Categoria: <span>TUTTE LE ATTIVITÀ 2016</span>

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16 Dicembre 2016 :  SERATA CON MARIA MONTAGNA CHE CI PRESENTERA’ IL SUO VIAGGIO IN TERRASANTA EFFETTUATO NEL MAGGIO 2016

 

TERRASANTA. A partire dal secondo dopoguerra la regione si è trovata al centro del conflitto arabo-israeliano; anche per questa ragione il termine è oggi spesso utilizzato per indicare generalmente quell’area senza specificare “Israele” o “Palestina”, al fine di non favorire uno dei contendenti. Monumenti importanti sono la basilica del Santo Sepolcro, la città natale di Gesù Betlemme, il Muro Occidentale del Tempio di Gerusalemme e la Cupola della Roccia.

Per gli ebrei si tratta della Terra promessa, ossia la terra verso cui Dio ha guidato il suo popolo tramite il profeta Mosè; in essa si trovano le città sante di Gerusalemme e di Hebron.

Per i cristiani, che hanno in comune con gli ebrei l’Antico Testamento, è anche la terra in cui è nato, morto e risorto Gesù Cristo, incarnazione del Verbo; in essa si trovano le città legate alla vita di Gesù: Betlemme, Gerusalemme e Nazaret.

Tra i musulmani c’è la credenza che sia la terra in cui Maometto giunse al termine di un miracoloso viaggio notturno (isrā’ ) che mosse dalla Mecca e che lo fece ascendere poi al Cielo (mi‘rāg ), visitando il Paradiso dopo aver sorvolato l’Inferno (per cui si veda Isra’ e Mi’raj). La Cupola della Roccia di Gerusalemme fu eretta in età omayyade sul luogo da cui sarebbe cominciata la mistica ascensione del profeta dell’Islam. In realtà Maometto morì a Medina l’8 giugno del 632.

Significato per il cristianesimo
La Terra santa è molto importante per la cristianità, principalmente perché è il luogo in cui nacque, predicò, fu crocifisso e ivi risorse Gesù Cristo.

I principali luoghi santi per i cristiano sono:

Gerusalemme che è il luogo di alcune predicazioni di Gesù, ma è soprattutto il luogo dell’Ultima Cena, e quindi dell’istituzione dell’eucaristia; inoltre, Gesù venne crocifisso su un vicino colle, il Calvario (o Golgota). A Gerusalemme sono presenti la basilica del Santo Sepolcro e la Chiesa di tutte le Nazioni;
Betlemme, luogo di nascita del Cristo;
Nazaret, luogo in cui Gesù trascorse la sua infanzia prima delle predicazioni; presenta molti luoghi sacri, come la basilica dell’Annunciazione
Durante le crociate, spesso i pellegrini cristiani cercarono altri luoghi sacri nel cosiddetto Outremer (cioè i domini cristiani in Terra santa), specialmente all’inizio del XII secolo, subito prima della cattura di Gerusalemme. Essi sono:

Zippori, dove la Vergine Maria disse di aspettare un bambino,
il fiume Giordano dove Gesù venne battezzato,
la grotta di Giovanni Battista,
il mar di Galilea,
il monte Tabor, luogo della trasfigurazione di Gesù,
Gerico, la strada che percorse il buon samaritano.
Dal 1219, anno del viaggio di san Francesco di Assisi, l’Ordine dei frati minori è presente in Terra Santa; oltre un secolo più tardi, nel 1342, papa Clemente VI riconobbe all’Ordine il diritto di rappresentare la Chiesa cattolica nei luoghi santi, già riconosciuto dai musulmani grazie alla donazione del francescano re di Napoli Roberto d’Angiò; la provincia francescana di Terra santa è più diffusamente conosciuta come Custodia di Terra Santa.

Significato per l’Islam
Il termine “Terra santa” è usato anche nel Corano, che ricorda la liberazione degli ebrei dall’Egitto:

E quando Mosè disse al suo popolo: “O popolo mio! Ricordate, la grazia di Allah è su di voi da quando ha scelto tra voi i Profeti! E fece di voi dei re e vi diede quello che non aveva mai dato a nessun popolo al mondo. «O popol mio, entrate nella Terra santa che Allah vi ha destinata e non volgete le spalle: vi ritrovereste perdenti” (sura al-Ma’ida 20-21)
La prima tradizione araba di al-Zujjāj la descrive come “Damasco, Palestina ed una parte della Giordania”, mentre il tradizionista Qatada la indica come “il Levante (al-Shām)” e Muʿadh b. Jabal come “l’area tra al-Arish e l’Eufrate” e Ibn ʿAbbās come “la terra di Gerico”.

A volte, ma non nel Corano, è anche utilizzato per indicare la regione araba del Ḥijāz, la terra delle città sante di Mecca e Medina.

Il termine “al-Quds”, “la Santa”, è il nome arabo di Gerusalemme. La “Santa valle” (in arabo: الوادي المقدس‎, al-wādī al-muqaddas) indica nel Corano la valle di Tuwa dove Mosè ricevette l’ordine divino di presentarsi davanti a Faraone (nella Bibbia e nel Corano è nome proprio) ed ingiungergli di pentirsi (sura Ta-Ha 12, al-Nazi’at 16.)

Il nome è usato anche per l’organizzazione caritativa islamica statunitense Holy Land Foundation for Relief and Development (Fondazione Terra santa per il soccorso e lo sviluppo), inclusa nel 2005 dall’Unione europea nell’elenco dei gruppi e delle entità terroristiche. (Da Wikipedia)

( L. 91 )

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6 novembre 2016 : GITA SOCIALE AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI VERONA E IN VALPOLICELLA

 

La mostra, a cura di Margherita Bolla, è situata al piano principale del Museo ed è suddivisa in sezioni. Nella prima, Il culto e la magia, si entra nel ricchissimo universo dei culti egizi, già percepiti come esotici da Greci e Romani soprattutto per la tendenza ad adorare alcune divinità sotto forme animali. Minuscoli bronzetti raffigurano un dio-ariete e il bue Apis; altri, cavi come quello della dea-gatta Bastet, servivano a contenere mummie o parti di mummie di animali, che i devoti e i pellegrini acquistavano per deporle nei santuari. Molte statuine in bronzo raffigurano Osiride, dio che – insieme con Iside – rivestì un ruolo importante nella religione dell’Egitto. La vita oltre la morte presenta materiali tipici delle sepolture, come gli ushabty – figurine in materie prime diverse – che rappresentavano i “servitori” sostituti del morto, pronti a rispondere al dio dei morti Osiride, quando avrebbe chiamato il defunto al lavoro nei propri campi. Alcune parti di mummie, in prestito dal Museo di Storia Naturale di Verona, documentano il complesso trattamento di imbalsamazione che gli Egizi riservavano ai morti, per garantire loro l’”eternità” del corpo. Infine una tavola in pietra raffigura le offerte che i familiari portavano alla tomba, fra le quali non potevano mancare pane e birra. La sezione Le civiltà africane e Roma è divisa in due parti: con Egitto e Roma si illustra il grande favore che il culto di Iside, con il marito Serapide (già Osiride) e il figlio Arpocrate (Horus), ottenne nell’Impero sia in ambito domestico, come attestano alcuni bronzetti, sia nei santuari dove operavano sacerdoti vestiti in modo peculiare. Uno di essi è rappresentato da una testa in marmo, copia di una nota scultura conservata a Roma. Nella parte dedicata a Africa e Roma si documenta l’interesse che il mondo africano, con i suoi curiosi animali – come l’elefante o il rinoceronte – o i suoi esotici abitanti, suscitò nella civiltà romana, dove la provincia Africa era raffigurata con copricapo a testa di elefante e con una zanna dello stesso animale sul braccio. Questa sezione della mostra può essere integrata con la visione, al piano superiore del Museo, della vetrina dedicata ai materiali dal santuario delle divinità egizie a Verona. Proseguendo la mostra, i materiali del Museo ispirati in vario modo al mondo egizio illustrano l’Egittomania, la forte attrazione che questa antica e complessa civiltà ha esercitato negli ultimi secoli sulla cultura europea, non solo fra gli studiosi, fino ad arrivare nell’Ottocento a divertenti produzioni seriali in porcellana. L’ultima sezione, Un veronese in Egitto (realizzata in collaborazione con l’Università di Padova, Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte, sito nel palazzo del Liviano), è dedicata a Carlo Anti, importante archeologo nato nel 1889 a Villafranca (dove gli sono dedicati un liceo e una via). Prima di diventare professore e poi rettore dell’Università di Padova, si dedicò allo studio di materiali romani del Museo Archeologico di Verona, lucerne in particolare (esposte alcune, con soggetto “africano”). Negli anni Trenta diresse la Missione archeologica italiana a Tebtynis, l’attuale Umm el Breigât nel Fayum, a 170 km a sudovest del Cairo, un esteso villaggio nato attorno al 1800 a.C. e abitato fino al XII secolo d.C., che ha fornito in particolare una grande quantità di papiri, oggetto di studio in Italia e all’estero. All’attività di Anti in Egitto (proseguita in particolare dall’IFAO, Institut Français d’Archéologie Orientale, con l’Università di Milano) è dedicato il video che conclude la mostra, che contiene anche un filmato degli anni Trenta, dagli archivi dell’Istituto Luce (Roma).

San Giorgio Ingannapoltron. Ai piedi delle colline della Valpolicella basta alzare gli occhi per essere attratti da questo piccolo gioiello architettonico-paesaggistico. Visto dal basso il paese sembra a portata di mano, raggiungibile con pochi passi. Mano a mano che ci si avvicina, percorrendo la strada tortuosa, si scorgono le case che sorgono dalla roccia, la stessa pietra con cui sono state costruite. Il borgo si svela così come nei tempi antichi, una naturale fortezza che si raggiunge però dopo un cammino lungo e faticoso nonostante la prima impressione di vicinanza. Da ciò deriva appunto il nome “ingannapoltron”. Questo soprannome sembra che risalga al medioevo quando la scherzosa parola “poltron” fu aggiunta al toponimo “San Giorgio in Ganna”: un attributo che alcuni studiosi fanno risalire a “ganne”, nome pre-romano pertinente alle Alpi orientali, che significherebbe semplicemente “mucchio di pietre” o “località rocciosa e pietrosa”. Il paese di San Giorgio è infatti legato, sin dall’antichità, ad un’intensa attività di estrazione e lavorazione di marmo pregiato.


( L. 91 )

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27 ottobre 2016 : PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI MARIA ELENA DALLA GASSA  – IL TEMPO DEL FILO’ –

 

Il libro è un affresco corale di una generazione di donne del Veneto dei primi del Novecento. Una testimonianza antropologica ed etnologica preziosissima Una Storia umile, di quotidianità e fatica, di affetti coltivati in famiglia, di grandi e piccoli drammi, di fede semplice e profonda. Quarantasei voci, di una generazione di donne, che raccontano i cambiamenti nella mentalità, nel modo di vivere, nel modo di essere considerate e trattate in famiglia, nei modelli socioculturali, nella morale, nella religione e nella struttura economica del secolo scorso.

“Intorno alle ragazze una volta girava solo il moroso. Erano rigidi quando ero giovane io su certe cose. Il fidanzamento partiva solo se in casa avevano detto sì se no sfumava tutto. Il moroso veniva fuori sempre dal tuo stesso paese o da quelli vicino, non avevi la possibilità di girare, di andare fuori paese, di conoscere altra gente. Se una ragazza andava a servizio in città quelli del paese non la volevano più perché si pensava chissà cosa che facesse là. La maldicenza correva. A ventidue anni mi sono sposata con un contadino abbastanza sioretto. Mi sono sposata il 30 Ottobre appena finito la vendemmia perché per un poco i lavori della campagna erano fermi. La mattina veniva mia suocera a svegliarci presto perché non sta bene che il marito stia troppo a letto con la moglie. La campagna porta tanto lavoro non c’è niente da dire. Ho tanto lavorato anch’io sui campi. Andavo a lavorare fino al settimo mese. Quattro ne ho avuto di gravidanze non una. Avrei lavorato forse meno se andavo a fare l’operaia. Io sarei andata a lavorare in fabbrica, cominciavano ad impiantarsi, la contadina non mi è piaciuto farla, ma mio marito aveva quella mentalità di quegli anni lì che solo l’uomo lavora mantiene la famiglia, la donna non deve lavorare fuori casa. Mio marito mi diceva: <<Ma non ti manca niente, hai le galline, i conigli, le faraone cosa vuoi avere di più?>>. Mio marito non aveva il sentimento da capire che avrei voluto avere altre soddisfazioni.”

( L. 112 )

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2 ottobre 2016 : CASTELLO DI THIENE (VILLA PORTO-COLLEONI)

 

Il castello di Thiene, chiamato anche palazzo (o villa) Porto Colleoni Thiene, si trova a Thiene, nella pedemontana vicentina. La denominazione “castello” non è propriamente corretta, anche se la struttura lo ricorda, viste le due torri laterali e la cinta di mura merlata; sarebbe più opportuno definirlo palazzo o, meglio ancora villa, dato che è un ottimo esempio di residenza di campagna pre-palladiana. In ogni caso resta un unicum nel suo genere, visto che si colloca appunto tra il castello medievale e la villa palladiana. Viene definito “castello” perché nella memoria della popolazione locale è stato sempre chiamato così.

La Storia

La struttura, costruita durante il XV secolo per volere di Francesco Porto seniore (uno dei più ricchi signori di Vicenza dell’epoca), deriva dalla tarda architettura medievale del palazzo gotico veneziano: il corpo centrale, planimetricamente sagomato a T e le due ali più elevate aggettanti, rimandano chiaramente al Fondaco dei Turchi a Venezia. In origine il palazzo di Thiene fu costruito come casa fondaco per l’immagazzinamento dei prodotti agricoli del territorio circostante; tale funzione si intuisce anche dai 5 grandi archi a tutto sesto del pianterreno e dalla grande pentafora (una delle poche presenti in terra ferma al di fuori di Venezia) affiancata da due monofore del primo piano necessarie per dare luce e aria ai prodotti immagazzinati. Nel corso del Cinquecento l’edificio venne sopraelevato con la creazione del secondo piano, destinato a magazzino, ottenuto dalla chiusura delle merlature sul corpo centrale e l’installazione di un tetto spiovente; quindi il primo piano venne trasformato in piano nobile, arredato ed abitato. Anche le ali laterali vennero sopraelevate, mantenendosi più elevate ed aggettanti rispetto al corpo centrale; conservando, inoltre, la merlatura originaria. Le due differenti fasi di costruzione sono bene visibili nelle ali laterali: mentre le finestre del primo piano sono gotiche, le finestre del secondo piano sono rinascimentali. L’opera di sopraelevazione, assieme alla costruzione dei due scaloni simmetrici ai lati della loggia che portano al piano superiore e della cinta muraria merlata sono opera di Francesco Porto juniore, nipote del seniore. La famiglia Porto mantenne la proprietà del castello fino al 1816, quando venne ereditato dalla famiglia Colleoni, che a sua volta mantenne la proprietà per tre generazioni fino al 1918, quando venne definitivamente ereditato dalla famiglia di Thiene, attuale proprietaria del castello.

Affreschi

 Affreschi del salone Al pianterreno, si trova il “camerone del Camino”, sala interamente affrescata da Giovanni Battista Zelotti e Giovanni Antonio Fasolo; i due pittori sono i più noti allievi di Paolo Veronese (al quale in precedenza erano stati attribuiti i medesimi affreschi). Le scene narrate rappresentano quattro episodi di storia romana tratti dal “Ab Urbe condita libri” di Tito Livio: L’incontro fra Massinissa e Sofonisba, Porsenna e Muzio Scevola, Il convitto di Cleopatra, La clemenza di Scipione.

( L. 100 )

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3/4 Settembre 2016: GRADARA E URBINO


GRADARA
è situato nell’entroterra della riviera marchigiano-romagnola, poco distante dal mare e con un piacevole paesaggio collinare – estrema propaggine dell’Appennino – che le fa da sfondo. È conosciuto soprattutto per la sua storica Rocca malatestiana, che assieme al suo borgo fortificato ed alla sua cinta muraria rappresentano un caratteristico esempio di architettura medievale, frutto di un accurato restauro attuato all’inizio del XX secolo. Gradara dista 6 km da Gabicce Mare e Cattolica, 18 km da Pesaro e 20 km da Rimini e, 35 km da Urbino.

La storia antica di Gradara è strettamente legata alle vicissitudini del suo castello, soggetto nei secoli al dominio delle famiglie Malatesta, Sforza, Della Rovere e dei Mosca. Secondo la leggenda, in esso trovarono la morte Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, uccisi per gelosia dal fratello di Paolo, Gianciotto Malatesta.

Il castello di Gradara è una fortezza medievale che sorge nel comune di Gradara, in provincia di Pesaro e Urbino, nelle Marche.
È protetto da due cinte murarie, la più esterna delle quali si estende per quasi 800 metri, rendendo la struttura imponente. Particolarmente suggestiva è la vista della Rocca e del sottostante borgo storico nelle ore notturne.
Gradara è stata, per posizione geografica, fin dai tempi antichi un crocevia di traffici e genti: durante il periodo medioevale la fortezza è stata uno dei principali teatri degli scontri tra le milizie fedeli al Papato e le turbolente casate marchigiane e romagnole.
La Rocca avrebbe fatto da sfondo – secondo talune ipotesi storiche[senza fonte] – al tragico amore tra Paolo e Francesca, moglie di suo fratello Gianciotto, cantato da Dante nella Divina commedia. Il castello, di proprietà dello Stato Italiano, dal dicembre 2014 fa parte dei beni gestiti dal Polo museale delle Marche. È uno dei monumenti più visitati della regione ed è teatro di eventi museali, musicali ed artistici. Nel 2015 ha fatto registrare 205 536 visitatori.

URBINO (Urbìn in dialetto gallo-italico marchigiano, Urvinum Mataurense in latino) è un comune italiano di 15 019 abitanti, capoluogo con Pesaro della provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche.
Fu uno dei centri più importanti del Rinascimento italiano, di cui conserva appieno l’eredità architettonica, dal 1998 il suo centro storico è patrimonio dell’umanità UNESCO.

Il territorio si estende in area collinare, sulle ultime propaggini dell’Appennino settentrionale, Appennino tosco-romagnolo, nella zona meridionale del Montefeltro, in un’area classificata a rischio sismico medio-alto. Nel database dei terremoti elaborato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, sono segnalati ben 65 eventi sismici che hanno interessato il comune di Urbino tra il 26 marzo 1511 e il 26 marzo 1998. Tra essi, le scosse più forti sono state quella dell’VIII grado della Scala Mercalli del 24 aprile 1741 che ebbe l’epicentro nel Fabrianese (dove raggiunse i 6.08 della Scala Richter e il IX grado della Mercalli), quella del VII grado della Scala Mercalli del 23 giugno 1781 che ebbe l’epicentro nel Cagliese (dove raggiunse i 6.23 della Scala Richter ed il IX-X grado della Mercalli), quella del VII grado della Scala Mercalli del 21 settembre 1897 che ebbe l’epicentro in mare nell’Adriatico centrale e quella del VI-VII grado della Scala Mercalli del 12 marzo 1873 che ebbe l’epicentro nelle Marche meridionali (dove raggiunse i 5,88 della Scala Richter e l’VIII grado della Mercalli); sono state inoltre registrate nello stesso periodo analizzato ben nove diverse scosse telluriche che ad Urbino hanno raggiunto il VI grado della Scala Mercalli.

( L. 75 )

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24  Luglio 2016: PASSEGGIATA SUL MONTE CIMONE DI TONEZZA

 

Dopo aver raggiunto l’abitato di Arsiero si posteggia l’auto in centro, si imbocca la strada provinciale che sale verso Tonezza del Cimone dopo aver superato il bivio per Posina laghi arrivati ad una leggera curva si nota sulla sinistra, la partenza del sentiero 544 sale il leggera pendenza dapprima su terreno prativo, per poi entrare in un bosco, nel salire si può notare il monte Priaforà sovrastante l’abitato di Arsiero, durante la salita si possono notare diverse fortificazioni militari risalenti alla grande guerra, arrivati sulla base del monte Cavjoio si può salire fino al piccolo baito sulla sua sommita per poter vedere l’ossario del Cimone, passato questo punto si entra nel sentiero 542 segnalato tratteggiato, poi si prende per il sentiero verso la galleria Quota neutra che si snoda con un complesso sistema di cunicoli fino alla cima della Quota neutra e molto bella questa parte del percorso sotto il profilo storico per la lunghezza delle scalinate interne provviste di corde fino a fuoriuscire in quota, per poi ridiscendere e risalire fino al monte Cimone, da lì si prosegue attraversando la parte dove e scoppiata la famosa mina e tutti gli appostamenti situati sulla Bolgia delle streghe, dopo aver superato tutta la linea fortificata del monte cimone si inizia a scendere verso la località Scalini di Valdastico attraverso il sentiero 547 che passa in diverse linee fortificate prima di scendere fino ad Arsiero. Oppure come si può vedere dalla cartina si scende dal 542 ritornando così in centro ad Arsiero. Si ricorda inoltre che sul Monte Cimone si può salire anche in auto prendendo la strada di Tonezza.

24 Luglio 2016 – Video di Siro Offelli

 

Cenni storici Quota Neutra
Questo massiccio torrione di roccia chiamato Quota Neutra perche era rimasto isolato dopo che i Rainer salisburghesi avevano conquistato il Cimone. Nella primavera del 17 fu collegato alle posizioni italiane situate sul Cavioio Tramite il grande camminamento laterale situato ad ovest. Oltre all’ingresso, la galleria e diritta e pianeggiante per un breve tratto, ma poi diventa tortuosa e molto ripida, sale con gradini alti e stretti quasi fino alla sommità del torrione. Ha una decina di diramazione secondarie che portano nel complesso sistema sotteraneo composto da ricoveri, una vasca per il recupero dell’acqua, 6 osservatori, due postazioni per cannoni calibro 65, otto mitragliatrici distribuite su vari piani.

Cenni storici
La mina del 23 settembre 1916 ufficiale austriaco Max Hoen scrisse:
Con l’orologio nella mano tutti attendevano l’istante fatale scelto dal destino “avrà successo il brillamento della mina? Si potrà riconquistare la cima del Cimone?”. Queste erano le domande che si potevano leggere su tutte le facce. Finalmente il pulsante del meccanismo elettrico di accensione venne premuto. Due enormi detonazioni una successiva all’altra, un rimbombo simile a un tuono come se grossi chicchi di tempesta fossero caduti sopra una lamiera. Blocchi del peso di centinaia di quintali volarono fin dietro la posizione principale provocando enormi danni. La trincea di collegamento era in gran parte distrutta o in parte ricoperta di blocchi di roccia. Gli uomini usciti di corsa dalle caverne cercarono invano la cima del Cimone, al suo posto sembrava sbadigliare un cratere di 50 metri di diametro e 22 metri di profondità. I dolorosi lamenti della guarnigione nemica seppellita sotto i massi erano udibili anche da lontano.

( L. 105 )

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3 luglio 2016 : MARZABOTTO (BO)

 

La zona di Marzabotto è abitata sin da tempi molto antichi. Parte integrante dell’Etruria padana, sul suo territorio vi sono i resti di una città etrusca risalente al VI secolo a.C., identificata con l’antica Kainua. L’esistenza della città è nota fin dal 1551. Il centro abitato di Marzabotto si è sviluppato in tempi relativamente recenti. Durante la Seconda guerra mondiale, il paese fu teatro e vittima della Strage di Marzabotto (29 settembre 1944), perpetrata dai nazifascisti. Marzabotto è quindi tra le Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione.

Il Museo Nazionale Etrusco è intitolato alla memoria del Conte Pompeo Aria che sulle orme del padre Giuseppe organizzò il primo nucleo della collezione. Sorge sul margine dell’ampia area archeologica, interamente di proprietà dello stato. È proprio la consistenza dei resti strutturali di questa antica città a fare del sito un caso unico nel panorama dei centri abitati etruschi. A differenza di altre città etrusche -come ad esempio l’antica Felsina che dall’antichità ad oggi fu popolata senza soluzione di continuità- qui l’abbandono del sito garantì la conservazione quanto meno dell’impianto urbano nel suo disegno originale, cosa che ci consente ancora oggi di percorrere le antiche strade lungo le quali si snodano case di abitazione, aree artigianali ed edifici sacri.

Fino a pochi anni fa, in assenza di notizie dagli autori greci e latini, si ignorava il nome di questo centro. Il recente ritrovamento di un frammento ceramico ha consentito di identificare la città con il nome di Kainua, dal greco kainòs/kainòn che vuol dire “nuovo”: siamo dunque in presenza di un centro che si chiama “Città nuova” al pari della Neapolis (Napoli) della Magna Grecia. L’importanza della città di Kainua emerge per altro evidente dalla ricca documentazione archeologica. Rinvenimenti di resti murari e reperti di vario tipo risalgono alla fine del XVIII secolo ma le prime scoperte significative si avranno solo alcuni decenni più tardi, in occasione dei lavori per la sistemazione a parco dell’area attorno alla villa, entrata a far parte delle proprietà della famiglia dei conti Aria nel 1831. Dal 1862 in poi si cimentarono negli scavi della città illustri archeologi dell’epoca da Gozzadini a Chierici fino a Brizio cui si deve, in particolare, la prima sistemazione in vetrine dei materiali all’interno della Villa Aria nonché la prima guida al museo e ai resti archeologici. Con l’acquisizione allo Stato dell’area archeologica nel 1933 il museo fu trasferito nell’attuale sede, nel pianoro di Misano, e l’assetto espositivo che oggi vediamo è quello del 1979, arricchito dai risultati degli scavi condotti con regolarità dagli anni cinquanta in poi. La vicenda della città etrusca che occupò il Pian di Misano e la soprastante altura di Misanello durò circa due secoli, dalla fine del VI alla metà del IV secolo a.C. Ciò che fa di tale sito un’eccezionale testimonianza nell’ambito della civiltà etrusca è l’impianto urbano della città, nella quale la regolare scansione modulare degli spazi è segno di una ben precisa pianificazione. Improntata alla dottrina urbanistica greca è l’ortogonalità di strade e isolati, la dislocazione di aree cultuali, abitative e produttive, anche se i segni della sua fondazione rituale sono fortemente radicati nelle norme religiose etrusche. Affacciata sul fiume Reno, che nell’antichità costituiva formidabile vettore di transito dall’Etruria tirrenica al Po, la città ebbe l’importante ruolo di cerniera di smistamento delle merci lungo tale asse. In particolare il flusso di metalli dalla Toscana dovette sostanziare una vivace attività metallurgica, sia per quanto riguarda il bronzo che il ferro. Cospicua è anche la produzione ceramica, sia di stoviglie che laterizi, alimentata dalla buona qualità dell’argilla locale e dalla ricchezza di acqua, imbrigliata con grande maestria in un capillare sistema di captazione e relativo smaltimento. La prosperità di questo centro fu interrotta alla metà del IV secolo a.C. dall’invasione celtica e nel mutato scenario della romanizzazione solo una fattoria si impostò sopra i resti dell’antica città, poi completamente abbandonata.

Strage di Marzabotto « Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana.» (Salvatore Quasimodo, epigrafe alla base del faro monumentale che sorge sulla collina di Miana, sovrastante Marzabotto).

L’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto, dal maggiore dei comuni colpiti) fu un insieme di stragi compiute dalle truppe naziste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel territorio dei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno che comprendono le pendici di Monte Sole in provincia di Bologna. La strage di Marzabotto è un crimine contro l’umanità e uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile perpetrati dalle forze armate tedesche in Europa occidentale durante la seconda guerra mondiale. Nel 1994 il Comitato Regionale per le Onoranze ai Caduti di Marzabotto, fondando soprattutto sui dati delle anagrafi dei Comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, ha dimostrato come il dato relativo ai caduti riferito in questo e in altri testi vada diversamente considerato e messo in relazione a un più ampio territorio. Infatti gli eccidi compiuti da nazisti colpirono i tre comuni durante l’estate-autunno 1944 e causarono complessivamente la morte di 955 persone: in particolare la strage nazista del 29 settembre – 5 ottobre 1944 fu causa di 770 morti. Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi ebbero poi anche 721 morti per cause varie di guerra; da qui il dato complessivo accertato dal Comitato Onoranze: 1676 decessi per mano di nazisti e fascisti e per cause di guerra. (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

( L. 78 )

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18 giugno 2016 : PADOVA – L’ORTO BOTANICO


L’orto botanico di Padova
fu fondato nel 1545 ed è il più antico orto botanico universitario ancora situato nella sua collocazione originaria al mondo. L’orto botanico di Pisa, sebbene sia stato originariamente fondato l’anno precedente, si trova nella presente collocazione solo dal 1591, perdendo così il primato. Nell’ottobre 2014 è stata inaugurata la nuova ala dell’orto botanico, denominata “Giardino della Biodiversità”.

Cenni storici

L’orto botanico di Padova, istituito nel 1545, nasce per la coltivazione delle piante medicinali che costituivano la maggioranza dei “semplici”, medicamenti provenienti dalla natura. Per tale ragione la denominazione primitiva dell’orto era “Giardino dei Semplici” (“Horti Simplicium”). L’ateneo padovano (fondato nel 1222) era già largamente famoso per lo studio delle piante, in particolare modo per l’applicazione di queste alle scienze mediche e farmacologiche. Quando l’orto fu fondato regnava una grande incertezza circa l’identificazione delle piante usate dai celebri medici dell’antichità: erano frequenti errori e frodi, con gravissimi danni per la salute dei pazienti. L’istituzione di un horto medicinale fu sollecitata su richiesta di Francesco Bonafede, che allora ricopriva la cattedra di Lettura dei Semplici presso l’Università di Padova, per facilitare l’apprendimento ed il riconoscimento delle piante medicinali autentiche rispetto alle sofisticazioni. Nel 1545 un decreto del senato della Repubblica di Venezia ne approva la costituzione: i lavori sono immediatamente avviati. L’orto botanico (o “Giardino dei Semplici”) di Padova in una litografia; sullo sfondo, la basilica di Sant’Antonio. Il primo custode dell’orto è, nel 1547, Luigi Squalermo detto Anguillara, che fa introdurre 1800 medicinali. Nel 1551 all’Anguillara viene affiancato Pier Antonio Michiel, già creatore di un mirabile giardino privato, conoscitore e amatore delle specie vegetali ed autore di un eccellente erbario illustrato. L’Orto per la rarità dei vegetali contenuti e per il prezzo elevato dei medicamenti che da essi venivano ricavati era oggetto di frequenti furti notturni, nonostante le severe pene comminate dalla legge. Per tale ragione fu edificato un muro di recinzione circolare, tutt’oggi visibile e caratterizzante da qui il nome di “Hortus Cintus”. Nel corso dei secoli, L’orto botanico di Padova si è situato al centro di una fittissima rete di relazioni internazionali, esercitando un ruolo preponderante nell’ambiente della ricerca nello scambio di idee, di coscienze e di piante. Per tali motivazioni nel 1997 è stato inserito nella lista dei patrimoni dell’umanità dall’UNESCO (World Heritage List), come bene culturale, costituendo una testimonianza eccezionale di una tradizione culturale inveterata da secoli (criterio iii) ed inoltre testimonia uno scambio di influenze cruciali nell’area culturale delle scienze botaniche (criterio ii); a tal proposito vedere le Linee guida operative della Convenzione del patrimonio mondiale. La motivazione in base alla quale l’orto botanico fu inserito nella lista dei patrimoni dell’umanità è la seguente: “L’orto botanico di Padova è all’origine di tutti gli orti botanici del mondo e rappresenta la culla della scienza, degli scambi scientifici e della comprensione delle relazioni tra la natura e la cultura. Ha largamente contribuito al progresso di numerose discipline scientifiche moderne, in particolare la botanica, la medicina, la chimica, l’ecologia e la farmacia”.

La Pontificia Basilica di Sant’Antonio di Padova è uno dei principali luoghi di culto cattolici della città di Padova, in Veneto. Conosciuta dai padovani semplicemente come il Santo, è una delle più grandi chiese del mondo ed è visitata annualmente da oltre 6,5 milioni di pellegrini, che ne fanno uno dei santuari più venerati del mondo cristiano. Non è comunque la cattedrale della città, titolo che spetta al duomo. In essa sono custodite le reliquie di sant’Antonio di Padova e la sua tomba. La piazza del Santo, antistante, ospita il monumento equestre al Gattamelata di Donatello. Donatello realizzò anche le sculture bronzee (Crocifisso della basilica del Santo, statue e formelle di varie dimensioni) che Camillo Boito ha collocato sull’altare maggiore da lui progettato. Ha la dignità di basilica pontificia. Con i Patti lateranensi, la proprietà e l’amministrazione del complesso antoniano furono cedute alla Santa Sede, pur rimanendo territorialmente parte dello Stato italiano. L’attuale delegato pontificio è l’arcivescovo Giovanni Tonucci, prelato di Loreto e delegato pontificio del santuario della Santa Casa. Il governo pastorale e la gestione amministrativa della basilica di Sant’Antonio sono regolati dalla costituzione apostolica Memorias Sanctorum di papa Giovanni Paolo II, la quale definisce i compiti e le relazioni tra la delegazione pontificia, i frati francescani e la Veneranda Arca di Sant’Antonio, che dal 1396 funge ininterrottamente da fabbriceria del complesso antoniano (le misure della basilica sono disponibili nella pagina “misure dell’interno).

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5 giugno 2016 : FAENZA E BRISIGHELLA

 

FAENZA è una splendida città d’ arte, la cui fama brillò nel periodo rinascimentale per la produzione di oggetti in ceramica di squisita fattura. Di origine romana,  fiorì a partire dal primo secolo d.C. per la sua vocazione agricola e lo sviluppo di attività industriali quali la produzione di oggetti d’ uso in ceramica e tessili in lino. Dopo un periodo di decadenza ritrovò la prosperità a partire dall’VIII secolo. Intorno al Mille, con il governo dei Vescovi, e successivamente nell’età comunale, visse un lungo momento di ricchezza che avrebbe raggiunto il suo culmine con la signoria dei Manfredi. Dopo un breve dominio veneziano, Faenza entrò a far parte dello Stato della Chiesa fino al 1859.   Monumenti più significativi Piazza del Popolo, delimitata da due scenografiche ali porticate, accoglie il Palazzo del Podestà e del Municipio di origine medioevale. Lungo il lato orientale di Piazza della Libertà si erge la splendida Cattedrale, la cui costruzione, su progetto di Giuliano da Maiano, fu iniziata nel 1474. Il paramento marmoreo della facciata è rimasto incompiuto. L’ interno a tre navate ha evidenti riferimenti con il San Lorenzo fiorentino di Brunelleschi. Di fronte alla Cattedrale si trovano il loggiato detto Portico degli Orefici e la Fontana monumentale. Davanti all’ingresso della piazza sorge la seicentesca Torre dell’Orologio, posta all’incrocio tra il cardo e il decumano della Faventia romana.

Le maioliche Il Museo internazionale della ceramica raccoglie pezzi di ogni provenienza geografica e di ogni epoca storica con una ricca sezione dedicata alle ceramiche faentine del Rinascimento, riconosciute come uno dei momenti più alti della creatività artistica espressa con materiale ceramico.

Brisighella ha origini antichissime: reperti archeologici documentano la presenza di nuclei abitati risalenti al Neolitico. In seguito si insediarono popolazioni celtiche e infine i Romani occuparono queste terre costruendovi la via Faentina, percorsa dalle carovane del sale provenienti da Cervia e dirette a Roma. La nascita dell’attuale nucleo abitato è attribuita a Maghinardo Pagani da Susinana, considerato il più grande condottiero medioevale della Romagna. Nel 1290, sull’asperità dove si trova la Torre dell’orologio, Maghinardo fece costruire una torre in grossi blocchi di gesso, ai cui piedi si andò sviluppando la Brisighella che ancora oggi possiamo vedere.

La Rocca sorge su uno dei tre pinnacoli che dominano il borgo. Fu edificata nel 1310 dai Manfredi, signori di Faenza. Conserva ancora le caratteristiche delle fortezze medioevali. La Torre dell’orologio, documentata come fortilizio fin dal tredicesimo secolo, fu parzialmente ricostruita nel Cinquecento. Il Santuario del Monticino è situato sul terzo colle, simbolo della devozione all’effigie della Madonna che vi è custodita. Dal 1662 l’8 settembre si celebra una tra le più antiche sagre della Romagna. Nel centro storico si trova l’Antica Via del Borgo, una strada coperta del XII secolo, sopraelevata e illuminata da mezzi archi di diversa ampiezza. E’ nota anche come “Via degli Asini”, perché in questo quartiere risiedevano i birocciai che trasportavano il gesso delle cave sovrastanti il paese, servendosi di asinelli. La Pieve di San Giovanni in Ottavo è la Pieve più antica della valle del Lamone. Si dice che fu fatta erigere da Gallia Placidia, figlia di Teodosio, utilizzando i resti del tempio di Giove Ammone. In stile romanico, l’interno è a tre navate divise da archi che poggiano su undici colonne.

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3 Giugno 2016:  SERATA CON ERNESTO CROSARA E LA SUA “STORIA DEL CALCIO A MONTEBELLO”


Tre volumi di grande formato, oltre 1200 pagine e centinaia di immagini. È la corposa opera bibliografica del montebellano Ernesto Crosara che racconta la lunga storia della squadra di calcio del Montebello, una storia gloriosa e onorevole lunga più di un secolo che l’autore con pazienza certosina e impegno ha voluto intitolare
U. S. Montebello 1911-2011 Tutto il calcio minuto per minuto. “Nel giugno 2011 – racconta Crosara – il Montebello Calcio ha festeggiato il suo centesimo anniversario.

Sono stati giorni ricchi di avvenimenti sportivi e non, di ricordi di un passato mai dimenticato da giovani e meno giovani che hanno calcato i nostri campi e che sono accorsi numerosi alla manifestazione. Cento anni, un secolo, un certificato di benemerenza per la società che ha raggiunto questo traguardo con convocazione a Roma e premiazione ufficiale della Federazione”. Ma per ottenere questo riconoscimento manca la cosa più importante, manca la data ufficiale d’iscrizione. Nessuna federazione veneta ha i documenti dell’epoca. La Figc di Padova ha avuto l’archivio distrutto nei bombardamenti del 1945, quella di Vicenza ha dovuto liberare lo Stadio Menti dal cartaceo per le norme antincendio e quella di Marghera ha documentazione solo dal 1945 ad oggi. Per Montebello l’unico documento che si possiede è una pubblicazione, gelosamente custodita, dall’ ex portiere Tarcisio Dalla Gassa. La rivista di 68 pagine pubblicata per il Campionato 1960-61, si chiama Calcio Triveneto e porta al suo interno tutte le squadre dalla Serie A ai dilettanti del Veneto con i nomi dei dirigenti. Per il Montebello i colori sociali erano biancorosso e l’anno di fondazione il 1911. Questo potrebbe essere il documento ufficiale che fa risalire al 1911 la nascita, ma non si sa se l’informazione sia stata data dalla società o dalla Federazione. I giornali dell’epoca non parlavano di questo, i problemi che trattavano erano molto più gravi di quelli di rincorrere un pallone. Le notizie sportive erano molto rare e le partite del Campionato di Calcio venivano ancora considerate uno spettacolo a parte, un’esibizione di baldi giovai dallo spirito goliardico che si divertivano in questo modo, il pomeriggio della domenica. In quel periodo, purtroppo, più che di campi di calcio si parlava di campi d’onore e di caduti sui vari fronti (da “La Domenica di Vicenza”).

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6 maggio 2016 : SERATA CON LA PROF.SSA MARIA GRAZIA BULLA BORGA CHE PRESENTERA’ IL SUO ULTIMO LAVORO L’OSPEDALE DI “STRADA” DEI MONACI TEMPLARI ALLA MASON DI MONTEBELLO

 

Questo studio è il risultato di una ricerca sui Templari nel Vicentino richiestami dalla L.A.R.T.I. per il XXXIII Convegno annuale nazionale tenutosi a Vicenza il 19 settembre 2015.

Una parte dello studio è già stata presentata al Convegno stesso, ma la ricerca compiuta sopravanzava, e sopravanza, le richieste di una relazione e, anzi, essendo stati individuati nuovi percorsi d’indagine, più che mai occorrerebbe compiere ulteriori esplorazioni d’archivio. E’, come si suol dire, un “work in progress” e si spera che altri studiosi vi possano concorrere, anche in considerazione dei molti dati che spesso sfuggono, o vengono erroneamente valutati, nonostante la “obbligatoria e scrupolosa diligenza” impiegata.

Per lo studio, oltre alla recente storiografia ‘specifica’ rappresentata per noi vicentini dagli studiosi Maccà, Mantese, Tacchella, Vantini, Caravita, Imperio, De Gregorio, Cagnine Pezzella, mi sono avvalsa dell’Archivio Storico Diocesano includente l’Archivio Capitolare (ADVi.), della Biblioteca Civica Bertoliana con il suo Archivio Torre (BCBVi., e dell’Archivio di Stato (ASVi).

In particolare, sono stati molto preziosi i “Libri Feudorum” perché hanno permesso di conoscere dove fossero le terre dei Templari, quali fossero i confinanti con i quali non potevano mancare rapporti di varia natura – per strade, per acque, etc. – e quali fossero i “domini” della zona fra la Mason e il torrente Alpone, in territorio veronese. Il libro ha conservato la struttura della ‘ricerca’ – documento dopo documento, tema dopo tema, scheda dopo scheda, sempre in progressione cronologica – e non si è trasformato in racconto ‘fluido’, turistico, accattivante con incursioni nel fantastico o nel mistero. No. L’opera resta caratterizzata dalla struttura ‘a schede’ e ogni scheda, a sua volta, ha una propria struttura interna che è data da una specie di ‘anagrafe’ del documento, poi dalle parti del documento aventi attinenza con la ricerca e, infine, da ‘constatazioni’. Solo la prima scheda ha un successivo ‘apparato di approfondimento’ che apre la strada al ‘contesto storico locale’, contesto che si voleva – e si vuole – indagare in quanto legato all’arrivo e alla sopravvivenza dei Templari in loco, nonché al servizio da loro espletato.

Anzi, è proprio l’avvio dello studio del contesto storico locale nell’epoca templare l’elemento di maggior novità del presente breve saggio.

Il libro è suddiviso in due parti e la prima (pp. 1-136) è costituita da ventisei schede aventi ciascuna trattazione più o meno approfondita: ad esempio, sono molto ampie le schede n. XI e XX (infeudazioni ai da Sarego) e la XVIII (Inventario inquisitoriale). Alcune trattazioni sono brevi e sono quelle che riportano un unico dato ‘storiografico’. Tale prima parte si conclude con un’appendice di elenchi, da quello dei precettori templari della Domus di Montebello a quello dei nobili Sarego citati nelle investiture ma mancanti nell’albero genealogico ufficiale dei Sarego.

La seconda parte (pp.137-160) è costituita da due preziosi interventi, quello del Direttore dell’Archivio Diocesano, Antonio Marangoni, che ha curato una scheda sui nobili da Vivaro che erano gli “Advocati Ecclesie”, e quello elaborato da Xavier Angelo Robusti, esperto d’arte e restauratore, che ha presentato l’affresco del soldato colpito a morte e in procinto di cadere dal cavallo, affresco presente nella chiesa di S.Maria Etiopissa di Polegge. L’affresco raffigura una “caduta” e, nell’epoca in cui fu eseguito, le “cadute” storiche furono tante, come, ad esempio, la fine dell’epoca classica delle Crociate con la morte e, poi, la beatificazione (1297) del “crociato” re Luigi IX, la fine dei regni cristiano-latini d’Oltremare e la fine dello stesso Ordine Templare. L’affresco, osservato come ‘simbolo’, consente “rievocazioni” diverse.

I due interventi nominati sono alternati da due brevi annotazioni storiche sui rapporti da Vivaro e Templari, rapporti che meriterebbero, però, un’indagine apposita, e dal documento dell’ “Atto di donazione” della chiesa di S. Maria Etiopissa da parte dei da Vivaro ai camaldolesi di Pomposa.

Nella consapevolezza che molto resta ancora da indagare e nella speranza che i dati – magari bisognosi di correzione e sicuramente di perfezionamento – possano essere ripresi per illuminare meglio l’epoca delle Crociate e dei Templari in terra vicentina, affido il testo al lettore ‘paziente’ e desideroso di progredire.

Maria Grazia Bulla Borga

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24 aprile 2016 : BERGAMO ALTA – CENTRO STORICO – ACCADEMIA CARRARA – MURA VENETE (BASTIONI)

 

Bergamo (Bèrghem in dialetto bergamasco) è un comune italiano di 119.248 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia in Lombardia. È il quarto comune della regione per popolazione: la città e il suo hinterland contano 483.214 abitanti distribuiti su una superficie di 341,33 km². La città di Bergamo è divisa in due parti distinte, la Città Alta, con un centro storico cinto da mura, che, come si può intuire dal nome, è la parte in altitudine più elevata, e la Città Bassa, la quale, nonostante sia anch’essa di origine antica e conservi i suoi borghi storici, è stata resa in parte più moderna da interventi recenti di urbanizzazione. Bergamo è anche soprannominata “Città dei Mille” per via del cospicuo numero di volontari bergamaschi (circa 180) che prese parte alla spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi contro l’esercito borbonico nel Regno delle Due Sicilie durante il Risorgimento (dal 5 maggio al 26 ottobre 1860). Bergamo si trova in territorio pedemontano, laddove l’alta pianura lascia spazio agli ultimi colli delle prealpi Bergamasche, a metà strada tra i fiumi Brembo e Serio. Il nucleo antico della città è stato fondato proprio sui colli. Idrografia Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Morla (torrente). La Roggia Serio Grande nei pressi della città. Il principale corso d’acqua della città è il torrente Morla che scorre con andamento sinusoidale e per lunghi tratti interrato al di sotto di strade e parcheggi, in seguito all’imponente opera di cementificazione alla quale è stata sottoposta la città nella seconda metà del XX secolo. Tra i suoi tributari vi è il Tremana, anch’esso quasi totalmente canalizzato, che nasce dalla Maresana e si gonfia di acqua solo occasionalmente dopo abbondanti piogge. Inoltre la città è attraversata longitudinalmente da un sistema di rogge che vi porta le acque del fiume Serio a fini di irrigazione e, un tempo, per azionare mulini e filatoi. Tra le principali vi sono la Roggia Serio Grande e la Morlana, ma degne di nota sono anche la Guidana e le derivate dalle due principali quali la roggia Nuova, la Curna, la Ponte Perduto, la Vescovadella e la Colleonesca.

Storia

La stampa è stata probabilmente realizzata basandosi unicamente su fonti vaghe, in quanto le mura della città alta hanno dei merli guelfi, quando invece le mura di Bergamo ne sono completamente sprovviste, fatta eccezione di alcune torri, come quelle del castello di San Vigilio, la torre del Galgario e altri torri quattrocentesche. Stampa di Bergamo nel 1450 La prima occupazione è quella dei Galli, Cenomani e Senoni. In latino è conosciuta come Bergomum. La Gallia Transpadana viene quindi annessa alla Repubblica romana in espansione, e dal 49 a.C. anche Bergomum diviene un Municipio romano. I romani riedificano il centro secondo gli assi cardo-decumano. A seguito della caduta dell’Impero, Bergomum è ripetutamente saccheggiata, fino all’arrivo dei Longobardi nel 569, che vi insediano un Ducato. In questo periodo a Bergamo vi fiorirono le seguenti potenti famiglie longobarde: Suardi, Colleoni, Crotti, Rivola, Mozzi, Martinengo. Spodestati nel 774 dai Franchi, la città viene retta da una serie di vescovi-conti. Dal 1098 Bergamo è Libero comune, e dopo un paio di guerre con Brescia si unisce alla Lega Lombarda contro l’imperatore Federico Barbarossa. A partire dal XIII secolo, nell’ambito delle lotte tra guelfi e ghibellini, Bergamo cade sotto l’influenza dei Visconti di Milano, che fortificano la Cittadella. Dal 1428 Bergamo entra a far parte dei domini della Repubblica di Venezia. I veneziani ricostruiscono la città vecchia, erigendo possenti mura difensive. Il dominio veneto continua fino all’epoca napoleonica quando, dopo la breve esperienza della Repubblica Bergamasca, della Repubblica Cisalpina e del Regno d’Italia, con la Restaurazione Bergamo cade nella sfera austriaca del Regno Lombardo-Veneto. Gli austriaci sono i fautori della prima industrializzazione del territorio bergamasco, con l’impianto di manifatture tessili. Bergamo prende parte al Risorgimento fornendo buona parte dei Mille. Giuseppe Garibaldi stesso entra in città, con i suoi Cacciatori delle Alpi, l’8 giugno 1859. Dal 1860 Bergamo è parte del Regno, e poi della Repubblica Italiana (da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

( L. 82 )

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6 marzo 2016 : FERRARA – MUSEO ARCHEOLOGICO – CATTEDRALE – PALAZZO DEI DIAMANTI – CASTELLO SFORZESCO

 

Ferrara (Fràra in dialetto ferrarese) è un comune italiano di 133.398 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia in Emilia-Romagna. L’area metropolitana della città, individuata con la metodologia del Functional Urban Regions, conta 264.885 abitanti. La città è situata nella zona del delta del fiume Po, il centro storico è circa 6 km a sud del ramo principale del fiume, mentre un ramo meridionale del delta, il Po di Volano, delimita la città medioevale con la sua cinta muraria, separandola dall’ancor più antico borgo di San Giorgio. I quartieri moderni a nord si estendono oggi fino al Po, includendo la località Pontelagoscuro. Il territorio è interamente pianeggiante, con un’altitudine compresa tra 2,4m e 9m s.l.m., e superficie di 405,16 km².

Ferrara è erede di un importante patrimonio culturale del Rinascimento, epoca in cui era capitale di un ducato indipendente sotto la signoria degli Este, e si era sviluppata in un centro artistico e universitario di livello europeo, in cui hanno vissuto personalità come i poeti Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, gli scienziati Niccolò Copernico e Paracelso, gli artisti Andrea Mantegna e Tiziano, i letterati Giovanni Pico della Mirandola e Pietro Bembo. È anche una città di grande interesse urbanistico in quanto durante il Rinascimento vi furono realizzate le prime grandi progettazioni urbanistiche della storia europea moderna, il più noto dei quali è l’Addizione Erculea, commissionata nel 1484 dal duca Ercole I d’Este all’architetto Biagio Rossetti. La nuova parte della città viene chiamata Arianuova, sia per la sua collocazione esterna al vecchio asse del castello medievale, sia perché connotata fino alla fine del XIX secolo da ampie aree verdi prive di edifici, dette “orti e giardini”, interne alle nuove possenti mura rossettiane. Grazie a quest’opera architettonica Ferrara viene considerata dagli studiosi la prima città moderna d’Europa. L’UNESCO le conferisce il titolo di patrimonio mondiale dell’umanità per la prima volta nel 1995 come città del Rinascimento e successivamente, nel 1999, riceve un ulteriore riconoscimento per il delta del Po e per le delizie estensi. Ferrara inoltre è una dei 4 capoluoghi di provincia (assieme a Bergamo, Lucca e Grosseto), il cui centro storico è rimasto quasi completamente circondato dalle mura che, a loro volta, hanno mantenuto pressoché intatto il loro aspetto originario nel corso dei secoli. Ferrara, con Pisa e Ravenna, è anche una delle prime città del silenzio citata nelle Laudi di Gabriele D’Annunzio. Ferrara è antica sede universitaria (Università degli Studi di Ferrara) e sede arcivescovile (arcidiocesi di Ferrara-Comacchio). Ospita importanti centri culturali: la Pinacoteca Nazionale di palazzo dei Diamanti, il museo Archeologico Nazionale, il museo del Risorgimento e della Resistenza, il museo d’arte moderna e contemporanea Filippo de Pisis, il museo della Cattedrale, il museo Giovanni Boldini, il museo dell’ebraismo italiano e della Shoah e numerosi altri musei. La città contemporanea poggia su un’economia basata sulla produzione agricola e industriale che ne fanno un centro di primaria importanza grazie alla presenza di numerosi impianti industriali presenti nell’area del petrolchimico e della piccola e media impresa. I settori più rappresentativi sono quelli dell’industria chimica, dell’industria metalmeccanica, dell’elettrotecnica e dell’industria tessile e alimentare. Inoltre le reti stradali e ferroviarie la inseriscono all’interno del circuito commerciale sia regionale che nazionale grazie alla presenza di adeguate infrastrutture come l’autostrada A13, lo scalo merci della stazione ferroviaria e gli scali portuali situati a Pontelagoscuro che collegano la città al fiume Po e al mare Adriatico. Ferrara inoltre è uno dei pochi siti italiani in cui si faccia uso dell’energia geotermica per la produzione di acqua calda e calore che va ad alimentare la rete di teleriscaldamento della città. (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

( L. 110 )

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21 febbraio 2016 : VICENZA – MOSTRA DI ICONE RUSSE A PALAZZO LEONI-MONTANARI

 

La collezione di icone russe di Intesa Sanpaolo, caratterizzata dalla presenza di autentici capolavori rappresentativi della grande varietà delle scuole dell’antica Russia, è stata costituita dal Banco Ambrosiano Veneto nel corso degli anni Novanta del secolo scorso, con l’acquisizione di un nucleo di tavole provenienti da una collezione privata italiana, successivamente incrementato con acquisti mirati sul mercato internazionale fino a raggiungere il numero di 460 tavole. Evitando la dispersione di un così prezioso patrimonio artistico e spirituale, si è quindi formata una collezione che, secondo la concorde opinione degli esperti, è tra le più importanti in Occidente, sia per il numero complessivo di opere, sia per la presenza di rarissimi capolavori di alta epoca. La collezione si compone di reperti che coprono un arco cronologico amplissimo, dal XIII sino al XIX secolo: ciò consente di comprendere le tappe di un discorso figurativo millenario e, attraverso la grande varietà delle scuole regionali rappresentate, di scoprire le differenti “anime” dell’arte russa delle icone.

Accanto a opere provenienti da Mosca, Novgorod, Vladimir, Tver’ e Pskov, scuole illustri e ampiamente conosciute, si trovano esempi prestigiosi provenienti dalle aree provinciali della Russia centrale e settentrionale, dove operavano botteghe spesso situate lungo le vie commerciali delle regioni attraversate dal fiume Volga. Caratteristica principale della collezione di Intesa Sanpaolo, anche rispetto alle raccolte presenti nell’Est europeo e nella stessa Russia, è l’ampio spazio dedicato alle opere realizzate nei secoli XVIII e XIX, il periodo successivo alle riforme dello zar Pietro il Grande (1672-1725), testimonianza di una vivacità espressiva e di una grande varietà di stili che restituisce dignità e valore ad epoche finora poco considerate. Una selezione di circa 140 icone è in mostra permanente presso le Gallerie di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza, in un percorso museale che intende riproporre, per temi, una sorta di “via sacra”, un itinerario spirituale ed estetico attraverso i momenti e i luoghi fondanti della liturgia ortodossa. Le icone non esposte sono accolte in un attrezzato deposito annesso alle Gallerie, a disposizione di studiosi e cultori. L’intera collezione è stata posta sotto la tutela di un comitato scientifico, coordinato da Carlo Pirovano e composto da Engelina S. Smirnova, John Lindsay Opie, Eva Haustein-Bartsch, che nel 2003 ha curato la pubblicazione del catalogo ragionato dell’intero corpus. (Da Progetto Cultura).

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Attività 2016

attività 2016
  • 21 Febbraio 2016 :  VICENZA – MOSTRA ICONE RUSSE A PALAZZO LEONI-MONTANARI
  • 6 Marzo 2016 :  FERRARA – MUSEO ARCHEOLOGICO – CENTRO STORICO – CATTEDRALE – PALAZZO DEI DIAMANTI
  • 24 Aprile 2016 :  BERGAMO – CITTA’ ALTA – CENTRO STORICO – MURA VENETE (BASTIONI)
  • 6 Maggio 2016 :  SERATA CON LA PROF.SSA MARIA GRAZIA BULLA BORGA CHE PRESENTERA’ IL SUO ULTIMO LAVORO “L’OSPEDALE DI ‘STRADA’ DEI MONACI TEMPLARI” ALLA MASON DI MONTEBELLO
  • 3 Giugno 2016 :  SERATA CON ERNESTO CROSARA E LA SUA “STORIA DEL CALCIO A MONTEBELLO”
  • 5 Giugno 2016 :   FAENZA E BRISIGHELLA
  • 18 Giugno 2016 :  PADOVA – ORTO BOTANICO – SANTA GIUSTINA – BASILICA DEL SANTO
  • 3 Luglio 2016 :  MARZABOTTO – CENTRO STORICO MUSEO ETRUSCO
  • 24 Luglio 2016 :  PASSEGGIATA SUL MONTE CIMONE DI TONEZZA
  • 3-4 Settembre 2016 :  GRADARA E URBINO
  • 2 Ottobre 2016 :  THIENE – VILLA PORTO COLLEONI (CASTELLO DI THIENE)
  • 27 Ottobre 2016 :  PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI MARIA ELENA DALLA GASSA – IL TEMPO DEL FILO’
  • 6 Novembre 2016 :  MUSEO ARCHEOLOGICO DI VERONA – SAN GIORGIO INGANNAPOLTRON (GITA SOCIALE)
  • 16 Dicembre 2016 :  SERATA CON MARIA MONTAGNA CHE CI PRESENTERA’ IL SUO VIAGGIO IN TERRASANTA

SALVIAMO IL POZZO DEI CONTI SANGIOVANNI
SALVIAMO VILLA MIARI

ASSOCIAZIONE AMICI di MONTEBELLO

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