, da un altro rivelano situazioni familiari poco fortunate. Questa storia a lieto fine, preceduta dal vecchio detto “speremo ch’el cata na brava moglie” è quanto avevano augurato i pochi parenti, più o meno prossimi, al povero Giovanni Durlato all’indomani della perdita prematura di entrambi i genitori. E alla fine la speranza si concretizzò a Montebello.
Il giovane Giovanni Durlato (a volte erroneamente Zurlato) nacque a Lonigo il 29 agosto 1792 da Vicenzo detto “Chiampo” di Giovanni e da Elisabetta Bastianello di Antonio detto “zuco”. Quando aveva poco più di un anno venne a mancare la madre ventitreenne Elisabetta. Passati solo quattro anni anche il padre ventisettenne raggiunse la moglie nell’al di là. Che la malasorte si accanisse contro la famiglia Durlato è purtroppo un fatto triste ma vero, dato che pure Vicenzo era rimasto privo del padre alla tenera età di 2 anni.
Sempre nell’ultimo decennio del settecento, oltre che dei genitori, Giovanni rimase senza la nonna paterna Giovanna, morta a santo Stefano di Volpino (Zimella – VR) e senza i nonni materni Antonio e Domenica venuti a mancare entrambi a Montorso.
I documenti non rivelano con quali parenti il piccolo Giovanni avesse in seguito convissuto fino all’età di 20 anni. Si conosce che nel 1812 espresse il desiderio di convolare a nozze con la pari età Angela figlia del fu Bortolo Bevilacqua e di Domenica Lovato di Montebello. Entrambi minorenni avevano pertanto bisogno dell’assenso dei genitori o di chi per essi. Ma mentre per Angela non esistevano ostacoli, per Giovanni, solo al mondo, si dovette ricorrere al Giudice di Pace di Lonigo, il signor Agostino Maparolo, in data 16 aprile 1812. Tre giorni prima, Antonio Bastianello (un omonimo) era stato nominato tutore di Giovanni mediante un atto del Consiglio di Famiglia. Perciò quel 16 aprile furono convocati a Lonigo tutti i seguenti parenti del giovane Giovanni Durlato perché esprimessero il loro consenso al matrimonio:

Girolamo Longo del vivente Francesco di anni 22, ammogliato con figli, villico, nulla possidente, domiciliato nella “comune” di Arcole, primo cugino del minore e parente di 4° grado, Francesco Longo del fu Santo di anni 57, nativo ed abitante in Arcole, di professione agricoltore,  possidente, zio del minore suddetto e parente in 3° grado, Santo Longo del fu Antonio di anni 36, domiciliato in Locara, ammogliato, nulla possidente di professione agricoltore, primo cugino del minore suddetto e parente in 4° grado dello stesso.
Tutti questi tre soprascritti dal lato paterno Gio.Batta Vanzo di Giovanni nativo e domiciliato a Montorso, di anni 36, vedovo, nulla possidente, zio del minore e parente in 3° grado dello stesso Fidenzio Rossetto del fu Lorenzo di anni 38, domiciliato a Sorio, ammogliato, nulla possidente, zio del minore e parente in 3° grado con lo stesso di professione agricoltore, Francesco del fu Giuseppe Dal Monte di anni 57, ammogliato con figli, nulla possidente, di professione facchino, nativo di Montorso e fin dalle fasce domiciliato a Lonigo, primo cugino e parente in 4° grado del minore suddetto.

Alla fine del Consiglio di Famiglia, il Giudice di Pace così si espresse: …l’odierna convocazione ha per oggetto di dare il proprio parere sulla convenienza del matrimonio che il minore Giovanni Zurlato (Durlato) intende contrarre colla minorenne Angela Bevilacqua del fu Bortolo e di Domenica Lovato di Montebello e ciò atteso essere tutti morti i di lui ascendenti. Sentito il tutore, il quale ha concluso perché sia accordato al minore il permesso di potersi ammogliare colla predetta Bevilacqua.
Il Consiglio considerando che il minore Giovanni Zurlato (Durlato) ha bisogno di persona che possa in qualche modo tenere in assetto le sue robe, non avendo per sua parte alcun ascendente collaterale.
Considerando che la predetta Angela Bevilacqua è giovane di onesti costumi e che è capace di accudire agli affari della famiglia, ha ad unanimità, dietro il nostro sentimento, determinato di accordare e permettere al minore Giovanni Zurlato (Durlato) predetto di potersi unire in matrimonio con Angela Bevilacqua

Il matrimonio fu celebrato due giorni dopo (18 aprile 1812) presso il municipio di Montebello alle sette di sera.
Dal rogito stilato precedentemente dal notaio Gio.Paolo Cenzatti, in occasione dell’assenso al matrimonio dato ad Angela dalla madre, si evince dove i due novelli sposi abitassero a Montebello prima della loro unione: la sposa nella contrada del ponte delle Asse e Giovanni Durlato in quella del Vanzo. Praticamente vicini di casa quindi, situazione che certamente ne aveva favorito la reciproca conoscenza. (OTTORINO GIANESATO)

FOTO: Una delle classiche foto, in posa a ricordo del matrimonio, a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Umberto Ravagnani

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L’AMBULANZA VOLANTE A MONTEB.

[385] L’AMBULANZA “VOLANTE” IN PIAZZA A MONTEBELLO

La politica espansionistica di Napoleone del primo decennio dell’Ottocento aveva favorito la riorganizzazione del corpo sanitario militare adattandolo alle esigenze di un nuovo modello di guerra.
Fin dal 1805 l’incessante e continuo movimento dei vari corpi d’armata all’interno del territorio italiano aveva indotto le autorità a pensare e favorire un massiccio ricorso al servizio sanitario non solo civile. Per finalizzare questo progetto fu istituito un corpo militare di presidio per prestare soccorso ai soldati malati o feriti durante le marce e i trasferimenti. L’abitato di Montebello, attraversato nel suo bel mezzo dalla Strada Regia, al tempo in cui ancora non esisteva la circonvallazione alla sinistra del torrente Chiampo, vide stazionare lungamente un’ambulanza militare, chiamata volante”, proprio nella piazza antistante il municipio. Si trattava spesso di una carretta coperta da un telone, trainata da 4 cavalli, la cui gestione era affidata a un consistente gruppo di addetti della sanità, anche di sesso femminile, diviso in piccoli nuclei che si alternavano nell’arco della giornata. La piena funzionalità di questo servizio era poi garantita, come nel caso di Montebello, località di tappa, grazie alla disponibilità di un sanitario civile presente, per l’appunto, all’interno dell’ospedale allora situato in piazza.
Dell’esistenza di questo insolito veicolo sulla piazza di Montebello, la si viene a conoscere in occasione di un triste evento accaduto in contrada Borgolecco. Infatti nel primo pomeriggio dell’11 gennaio 1807, l’Ufficiale di Stato Civile di Montebello, Antonio Fuga, di recò in questa strada, nel palazzo Sangiovanni, dove stanziava un presidio di soldati francesi, per accertare come il freddo inverno, con le sue insidiose malattie, si fosse portato via per sempre il piccolo Agostino Barà di soli 9 giorni. Il neonato era figlio di Pietro e di Aurelia Berti, coniugi, entrambi facenti parte dell’equipaggio dell’ambulanza militare presente da tempo in paese. In questa occasione, come voleva la prassi, fu necessaria la testimonianza di due persone, nella fattispecie dei due trentanovenni Antonio Criconia, industriale, e Sebastiano Gabrieli impiegato comunale.
È un po’ singolare il fatto che una donna militarizzata, tanto più se incinta, potesse ricoprire questo incarico che richiedeva la massima prestanza fisica. Tutto si può spiegare se Pietro Barà e Aurelia Berti, all’atto dell’entrata in servizio non fossero ancora sposati o che tutto si sia poi evoluto durante la loro permanenza a Montebello come addetti all’ambulanza.
Comunque Aurelia Berti doveva sicuramente appartenere a quel nutrito gruppo di donne, particolarmente coraggiose, al quale competeva in battaglia, e non solo, di sovraintendere soprattutto a ciò che riguardava l’alimentazione e l’igiene. E’ grazie alla comparsa di queste donne forti se il numero delle perdite dei soldati si ridusse drasticamente.
I loro compiti andavano ben oltre le mansioni per le quali erano state ingaggiate; all’occorrenza, erano in grado di imbracciare con perizia un fucile.
Non per niente Napoleone insignì quattro di loro della Legion d’Onore, onorificenza di solito riconosciuta ai combattenti maschi.
Pertanto appare evidente come l’ambulanza militare e i suoi sanitari non si limitarono ad affrontare il problema costituito dal continuo movimento delle truppe e quello dell’assistenza del crescente numero di soldati inabili inviati in licenza di convalescenza alle proprie case.
Non si sa quanto a lungo l’ambulanza militare napoleonica stazionò nella piazza del mercato di Montebello.
Certamente pochi anni, dato che nel 1815, in seguito alla sconfitta di Napoleone a Waterloo, arrivarono gli austriaci che rimasero ininterrottamente nel Veneto fino all’estate del 1866. (OTTORINO GIANESATO)

NOTE:L’AMBULANZA MILITARE consisteva di un cassone montato sul telaio di un carro a 4 ruote, capace di contenere 6 malati o feriti, 4 cavalli condotti da 2 carrettieri, 6 materassi, 6 barelle a cinghie, 1 cassa per strumenti chirurgici, 1 cassa per i medicamenti, 50 kg. di filacce e 50 kg. di tela per bendature. Questa era la versione francese del 1805, ma ne esisteva anche una italiana del tutto similare. Nel 1808/1809 l’ambulanza diventò una carretta a 2 ruote, pertanto più agile della precedente. Tra le tante dotazioni vantava un elaborato numero di medicine comprendente 22 composti chimici diversi, 5 tipi di cerotti per vari usi.

IMMAGINE: Una bella riproduzione di una vecchia ambulanza di epoca napoleonica (da HAT Industrie).

Umberto Ravagnani

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DON GIROLAMO DALLA BARBA

[384] DON GIROLAMO DALLA BARBA

Molte persone di Montebello ci hanno gentilmente messo a disposizione i loro ricordi fotografici del periodo nel quale frequentavano la Scuola Elementare. Le foto acquisite sono veramente tante per cui abbiamo fatto una selezione dando la priorità alle più interessanti e significative. Naturalmente per quanto riguarda i primi decenni di vita della “scuola vecchia” di Montebello non è stato possibile rinvenire materiale fotografico, in gran parte andato perduto, ma soprattutto perché, fino a tutto l’Ottocento, era poco diffuso e, soprattutto costoso farsi fare una fotografia. Una sola foto del nostro archivio, risalente al 1872, con l’Insigne maestro Don Girolamo Dalla Barba e un gruppo di suoi scolari, rappresenta degnamente questo periodo primordiale della Scuola Elementare da poco tempo costruita. Nella foto vediamo solo una piccola parte degli scolari di questa classe considerato che, in quell’anno scolastico, il maestro Don Girolamo Dalla Barba aveva nella “Scuola diurna” ben 63 alunni dai 9 ai 13 anni e, nella “Scuola serale”, 69 alunni dai 14 ai 33 anni. Questo maestro ha insegnato a Montebello Vicentino dal 1860 al 1881, dapprima nella vecchia Canonica e poi nella nuova Scuola Elementare.
A partire dal 15 settembre 1860, fino al 1870, era in vigore la legge Gabrio Casati, che si ispirava al modello austro-ungarico, sia nell’impianto generale che nel sistema organizzativo fortemente gerarchizzato e centralizzato. Si propose, inoltre, di contemperare diversi principi: il riconoscimento dell’autorità paterna, l’intervento statale e l’iniziativa privata. A tal proposito, la legge sancì il ruolo normativo generale dello Stato e la gestione diretta delle scuole statali, così come la libertà dei privati di aprirne e gestirne di proprie, pur riservando alla scuola pubblica la possibilità di rilasciare diplomi e licenze.Il registro di scuola del maestro Don Girolamo Dalla Barba ci dice che i suoi alunni erano suddivisi in due sezioni, ‘diurna’ e ‘serale’. Nell’anno scolastico 1872-73 le lezioni si svolgevano, presumibilmente, nella nuova Scuola Elementare, da poco tempo costruita. In quel periodo molti capifamiglia esercitavano lavori piuttosto poveri, erano soprattutto muratori, calzolai, fabbri o pastori e, solo in piccola parte, potevano vantare un buon reddito, come, ad esempio, i possidenti o gli impiegati nella ferrovia, lavori che garantivano un certo benessere alla propria famiglia. Nella tabella, mostrata qui a fianco, viene riportato il numero di alunni, provenienti dalle varie ‘contrade’ del paese, che frequentavano le due sezioni della nuova scuola elementare: erano ben 132 (alcuni dati sono mancanti). E’ altresì interessante constatare come i nomi delle contrade siano cambiati pochissimo negli ultimi 150 anni e che solo alcuni di questi sono definitivamente scomparsi. (Da “LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO” di Ottorino Gianesato, Umberto Ravagnani e Maria Elena Dalla Gassa).

FOTO: 1) Il maestro Don Girolamo Dalla Barba con alcuni alunni nell’anno scolastico 1872-73. Don Girolamo ha insegnato a Montebello Vicentino dal 1860 al 1881, dapprima nella vecchia Canonica e poi nella nuova Scuola Elementare (APUR).
2) La tabella riporta il numero di alunni, provenienti dalle varie ‘contrade’ di Montebello, che frequentavano le due sezioni della scuola elementare.

NOTE: ⁕ La legge Gabrio Casati era ispirata ad una concezione dell’educazione essenzialmente elitaria, nella quale veniva dato ampio spazio all’istruzione secondaria e superiore (universitaria) ma scarso risalto a quella primaria (non a caso la legge iniziava con la disciplina dell’istruzione superiore e non, come sarebbe stato più logico, con quella dell’istruzione elementare). Tracciava inoltre una netta separazione tra la formazione tecnica, volta a formare la classe operaia specializzata, da quella classica, di stampo umanistico, volta a formare le classi dirigenti. D’altro canto riconosceva una certa parità fra i due sessi riguardo alle esigenze dell’educazione (da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

Umberto Ravagnani

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STORIA DI ORDINARIA…BURO

[383] STORIA DI ORDINARIA…BUROCRAZIA

Primo settembre 1871. Erano passati solo cinque anni da quando il Veneto era entrato a far parte del Regno d’Italia governato dai Savoia, ed era giunto il momento di voltare pagina sul metodo e sulla gestione dell’Anagrafe Civile Comunale. Da questo momento quindi non fu più solo il parroco a occuparsi dei movimenti della popolazione mediante la doppia tenuta dei registri sia religiosi che civili. Le parrocchie continueranno in seguito comunque a produrre tutte quelle registrazioni di cui la chiesa fu incaricata di fare fin dal 1563 alla conclusione del Concilio di Trento.
Non era la prima volta che veniva istaurata l’anagrafe civile visto che, durante l’occupazione dei francesi di Napoleone, per meno di una decina di anni, i comuni si occuparono a pieno titolo dell’anagrafe, ma dopo il 1815 tutto cambiò nuovamente con l’avvento degli austriaci. Resta assodato che in quei primi decenni dell’ottocento, quanto scritto dagli impiegati comunali in materia di nascite, morti e matrimoni è oggi per noi una vera miniera di informazioni rispetto alle parallele, fredde e schematiche registrazioni eseguite dai parroci.
In quei primi decenni dell’ottocento, per dirigere l’Anagrafe i Comuni si avvalsero degli Ufficiali di Stato Civile coadiuvati da cursori e impiegati. I nomi di alcuni di loro: Antonio Signorini, Giuseppe Molinello, Giovanni Pizzardini, Giuseppe Fuga, tutti ufficiali, gli impiegati Sebastiano Gabrielli, Gian Paolo Cenzatti, e Giacomo Frigo e il cursore (messo comunale) Bernardo Burion.
Con la nuova anagrafe le vecchie figure professionali, come le levatrici, da questo momento furono incaricate di controfirmare documenti di nascita (e qualche volta spesso anche di morte) dei nuovi venuti al mondo. La prima levatrice segnalata nei registri fu tale Guarani Domenica, nel 1871 ultrasessantenne, non più giovanissima quindi, ma data l’età, molto esperta, che dopo aver assistito ai parti apponeva in calce ai documenti una bella croce non sapendo né leggere né scrivere. Ciò nonostante professionalmente fu molto apprezzata dai compaesani. Figlia di Alessandro e Bevilacqua Girolama, se andò per sempre nel 1878 all’età di 69 anni.
Domenica Guarani fu sostituita dalla nuova levatrice per il comune di Montebello Anna Giongo Sella.
A Montebello a inaugurare il nuovissimo e immacolato registro delle nascite fu il piccolo Grandis Candido e in seconda battuta la bambina Zuffellato Antonia. Per completare il podio il neonato Mengato Angelo.
Nel 1871 il primo Ufficiale dell’Anagrafe del comune di Montebello fu il trentenne Giacomo Trevisan, figlio di Giuseppe e di Giustina Giara, casualmente omonimo, ma non discendente o parente, del Capitanio e Podestà di Vicenza che governò la città nella seconda metà del settecento. La sua bella e leggibilissima grafia apparve per lungo tempo sulla documentazione comunale.
Purtroppo nel pomeriggio di giovedì 17 settembre 1891 il cuore del cinquantenne Giacomo Trevisan improvvisamente cessò di battere. Dopo 20 anni di onorato servizio se ne andò per sempre l’Ufficiale dell’Anagrafe che svolgeva egregiamente pure le funzioni di Segretario Comunale.
La sua dipartita non fu priva di complicazioni burocratiche dal momento che alcuni atti di morte e di nascita che venivano preparati dagli impiegati dell’anagrafe dovevano, una volta completati, essere controfirmati dall’Ufficiale designato, nella fattispecie il signor Giacomo Trevisan. Cosa che non avvenne a causa della sua repentina e inaspettata morte. Restavano da firmare gli atti di nascita n° 106 e 107 e quelli di morte n° 72, 73 e 74. Il numero 75, relativo allo stesso Giacomo Trevisan, venne validato dall’Ufficiale di Anagrafe, signor Zanetti.
Il 16 ottobre 1871, per regolarizzare questa difficile, inaspettata e delicata situazione, il Procuratore del Re presso il Tribunale di Vicenza riunì i giudici presso la Camera del Consiglio. Gli impiegati del Comune di Montebello, Angelo Pozzan e Feliciano Callegari che avevano compilato quegli atti che ora erano rimasti senza firma, confermarono la veridicità dei documenti (in seguito Feliciano Callegari fu nominato Ufficiale di Stato Civile di Montebello).
Alla fine della seduta il Presidente del Tribunale deliberò salomonicamente che il nuovo Ufficiale dell’Anagrafe di Montebello apponesse la sua firma sugli atti che ne erano privi a causa della repentina scomparsa del segretario comunale.
Ma occorreva scomodare il Tribunale Civile e Penale per arrivare a tanto? Così imponeva, e impone tutt’oggi la burocrazia. (OTTORINO GIANESATO)

FOTO: Un registro delle nascite di Montebello-Agugliana del 1815 ancora ben conservato.

Umberto Ravagnani

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COGNOMI MOLTO LONGEVI

[382] COGNOMI MOLTO LONGEVI

Alcuni documenti dell’Archivio Parrocchiale di Montebello, senza un collegamento logico con gli altri con essi conservati, riportano notizie molto interessanti che riguardano i cognomi del nostro paese. Riportiamo qui la trascrizione dei due più significativi.

«19 Febbraio 1822

Conforme l’uso cristiano anche qui i defunti delle famiglie benestanti venivano seppelliti nella Chiesa Prepositurale oppure nell’Oratorio di S. Francesco come lo addimostrano le lapidi che in esso si conservano, la più antica delle quali risale al 1582. Però molte di più e di epoca più lontana dovevano essere quelle della Chiesa Prepositurale ma purtroppo molte furono distrutte, però sino al 1798* epoca in cui cessò l’accennato uso ben 235 defunti furono in questa Chiesa tumulati e d’alcuni diamo il sito che occupavano.
I R.R. Prevosti venivano seppelliti nel Coro, li semplici sacerdoti in tomba comune presso il coro stesso.
Nella Cappella di S. Brigida avevano tomba le famiglie Million e Million nob. Chiarello. In quella di S. Martino le famiglie Frigo, Crosara, Costa e Miolati. In quella della Concezione le famiglie Agnolin e Zuffellato. Le famiglie Celadon e Tomba in quella di S. Giuseppe. Le famiglie Fuga, Ruzzene presso l’altare di S Croce e in quello del S. Rosario la famiglia Camèra. Aveva sepolcro proprio presso la porta laterale la famiglia dei nobili Sangiovanni (ancor prima del 1500?). Le famiglie Pellizzari, Collalto, Billo e Ferro nell’andito maggiore.
Sotto l’organo le famiglie Gianese e Marchetto. Presso la porta maggiore le famiglie Gobbi, Muzzi, Donadello, Dalla Grana. Tomba di Milion Francesco di anni 12 e la sua sorella Angelica di anni 6 nello stesso giorno tumulati (1701). Sulla tomba del Prevosto Caprini è collocata questa lapide: (manca il testo).

22 Marzo 1838

Famiglie che esistevano nel 1600 e la cui discendenza si conserva tuttora.
Miolati. Negretto (oriundi da Arzignano). Pellizzari (1660 oriundi da Trissino). Scapin. Storato. Sgreva. Nardi. Gianese. Longo (da Vicenza). Valbona. Bevilacqua. Crosara. Dalla Grana. Zanesco. Valentini. Lovato. Penasa (1690). Signorini. Celadon. Pizzardini. Cerato. Baldisserotto. Bacilioro (1690). Cenzatti. Grumolato. Pellizzaro (1690). Brendolan. Schiavo. Colla. Cristofari (1699). Bonomo (1699 da Gambellara). Pretto (oriundi da Trissino 1690). Albertini (da Sambonifacio 1691). Bortolamai (1690). Dal Cortivo (1690). Castegnaro (da Zermeghedo 1690). Fanton (da Chiampo). Cisco (1698 da Chiampo). Ziggiotto. Giusti (da Posina). Ruzzene. Pajarin. Gallo.
Nel 1700. Tasson (da Montorso). Agnolin (1704). Arguello (da Venezia 1704). Pieropan (da Agugliana 1720). Bonvicini (dal Lombardo, qui sposa Lucia Garzetta di Lorenzo qui domiciliati). De Cristoferi (1700). Bassetto (oriundo di Vicenza 1706). Ceresato (1708). Bortolamai (1709). Tibaldo (1709). Cenzi (da Arzignano 1709). Gagiarsa (da Montecchio M. 1700). Guarda (1714 Agugliana). Braggio (da Lonigo 1714). Camerlo (1714 da Montecchio M.). Zuffelato (1710 da Arzignano). Feltre (1718). Pajusco (1723 dalla parrocchia di S. Felice in Vicenza). Frighetto. Massari. Prosdocimo. Michelini (1714). Guarda Francesco e fratelli (1715). Rossato (da Marostica 1716). Limonato. Bassetto. De Biasi (1719). Bettero (1719). Martello (1719). Guerra (1716 da Udine). Zoccante (1719 da Vestena). Mion (1720). Brasco conte Alessandro (era qui nel 1721). Andriolo (ora Andrioli 1720).
Gardini (1721). Simonato. Gualda. Fasolato (1722). Perin (da Lonigo 1723). Fornasa (1723). Costa (da Selva di Cadore 1710). Rossetti (qui possidenti abitavano a Vicenza). Fuga (1714 farmacista oriundo da Treviso). De Franceschi (1714 da Castelgomberto). Miolato (dottor 1717). Sangiovanni (conti). Castellani. Viviani. Andrea Quinto figlio del conte Giovanni Francesco Quinto. Gabriele dei Gabrieli (da Bergamo). Righi. Chiarello (1700 da Vicenza parrocchia di S. Pietro). Grandis (da Caldogno Lodigiano 1726). Bedin (oriundo da Villabalzana).
Oltre a quelle famiglie del 1600 sono da aggiungere le seguenti: Benvegnù. Milion. Zampironi. Bari. Donadello. De Luca. Fasolato. Collalto. Ghelfo. Bimbino. Sgreva. Signorini. Sala. Longhini. Zambellin. Celadon. Camera. Sbalzo. Baciliero. Campi. Maschio. Perona. Nicolato. Valmarana (conti). Trombetta. Scaramella. De Tomasi Mastrotto.» (Da documenti sfusi dell’Archivio Parrocchiale di Montebello trascritti anche dal prof. Luigi Bedin nel suo libro “Santa Maria de Montebello” Vol. II).

IMMAGINE: Ricostruzione, in base a un disegno del 1725, della Chiesa di Montebello precedente a quella attuale. Un muro circondava quasi completamente la Chiesa e al suo interno vi era il cimitero. La facciata era rivolta a ovest.

NOTE: * La data del 1798 è riportata in relazione alla costruzione della nuova Chiesa di Santa Maria di Montebello. In realtà la legge napoleonica sui cimiteri fu promulgata nel 1806. Prima della pubblicazione dell’editto di Saint-Cloud, voluto da Napoleone Bonaparte nel 1804, esteso all’Italia nel 1806, si era soliti seppellire i defunti, specie quelli di ceto elevato e quelli religiosi, all’interno delle Chiese o nelle immediate vicinanze, quasi a voler implorare la protezione divina sui morti. Napoleone dispose il divieto di seppellire i defunti non solo all’interno delle Chiese, templi, sinagoghe, ospedali, cappelle pubbliche o luoghi chiusi dove i cittadini si riunivano per la celebrazione dei loro culti, ma anche all’interno delle comunità. I cimiteri dovevano essere costruiti almeno alla distanza di 35-40 metri dai luoghi abitati, su terreni espressamente consacrati per l’inumazione dei morti. Dovevano essere costruiti in posizione elevata, esposti a nord in luoghi soleggiati ed arieggiati per garantirne la ventilazione da eventuali cattivi odori ed essere cinti da mura di almeno due metri di altezza.

Umberto Ravagnani

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I LEGIONARI MONTEBELLANI

[378] I LEGIONARI MONTEBELLANI

Nel 1831, il re di Francia Luigi Filippo d’Orleans, a supporto della conquista dell’Algeria, penso di istituire un corpo militare che, ingaggiando gli stranieri provenienti da ogni parte, potesse difendere i suoi interessi d’oltremare, non solo quelli in Africa. Un esercito formato da soggetti senza patria che non avevano nulla da perdere e la cui morte forse non avrebbe fatto piangere nessuno.
Anche se questa formazione militare fu impiegata in quasi tutte le colonie francesi, gli appassionati di cinema ricordano soprattutto le numerose scene girate tra le sabbie del deserto del nord Africa che raccontano la storia di quei soldati dal caratteristico berretto mentre vagano assetati tra le dune.
Dal lontano 1831 furono centinaia di migliaia i giovani che da ogni parte del mondo entrarono nelle fila della cosiddetta “Legione Straniera”. Per restare in Italia non vi era paese che non avesse, o non avesse avuto, qualche cittadino che si fosse arruolato volontario nel corpo della legione. Altissimo fu il numero di quelli che vi aderirono nell’immediato dopo guerra 1940-1945 per poi diminuire sensibilmente, col passare degli anni, fino a quasi sparire, almeno da noi. Dal 1831 fino al 2014 sono stati 60.000 gli italiani che hanno militato in questo esercito.
Abbiamo notizia di un montebellano che forse fu uno dei primi in paese, se non il primo, a raggiungere le assolate sabbie nord africane. Questo lo si venne a sapere all’indomani della comunicazione arrivata al comune di Montebello da parte del signor Botteri, console italiano in Algeria, che dalla città di Bona inviò la documentazione il 23 novembre 1880. L’informativa del consolato italiano arrivò al comune di Montebello solo nell’aprile del 1881. In quell’anno l’Ufficiale di Stato Civile del comune era il signor Giacomo Trevisan.
Da questa si seppe che tale Antonio Zuffellato, figlio di Natale e di Maria Biasin era venuto a mancare alle ore 8 della sera del 21 giugno 1880 all’età di 31 anni (33!) nell’ospedale militare di Guelma, una popolosa e ricca città algerina.
Guelma, anticamente chiamata Calama, si vanta ancor oggi di possedere un anfiteatro romano e delle sorgenti termali. Si trova nella costa nord orientale dell’Algeria a una quarantina di chilometri dalla sponde del mar Mediterraneo. Poco distante ci sono pure i confini con la Tunisia.
Antonio Zuffellato si trovava in questa città perché tra le sue mura esisteva la sede di un importante campo militare permanente. Fin dal 1834 la provincia di Guelma, appartenente al distretto di Costantina, fu invasa dai coloni francesi che scacciarono violentemente gli antichi abitanti per appropriarsi dei fertili terreni. Né più né meno come avviene, ed è avvenuto in un recente passato, in Palestina.
Tornando all’ospedale di Guelma, la comunicazione arrivò pertanto solamente nove mesi dopo la scomparsa del giovane Antonio. La relazione scritta fu rilasciata in carta libera in conformità dell’Art. 15 della Legge del 13 Brumaio anno VII, in applicazione dell’art. 80 del “Codice Napoleonico”. Bisogna sapere che Napoleone III era decaduto già ne1871 e quindi per la Francia era iniziata la Terza Repubblica che durerà una settantina di anni. Ciò nonostante i regolamenti vigenti erano ancora quelli napoleonici.
Non si conoscono le cause della morte del legionario Antonio Zuffellato. Forse in seguito a ferite riportate in combattimento, forse per una delle contagiose malattie che affliggevano quei luoghi.
La relazione della sua scomparsa fu redatta dal soldato Camille Martel, scrivano dell’ospedale, e dall’infermiere caporale Jaques Borel e sottoscritta dal sindaco di Guelma, signor Chantord.
Antonio Zuffellato non fu il solo originario di Montebello a finire i suoi giorni in quelle lontane terre del nord Africa, come qui di seguito si legge. Infatti alle ore 11 del mattino del 23 maggio 1892, all’ospedale militare di Medea, città a circa 80 chilometri a sud ovest di Algeri situata a quasi 1.000 metri di altitudine, venne a mancare, all’età di 34 anni, il montebellano Lora Antonio del fu Augusto e della fu Mariona Lucia, da civile di professione contadino. (Il suo presunto arrivo in Africa fu posteriore al 1885). In quella triste occasione furono testimoni gli infermieri militari Henry Delarue e Constant Lair, entrambi addetti all’ospedale. Dai documenti si sa poi che, prima del ricovero, il povero Antonio Lora era di stanza presso la località Husery – Ben – Alì (?). L’atto di morte fu redatto dall’Ufficiale di Stato Civile di Medea, il signor Jean Cesar Segond, su incarico del sindaco della città.
Anche in questo caso la comunicazione della scomparsa del contadino montebellano arrivò tardivamente in Italia, quasi due anni dopo, ossia nel marzo del 1894. Non si conosce se questa informativa fosse stata possibile solo perché a Montebello si sollecitò la ricerca di Antonio Lora, visto il prolungarsi della sua già lunga assenza con mancanza di notizie, o se fosse la prassi militare.
Nel 1979 a Trapani è stata fondata l’associazione A N I E L che raggruppa alcune centinaia di ex legionari. Oggi questo sodalizio si trova a Vicenza e tutela gli interessi dei volontari che hanno militato nelle fila della “Legione Straniera”. OTTORINO GIANESATO

FOTO: Una cartolina di fine ‘800 con un gruppo di soldati della ‘Legione straniera’ francese in nord Africa.

Umberto Ravagnani

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LA SCUOLA DI UNA VOLTA

[377] LA SCUOLA DI UNA VOLTA

Anche a Montebello, negli anni 50, 60, 70 del Novecento, la scuola era completamente diversa da quella di oggi. L’imposizione scolastica finiva con la quinta elementare, ma molti ragazzi non terminavano l’obbligo perché i loro genitori li tenevano a casa per avere un aiuto nel loro lavoro. Solo chi viveva in una famiglia con possibilità economiche continuava gli studi andando alla Scuola media o all’Avviamento e poi alle Scuole superiori e all’Università. Le aule erano grandi ma spoglie, i banchi erano di legno, avevano il calamaio incorporato ed erano disposti in file ordinate e la cattedra era messa sopra ad una pedana. Oggi vi proponiamo la testimonianza di Luigi Bedin con i suoi ricordi della scuola elementare nei lontani anni 50.
«Grembiule nero e cartella, percorrevamo silenziosi, al mattino, la stradella delle Carpane accompagnati dalla poca acqua che scorreva nel fossato a destra.
Acqua che spariva nel condotto che passava sotto l’Oratorio; noi svoltavamo a sinistra e, una volta sorpassata la grande croce di legno appesa alla parete della chiesa, si presentava l’edificio della scuola elementare con i grandi portoni aperti.
All’Avvento e alla Quaresima però, giunti al fianco della scalinata della chiesa, ci intercettava il prevosto che, vigile e austero, dall’alto dei gradini ci obbligava ad entrare in chiesa per ascoltare la predica che il frate, dall’alto dell’ambone, ci ammanniva condita di peccati, diavoli, ragazze, balli etc. Il ritardo nell’ingresso a scuola creava un serio dibattito – prima il piacere o il dovere? -, tra maestro e sacerdote, ma a noi tale ritardo non dispiaceva. Della permanenza mattutina tra i banchi di legno, sporchi d’inchiostro, ho vari e vaghi ricordi: ispezione alle mani, alle ginocchia, ai capelli; progressioni numeriche per 2, per 3, per righe di a, b, c…; verbi irregolari, tabelline etc. Quelle che ben ricordo sono le birichinate che si combinavano, con la corresponsabilità del maestro.
Questi spesso spariva dalla classe con alcuni scolari per ritornare anche dopo ore con anguille, uova, sacco di letame che caricava sulla sua “topolino c”. Lasciati soli, seduti sul pavimento di legno a ripassare i verbi, facevamo colare la farina tra le fessure del pavimento, farina che scendeva sulla testa del maestro nell’aula sottostante con prevedibili reazioni. Durante l’intervallo, uscendo dalla porticina del muro del cortile, si catturavano i grilli nei prati di Stocchero, grilli che, lasciati trascinarsi sul banco scolastico, dopo averli inzuppati nell’inchiostro, ci permettevano di attuare la raschiatura del banco con il vetro, per riportarlo a lucido anche con l’uso della carta vetrata; consenziente il maestro.
Gli orti erano quasi tutti nostri per cui in primavera dedicavamo varie ore all’agricoltura.
Certo che le verdure venivano bene! Attingevamo l’acqua che veniva dai gabinetti delle scuole. La ricompensa per il lavoro era fantastica. Seduti all’ombra delle piante nel cortile il maestro ci portava con i Mille alla presa della Sicilia. Quarto, Marsala, Camicie rosse, Garibaldi, Teano è tutta la storia che ho appreso in quinta classe.
Campanella suonata dal bidello Angelo Conterno, fila, uscita dal gran portone di legno e poi la solita stradella delle Carpane, ma tutto era diverso dal mattino.
Sole, fionda, lucertole da centrare, fiorellini nell’erba sotto il muro, qualche violetta nella scarpata del fosso, chiacchiere, litigi e si giungeva a casa anche dopo un’ora dall’uscita dalla scuola; trecento metri percorsi. Rimbrotti familiari per i ritardi, pranzo, compiti sotto la vigilanza della mamma che ci aiutava a recuperare quanto poco fatto, e poi oratorio e i giochi che don Francesco o don Michele vigilavano, a modo loro, cioè usando spesso la mano in caso di litigi o parolacce volontarie o sfuggite. E il giorno successivo si riprendeva.» (Da “LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO” di Ottorino Gianesato, Umberto Ravagnani e Maria Elena Dalla Gassa).

FOTO: Ragazzini degli anni ’50 si preparano a raggiungere la scuola nella stradella delle Carpane (ricostruzione grafica di fantasia).

Umberto Ravagnani

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IL PIÚ BUONO DELL’ANNO

 

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DA UN MONTEBELLO ALL’ALTRO

 

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IL PONTE SULL’ACQUETTA

 

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L‘UCCELLINO E LA MINIERA

 

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IL CANTO DELLA STELLA

 

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L’UFFICIO POSTALE DI MONTEB.

 

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LA SAGRA DI SAN FRANCESCO

 

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IL CARRETTIERE SCOMPARSO

 

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GEMMA BERTONCIN

 

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DALLE STALLE ALLE STELLE

 

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DUE SACERDOTI DEL PASSATO

 

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IL TRENO DEI DESIDERI

 

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LA MAESTRA CATERINA BERGAMI

 

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L’HOBBY DEI CAPITELLI

 

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IL VALORE DELLE DONNE

 

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LA NOBILE ECLETTICA PITTRICE

 

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MEMORIA PER ARRIGO PEDROLLO

 

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IL CAPORALE SUL VAJONT

 

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DUE FAMIGLIE RAMPANTI

 

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NASCE IL VOLLEY FEMMINILE

 

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L’ORATORIO DI SANT’EGIDIO

 

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IL TEATRO A MONTEBELLO

 

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PROFUMO DI ESSENZE DI MONT…

 

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