22 novembre 2025: GUALTIERI (RE)
GUALTIERI: Il paese di Antonio Ligabue
Gualtieri è un centro della pianura padana nato lungo il Po in un periodo in cui i territori erano governati dalle Signorie, famiglie che esercitavano il potere su città e campagne. La sua storia prende una direzione precisa nel 1479, quando il borgo passa stabilmente agli Este di Ferrara. Questa dinastia, molto influente nel Rinascimento italiano, dà avvio a una gestione più organica del territorio. Un altro momento decisivo arriva il 24 luglio 1567, quando Alfonso d’Este affida Gualtieri a Cornelio Bentivoglio, suo luogotenente. Da quel momento comincia un grande progetto di bonifica, un insieme di interventi pensati per controllare l’acqua del Po e rendere fertile una zona spesso colpita da inondazioni. La rete di canali e argini costruita allora risulta sorprendentemente solida ancora oggi. Il cuore urbanistico del paese è Piazza Bentivoglio, una piazza quadrata di cento metri per lato. Le sue proporzioni regolari e i portici che la circondano su tre lati creano un effetto di ordine e ampiezza. Le 69 arcate, oltre alla bellezza architettonica, rappresentavano una soluzione pratica per proteggere i cittadini dal sole estivo e dalla nebbia invernale. Su questo spazio si affacciano tre edifici simbolo: Palazzo Bentivoglio, la collegiata di Santa Maria della Neve e la Torre Civica. Il risultato è un insieme che unisce elementi rinascimentali, riconoscibili nelle forme equilibrate, e dettagli barocchi, più ricchi e decorativi.
Palazzo Bentivoglio, costruito tra il 1594 e il 1600 da Ippolito Bentivoglio, ingloba la più antica “Casa Vecchia” del padre Cornelio. La struttura originaria, in cotto come molte architetture della pianura, aveva quattro facciate di novanta metri, le stesse che si possono osservare oggi. Il piano nobile conserva un ciclo di sale affrescate. Il Salone dei Giganti presenta scene della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, mentre la Sala dell’Eneide richiama le vicende narrate da Virgilio. La Sala di Icaro e la Sala di Giove si ispirano invece ai miti classici. Una cappella gentilizia completa il percorso, ricordando la funzione privata del palazzo come residenza di una famiglia di grande prestigio. Oggi il palazzo ospita la Fondazione Museo Antonio Ligabue e la Collezione Tirelli, dedicata al sarto Umberto Tirelli. Gualtieri è infatti il luogo dove Ligabue ha vissuto più a lungo, uno dei più importanti pittori del Novecento, noto per uno stile immediato e istintivo che ha dato alla pianura padana un volto nuovo e sorprendente.
ANTONIO LIGABUE
Antonio Ligabue, nato Antonio Costa e poi registrato come Laccabue, venne al mondo a Zurigo il 18 dicembre 1899. La sua vita avrebbe potuto seguire un percorso più tranquillo, ma fin dall’inizio fu segnata da dolore, abbandoni e continue partenze. È una storia che affonda le radici tra Italia e Svizzera, due terre che per lui non furono mai davvero casa. Eppure, da questo terreno difficile sarebbe nato uno dei pittori più originali del Novecento italiano, un artista capace di trasformare la sofferenza in immagini potenti, quasi feroci, ma sempre vive. Sua madre, Elisabetta Costa, era un’operaia italiana emigrata a Frauenfeld, nel cantone di Turgovia. Non poteva occuparsi del neonato e, quando Antonio aveva appena nove mesi, lo affidò a una coppia svizzero tedesca. Qualche tempo dopo sposò un altro emigrante, Bonfiglio Laccabue, originario di Gualtieri nella pianura reggiana. Nel marzo del 1901 Bonfiglio riconobbe legalmente il bambino, dandogli il proprio cognome. Di fatto però Antonio rimase con la famiglia affidataria. Entrambe le famiglie vivevano ai margini e nessuna riuscì a garantire al piccolo una crescita serena. La malnutrizione e una grave carenza vitaminica gli provocarono il rachitismo, una malattia che indebolisce le ossa e frena lo sviluppo. Ne derivò un aspetto fisico segnato e un corpo fragile, elementi che in seguito alimentarono l’emarginazione e la sua profonda vulnerabilità.
Durante gli anni delle scuole elementari incontrò grandi difficoltà. Imparava lentamente, faticava a concentrarsi e per questo fu inserito più volte in classi differenziali, una pratica diffusa all’epoca per gli alunni considerati “problematici”. Nel 1913 fu affidato a Johannes Valentin Göbel ed Elise Hanselmann, una coppia che negli anni successivi denunciò più volte il ragazzo per comportamenti considerati strani o aggressivi. La famiglia viveva spostandosi continuamente in cerca di lavoro, e questo continuo migrare non aiutò il giovane Antonio, che si sentiva sempre più fuori posto. Passò da una scuola all’altra: San Gallo, poi Tablat, infine Marbach, in un istituto diretto da un pastore evangelico. Lì imparò a leggere con discreta velocità, anche se continuava a non cavarsela in matematica e ortografia. Fu però chiaro che il disegno gli dava un sollievo immediato. Disegnare diventava un modo per ordinare un mondo che gli appariva ostile. Nel maggio del 1915 venne allontanato anche da quell’istituto a causa della sua abitudine a bestemmiare, un comportamento che le autorità scolastiche giudicarono inaccettabile, senza cercarne le ragioni più profonde.
Dopo il trasferimento a Staad, Antonio visse un’esistenza irregolare, fatta di piccoli lavori agricoli e momenti di solitudine. Tra gennaio e aprile 1917 subì il primo ricovero in un ospedale psichiatrico, a Pfäfers, in seguito a una violenta crisi nervosa. Queste fragilità, che oggi definiremmo con maggior attenzione clinica, allora venivano affrontate con misure drastiche, spesso più punitive che terapeutiche. Nel 1919, dopo una lite con la Hanselmann in cui la colpì, fu denunciato e dichiarato indesiderato in Svizzera. Da Chiasso venne rispedito in Italia, a Gualtieri, la terra d’origine del padre adottivo, anche se lui non parlava una parola di italiano. Cercò di tornare in Svizzera, ma venne fermato e ricondotto al paese. A Gualtieri trovò l’aiuto dell’Ospizio di mendicità Carri, un’istituzione che offriva un sostegno minimo ai più poveri.Nel 1920 ottenne un lavoro come “scarriolante”, cioè come operaio che trasporta materiali con una carriola. Contribuì così a costruire una strada che collegava il paese al Po. Le giornate trascorrevano tra fatica e isolamento, e proprio in quegli anni iniziò a dipingere. La pittura, che fino ad allora era stata un rifugio spontaneo, cominciò a diventare un linguaggio vero.
Il momento decisivo arrivò nel 1928, quando incontrò Renato Marino Mazzacurati, uno dei protagonisti del movimento artistico italiano del tempo. Mazzacurati colse subito la forza istintiva dei suoi lavori. Non cercò di “normalizzare” il suo stile, ma lo aiutò a rafforzarlo. Gli insegnò a usare i colori a olio, spiegandogli come mescolare i pigmenti e come stenderli sulla tela in modo più efficace. Il colore a olio, rispetto alle tecniche più rudimentali che Ligabue aveva usato all’inizio, permette sfumature più ricche e una maggiore intensità cromatica. La materia resta umida più a lungo, e questo consente di lavorare più volte sulle stesse zone, ottenendo contrasti vibranti o superfici più compatte. Ligabue imparò ad amarlo subito. Da quel momento la pittura divenne la sua lingua più personale, fatta di tigri, leoni, aquile, campi, fiumi e autoritratti inquieti. La sua produzione si distingueva per figure animalesche colte nel momento di massima tensione: un ruggito, un balzo, uno sguardo spalancato. Non erano immagini realistiche in senso accademico, ma verità interiori. L’animale, per lui, non era solo un soggetto ma un alter ego, un modo per mostrare con forza ciò che in parole non sapeva dire. La potenza dei colori, spesso disposti in campiture nette, richiamava il linguaggio dell’arte espressionista europea, che puntava a mostrare l’emozione più che la forma perfetta. Questa affinità non fu mai frutto di studio diretto, dato che Ligabue non frequentò accademie o musei in modo sistematico, ma nacque dalla sua urgenza interiore. Nel 1937 venne di nuovo ricoverato in manicomio, questa volta a Reggio Emilia, per atti di autolesionismo. Nel 1941 lo scultore Andrea Mozzali, che aveva intuito il valore dell’uomo e dell’artista, lo fece dimettere e lo ospitò nella sua casa a Guastalla. Durante la seconda guerra mondiale, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca appresa in Svizzera, Ligabue fece da interprete alle truppe tedesche stanziate nella zona. Nel 1945 però un alterco con un soldato, colpito da Ligabue con una bottiglia, lo riportò in manicomio per altri tre anni.
Alla fine degli anni Quaranta la sua attività artistica conobbe una svolta. La sua fama cominciò a circolare tra critici, giornalisti e collezionisti. Nel 1957 Severo Boschi, giornalista del Resto del Carlino, e il fotoreporter Aldo Ferrari andarono a Gualtieri per incontrarlo. Ne nacque un servizio fotografico che contribuì molto a definire l’immagine pubblica del pittore: un uomo dall’aspetto segnato, spesso ritratto con i suoi animali scolpiti o davanti alle tele, lo sguardo intenso. Quelle immagini sono ancora oggi tra le più conosciute della sua iconografia. Il riconoscimento ufficiale arrivò nel 1961 con la sua prima mostra personale alla Galleria La Barcaccia di Roma. Esporre in una capitale significava uscire definitivamente dall’ombra della leggenda locale, quella che lo dipingeva come “Al Matt”, il matto del paese. Proprio mentre sembrava avvicinarsi un periodo più stabile, subì un incidente in motocicletta che comprometteva già la sua salute fragile. Nel 1962 fu colpito da una paresi che lo limitò molto, ma continuò a dipingere con quanto gli restava di forza.
Nel 1963 Guastalla organizzò una grande mostra antologica dedicata alla sua opera. Dietro l’iniziativa c’era il gallerista Vincenzo Zanardelli, grande amico e sostenitore del pittore. Ligabue, ormai provato nel corpo, attraversava anche un momento di profonda inquietudine spirituale. Chiese di essere battezzato e cresimato. Morì due anni dopo, il 27 maggio 1965, a 65 anni. Fu sepolto nel cimitero di Gualtieri. Sulla sua tomba venne posta una maschera funebre in bronzo modellata da Mozzali, lo scultore che gli era stato vicino nei momenti più difficili. È un gesto che dice molto: il volto di Ligabue, segnato dalla sofferenza, diventava simbolo della sua storia e insieme della forza della sua arte. La comunità che un tempo lo chiamava “Al Matt” o “Al Tedesch”, termini nati più per paura e incomprensione che per cattiveria, oggi riconosce in lui un artista capace di raccontare come pochi il rapporto tra l’uomo e la sua parte più istintiva. La sua pittura, nata fuori da scuole e movimenti, continua a parlare con una forza immediata. Non chiede competenze tecniche per essere capita. Chiede solo di guardare davvero.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: – P.Quartani, ANTONIO LIGABUE – Percorsi pittorici tra arte e follia, Napoli, 2004.
– S. Parmiggiani, a cura di, ANTONIO LIGABUE, espressionista tragico, Milano, 2005.
( L. 285 )







