LA CHIESA DI SAN FRANCESCO

[10] GHE GERA ‘NA VOLTA (1)
La Chiesa di San Francesco (secolo XIII)

All’inizio di via San Francesco, la continuazione di via Castello che sale verso il monte, vi è un grande edificio a forma di “L”, conosciuto come “ex asilo infantile”, che fu costruito nel 1912 nel luogo dove sorgeva l’antica Chiesa di San Francesco. Lo storico montebellano Bruno Munaretto, nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, pubblicate nel 1932, ci racconta così le vicende che hanno interessato questo secolare edificio religioso:
« Il più antico documento riguardante la demolita chiesa di S. Francesco, la quale sorgeva sull’area oggidì occupata dall’Asilo Infantile, è un testamento fatto in Montebello da “Giacomo quondam Domini Cozie de Montebello Civis Vicetie” il 31 marzo 1419. Da quel documento riportato da Padre Maccà nella sua storia del Territorio Vicentino, si ricava che questa chiesa, in quei tempi, era ufficiata da un cappellano e che ivi la famiglia Cozza, a cui spettava il diritto di patronato, aveva la tomba di famiglia. Senonchè la chiesa di S. Francesco, che allora era dedicata a S. Zenone, verso il 1461 si trovava priva di ufficiatura e per di più in rovina, per cui il Nobile Bartolomeo Cozza, a nome anche del fratello Daniele, con atto notarile del 9 aprile 1461, la cedeva ai frati riformati di Padova. » … « I frati minori però presero possesso della chiesa e dei beni di S. Zenone solo quando la Sede Apostolica diede loro la facoltà di erigersi il Convento, ciò che avvenne il 3 agosto 1463. » … « Fu allora che i frati minori, con le oblazioni dei Montebellani, non solo ampliarono la chiesa di S. Zenone, che vollero però dedicare al Patriarca S. Francesco, ma innalzarono pure il campanile ed allargarono la casa ad uso dell’Ospizio. » … « I padri minori Conventuali tennero questa chiesa e il convento fino al 1656.
Infatti la Veneta Repubblica, avendo bisogno di denaro per sostenere la guerra di Candia, ancora nell’anno precedente, aveva supplicato ed ottenuto dal S. Padre la concessione dei beni di alcuni conventi, per cui, in quella occasione, il convento di S. Francesco fu tra i colpiti e con breve di S. S. Alessandro VII, in data del 29 aprile 1656 fu soppresso. » … « Il 10 settembre di quell’anno la signora Maria Ferrazza del fu Alvise acquistava per la somma di 700 ducati l’Ospizio di S. Francesco con rive e orto annessi e cinque campi che possedeva, nonchè vari livelli in genere ed in denaro. Essa inoltre assumeva per sè e per gli eredi gli obblighi suddetti, impegnandosi pure di far celebrare ogni anno 62 Sante Messe. Quindi il diritto di patronato dai padri Minori Conventuali passò nella compratrice Maria Ferrazza alla quale, circa il 1663, successe nella proprietà della chiesa e dei beni annessi il signor Tommaso Castellani fu Francesco. Morto questi tanto la chiesa che il Convento passarono per eredità alla signora Apollonia Castellani che nel 1696 era andata sposa a Francesco Conforti fu Albanio per cui da allora i diritti e gli onori di iuspatronato della chiesa di S. Francesco rimasero nei discendenti di Francesco Conforti i quali però non sempre adempirono i loro obblighi patronali. Così ad esempio, nel 1743, i Conforti non fecero suonare le campane al passaggio delle processioni, e, nel pomeriggio del giorno di S. Rocco, nel 1745, chiusero la chiesa impedendo così le Funzioni serotine in onore di quel Santo. Ma la Comunità di Montebello in queste, come in altre circostanze, fu sempre sollecita nel rivendicare ai parrocchiani il diritto di usufruire del culto della chiesa di S. Francesco.
Frattanto nel 1762 il campanile, essendo stato colpito da un fulmine minacciava rovina, per cui Don Albanio Conforti, quale compatrono, pur riconoscendo che l’obbligo dei necessari restauri incombeva ai Conforti, tuttavia fece domanda ai Governatori della Comunità affinchè una parte della spesa, e cioè quella della guglia che difendeva l’orologio, fosse sostenuta dal Comune. La ragione per cui Don Albanio fece tale istanza va attribuita al fatto che la guglia difendeva l’orologio il quale era di proprietà del comune e perciò quanto chiedeva gli fu accordato. Ma se in quella occasione il campanile fu salvato da certa rovina, non così potè avvenire nel 1908, perchè il compatrono Ciro Conforti dovette farlo demolire d’ordine del Municipio, perchè ogni restauro era inutile ad una torre così vetusta e che da un momento all’altro minacciava di crollare.
Anche la chiesa, al principio del nostro secolo, versava in condizioni disastrose, perchè i Conforti non avevano eseguito quei lavori di restauro che per vetustà richiedeva. Essa perciò fu chiusa al culto Divino ed i Montebellani furono privati del diritto di frequentarla. Fu allora che il Prevosto Don Giuseppe Capovin fece citare davanti al R. Tribunale Civile e penale di Vicenza i signori Conforti per l’adempimento degli obblighi patronali. » Il Tribunale diede ragione a don Capovin obbligando i Conforti ad eseguire tutti i lavori di manutenzione necessari … « Quindi i Conforti, vista la mala parata, cedettero la chiesa al Prevosto Capovin il quale non solo vagheggiava di restaurarla e di riaprirla al culto Divino, ma pensava pure di ricostruire il caratteristico campanile.
Purtroppo nell’aprile di quell’anno il Capovin moriva ed a lui succedeva don Domenico Giarolo. Questi però, anzichè attuare il progetto del suo predecessore, fece demolire la storica chiesa per costruirvi l’Asilo Infantile opera benefica e filantropica quanto si vuole, ma che si poteva erigere in altro luogo, dato che a Montebello le belle posizioni non mancano. »

(U.R. dal N° 1 di AUREOS – Dicembre 2001)

Figura: cartolina della fine del 1800 (collezione privata del redattore).
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LE PIETRE PARLANO

[9] LE PIETRE PARLANO

Nel castello dei Maltraversi, oggi proprietà Dal Maso, sono stati individuati due frammenti di lapidi romane, riutilizzate rovesce come architravi di feritoie nella ricostruzione del manufatto difensivo operata dagli Scaligeri, signori di Verona.
I componenti dell’Associazione “Amici di Montebello” hanno rilevato col sistema del “frattage” (sic) e delle fotografie le due iscrizioni che sono state esaminate dal Professore Alfredo Buonopane, docente di Epigrafia latina dell’Università di Verona. Si è potuto leggere su un frammento il nome di un anonimo Sempronio e, sull’altro, quelli di Galla e Stabilione, della famiglia dei Saloni, che i figli commemorarono nella lapide sepolcrale. Come ha spiegato il Professore Buonopane nella conferenza organizzata dagli “Amici di Montebello” e dall’Assessorato alla Cultura, la corrispondenza del nome gentilizio tra i due coniugi, in una realtà come quella romana, in cui la donna conservava il patronimico anche da sposata, lascia supporre una loro condizione di liberti, cioè ex schiavi dei Saloni. I liberti quasi sempre conservavano all’interno delle grandi famiglie funzioni amministrative di fiducia.
La loro presenza a Montebello, attestata dalla sepoltura si trovava presumibilmente lungo l’antica via Postumia, il cui tracciato corrispondeva all’incirca con la via principale del paese, suggerisce l’esistenza del territorio di grandi proprietà terriere della famiglia dei Saloni, la più importante della Vicenza romana essendo imparentata con l’imperatore Adriano. Si aprono in tal modo ipotesi su un’organizzazione fondiaria latifondista, che hanno tuttavia bisogno di essere verificate con ulteriori riscontri oggettivi. Ci si augura che altre tracce ed altre “pietre” possano essere segnalate, per meglio comprendere la realtà del passato, che interessa un numero non esiguo di persone, come ha dimostrato un numeroso ed attento pubblico intervenuto alla serata del 18 maggio. In quella occasione il Prof. Buonopane ci ha intrattenuti sulla romanità, partendo dalla famosa strada Postumia. Un miliare, rinvenuto nel 1800 presso Goito, ricorda con la sua iscrizione che essa fu voluta dal console Spurio Postumio Albino nel 148 a.C.; la via Postumia congiungeva Genova ad Aquileia, collegando fra loro località allora di indubbia importanza strategica.
Interessante è l’aspetto dell’impatto ambientale e umano che tale costruzione, conclusa dai soldati romani in circa due anni, determinò nel territorio veneto, dove le strade precedenti erano semplicemente piste in terra battuta, con una natura in sostanza assecondata, ora dai Romani piegata alle esigenze del percorso militare. Si è sottolineato come i Veneti, che in qualità di alleati avevano inviato un contingente nella battaglia di Canne, all’epoca della costruzione della Postumia erano uniti in una federazione delle loro comunità. Sorta una contesa per una questione di confini fra Vicentini e Atesini, fu richiesto l’arbitrato romano, di cui è testimonianza l’iscrizione della Lobia del 135 a.C. Scritta in latino, reca, l’ordine perentorio in merito al tracciato dei confini e agli espropri. E’ chiaro che il territorio è ormai zona di protettorato romano e successivamente, al tempo della discesa dei Cimbri lungo l’Adige e degli scontri con il generale Gaio Mario, il processo di romanizzazione sarà decisamente spinto. Il prof. Buonopane si è soffermato sul modo di viaggiare nel mondo romano, con i vari tipi di carro, calesse: trainati da muli, cavalli o buoi (quando non si andava a piedi, come spesso accadeva) e sulla rischiosità dei viaggi, che induceva i viaggiatori in procinto di partire a fare testamento, a segnare di “propria pianta” le orme, e altrettanto al ritorno a pericolo scampato.
Parlando di viabilità non poteva mancare il riferimento ai miliari, colonnette molto mobili, per la loro conformazione atte al rotolamento ( perciò usate in seguito anche come rullo per spianare i campi) diversamente dalle lapidi che, per citare un illustre professore di epigrafia latina “fanno poca strada”.
Nella via Postumia, ad esempio, nessun miliare si è trovato “in sito” secondo la successione per migli; alcuni sono stati raccolti in un’unica località ad esempio Colognola ai Colli dove ciò suggerisce una migrazione di tali pietre dalla strada Postumia bassa.
Buona parte dei ricercatori sostiene che la Postumia, nel tratto Verona-Vicenza, seguisse un percorso molto vicino a quello della statale attuale, con alcuni tratti su argine (significativi i termini locali levà, alzà) e ipotizza un possibile tracciato “alto” posteriore alla Postumia, sulle orme di un cammino di epoca preistorica. La mutatio (serviva al cambio degli animali e al ristoro dei viaggiatori) Aureos citata nell’itinerario Burdigalense del IV secolo d.C. è da identificarsi con il centro di Montebello e non con la Mason: le distanze indicate dall’Itinerario, infatti corrispondono: Verona-Cadianum XI M, Cadianum-Aureos XI M, Aureos-Vicetia XI M; tot. XXXIII M (33 miglia N.d.R.). Che la Postumia passasse per il centro di Montebello troverebbe inoltre conferma nel ritrovamento di una tomba romana (e i Romani seppellivano lungo le strade, fuori dall’abitato) e in località Colombara prossima al cimitero di tracce di selciato stradale con basoli di trachite. Oltre Montebello la Postumia proseguiva per la località Gualda, che nel nome germanico, ricorda un antico posto di guardia, reinserendosi in località Tavernelle nell’attuale statale 11 fino a Vicenza. Il miliare trovato a Tavernelle indica XI M, quindi appartiene propriamente a Montebello, e ci segnala un messaggio propagandistico di cui beneficia Gioviano, imperatore di breve durata, autore di una pace vergognosa con i Persiani. Nell’iscrizione è detto vittorioso e trionfatore, Augusto nato per il bene dello stato, in realtà per coprire il citato aspetto poco lusinghiero della sua carriera imperiale.
Un miliare rinvenuto nel tratto Verona-Villafranca fa riferimento al fatto che essi alleviavano la fatica al viandante offrendogli con le loro iscrizioni “distrazioni” oltre che indicazioni sul cammino.
Noi moderni, per tradizione, dall’editto napoleonico di S. Cloud, teniamo raccolti i resti dei nostri morti in una tomba di cimitero, piccola o grande che sia, e andiamo a visitarli, colloquiando con i loro silenzi. Se capita un evento tragico sulle strade, li ricordiamo con un cippo, mazzi di fiori, con un volume proporzionato alla gravità o alla efferatezza del dramma. La cosa sorprendente è che nelle lapidi romane talvolta i defunti si rivolgono al passante “a tu per tu“, quasi a stabilire una continuità di rapporti con il mondo dei vivi; e il morto è come una traccia impressa che in qualche modo parla all’umano viaggiatore. Così nella lapide di Montecchia il defunto, indirizzandosi al viandante, lo apostrofa, a dire il vero piuttosto duramente, di non illudersi, che la stessa sorte, fra breve capiterà anche a lui. E a Caldiero, più dolcemente, vuol renderlo partecipe dei momenti intensi della sua esistenza con “vinum Venus, panis, mi rovinarono, ma resero bella la mia vita“.
Meno ricca di spunti di vita, ma estremamente interessante è risultata la lapide sepolcrale scoperta dagli “Amici di Montebello” al castello dei Maltraversi; essa ricordandoci Galla e stabilione, una coppia (molto probabilmente di liberti) della potente famiglia vicentina dei Saloni, ci prospetta una possibile organizzazione socio-economica del territorio di Montebello sulla base di grandi proprietà terriere.

S.M.F. (dal N° 1 di AUREOS – Dicembre 2001)
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PROVERBI E MODI DI DIRE (1)

[8] PROVERBI E MODI DI DIRE (1)

Xè proprio quando manco che te te lo speti che l’acqua rompe” ovvero “Quando meno credi ti coglie l’imprevisto” è il significato del detto ed è quasi una metafora, traslata nell’ambiente naturale, dell’insegnamento evangelico “Estote parati” (nel Vangelo secondo Matteo si legge “Et vos estote parati quia qua nescitis hora, Filius hominis venturus est” e cioè “Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà”. Matteo 24,44 – N.d.R.).
Questo tipico modo di dire montebellano trae la sua origine dalle innumerevoli rotte primaverili od autunnali dei torrenti Chiampo e Guà e delle conseguenti “rotte” che hanno provocato nei secoli scorsi danni incalcolabili alle colture, ai fabbricati, alla viabilità e che in più di qualche occasione hanno provocato anche vittime umane. Il progressivo disboscamento delle medie ed alte parti delle valli del Chiampo e dell’Agno, iniziato nel XIII° secolo da parte dei nuovi immigrati di etnia tedesca (Cimbri) per ricavare pascoli per il bestiame e carbone dolce da vendere nel territorio di pianura, ha ridotto la capacità del terreno di assorbire e trattenere le precipitazioni atmosferiche favorendo il dilavamento dei pendii e dei terreni sciolti con il conseguente trascinamento dei limi, di materiali grossolani, di arbusti e talvolta di alberi. Le improvvise piene tracimando dall’alveo dei corsi d’acqua allagavano le campagne circostanti depositando il materiale in sospensione negli avvallamenti del terreno.
Ogni piena colmava le zone più basse dei terreni circostanti i torrenti e talvolta quando le piene risultavano particolarmente rovinose accumulavano materiali in grande quantità fino a formare dei piccoli dossi di detriti che emergevano dalle acque stagnanti fintanto che queste non venivano assorbite dal terreno. Tali formazioni vennero denominate “Insulae” (isole) e tale denominazione è rimasta in uso fino al giorno d’oggi per indicare la località posta a nord della S.S.11 e ad est del torrente Guà.
Un’altra piena rovinosa del Guà nell’anno 1600 portò allo stupefacente quanto casuale ritrovamento di una statua di San Marco che fu poi posta dopo un lungo contenzioso al centro della piazza del paese.
Altre piene sono ricordate per l’interramento e la successiva demolizione del ponte costruito dall’Arch. Andrea Palladio nel 1575 che risulta certamente l’opera più effimera tra quelle realizzate dall’illustre architetto, l’annegamento di un frate carmelitano che dal convento di S. Egidio doveva portarsi al convento della Madonna dei Frati e fu ritrovato cadavere con la sua asina nella campagna di Brendola. Lo sviluppo di un’epica locale “7 majo che gran spavento” della quale rimangono pochi frammenti ma che era patrimonio di molti anziani fino a qualche decennio fa.
Ma di questi e di altri argomenti parleremo più approfonditamente nei prossimi numeri.

VIGI (dal N° 1 di AUREOS – Dicembre 2001)

Figura: MONTEBELLO Via Lungo Chiampo – 16-05-2013 (Foto A. Fioraso)
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