L’OBELISCO DI SORIO

[200] L’OBELISCO DI SORIO


Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto un breve ricordo del monumento ai caduti della battaglia di Sorio dell’8 Aprile 1848, detto l’obelisco, opera dell’architetto Antonio Caregaro Negrin:

« Spenta la tirannide straniera. Montebello Vicentino1, non tardò a lanciare un caldo appello a tutti i comuni del Veneto, invitandoli a sottoscrivere il loro obolo per l’erezione di un monumento a ricordo dei crociati caduti l’otto aprile 1848. Nella primavera del 1867 le ossa di quei primi martiri dell’Indipendenza Italiana, le quali dopo il combattimento giacquero sul campo glorioso, furono religiosamente raccolte e trasportate in Montebello, nella cui chiesa prepositurale si svolsero funebri cerimonie, e l’Abate Bernardo Morsolin commemorò l’eroica battaglia. I resti dei crociati, posti su di un carro trainato da quattro cavalli, e seguiti da una folla immensa di popolo, di soldati e di rappresentanze da ogni parte del Veneto ed anche d’Italia, furono tumulati nel cimitero del nostro paese. Sul sepolcro fu murata una lapide sulla quale è scolpito lo stemma comunale ed incisa la seguente iscrizione, dovuta alla penna del Dottor M. Fiorioli:

I FORTI
NEL PRIMO PATRIO CIMENTO
A SORIO CADUTI
8 AP. 1848
DICIOTT’ANNI PER AUSTRIACA RABBIA
INONORATI
QUÌ
LIBERA MONTEBELLO
SOLENNEMENTE COMPOSE
8 AP. 1867
ESULTATE O MARTIRI
ITALIA VOSTRA
È UNA

Sul colle soprastante l’ala destra2, in quell’occasione, fu innalzato un monumento in legno, il quale, per sollecitudine del primo sindaco di Montebello, Dottor Giuseppe Pasetti, eletto in carica nello stesso anno, di li a poco fu sostituito con uno in marmo. Infatti nel 1868, con le offerte di tutto il Veneto fu solennemente inaugurato l’attuale monumento su bozzetto di Antonio Caregaro Negrin di Vicenza. L’opera è semplice e consiste in un cumulo rustico sopra il quale si eleva uno svelto obelisco di marmo rossigno di S. Ambrogio di Verona, portante sulla cima la stella d’Italia ed alla base scolpite le seguenti due iscrizioni del Fiorioli. A destra:

EROI
NELLA GIOIA Dl CERTA VITTORIA
CADESTE
ESULTATE NEL VOSTRO TRIONFO

A sinistra:

I MARTIRI
DELLA PRIMA PATRIA BATTAGLIA
8 APRILE 1848
QUI MORIRONO
ITALIA LIBERTÀ ACCLAMANDO

Sul principio del nostro secolo, il monumento, più che per l’edacità del tempo, per l’opera vandalica di alcuni incoscienti, era talmente danneggiato che minacciava rovina. Per cui nel nostro paese sorse un comitato, sotto la presidenza onoraria del Dottor Luigi Cavalli, Senatore del Regno, e quella effettiva del Signor Ermenegildo Zanuso ufficiale a riposo del R. Esercito Italiano, alfine di raccogliere le offerte e di restaurarlo. Il 14 aprile 1907, lo storico obelisco con le offerte delle varie società patriottiche del Veneto era già restaurato e cinto da una cancellata di ferro. »

Umberto Ravagnani

Note:
1) Così fu chiamato il nostro paese, dopo che all’antica sua denominazione di Montebello, con decreto del 5 febbraio 1867 si aggiunse quella di Vicentino, e ciò per distinguerlo dagli altri paesi d’identico nome posti in varie parti del Regno, e per evitare con i medesimi ogni equivoco nel recapito della corrispondenza epistolare.

2) Alcuni scrittori parlando dell’avvenimento dell’otto aprile 1848, lo designarono col nome di fazione di Sorio come se colà si fosse interamente svolta la battaglia. Questa invece, e giova ricordarlo ad onore del vero, si combatté la maggior parte sul territorio del comune di Montebello. Infatti l’ala destra che subì grandi perdite, fu sorpresa alle falde del colle, dalla parte che prospetta ed è soggetta al nostro paese, e l’obelisco stesso sorge sulla cima dell’altura in territorio del comune di Montebello. La denominazione di battaglia di Sorio, data alla fazione del 1848, deriva certo dal fatto che il luogo in cui si svolse più sanguinoso il combattimento, pur facendo parte del comune di Montebello, è più vicino al centro di Sorio che a quello del nostro paese.

Foto:
1) Cartolina postale che mostra una delle commemorazioni annuali dei caduti di Sorio dell’8 Aprile 1848. La data di spedizione è del 9/9/1938 e rappresenta la vista del colle durante lo svolgimento della cerimonia di celebrazione dei 90 anni dalla battaglia (Rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).
2) La stele che ricorda la traslazione dei caduti nel cimitero di Montebello l’8 Aprile del 1867 prima della caduta definitiva dello stemma comunale, già allora gravemente compromesso (APUR Archivio privato Umberto Ravagnani – 2013).

Se hai FACEBOOK e l’articolo ti ha soddisfatto metti MI PIACE 
Oppure lascia un commento qui sotto…

IL CAPITELLO Dl VIA TRENTO

[154] IL CAPITELLO Dl VIA TRENTO

Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« Si tratta più di una cappella che di un capitello.
Descrizione: all’interno sono disposti dieci sedie con due inginocchiatoi un po’ mal ridotti, ma di ottima fattura. Il gradino che porta all’altare è in pietra rossa di Asiago, l’abside è quadrangolare.
Il dipinto è a olio su tela e rappresenta la Madonna, il Bambino e due angeli che suonano il liuto e il flauto. Lo sfondo e la cornice sono dorati, si possono datare tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900.
La facciata presenta una porta ad arco con rosone. La recinzione è in ferro battuto con motivi floreali. L’altare è in legno (poi ricoperto) e nella parte anteriore è in marmo policromo e composito. L’unica notizia certa è che nel 1905 si trova segnato nella mappa catastale. Tutte le testimonianze raccolte sono concordi nell’attribuire la costruzione a “Bepi capomastro” (Giuseppe Guarda) che, avendo la madre inferma, voleva darle la possibilità di avere la Madonna vicina.
Ogni anno, il 15 Agosto, in via Trento si faceva festa, con addobbi, musica, balli, bancarelle e naturalmente preghiere. “Assunta in cielo, sagra al Capitello”. La “sagra” venne interrotta negli anni ‘50, perché il Prevosto preferiva che la Madonna Assunta venisse festeggiata in Parrocchia.
Nel 1996-97 fu restaurato. Le finestre furono ricoperte con vetro policromo e, su interessamento del Prevosto Don Antonio Mozzo, il dipinto fu sistemato a Padova e protetto da una lastra di vetro ».

 

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello di via Trento e il dipinto al suo interno, in una foto del 2015 (APUR – Umberto Ravagnani).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

Se hai FACEBOOK e l’articolo ti ha soddisfatto metti MI PIACE 
Oppure lascia un commento qui sotto… 

 

IL DOGE ANDREA GRITTI

[151] IL DOGE ANDREA GRITTI  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

Andrea Gritti (Bardolino, 17 aprile 1455 – Venezia, 28 dicembre 1538) è stato un mercante, militare e politico italiano e 77º doge della Repubblica di Venezia dal 1523 alla morte.

« Cuel Gino da Velo d’Astico, co se gavivimo catà a la fine de Marso, el me ga fato sajiare cuei cachi cal gavea tirà xo dai so cacari. I xe stà i primi, cuei ca se jera maurà soto ale rete parchè i ‘flyng foxes’ ghe li gavaria magnà. Ve ricordeo? E ghe jera anca i ‘possums’ da star tenti…! Parò i cachi i jera boni…! Come ca i fusse stà de do cualità…! Cuei cachi coi ossi i gavea el gusto pì bon de cuei sensa ossi, ma boni tuti cuanti!!! Tastà i cachi, ca i jera stà bonorivi, se ghemo sentà xo par fare na ciacolada. Bira ‘new’ par lu e ‘old’ par mi. On sachetin de ‘cashews’ da mastegarghe drio, ca i xe pi boni dele bajiie. Gino el me gà dimandà sa gaveo fato el militare. Mi ghe go dito de no parchè jero drio fare le carte par nare in Australia e cussì i me ga assà ndar via! Lora lu el ga scominzià a contarme cal gavea fato el militare coi Alpini. El jera stà anca tri misi a Verona, rento a na caserma poco distante da Montorio. Desso là ghe xe el ‘IV Reggimento dei Alpini Paracadutisti’. “Co jerimo de ‘libera usita’, de Istà se nava senpre fin a Bardolino, in riva al Garda, parchè ghe jera uno da Cisano co la me conpagnia. Cisano,” me contava Gino, “xe poco distante da Bardolino. Sto Caporale, el se tegnea la moto a casa de parenti, vizin a la caserma, cussì, pena cal podea, el nava casa a catar la morosa. E mi navo insieme, tute le volte cal me dimandava de farghe conpagnia. Ma no cuando cal jera co la so morosa…! Lora se metivimo dacordo par lorario da nare indrio, e mi navo a far na caminada fin a Bardolin, drio al Lago de Garda!” Nando vanti co le ciacole, Gino el me diseva:”A Bardolin, ghe xe el vin bon, cuela la sà tuti, ma ghe xe anca on Albergo grando cal se ciama ‘Hotel Gritti’! Lo savivito ti ca a Bardolino jera nato on ‘Doge’? El me lo ga contà el me Caporale! On ‘Doge’ nportante, da come cal me contava lu. Ti ca te ghin capissi de storia, gheto sentio parlare de sto ‘Doge’?” “Ma sito drio farme on scherso, o feto dal vero?” ghe dimando mi a Gino. “Parchè? Parchè dovaria schersare?” me fa Gino. “Parchè proprio de ste setimane, me son messo a zercare sol ‘Internet’ come ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà al me paese,” ghe digo mi a Gino. E lu el me fa: “Cossa ghe centra i taraji?” E mi: “Ghe centra parchè, come ca te disi ti, el xe stà el ‘Doge’ de chel tenpo là a decidare!!! “E Gino a boca verta el me varda e el me dise: “Ma sito drio schersare?” “A son stà prima mi a dirtelo a ti ca te schersavi!!! Si o no”, a ghe fazo mi. “Se te vui ca vago vanti, a te poso dire come e cossa. Parò ti te ghe da dirme prima ndove cal va a finire l’Astico, cal passa par el to paese!” Gino el me varda, e dopo el me dise “A no lo so mia seto, ndove valo a finire, lo seto ti?” “Eco, vidito, parchè le robe le xe là ndove ca le xe senpre stà, nessun sintaressa da parlarghene e farghe savere ai tusiti e ale tosete co i va a scola parchè, come a Velo, el fiume ca passa par de là, el se ciama Astico. El va vanti, e vanti ncora e dopo el se ciama Tesena. E cuelo el va vanti, vanti, fin cal va a butarse rento al Bachiglione, on poco pì sù de Longare! E la stessa roba xe pal Bachiglione! Prima el se ciama Leogra. Come cal dise el nome, el vien xo da la Val Leogra, vizin a Schio. Ma pì vanti el va a ciamarse Timonchio. Con chel nome lì el va vanti ncora fin cal diventa Bachiglione, fin a Padova, el va vanti fin cal va rento al Brenta là vizin al Mare! Gino el me dimanda: “Ma ti come feto a savere tute ste robe?” E mi a dirghe: “Te go pena dito ca me nteresava de savere cuando ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà. El me Paese, sa no ghe fusse i taraji sol Cianpo e sol Guà el saria come el Polesine!!! A go leto tri libri so la Storia del me Paese. Gnanca un cal contasse cuando ca i jera stà fati sù, come ca no i gavesse nesuna nportansa.” “Ma come se fa a catare ste robe sol ‘Internet’?”, me ga dimandà Gino. “Ghe xe on posto ndove ca se pol scrivare na dimanda e te vien fora le risposte. Ma te ghe da zercarle,” ghe go dito mi. “E alora, se te tocava zercarle ncora, le dimande de prima sa servivele a cossa?” dise Gino. E mi: “Vardando cossa ca jera scrito so la storia del Guà, cal vignea ciamà il Fiume dai zincue nomi: el nasse ‘Rodolon’, el xe l‘Agno de Valdagno, fin a dopo Trissino ndove cal se ciama Guà, fin a Roveredo. Pì vanti el se ciama Frassine e dopo Gorzone, cal và a finire rento al Brenta, vizin al Mare. Ma so la ‘Wikipedia’, no se podea saver gnente dei taraji.” Salta fora Gino cal me dimanda: “Parchè, se te ghe pena dito ca la … Come se ciamala, la dise tuto?” E mi: “Xe stà par dò parolete ca riguardava el Cianpo, ca go trovà tuto. Lora xe saltà fora ca, stiani, ghe jera, gran barufe parchè Padova volea ca Vicenza fasesse nare lacua del Cianpo rento al Alpone, chal nava a finire rento al Adige.
Verona la volea ca Vicenza la fasesse nare el Cianpo rento al Guà a Montebelo, e no i se metea dacordo! Lora, cussì dise la ‘Wikipedia’, el Consilio dei10 de Venessia, insieme col Doge, nel 1532 el ga deciso da far sù i taraji. E xe stà scomizià i laori come ca i podea fare nte chei ani là! Xe passà tanti e tanti ani prima ca i ‘arzeni’ vegnisse finii come ca i xe desso. E tante aluvion da tute le parte: ntel Vicentin, ntel Veronese e xo ntel Padovan! Desso, el Cianpo,col riva a Montebelo, el se svolta on poco e el và verso Verona, a catarse col Alpone. E tuta lacua rento ai taraji! Come cuela del Guà….! E xe stà fato anca el ‘Bacino’!!! E chi jerilo el Doge?” Xe saltà fora Gino: ”No me dire cal jera Gritti?” E mi: “Propio lù, Andrea Gritti. El xe stà Doge par cuindese ani, dal 1523 al 1538!!!” E Gino: “Ma come gavaralo fato, sel jera nato a Bardolino?” “Venessia, stiani, la rivava fin a Bergamo. La famejia dei Gritti, jera de Comercianti e i xe rivà fin a Costantinopoli. Gino, cussì dise la ‘Wikipedia’,” go dito mi. Gino el se ga bevù na boconà de bira’new’, e vardandome ben in facia, el me dise: “Desso ca te ghe catà come e cuando ca xe stà fati sù i taraji al to Paese, sa vorissito fare?” Suito mi ghe go dito: “Voria dirghe al Sindaco de Montebelo de metarghe nome a na strada: Via Andrea Gritti, par farghe savere ai Montebelani ca ghe jera calche dun, cuasi zincuezento ani fa, ca savea la inportansa dei taraji, e i li ga fati fare!!! Ma mi son cuà, in Australia…! Parò son contento, parchè, dopo tuto el me zercare, el Doge Andrea Gritti da Bardolino, el xe uno cal me piase… tanto! »

(Lino Timillero – 14-5-2018).

Umberto Ravagnani

Immagini: Il Doge Andrea Gritti in un celbre ritratto di Tiziano Vecellio (particolare) e il suo stemma (da Wikipedia).

 

ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

Se hai FACEBOOK e l’articolo ti ha soddisfatto metti MI PIACE 
Oppure lascia un commento qui sotto… 

SANTA MARIA DI MONTEBELLO (3)

[148] LA CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTEBELLO (Ultima parte)

Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesa Prepositurale di Montebello.

« Il terzo altare a destra di chi entra fu eretto nel 1876 ed è dedicato a S. Giuseppe. La pala, lavoro pregevole del Cav. Busato di Vicenza, rappresenta il Transito del Patriarca, il quale è raffigurato morente su di un letto poveramente coperto. Lo assistono il Redentore e la Vergine, mentre in alto, fra un nimbo di luce, scende un angelo come per accoglierne l’anima che sta per spiccare il volo verso il ciclo. In un angolo, accanto ad un rozzo sgabello è la verga miracolosamente fiorita. Il primo altare a sinistra di chi entra, è dedicato a S. Antonio di Padova, la cui statua figura entro una edicola di gotiche forme. Dietro all’edicola, una pala di sconosciuto autore, rappresenta Gesù alla Colonna, consolato da un angelo che scende dal cielo, mandatogli dall’Eterno Padre, il quale figura nella parte superiore del quadro circondato da alcuni cherubini. L’altare seguente è dedicato al SS. Crocefisso. La bella imagine del Redentore appeso alla Croce è opera pregevole di Giovanni Gasparoni di Vicenza, il quale la eseguì nel 1865. Infine l’ultimo altare a sinistra, di chi entra in chiesa, è dedicato al SS. Redentore, la cui statua inaugurata nel 1900 alla mezzanotte, nel momento solenne che divideva due secoli, fu scolpita da Pietro Dalla Vecchia di Santorso. L’altare maggiore di classica semplicità che si eleva nel mezzo del coro è in marmo di Carrara e fu eseguito nel 1852 dallo scultore Pietro Spira di Venezia su disegno del Prof. Lazzeri. Contemporaneamente furono lavorati il pavimento e la balaustrata del coro, per cui dietro al tabernacolo dell’altare maggiore si legge questa iscrizione :

G. PAOLO CENZATTI
PEL PAVIMENTO LEGAVA
ALTARE E BALAUSTRI
SOCCORRENTE LA CONFRATERNITA
RICOSTRUIVA DEL PROPRIO
IL PREPOSITO
L’ANNO MDCCCLII

Sopra le spalliere del coro lavorate in noce nel 1852 dal falegname Antonio Zufelato (1) si ammirano i due grandi quadri ad encausto dipinti nel 1894 dal pittore Ermolao Paoletti di Venezia e rappresentanti uno Gesù ed i fanciulli, l’altro la Cananea. Tali quadri sono stimati per la luminosità degli sfondi riproducenti pittoreschi paesaggi di Palestina, per l’espressione delle figure improntate a nobile realismo e pel movimento dei gruppi armonizzanti con la cornice architettonica.
Dietro all’altare maggiore, all’altezza della cupoletta del tabernacolo vi è l’orchestra eseguita dal Gasparoni nel 1866, anno in cui fu pure costruito l’organo da Gio Batta De Lorenzi di Vicenza.
Il pavimento della chiesa eseguito nel 1845 è composto da 1067 quadri di marmo rosso e bianco. Nell’interno della facciata, a sinistra di chi entra, spicca il Battisterio il quale consta di un profondo nicchione, entro a cui sotto la pala rappresentante il Battesimo di Gesù, trova posto anche la vasca in marmo rosso per l’acqua lustrale. In alto, sopra l’arcata, pendono floreali decorazioni, mentre fra le mensole che sostengono la cimasa entro cui figura una grande conchiglia affiancata da festoni di frutti; è scolpita questa semplice iscrizione: « Fons salutis ».
Tanto il Battisterio, chiuso da artistica cancellata in ferro battuto, quanto la pala di settecentesco sapore, sono opera del Prof. Gianfrancesco Ghirotti e furono eseguiti nel 1926.
Ed ora diamo uno sguardo ai nuovi lavori di decorazione inaugurati nel 1930, in occasione della festa quinquennale della Madonna, lavori che, a dirlo subito e francamente, non reggono al confronto con quelli che preesistevano molto più sobri e meglio armonizzanti con la cornice architettonica della Chiesa, la quale con le nuove tinte, alquanto vivaci ha perduto quel senso di austerità che il pennello di Domenico Cavedon le aveva conferito nel 1905. Le numerose figure di Sante e di Santi, di cui il Noro ha popolato la chiesa, eseguiti parte a tempera e parte ad olio, pur avendo talvolta una espressione pensosa, per lo più sono impassibili perchè non condotti da mano ispirata. Tuttavia l’Annunciazione della Vergine che figura nel soffitto, per le movenze intonate dell’angelo e per la morbidezza del colorito è una delle composizioni migliori del Noro. Peccato che i panneggiamenti dell’angelo non assecondino le movenze. Meno felice nella esecuzione è il quadro gemello rappresentante la Vergine e Sant’Anna, gruppo che si perde nel vuoto della scena. Una pittura murale, abbastanza riuscita è certamente il sacrificio di Isacco il quale figura nell’interno della facciata e rappresenta Abramo nell’atto di colpire il figlio nel mentre che l’Angelo apparisce nel cielo per dire: Abramo fermati!
L’Assunzione della Vergine dipinta nell’abside del coro, non è certo paragonabile al grande quadro che occupava per intero la parte centrale del soffitto e che fu demolito per mancanza di consistenza (2). Infatti quel quadro era veramente pregevole non solo per la disposizione dei gruppi e per l’arditezza degli scorci, ma anche per l’espressione dei volti, per la morbidezza delle tinte e pel movimento e grandiosità della scena, doti di cui purtroppo l’Assunzione della Vergine dipinta dal Noro, difetta.
Attiguo alla chiesa sorge il bell’oratorio dedicato alla Sacra Famiglia inaugurato nel 1887. Esso è disegno di Giuseppe Guarda di Montebello come lo dice una iscrizione scolpita nell’interno dell’Oratorio stesso e che suona così :

QUESTO ORATORIO
SU DISEGNO DEL MAESTRO MURATORE
GIUSEPPE
CHE NE DIRESSE GRATUITAMENTE IL LAVORO
PER CONCORDE VOLERE DEI PARROCCHIANI
CHE VI SPESERO CURE FATICHE DENARO
FABURICATO IN SOLI NOVE MESI
FU DEDICATO ALLA SACRA FAMIGLIA
IL CLERO E LA COMMISSIONE
RICONOSCENTI

La graziosa facciata dell’Oratorio è di stile rinascimento, mentre l’interno semplice, non ampio ed a una sola nave, è decorato da paraste e trablazione d’ordine corinto. Il solo altare in legno è dedicato alla Sacra Famiglia la quale figura nella bella pala dipinta dal Boldrin nel 1795. Nell’Oratorio stesso, oltre al quadro detto del Consiglio, perchè una volta figurava nella sala Comunale, si conservano pure dentro ad una piccola custodia foggiata a modo di arca, delle ossa dei Santi Clemente, Felice e Vittoria. L’ultima ricognizione canonica di queste sante reliquie, avvenne il 4 settembre 1719, giorno in cui Andrea Trombetta e Gio. Batta Bordato, governatori della Comunità, si recarono da S. E. Monsignor Vescovo di Vicenza Sebastiano Venier, perchè ne riconoscesse l’autenticità, come infatti avvenne. Queste reliquie erano state donate al Prevosto Don Leonardo Sangiovanni dal Signor Giulio Borghi il quale le aveva avute dal Signor Ignazio Brizio Molinos a cui il 24 febbraio 1709 erano state consegnate dal Vescovo di Sabina S. E. il Cardinale Gaspare de Carpineo, che per mandato di Clemente XI le aveva levate dal Cimitero di S. Callisto in Roma.
Accanto alla chiesa prepositurale si innalza la bella torre campanaria sorta su disegno dell’architetto Zimello di Vicenza. Essa fu incorninciata nel 1819, come lo dice l’iscrizione incisa sulla prima pietra posta il 16 settembre di quell’anno dai Prevosto Dai Zovi, con l’intervento delle Autorità Comunali. Ecco l’iscrizione:

D. O. M.
MDCCCXIX DIE XVI SEPT.
PRAEPOSITUS PETRUS ANTONIUS DAI ZOVI

Giova ricordare però che il compimento del campanile avvenne solo nel 1848 e ciò a causa delle condizioni tristissime dei tempi, perchè le popolazioni erano state dissanguate dai passati governi. Il fusto della torre campanaria è costituito da cinque ordini, riquadrati con lesene agli angoli e distinti fra loro da fascioni, formati da una fascia inferiore e da una guscia con listello superiore. Il primo ordine che si innalza su basamento a scaglioni ed a quattro risalti sopra terra, è decorato da una trabeazione ionica sostenuta da quattro colonne inalberate agli angoli, con balaustrata superiore a cui si accede a mezzo di una porta praticata sul ripiano del secondo ordine. Sopra i quattro pilastrini, agli angoli della balaustrata, figurano quattro vasi a foggia di ara con fiamme. La cella campanaria di stile corinzio e di forma quadrata accoglie un concerto di cinque campane fuse nel 1899 (3). Sopra la trabeazione della cella si innalza il tamburo in cotto di base dodecagona, il quale regge la svelta cupola da cui un Angelo di belle forme, scolpito in legno e rivestito di rame, con l’ali spiegate sembra sfidare i fulmini ed il tempo. Il campanile misura 45 metri d’altezza. (4) »

Umberto Ravagnani

Note:
(1)
Allo Zufelato si devono pure i confessionali in noce eseguiti nel 1853 su disegno dell’ ingegnere Paolo Cenzatti e la bussola della porta maggiore lavorata nel 1850 su disegno del Gasparoni.
(2) Il bel quadro dell’Assunta che figurava nel mezzo del soffitto fu inaugurato nel 1886. Esso come scrisse il Prevosto Don Giuseppe Capovin fu incominciato da Valentino Pupin, ma, prevenuto dalla morte, il compimento fu affidato al pittore Tomaso Pasquotti di Conegliano.
(3) Le campane della Prepositurale di Montebello portano le seguenti iscrizioni: Ia O Maria Assunta in cielo – O madre nostra pietosa proteggi – noi tuoi figliuoli. IIa Il tuo patrocinio o Giuseppe Faccia santa la nostra vita – la nostra morte serena – IIIa I padri nostri – O Daniele – Te non invocarono indarno spandesti ristoro di pioggia sui colli riarsi. IVa Propulsa o Rocco – ogni contagio da quest’aria salubre. Va Il temporale furiando minaccia – lo disperdi o Vergine Brigida – ci salva dalla grandine.
(4) Il campanile che preesisteva all’attuale era alquanto più semplice e basso. Esso, che fu eretto nel 1575. era in cotto con guglia accuminata.

Foto: Interno della Chiesa di Santa Maria a Montebello – L’altare della Madonna di Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

 

Per chi volesse approfondire l’argomento sono disponibili i seguenti volumi del prof. LUIGI BEDIN:
L. BEDIN, Santa Maria di Montebello, Vol I, 2011, Montebello Vicentino;
L. BEDIN, Santa Maria de Montebello, Vol II, 2018, Vicenza;

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

Se hai FACEBOOK e l’articolo ti ha soddisfatto metti MI PIACE 
Oppure lascia un commento qui sotto… 

I ROMANI A MONTEBELLO

[30] RITROVAMENTI AL LEGNON
Vi aggiorno sulle novità riguardanti il ritrovamento avvenuto nella località Legnon, di Montebello, nella primavera del 2003. Nel precedente notiziario avevo soltanto accennato a questa scoperta; vi riassumo ora cosa è stato trovato e avvenuto in questo periodo.
Nella primavera scorsa appreso che in località Legnon, una via ormai dimenticata di Montebello, nei pressi della ferrovia, era stato trovato qualcosa di “strano“, ho fatto un sopralluogo. Il materiale che ho rinvenuto sul posto è stato ritenuto interessante anche dai soci della nostra Associazione e dall’Assessore dei Beni Culturali di Montecchio Maggiore Prof. Beschin, e componente della Direzione Museale del Comprensorio di cui fa parte anche Montebello. Quando ci ha detto che erano del periodo Romano potete immaginare la nostra soddisfazione per l’importanza della scoperta. E’ stata quindi avvisata del ritrovamento la dott.ssa Rigoni, della Sovrintendenza Archeologica di Padova. Con il consenso ufficioso della dott.ssa Rigoni e d’accordo con il proprietario del podere abbiamo ripulito lo scavo, in precedenza effettuato dall’Enel per lo spostamento di un traliccio, dalle dimensioni di circa 4 mt. x 3 mt.
A un metro e venti centimetri circa di profondità abbiamo visto uno strato di embrici rotti di circa 25-30 cm. di spessore, posti in ordine e non alla rinfusa. Sotto allo strato di embrici si intravvedevano tantissimi cocci di vasellame vario e, a circa 140 cm. di profondità, elementi di un selciato. Purtroppo la dott.ssa Rigoni non ha avuto la possibilità di fare un sopralluogo; è venuta però la dott.ssa Alexia Nascimbene, Conservatore Archeologo del Museo civico G, Zannato di Montecchio Maggiore, la quale confermava l’interesse del materiale. Abbiamo quindi consegnato tutta la documentazione in nostro possesso, relativamente al materiale trovato, alla dott.ssa Nascimbene che lo ha fatto vedere alla dott.ssa Rigoni l’8 aprile 2004, la quale confermava l’ipotesi che poteva trattarsi di reperti di epoca Romana risalenti al I secolo a.C. Uno scavo sistematico dovrebbe essere effettuato ora da una squadra di archeologi ma non sappiamo se ciò sarà possibile in quanto le disponibilità finanziarie degli organi preposti sono assai limitate.
Attualmente il proprietario del podere ha chiuso lo scavo per poter proseguire con i lavori agricoli. Rimaniamo quindi in attesa di nuovi sviluppi che ci auguriamo positivi.

Adelino Fioraso (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: L’embrice Romano era un tipo di tegola in laterizio, a forma di lastra trapezoidale ed i cui due orli erano rialzati. Tra un embrice e l’altro veniva posizionato un coppo a copertura. L’embrice cosiddetto alla “romana” è tuttora largamente utilizzato, soprattutto nell’Italia centrale, e per la copertura di edifici appartenenti ai centri storici (a cura del redattore).
Se l’articolo ti ha soddisfatto metti MI PIACE su FACEBOOK

LE NOSTRE ORIGINI

[29] LE NOSTRE ORIGINI

Recentemente la nostra Associazione ha potuto visitare, grazie alla guida del Prof. Luigi Bedin, i luoghi degli antichi abitanti del nostro paese. Montebello, come si sa, ha origini molto antiche e lo provano le numerose scoperte archeologiche avvenute in varie date, soprattutto nella zona del Monte del Lago sulla sommità del colle e nelle zone circostanti.
Già nel 1836 furono ritrovati, come fu testimoniato da Paolo Lioy, oggetti di ornamento appartenenti al periodo paleoveneto. Negli anni ’30 del secolo scorso Bruno Munaretto, grande appassionato della storia locale, iniziò a raccogliere il materiale archeologico che potè rinvenire nella località Pegnare, particolarmente in località la Gualiva, proveniente da una importante necropoli di tombe ad incinerazione consistenti in fori scavati nel tufo vulcanico. La raccolta del materiale archeologico frutto delle ricerche del Munaretto comprende un periodo di tempo che va dal bronzo Medio (XIV° sec, a.C.) fino all’Età Romana del II° sec. a.C. (monete di età Repubblicana).
In località Mussolina dal 1963 furono trovate, ad opera di Padre Aurelio Menin, tombe veneto-etrusche riferibili all’inizio dell’Età del Ferro, IX° sec. a.C., i cui corredi funebri contenevano manufatti in oro e in bronzo e delle fibule. Furono trovati anche frammenti ossei di bue, cane, cavallo, cervo, pecora e in prevalenza di capra.
La presenza dei paleoveneti, oltre alle similitudini riscontrate ad Este, antica capitale dei veneti, fu il ritrovamento di un frammento di un vaso di ceramica sul cui fondo erano incise tre lettere del loro alfabeto, la più evidente la “VI“. Una quantità di materiale di eccezionale valore archeologico fu scoperto a partire dal 1975 nelle pendici meridionali del Monte del Lago a seguito degli scavi per la costruzione di una casa.
Le ricerche si svilupparono a cura della Sovrintendenza dei Beni Archeologici di Padova e furono oggetto di molti studi e pubblicazioni. Il luogo comprendeva tre fasi abitative che vanno dal Bronzo Recente e Finale (XIII sec. a.C.) all’età del Ferro (periodo IV°-II° sec. a.C.). A questa epoca si fa riferimento alla “casa retica” a pianta quadrata, seminterrata, comprendente più locali, previsti anche per i lavori di artigianato. Un focolare che probabilmente veniva usato per la fabbricazione dei vasi di argilla; in un locale vennero trovati dei pani di questo materiale e un recipiente in cui veniva raccolta sabbia di fiume per l’impasto. delle quattro abitazioni portate alla luce una presentava un manufatto idraulico per la raccolta degli scoli d’acqua piovana, che è l’unico finora conosciuto della civiltà paleoveneta. L’insediamento urbano era delimitato ad ovest da una necropoli con le sepolture ad incinerazione che risalgono al periodo fra il V° e il II° sec. a.C. Il corredo funebre di una delle tombe era particolarmente ricco ed era costituito da: un cinturone di ferro, una punta di lancia, un coltello con il fodero decorato in ferro, un braccialetto di bronzo, due perline di pasta vitrea, tre fibule e due vasi di ceramica.
Un’altra scoperta molto interessante riguarda un muro antico che risale al XIII° secolo a.C. (periodo paleoveneto) su cui i paleoveneti si appoggiarono per la costruzione del pavimento di una casa. Molto interessante fu anche il ritrovamento di una notevole quantità di semi di cereali contenuti in recipienti di legno carbonizzato.
I manufatti e gli oggetti di ornamento rappresentano una realtà importante che ci dà la misura delle abilità raggiunte dai nostri antenati e degli scambi che essi intrattenevano con gli abitanti delle regioni vicine. Purtroppo la gran parte del materiale recuperato non è visionabile se non in minima parte nel Museo di Este, nel Museo di Chiampo, e nel Museo di Santa Corona a Vicenza. E’ previsto che una parte sarà esposta, prossimamente, nel Museo Zannato di Montecchio Maggiore.

Luciana Albiero (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: la “Casa del Vasaio” (Mostra Venetkens – Padova 2013). Ricostruzione di una delle quattro abitazioni di cui si parla nell’articolo e, precisamente, quella che viene chiamata la Casa del Vasaio, all’interno della quale sono stati trovati numerosi vasi in terracotta ‘crudi’ messi ad essiccare, preparati quindi per la cottura (foto a cura del redattore).

Se l’articolo ti ha soddisfatto metti MI PIACE su FACEBOOK