TRAGICA FINE ANNUNCIATA

[252] TRAGICA FINE ANNUNCIATA (“papà Nardi”)


Vi raccontiamo oggi un’altra tragica vicenda accaduta ad un nostro generoso compaesano. Silvio Nardi era nato a Montebello Vicentino il 26/11/1889 da Santo e Lodovica Cazzavillan, di professione faceva il contadino. Nel 1915 era stato richiamato alle armi nel 2° reggimento Artiglieria Pesante1 e, al termine della Grande Guerra, tornò a Montebello in Via Vigazzolo al n. 230, dove lo aspettava la sua numerosa famiglia. Nel 1921 decise di emigrare, con la moglie e i suoi 3 figli, in Eritrea (dal 1890 era ufficialmente colonia italiana con capitale Massaua), per gestire una delle tante concessioni, dove si coltivavano aranceti e caffè, nelle cosiddette Pendici Orientali. La famiglia Nardi visse tranquilla e benvoluta in questa zona per quasi 30 anni finché una tragica sera di dicembre del 1949 accaddero i fatti che andiamo a narrarvi.
21 chilometri a nord dell’Asmara, lasciando la strada asfaltata di Cheren e piegando a destra, si arriva alla zona delle Pendici Orientali, che per la sua posizione geografica gode del privilegio di piogge estive e invernali. È considerata la zona agricola più fertile di tutto il territorio. Ai tempi dell’Italia, l’amministrazione aveva suddiviso le terre dandole in concessione sia ad italiani che a nativi. In pochi anni le Pendici erano state trasformate in un grande giardino ben coltivato. Alcuni campi sperimentali funzionavano a Fil-Fil, Foghenà e Merara (oggi Mrara), erano un punto di riferimento per i coloni e li rifornivano di decine e decine di migliaia di piantine di caffè, aranci, limoni, mandarini, mangos. Verso l’autunno del 1948 le pendici subirono le scorrerie di una prima banda di ladroni che consumò rapine e spoliazioni a danno di coltivatori italiani e locali. A parte l’insicurezza e il danno, queste scorribande non avevano ancora il carattere di terrorismo politico che assunsero in seguito.
Le autorità di occupazione stabilirono piccoli posti fissi di polizia, e i ladroni assunsero l’elementare astuzia del topo col gatto. Stettero rintanati; e quando i posti furono tolti, ricomparvero a rosicchiare sul lavoro dei coloni. Così per alcune volte. La vita dei concessionari si fece difficile. Nessuno era certo di trascorrere una notte tranquilla, poiché uno alla volta tutti furono visitati derubati dagli scifthà.2 Troppi italiani venivano intanto trucidati qua e là, nelle altre zone dell’Eritrea, per rassicurare del tutto i coloni delle Pendici Orientali che le intenzioni puramente predatrici del capobanda Ogbansé Iggiggiù, non sarebbero cambiate nel tempo. Mutarono, ma non per colpa sua. Iggiggiù, in fondo, era un uomo d’animo mite. Rubava largamente ma non aveva mai ucciso. Ai primi di dicembre egli fu raggiunto alle Pendici dall’etiope Hailé Habai e dalla sua banda. Hailé aveva sulla coscienza diversi delitti; l’ultimo era il duplice assassinio dell’autista Placido Guidara e del commerciante indiano Dulhabie Premje Iossi, compiuto freddamente sulla strada Asmara-Massaua. Istigato e pagato per terrorizzare, l’etiope Hailé giunse alle Pendici per insegnare al mite ladrone Ogbansé il metodo etiopico della eliminazione terroristica. Hailé fu deciso quanto Ogbansé si mostrò debole di carattere. Il ladrone si lasciò convincere, probabilmente con larghe promesse di compensi, le due bande si riunirono e con undici uomini tutti bene armati piombarono improvvisamente a Merara, dove nella sua casetta al «Campo sperimentale» stava ignaro Silvio Nardi. Da ventisei anni Nardi si occupava di esperimenti e studi per la coltivazione del caffè. Aveva, si può dire, insegnato a tutti; e dalle sue cure erano uscite le centinaia di migliaia di piantine che, oggi rigogliose, arricchiscono le Pendici. Nel 1949 Silvio Nardi aveva sessant’anni e tutti nel territorio delle Pendici lo conoscevano e lo stimavano. Per italiani ed eritrei era «papà Nardi». Papà Nardi quel pomeriggio del 4 dicembre riposava tranquillo nella sua casetta. Non ha mai temuto che gli potessero fare del male, tutti gli erano amici. Perciò quando la sua attenzione venne richiamata dall’irruzione degli armati, egli non ebbe timore. Si affacciò alla soglia e li invitò tranquillamente a entrare in casa. Sapeva che si trattava di scifthà, e voleva negoziare alla buona, rassegnato a subire, come altre volte, le loro pretese. Del resto era pressocché disarmato, benché avesse nella tenuta quattro gregari irregolari per difenderla. Nardi è di fronte a undici uomini armati, che intanto lo hanno circondato, e uno solo dei suoi gregari è con lui (gli altri tre erano già stati immobilizzati dalla banda). È questo gregario che, mentre Nardi si rivolge bonariamente al capo degli scifthà, riconosce in quell’uomo risoluto e dall’aspetto feroce, il sanguinario Hailé Habai. La sua faccia e i suoi connotati erano corsi rapidamente di villaggio in villaggio. Il gregario non ha dubbi sull’entità e sulle intenzioni di quell’uomo, e tenta di commuoverlo, buttandoglisi ai piedi e implorando pietà per il «buon padrone». L’etiopico Hailé non ha pietà per nessuno. Il suo compito è quello di terrorizzare. Alza il curbasc3 e lo fa sibilare colpendo ripetutamente l’eritreo in ginocchio dinanzi a lui. E intanto dà un ordine secco al bandito che gli sta accanto. Silvio Nardi, colpito al ventre, si sorregge a una colonnetta del portichetto, facendo cenno al suo gregario di consegnare l’arma per evitare altro sangue. Hailé grida altri ordini, altri colpi partono, e Silvio Nardi cade morto sulla soglia della sua casa. «Ora hai visto come muore un italiano!» urla torvo Hailé al trasognato Ogbansé, come per dargli una lezione. Poi ordina alla banda di dividersi e di ritrovarsi in un’altra concessione per uccidere ancora. L’allarme si propaga con gli spari; i pochi agricoltori che si trovano ancora nelle loro fattorie si disperdono nelle campagne. Nardi resta l’unica vittima della domenica di sangue delle Pendici. Ma prima di lui altri ventinove italiani, un indiano e un greco hanno pagato con la vita l’odio etiopico tollerato dalla imprudente politica britannica4 in questa già tranquillissima terra. (Da “Il settimo giorno”, 1950)
Dodici giorni dopo, il 16 dicembre 1949, Ailé Habai, uno dei più temuti capi shifthà dell’Eritrea, fu ucciso, con due suoi gregari, da un altro concessionario italiano Francesco Ferrandi il quale, cautelandosi dopo i molti episodi successi in precedenza, quando il nuovo obiettivo dei terroristi fu la sua fattoria e si rese conto del pericolo che stava correndo, li affrontò con un fucile uccidendone tre, tra i quali Ailé Habai, e provocando la fuga degli altri complici.

Foto:
1) Il montebellano Silvio Nardi trucidato in Eritrea il 4 dicembre 1949 (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) Una piantina attuale dell’Eritrea con la posizione di Merara, sulle Pendici Orientali, dove si svolsero i fatti raccontati.

Note:
(1) Dal foglio matricolare del soldato Silvio Nardi (dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”).
(2) Il termine scifthà viene usato in diversi paesi dell’Africa orientale in senso dispregiativo per indicare coloro che si oppongono alle istituzioni ufficiali e fanno una vita da ribelli e fuorilegge.
(3) Curbasc: frustino nodoso in pelle di ippopotamo.
(4) All’inizio del 1941 l’Eritrea venne occupata dall’esercito britannico. Il 6 maggio 1949 ci fu un breve passaggio dell’Eritrea in amministrazione fiduciaria all’Italia. Nello stesso anno divenne un protettorato britannico fino al 1952.

Umberto Ravagnani

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UN CONTE A MONTEBELLO

[226] IL CONTE ALVISE FRANCESCO MOCENIGO

Tra i vari personaggi che si sono susseguiti nella proprietà di quella che attualmente è conosciuta come Villa Miari” a Montebello, troviamo il conte Alvise Francesco Mocenigo. Per circa 15 anni, gli ultimi della sua vita, fu spesso ospite del nostro paese. Nel 1870 acquistò la villa da una certa Baronessa Herman1 e vi abitò fino al 1884, anno della sua morte. Alvise Francesco Mocenigo, di origine veneziana, fu un politico e imprenditore italiano. Nato da una relazione extra-coniugale tra il colonnello austriaco M. Plunkett e Lucia Memmo, moglie del conte Alvise Mocenigo, fu battezzato con il nome di Francesco. Venne comunque riconosciuto dal padre che gli diede il nome di Alvise, come tradizione di famiglia e divenne dunque Alvise Francesco Mocenigo.2
Il 24 novembre1840 sposò la contessa Clementina Spaur figlia del conte Johann Baptist Spaur di Merano. Il suocero di Alvise Mocenigo, dapprima governatore delle province venete, e successivamente, fino al 1847, mantenne la stessa carica per la Lombardia. Dal matrimonio nacque nel 1845 una bambina che morì pochi giorni dopo il parto. Solo tre anni più tardi arrivarono: il primogenito maschio battezzato, come tradizione di famiglia, col nome di Alvise, Giovanni ed alcune femmine.
La moglie, Clementina Spaur, fu una valente e raffinata pittrice: di lei si conosce un dipinto rappresentante “La Beata Maria Vergine seduta in trono” giudicato di pregevole fattura. Tra le tante cose elencate nell’inventario sottocitato, eseguito a Montebello nel 1884, viene nominato un identico dipinto: è lo stesso?
Tra i numerosi incarichi che ricoprì Francesco Alvise Mocenigo vi fu quello di presidente del Teatro la Fenice. Ebbe naturalmente modo di conoscere Giuseppe Verdi che, riconoscente ammiratore di Clementina Spaur, dedicò a quest’ultima l’opera lirica “Ernani”. Non meno sensibile fu uno dei librettisti delle opere di Verdi, Francesco Maria Piave, che in occasione della morte della primogenita dei coniugi Mocenigo dedicò alcun versi alla contessa.
Francesco Alvise Mocenigo lo troviamo già attivo a Montebello in un documento del notaio Domenico Agostini con una richiesta a questo Comune di acquistare una Strada “Vicinale” secondaria detta del “Castello” che, all’incirca dal punto in cui sorge la villa, portava oltre il Castello e, girandogli attorno, proseguiva in direzione della “Cà del lupo” (da A a B nel disegno). Su questa strada venivano fatte 3 processioni all’anno, a partire dalla Chiesa di San Daniele (all’interno del castello) fino al centro del paese. Il conte Mocenigo avrebbe concesso il passaggio dei fedeli per la suddetta strada, a patto che le processioni non fossero state più di 3 all’anno e che non gli fosse richiesto nessun obbligo di manutenzione dell’Oratorio o di spese relative al culto.
In un secondo documento del 28 marzo 1873 leggiamo la risposta, positiva, del Consiglio comunale di Montebello (il Sindaco all’epoca era Giuseppe Dr. Pasetti), il quale, posta la condizione “ch’egli non vorrà certo rifiutare l’accesso al Castello a coloro che desiderassero visitarlo”, gli concede di prendere possesso degli “appezzamenti stradali” acquistati e di poter iniziare i lavori.
È del 5 novembre 1873 l’atto di vendita definitivo. Ecco uno stralcio: “…Il Comune di Montebello Vicentino rappresentato dal proprio Sindaco Giuseppe Dr. Pasetti vende con clausola abdicativa e traslativa di dominio al prenominato Conte Alvise Francesco Dr. Mocenigo. Il quale accetta ed acquista la strada vicinale interna che dal palazzo stesso Co. Mocenigo mette al sovraposto Castello girando a tramontana dallo stesso fino al trivio della strada Cà del Luppo [sic] descritta nella perizia dell’Ingegnere Civile Signor Pietro Frigo… lo stesso Comune vende allo stesso Conte Mocenigo il piccolo tratto di strada denominato della “Cucca” dal punto segnato C fino al punto D nel tipo (disegno)… restando la fontana di proprietà del Comune [si tratta di quello che ancora oggi è denominato il Pissolo] ed inoltre vende il piccolo pezzo di terreno dinanzi all’ingresso del Palazzo Mocenigo, segnato in tipo (disegno) colla lettera X… il prezzo pattuito nella somma di Lire 1180 millecentottanta… Le spese di perizia ritenute in Lire 32 nonché quelle occorrenti pel Registro e pel trasferimento censuario e tutte le altre, senza eccezione, relative al presente istrumento sono ad esclusivo carico del Nobile acquirente.”.3
Per circa 15 anni il conte Mocenigo visse, quasi continuativamente, in questo sontuoso palazzo fino alla sua morte avvenuta il 13 novembre 1884.
Il 6 agosto 1885, con un altro atto del notaio Domenico Agostini si aprì la fase della successione. Vennero designati gli eredi: “Signora Clementina Contessa Spaur 4 fu Giovanni vedova Mocenigo, Amelia Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco, Maria Duchessa di Noci nata Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco ed Olga Contessa Mocenigo nata Principessa Windisch-Gràtz di Ugo nella legale rappresentanza questa della minorenne di Lei figlia Contessina Valentina Mocenigo del fu Andrea”.5 Nel lunghissimo inventario di quanto contenuto del palazzo Mocenigo di Montebello vengono nominati ben 284 gruppi di oggetti dalla moltitudine di mobili alle porcellane, ai numerosissimi accessori di valore, ai 300 libri ed opuscoli, ecc. Il tutto in circa 34 tra stanze e ripostigli. Tutti gli oggetti vengono elencati con estrema precisione in un documento di 12 pagine.
Il conte Alvise Francesco Mocenigo fu sepolto ad Alvisopoli (già ‘Molinat’), nel comune di Fossalta di Portogruaro, tra Veneto e Friuli, dove la famiglia possedeva un grande latifondo di 1800 ettari.

Ricerche e testi di Ottorino Gianesato e Umberto Ravagnani

Note:
1) Lo storico montebellano Bruno Munaretto ci riferisce che il conte Mocenigo, nello stesso anno, acquistò anche il Castello di Montebello.
2) Il Conte Alvise Francesco Mocenigo (1799-1884) è uno dei propugnatori della costruzione della ferrovia Ferdinandea (1846). La sua villa ospitò gli operai addetti alla messa in opera dei binari. La famiglia Mocenigò annoverò tra suoi appartenenti ben 7 Dogi e decine di Procuratori di San Marco.
3) Archivio di Stato Di Vicenza, atti n. 624, Busta 2034 con 3 allegati.
4) Clementina Contessa Spaur und Flavon – nata a Vienna nel 1816 morta a Venezia nel 1891. Il marito Alvise Francesco Mocenigo nato a Venezia nel 1799 e nella stessa città morto nel 1884.
5) Archivio di Stato Di Vicenza, Notaio: Agostini  Domenico (Malo e Montebello), Busta n° 2042 – Atto n° 1638 –  (reg.132).

Disegno:
Di libera interpretazione di Umberto Ravagnani. La piccola deviazione denominata “Strada in questione” si riferisce a un lavoro effettuato abusivamente dalla precedente proprietaria, la Baronessa Herman, che divenne comunque parte del terreno acquistato dal Conte (da una mappa dell’Ing. Pietro Frigo, 1872, Archivio di Stato Di Vicenza).

Umberto Ravagnani

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UNA DOLCE FANCIULLA

[219] UMBERTO CAPITANIO E BEATRICE BRUNELLI 1


Una cartolina con l’immagine del Monumento ai Caduti, spedita da Montebello il 5 aprile 1944, quando la seconda guerra mondiale mieteva ogni giorno ancora tante vittime, porta con sé una piccola storia che vale la pena di essere raccontata.
Il mittente è il prof. Umberto Capitanio, nato a Vicenza il 25 giugno 1864, figlio di Giovanni Capitanio e di Giovanna Brìcito, laureato in Lettere con un punteggio di 100/100 e lode alla Regia Università di Padova, vedovo di Beatrice Brunelli.
Dunque che cosa ha portato questo insigne letterato a Montebello Vicentino? Lo si intuisce da una frase della cartolina, quando scrive: “… temo di dover lasciare le mie stanche ossa in questo paesello, che vide nascere la mia dolce fanciulla …”.
Ebbene, la “dolce fanciulla” altri non era che sua moglie Beatrice Brunelli, tanto bella quanto sfortunata. Figlia di Pietro Brunelli e di Rigotti Flaminia, nata il 13 gennaio 1872 a Montebello Vicentino nella casa del padre, in via Generale Vaccari (all’epoca via Maggiore).
Da quanto mi hanno raccontato Arrigo e Dario Peruffo di Montebello, la madre dei quali, Teresa Brunelli, era prima cugina di Beatrice Brunelli, nei primi giorni di aprile del 1944, il prof. Umberto Capitanio aveva lasciato la sua Vicenza a causa dei sempre più frequenti bombardamenti degli anglo-americani, cercando rifugio presso la cognata Lucrezia Boroni che, a quel tempo, era proprietaria  della villa Valmarana-Boroni-Zonin a Montebello. La moglie del prof. Umberto Capitanio, Beatrice Brunelli, gli aveva dato ben 9 figli ed era già morta da molti anni. È da questa splendida villa a Montebello che lui scrive la cartolina al suo amico e collega prof. Ferruccio Quintavalle, professore di storia, autore di oltre venti libri, tra cui una monumentale “Storia dell’unità italiana (1814-1924)”.
Umberto Capitanio e Beatrice Brunelli si sposarono il 28 settembre 1894, nel periodo in cui il professore era stato nominato reggente di 2a classe al ginnasio di Terni. Ebbero ben 9 figli: Gino (1896), Ugo (1897), Corinna (1899), Maria (1901), Guido (1902), Elena (1903), Vittorio (1906), Gelsomina (1909), Giorgio (1911). Il prof. Umberto Capitanio dovette fare molte tappe prima di approdare all’insegnamento nella sua Vicenza. Purtroppo, per un tragico destino, dopo soli 5 anni da quando era definitivamente tornato, veniva a mancare la giovane moglie Beatrice, alla quale era indissolubilmente legato.
Nel trigesimo della morte di Beatrice Brunelli, Umberto Capitanio scrisse e pubblicò in un libretto una “memoria”, sicuramente dettata dal cuore, che solamente un grande letterato poteva esprimere in forma così armoniosa e spontanea. Il prof. Capitanio riassume in queste poche pagine tutte le gioie e i dolori della sua famiglia fino alla tragica fine di Beatrice. Egli rivive con molta rassegnazione e con fede profonda gli ultimi giorni di vita di sua moglie, implorando il Signore di aiutarlo a superare il tristissimo momento. Anche se scritta in forma di componimento poetico è facilmente comprensibile. Ecco un breve stralcio:1
«Non i miei voti ardenti, non le preghiere degli innocenti figliuoli, non le cure di valenti sanitari valsero a strapparti alla immatura fine: Iddio nel suo secreto, immutabile consiglio, avea decretato di troncare innanzi sera la tua operosa giornata, o mia buona, o mia dolce Bice! Più non risuona la mia muta casa del tuo indefesso lavoro; più non echeggia il tuo alacre comando; più non sorridono i figli del tuo mite sorriso; più non inaugura la mia triste giornata il tuo usato bacio; più non ritrovo io, tornando dal lavoro quotidiano, il tuo sereno volto, non mi accoglie il tuo cordiale saluto, che a me era, come un premio, cagione di tanta letizia…»
Molto interessante e commovente l’epitaffio che il prof. Umberto Capitanio volle venisse inciso sulla lapide della sua amata Beatrice nel Cimitero Maggiore di Vicenza, nella sezione “Benemeriti Vicentini”, dove riposa ora, accanto a lei, lo stesso professore:

BEATRICE CAPITANIO BRUNELLI
13-1-1872                   25-VI-1913
SPOSA IMMACOLATA MADRE IMPAREGGIABILE
LE MODESTE VIRTU’ NASCOSTE NELL’OMBRA DELLA SUA CASA
ALLEVO’ CON CURE INFINITE NOVE FIGLIOLI
E SUBLIMATA DALL’EROICO SACRIFICIO DI TUTTA SE STESSA
FU DAL PADRE CELESTE CHIAMATA A GODERE IL PREMIO
SERBATO A COLORO CHE HANNO MOLTO SOFFERTO
O ANIMA PURA MITE SOAVE
CHE SOLO CONOSCESTI LA FEDE L’AMORE IL DOVERE
DAL REGNO DELLA PACE PREGA PER QUELLI CHE T’HANNO AMATA SULLA TERRA
VEGLIA BENEFICO ANGELO SU’ TUOI FIGLI
E IMPETRA RASSEGNAZIONE E VIRTU’
AL TUO SVENTURATO UMBERTO DEL QUALE ERI TUTTA LA GIOIA
E CHE TI RICORDA CON TRISTEZZA DI DESIDERIO INFINITO

Umberto Ravagnani

Note:
1) La storia di questi due personaggi è narrata in modo più approfondito nel libro di Umberto Ravagnani “Cartoline che raccontano – Piccole storie e immagini della prima metà del ‘900”, Montebello Vicentino, 2015.

Foto:
1) La cartolina postale scritta da Umberto Capitanio al prof. Ferruccio Quintavalle (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).
2) Beatrice Brunelli, la ‘dolce fanciulla’ (elaborazione digitale Umberto Ravagnani).
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DUE PICCOLI EROI

 

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IL CAPITELLO DELLA PEROSA

 

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IL DOGE ANDREA GRITTI

 

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ARRIGO PEDROLLO

 

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (3)

 

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (2)

 

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L’ORATORIO DI SAN GIROLAMO

 

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DA MONTEBELLO ALL’AUSTRALIA

 

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L’OSPEDALE DI MONTEBELLO

 

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