NASCE IL VOLLEY FEMMINILE

[356] NASCE IL VOLLEY FEMMINILE
Una squadra di pallavolo femminile a Montebello (di Maria Rosa Trentin)

Ad ulteriore conferma del fatto che Maria Rosa Trentin ha dedicato, con impegno fin da giovane, molte energie per aiutare i nostri ragazzi a crescere nel migliore dei modi, riportiamo oggi un suo scritto sulla nascita della squadra di pallavolo femminile a Montebello. Il suo racconto si riferisce ai primi anni 60 del Novecento:

« Voglio oggi lasciarmi andare un po’ ai ricordi della mia giovinezza, sempre belli, perché vissuta in serenità, con gioia, con tanti affetti, con amicizie care e appaganti con le quali ho condiviso anche dei momenti “esaltanti“.
Il pensiero va subito a quando ho avuto il grande piacere di far parte ad una squadra di PALLAVOLO. Qui a MONTEBELLO c’è sempre stata attitudine allo sport principalmente per i maschi, ma perché non coinvolgere anche delle ragazze?!
Ed ecco che l’idea, una grande idea è balzata nella mente di una SUORA, qui operante nella locale scuola materna diretta, appunto, dalle SUORE DOROTEE, ma sempre attenta ad accogliere e ad ascoltare anche noi ragazze che frequentavamo lì il Catechismo e poi ci fermavamo a chiacchierare, dialogare, porre quesiti alle Suore. Ma pure giocare e scherzare piene di voglia di fare perché allora non proporre anche a noi di impegnarci nello Sport?!
Pensato, detto fatto! Suor Albina Ragazzo (questo è il nome della Suora intraprendente) cogliendo l’assenso entusiastico di un gruppo di ragazze si è data da fare per trovare una persona competente in materia, ed ecco: Giovanni Dainese, interpellato, suggerire la formazione di una squadra di pallavolo ed offrirsi lui quale allenatore.
Iniziava così una bella avventura che ha portato noi ragazze a gareggiare con squadre importanti, partendo dal cortile della Scuola Materna, che ha visto i primi impegnativi allenamenti, fino a frequentare la nostra Palestra parrocchiale e poi cimentarsi in altri paesi con un nuovo allenatore sloveno che, se ben ricordo faceva di cognome Vidovic.

Io ricordo bene che pur piacendomi il gioco, pur impegnandomi negli allenamenti, non ero affatto brava, ma, vuoi perché ero la maggiore del gruppo, vuoi perché mi volevano tutte bene, mi hanno voluto quale Capitana della squadra.
Sì, entravo qualche volta in gioco, ma mi riusciva bene solo la battuta, così durava poco la mia permanenza in campo, quasi subito chiedevo la sostituzione. Comunque è un ricordo bellissimo che mi porto nel cuore sia dell’impegno che della bravura di ciascuna atleta, come dell’impegno dell’amatissima Suor Albina che, amante della montagna e in ricordo di VELO D’ASTICO, ha voluto che la squadra si chiamasse “LA GENZIANA” e le tute delle ragazze fossero di colore blu e le magliette di colore giallo con sul petto il simbolo del fiore da lei scelto, e, come pur restando a casa, ha seguito sempre gli sviluppi, i progressi e i risultati delle « sue care ragazze » che, come me, porteranno nel cuore un suo dolce, indimenticabile ricordo.
Sì, mi fermo qui per oggi con i ricordi perché mi ha preso anche la commozione, non solo nel ricordare Suor Albina ma pensando anche alle “3 tose che non ghe xe più“: Maria Pia Starace, Luisa Salgarolo, Biancarosa Nardi. Arrivederci lassù in PARADISO, magari a ricostituire una squadra che sarà eternamente vincente. »

Maria Rosa Trentin

FOTO: 1) La prima squadra di pallavolo di Montebello: 6. Graziella Guarda, 7. Angiolina Zigiotto, 10. Maria Teresa Andrighetti, 2. Bianca Celadon, 3. Biancarosa Nardi, 11. Liliana Fin, 9. Biancarosa Tonello, 8. Franca Castegnaro, 4. Pia Griffante, 1. Maria Pia Starace, Capitana Maria Rosa Trentin. Nella foto manca la numero 5 Luisa Salgarolo (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).
2) Maria Rosa Trentin e Suor Albina Ragazzo in una bella foto a Lavarone nell’agosto 1965 (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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L’ORATORIO DI SANT’EGIDIO

[355] L’ORATORIO DI SANT’EGIDIO
Le origini

A completamento dell’articolo pubblicato il 9 Mag 2019 sulla Chiesa di sant’Egidio di Montebello leggiamo oggi le vicende più antiche di questo luogo sacro poco conosciuto. La storia della Chiesa di Sant’Egidio, sorta vicino all’argine destro del Guà nei pressi dell’importante arteria stradale che collega Verona con Vicenza, è lunga e tormentata. Oggi la prof.ssa Sandra Vantini, nostra socia da molti anni, ci racconta come si svolsero i fatti a partire dalla data più lontana nel tempo che è riuscita ad individuare.

« S. Egidio è oggi un oratorio privato, situato vicino al ponte sul torrente Guà, noto come “ponte delle Asse”. I documenti hanno conservato la memoria della sua antica funzione di ricovero per viandanti, ma solo il [Prevosto] Capovin afferma che esso fu costruito “a spese della Comunità avanti il 1282”. Questa data, la più antica finora attestata, viene riportata da tutti gli storici locali, che la riprendono dalla Storia Ecclesiastica di Vicenza del Barbarano. Questi riferisce infatti che nel 1282, il 3 Febbraro, il vescovo di Vicenza Bernardo destinò alla fabbrica del Duomo le entrate della chiesa. Aggiunge ancora il Barbarano che di “S. Egidio, o Zilio… si trova memoria nell’anno 1352, nel quale le sue rendite furono dall’Arciprete del Duomo di Vicenza date ad affitto a F. Guardino”. Particolarmente interessante risulta l’informazione che “Questa chiesa viene chiamata Guarda in capo al Ponte di Montebello, dove anco viene nominato, fosse un hospitale…”.

Luogo e funzione trovano qui una loro precisa e stretta correlazione, a testimonianza di come nei passaggi obbligati degli itinerari di pellegrini e viandanti sorgessero nel medioevo luoghi di accoglienza e ricovero. La frase lascia intendere però che al tempo del Barbarano (XVII sec.) l’ospitale non esistesse più da tempo.

Nel monastero contiguo alla chiesa è invece attestata la presenza dei Carmelitani in un testamento nel 1529. Nello stesso secolo (1594) i rapporti tra Comune e istituzione religiosa sono documentati dagli statuti della Comunità di Montebello, che si obbliga a fornire ogni anno al padre priore della chiesa di S. Egidio “per limosina due torze, due candelotti, in tutto lire sei al tempo della Pasqua et altrettanto del Natale”. Pertanto nessun tipo di sostegno ad attività assistenziali (se mai era esistito) impegnava ancora la Comunità.

L’ospizio dei Carmelitani venne soppresso nel 1656, 29 aprile, con breve del Pontefice Alessandro VII, assieme all’altro convento di Montebello, quello dei Padri minori conventuali di S. Francesco. Come ricorda la cronaca manoscritta di Domenico Cenzatti, nel 1655 la Repubblica, avendo bisogno di denaro per sostenere la guerra di Candia contro il Turco, aveva presentato suppliche al Santo Padre affinché le concedesse i beni di alcuni monasteri. Mentre già nel 1659 risultano venduti all’asta il convento e i beni di S. Francesco (che furono acquistati per 700 ducati dal Castellani) la vendita delle proprietà fondiarie di S. Egidio sembra sia stata fatta solo nel 1689, a quel dottor Francesco Viviani che fin dal 1686 aveva acquistato dai Procuratori di Venezia la chiesetta, provvedendo l’anno seguente ad erigere un nuovo altare a S. Egidio (ma singolare risulta il fatto che nella stessa cronaca si attribuisce al 1650 un restauro ed ampliamento dell’oratorio ad un dott. Francesco Viviani; questa famiglia avrebbe quindi dimostrato interesse e devozione a S. Egidio ancor prima della soppressione apostolica). Lo stesso cronista avanza l’ipotesi che questi beni gli fossero ceduti dal Comune di Montebello, che li avrebbe acquistati nell’asta pubblica del 1659; ritiene infatti che la messa festiva che il Comune faceva celebrare dal maestro sacerdote fosse “probabilmente l’onere che esso stesso si impose nell’acquisto dell’ex convento di S. Egidio”.

La cosa non è improbabile visto che in quegli anni (1688) gli stessi contraenti erano impegnati in altro importante passaggio di proprietà legato al sostegno economico della guerra di Venezia contro i turchi: la vendita al Viviani del castello, che la Comunità di Montebello aveva acquistato dalla Repubblica nel 1597, e di parte dei beni comunali (127 campi).

Nel 1697, poi, un Francesco Viviani, provvide a restaurare ed ampliare tutta la chiesa “… come si rileva da uno scudo posto sopra l’arco del coro…”.

La comunità dei fedeli di Montebello rimase sempre legata a questa chiesa, sia per devozione al suo patrono, ritenuto protettore dei viaggiatori che transitavano sul vicino ponte (rimasto fino ad epoca recente un punto pericoloso di transito per pedoni e vetture), sia per l’antica pratica devozionale delle “rogazioni”. Previste anche dallo statuto comunale del 1594, queste processioni, in cui le autorità, religiosa e civile, percorrevano i confini comunali, quasi a controllo e presidio degli stessi, si trasformarono in epoca più recente in processioni annuali dei fedeli ai vari oratori della parrocchia, per chiedere la protezione divina sul territorio e sui raccolti. » (Dal libro “Dalla Mansione del Tempio alla Casa di Riposo San Giovanni Battista“, di S. Vantini – L. Dainese – E. Agnolin, 2001)

FOTO: 1) L’interno dell’oratorio di Sant’Egidio dopo l’ultimo restauro del 2021, pregevole lavoro di Michelangelo Valbona e Bruno Turetta (Umberto Ravagnani).
2) All’ingresso della Chiesetta è stata posta questa iscrizione a ricordo del primo proprietario privato, il dott. Francesco Viviani e dell’attuale, il prof. Livio Vittorio Palmiero (Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL TEATRO A MONTEBELLO

[354] IL TEATRO A MONTEBELLO

Oggi vogliamo parlare di teatro ricordando, in particolare, gli anni tra le due guerre mondiali. Fare teatro è un’esperienza che coinvolge, fa riflettere, entusiasma, avvicina agli altri; che siano le suggestioni dei compagni sul palco, o il sentire l’empatia degli spettatori che guardano e ascoltano. Quella teatrale è un’arte che stimola sia la fantasia che il pensiero critico, aprendo alla diversità, sviluppando emozioni.
Comunicando bellezza, arte e cultura, il teatro è un veicolo sociale molto potente, che trasmette messaggi positivi.
A Montebello, negli anni 30 del Novecento, il divertimento più popolare e frequentato era il teatro. Nel libro “Montebello Novecento” di Amelio Maggio e Luigi Mistrorigo, leggiamo:

« Due erano le compagnie teatrali locali: una con solo attori maschi, che si esibiva nel teatro parrocchiale situato nel piazzale della chiesa; l’altra mista, dovuta all’iniziativa degli amatori di questo genere di spettacolo, che si esibiva d’estate, nel cortile delle Scuole Elementari, sul terrapieno costruito per i saggi ginnici e il solario degli scolari. Quest’ultima ottenne un grande successo con la rappresentazione che aveva per titolo “Settantasette allodole e un marito”. Gli attori dell’una e dell’altra compagnia interpretavano con bravura e naturalezza, se pur dilettanti, i loro ruoli come esperti professionisti.
Le rappresentazioni sempre molto frequentate, erano apprezzate e applaudite e gli interpreti molto stimati. Bastava annunciare nel programma i nomi di Nani Bassanello e di Fausto Tonin per essere sicuri di ottenere uno strepitoso successo.
Negli intervalli l’orchestrina, diretta dal maestro Giuseppe Crosara, allietava il pubblico con canzoni e arie popolari. Tanta era la passione per il teatro che ispirò due giovani compaesani a scrivere commedie. Segnaliamo “Ambaradam”, scritta da Bruno Munaretto e “Milioni e rimorsi” scritta da Giuseppe Cederle; ambedue messe in scena a Montebello con grande successo.
A quel tempo era apparso anche il cinema, prima muto e poi sonoro, con compagnie viaggianti che sostavano per le loro rappresentazioni nel campo sportivo o nel cortile della casa del signor Berna, oggi casa Dal Maso, in via Borgolecco. Ma chi portò il cinema fisso a Montebello, fu Bepi Gattazzo dalle Tezze, proprietario di una macchina da proiezioni. Dapprincipio, Bepi cominciò a proiettare all’aperto o sotto una tenda. In seguito, quando si accorse che Montebello era una buona piazza, portò le sue apparecchiature presso il teatro parrocchiale. Di solito, le rappresentazioni cinematografiche avevano luogo solo alcune sere della settimana; in quelle rimanenti, trasportava la macchina da proiezione nel suo paese a Tezze. »

A proposito di teatro, vi ricordiamo che a Montebello, già da qualche anno, è attiva una compagnia teatrale che si esibisce regolarmente, con successo, sia in paese che nei centri del circondario. Si chiama “I Teatranti del Castello”, è curata dalla regista Teresa Bressan e dall’aiuto regista Paolo Cristofanelli ed il suo motto è una citazione di William Shakespeare: “Ogni uomo è un attore e il mondo è un palcoscenico”.

FOTO: Filodrammatica mista a Montebello (1930-40) (foto archivio di Valentino Crosara, rielaborazione grafica Umberto Ravagnani)

Umberto Ravagnani

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PROFUMO DI ESSENZE DI MONTAGNA

[353] PROFUMO DI ESSENZE DI MONTAGNA

Correva l’anno 1775 ed erano ormai 10 lustri che i conti Valmarana percepivano i proventi del pedaggio gravante sul ponte Asse sul Guà a Montebello. Dovevano rivalersi del finanziamento fatto alla città di Vicenza per la costruzione del manufatto, ma l’arbitrario prolungamento della esazione del balzello non aveva fatto altro che scatenare una battaglia legale combattuta nelle aule dei tribunali tra i citati nobili e l’amministrazione cittadina.
Troppo lungo quel lasso di tempo senza intervenire pesantemente soprattutto sulle strutture di legno del ponte ormai gravemente minate dalle muffe e dal marciume. Pertanto, l’8 febbraio di quell’anno, il Presidente eletto di quel ponte, il conte Francesco Nievo che in quella zona aveva discrete proprietà terriere, stilò una nota dei materiali occorrenti per la rifacitura della “coperta e dei suoi poggi” (piano stradale e ringhiere – n.d.r.)
Non era casuale la data scelta per quella importante decisione. La primavera non era poi così lontana e il suo arrivo foriero di piogge (Giove pluvio permettendo) sarebbe stato fondamentale per il trasporto del legname occorrente per i lavori al ponte. I tronchi necessari erano stati commissionati infatti a tale Crestan Sartori del fu Domenico abitante nell’allora comune di Tonezza e Forni (Val d’Astico).
L’ottimo legno di lariceben stagionato e vecchio”, come raccomandato dal Presidente del ponte, sarebbe stato fluitato dalle acque dell’Astico fino al “murazzo veneziano” di Montecchio Precalcino, qui recuperato e condotto fino alla vicina località di Passo di Riva di Dueville.
Una volta caricati su idonei carri trainati da alcune coppie di buoi, i tronchi sarebbero stati consegnati al cantiere di sant’Egidio in Montebello entro il mese di maggio, al massimo giugno 1775. Era importante rispettare i tempi di consegna perché coll’avvicinarsi dell’estate il torrente Guà solitamente in secca in quella stagione, i lavori sarebbero stati eseguiti più facilmente, in particolare gli interventi ai piloni.
Per il pagamento parziale del legname il conte Nievo sborsò 200 Ducati ed il saldo venne versato alla fine della condotta dello stesso.
Complessivamente furono consegnate al cantiere del Guà 24 “pianazze” (tronchi semilavorati) ciascuna della lunghezza media di circa 30 piedi, ossia 10 metri, e vario altro legname per la coperta stradale e per le ringhiere.
Gli acquisti si protrassero almeno fino al 28 agosto, e complice l’estate povera di piogge, i lavori più importanti furono completati, tanto che il 30 ottobre, prima dell’arrivo delle piogge autunnali, il Perito di Montebello Antonio Bonvicini e il conte Francesco Nievo procedettero alla misurazione dei materiali.
Il valore delle pietre fornite da FABIO CIBELE di Montecchio Maggiore, la cui famiglia di tagliapietre operò spesso a Montebello, fu di quasi 1.100 Lire mentre la spesa totale per il ponte ammontò a Lire 7.189.15 ovvero poco meno di 1200 Ducati.
Dal diario dei lavori si apprende che le altre maestranze e fornitori furono:
LORENZO MARCHI fornitore e applicatore delle chiavelle di piombo (giunzioni dei blocchi di pietra);
CARLO FACIN fabbro per le opere (poche) in ferro;
GIUSEPPE MIAZZI chiodarolo;
PIETRO PAGANI muraro.
Dopo l’inaugurazione, chi percorreva il ponte ristrutturato per un po’ di tempo, ebbe a deliziarsi del profumo emanato dal legno di larice, una vera e piacevole ventata di fresco. Una novità l’essenza di larice, poiché da secoli il legno utilizzato per costruire i ponti era stato spesso quello di rovere, più facile da procurare sebbene soggetto a limitazioni di legge, ma meno versatile da impiegare (tratto ed elaborato dal saggio “MONTEBELLO OSTAGGIO DEI PONTI” – 2011 di OTTORINO GIANESATO).

NOTA: Non si sa esattamente quando sia nato il nome “ponte delle asse” per quello sul Guà, ma, considerando che la modalità di costruzione e l’impiego del legno per la coperta di questo ponte era in uso già dalla metà del 1600, possiamo tranquillamente supporre che sia nato in quel periodo storico.

DISEGNO: Le varie sezioni della coperta, in legno di larice, del ponte sul Guà detto “delle Asse” (disegno di Ottorino Gianesato).

Umberto Ravagnani

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IL CAV. FELICE CARLOTTI

[352] IL CAV. FELICE CARLOTTI MARCHESE DI RIPARBELLA

Felice Carlotti nacque a Montebello Vicentino il 20 agosto 1900, quarto e ultimo figlio di Luigi I Pietro Antonio Maria Carlotti e di Anna Giulia Sabina dei Conti Miari, nel periodo in cui il Marchese Luigi e la Contessa Anna erano proprietari del castello e di villa Miari. Nel giorno del suo Battesimo, il Prevosto di Montebello di quegli anni, Don Giuseppe Capovin, così scrisse nel “Registro dei nati nel 1900”: « Marchese Carlotti Felice Luigi Emanuele Maria nato il giorno 20 (agosto) 1900 alle ore 8 ¾ antimeridiane ed oggi 30 agosto fu battezzato al Sacro Fonte da me Don Giuseppe Capovin Prevosto. Genitori: Luigi Marchese Carlotti e Contessa Miari Anna domiciliati a Verona ». Da una nota, aggiunta al registro successivamente, risulta: « Il 10 febbraio 1938 a Padova (Cattedrale) contrasse matrimonio con Brunelli-Bonetti Contessa Emilia del fu Conte Alberto ».
Felice, compiuti gli studi elementari e medi a Verona, dopo il conseguimento della maturità classica al Liceo Scipione Maffei, entrò nella Regia Scuola Navale Superiore di Genova, raggiungendo la laurea in ingegneria navale e meccanica dopo la guerra (1923). L’avvio vero e proprio della sua carriera di dirigente d’azienda risale al 1925, presso i Cantieri navali e Acciaierie di Venezia, poi Acciaierie Venete, assorbite nel 1931 dall’Ilva-Alti Forni e Acciaierie d’Italia.
Distaccato presso una società di quel grande gruppo industriale,  la Siderurgica Commerciale Italiana, si trasferì a Roma (1934), rimanendovi fino al 1938 quando, sposata a Padova la nobile Emilia Brunelli-Bonetti, pose la residenza nella città di sant’Antonio, al civico numero 37 della centrale via degli Eremitani. Rientrò all’Ilva nel 1939 come dirigente-procuratore e capo dell’agenzia romana; cinque anni dopo si trasferì a Cornedo Vicentino, incaricato della costituzione di un ufficio distaccato della sua azienda, e nel 1945 passò a Milano come procuratore del locale ufficio della sua società. Lasciò il servizio attivo nel 1961, dopo la fusione dell’Ilva con la  Cornigliano (fusione che diede vita all’Italsider) e dopo la sua nomina  (1960) a ‘balì gran croce d’onore e devozione’ del Sovrano Militare Ordine ospedaliero di Malta, nel quale era entrato un lustro prima e della cui associazione andava apertamente fiero.
Bibliofilo dilettante e appassionato – per non dire fanatico – dotato di un’ottima cultura e di un forte attaccamento alla sua terra d’origine, grazie alle proprie notevoli possibilità economiche setacciò con certosina pazienza per un cinquantennio il mercato librario europeo alla ricerca di edizioni veronesi e di incisioni relative al territorio scaligero, comprando ogni cosa veronese (monografie,  opuscoli, estratti, incisioni, ecc.) da lui reperita sui cataloghi delle librerie antiquarie o nel corso dei suoi numerosi viaggi. Nel suo palazzo di Padova, così, diede corpo e forma a una straordinaria collezione specializzata, di gran pregio, che lasciò all’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona per conservazione e pubblico uso; dell’istituto era stato fatto socio nel 1977. L’archivio di famiglia, invece, con il quale aveva redatto una sconosciuta e inedita cronologia di famiglia, lo lasciò all’Archivio di Stato di Verona.
Del suo patrimonio nominò erede universale il nipote Claudio  Marcello (1936-1996), figlio legittimo del fratello Alessandro e suo figlio adottivo; l’unica sua figlia, Anna, invero, non aveva visto la luce che per pochi giorni (28.1.1939 – 7.2.1939).
Del lascito all’Accademia si cominciò a pensare all’inizio dell’autunno 1977 con una serie di contatti, personali ed epistolari, fra il marchese Felice e il Presidente e Segretario accademici del tempo, Carlo Vanzetti e Mario Carrara, che nell’ottobre del 1980 ritennero di dover coinvolgere nella vicenda anche il Cancelliere accademico in carica.
Alla formalizzazione del lascito si arrivò il 15 gennaio 1983  allorché Felice Carlotti provvide a formulare le proprie ultime volontà. La relativa esecuzione, almeno per quel che riguarda il lascito che ci interessa, andò un po’ per le lunghe, anche per via dei tempi burocratici necessari all’ottenimento dell’indispensabile autorizzazione da parte dell’Autorità competente, per la quale prestarono il loro aiuto anche Carlo Rizzardi, il notaio veronese Zeno Cicogna e il socio onorario Apollinare Veronesi. L’unica e indispensabile clausola per la presentazione dell’istanza fu la compilazione di un inventario del lascito con l’indicazione del valore venale dello stesso; vi provvide  per la sezione libraria il citato Cancelliere e per la sezione grafica (incisioni) il membro effettivo Eugenio Morando di Custoza. Il loro lavoro costituì l’oggetto della  ‘perizia estimativa’ giurata del libraio antiquario veronese Carlo Perini, cui si dovette ricorrere per evitare inutili e antipatici possibili rilievi, essendo i due parte in causa come soci dell’istituto. La sospirata autorizzazione venne il 17 aprile 1990 sotto forma di un decreto del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. L’acquisizione materiale del fondo da parte dell’Accademia fu completata alla fine della primavera dello stesso anno; la catalogazione, sotto la direzione di Giuseppe Franco Viviani della stessa Accademia ASL, durò fino alla primavera 1992.
Esattamente la consistenza del lascito è definita da 4.400 unità librarie e da circa 3.000 incisioni (xilografie, acqueforti, litografie, cromolitografie, ecc.) di gran pregio, delle quali 799 correntemente definite come ‘fogli volanti’ ed un paio di migliaia conservate nella loro sede originale, ovvero all’interno delle opere a stampa cui erano destinate.
Per i Carlotti la ricchezza iniziale derivava da una fiorente attività artigianale, legata alla produzione di recipienti di vetro, confermata da uno dei primitivi cognomi, a Miolis (dal latino modiolus che nel lessico medievale significa, genericamente, contenitore di vino ma, più spesso, viene inteso come bicchiere in vetro d’uso comune). Riguardo al cognome Carlotti, inizialmente, con Bonmartino (1326), la denominazione corrente nei documenti era da Garda, mentre Antonio (1398) veniva soprannominato Gaiardo e, dopo la morte, ricordato come  Antonio a fornace e più spesso a Miolis, così pure i suoi figli Andrea e Giovanni. Con quest’ultimo discendente verrà abbandonato definitivamente il cognome a Miolis e, negli anni 30 del Quattrocento, egli viene citato nei documenti come Giovanni detto Carlotto.
Felice Carlotti ed Emilia Brunelli-Bonetti ebbero una sola figlia, Anna, nata a Roma il 28 gennaio 1939, ma che visse per soli 10 giorni a causa di una malformazione intestinale.
Felice muore a Padova il 9 aprile 1987 e riposa nella tomba di famiglia nel cimitero di Illasi. Emilia Brunelli, infine, muore a Padova, nel palazzo di via degli Eremitani, nel 2002. (Da la libro “Cartoline che raccontano…” di Umberto Ravagnani)

FOTO: Il dr. ing. Felice Carlotti Marchese di Riparbella, Cavaliere di Devozione, Onore e Obbedienza del Sovrano Militare Ordine di Malta. Immagine custodita nella sala “Felice Carlotti” dell’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona. (Per gentile concessione della stessa Accademia – foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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L’OSTERIA DEI LADRI

[351] L’OSTERIA DEI LADRI

I nobili Valmarana possedevano a Montebello fino ai primi anni dell’Ottocento due osterie: una detta l’osteria “Granda” nella via centrale del paese e l’altra detta del “Guà” nei pressi dell’argine sinistro del corso d’acqua. La prima, molto frequentata, fruttava un affitto di 24 Ducati annui mentre la seconda pagava solo 10 Ducati e questo la dice lunga sulla qualità dei clienti che la visitavano, ma comunque molto importante. Infatti in questo sito, nella prima metà del Settecento, si gestiva il pedaggio pontale che Giustin Valmarana era stato autorizzato ad imporre per rientrare dei 2800 Ducati da lui prestati all’Amministrazione della Città di Vicenza per il restauro del ponte sul Guà.
Dopo il 1755 il pedaggio del ponte del Guà fu tolto, ma la catena che lo regolarizzava rimase a ricordo almeno fino al 1850, come riportato in un inventario dei beni dei ricchi Anselmi, nuovi proprietari.* La numerazione delle case vigente durante il dominio austro-ungarico ci dice che l’osteria e le case coloniche adiacenti portavano il 227 – 228 – 229. L’intero gruppo di vecchi edifici non esiste più da molto tempo essendo stato raso al suolo per far posto prima alla rampa del bacino ed in seguito per costruirvi alcuni capannoni industriali.
Sabato 16 febbraio 1850, non molto lontano dall’osteria del Guà, nei pressi di una stradina che portava al Pedocchio avvenne l’ennesima rapina perpetrata ai danni di un poveraccio.
In piena notte tale Carlo Steccanella, di professione “strassaro” abitante a Prova di San Bonifacio, si stava dirigendo verso Vicenza con al seguito un carretto con 400 libbre (circa 200 chili) di ferro vecchio e un peso imprecisato di stracci per venderli. Forse una delle sue mete era Ponte Alto dove esisteva la cosiddetta “vecchia ferriera” ancor oggi ricordata nella toponomastica di quel posto.
Avvolti in un pezzo di carta e debitamente nascosti in un sorta di tasca opportunamente cucita in una gamba dei pantaloni, portava 17 Talleri divisi in monete da 20 centesimi. Ma questo accorgimento non fu sufficiente per preservare il denaro. Un individuo, armato di bastone e fiancheggiato da un complice, gli si avvicinò senza che il malcapitato se ne accorgesse. Sotto la minaccia di un coltello della lunghezza di circa mezzo piede (15 centimetri) rimase pressoché cieco quando uno dei loschi figuri gli sferrò un paio di pugni sul cappello calcandoglielo poi fino agli occhi e proferendo la classica frase: o i bezzi o la vita. A nulla valse allo Steccanella dire che non aveva denaro con sé, poiché uno dei malviventi frugò minuziosamente nei suoi pantaloni trovando ciò che cercava. Al derubato non restò altro che raggiungere Vicenza per consegnare le povere merci e per sporgere denuncia alle autorità competenti.
Il giorno seguente Stecanella ed una guardia partirono da Vicenza a e arrivati all’osteria del ponte sul Guà, condotta da Andrea Zonato, ad un chilometro da Montebello, si fermarono a bere un bicchiere di vino.
Non era stata una fermata casuale, ben si sapeva che quel luogo era frequentato dai soliti balordi che progettavano future rapine. La guardia e il derubato furono fortunati. All’interno del locale si trovava tale Francesco Polin da Montecchio Maggiore detto “buson ?”, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine che fu pure riconosciuto dallo Steccanella. A sua discolpa Franceso Polin asserì che la notte della rapina si trovava a dormire nel fienile di un contadino di Montebello, ma non fu creduto. Il processo che ne seguì vide il malfattore condannato a quel carcere duro di Padova, del quale ormai era diventato un fedele ospite.
Il curriculum di ladro seriale di Francesco Polin racconta che il 3 giugno 1834, all’età di 36 anni, era stato incarcerato nella città del Santo per 6 mesi. Il 16 giugno 1840 gli furono comminati altri 10 mesi da scontare sempre nelle menzionate prigioni. Gli andò meglio il 21 ottobre 1842, quando incriminato per furto, fu prosciolto per insufficienza di prove. Il 22 aprile 1845 altra condanna di 10 mesi per furto, seguita da quella del 2 marzo 1847 di 8 mesi con meta ancora il carcere duro patavino.
Non esiste proverbio più azzeccato di quello che dice che il lupo perde il pelo, ma non il vizio!

OTTORINO GIANESATO

NOTE: * L’ultima delle grandi cessioni agli Anselmi di campagne in Montebello da parte di Nazario Valmarana ebbe luogo nel 1815, proprio all’epilogo del  dominio napoleonico che  lasciò il posto a quello austriaco. Il conte Nazario Valmarana cedette campi 78 nella contrà del Vanzo più altri 19, con fabbriche sopra, nelle pertinenze di Montebello, con a sera il torrente Guà, a tramontana la strada comune. Oltre ad altre fabbriche e la casa  posta al Ponte delle Asse che fu sempre ad uso di osteria e di casello per la ora sospesa catena ossia pedaggio del quale n’era in possesso esso signor Valmarana (dalla ricerca storica della famiglia Anselmi di Ottorino Gianesato).

FOTO: L’area del ‘Ponte delle Asse‘ a Montebello. L’osteria del “Guà” si trovava sulla riva sinistra del torrente. Sulla riva destra si può notare il complesso della famiglia Palmiero con la Chiesa di Sant’Egidio (rielaborazione digitale da Google Earth di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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MARIO TIRAPELLE

[350] MARIO TIRAPELLE (in arte TILLER)

Mario Tirapelle (in arte Tiller) è nato a Montebello nel 1918; fu un maestro d’arte formatosi, naturalmente, da solo, seguendo l’intuito di esprimere le bellezze del creato fin dai banchi della scuola primaria, dove si distingueva tra i suoi compagni. La sua famiglia non ha la possibilità di iscriverlo ad una scuola d’arte, anche se lo meriterebbe per le sue doti pittoriche. Farà il garzone di bottega e ciò gli permetterà di imparare i segreti del mestiere e via via migliorare le sue creazioni, così da poter entrare come insegnante alla Scuola d’Arte e Mestieri di Vicenza. Si è ben presto impadronito di una tecnica tutta sua e s’impone all’attenzione di personalità nel campo dell’arte per cui partecipa a mostre collettive e vince importanti concorsi a Vicenza, a Bellinzona in Svizzera, a Truggio milanese, a Chiampo e a Gambellara.
Le conseguenze della guerra lo costringono ad emigrare in Svizzera. Anche se deve lavorare per vivere in altre attività, non smette di dipingere; anzi, la sua espressione artistica mette in luce i suoi sentimenti di nostalgia e il senso poetico religioso in lui profondamente radicati. Si dedica anche con impegno per aiutare i suoi compagni costretti, come lui, a lavorare all’estero, a superare problemi e difficoltà.
Fonda la colonia italiana di Zug in Svizzera1 e l’Associazione “Vicentini nel mondo”2, per riunire tutti i lavoratori italiani vicini a lui e farli partecipi degli eventi della Patria e delle loro famiglie. Rientrato in Italia, continua la sua carriera artistica, sempre più conosciuto e stimato, senza darsi vanto e non lusingato da facili guadagni. Il critico d’arte M. Tibaldo nel “Giornale di Vicenza” scrive: “Ha sempre cercato l’essenza dell’arte: immortalare in un capolavoro i moti dell’animo, le profonde idealità dello spirito, i veri valori dell’uomo, la natura con i suoi spettacolari paesaggi”. Ha vissuto in silenzio, da artista serio ed impegnato, per cui ha meritato stima e riconoscenza da critici ed intenditori. (Da “Montebello Novecento” di Amelio Maggio e Luigi Mistrorigo)

A Mario Tirapelle, il 9 aprile 1969, fu concessa dal Presidente della Repubblica l’onorificenza di Cavaliere dell’ “Ordine della Stella d’Italia (all’epoca si chiamava Stella della solidarietà italiana)3. Questo premio veniva consegnato a quanti avessero acquisito particolari benemerenze nella promozione dei rapporti di amicizia e di collaborazione tra l’Italia e gli altri Paesi e nella promozione dei legami con l’Italia. Tiller è mancato nel 1991 all’età di 73 anni e riposa nel cimitero di Montebello Vicentino.

NOTE: 1) Costituita nel luglio del 1957, la Colonia Italiana Zug è la prima associazione italiana fondata nel cantone. Con l`arrivo in quegli anni di molti connazionali, si avvertì la necessità di creare una struttura che desse loro un punto di riferimento e di appoggio per rendere meno problematico l`approccio con la nuova società, che per motivi di lavoro si trovavano di fronte. La Colonia Italiana, non perseguendo nessun fine politico religioso o altro, se non quello di aiutare i connazionale nell`inserimento del nuovo contesto sociale, e dare un luogo dove potersi incontrare, svolse nei primi anni un ruolo importantissimo.
2) Il Circolo venne fondato nel 1968 e la prima presidenza fu di Mario Tirapelle, la massima carica istituzionale del Circolo. Negli ultimi anni, prima della definitiva chiusura nel 2009, il Circolo registrò una forte contrazione nel numero dei Soci, non per un allontanamento dovuto a contrasti o per una mancanza di interesse verso le iniziative e le attività proposte, bensì per i numerosi rimpatri che si registrarono in quel periodo. Nel corso della sua attività e sotto le diverse presidenze che si sono succedute il Circolo ha sempre mantenuto costanti rapporti oltre che con la comunità italiana, anche con il Consolato, con il Coemit, con la Missione Cattolica Italiana, con il Comitato Genitori aderenti al Centro Italiano di Zug e con organismi cantonali, comunali e regionali.
3) La nuova denominazione di Ordine della Stella d’Italia risponde ai cambiamenti intercorsi dal secondo dopoguerra, quando l’Ordine era stato istituito al fine di conferire riconoscimenti per gli italiani all’estero o stranieri che meglio avessero assistito nella ricostruzione dell’Italia.

FOTO: 1) Un inedito dipinto a olio di Tiller raffigurante la Beata Vergine Maria eseguito nel 1976 (foto Umberto Ravagnani).
2) Il Battesimo di Cristo di Tiller, sopra il fonte battesimale della Chiesa di Agugliana, dipinto all’inizio degli anni settanta del Novecento.

Umberto Ravagnani

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LA CHIESA DEI MALASPINA

[349] LA CHIESA DEI MARCHESI MALASPINA
dedicata ai SS. GIUSEPPE, ANNA E CARLO

Salendo verso il ponte del Marchese, a Montebello, osservando la facciata verso la strada dell’ultimo edificio a sinistra, notiamo un’iscrizione scolpita sulla pietra de recita “D.O.M. – D. D. – IOSEPHO ANNAE ET CAROLO DICATUM – MDCCXIX”. È quello che resta di una chiesa dedicata ai santi Giuseppe, Anna e Carlo, voluta dal Marchese Gio. Carlo Malaspina (dalla quale famiglia ha preso nome il ponte sul Chiampo) nel 1719. Costui all’epoca era proprietario della casa padronale (a destra nella foto), dell’edificio dove sarebbe stata costruita la Chiesa che ospitava già un mulino (a sinistra nella foto), della ‘Caneva’ (ora occupata da ‘The Towers’) e molti terreni a Montebello e dintorni. In un documento dell’11 febbraio 1719 si legge:

« Il Nobile Signor Marchese Gio. Carlo Malaspina servo umilissimo di Vostra Signoria Illustrissima, et Reverendissima non solo per particolar divozione, mà anco per la necessità che nasce dalle stradde, che si rendono frequentemente impraticabili, soggette ad inondazioni, e fanghi, desidera erigere un’Oratorio publico sotto l’Invocazione de Santi Iseppo, Anna, e Carlo in proprio fondo in Montebello dirimpeto alla sua Casa dominicale in sito contiguo alla Publica stradda, fuori d’ogni habitatione, et uso domestico, e nel modo, e forma, che prescrivono le Sacre, e Sinodali Constitutioni, e come conviene alla Casa di Dio. Supplica pertanto Vostra Signoria Illustrissima, e Reverendissima di benignissima permissione per la fabrica stessa, assicurandola, che sarà proveduto di dote sufficiente per la necessaria manutenzione, riparazione, e provisione delle sacre Suppelletili, et il tutto senza alcun minimo pregiudizio delle ragioni Parochiali. Anzi con riserva delle medesime in ogni tempo Grazie. »

L’incarico d’ispezionare il luogo fu dato dal vescovo di Vicenza Sebastiano Venier al prevosto di Montebello Leonardo Sangiovanni, sempre l’11 febbraio, e questi il 14 febbraio rispondeva:

« L’oratorio publico che intende fabricare il Signor Marchese Gio. Carlo Malaspina hà tutti li requisiti propri, e degni per la Casa di Dio. Il sito corrisponde in Publica strada dirimpetto alla di lui Casa Dominicale. Lontano, e libero dagl’usi domestici, e sopra li suoi propri beni. Sarà lontano dalla mia Parochiale trecento, e più pertiche circa (circa 500 metri NdR), e dall’altre chiese private circà pertiche cento, e cinquanta (circa 250 metri NdR). Quanto al pregiuditio nè rissente come fano tutte l’altre Parochiali dalle Chiese private, mà nel presente caso da’ tratti Religiosi della Casa Malaspina, nè spero anzi qualche solievo dal Religioso che li officiarà. Rimetto il memoriale trasmessomi, e con il mio solito ossequio mi sottoscrivo. »

Il 16 febbraio 1719 il vescovo vicentino Sebastiano Venier incaricava il prevosto di benedire la prima pietra dell’erigendo oratorio. Così spariva l’antico mulino del ponte, già esistente nel ‘400, perché l’oratorio fu costruito su parte di esso. Il mulino non si sa se fu ricostruito nel Bacino dove poteva utilizzare le acque dell’Acquetta. La richiesta di autorizzazione con relativo disegno fu però presentata nel 1725.

In un altro documento viene riportato l’inventario della chiesa di S. Giuseppe, Anna, Carlo, sempre nel 1719:

Chiesa. Altare in mezo di pietra viva, con parapeto di marmo di Verona di diverse sorti belissimo, con tre statue di sopra di pietra tenera intitolate San Giuseppe in mezo, santa Anna da una parte e S. Carlo dall’altra con due porti una per parte dell’altare con sue portiere.
Finestre sei con le sue veriate, cioè tre per parti alte.
Cerforalli indorati et intalgiati di ferro uno per parte posti nel muro.
Croce, e otto candelieri, con due lampade pendenti alle conforalli, il tutto d’otton nuovi.
Due campanelli otton uno grande per segno quando và fuori la Messa, e l’altro per la levazione.
Ampoline un paro con suo piatello di crestale.
Campanile con le sue campane numero due.
Banchi nogara numero otto.
Pila acquasanta di pietra dietro alla porta posta in mezo.
Sacrestia un banco per tener li paramenti, et altro. Preparatorio Calice nuovo con quello occorre belissimo. Cinque helissimi paramenti da messa nuovi di damasco con suefranze d’oro buono, e suoi cuccini con fioco compagno, e cordoni pur compagni cioè Bianco. Verd. Rosso. Turchino e Nero.
Due messali nuovi uno da vivo con li suoi pazzetti d’Argento, e l’altro da morto.
Camisi due novi, uno per la festa con suoi merli belissimi, e l’altro inferiore per li giorni da lavoro.
Tovaglie d’Altare numero 4 una per le feste con suoi merli belissimi, e l’altre inferiori per li giorni feriali.
Corporali numero 10, con li suoi fassoletti.

La chiesa fu dotata di entrate come appare dall’atto notarile, steso il 29 febbraio 1720 in casa del marchese Giovanni Carlo Malaspina in contrada della Piazza. Testimone don Carlo Devere e don Francesco Castellan. In esso il marchese espone di aver avuto autorizzazione e di aver costruito una chiesa ovvero oratorio pubblico; di averlo dotato di tutto il necessario per le messe e di garantire ogni lavoro di manutenzione. Per questo lo dotava di duas annuas pensiones, una di troni trentasei versata da domino Bartolomeo Dinadello di Montebello e una di troni 17.1 pagata dagli eredi di Guido Carboniero di Montorso. Domenicus Facinus Curiae episcopalis Vicentinae Coadiutor rogavit. (Da “Santa Maria de Montebello” di Luigi Bedin)

FOTO: 1) A destra la casa padronale dei Marchesi Malaspina, a sinistra l’edificio dove venne costruita la Chiesa dedicata ai SS. Giuseppe, Anna e Carlo (foto Umberto Ravagnani).
2) L’iscrizione che ricorda la Chiesa perduta (foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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VELO D’ASTICO (2)

[348] LA COLONIA DI VELO D’ASTICO (2)
Lassù tra boschi e ciclamini in fior…

Maria Rosa Trentin ci ha chiesto di pubblicare questo suo breve commento sulla Colonia di Velo d’Astico per far conoscere ai ragazzi e agli adulti questa accogliente istituzione che, dal lontano 1953, viene portata avanti da generosi volontari che vi dedicano una parte del loro tempo.

« La Colonia “Santa Maria Assunta” in quel di Velo d’Astico, dopo tre anni di forzata inattività causa il corona-virus, ha riaperto quest’anno le porte per accogliere bambini e ragazzi che hanno fatto una piacevole esperienza dello stare gioiosamente insieme, ed ora si vuole riprendere anche con gli adulti facendo sì che possano ancora soggiornarvi per un periodo di tranquillità e serenità.

Certamente, dopo essere mancati per un così lungo periodo, dovrò constatare un certo numero di vuoti a sedere con mio dispiacere. Purtroppo la vita ha anche di questi aspetti, voglia o non voglia bisogna che li accetti! Comunque “forza” vado ripetendomi, su con la vita, non è ancora finita, si ricomincia!

Ritroveremo Claudio tutto dedito alla cucina, con un bel viso sorridente, simpatico e accogliente che, soprattutto, sa far bene ogni piatto coadiuvato dall’aiuto prezioso di Laura e Carmela, quindi sono certa ognuno resterà soddisfatto!

Il nostro paese, Montebello, è fortunato ad avere una Casa-famiglia in un luogo così tranquillo e beato dove si tira bene il fiato!

Non capisco perché sia poco apprezzato e di conseguenza poco frequentato. A dire il vero non ci sono divertimenti ma non mancano dei piccoli passatempi e neppure dei momenti di festa per qualche gioiosa ricorrenza.

Io dico che per le persone di una certa età la vera quiete è proprio là! I dirigenti sono bravi e competenti ed allora garantisco che tutti saremo contenti e di cuore diremo grazie per la calorosa ospitalità, auspicando che non abbia mai a finire, anzi che sia sempre migliore in avvenire. » (Maria Rosa Trentin)

FOTO: 1) Un gruppo di ragazze alla colonia di Velo d’Astico nel 1960 (cortesia Maria Rosa Trentin).
2) Momento di pausa meritata dei volontari della colonia di Velo d’Astico il 12 maggio 2018 (da: http://coloniavelodastico.altervista.org/)

Umberto Ravagnani

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COSÌ MUOIONO GLI EROI

[347] COSÌ MUOIONO GLI EROI
Luigi Piccoli

Nelle scorse settimane il gentilissimo monsignor Evelino Dal Bon, per 23 anni alla parrocchia di Santa Maria della Neve, a Sirmione (Bs), ha consegnato al nostro Prevosto, don Guido, una serie di articoli, da lui raccolti, sul sergente Luigi Piccoli il quale, il 10 settembre del 1943, veniva trucidato dai tedeschi mentre difendeva strenuamente il ponte del Marchese, una delle porte d’ingresso di Montebello. Vi presentiamo qui la parte più significativa di quanto già riportato il 3-5-1945 dal settimanale dell’Azione Cattolica veronese “Idea Giovanile“, riservandoci di approfondire ulteriormente l’argomento in un prossimo articolo.
Alla fine del mese di agosto 1943 l’intero comando della VI Armata, in precedenza stanziato in Sicilia, fu riorganizzato presso Montebello Vicentino e Luigi Piccoli fu richiamato come ufficiale preposto all’amministrazione economica e logistica.
« La sera dell’8 settembre 1943 Luigi era a Verona [la sua città natale e dove risiedeva la sua famiglia NdR]: aveva ottenuto in mattinata dal suo maggiore un brevissimo permesso di 24 ore, per trascorrere in famiglia la festa cara alla Cattedrale e al popolo Veronese, ossia la festa della Nascita di Maria SS.ma. La sera nel Duomo gremito egli era in cantoria (da tanti anni egli era corista apprezzato e sicuro della Cappella).
Al mattino del 9 settembre, mentre sugli spalti della città e dall’ingresso di qualche caserma tuona il cannone e i cittadini si rimpiattano impauriti, Luigi Piccoli impavido si reca alla stazione di Porta Nuova. Egli deve tornare al suo posto a Montebello nell’ufficio comando della sua VI armata. Alla stazione apprende che nessun treno è partito, né partirà.
Torna a casa. Si è messo in borghese per evitare la cattura o la vergogna, dato che non ha armi per difendersi. I suoi lo supplicano: data la catastrofe, dato che i mezzi ordinari non ci sono, rimanga a casa; è più prudente, più saggio, più opportuno. Ma Piccoli non ragiona sul metro delle coscienze ordinarie. Afferra la sua bicicletta (la sua personale), e parte immediatamente: a Montebello troverà un’altra divisa di ricambio. Percorre d’un fiato, nel calore estivo, i 35 Km. che lo separano dalla meta senza incidenti. Giunto, indossa la sua divisa di sergente e lieto, al suo posto di lavoro con puntualità matematica lavora tutto il giorno alla macchina da scrivere. Alla sera, il sergente Piccoli riceve un ordine mai prima ricevuto: “molti sono in licenza, altri sono sbandati; c’è da presidiare il ponte e col ponte di Montebello il comando di armata…” Luigi non discute: non dice che è stanchissimo; è il dovere e null’altro. La notte, lo trova con pochissimi altri coll’occhio aguzzo sull’argine presso la mitragliatrice.
Al mattino alle otto doveva essere sostituito; il cambio ritarda, ma lui non si muove. L’eroe del dovere. Giunge un autocarro dall’odiato colore caki: il sottotenente italiano che comanda lo sparuto corpo di guardia al ponte, parlamenta assai vivacemente: tenta convincere quei figuri a proseguire per Vicenza. Il dibattito è vivo e c’è qualcosa di tragico in vista. Ad un certo punto l’eroico ufficiale comanda seccamente: « ragazzi, difendiamo il ponte ». Dietro l’argine nessuno si muove, tutti si sono appiattati. Tutti? É falso. Piccoli come una molla è scattato. « Eccomi signor ufficiale » Ma per quanto sia stato rapido il suo gesto per buttarsi sull’arma, i tedeschi l’hanno prevenuto. Alcuni schiocchi secchi di armi automatiche; il valoroso ufficiale e l’eroico e pronto sergente si abbattono al suolo colpiti mortalmente (il sottotenente dopo lunghe alternative tra la vita e la morte però non soccombette). Gli invasori proseguono la strada per Vicenza, forse impauriti per l’assassinio compiuto: come si voleva ottenere. Ma il prezzo è pagato da quel gocciolare di sangue che dal ponte di Montebello conduce verso il paese.
La casa del medico per fortuna è vicinissima. Giunge anche subito chiamato il cappellano della parrocchia. « Diteci chiaramente la verità: tanto noi siamo pronti a morire » è la voce serena di Piccoli. « Il caso è grave: d’urgenza all’ospedale. » Un’auto fortunatamente pescata in paese, un materasso prestato dallo stesso dottore e via! In dieci minuti si è ad Arzignano.
Ma il caso è disperato; il primario dice a Don Urbani, cappellano dell’ospedale: « nulla da fare: due pallottole hanno attraversato il fegato: morrebbe sotto i ferri! ».
La vera grandezza o per meglio dire l’apogeo dell’eroismo di Luigi Piccoli comincia ora e dura per le sette lunghe ore di atroce agonia. Le sue parole, con fatica pronunciate sono per la mamma, per Mons. Manzini, per Don Zignoli e la sua Presidenza Diocesana, per i commilitoni e per la Patria. « Le suore – scrisse poi commosso Don Urbani – compresero che agonizzava un grande, un cristiano, un vero soldato e accompagnarono il trapasso in silenzio inginocchiate accanto a quel letto a pregare e a piangere come se fosse un altare.
Ecce quomodo moritur justus! Era l’ora nona di un venerdì di settembre, il primo venerdì di Passione dell’Italia umiliata e divisa, dopo di essere stata tradita nella sua storia. Sì, tradita! perché se i 700.000 caduti del 1915-18, se tutti gli eroi che morirono da Legnano a Giovanni dalle Bande Nere, da Francesco Ferruccio a Ciro Menotti ai fratelli Bandiera ai martiri di Belfiore a Battisti Filzi e Chiesa potessero risorgere plaudirebbero ».

Ecco la lettera del Cappellano all’Ospedale di Arzignano, don Urbano Urbani, al Rev.mo Sac. don Antonio Zignoli, uno dei principali punti di riferimento dell’Azione Cattolica veronese di quel periodo storico.

« Arzignano, 11 Settembre 1943,
Ieri alle 15,30 è spirato all’ospedale di Arzignano il sergente Luigi Piccoli di Verona. Ora, prima di spirare, un estremo doloroso sforzo perché potessi comprendere, mi ha detto: « Faccia sapere a Don Zignoli che nel momento estremo il mio pensiero e il mio cuore è vicino a lui e vicino ai mei cari amici, i dirigenti dell’Azione Cattolica ». Questo per suo espresso desiderio. Ma io Le dico che Lei può bene ringraziare il Signore che Le ha dato la grazia di poter formare nell’anima dello scomparso una convinzione così profonda e sentita di fede e una realtà di vita cristiana corrispondente in pieno alle sue convinzioni, da restare ammirati. Era già stato alla Comunione pochi giorni prima e a Montebello, ferito mortalmente, ha ricevuto l’assoluzione e l’Estrema Unzione. S’è allora confessato ed ha potuto ricevere il s. Viatico con un raccoglimento da lasciare ammirati. Mi ha espressamente poi detto: « Sono dell’Azione Cattolica e anche dei dirigenti » e se ne vedeva negli occhi, nel viso nel modo di dirlo, tutta la compiacenza. Ad un dato momento mi chiama e mi dice: « Padre, perdono a tutti ». Con vero trasporto accompagnò l’atto di accettazione alla morte e accompagnava tutte le preghiere e le aspirazioni che gli venivano suggerite. Ad un carabiniere aggiunto, perché di Verona, diede l’incarico di portare personalmente gli ultimi angosciosi saluti ai suoi cari e l’incarico di dire al suo comandante e al suo reparto che egli moriva da soldato. L’assistere a questo impareggiabile dirigente dell’Azione Cattolica nei momenti estremi, mi ha confermato nella opinione che fu di tutta la ma vita, che la grazia più grande per un’anima è il parteciparvi e specialmente averla compresa e vissuta. Le aggiungo che parecchie suore dell’ospedale, compreso che moriva un grande cristiano, sono state lì attorno al suo letto ad imparare, a pregare, a piangere. La sua intelligenza non si è spenta che forse due minuti prima di morire ed egli ha offerto con vero slancio le sue sofferenze, che specialmente in ultima sono state strazianti, in spirito di apostolato per le anime, per l’azione cattolica e con vivo sentimento di riparazione. Io non ho altro da aggiungere Rev.mo confratello; soltanto che non dimenticherò mai un’anima così bella e così grande. All’ospedale di Arzignano ebbe le più delicate cure e la più affettuosa assistenza. Non ha potuto essere operato dal nostro chirurgo, che è molto abile nella sua professione, perché colpito al rene sinistro, trapassato l’intestino ed il fegato, sarebbe restato sotto i ferri. La pregherei di porgere ossequi e condoglianze alla Sua famiglia e a Lei Rev.mo Signore ed ai dirigenti dell’Azione Cattolica, pure i miei distinti ossequi e le mie condoglianze »
.

Don Urbano Urbani Cappellano all’Ospedale di Arzignano

FOTO: 1) Una delle rare foto del sergente Luigi Piccoli (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) La stele che ricorda Luigi Piccoli vicino al ponte del Marchese a Montebello Vicentino. L’iscrizione recita così: “Medaglia d’Argento V.M. Qui il 10 settembre 1943 colpito da vile piombo tedesco il sergente Luigi Piccoli immolò a difesa del ponte e d’Italia l’ardente e pura sua giovinezza. La Gioventù Cattolica veronese di cui egli era presidente diocesano memore e fiera pone. 30 IX 1945” (foto Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA MAESTRA MATELDA BAROCCO

 

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LA MAESTRA IDA AGNOLIN

 

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GLI SCOUT A MONTEBELLO (2)

 

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GLI SCOUT A MONTEBELLO (1)

 

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MARIA MARAGNO SEGATO

 

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VELO D’ASTICO (1)

 

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BRUNO MUNARETTO

 

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UN FULMINE RECIDIVO

 

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VILLA ANSELMI

 

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ELENA CAPITANIO

 

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LA FEDELTÀ DEL CANE

 

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Gli articoli dal 2001 al 2020 compreso sono stati raccolti in un volume riccamente illustrato, disponibile presso la nostra redazione (AUREOS 2001-2020) e sono ancora consultabili online previa registrazione al sito. Il libro con la raccolta degli articoli del 2021 è in fase di preparazione e sarà disponibile nelle prossime settimane.

1797 – I FRANCESI A MONTEBELLO II

 

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1797 – I FRANCESI A MONTEBELLO I

 

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ANCHE GLI ANSELMI HANNO UN…

 

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UN MIRACOLO A MONTEBELLO

 

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RUSSEL VALE A CASA DE MADÌO

 

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GLI ANSELMI

 

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RICORDI DI SCUOLA A CA’ SORDIS

 

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RICORDI DI SCUOLA

 

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I CAVALLI DEGLI ANSELMI

 

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