EL CINEMA AL APERTO

[222] EL CINEMA AL APERTO DE MONTEBELO
LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


« Forse calchedun de la me età se ricordarà cuando che vignea fato el Cinema al aperto al Oratorio de Montebelo. Vialtri dirì che no se pole mia!!! Ai primi del 1950, ntrà el muro del Oratorio verso la Canonica e le vecie scole de Dotrina, vizin ala Canonica, no ghe jera gnente inframezo! Lora jera stà spostà anca el Canpo da Calcio. Indrio, verso ndove che ghe xe lasilo desso! Par cuanto cal jera lungo l’Oratorio! Cussì ghe jera on bel tochetin de tera, come on canpeto da Calcio, ndove che zugava i tusiti pì picoli, come mi, Silvano co so fradelo Sergio e anca Luigi co so fradelo Gaetano e chealtri che navimo scola nsieme. Don Giuseppe jera el Capelan. Co navimo al Oratorio, se nava par zugare col balon, come chel conta sol so libro Ernesto Crosara. Verso le 4 Don Giuseppe el vignea fora dala Canonica co na scatola de galete dei Mericani. Come che lo vedivimo, no ghe jera bisogno de ciamarne! Nialtri se fermavimo de zugare col balon e ndavimo de corsa a torse la galeta Mericana! Ogni tanto Don Giuseppe el ne dava anca on giandujioto, on poco dureto, ma bon. Merican anca cuelo, come le galete. Al sabo tuti i tusiti nava a confesarse. Se catavimo dala parte del canpanile, e zugavimo a ciaparse. Cuatro zincue i corea in giro par ciapare i tusi che lora i jera inpegnà e ghe tocava nar a tacarse ala fila, sol canton dela scala che nava sù in Cesa. Corivimo sù pal canpanile, caminavimo sol cornison tuto torno e se nava su e zò par la scala ndove che ghe xe la porta par nar sonare le canpane. Chi che vegnea inpegnà, ghe tocava de star in fila fin che calchedun rivava a dispegnarli! Co vedivimo Don Giuseppe se fermavimo tuti, vinti, trenta tusiti, e se nava rento in Cesa a confesarse! (ghe jera anca el Prevosto e chelaltro Capelan). De Istà, co fasea senpre caldo, finio de confesarse, se scomiziava a portare le careghe dela Cesa sol canpeto ndove che se zugava. Le jera le careghe vece, cuele ncora inpajià. Le metivimo ben in fila. Na sesantina de careghe…! Ghe volea depì de na ora!!! E jerimo tuti tusiti che stava de casa vizin ala Cesa. Co gavivimo finio, a seconda de che Cinema ca vignea fato, Don Giuseppe el ne dava on biljietin, e con cuelo navimo a vedare el Cinema. El Cinema scomiziava pena che vignea scuro. Ghe jera du pali alti vizin al muro del Oratorio. I tegnea sù come on nezolo grando e bianco. Là se vedea el Cinema! Sol muro dele Dotrine vecie, ghe jera on buso rotondo par far vigner fora el Cinema! E ghe jera na porta ndove che i omini ndava su par la scala a far funsionare la machina pal Cinema. Me ricordo che go visto: “Alì Babà e i Cuaranta Ladroni”. A colori!!!! Co Alì Babà chel girava pararia sol so Tapeto Volante nsieme col so Gigante!! Che belo!!!! Nialtri tusiti jerimo sentà davanti e no se ghemo mai nteresà da savere chi che portava indrio le careghe in Cesa! Jera tardi, e gavivimo da nar casa, pieni de sono!!! Dopo, ntel ’54, xe rivà la television!!! La prima volta che la go vista xe stà de sera, rento la botega de ‘Aparechi Eletrichi’ de Zigiotto. Vizin ala Farmacia che ghe jera sol canton dela via Borgoleco, jera stà sverto on toco de muro de na casa. Xe stà fato sù na vetrina. Là se vendea i Aparechi Letrichi. Mi vardavo drento, ma no vedevo mai gnanca on aparechio, letrico o a motore!!! Però, de sera, co no ghe jera nissun in botega, i asava inpizà la Televisione!!! E la gente se inmuciava davanti ala vetrina par vardarla. La Televisione!!! E i ghe assava ai tusiti a metarse davanti!!! E se sentia tuto parchéi gavea messo la voze alta, che la se sentia ben anca de fora, sol marciapié! La Televisione xe stà cuela che no gà pì fato nar vanti el Cinema al aperto!!! Co xe stà scomizià ‘Lascia o Raddoppia’, al Zobia de sera, chi che no gavea la TVu, i ndava al Ostaria a vederla. Le fameie che gavea la Televisione le jera ben poche. E al Zobia le gavea senpre gente che ndava in casa, come co se ndava a filò!!! »
(Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 5-1-2019)

Foto:
1) Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo con una scena da “Alì Babà e i quaranta ladroni”, regia di Arthur Lubin, 1944 (a cura del redattore).

Umberto Ravagnani

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DA MONTEBELLO A WOLLONGONG

[149] DALL’ORATORIO DI MONTEBELLO A WOLLONGONG  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

IL CALCIO È UNA MALATTIA DI FAMIGLIA

« A Montebello, nel 1952, il cappellano don Giuseppe ai bambini che frequentavano l’oratorio offriva una “galletta” ciascuno, verso le quattro del pomeriggio. Non c’era alcun bisogno di chiamarci! Con la coda dell’occhio, pur giocando, guardavamo la porta della canonica. Appena quella si apriva per lasciar intravedere don Giuseppe, noi già si correva verso di lui per essere i primi a ricevere la galletta. Erano americane! Una volta alla settimana don Giuseppe ci dava anche un cioccolatino gianduiotto, un pò amarognolo, ma buono con la “Galetta”. Tutte cose americane! Nessuno di noi ragazzini ha mai potuto indovinare quale fosse il giorno in cui ci sarebbe stato il gianduiotto. Se c’eri, lo prendevi. Se non c’eri lo perdevi! Nel 1954 arrivò don Francesco e gli americani avevano finite le “gallette” da darci. Già dagli ultimi sei mesi della permanenza di don Giuseppe, non venivano più distribuite. Ma il pallone c’era soltanto all’oratorio! Dove altro si poteva andare per giocare a calcio? Durante l’estate seguente, don Francesco ricominciò a distribuire le medesime “gallette”, e anche il ‘saltuario’ gianduiotto! Nessuno di noi si azzardò a chiedere il perché o il percome. Giocavamo e mangiavamo, per poi ricominciare a giocare a calcio. Non si poteva chiedere di più. Ed eravamo più che contenti. L’anno dopo finirono le gallette, ma don Francesco organizzò un torneo di calcio per ragazzi dai 10 ai 15 anni, da disputarsi durante i pomeriggi ‘infrasettimanali’ con squadre dei paesi vicini: Gambellara e Zermeghedo. Don Francesco procurò anche la maglie per le due squadre dell’oratorio, biancorosse per la Audax-Baby, la mia squadra, e bianconere per l’altra squadra, che era quella di mio fratello Albano. Entrambe le squadre erano di età mista. Mio fratello ha due anni più di me, ma con noi c’erano “Cianeto”, Renzo e Ruggero, che erano della sua età. In finale andarono le due squadre dell’oratorio, le nostre. Vinse la squadra di mio fratello. All’oratorio io continuai a giocare le solite partitelle, mentre Albano trovava lavoro alle Alte di Montecchio. E cominciò a giocare con la Ronzani di Vicenza. Da lì, ancora giovane, passò al Marzotto di Valdagno. Un giorno, infatti, dei Signori del Marzotto vennero a parlare con nostra madre per poter avere Albano con loro. Stipendiato dal Marzotto.
Anche se allora non erano grandi somme di denaro. La mamma acconsentì, e mio fratello si accordò con la ditta che lo aveva assunto: al mattino lavorava con loro e al pomeriggio andava a Valdagno per gli allenamenti. Nelle giovanili. Ma con qualche giornata da riserva in serie B. Poi dovette partire per il militare. Riuscì a giocare con il Civitavecchia, in Serie C, per tutta la naja. Intanto il Marzotto, in quei due anni, andò di male in peggio. Albano tornò dal militare per rimettersi a lavorare, ma continuò ancora con la squadra di Valdagno per qualche anno, finché Rita Pavone non si mise a cantare “La partita di pallone”. Poco dopo io partii per l’Australia. L’ultima mia partita di calcio la giocai a Whyalla, in South-Australia. Indossavo la maglia dello ‘Steel-United’, la squadra dell’acciaieria di quella città. Quando vidi che un compagno di squadra si spezzò la gamba destra, mi venne da pensare: mica son venuto qui per finire come lui. E smisi di giocare. Due domeniche prima avevo pure segnato un bel goal. In squadra eravamo cinque italiani e sei tra inglesi, scozzesi e un australiano. Sergio Balatti era il centravanti e io giocavo da ala tornante. Sergio era arrivato da piccolo con la sua famiglia, dalla Valtellina. Parlava come gli australiani e diceva a noi cosa fare. Noi ancora non parlavamo inglese. Ma la palla è rotonda! Sia che la chiami palla oppure ball, è sempre da mettere dentro la porta avversaria. Conservo ancora il piccolo articolo di giornale in cui si parla della vittoria dello ‘Steel-United’ e del goal che io segnai, e ho avuto la fortuna di poterlo mostrare al mio ‘Grand-Son’, mio nipote, che ha 15 anni e gioca bene al calcio, con il suo ‘Catholic College”. I miei due figli hanno giocato al calcio da quando il primo aveva 12 anni ed il secondo 9. Prima con il Wollongong Olimpic, club riservato soltanto agli “junior”. Quando cominciarono a frequentare l’Edmund Rice College’, famoso per le vittorie nella competizione di rugby, loro continuarono invece a giocare al “soccer” (pronunciato soccher), come qui chiamavano il calcio. Che all’epoca era considerato uno sport minore, sia a livello scolastico che a livello nazionale. Io stesso, quando i miei figli erano adolescenti, ritornai al calcio. Fu padre Nazareno, da Mussolente, e quindi vicentino, a chiedermi di aiutare il gruppo giovanile del Centro Italiano, formando una squadra per partecipare al torneo di calcio delle denominazioni cristiane dell’Illawarra. In altre parole, i figli degli Italiani di Wollongong avevano formato l’Italo-Australian ‘Youth Club’, con base al centro italiano dei padri scalabriniani, e lì dovevano giocare contro squadre di club anglicani, metodisti, battisti, luterani, presbiteriani e via dicendo. Era il 1982, Italia campione del mondo! Dopo un paio di settimane, tutto questo diventò semplicemente il Churches-Competition, che letteralmente significa il torneo delle chiese.
Ci si allenava due sere la settimana. La mia presenza era necessaria soprattutto per avere un adulto sempre nei pressi. Facevo anche da allenatore, ma più per far capire a certi giovani che avevano giocato a rugby la differenza del fuorigioco fra il calcio e il rugby. Più di qualche goal non fu segnato proprio perché la regola del fuorigioco era molto dura da comprendere per i giocatori che avevano sempre giocato al Rugby. Agli allenamenti, per fortuna vicino a casa mia, mi portavo dietro i figli. Vicino al campo da calcio abitava un loro compagno di scuola, così anche Carlo si univa ai miei David ed Anthony per la durata della seduta. Carlo, figlio di abruzzesi, era soprannominato F.C. che stava per Football Club. In quel periodo, avevamo due automobili, indispensabili per andare a lavorare. Io avevo comperato una 500 Fiat da pochi dollari per mia moglie, perché portasse i figli alla scuola cattolica. La dovetti usare io perché non riusciva a cambiare le marce senza ‘grattare’. I nostri figli ricordano quell’auto ancora adesso. Era una decapottabile. Dei giovani dello Youth Club, qualcuno divenne avvocato, altri commercialisti o impresari, altri ancora semplici operai alla ‘SteelWork’. Molti hanno bambini. Un gruppo di quei professionisti ha poi ripreso a radunarsi in un campetto da calcio semi-abbandonato, di nuovo a correre dietro un pallone. Tra di loro. Dopo una settimana chiusi dentro gli uffici. E si portavano i figli dietro. E giocavano a calcio con i loro bambini. Uno dei miei figli finì di giocare a calcio con l’Università di Wollongong. Ora, dopo il lavoro, è allenatore patentato. L’altro invece ha smesso dopo essersi fratturato la gamba destra giocando al calcio. Io ero presente quando accadde. Ma anche dopo questo mio figlio non riesce a restare lontano dal calcio, tanto che adesso è presidente del “Port Kembla Puma Amateur Club”. » (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Giugno 2019).

Umberto Ravagnani

Foto: Il campo sportivo dell’Oratorio di Montebello, attivo dagli anni 50 del Novecento (APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

 

 

ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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