Categoria: <span>TUTTE LE ATTIVITÀ 2025</span>

25_07_GUALTIERI

22 novembre 2025: GUALTIERI (RE)

  22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Piazza Bentivoglio.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - La famosa 'Moto Guzzi' di Ligabue.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Il museo di Palazzo Bentivoglio.
  22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Piazza Bentivoglio.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Collegiata della Madonna della Neve.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Collegiata della Madonna della Neve.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Collegiata della Madonna della Neve.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Collegiata della Madonna della Neve.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Collegiata della Madonna della Neve.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Il Palazzo Bentivoglio.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Passeggiando per Gualtieri.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Chiesa di Sant'Andrea (interno).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Chiesa di Sant'Andrea.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - L'orologio della torre in Piazza Bentivoglio.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Il Teatro Sociale.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Il Teatro Sociale.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Panoramica di Piazza Bentivoglio.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Mostra dedicata ad Antonio Ligabue.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Mostra dedicata ad Antonio Ligabue.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - L'abito dell'attrice Romy Schneider nel film 'Ludwig'.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Autoritratto con torre di Gualtieri (ca. 1948-1949).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Lotta di galli (ca. 1958-1959).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Leopardo con colombo e pappagalli (ca. 1938-1939).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Leone con zebra (ca. 1954-1955).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Lepre con donnola e paesaggio (ca. 1955-1956).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Cane Setter (ca. 1955-1957).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Aratura con cavalli (ca. 1954-1955).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Troika (ca. 1959-1960).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Gatto bianco con paesaggio (ca. 1961-1962).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - ANDREA MOZZALI: La medaglia d'oro a Ligabue.
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - La nutrice (ca. 1952-1954) di Ligabue (riprod. di Siro Soncini).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Animali in lotta (ca. 1936-1938) di Ligabue (riprod. di Sergio Negri).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Caccia grossa (ca. 1929, non esposto).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Caccia grossa (ca. 1929, non esposto).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Aia con chiesetta (ca. 1944, non esposto).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Volpe in fuga (1948, non esposto).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Aratura con buoi (ca. 1953-1954 non esposto).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Autoritratto con cavalletto (ca. 1954-1955 non esposto).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Fattoria con animali (ca. 1954-1955 non esposto).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Paesaggio con animali (ca. 1955-1956 non esposto).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Ritorno dai campi con castello (ca. 1955-1957 non esposto).
22 novembre 2025 - GUALTIERI (RE) - Cani da caccia con paesaggio (s.d. non esposto).

GUALTIERI: Il paese di Antonio Ligabue

Gualtieri è un centro della pianura padana nato lungo il Po in un periodo in cui i territori erano governati dalle Signorie, famiglie che esercitavano il potere su città e campagne. La sua storia prende una direzione precisa nel 1479, quando il borgo passa stabilmente agli Este di Ferrara. Questa dinastia, molto influente nel Rinascimento italiano, dà avvio a una gestione più organica del territorio. Un altro momento decisivo arriva il 24 luglio 1567, quando Alfonso d’Este affida Gualtieri a Cornelio Bentivoglio, suo luogotenente. Da quel momento comincia un grande progetto di bonifica, un insieme di interventi pensati per controllare l’acqua del Po e rendere fertile una zona spesso colpita da inondazioni. La rete di canali e argini costruita allora risulta sorprendentemente solida ancora oggi. Il cuore urbanistico del paese è Piazza Bentivoglio, una piazza quadrata di cento metri per lato. Le sue proporzioni regolari e i portici che la circondano su tre lati creano un effetto di ordine e ampiezza. Le 69 arcate, oltre alla bellezza architettonica, rappresentavano una soluzione pratica per proteggere i cittadini dal sole estivo e dalla nebbia invernale. Su questo spazio si affacciano tre edifici simbolo: Palazzo Bentivoglio, la collegiata di Santa Maria della Neve e la Torre Civica. Il risultato è un insieme che unisce elementi rinascimentali, riconoscibili nelle forme equilibrate, e dettagli barocchi, più ricchi e decorativi.
Palazzo Bentivoglio, costruito tra il 1594 e il 1600 da Ippolito Bentivoglio, ingloba la più antica “Casa Vecchia” del padre Cornelio. La struttura originaria, in cotto come molte architetture della pianura, aveva quattro facciate di novanta metri, le stesse che si possono osservare oggi. Il piano nobile conserva un ciclo di sale affrescate. Il Salone dei Giganti presenta scene della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, mentre la Sala dell’Eneide richiama le vicende narrate da Virgilio. La Sala di Icaro e la Sala di Giove si ispirano invece ai miti classici. Una cappella gentilizia completa il percorso, ricordando la funzione privata del palazzo come residenza di una famiglia di grande prestigio. Oggi il palazzo ospita la Fondazione Museo Antonio Ligabue e la Collezione Tirelli, dedicata al sarto Umberto Tirelli. Gualtieri è infatti il luogo dove Ligabue ha vissuto più a lungo, uno dei più importanti pittori del Novecento, noto per uno stile immediato e istintivo che ha dato alla pianura padana un volto nuovo e sorprendente.

ANTONIO LIGABUE

Antonio Ligabue, nato Antonio Costa e poi registrato come Laccabue, venne al mondo a Zurigo il 18 dicembre 1899. La sua vita avrebbe potuto seguire un percorso più tranquillo, ma fin dall’inizio fu segnata da dolore, abbandoni e continue partenze. È una storia che affonda le radici tra Italia e Svizzera, due terre che per lui non furono mai davvero casa. Eppure, da questo terreno difficile sarebbe nato uno dei pittori più originali del Novecento italiano, un artista capace di trasformare la sofferenza in immagini potenti, quasi feroci, ma sempre vive. Sua madre, Elisabetta Costa, era un’operaia italiana emigrata a Frauenfeld, nel cantone di Turgovia. Non poteva occuparsi del neonato e, quando Antonio aveva appena nove mesi, lo affidò a una coppia svizzero tedesca. Qualche tempo dopo sposò un altro emigrante, Bonfiglio Laccabue, originario di Gualtieri nella pianura reggiana. Nel marzo del 1901 Bonfiglio riconobbe legalmente il bambino, dandogli il proprio cognome. Di fatto però Antonio rimase con la famiglia affidataria. Entrambe le famiglie vivevano ai margini e nessuna riuscì a garantire al piccolo una crescita serena. La malnutrizione e una grave carenza vitaminica gli provocarono il rachitismo, una malattia che indebolisce le ossa e frena lo sviluppo. Ne derivò un aspetto fisico segnato e un corpo fragile, elementi che in seguito alimentarono l’emarginazione e la sua profonda vulnerabilità.
Durante gli anni delle scuole elementari incontrò grandi difficoltà. Imparava lentamente, faticava a concentrarsi e per questo fu inserito più volte in classi differenziali, una pratica diffusa all’epoca per gli alunni considerati “problematici”. Nel 1913 fu affidato a Johannes Valentin Göbel ed Elise Hanselmann, una coppia che negli anni successivi denunciò più volte il ragazzo per comportamenti considerati strani o aggressivi. La famiglia viveva spostandosi continuamente in cerca di lavoro, e questo continuo migrare non aiutò il giovane Antonio, che si sentiva sempre più fuori posto. Passò da una scuola all’altra: San Gallo, poi Tablat, infine Marbach, in un istituto diretto da un pastore evangelico. Lì imparò a leggere con discreta velocità, anche se continuava a non cavarsela in matematica e ortografia. Fu però chiaro che il disegno gli dava un sollievo immediato. Disegnare diventava un modo per ordinare un mondo che gli appariva ostile. Nel maggio del 1915 venne allontanato anche da quell’istituto a causa della sua abitudine a bestemmiare, un comportamento che le autorità scolastiche giudicarono inaccettabile, senza cercarne le ragioni più profonde.
Dopo il trasferimento a Staad, Antonio visse un’esistenza irregolare, fatta di piccoli lavori agricoli e momenti di solitudine. Tra gennaio e aprile 1917 subì il primo ricovero in un ospedale psichiatrico, a Pfäfers, in seguito a una violenta crisi nervosa. Queste fragilità, che oggi definiremmo con maggior attenzione clinica, allora venivano affrontate con misure drastiche, spesso più punitive che terapeutiche. Nel 1919, dopo una lite con la Hanselmann in cui la colpì, fu denunciato e dichiarato indesiderato in Svizzera. Da Chiasso venne rispedito in Italia, a Gualtieri, la terra d’origine del padre adottivo, anche se lui non parlava una parola di italiano. Cercò di tornare in Svizzera, ma venne fermato e ricondotto al paese. A Gualtieri trovò l’aiuto dell’Ospizio di mendicità Carri, un’istituzione che offriva un sostegno minimo ai più poveri.Nel 1920 ottenne un lavoro come “scarriolante”, cioè come operaio che trasporta materiali con una carriola. Contribuì così a costruire una strada che collegava il paese al Po. Le giornate trascorrevano tra fatica e isolamento, e proprio in quegli anni iniziò a dipingere. La pittura, che fino ad allora era stata un rifugio spontaneo, cominciò a diventare un linguaggio vero.
Il momento decisivo arrivò nel 1928, quando incontrò Renato Marino Mazzacurati, uno dei protagonisti del movimento artistico italiano del tempo. Mazzacurati colse subito la forza istintiva dei suoi lavori. Non cercò di “normalizzare” il suo stile, ma lo aiutò a rafforzarlo. Gli insegnò a usare i colori a olio, spiegandogli come mescolare i pigmenti e come stenderli sulla tela in modo più efficace. Il colore a olio, rispetto alle tecniche più rudimentali che Ligabue aveva usato all’inizio, permette sfumature più ricche e una maggiore intensità cromatica. La materia resta umida più a lungo, e questo consente di lavorare più volte sulle stesse zone, ottenendo contrasti vibranti o superfici più compatte. Ligabue imparò ad amarlo subito. Da quel momento la pittura divenne la sua lingua più personale, fatta di tigri, leoni, aquile, campi, fiumi e autoritratti inquieti. La sua produzione si distingueva per figure animalesche colte nel momento di massima tensione: un ruggito, un balzo, uno sguardo spalancato. Non erano immagini realistiche in senso accademico, ma verità interiori. L’animale, per lui, non era solo un soggetto ma un alter ego, un modo per mostrare con forza ciò che in parole non sapeva dire. La potenza dei colori, spesso disposti in campiture nette, richiamava il linguaggio dell’arte espressionista europea, che puntava a mostrare l’emozione più che la forma perfetta. Questa affinità non fu mai frutto di studio diretto, dato che Ligabue non frequentò accademie o musei in modo sistematico, ma nacque dalla sua urgenza interiore. Nel 1937 venne di nuovo ricoverato in manicomio, questa volta a Reggio Emilia, per atti di autolesionismo. Nel 1941 lo scultore Andrea Mozzali, che aveva intuito il valore dell’uomo e dell’artista, lo fece dimettere e lo ospitò nella sua casa a Guastalla. Durante la seconda guerra mondiale, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca appresa in Svizzera, Ligabue fece da interprete alle truppe tedesche stanziate nella zona. Nel 1945 però un alterco con un soldato, colpito da Ligabue con una bottiglia, lo riportò in manicomio per altri tre anni.
Alla fine degli anni Quaranta la sua attività artistica conobbe una svolta. La sua fama cominciò a circolare tra critici, giornalisti e collezionisti. Nel 1957 Severo Boschi, giornalista del Resto del Carlino, e il fotoreporter Aldo Ferrari andarono a Gualtieri per incontrarlo. Ne nacque un servizio fotografico che contribuì molto a definire l’immagine pubblica del pittore: un uomo dall’aspetto segnato, spesso ritratto con i suoi animali scolpiti o davanti alle tele, lo sguardo intenso. Quelle immagini sono ancora oggi tra le più conosciute della sua iconografia. Il riconoscimento ufficiale arrivò nel 1961 con la sua prima mostra personale alla Galleria La Barcaccia di Roma. Esporre in una capitale significava uscire definitivamente dall’ombra della leggenda locale, quella che lo dipingeva come “Al Matt”, il matto del paese. Proprio mentre sembrava avvicinarsi un periodo più stabile, subì un incidente in motocicletta che comprometteva già la sua salute fragile. Nel 1962 fu colpito da una paresi che lo limitò molto, ma continuò a dipingere con quanto gli restava di forza.
Nel 1963 Guastalla organizzò una grande mostra antologica dedicata alla sua opera. Dietro l’iniziativa c’era il gallerista Vincenzo Zanardelli, grande amico e sostenitore del pittore. Ligabue, ormai provato nel corpo, attraversava anche un momento di profonda inquietudine spirituale. Chiese di essere battezzato e cresimato. Morì due anni dopo, il 27 maggio 1965, a 65 anni. Fu sepolto nel cimitero di Gualtieri. Sulla sua tomba venne posta una maschera funebre in bronzo modellata da Mozzali, lo scultore che gli era stato vicino nei momenti più difficili. È un gesto che dice molto: il volto di Ligabue, segnato dalla sofferenza, diventava simbolo della sua storia e insieme della forza della sua arte. La comunità che un tempo lo chiamava “Al Matt” o “Al Tedesch”, termini nati più per paura e incomprensione che per cattiveria, oggi riconosce in lui un artista capace di raccontare come pochi il rapporto tra l’uomo e la sua parte più istintiva. La sua pittura, nata fuori da scuole e movimenti, continua a parlare con una forza immediata. Non chiede competenze tecniche per essere capita. Chiede solo di guardare davvero.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: – P.Quartani, ANTONIO LIGABUEPercorsi pittorici tra arte e follia, Napoli, 2004.
– S. Parmiggiani, a cura di, ANTONIO LIGABUE, espressionista tragico, Milano, 2005.

( L. 285 )

2025_Lezioni_sulla_Salute_VII

5-12-19-26 Novembre 2025 LEZIONI SULLA SALUTE (2a serie)

TERZA LEZIONE: Come e Quando assumere correttamente i farmaci (Scarica la locandina)

IL MEDICO Maria Grazia Maggio: Allora, partiamo con calma, come se fossimo seduti insieme a chiacchierare. Carlotta la conoscete già, quindi andiamo dritti al punto: capire come e quando prendere i farmaci in modo corretto. Sembra una cosa semplice, ma nella pratica si vedono spesso dubbi e piccoli errori che possono fare la differenza. E per capirci qualcosa in più ci torna utile anche un po’ di storia, perché il modo in cui oggi assumiamo una compressa non è nato da un giorno all’altro.
La parola “farmaco”, tanto per cominciare, arriva dal greco e significava sia rimedio sia veleno. Detta così fa quasi impressione, ma rispecchia bene le conoscenze dell’epoca. Le prime cure erano spesso tentativi alla cieca. Si usavano piante, minerali, miscugli strani, senza dosi precise. A volte funzionavano, a volte no. E quando non funzionavano, erano guai. Col passare dei secoli però si è iniziato a osservare meglio gli effetti delle sostanze. Nei monasteri medievali, per esempio, i monaci studiavano le proprietà delle erbe e catalogavano quello che oggi chiameremmo “principi attivi”. È lì che nasce l’idea di curare in modo più sistematico.
Oggi un farmaco è definito come una sostanza che, una volta nel corpo, modifica alcuni processi chimici. Non è un concetto astratto. Pensate a un antibiotico: entra in circolo, raggiunge i batteri responsabili dell’infezione e li elimina. In pratica cambia la situazione chimica del nostro organismo. E lo fa grazie a un principio attivo unito ad altre sostanze chiamate eccipienti. Gli eccipienti servono solo a dare forma al farmaco: rendono possibile una compressa che non si sbriciola, uno sciroppo che resta liquido, una capsula che si scioglie al momento giusto. Sono ingredienti come lattosio o amidi, di solito innocui.
Le forme di somministrazione oggi sono tante. La via orale è la più comune: compresse, capsule, sciroppi, bustine. Poi ci sono le iniezioni, che chiamiamo vie parenterali: intramuscolari, endovena o intra-articolari, come quelle all’acido ialuronico usate per le articolazioni doloranti. Esistono anche soluzioni più particolari come i cerotti antidolorifici, che rilasciano il principio attivo lentamente, oppure i colliri e le gocce per le orecchie.
Un punto centrale, e spesso sottovalutato, è quando assumere la medicina. A stomaco vuoto significa almeno venti minuti prima di mangiare, perché il farmaco deve arrivare al duodeno senza essere rallentato dal cibo. Dopo i pasti vuol dire una mezz’ora più tardi, non appena appoggiata la forchetta. E poi ci sono i farmaci da assumere con il cibo, soprattutto gli antinfiammatori come ibuprofene, diclofenac o aspirina. Queste molecole possono irritare la mucosa gastrica e provocare gastrite o ulcere. Mescolarle al pasto riduce il rischio.
Arriviamo a un altro tema che crea sempre un po’ di discussione: la differenza tra farmaci di marca ed equivalenti. Il farmaco equivalente ha lo stesso principio attivo, la stessa dose e la stessa efficacia del prodotto “di marca”. Costa meno perché non include le spese di ricerca, che vengono sostenute solo dalla prima azienda che lo ha sviluppato. Prima di essere venduto, l’equivalente deve essere approvato dal Ministero della Salute, che verifica che le differenze siano solo negli eccipienti. Qualcuno pensa che un costo più basso significhi qualità più bassa, ma non è così. L’efficacia è la stessa. E il risparmio è utile anche al Sistema Sanitario Nazionale, che può usare quelle risorse per altri servizi, come ridurre le liste d’attesa.
Può capitare che una persona sia allergica a un eccipiente. È raro, ma succede. In quei casi si sostituisce il farmaco con un altro equivalente che usa ingredienti diversi, non è un dramma.
Parliamo un attimo delle scadenze. Una compressa conservata bene non perde la sua efficacia il giorno dopo la data stampata sulla scatola. Alcuni studi mostrano che molte compresse restano attive anche mesi dopo. Diverso il discorso per colliri e gocce, che invece si degradano più rapidamente. Quelli conviene buttarli.
Un’abitudine diffusa, e pericolosa, è “aggiustarsi” la cura: dimezzare le dosi, saltare giorni, interrompere quando ci si sente meglio. Lo capisco, è umano, ma rischia di rendere la terapia inutile. È sempre meglio parlarne con il medico, anche per un dubbio che sembra da poco.

LA PSICOLOGA Carlotta Guardamagni: Quando si parla di farmaci, molti di noi si muovono un po’ a tentoni. Capita spesso di fidarsi del medico finché tutto fila liscio, poi basta un dubbio o un’esperienza storta e scatta l’idea di fare da sé. Carlotta, la psicologa di cui parlavamo, lo dice in modo molto diretto: se non mi piace chi mi cura, o se non mi trovo con il suo modo di lavorare, vado da un altro. E non ha tutti i torti, perché il rapporto con chi ti segue la salute deve avere una base di fiducia. Il punto, però, è che il medico studia cose che noi non studiamo e vede situazioni che noi non vediamo. Un po’ come l’idraulico che capisce perché un tubo perde anche se a occhio sembra tutto a posto.
Il problema più comune è che molti interrompono i farmaci prima del tempo. Funziona spesso così: il medico prescrive otto giorni, noi ne prendiamo cinque. Perché? Perché il dolore sparisce e ci sembra di star bene. Il cervello ragiona per ciò che percepisce, non per ciò che succede davvero dentro. Se non sento più male al gomito, penso che sia tutto risolto. In realtà la sparizione del dolore è solo la prima parte del processo. Gli antinfiammatori, ad esempio, lavorano in due tempi: nei primi giorni tolgono il dolore, nei successivi spengono l’infiammazione che lo provoca. Se li interrompiamo quando sentiamo miglioramento, lasciamo a metà l’opera.
Carlotta fa anche un paragone un po’ ironico che dice molto: se il Covid ci avesse fatto diventare blu a chiazze, lo avremmo riconosciuto subito e forse lo avremmo fermato più velocemente. Ma i sintomi erano ambigui, diversi da persona a persona. Di fronte a qualcosa che non si vede, l’essere umano tende a sottovalutare. È una questione di percezione, e questa percezione spesso ci frega.
Lo stesso vale per chi fa il percorso opposto e aspetta giorni prima di prendere qualcosa, convinto che “non è grave”. Risultato? Tempi di recupero più lunghi, spesso inutilmente. Il corpo ci manda segnali, e imparare ad ascoltarli è già una mezza cura.
C’è poi un fattore culturale che è cambiato molto dagli anni 70. Un tempo la parola del medico era legge. Oggi siamo più informati, leggiamo, confrontiamo. Il che è positivo, perché avere più strumenti ci permette di scegliere. Il rischio, però, è confondere la libertà con il fai da te. Avere informazioni non sempre significa saperle usare. Se devo rifare il bagno, posso anche scegliere la piastrella che mi piace, ma il progetto generale non posso improvvisarlo, altrimenti combino un pasticcio.
Il discorso di Carlotta sul “malanno noto” è interessante. Ci sono situazioni che conosciamo bene e sappiamo come gestire, come una tipica emicrania che reagisce sempre allo stesso farmaco. In quei casi ci sta il margine di autonomia. Ma quando il problema cambia, o cambia il nostro corpo come succede con la menopausa, quel metodo non vale più.

IL MEDICO Maria Grazia Maggio: Maria Grazia, che è medico, porta un altro punto importante: l’autonomia del paziente funziona quando è guidata. Con l’artrite reumatoide, una malattia che colpisce le articolazioni provocando fasi di dolore intenso, insegnava ai suoi pazienti a usare il cortisone in modo preciso. Una specie di “ricetta passo passo”, con i dosaggi e i giorni già stabiliti. Così i pazienti sapevano cosa fare senza ansia, e senza intasare l’ambulatorio per ogni ricaduta. E funzionava perché c’era una base solida di istruzioni chiare. Dove ci si impantana, spesso, è nei farmaci per il dolore. Molti li interrompono appena stanno meglio, senza rendersi conto che il vero problema, cioè l’infiammazione, è ancora lì. Il dolore è solo la punta dell’iceberg. Così l’infiammazione si riaccende, e si torna punto e a capo. Ecco perché i medici insistono: anche se il dolore è passato, portate a termine i giorni indicati.
In fondo la questione è questa: libertà sì, ma con criterio. Fidarsi di un medico non significa obbedire senza pensare, ma scegliere una guida competente quando serve davvero.
Umberto Ravagnani

Sintesi di quanto abbiamo avuto il piacere di ascoltare nella 3a lezione della seconda serie 2025 di “Lezioni sulla salute” di Maria Grazia Maggio e Carlotta Guardamagni.

( L. 199 )

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5-12-19-26 Novembre 2025 LEZIONI SULLA SALUTE (2a serie)

SECONDA LEZIONE: ESSERE VECCHI / SENTIRSI VECCHI (Scarica la locandina)

IL MEDICO Maria Grazia Maggio: Essere vecchi non coincide con sentirsi vecchi. Il corpo può invecchiare, ma la mente e lo spirito seguono leggi diverse. La vecchiaia, infatti, non è una malattia, ma una fase della vita che porta con sé trasformazioni fisiche e psicologiche. Capirle è il primo passo per viverle bene.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive la vecchiaia come la parte della vita che segue la giovinezza e la mezza età, un periodo segnato dal progressivo rallentamento delle funzioni dell’organismo. Fino a pochi decenni fa, si considerava “anziano” chi aveva superato i 65 anni. Ma oggi quella soglia ha perso significato. Non si diventa “vecchi” per decreto: c’è chi a ottant’anni corre maratone e chi a sessanta si sente già in declino.
La percezione dell’età è cambiata molto nel tempo. Nell’Italia dell’Unità, la speranza di vita media era di appena 48 anni per gli uomini e poco più di 50 per le donne. Con la Prima guerra mondiale salì di qualche anno, ma il vero salto avvenne dopo la Seconda guerra mondiale. Migliore alimentazione, igiene, cure mediche e benessere diffuso hanno portato oggi la vita media a oltre 80 anni per gli uomini e 85 per le donne. In meno di due secoli, abbiamo guadagnato trent’anni di vita: un traguardo straordinario, ma che apre una domanda cruciale — viviamo davvero meglio?
Con l’età, il corpo cambia. I muscoli perdono tono e forza, le articolazioni diventano meno flessibili, le ossa più fragili: è l’osteoporosi, un indebolimento dello scheletro che rende più facili le fratture. L’artrosi, invece, è l’usura delle articolazioni, spesso accompagnata da dolore, che può limitare i movimenti. Anche il sistema cardiovascolare invecchia: l’aterosclerosi — l’accumulo di grassi sulle pareti delle arterie — riduce il flusso del sangue e aumenta il rischio di infarto o ictus.
Il cuore, i polmoni, i reni e il cervello sono tra gli organi più sensibili all’età. I polmoni diventano meno elastici, rendendo il respiro più corto; il metabolismo rallenta, e con esso aumenta la tendenza al sovrappeso o al diabete. La pelle si segna di rughe, la vista e l’udito si indeboliscono, il gusto e l’olfatto perdono vivacità. Tutti segni naturali, ma che non devono trasformarsi in un limite invalicabile.
L’invecchiamento della mente è un terreno più sottile. Non si tratta solo di memoria che vacilla o pensieri più lenti: molto dipende da come reagiamo a questi cambiamenti. Chi accetta di essere più lento resta lucido; chi invece si sente “finito” rischia di chiudersi, fino alla depressione. Il cervello, come un muscolo, va allenato ogni giorno.
Rita Levi Montalcini, che a 101 anni continuava a lavorare nei suoi laboratori, diceva che il segreto è tenere la mente in esercizio. Parole crociate, lettura a voce alta, giochi di carte: attività semplici che obbligano il cervello a ricordare, confrontare, ragionare. Anche leggere o studiare qualcosa di nuovo stimola la memoria e rafforza la concentrazione. Il cervello, però, ha bisogno anche di carburante: gli zuccheri, soprattutto quelli complessi contenuti in pasta, pane e cereali integrali. Una dieta equilibrata e un po’ di movimento quotidiano aiutano la mente a restare attiva. Ma c’è un’altra medicina, spesso sottovalutata: la compagnia.
La solitudine accelera il declino. Chi vive solo tende a perdere interesse, a muoversi meno, a isolarsi dai rapporti umani. Al contrario, la socialità tiene vivi il pensiero e l’emotività. Parlare, ascoltare, condividere esperienze: sono gesti che nutrono la mente tanto quanto il cibo nutre il corpo.
Con l’età, purtroppo, aumentano anche le malattie degenerative. La demenza senile, per esempio, colpisce circa metà delle persone oltre gli 85 anni. Non esistono cure definitive, ma mantenere il cervello attivo, coltivare interessi, continuare a imparare e restare curiosi può rallentarne l’avanzata e preservare la qualità della vita.
Invecchiare non significa smettere di vivere, ma imparare a vivere diversamente. È accettare un passo più lento, senza rinunciare al piacere di muoversi, pensare, imparare. La curiosità è la vera giovinezza: chi resta curioso, chi continua a cercare, non invecchia mai davvero.

LA PSICOLOGA Carlotta Guardamagni: L’obiettivo più importante, in medicina come nella vita, non è solo curare, ma mantenere la qualità della vita. Significa dare valore non soltanto agli anni che viviamo, ma al modo in cui li viviamo. Anche nelle situazioni più difficili — una malattia cronica, una perdita, l’invecchiamento — si può lavorare per stare bene, per trovare un equilibrio che permetta di sentirsi ancora parte attiva del mondo.
La qualità della vita non ha età: che si abbiano otto anni o cent’anni, ciò che conta è riconoscere ciò che ci rende sereni, ciò che ci fa sorridere. Non esiste un “manuale perfetto” per vivere a lungo e in salute. Se davvero bastasse seguire dieci regole, i medici e gli psicologi,  non servirebbero più. Ma non è così: la vita è complessa e personale. Ognuno di noi sa, nel profondo, quali sono gli ingredienti della propria felicità — la compagnia, la libertà, la curiosità, l’affetto.
Uno di questi ingredienti, forse il più importante, è la socializzazione. Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che la solitudine, o anche solo la percezione di sentirsi soli, accelera il declino cognitivo, cioè la perdita progressiva di memoria, attenzione e capacità di ragionamento. È un fenomeno che può portare, nei casi più gravi, a forme di demenza, come il morbo di Alzheimer. Le relazioni, invece, agiscono come un “farmaco naturale”: parlando, ridendo, condividendo esperienze, manteniamo in esercizio il cervello e riduciamo il rischio di malattie neurodegenerative. Essere parte di una comunità non significa fare grandi cose: basta un caffè con un amico, una passeggiata, una chiacchierata al mercato. L’importante è non rinchiudersi. Perché l’isolamento non solo rattrista, ma rende più vulnerabili.
C’è poi un altro elemento fondamentale: la curiosità. La curiosità è la benzina della mente, la spinta che ci fa restare vivi dentro. A qualsiasi età, cercare di capire, scoprire, apprendere qualcosa di nuovo mantiene attive le connessioni cerebrali e stimola la produzione di nuove sinapsi — quei minuscoli ponti che collegano i neuroni. È la migliore prevenzione contro l’invecchiamento mentale.
Essere curiosi non significa dover leggere enciclopedie: basta interessarsi al mondo. Ogni persona che incontriamo, ogni argomento che esploriamo, ogni nuova esperienza, allena la nostra mente. Persino un bambino di sei anni, con il suo sguardo fresco, è una piccola enciclopedia vivente. Quando smettiamo di porci domande, di voler sapere, di sorprenderci, iniziamo davvero a invecchiare. Eppure, culturalmente, abbiamo imparato a temere la vecchiaia. Fino a pochi decenni fa, gli anziani erano considerati una risorsa: saggi, autorevoli, pilastri delle famiglie. Negli anni ’60 e ’70, invece, la società ha cominciato a idolatrare la giovinezza, trasformando l’età avanzata in una specie di difetto da nascondere. Ma la vecchiaia non è un problema: è una fase della vita, con le sue difficoltà ma anche con grandi vantaggi — tempo, esperienza, libertà.
Pensiamo alla possibilità di gestire la giornata come si desidera, di viaggiare fuori stagione, di riscoprire passioni dimenticate. Sono privilegi che spesso passano inosservati, ma che raccontano una forma diversa, più lenta e consapevole, di felicità. Naturalmente, l’età porta con sé anche una nuova consapevolezza: quella dei limiti. Ma imparare a riconoscerli non significa arrendersi. Ricordo, ad esempio, il momento in cui ho capito che mia nonna era “diventata anziana”: dopo il Covid, a novant’anni, lei che si truccava anche per lavare i piatti, un giorno disse di no a un invito a cena. Quel rifiuto era un piccolo segnale, il segno di una perdita di interesse, forse di energia. Sono questi i campanelli d’allarme che non vanno ignorati: quando si perde la voglia di fare ciò che un tempo piaceva, può esserci dietro una forma di depressione, molto comune nell’età avanzata ma spesso sottovalutata.
Per questo è importante mantenere una routine di socialità. Non serve essere sempre circondati da persone, ma almeno un incontro alla settimana, un’attività condivisa, è un toccasana per la mente e per l’umore.
L’invecchiamento, in fondo, non è una sconfitta. È un percorso naturale, che può essere vissuto con curiosità, equilibrio e leggerezza. E, soprattutto, con la consapevolezza che la vera giovinezza non si misura in anni, ma nella capacità di restare vivi dentro.
Umberto Ravagnani

Sintesi di quanto abbiamo avuto il piacere di ascoltare nella 2a lezione della seconda serie 2025 di “Lezioni sulla salute” di Maria Grazia Maggio e Carlotta Guardamagni.

( L. 196 )

2025_Lezioni_sulla_Salute_V

5-12-19-26 Novembre 2025 LEZIONI SULLA SALUTE (2a serie)

PRIMA LEZIONE: CRETINO!!! CHE COSA C’ENTRA LA TIROIDE (Scarica la locandina)
(IL MEDICO Maria Grazia Maggio)

La parola “cretino” è una delle più usate nel linguaggio quotidiano. La tiriamo fuori con leggerezza, spesso per dire che qualcuno non capisce o combina disastri. Eppure, pochi sanno che questo termine nasce in ambito medico: “cretino” era il nome dato, in passato, a chi soffriva di cretinismo, una grave malattia causata da un malfunzionamento della tiroide. Dietro quell’insulto, quindi, c’è una storia di medicina e di biologia, che racconta quanto una minuscola ghiandola possa influenzare tutto il nostro corpo.
La tiroide è una ghiandola a forma di farfalla situata nella parte anteriore del collo, appena sotto il pomo d’Adamo. È piccola — pesa circa venti grammi — ma è una centrale di controllo formidabile. Produce due ormoni: la triiodotironina (T3) e la tiroxina (T4), che regolano il metabolismo, la crescita e lo sviluppo cerebrale. Il suo lavoro è coordinato da una ghiandola del cervello, l’ipofisi, che rilascia un ormone chiamato TSH (ormone tireostimolante). Quando i livelli di T3 e T4 nel sangue sono troppo bassi, il TSH aumenta per stimolare la tiroide; quando invece sono troppo alti, il TSH si riduce. Questo meccanismo di autoregolazione, detto feedback negativo, mantiene l’equilibrio ormonale in modo costante.
Quando la tiroide lavora troppo o troppo poco, tutto l’organismo ne risente.
Nel primo caso si parla di ipertiroidismo, una condizione in cui il metabolismo accelera come un motore impazzito. Chi ne soffre mangia molto ma dimagrisce, suda più del solito, è nervoso, dorme poco e ha il cuore che batte forte e veloce (tachicardia). A volte si sente costantemente agitato, come se fosse “sempre in corsa”. La diagnosi è semplice: basta un prelievo di sangue per misurare i livelli di T3, T4 e TSH. Il trattamento prevede farmaci che bloccano la produzione ormonale, come il methimazole (commercialmente noto come Tapazole), oppure — nei casi più gravi — terapie con iodio radioattivo o un intervento chirurgico. Dopo pochi giorni di cura, la pressione si stabilizza, il sonno migliora e la persona recupera serenità.
All’estremo opposto c’è l’ipotiroidismo, cioè una tiroide che lavora troppo poco. Il metabolismo rallenta e il corpo “va in risparmio energetico”: si aumenta di peso, ci si sente stanchi, si dorme molto, la pelle diventa secca e i capelli cadono facilmente. Anche l’umore cambia: tutto sembra più lento, più pesante. Una causa molto comune è la tiroidite di Hashimoto, una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario, invece di difendere il corpo, attacca la tiroide danneggiandola. Chi ne soffre può avere anche altre patologie autoimmuni, come il diabete di tipo 1 o l’artrite reumatoide.
La cura è semplice ma costante: assumere ogni giorno ormoni tiroidei sintetici, in genere sotto forma di levotiroxina (nome commerciale Eutirox). Con la terapia corretta, la persona torna a sentirsi attiva e lucida, ma deve continuare il trattamento per tutta la vita, perché la tiroide danneggiata non torna a funzionare da sola.
A volte la tiroide si ingrossa, formando il cosiddetto gozzo, che può comprimere la trachea o l’esofago e dare difficoltà respiratorie o di deglutizione. In questi casi è necessario rimuovere chirurgicamente parte o tutta la ghiandola. Dopo l’intervento, la terapia sostitutiva con levotiroxina consente di mantenere l’equilibrio ormonale.
Un’altra condizione, fortunatamente poco aggressiva, è il tumore della tiroide. La maggior parte dei casi riguarda forme “differenziate”, a crescita lenta, come il carcinoma papillare o follicolare, che hanno tassi di guarigione superiori al 90%. Dopo l’operazione, il paziente segue solo controlli periodici dei livelli di TSH, T3 e T4.
Ma la tiroide può anche mancare del tutto fin dalla nascita. È il caso dell’ipotiroidismo congenito, in cui un neonato nasce senza una tiroide funzionante. Il bambino cresce poco, dorme molto, appare poco reattivo. Oggi questa condizione viene scoperta quasi sempre subito grazie allo screening neonatale: un semplice test sul sangue del tallone che rileva le anomalie del TSH. Se la terapia con levotiroxina inizia entro le prime settimane di vita, il bambino cresce in modo del tutto normale.
In passato, invece, quando non si poteva diagnosticare precocemente, i bambini affetti da questa carenza sviluppavano un grave ritardo della crescita fisica e mentale, noto come cretinismo congenito. Fortunatamente, nei Paesi con buone condizioni nutrizionali e sanitarie, oggi questa malattia è praticamente scomparsa.
Diversa è la forma detta cretinismo endemico, legata alla mancanza di iodio nell’alimentazione. Lo iodio è l’elemento chiave per produrre T3 e T4: senza di esso, la tiroide non può funzionare. Nei secoli scorsi, in molte zone montane europee — comprese alcune valli alpine italiane — il gozzo e il cretinismo erano molto diffusi proprio per la carenza di iodio nel suolo e nell’acqua. Per risolvere il problema, negli anni ’50 è stata introdotta la diffusione del sale iodato, che ha ridotto drasticamente la malattia. Oggi la carenza di iodio sopravvive solo in aree povere del mondo, dove la malnutrizione e la scarsità di acqua potabile compromettono la salute dei bambini. In questi casi, una semplice integrazione di iodio e una dieta adeguata possono riportare lo sviluppo alla normalità.
Lo iodio, oltre che nel sale iodato, si trova in abbondanza in pesci e molluschi (come cefalo, merluzzo, salmone, sardine, cozze, vongole e gamberi), nelle uova, nel latte, nello yogurt e nell’acqua potabile. È quindi importante mantenere una buona idratazione e consumare pesce regolarmente.
Non a caso, un tempo, i bambini gracili o con problemi di crescita venivano mandati “a respirare l’aria di mare”. L’atmosfera marina, umida e ricca di microcristalli salini contenenti iodio, favorisce il benessere tiroideo. Oggi sappiamo che anche la qualità dell’aria gioca un ruolo nella salute endocrina: alcuni studi recenti indicano che l’esposizione a determinati inquinanti può alterare la funzione tiroidea, anche se la ricerca è ancora in corso e non vi sono prove definitive.
Accanto alla tiroide si trovano quattro minuscole ghiandole, le paratiroidi, che controllano il livello di calcio e fosforo nel sangue, fondamentali per la salute delle ossa. Se durante un intervento tiroideo queste ghiandole vengono danneggiate, può essere necessario integrare calcio e vitamina D per mantenere l’equilibrio.
In conclusione, la tiroide è una regista silenziosa che dirige il ritmo di tutto l’organismo. Influenza il cuore, il cervello, la crescita, l’umore e persino la fertilità. Quando funziona, non ci pensiamo nemmeno; quando si ferma, ci accorgiamo che regola quasi tutto. E forse, la prossima volta che diremo scherzando “sei un cretino”, varrà la pena ricordare che, dietro quella parola, si nasconde una storia di medicina e di progresso: la storia di una ghiandola piccola ma essenziale, che tiene in equilibrio la nostra vita ogni giorno.
Umberto Ravagnani

Sintesi di quanto abbiamo avuto il piacere di ascoltare nella 1a lezione della seconda serie 2025 di “Lezioni sulla salute” di Maria Grazia Maggio.

( L. 203 )

RAFFAELA CLERICI 2025

L’ASSOCIAZIONE

In collaborazione con il Comune di Montebello Vicentino ha organizzato una interessante esibizione al pianoforte di RAFFAELA CLERICI

15 maggio 2025 ore 20,30 (Scarica la locandina)
Presso l’Aula Magna dell’oratorio di Montebello Vicentino



Si esibisce, per la terza volta in pubblico, al pianoforte la nostra concittadina Raffaela Clerici. Brani di musica classica saranno intercalati con la lettura di brani di autori locali, in particolare Dalla Gassa Maria Elena leggerà due brani tratti dal suo libro “Il tempo del filò” e Umberto Ravagnani leggerà un brano sulla storia di “Suor Patrizia Clerici”.


Raffaela Clerici: La musica nelle mani e il teatro nel cuore
Raffaela ha emozionato il pubblico con la sua terza esibizione al pianoforte, suonando brani inediti. La sua storia dimostra che suonare il pianoforte può portare felicità e soddisfazione a ogni età. Contrariamente alla credenza comune che vede il pianoforte come un’arte per giovani prodigi o per chi inizia da bambino, Raffaela è la prova vivente che non esiste un’età giusta per cominciare. Gli adulti, in particolare, possono trovare molte più opportunità e motivazioni per imparare questo strumento, beneficiando enormemente del suo potere.

Raffaela ha scoperto il piacere di suonare il pianoforte in un momento in cui la sua vita era già piena di impegni quotidiani. Nonostante le sfide nel trovare tempo per dedicarsi a nuovi interessi, la sua determinazione le ha permesso di esplorare questa passione. Suonare le ha offerto non solo un modo per esprimere la propria creatività, ma anche un nuovo linguaggio attraverso cui comunicare.

La dedizione e il talento di Raffaela sono davvero impressionanti. La sua passione per il pianoforte non solo la rende un’artista straordinaria, ma anche un’ispirazione per chiunque la conosca. La sua storia ci ricorda che la crescita personale e l’apprendimento non finiscono mai, e che con passione e impegno si possono raggiungere traguardi incredibili in ogni fase della vita.

Umberto Ravagnani


Disponibile il libro di Umberto Ravagnani: “AUREOS 2023-2024;
Disponibile il libro di Umberto Ravagnani: “AUREOS 2021-2022;
Disponibile il libro di Umberto Ravagnani:
“AUREOS 2001-2020;
Disponibile il libro di Ottorino Gianesato – Umberto Ravagnani: “IL TRENO DEI DESIDERI;
Disponibile il libro di Ottorino Gianesato – Umberto Ravagnani – Maria Elena Dalla Gassa: LA SCUOLA VECCHIA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO”;
Disponibile il libro di Umberto Ravagnani: “CARTOLINE CHE RACCONTANO;
Disponibile il libro di Ottorino Gianesato: “I SOLDATI DI MONTEBELLO CHIAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18″;
Disponibile il libro di Guerrino Maccagnan: “BARTOLOMEO GUELFO;
Disponibile il libro di Rodolfo Peroni: “DA MONTEBELLO AD ALITO;


ASSOCIAZIONE AMICI di MONTEBELLO

36054 Montebello Vicentino (VI)
TEL. 333-2688220
Email: info@amicidimontebello.it

( L. 256 )

MOSTRA_COLLETTIVA_2025

30 APRILE – 4 MAGGIO, Mostra di pittura e scultura collettiva di Artisti locali (Scarica la locandina)

3 aprile - 4 maggio 2025 - LINO LOVATO.
3 aprile - 4 maggio 2025 - MICHELANGELO VALBONA.
3 aprile - 4 maggio 2025 - GIANNI BONIN.
3 aprile - 4 maggio 2025 - MICHELANGELO VALBONA.
3 aprile - 4 maggio 2025 - Mostra collettiva di autori montebellani.
3 aprile - 4 maggio 2025 - GUARDA ALESSIO - CRISTINA CRESTANI - ANDREA CAILOTTO.
3 aprile - 4 maggio 2025 - GIANNI BONIN.
3 aprile - 4 maggio 2025 - GIANNI BONIN.
3 aprile - 4 maggio 2025 - ANNAELISA BATTOCCHIO.
3 aprile - 4 maggio 2025 - GABRIELLA ZOCCANTE.
3 aprile - 4 maggio 2025 - CRISTINA CRESTANI.
3 aprile - 4 maggio 2025 - Opere di GIANCARLO FUSATO.
3 aprile - 4 maggio 2025 - Opere di GIANCARLO FUSATO.
3 aprile - 4 maggio 2025 - Mostra collettiva di autori montebellani.
3 aprile - 4 maggio 2025 - FRANCESCA DAL BEN.

 

UN VIAGGIO TRA FORME E PAESAGGI

Nel cuore di uno spazio espositivo raccolto ma vibrante, prende vita una mostra collettiva che unisce alcune voci artistiche, ciascuna con il proprio stile, la propria poetica e il proprio modo di raccontare il mondo. È un viaggio visivo ed emotivo che attraversa tecniche diverse, dall’acquerello alla scultura, dalla pittura a olio all’arte concettuale. Ogni opera esposta è una traccia lasciata dall’artista, un frammento personale che invita a riflettere, osservare e sentire. Qui l’arte non è distante o difficile da comprendere: è immediata, sincera, accessibile. E soprattutto varia, come le persone che l’hanno creata.

PAESAGGI CHE RESPIRANO CON ANNAELISA

Il percorso espositivo si apre con gli acquerelli di Annaelisa che portano il visitatore in un’altra dimensione: quella dei paesaggi. Montagne, laghi, cieli ampi e orizzonti sfumati si susseguono in una narrazione silenziosa ma profonda. Le sue immagini trasmettono serenità e malinconia, con una maestria nel dosare acqua e colore che lascia trasparire esperienza e sensibilità.

I FIORI SENZA TEMPO DI GABRIELLA

A pochi passi, la delicatezza degli acquerelli floreali di Gabriella. I suoi fiori non sono semplici rappresentazioni botaniche, ma vere e proprie emozioni su tela. Petali, foglie, steli si intrecciano in composizioni armoniose, eleganti, cariche di luce. I colori sono morbidi ma intensi, e trasmettono una sensazione di pace, quasi un invito a rallentare e cogliere la bellezza nascosta nel quotidiano.

PAESAGGI DELL’ANIMA: MICHELANGELO

Michelangelo espone i suoi acquerelli dedicati ai paesaggi locali e montani. Le sue opere sono di una bellezza classica e raffinata. Ogni veduta è costruita con equilibrio, attenzione alla luce e un profondo amore per il territorio. I colori sono delicati, ma mai spenti; la composizione è sobria, ma mai fredda. Sono paesaggi reali, ma pieni di anima.

L’ARTE CHE NASCE DALLA ROCCIA: GIANCARLO

Un tocco sorprendente arriva da Giancarlo, che propone un’idea originale e affascinante: dipingere su schegge di roccia. Ogni piccola lastra è trasformata in un paesaggio montano, con il rilievo naturale della pietra che dialoga con il colore. Il risultato è un connubio perfetto tra materia e immaginazione: la montagna dipinta sulla montagna stessa. Un omaggio potente alla natura e alla sua memoria. Giancarlo propone anche alcuni splendidi dipinti su tela.

LIBRI DA OSSERVARE: L’INSTALLAZIONE DI FRANCESCA

Francesca cambia completamente registro. La sua non è pittura, né scultura: è un’installazione di libri aperti, antichi e contemporanei, da guardare più che leggere. I testi, selezionati con cura, offrono spunti di riflessione visiva: alcune pagine sono sottolineate, altre illustrate, altre ancora segnate dal tempo. L’opera diventa così un invito a “leggere” con gli occhi e con il cuore, in cerca di significati che vanno oltre le parole.

LEGNO CHE PRENDE VITA: LE SCULTURE DI GIANNI

Gianni, con le sue sculture in legno, trasmette una forza primitiva e autentica. Gli animali da lui scolpiti – elefanti, orsi, uccelli, scoiattoli – sembrano emergere dal legno con naturalezza. Le venature vengono seguite, esaltate, mai forzate. Il risultato è una serie di opere che coniugano tecnica e spirito, memoria artigiana e sensibilità contemporanea.

MONDI FANTASTICI TRA SOGNO E MATERIA: CRISTINA

Cristina ci accompagna in un universo onirico e surreale, fatto di sculture leggere e quadri visionari. Le sue figure sembrano provenire da un altro mondo: un mondo dove il tempo è liquido, i confini sono mobili e la fantasia ha piena libertà. Ogni opera è una storia in sé, da interpretare e sentire. È arte che non dà risposte, ma apre domande.

IL CORPO COME RACCONTO: ANDREA

Con Andrea si entra in una dimensione più carnale e pittorica. I suoi dipinti a olio di nudi femminili sono potenti, profondi, ma sempre rispettosi. Nessuna volgarità, solo ricerca della forma, della luce, della verità del corpo. Le sue donne non sono oggetti, ma presenze piene di forza, sensualità e umanità. La pittura, densa e viva, accompagna lo sguardo in un racconto intimo.

ESPLOSIONE DI EMOZIONI CON ALESSIO

Il percorso si fa più intenso e astratto con Alessio, artista dell’espressionismo astratto. Le sue tele parlano con il colore, con la materia, con l’istinto. Linee e macchie si intrecciano in una danza energica che trasmette sensazioni prima ancora di essere “capita”. È un’arte viscerale, che colpisce allo stomaco e poi risale al cuore. Nessuna figura, ma tante emozioni.

UN VOLTO CHE RACCONTA: LINO

Un solo lavoro, ma memorabile: l’autoritratto di Lino, realizzato a spatola. I tratti decisi, la materia spessa, i colori forti rendono quest’opera straordinariamente espressiva. Il volto che emerge dalla tela sembra guardare direttamente il visitatore, quasi a cercare un dialogo muto ma intenso. È un ritratto che va oltre il volto, che racconta l’artista dentro.

Umberto Ravagnani

( L. 205 )

2025_Lezioni_sulla_Salute_IV

7-14-21-28 Maggio 2025 LEZIONI SULLA SALUTE (1a serie 2025)

 

QUARTA LEZIONE: EMOZIONI E RAZIONALITÀ: ALLEATI INDISPENSABILI DELL’ESSERE UMANO (Scarica la locandina)

IL MEDICO Maria Grazia Maggio: La domanda di partenza è semplice solo in apparenza: emozioni e raziocinio possono convivere? Non solo possono: devono. È proprio dalla loro armonia che nasce ciò che ci rende davvero umani. Senza emozioni saremmo freddi calcolatori, senza razionalità saremmo in balia degli istinti. Insieme, invece, ci permettono di sentire, comprendere, scegliere.
Ma cos’è un’emozione? È una risposta spontanea a qualcosa che ci colpisce, dentro o fuori di noi. Non la scegliamo: accade. Vedere un cane che ci spaventa o ci intenerisce scatena in noi una reazione immediata, e il nostro volto lo comunica senza che ce ne accorgiamo. Rabbia, gioia, paura, disgusto: sono risposte naturali, quasi istintive. Il corpo parla prima della mente.
E poi arriva il pensiero. Se vediamo una tragedia in televisione, la prima reazione è emotiva: tristezza, rabbia, senso di ingiustizia. Ma se ci fermiamo a riflettere – “posso fare qualcosa?” – entriamo nel territorio del raziocinio. È in quel passaggio che diventiamo consapevoli. Gli animali provano emozioni, ma non ragionano su di esse. Noi sì.
Tutto questo accade nel nostro cervello, una macchina prodigiosa formata da circa 86-87 miliardi di neuroni. Ogni pensiero, ricordo o emozione nasce da una rete incredibilmente complessa di segnali chimici e impulsi elettrici. Le emozioni si generano in una zona profonda del cervello chiamata sistema limbico, dove agiscono strutture come l’amigdala e l’ipotalamo. Qui vengono prodotti ormoni fondamentali per il nostro equilibrio mentale.
La serotonina, ad esempio, è l’ormone che ci fa sentire sereni: quando manca, può insorgere la depressione. La dopamina è legata al piacere e alla motivazione, mentre la noradrenalina ci prepara a reagire al pericolo. Le endorfine, infine, sono un potente antidolorifico naturale: ci aiutano a resistere al dolore fisico e a ritrovare il benessere.
Come ogni altra parte del corpo, anche il cervello ha bisogno di esercizio. Leggere, risolvere enigmi, giocare a carte, coltivare relazioni: tutto ciò tiene viva la mente. La memoria va allenata, altrimenti si indebolisce. E perdere i propri ricordi significa perdere una parte fondamentale di sé.
Prendersi cura del cervello è un atto d’amore verso se stessi. Siamo esseri unici, irripetibili. La nostra vita è una sola, e vale la pena viverla in modo pieno, consapevole, con emozione e con intelligenza.

LA PSICOLOGA Carlotta Guardamagni: Quante volte vi siete sentiti dire: “Devi essere più razionale, non così emotivo”? È una frase che molti si sono sentiti rivolgere, in famiglia, al lavoro, perfino tra amici. Come se ragione ed emozione fossero due mondi opposti e incompatibili, come se si dovesse scegliere da che parte stare: testa o cuore. In particolare, nei contesti professionali — specialmente in ambiti come l’educazione, la sanità, l’assistenza — esiste ancora l’idea che essere emotivi sia un limite. Come se chi è davvero “professionale” debba restare sempre lucido, freddo, distaccato.
Ma questa visione è superata. La verità è che razionalità ed emotività non sono in conflitto. Sono ingredienti della stessa ricetta. Pensate a una torta: nessuno la mangerebbe con solo farina o solo burro. Ma senza una o l’altro, la torta non viene. Così funziona anche per la nostra mente: emozione e ragione si mescolano, si alternano, si completano. Non è debolezza, è intelligenza emotiva.
Durante la lezione Franca ha chiesto: “Il pianto può aiutare a ritrovare la razionalità?” Una domanda interessante. Piangere è spesso visto come un segno di fragilità, ma in realtà può essere uno strumento prezioso. Quando si piange, non si perde il controllo: si scarica una tensione. È uno sfogo che, una volta lasciato uscire, può restituirci calma e chiarezza. A volte, proprio dopo un pianto sentiamo di poter ragionare meglio. Ma attenzione: questo non vale per tutti. Ognuno ha il suo modo di reagire. C’è chi piange, chi urla, chi ha bisogno di silenzio, chi si chiude in sé stesso. L’importante è conoscersi.
Conoscere come si reagisce alle emozioni è fondamentale. Per questo, la psicoterapia non serve solo a “curare”, ma a capirsi. Perché nessuno andrebbe a fare un’escursione in montagna senza un minimo di allenamento. Allo stesso modo, affrontare le sfide della vita richiede un po’ di consapevolezza di sé. Se piangere ci fa bene, allora è giusto farlo. Ma non significa che chi non piange stia sbagliando. C’è chi elabora il dolore in modo lento, silenzioso. Anche questo è legittimo.
In effetti, uno degli errori più comuni è preoccuparsi perché un bambino non piange dopo un lutto, o perché un amico sembra “troppo calmo” in una situazione difficile. Ma il dolore non ha un copione. Si può stare male anche senza lacrime. A volte le emozioni non espresse restano dentro, e si fanno sentire nel corpo: un mal di stomaco, un nodo in gola, un respiro affannoso. Sono segnali fisici di qualcosa che non va. È qui che entrano in gioco i sintomi psicosomatici, come l’ansia, che non è un’emozione ma un segnale: la punta dell’iceberg di un disagio profondo.
In questi casi, è utile chiedere aiuto. Anche solo una chiacchierata con un professionista può offrire strumenti per capire cosa sta succedendo. Le emozioni non sono qualcosa da combattere, ma da ascoltare. La razionalità non serve per reprimere le emozioni, ma per indirizzarle. Per trasformarle in qualcosa di buono. Anche la tristezza, se accolta, può generare bellezza. Leopardi ne è un esempio: ha trasformato la sua malinconia in poesia immortale. Le emozioni, se usate con intelligenza, ci rendono più umani, non meno capaci.

Sintesi di quanto abbiamo avuto il piacere di ascoltare nella 4a lezione della prima serie 2025 di ‘lezioni sulla salute’ di Maria Grazia Maggio e Carlotta Guardamagni.

Umberto Ravagnani

( L. 310 )

25_05_SONCINO

25 maggio 2025: SONCINO (CR)

25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
  25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Interno della Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Interno della Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Verso la Rocca Viscontea.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - La Rocca Viscontea.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - La Rocca Viscontea.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - La Rocca Viscontea.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - La Rocca Viscontea.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - La Rocca Viscontea.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - La Rocca Viscontea.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - La Rocca Viscontea.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - L'antica Filanda di Soncino.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - La Chiesa di Santa Maria Assunta.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Interno della Chiesa di Santa Maria Assunta.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Interno della Chiesa di Santa Maria Assunta.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Interno della Chiesa di Santa Maria Assunta.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Interno della Chiesa di Santa Maria Assunta.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - La Pieve di Santa Maria Assunta.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Passeggiando per il centro (Natalina Florio).
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Passeggiando per il centro.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Il Museo della Stampa.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Il Museo della Stampa.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Il Museo della Stampa.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Il Museo della Stampa.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Ex convento di San Giacomo.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Chiesa dell'ex convento di San Giacomo.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Chiesa dell'ex convento di San Giacomo.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Chiesa dell'ex convento di San Giacomo.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Chiesa dell'ex convento di San Giacomo.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Passeggiando per il centro.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Passeggiando per il centro.
25 maggio 2025 - SONCINO (CR) - Palazzo Comunale e Torre Civica.

SONCINO: Un viaggio, una storia

CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE
Nel 1468, i frati carmelitani ottennero il permesso di celebrare messa in una piccola chiesa fuori Porta San Giuseppe, a Soncino. Qualche decennio dopo, nel febbraio del 1501, il cardinale Raimondo Perauti – vescovo di Gurk in Carinzia – posò la prima pietra di una nuova chiesa, fortemente voluta da padre Pietro da Mortara. A dirigere i lavori fu padre Antonio Maestri, proveniente dal convento carmelitano di Mantova. Tra il 1515 e il 1526 venne costruito il campanile, progettato dal maestro Gerardo da Piacenza.
La chiesa sorge su un tratto oggi dimenticato dell’antica strada Calciana, una via commerciale romana che collegava Bergamo e Cremona. Il suo interno è un vero capolavoro: nel 1952, lo storico dell’arte Bernard Berenson la descrisse come “uno degli schemi decorativi più elaborati di tutto il Rinascimento”, quando ancora era praticamente sconosciuta al grande pubblico.

LA ROCCA DI SONCINO
Visitare la Rocca di Soncino è come fare un salto indietro nel tempo, nel cuore del Medioevo e del Rinascimento della Lombardia. Questo castello, costruito nel XII secolo, fu un importante presidio difensivo. Col passare dei secoli ha subito vari ampliamenti e modifiche, ma ha conservato intatta la sua imponenza.
Durante la visita guidata, si possono esplorare le sue torri, le mura merlate, i camminamenti e gli ambienti interni, dove si respira ancora l’atmosfera di un’epoca lontana. Le guide raccontano come si viveva tra queste mura, quali strategie difensive venivano usate, e quali storie hanno segnato il destino di questo luogo.

IL BORGO
Finita la visita alla Rocca, si passa al borgo di Soncino. È un concentrato di fascino: vicoli in pietra, case medievali, cortili nascosti, piazzette tranquille. Passeggiando tra le stradine, si incontrano edifici storici come la chiesa parrocchiale e le antiche abitazioni dei nobili.
Durante la visita, la guida racconta aneddoti e curiosità sulla vita nel borgo nei secoli passati. La storia si intreccia con leggende e racconti popolari, che danno un tocco magico all’esperienza. Il risultato è un’immersione completa in una realtà che, seppur lontana, sembra ancora viva tra le vie di Soncino.

MUSEO DELLA STAMPA
Il Museo della Stampa si trova nella Casa degli Stampatori, un edificio medievale recuperato di recente. Il museo è dedicato alla straordinaria avventura della famiglia Soncino, tipografi ebrei di origine tedesca che operarono a Soncino tra il Quattrocento e il Cinquecento. Con strumenti originali e materiali d’epoca, il museo racconta i primi passi della stampa a caratteri mobili. La famiglia Soncino raggiunse una qualità altissima nelle loro edizioni, prima di trasferirsi in altri luoghi e proseguire la loro attività. Qui si possono vedere torchi antichi, caratteri mobili e altre attrezzature che aiutano a capire quanto fosse rivoluzionario il loro lavoro all’epoca.

CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA
La Pieve di Santa Maria Assunta è la chiesa più antica della diocesi di Cremona. Fu fondata nel V secolo dai Goti. Quando i Longobardi conquistarono Cremona all’inizio del VII secolo, il vescovo Anselmo si rifugiò proprio in questa chiesa, che per un periodo divenne la sede vescovile. Nell’anno 828 fu elevata al rango di collegiata.
Nel corso dei secoli, l’edificio ha subito diverse trasformazioni. Nel 1580 venne allungato il coro e aggiunte delle cappelle sul lato sud. L’interno fu decorato secondo il gusto del tardo Rinascimento: Giulio Calvi affrescò la navata centrale, mentre Uriele Gatti si occupò della controfacciata. Questi interventi rispondevano alle nuove esigenze liturgiche stabilite durante il Concilio di Trento.
Nel 1802, la chiesa fu colpita da un terremoto. Verso la fine del XIX secolo, l’architetto Carlo Maciachini la trasformò profondamente: costruì una grande cupola ottagonale, sistemò la facciata riportandola a un aspetto medievale e fece inserire una statua in rame realizzata da Carlo Riva sulla punta del campanile. Venne anche rifatto il rosone e il protiro, sorretto da leoni stilofori, fu restaurato. L’interno della chiesa è imponente e decorato con grande ricchezza. Nel 1897 venne realizzata una vivace decorazione policroma in stile neobizantino. Le volte della navata sono dipinte con un cielo blu pieno di stelle, e lungo le pareti si trovano raffigurazioni di santi importanti per la tradizione cremonese e lombarda, come Omobono, Carlo Borromeo, Martino e Paolo.
Tra le opere presenti spicca una grande tela del pittore fiammingo Matthias Stom, che raffigura la liberazione di Flavio Giuseppe da parte dell’imperatore romano Vespasiano: un soggetto laico e raro per una chiesa. L’altare neoclassico ospita anche una tela di Uriele Gatti, risalente alla fine del Cinquecento, che rappresenta la Trinità circondata da angeli e santi. Secondo il parroco incontrato durante la visita, questa chiesa è una delle più belle opere di Soncino. Nonostante l’impressione grandiosa che offre, è solo uno dei tanti gioielli che il paese conserva e che vale davvero la pena conoscere.

CONCLUSIONI
Soncino è un piccolo scrigno di tesori storici e artistici. Tra chiese maestose, castelli imponenti, vicoli pieni di fascino e un museo dedicato alla nascita della stampa, offre un’esperienza unica. È il posto perfetto per chi ama la storia, l’arte e i luoghi autentici. Ogni visita è un’occasione per scoprire qualcosa di raro, bello e profondamente italiano.

Umberto Ravagnani

2025_Lezioni_sulla_Salute_III

7-14-21-28 Maggio 2025 LEZIONI SULLA SALUTE (1a serie)

 

TERZA LEZIONE: COLAZIONE, PRANZO E CENA – COSA MANGIARE, QUANTO E COME (Scarica la locandina)

IL MEDICO Maria Grazia Maggio: Mangiare bene non significa solo scegliere i cibi giusti, ma anche sapere quanto e quando mangiarli. Ogni persona ha un fabbisogno calorico diverso, che dipende dall’età, dal sesso e dal livello di attività. Un muratore può aver bisogno di 4.500 calorie al giorno, mentre una persona sedentaria può cavarsela con 1.700. Solo il fatto di essere vivi – respirare, far battere il cuore, far funzionare i reni – consuma circa 1.000 calorie al giorno.
I ragazzi, in fase di crescita, richiedono più energia: un 17enne consuma in media tra 2.300 e 2.900 calorie al giorno. Gli adulti, invece, ne necessitano il 20-25% in meno, a causa di una vita più sedentaria.
Tra i nutrienti essenziali, al primo posto c’è l’acqua: si può sopravvivere alla fame, ma non alla sete. Seguono proteine, zuccheri, grassi, sali minerali, vitamine, e infine l’alcol, che va assunto con moderazione.
Quanti pasti al giorno? L’ideale sarebbe cinque: colazione (20-25%), pranzo (35-40%), cena (30-35%) e due piccoli spuntini (5% ciascuno). Tuttavia, non esiste una regola fissa: c’è chi preferisce fare una colazione abbondante e mangiare poco a pranzo, e chi fa l’opposto. La chiave è adattare i pasti al proprio stile di vita.
Il modello alimentare più efficace resta la dieta mediterranea, riconosciuta patrimonio dell’umanità. Ricca di alimenti semplici, naturali e bilanciati, aiuta a mantenere il peso forma e una buona salute.
Infine, il peso ideale cambia con l’età: qualche chilo in più, soprattutto dopo i 65 anni, è del tutto normale. L’importante è non esagerare e conoscere le proprie esigenze. Non serve seguire schemi rigidi: basta conoscersi, ascoltare il proprio corpo e usare buon senso.
Per mantenersi in salute, tutto parte da ciò che mangiamo, quanto ne mangiamo e da come trattiamo il nostro corpo. Prima regola: bere acqua a sufficienza, almeno un litro al giorno, anche contando i liquidi assunti con minestre, tè o latte.
La pasta, alimento principe della cucina italiana, si può mangiare ogni giorno, ma in quantità moderate (60-70 grammi) e senza abbinarla ad altri amidi come pane o patate nello stesso pasto. Il condimento migliore? L’olio extravergine d’oliva, che non contiene colesterolo, a differenza del burro. Aggiungere un po’ di pomodoro e una spolverata di formaggio grana e si ottiene un piatto completo e sano.
Serve però equilibrio: verdure e frutta di stagione dovrebbero essere una presenza fissa nella dieta. Quelle esotiche possono andare bene ogni tanto, ma la base dovrebbe restare locale. Anche la frutta secca è utile, grazie al potassio che aiuta a recuperare energie, come ben sanno gli atleti.
E l’alcol? Non va demonizzato, ma usato con moderazione. Il vino rosso, ad esempio, ha benefici per il cuore, ma solo se bevuto in piccole quantità. Un bicchiere a pasto può far bene, esagerare invece danneggia il fegato.
Il metabolismo è ciò che trasforma il cibo in energia. È veloce nei giovani, più lento negli anziani. Alcune malattie lo rallentano, e se si mangia più di quanto si consuma, il peso aumenta. La soluzione? Mangiare meno e muoversi di più. Ma perché, pur conoscendo tutto questo, molte persone non riescono a mantenere il peso forma? Le ragioni sono tante: mancanza di soldi per comprare cibo di qualità, sprechi alimentari, pubblicità ingannevole, abitudini sbagliate e soprattutto sedentarietà.
Il consiglio? Imparare a dosare il cibo nel piatto, non buttare via nulla, pesarsi una volta a settimana, e soprattutto fare attività fisica, anche solo camminare ogni giorno. La salute parte dalle scelte quotidiane.
Camminare ogni giorno, anche solo 20 minuti, è già un buon inizio per tenersi in forma. Se si aggiunge qualche salita o discesa, i benefici aumentano. L’importante è trovare un equilibrio tra ciò che mangiamo e quanto ci muoviamo.
Molte persone mangiano senza controllo, spinte da pulsioni alimentari legate a stati emotivi. Non cercano gusto, ma quantità, e spesso usano il cibo come antidepressivo. È importante invece essere consapevoli di cosa e quanto si mangia, preferendo alimenti semplici e sani.
Tra questi, frutta e verdura di stagione dovrebbero essere la base dell’alimentazione quotidiana. La carne, sia rossa che bianca, va bene un paio di volte a settimana, mentre il pesce, sempre consigliato, sarebbe meglio consumarlo almeno due volte. I formaggi sono eccellenti, ma più sono stagionati, più colesterolo contengono, quindi vanno mangiati con moderazione.
Il latte è importante, ma attenzione al burro, ricchissimo di colesterolo. Anche le uova sono ottime: due a settimana vanno bene, anche di più, se non ci sono problemi di salute. Quanto ai dolci, il desiderio aumenta con l’età, ma vale sempre la regola: poco e buono.
Il riso è un buon sostituto della pasta, con un indice glicemico più basso. Tra le paste, meglio gli spaghetti, più digeribili. La pasta integrale contiene più fibre ma non fa dimagrire: per quello basta ridurre le quantità.
Anche i salumi si possono mangiare, con attenzione. Meglio il prosciutto crudo rispetto a quello cotto o alla mortadella, più grassa. Il cotechino e le salsicce vanno bene una volta l’anno, così come il fritto, che andrebbe evitato spesso e mai riutilizzando l’olio di frittura.
Il digiuno prolungato è dannoso: lo stomaco produce succhi gastrici a orari precisi, e se non riceve cibo, può causare gastrite. Anche la frutta acida a digiuno può irritare lo stomaco. Meglio mangiarla lontano dai pasti, sbucciata, per facilitare la digestione.
Mangiare bene non significa privarsi, ma conoscere i cibi e rispettare il proprio corpo, abbinando buon senso e movimento.
L’acqua è fondamentale per l’organismo e alcuni alimenti, come l’anguria, ne contengono in grande quantità, con effetto diuretico. Un sintomo curioso della fame è lo sbadiglio, anche se non se ne conosce il motivo. Un errore molto comune è mangiare troppo in fretta: chi lo fa rischia problemi digestivi come la gastrite. La prima digestione avviene in bocca, quindi è essenziale masticare bene e gustare il cibo lentamente.
Le combinazioni alimentari contano: carne, uova o formaggi con verdure vanno bene, ma mangiarli tutti insieme può appesantire. I legumi, ricchi di proteine, sono ottimi, ma difficili da digerire e possono provocare gonfiore se consumati troppo spesso.
Infine, seguire una dieta vegetariana può portare a carenze, come l’anemia, se non ben bilanciata. Siamo naturalmente onnivori: il nostro corpo è fatto per assumere tutti i nutrienti, inclusa la carne. L’importante è trovare un equilibrio consapevole.
Umberto Ravagnani

Sintesi di quanto abbiamo avuto il piacere di ascoltare nella 3a lezione della prima serie 2025 di ‘lezioni sulla salute’ di Maria Grazia Maggio e Carlotta Guardamagni.

( L. 388 )

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29 marzo 2025: TREZZO SULL’ADDA e CRESPI D’ADDA

29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - La centrale elettrica
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - In navigazione sull'Adda
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - In navigazione sull'Adda.
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il cormorano
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il cormorano
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il cigno
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - La tartaruga e la folaga
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - La folaga e il germano reale
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Un pescatore
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Sportivi sulla pista ciclabile.
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Esplorazione sull'Adda
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - La centrale elettrica
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - La centrale elettrica
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - La Chiesa di San Gervasio
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Una vecchia turbina
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - La centrale idroelettrica.
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - La centrale idroelettrica.
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Verso il castello visconteo
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il castello visconteo, ricostruzione
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il castello visconteo, ricostruzione
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il castello visconteo.
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - La torre del castello visconteo.
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il castello visconteo, panorama dalla torre
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il castello visconteo, panorama dalla torre
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il castello visconteo, panorama dalla torre
29 marzo 2025 - TREZZO SULL'ADDA (MI) - Il castello visconteo, panorama dalla torre
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Il villaggio operaio
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Il fondatore: Cristoforo Benigno Crespi
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Chiesa del Santissimo Nome di Maria
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Il villaggio operaio, scuola
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Benigno Crespi racconta la sua vita.
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Il villaggio operaio, interno della fabbrica
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Il villaggio operaio
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Il villaggio operaio, la grande fabbrica Crespi
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Il villaggio operaio, la grande fabbrica Crespi
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Il villaggio operaio, una villetta per i capireparto
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - L'entrata della grande fabbrica Crespi
La tomba della famiglia Crespi, che ricorda certe architetture esotiche.
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - La 'lavanderia'
29 marzo 2025 - CRESPI D'ADDA (BG) - Il 'castello' Crespi

TREZZO SULL’ADDA E CRESPI D’ADDA: Un viaggio tra storia, leggende e meraviglie industriali

L’Adda scorre lenta e maestosa tra le sponde verdi che custodiscono secoli di storia, cultura e ingegno umano. Tra le sue anse, due gioielli emergono con un fascino senza tempo: Trezzo sull’Adda, dominato dall’austero Castello Visconteo, e il Villaggio di Crespi d’Adda, esempio straordinario di città industriale ottocentesca, oggi sito UNESCO. Visitare questi luoghi significa immergersi in un viaggio che unisce la bellezza naturale alle storie di nobili e lavoratori, di sogni e di ambizioni, di leggende e di progresso.
Giungendo a Trezzo sull’Adda, il primo impatto è quello di trovarsi in un luogo dove la storia ha lasciato un’impronta profonda. Il fiume qui crea un’ampia ansa, quasi a voler proteggere un borgo che affonda le sue radici nei secoli. Simbolo indiscusso di Trezzo è il Castello Visconteo, costruito nel 1300 da Bernabò Visconti. Posto su un’altura e circondato su tre lati dall’Adda, questo imponente maniero fu testimone di lotte sanguinose tra i Visconti, i Torriani e il Barbarossa. Non solo fortezza militare, ma anche teatro di oscure vicende: si racconta che il crudele Bernabò Visconti usasse il castello per i suoi piaceri, organizzando sontuose feste che spesso finivano in tragedia.
Ma il castello non è solo il ricordo di un’epoca di battaglie e crudeltà: si dice che tra le sue mura si aggirino fantasmi. I militari tedeschi accampati qui durante la Seconda Guerra Mondiale raccontavano di sogni inquietanti in cui un cavaliere medievale li invitava a un banchetto all’interno della torre. Altri, invece, hanno visto lo spettro di una fanciulla, forse una delle figlie di Bernabò, gettata dal padre nel pozzo per un amore proibito. Oggi, il Castello Visconteo è visitabile e offre un panorama mozzafiato dall’alto della sua torre quadrata, alta 42 metri. Passeggiare tra i suoi ruderi è un’esperienza che riporta indietro nel tempo, tra battaglie, misteri e racconti tramandati nei secoli.
Non si può visitare Trezzo senza concedersi una navigazione sul fiume Adda. Partendo dal piccolo molo cittadino, si scivola dolcemente sulle acque, ammirando le bellezze naturali e architettoniche. Tra i punti più suggestivi c’è la Centrale Idroelettrica Taccani, gioiello in stile Liberty, perfettamente integrata nel paesaggio. Costruita all’inizio del ‘900, è ancora oggi un simbolo dell’ingegno umano e dell’armonia tra progresso e natura. Il percorso prosegue attraverso il Parco Adda Nord, un’area verde ricca di biodiversità, dove si possono avvistare cigni, cormorani, folaghe e tartarughe d’acqua. La quiete del fiume, il fruscio degli alberi e il volo degli uccelli creano un’atmosfera quasi magica, un contrasto affascinante con le mura severe del Castello Visconteo.
A pochi chilometri da Trezzo, un altro gioiello attende i visitatori: Crespi d’Adda, un villaggio industriale unico nel suo genere. Nato nel cuore della Rivoluzione Industriale per volontà della famiglia Crespi, il villaggio è un esempio perfetto di città giardino, in cui ogni dettaglio era pensato per il benessere dei lavoratori della fabbrica tessile. Giuseppe Crespi, imprenditore illuminato, sognava una comunità in cui i lavoratori e le loro famiglie potessero vivere dignitosamente. Costruì case ordinate, con giardini e servizi, la Chiesa, la Scuola e persino un ospedale. Al centro del villaggio si erge la fabbrica tessile, cuore pulsante di Crespi d’Adda, con il suo inconfondibile profilo di mattoni rossi. Accanto alla fabbrica, il Castello dei Crespi, residenza padronale della famiglia, dominava l’abitato, simbolo del potere ma anche della protezione dei lavoratori. Era un microcosmo perfetto, una città-modello che rappresentava il futuro dell’industria e del welfare.
Ciò che rende Crespi d’Adda un luogo speciale è il fatto che non è un museo a cielo aperto, ma un villaggio ancora abitato. Le case degli operai ospitano oggi discendenti delle famiglie originali, che custodiscono con orgoglio il passato della loro comunità. Passeggiare tra le vie del villaggio significa entrare in un’epoca passata, respirare l’aria di un mondo che ha rivoluzionato l’industria e la società. Per comprendere davvero la magia di Crespi, è consigliabile partecipare alle visite guidate di Crespi Cultura, un’associazione che racconta con passione la storia e l’eredità di questo luogo straordinario.
Questi due luoghi, così diversi eppure legati dall’acqua dell’Adda, offrono un’esperienza di viaggio unica. Trezzo affascina con il suo castello misterioso e il paesaggio fluviale incantevole, mentre Crespi d’Adda racconta una storia di innovazione e umanità. Entrambi rappresentano un patrimonio da scoprire e preservare, testimoni di un passato che rischia di essere dimenticato. Che siate appassionati di storia, amanti della natura o semplicemente in cerca di un weekend fuori dal comune, Trezzo e Crespi vi regaleranno un viaggio indimenticabile. Immergetevi nel Medioevo, scoprite le meraviglie della Rivoluzione Industriale e lasciatevi incantare dalla bellezza senza tempo dell’Adda.

Umberto Ravagnani

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