Categoria: <span>TUTTE LE ATTIVITÀ 2019</span>

Attività 2019

Attività 2019 (scarica la locandina)

2019_07_LINO_LOVATO

IL MIO RICORDO DI LINO LOVATO (MONTEBELLO – 6/12/2019)  (scarica la locandina)

Riportiamo qui l’accurata descrizione dell’opera artistica di questo nostro compaesano, scomparso nel 1984, già espressa da Cristina Crestani in occasione della mostra a lui dedicata nel 2007:

 

 

« LINO LOVATO Arte – vita – Arte
Disegni d’ornato e bassorilievi in gesso di putti danzanti decorano le pareti dell’aula; sulla cattedra troneggia il calco di una testa apollinea. Alcuni adolescenti, seduti su grezze panche, sono intenti a copiare oggetti semplici. Li sorveglia dal fondo della stanza il maestro, un ragazzo di poco più grande di loro, magro, alto, i capelli e gli occhi nerissimi, dall’aria seria, consapevole del ruolo. Così ce lo rimanda una foto dei primi anni ‘40, Il giovane Lino, non ancora ventenne, sostituiva nella Scuola d’Arte e Mestieri di Montebello l’insegnante di disegno richiamato alle armi. Aveva respirato il gusto per le belle forme, per la decorazione e la manipolazione della materia fin dall’infanzia, nella falegnameria del padre. Aveva affinato le sue qualità artistiche frequentando per quattro anni, dal 1939 al 1942, a Vicenza i Corsi di arte applicata condotti dal Prof. Benella. Successivamente, nello studio vicentino dello scultore Gino Tossuto, approfondiva la pratica delle tecniche scultoree e acquisiva conoscenze di anatomia. Le prime esperienze lavorative le fece nel laboratorio del padre, però l’intaglio decorativo del legno non poteva certo bastargli: troppe sensazioni, troppe emozioni e aspirazioni lo invadevano. Bisogna immaginarcelo, pieno di talento e di sogni, cercare una propria via negli anni plumbei del dopoguerra. Il fascismo, retorico e ridondante immagini magniloquenti, gli aveva certamente eccitata l’immaginazione, L’Italia del dopoguerra era tutta una maceria e la ricostruzione procedeva lenta, fatti di piccoli passi, di piccole cose: Lino ci si doveva adeguare. Alternava l’aiuto al padre ai bassorilievi di Madonne lignee, alla pittura di paesaggi e nature morte, a restauri di vecchi dipinti; decorava anche tessuti per freschi abiti estivi di vezzose fanciulle. Le prime opere pittoriche rivelano un’adesione al vero, il tentativo di dare anima ad oggetti di poco conto, legati alla quotidianità. Dipinge minuscole tele dove noci, mele, kaki, mandorle vengono minuziosamente indagati, interi o spezzati, con semi e bucce in evidenza; raffigura anche il suo violino. Amava quel violino, Nei momenti in cui anelava ad una maggiore intimità con se stesso, lo estraeva con delicatezza dalla sua custodia, lo appoggiava sulla spalla e suonava. Le dita affusolate districavano le note e i suoni acuti che faceva emettere allo strumento avevano assonanze con i suoi pensieri, anch’essi acuti, talvolta striduli. Convivevano in lui la consapevolezza del proprio valore e la sensazione di soffocare nel ristretto ambiente paesano. L’ansia di fare, di provare, di conoscere si smorzava, s’annacquava nel timore per un’impresa troppo ardua. L’inibizione diventava rovello, chiusura. Guardava alle immagini riprodotte nei testi d’arte, alla pittura italiana dei tempi andati, ai capricci settecenteschi, ai tenebrosi paesaggi romantici, poi si avventurava a cercar raffigurazioni di avanguardie moderne, Quello che riesce a captare lo stimola, lo eccita, cerca di imitarlo. Le sue prime prove moderne sono cubiste, con essenziali forme geometriche e la stesura piatta del colore. Attraverso questi studi muta il suo modo di vedere, l’immagine diviene essenziale, sintetica, egli realizza l’idea con immediatezza, con interventi minimi. L’osservatore si trova di fronte ad un risultato subitaneo, spontaneo, espressivo. Agli inizi degli anni ‘70 si specializza nell’esecuzione di lavori con la spatola, un attrezzo lungo e sottile che maneggiava con estrema maestria. E’ questo il suo periodo più fecondo, fatto di impressioni grumose di colore, di tocchi impercettibili, di vibrazioni di luce, di levità e materia all’unisono. Realizza un’infinità di tavolette con visi, paesaggi mediterranei dalle bianche casette baciate dal sole; lussureggianti boschetti di materia pittorica intrecciata, ingarbugliata; grigie periferie urbane, velieri trascinati dalla tempesta. Col passar del tempo la forma si dissolve sempre di più e lo stile di Lino va a sconfinare nell’espressionismo astratto, materico. Intitola le schegge di luce-colore. Esplosione.
Il mondo della sua infanzia e giovinezza è completamente mutato, gli amici con cui trascorrere le nottate a chiacchierare sono altrove impegnati, la società disdegna il culto del bello, è divenuta competitività, ricerca spasmodica dell’interesse. Lino alterna periodi di ignavia a giorni d’intenso lavoro. Poi porta le sue piccole opere al bar di fronte a casa le dona. Non riesce ad accomunare il suo lavoro, fatto con l’anima, frutto d’ispirazione e spiritualità, a qualcosa di venale. Non riesce neppure a pensare ad una mostra personale, né ad organizzarla. I fiori sbocciano, gli uccelli volano, i pesci guizzano nell’acqua: Lino dipinge con la stessa gratuità. La sua mente andava a San Francesco, al Discorso della Montagna, al Cristo che dipinge più volte Crocefisso. La spatola lascia segni concitati, rotti; i colori contrastanti urlano; l’opposizione dei bianchi col nero drammatizzano ancor più l’evento. La bellezza classica, inseguita negli anni giovanili, non è più raggiungibile, la realtà pare tutta frammentata e sulla tela si tramuta in schegge sempre più cupe e dissonanti, I suoi ultimi lavori sono sublimi: sfarfallii di disperazione d’un espressionismo di altissima qualità. Il disfacimento dell’uomo, del suo fisico e di ogni suo sogno, coincidono con l’assoluta purezza ed espressività artistica ».   Cristina Crestani

VIDEO: La prima parte del video della mostra-ricordo di Lino Lovato (Umberto Ravagnani – Foto iniziale di Adelino Fioraso)

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( L. 901 )

2019_06_Conegliano

CONEGLIANO E FOLLINA (6-10-2019 – gita sociale) (scarica la locandina)

 

CONEGLIANO (Conejàn in veneto, impropriamente anche Conegliano Veneto) è un comune italiano di 35 231 abitanti della provincia di Treviso in Veneto. È il secondo della provincia per numero di abitanti dopo il capoluogo.
La zona, posta a metà strada tra la montagna e la pianura e punto di passaggio per raggiungere il Friuli, fu da sempre un sito strategico. Attorno al X secolo fu eretta una fortezza controllata dai vescovi di Belluno, ma di probabili origini romane. Lo stesso toponimo sembra derivare dal latino cuniculus indicante i passaggi sotterranei del castello.
Conegliano “nacque” però nel XII secolo, quando un gruppo di famiglie nobili si organizzò creando un governo di tipo comunale attorno alla bastia, con la conseguente formazione di un borgo. Il castello di Conegliano rimase sempre il centro del potere, sia civile (con la sede della podesteria) che religioso (con la collegiata di San Leonardo). Le attività artigianali ed agricole furono incentivate dalla fondazione di numerosi monasteri: Santa Maria in Mater Domini (1231), il convento dei Padri Umiliati di San Polo (1316), Sant’Antonio, San Francesco dei Frati Minori (1231), per non parlare degli ospizi e delle congregazioni di laici.
Con il sanguinoso assalto del 1153, Conegliano fu però subito sottomessa al comune di Treviso che ne potenziò le difese, ricostruendo il castello, vista la posizione chiave verso il Friuli con i domini del Patriarcato di Aquileia. La cittadina seguì le sorti della Marca e passò agli Ezzelini e agli Scaligeri, che la munirono di nuove fortificazioni. Anche con la Repubblica di Venezia, a cui Treviso passò nel 1337, e la breve parentesi dei Carraresi (1384-1388) l’opera fu continuata e venne innalzata una cinta muraria che racchiudesse il borgo. I lavori di fortificazione e di ampliamento si protrassero anche nei secoli successivi, nonostante il rovinoso attacco delle truppe del Regno d’Ungheria del 1411. Il paese si abbellì anche di palazzi signorili e istituzionali ma la decadenza si fece sentire già dopo la guerra della Lega di Cambrai.
Nel Settecento il castello, già da tempo in rovina, fu in gran parte demolito per fornire materiale di recupero utile alle nuove costruzioni, tra cui il Palazzo Comunale (1744).
In seguito alla Caduta della Repubblica di Venezia, la città passò a Napoleone e infine agli Austriaci che ne svilupparono l’economia e le infrastrutture. Con la costruzione della Strada Maestra d’Italia e della ferrovia (1858) il centro vitale del paese si spostò più a sud, attorno alla stazione. Nel 1866 passò con tutto il Veneto al Regno d’Italia. Nel 1917, dopo la rotta di Caporetto, Conegliano fu occupata dagli Imperi Centrali e subì notevoli danni. La città riuscì successivamente a risollevarsi grazie alle ferventi attività economiche (prodotti caseari, vinicoli, officine meccaniche ecc.).

FOLLINA

Follina (Fuìna in veneto) è un comune italiano di 3 864 abitanti[1] della provincia di Treviso in Veneto.
La civiltà ha fatto la sua comparsa a Follina già in epoca preistorica (alcuni reperti risalgono a 120.000 anni fa), mentre dell’epoca romana sono i resti di un percorso che qualcuno ha identificato con la via Claudia Augusta Altinate.
Verso la metà del XII secolo si insediano a Follina i monaci cistercensi, ai quali si attribuisce l’introduzione dell’arte laniera nella Val Mareno oltre alla costruzione dell’Abbazia di Santa Maria il cui chiostro fu completato nel 1268 dai monaci costruttori Arnaldo e Andrea e dei capomastri Zardino e Armano.
Nel 1436 la Repubblica veneta investe Brandolino III e il Gattamelata del Feudo di Valmareno; nel 1439 il Gattamelata cede la sua parte a Brandolino. Il feudo resterà ai Brandolini fino al 1797.
Attorno al 1680 Follina compie un salto di qualità dal punto di vista economico dovuto alla fondazione della manifattura del bresciano Francesco Fadda che fu una delle prime in Italia a cimentarsi nell’imitazione dei tessuti inglesi ed olandesi più fini e leggeri.
Sull’esperienza pilota del Fadda si innestano poi – verso il 1740 – i lanifici Tron – Stahl e più tardi quello del Col(l)es. Nelle fabbriche operano tecnici stranieri che consolidano la vocazione manifatturiera di Follina.
Nel 1797 cadde la Repubblica di Venezia e Follina seguì le sorti del Veneto e passò sotto il controllo dell’Arciducato d’Austria in virtù degli accordi previsti dal trattato di Campoformio.
Il 30 dicembre 1819 la chiesa di Follina viene eretta a parrocchia, col titolo di chiesa arcipretale, per opera del vescovo cenedese Giovanni Benedetto Falier; fino al allora era stata curazia dipendente da Valmareno. Il primo arciprete è Don Giobatta Boteselle dal Col San Martino, già curato dal 1818.
Nel 1865 viene fondata a Follina la prima società di Mutuo soccorso ed istruzione degli operai della provincia.
Verso la seconda metà del 1800 l’industria tessile di Follina viene colpita da una crisi irreversibile e nel 1891 nessun lanificio sarà più operante.
Il 9 novembre 1917 inizia l’anno di invasione nemica durante la grande guerra; il paese sarà sgombrato solo il 29 ottobre 1918.
Il 26 agosto 1944 nel contesto della lotta partigiana si svolge il processo a Mario Min ed Eraclea Zanette, che vengono giustiziati. Pochi giorni dopo, ai primi di settembre, la piazza pubblica è testimone anche dell’esecuzione capitale di due partigiani (Marco Tempesta e Armando Fornasier) da parte dei tedeschi che, proseguendo il rastrellamento da Pieve di Soligo verso la Vallata, avevano da poco incendiato a Follina una ventina di case e 45 stalle.
Il 5 maggio 1968 si inaugura il nuovo municipio, su progetto dell’arch. Schiavetto di Conegliano. Negli anni 80 invece viene completata la scuola media “Antonio Fogazzaro” inoltre il comune acquista l’ex collegio “San Giuseppe”, alienando il cinema e l’edificio del vecchio municipio, e vi costruisce il parco e gli impianti sportivi.
Tra gli anni novanta e gli anni 2000 vengono costruiti la casa di riposo, l’auditorium e la biblioteca. Inoltre viene avviata un’intensa opera di riqualificazione urbana e infrastrutturale. Lo sviluppo produttivo è consistente e crea un numero elevato di posti di lavoro (da Wikipedia).

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( L. 624 )

2019_05_Lino_Timillero_a_Montebello

19 settembre 2019 : LINO TIMILLERO A MONTEBELLO (scarica la locandina)

LINO TIMILLERO nato a Montebello Vicentino, come molti di voi sapranno, si è trasferito in Australia poco più di cinquant’anni fa in cerca di fortuna e, spesso, si fa sentire dai suoi compaesani, amici e conoscenti della sua infanzia. Da qualche mese invia alla nostra redazione i suoi numerosi racconti, spesso in dialetto veneto, così che i suoi compaesani possano leggerli e apprezzarli. Si tratta di testimonianze che comprendono ricordi del periodo vissuto a Montebello e racconti di fatti accaduti nella città dove vive attualmente (Wollongong) e che hanno, in qualche modo, coinvolto la numerosa comunità vicentina di emigrati in quel lontano paese.
Nelle ultime settimane, dopo molti ripensamenti, ha deciso di trascorrere una breve vacanza nei luoghi della sua infanzia e abbiamo l’onore e il piacere di dedicargli una serata nella quale ci racconterà della sua vita avventurosa e dei suoi progetti futuri. Il 14 settembre 2019, inoltre, Lino Timillero ha ritirato il I° premio alla XXVIIa edizione della manifestazione di prosa e poesia dialettale “Raise“, che si tiene annualmente ad Arquà Polesine (Ro). Lo scritto, in dialetto veneto, verrà letto durante la serata da Raffaela Clerici.

Ecco il racconto di Lino Timillero che ha vinto il I° premio nella sezione “Veneti nel Mondo“:

(Coniston 7-1-2019)
« “Sito sicuro che te vui nar via?

Silvano el me dimandava: “Sito sicuro che te vui nar via?”
Gavivimo poco pì de vinti ani. E mi a dirghe: “Ma sì che son sicuro. Là ghe xe me fradelo. Lù el me ga dito chel me inprestarà i schei pal viajio e chel me catarà lù da laorare.”
E Silvano: “Ma varda che la xe distante l’Australia seto! Cuanto ghe metarisito a rivare?”… Ale visite dai dotori jero ndà. Le carte jera pronte. Anca el pasaporto. El biljieto par el viajio so la nave so na torlo a Vicenza. Le valise le jera dò parché me fradelo el gavea mandà sù schei da conprarghe robe da vestire par la so dona e anca par lù. Robe fine da done. El disea che là no se podea catarle. E anca par lù parché me mama la disea che ghe jera senpre piasesto da vestirse ben! E mi, co jero so la nave e me scanbiavo le mudande, me catavo senpre na medajieta de la Madona tacà sol fianco. Me mama la le gavea cusie so tuta la biancaria…
Zincuantadù ani xe passà da cuando che son rivà so sta Tera. Granda che no la finise mai! A laorare, fin che so nà in pension, senpre a laorare. Ma anca a sposarme e metar su famejia. Ma anca a vedar cresare i fioi. E a pianzere e a ridare co me mojiere co luri e coi so noni. Desso semo noni anca nialtri! Dopo aver vudi i nostri du fioi e dopo verli slevà, desso se pol cuasi dire che semo cuà par el nevodeto e le nevodete! Anca se la salute no la xe pì tanto bona. Anca sa se catemo co calche chileto de pì da portare in giro, xe da ringrasiar el Signor che ghemo la testa ncora bona! Savemo chi che semo e se ricordemo chi che jerimo!!! Desso che se podaria nar catare i parenti e i tusi che jerimo na scola insieme… Desso che  podaria contarghe a Silvano come che me son catà cuà in Australia…Desso ghe xe de mezo la salute: “Par carità! E se ne capita calcossa! No!  No!  Stemo casa nostra!!!”
Alora, zercando e dimandando, go catà el numaro de telefono de Silvano, de Tito, e de calche dun altro e me taco al telefono a far na ciacolada ogni tanto. E coi me fradei pì veci, come che fasevo par Nadale e par Pascua e calche altra volta. Bevare no se pole. Fumare el fa pì male ncora. Lora ciacolo par telefono con cuei che no i stà pì a Montebelo gnanca luri!! Chi che xe ndà  stare a Vicenza co i se ga maridà, chi che xe ndà stare a Arzegnan e chi che xe ndà stare a Restena… No i vede pì el castelo de Montebelo co i se alsa a la matina. Gnanca luri! Come mi! Solo che luri, co i vole, i pol saltare in machina, e in dò e dò cuatro i xe zà bei che là!!!  E mi che son partio: “Sito sicuro che te vui nar via?”… E mi che son partio co na valisa mia e una par me fradelo… Che no me son perso parché intorno ghe jera  el mare. Grande, che nol finia mai…!    Montebelo lo vedo sol Computer. E me fazo na caminada “virtuale” par le strade del paese! Me nevodo me gavea insegnà: “Nono, se fa cussì, cussì, e cussì. Tiente inamente!” E tuto par Australian. Ma stano che vien el studiarà el Talian “seriamente”. El me lo ga dito lù, el me ‘grand-son’

E me vien inamente i ani de prima che partisse…! » (Lino Timillero – Coniston, 7-1-2019)

In figura: Lino Timillero nella serata a lui dedicata dagli Amici di Montebello (Umberto Ravagnani).

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( L. 378 )

2019_04_Arezzo

14-15 settembre 2019 : AREZZO E LUOGHI DI PIERO DELLA FRANCESCA (scarica la locandina)

 

AREZZO, terra di antichità, oro e molto altro ancora

Arezzo è una ricca cittadina situata nella Toscana sud-orientale. La città sorge un colle all’incrocio di quattro valli: Val Tiberina, Casentino, Valdarno e Valdichiana.
La città ha origini antichissime, lo dimostra il ritrovamento di strumenti di pietra e del cosiddetto Uomo dell’Olmo del Paleolitico. Della Arretium etrusca si hanno tracce già dal IX sec. a.C. e fu una della più importanti della Toscana. Arezzo mantenne sempre un ruolo importante e di prestigio in Toscana grazie alla sua posizione lungo la Via Cassia.
Molti i personaggi illustri che sono nati ad Arezzo, tra tutti Giorgio Vasari, Piero della Francesca, Guido Monaco, Francesco Redi e Petrarca.
Nonostante parte della città medievale sia stata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, il centro di Arezzo conserva splendidi monumenti, chiese, palazzi e musei. La Basilica di San Francesco è forse la chiesa più famosa della città. Al suo interno conserva il ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca, capolavoro rinascimentale di inestimabile valore. E poi la Fortezza Medicea, l’Anfiteatro romano e la Chiesa di San Francesco col Crocifisso ligneo di Cimabue.
Arezzo ha sicuramente molto da offrire a chi la visita. Non solo la città ma anche la provincia è ricca di cittàdine, borghi e castelli che hanno svolto un ruolo importante nella storia della Toscana. Cortona, Anghiari, San Sepolcro, Poppi solo alcune delle località più belle in provincia di Arezzo che meritano di essere visitate.
La città di Arezzo è situata nella parte nord della Valdichiana; i due torrenti che l’attraversano, il Castro e il Vingone, si gettano nel Canale Maestro della Chiana, che ripercorre l’alveo dell’antico Fiume Clanis. Direttamente a Nord della città ha inizio il Casentino, che è la valle percorsa dal primo tratto dell’Arno; a Nord-Ovest si trova il Valdarno Superiore, sempre percorso dall’Arno nel tratto che scorre fra Arezzo e Firenze. Tramite l’agevole valico del Torrino e la valle del Cerfone e il passo della Scheggia, si ha accesso a Nord-Est alla quarta vallata, la Valtiberina, percorsa dal primo tratto del Tevere. Il territorio del comune è molto ampio e vario: si passa dalla pianura della Val di Chiana, alle colline, a Sud della città, a zone montuose, soprattutto ad Est. Come conseguenza della grande estensione del territorio comunale i comuni che vi confinano sono numerosi: sul lato ovest e sud ci sono Civitella in Val di Chiana, Monte San Savino, Marciano della Chiana, Castiglion Fiorentino, Cortona sul lato nord ovest ancora Civitella in Val di Chiana Laterina e Castiglion Fibocchi; sul lato nord est Capolona, Subbiano sul lato est Anghiari, Monterchi e i due comuni umbri di Città di Castello e Monte Santa Maria Tiberina (toscano fino al 1927) (da Wikipedia).

La Val Tiberina

L’Alta valle del Tevere fu punto d’incontro tra la civiltà umbra e quella etrusca, tra la bizantina e quella longobarda. Le influenze dei vari popoli, sono evidenti ancora oggi nell’architettura dei palazzi, nelle tradizioni artigianali e nella gastronomia. I vescovi di Arezzo, i signori di Rimini e del Montefeltro, i papi e i Fiorentini si sono contesi questi territori. I patrizi romani vi costruirono ville. Poi feudatari e gli abati vi eressero castelli e monasteri. Qui nacquero Michelangelo e Piero della Francesca. Nella valle Sansepolcro ha esercitato il ruolo di città dotata di una propria autonomia culturale. In Valtiberina si trova Anghiari, uno dei più bei borghi italiani; centri fluviali come Pieve Santo Stefano, badie camaldolesi e conventi francescani, pievi e castelli medievali.
L’agicoltura è ancora oggi un elemento importante per l’economia della valle ed inevitabilmente questo si rispecchia nei prodotti tipici: formaggi, salumi, frutta, legumi, verdure, miele, tartufi, funghi e castagne.
I Parchi e i Musei costituiscono motivo di attrazione della Valtiberina. Piccoli musei sparsi per i tanti e bellisimi borghi svelano l’attività culturale della zona nelle varie epoche: dal Rosso Fiorentino, ai Della Robbia, passando per Piero della Francesca, Jacopo della Quercia e Pontormo. Tra le riserve naturali spicca quella del Sasso di Simone a Sestino, non dimenticando i Monti Rognosi, la Riserva dell’Alpe della Luna e di Monte Nero.
Sansepolcro: è la città più importante della Valle del Tevere aretina e la Città di Piero della Francesca. Interessante dal punto di vista militare per la sua posizione strategica, Sansepolcro è stata lungamente contesa da guelfi e ghibellini, danneggiata da battaglie e da rovinosi terremoti.

( L. 589 )

2019_03_Il_Burchiello

8 giugno 2019 : CON IL BURCHIELLO DA PADOVA A VENEZIA (scarica la locandina)

 

Il burchiello era, nei tempi antichi, un’imbarcazione fluviale che collegava Venezia a Padova, ma dati storici affermano che veniva inoltre utilizzata anche per trasporto di merci che arrivava fino alla città di Verona. Era comunque utilizzata principalmente dai nobili veneziani per recarsi nei loro possedimenti di terraferma. Si trattava di una imbarcazione in legno, con una elegante cabina dotata di tre o quattro balconi, finemente decorata e ornata di specchi, pitture e preziosi intagli; nel tragitto in laguna viaggiava spinta dal vento o dai remi, mentre nel percorso da Fusina a Padova lungo la Riviera del Brenta era trainata da cavalli.
Dopo il 1797, con la caduta della Repubblica di Venezia e il conseguente declino del patriziato veneziano, i burchielli caddero in disuso.
Nel 1960, l’Ente Provinciale per il Turismo di Padova decise di avviare un servizio di navigazione fluviale, per offrire ai turisti un suggestivo itinerario lungo la Riviera del Brenta, con le sue meravigliose ville, legate a personaggi illustri come il Tiepolo e il Palladio. Venne attrezzato per lo scopo un vaporetto veneziano, al quale venne dato appunto il nome di Burchiello. (Da Wikipedia)

Ogni anno, da marzo a ottobre, vengono proposte delle piacevolissime escursioni e minicrociere in battello, in navigazione tra le Ville Venete della Riviera del Brenta.
I Battelli del Brenta sono un gruppo di battelli e motonavi panoramiche, che navigano sulla Riviera del Brenta, da Padova in direzione di Venezia e viceversa, tra arte e storia, lungo le vie degli antichi burchielli veneziani del ‘700.
Il Burchiello era una tipica imbarcazione veneziana per trasporto passeggeri, con una grande cabina in legno, con tre o quattro balconi, finemente lavorata e decorata. I burchielli venivano utilizzati dai ceti veneziani più facoltosi per raggiungere dalla città le loro Ville in campagna.
Come un tempo, ancor oggi Il Burchiello, diventato un servizio di linea di gran turismo, ripercorre la Riviera del Brenta da Padova a Venezia e viceversa; è una moderna e confortevole imbarcazione, dotata di cabina con comodi divani, di un ponte panoramico che consente ai passeggeri la massima visibilità, di aria condizionata, di bar e servizi igienici
Oltre al Burchiello, anche altri battelli navigano lungo la Riviera del Brenta: alcuni sono moderni, in metallo, altri sono tradizionali imbarcazioni in legno; eredi delle antiche tradizioni, queste moderne e confortevoli imbarcazioni solcano le acque del Brenta con lento incedere, mentre le guide a bordo illustrano la storia, la cultura e l’arte testimoniata dalle Ville del Brenta.
La navigazione viene effettuata dal gruppo “I Battelli del Brenta” con battelli da 50 a 120 passeggeri. I battelli sono dotati di cabina, angolo bar, servizi igienici e ampio ponte panoramico per permettere la massima visibilità.
I programmi di navigazione, previsti sia per persone individuali che per gruppi, prevedono la navigazione da Padova verso Venezia (Padova, Stra, Dolo, Mira, Oriago, Malcontenta, Fusina, Venezia) o da Venezia verso Padova (Venezia, Fusina, Malcontenta, Oriago, Mira, Dolo, Stra, Padova) e la visita interna guidata di alcune Ville Venete.
L’escursione consigliata di intera giornata, prevede la navigazione, la guida, la sosta e visita interna di tre Ville Venete e il pranzo facoltativo in un ristorante lungo la Riviera del Brenta, dove il battello attracca. Sono inoltre previsti anche speciali programmi di mezza giornata e brevi passeggiate in battello.

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( L. 595 )

2019_02_Vigevano

7 aprile 2019 : VIGEVANO (PV) (scarica la locandina)

Una bomboniera è l’immagine di un borgo raccolto, curato nel dettaglio, vegliato da mura possenti che sembra vogliano difenderlo dalle bizze e dalle brutture del contemporaneo. Ma una bomboniera spesso si dimentica in angoli bui di un cassetto, per ritrovarla impolverata nel bel mezzo di un trasloco. Ma Vigevano “non è” una bomboniera.

Basta trascorrere poche ore di una giornata qualsiasi nel cuore della Lomellina per avvertire la vivacità di una cittadina tanto legata al Ticino quanto alla sua storia e alle tradizioni, aperta alle novità dell’arte, agli eventi internazionali, alla musica.
Certo ci sono i crocchi animati di anziani in piazza (e che piazza!), le biciclette che scivolano discrete sotto il campanile, le vetrine “bene”, i caffè profumati dove tutti incrociano tutti: un condensato di raffinata provincia italiana. Ma il tempo rallentato del quotidiano qui si muove però sulle spalle di un passato importante e illustre, firmato dalle opere dei Visconti e degli Sforza e sigillato con le geometrie del Bramante e il genio di Leonardo.

1.
 L’ARMONIA DELLA PIAZZA DUCALE
In questa piazza ci si accomoda, si asseconda l’ombra estiva e la luce d’inverno, si segue il profilo elegante e la cadenza regolare di portici, colonne e capitelli. Si scrutano i comignoli annidati a grappoli sui tetti e le pietre irregolari e traslucide raccolte sulle sponde del Ticino e incastonate con maestria a comporre la pavimentazione. Il buon maestro Toscanini di armonia se ne intendeva e spesso trovava riposo nelle prospettive regolari della piazza, seduto ai tavolini di un bar. Armonia è non a caso il principio che mosse il lavoro di Leonardo, le rifiniture del Bramante, nel sogno di una “città ideale” di Ludovico il Moro che a cavallo tra XV e XVI secolo trasformò il cuore della Lomellina in un gioiello rinascimentale. La piazza sin dalla fondazione viscontea era una meravigliosa porta d’accesso alla corte del castello, ma il Vescovo Caramuel le cambiò destinazione, chiudendone i quattro lati con una posticcia facciata concava nel 1680, dopo che la città era divenuta sede vescovile nel 1531. Noi su questo intervento del prelato diciamo “purtroppo”, ma le opinioni sono discordanti.

2. IL PANORAMA DALLA TORRE DEL BRAMANTE
I gradini non li abbiamo contati, ma il fiato un po’ ha reclamato prima di farci guadagnare la terrazza della prima tra le merlature della Torre del Bramante. Lo sguardo può divertirsi a spaziare su quattro lati: sulla piazza nella sua integrità, sui tetti e le strade del centro storico, sul castello e nelle giornate terse sui campi della Lomellina.
La torre è il simbolo di Vigevano, tanto da essere stata collocata nel punto più alto della cittadina. La prima posa risale al 1198, ma è con Ludovico il Moro e Beatrice d’Este che assume grazie a Bramante la sagoma che ispirò nel XIX secolo la Torre del Filarete del Castello Sforzesco di Milano (per i soci Touring l’ingresso è ridotto).

3. ESPLORARE LE BELLEZZE DEL CASTELLO
La consapevolezza di trovarsi in spazi enormi è pari alla sensazione di muoversi in dimensioni pensate per la qualità di vita quotidiana degli ospiti di uno dei complessi fortificati più grandi d’Europa. Costruito tra il 1345 e la fine del ‘400 Visconti ne perfezionò la funzione residenziale (il Maschio) ma è con Ludovico il Moro, Bramante e Leonardo  da Vinci che il castello diviene una maestosa manifestazione di ingegno. Esplorarlo è una vera avventura se si pensa a una superficie di oltre 70 mila metri quadri, di cui 25 mila di coperture, cui vanno aggiunti i 36 mila metri quadri di cortile. Dal Palazzo Ducale è un piacere prendersi una pausa sul prato dei giardini, spesso teatro di eventi e concerti, prima di esplorare la Cavallerizza e accedere alle grandiose Scuderie, occupate da luoghi d’arte permanenti o temporanei. C’è di più. Abbiamo avuto il privilegio di salire in anteprima nella antica Falconiera attribuita al Bramante (1488), in attesa di aprire al pubblico nella prossima primavera dopo un laborioso restauro. Gli Sforza si dilettavano da quassù nell’arte della falconeria, educando i predatori uncinati tra le arcate di questo armonioso loggiato.

4. STORIA E COSTUME NEL MUSEO DELLA CALZATURA
L’insegna può rimandare a uno tra i molti e degnissimi esempi di esposizione dell’eccellenza imprenditoriale del territorio, che poi, alla prova di una visita, non lasciano il segno. Invece la collezione permanente del museo vigevanese è davvero impressionante: per numero degli esemplari esposti, per la varietà degli stessi e soprattutto per la puntualità nella descrizione della storia della moda calzaturiera dal XV secolo agli anni ’70 del ‘900, un’angolatura diversa da cui guardare ai cambiamenti del costume.Uno dopo l’altro ecco mostrarsi pezzi unici e originali, calzati da personaggi memorabili. Si va dalla “pianella” di Beatrice d’Este al tacco di Marylin Monroe, dalla babbuccia papale (Papa Francesco, forse in un eccesso di pauperismo, ha declinato la tradizionale offerta dei calzaturieri vigevanesi ai pontefici) allo scarponcino con le ghette del Duce, dalla gigantesca calzatura della star Nba Shaquille O’Neal, ai sandali da cerimonia dei popoli artici.  Ma un dibattito infuoca i vigevanesi: la paternità del tacco a spillo contesa con Parigi… una versione chic di “Davide contro Golia”?

5. GUSTARE I SAPORI DELLA LOMELLINA
Il paté d’oca da Oscar della nonna della signora Fulvia, chef dell’Oca Ciuca, è il nostro battesimo con la cucina di un territorio che ha molto da offrire, nel piatto come nei calici. Seguiamo Fulvia con il timore di eccedere nelle tentazioni, ma pur contenendoci apprezziamo i salumi d’oca della tradizione lomellina, i ravioli d’oca al burro su una riduzione di nocciola, un assaggio di risotto Carnaroli al radicchio tardivo, taleggio e vino rosso accompagnati da una Vespolina delle colline novaresi. Può bastare?

6. ENTRARE NEL MONDO DI LEONARDO
I puristi dell’allestimento del Museo della Leonardiana storceranno pure il naso, ma troviamo questo spazio dedicato interamente al genio di Vinci sia un esempio perfetto di divulgazione. L’obiettivo del progetto (che ha molte firme) è presentare al visitatore l’intera opera del genio più eclettico del Rinascimento. Niente della permanente è originale, ma le copie e i modelli sono di alta qualità e la supervisione scientifica di Carlo Pedretti (storico curatore dell’edizione nazionale dei codici e dei disegni vinciani) permettono un’immersione totale nel mondo di Leonardo.Disegno, ingegneria, pittura, scultura, carteggi e bozzetti: vedere tutto questo in un unico luogo infonde slanci di fiducia nelle potenzialità dell’uomo e consentirà a tantissimi ragazzi di godere di una esperienza davvero entusiasmante lontano dai banchi di scuola (https://www.touringclub.it)

 

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( L. 615 )

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22 febbraio 2019 : MONTEBELLO – IRAN: UN VIAGGIO DI M. GRAZIA MAGGIO E PAOLO TRENTIN

La Persia va assaporata lentamente, partendo dalla sua capitale Teheran, città squilibrata, complessa, conservatrice a primo impatto, ma dietro ogni velo tanto occidentale quanto moderna. Ma le perle dell’Iran, inserite dall’Unesco nei Patrimoni dell’Umanità, sono due: l’incomparabile piazza Imam Khomeini di Isfahan (“Piazza metà del mondo“), una delle più grandi e sbalorditive del nostro Pianeta, che ospita i palazzi più maestosi del mondo islamico, e il famosissimo sito archeologico di Persepolis, antica capitale dell’impero achemenide, progetto di opera mastodontica probabilmente mai terminata.

In figura: Alcune delle foto scattate da M.G.Maggio durante il viaggio in IRAN (scarica la locandina)

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( L. 435 )

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