Categoria: <span>PERSONAGGI DI MONTEBELLO</span>

GIOVANNI MERLUGO

[513] GIOVANNI MERLUGO
Cartografo, agrimensore e abile commerciante

Di questo semisconosciuto personaggio, si sa solamente che svolse i mestieri di cartografo e cancelliere nel Territorio Vicentino nel XVIII secolo e in piccola parte nel XIX, senza però trovarvi mai accostato il suo paese di origine: Montebello. E il nome Montebello non appare neppure nella sua scheda personale della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza, poverissima di informazioni peraltro, poiché si limita a segnalare il nome del padre Antonio e niente di più. Questa assenza di informazioni è probabilmente dovuta al mancato approfondimento eseguito presso gli archivi parrocchiali. Ma, di quale paese volendolo fare?
Nemmeno lo storico Bruno Munaretto lo ricorda tra le persone illustri montebellane del passato citate nel suo libro del 1932 “Memorie Storiche di Montebello Vicentino”. Sicuramente non trovò menzione del luogo di origine del cartografo nei libri e nei documenti che all’epoca ebbe a consultare e quindi incolpevolmente non lo inserì nella sua elencazione. Pertanto per lui il Merlugo restò un perfetto sconosciuto. Nei suoi rogiti settecenteschi il notaio di Montebello Domenico Cenzatti cita almeno due volte l’agrimensore e cartografo Giovanni Merlugo e fa nascere un dubbio: poteva essere un suo compaesano? La successiva ricerca nei libri parrocchiali, con il proficuo e fattivo aiuto della signora Riccarda Mescola che così bene gestisce l’Archivio della parrocchia di Santa Maria di Montebello, è stata fondamentale. Di seguito i due rogiti menzionati.
Primo indizio. Tutto cominciò quando nel 1772 i fratelli Gio.Maria e Giuseppe Storato del fu Ruggero chiesero al Comune di Montebello di permutare una pezza di terra di loro proprietà, detta “il Prà Longo” nella contrà del Pizon1 ed ancora una porzione di terra per “la strada nova”, da farsi una volta ottenuto il cambio con due strade morte. Tutto si svolse con l’intervento di Giovanni Merlugo che per l’occasione disegnò una mappa rappresentante la campagna verso Cà Sordis compresa tra la Strada Regia (S.S. 11), il Vanzo ed il territorio di Brendola. La mappa del 1772 del Merlugo è in assoluto la più vecchia trovata.
Secondo indizio. Circa un anno e mezzo più tardi l’agrimensore Merlugo fu incaricato di misurare a Montebello un argine danneggiato in seguito alla piena del torrente Chiampo nel quale si era creata una falla lunga circa 45 metri. Committente Don Giulio Roselli proprietario della pezza di terra detta il “Prà del Marchese”2: stima del danno 300 Ducati. Quindi se è vero che due indizi fanno una prova, la presenza di Giovanni Merlugo a Montebello non fu casuale perché forse era il suo paese di nascita e proprio da qui iniziarono le sue esperienze professionali. Non restava altro che dimostrare questa tesi con i libri parrocchiali di Montebello.
Il primo dei Merlugo, il ventenne Pietro (bisnonno del cartografo), lo troviamo a Montebello nel 1668 impegnato nei lavori di rifacimento del ponte di sant’Egidio sul torrente Guà. Morì a Montebello nel 1721 alla bella età, per quel tempo, di 72 anni, uno dei suoi figli Giovanni, si trasferì però in quel di Chiampo.
Antonio figlio di Giovanni Merlugo nacque infatti a Chiampo (1720 ca.) per poi portarsi a Montebello dove, nel 1742, sposò Elisabetta Zampieroni di 19 anni, figlia di Fabio di professione falegname nella contrà Vigazzolo. Da questa unione nacquero 9 figli, ma alcuni non ebbero la fortuna di crescere e diventare adulti. Il primo maschio a venire al mondo, il 3 marzo 1743, fu proprio il nostro Giovanni futuro cartografo, che, come si usava, acquisì il nome del nonno, seguito da Domenico nel 1746, da Luigi nel 1749, da Angelo nel 1754, da Maria Teresa nel 1756. Altre figlie Teresa, Maria, Domenica e Giustina. La loro madre Elisabetta Zampieroni venne a mancare nel 1768. Alla fine di dicembre 1770, in occasione della convicinia3, Antonio fu nominato notaio comunale al posto di Domenico Cenzatti che, nel frattempo si era dimesso. Antonio oltre alla carica di notaio, appresa con molta probabilità dal citato Cenzatti, a Montebello svolse anche il mestiere di agente-procuratore del Prevosto Francesco Scortegagna. Nel dettare il proprio testamento il Prevosto lasciò allo stimato collaboratore la somma di 30 Ducati in premio della sua fedeltà. Proprio perché era il primogenito dei maschi anche Giovanni sicuramente ebbe un’istruzione particolare.
Pure i fratelli di Giovanni non se la passavano poi male a Montebello. Il citato Prevosto, uno dei redattori del “Dazio della Macina” del 1789 inserì Angelo Merlugo (forse commerciante) nel ristretto numero dei benestanti del paese e due gradini più in basso Domenico che di mestiere faceva il sensale o mediatore. Il cartografo Giovanni lasciò ben presto Montebello per recarsi un po’ ovunque nel vicentino, sempre impegnato a fornire mappe e disegni ora presso una, ora presso un’altra famiglia nobile. Però fissò la sua residenza a Vicenza.
Il testamento segreto del 22 settembre 1810, scritto di suo pugno, fu depositato presso il notaio della città Giuseppe Pirani e ci racconta molti particolari della sua vita. Innanzi tutto in questo rogito non viene mai citato il nome Montebello, impossibile, pertanto, per un ricercatore risalire al paese di origine del cartografo che ammise all’inizio del testamento di essere sano di mente e di non godere di buona salute. Si sa che in quel periodo era impiegato presso la Commissione Dipartimentale del Censo di Vicenza. Luogo della redazione del testamento, una stanza con una sola finestra che dava sulla Strada Pubblica, al primo piano di un edificio, nella Contrà dell’Isola nei pressi del Ponte degli Angeli, a Vicenza.
Si evince pure che non era sposato, e forse non lo era stato mai dal momento che nominò suo EREDE UNIVERSALE il fratello Luigi, sacerdote che, avendo aderito alla Chiesa dei Padri Riformati aveva acquisito il nome Paolo (a Montebello, in località Mira, esisteva un convento di questo ordine). Nel caso il sacerdote non potesse o non volesse accettare il lascito, nominò pure suoi eredi il fratello Domenico e i suoi figli e nipoti, nonché le sorelle Teresa, morta nel 1819 e Domenica nel 1817 a Montebello. Lasciò parte dei suoi attrezzi ad uso di architetto e agrimensore, contenuti nella più eccellente “Busta d’Inghilterra”4, al signor Balzi-Salvioni unitamente a tre raccolte di libri. Altri “ferri del mestiere” li lasciò al signor Francesco Cibele, tra i quali la Tavola Pretoriana con i suoi relativi attrezzi, la scatola di ottone con compasso magnetico e la Teodolite a cannocchiale.

Raccomandò all’esecutore testamentario Antonio Bortolo Maule (forse originario di Montebello) di far continuare con indefessa assistenza l’andamento del suo TRAFFICO DI TELAMI con la direzione del signor Marco de’ Gaspari. E’ chiaro che Giovanni Merlugo possedeva una avviata attività di commercio di tessuti, per cui lasciò, come legato alle signore Anna Vicari, Francesca Malacarne e Maddalena Ramina, tre pezze di stoffa, una per ciascuna a scelta, tra le numerose tele commerciate, adatte al confezionamento di vestiti da donna. Il cartografo morì quasi sicuramente dopo il 1815, mancando il suo nome nelle liste dell’Anagrafe Napoleonica fino a questa data. La mappa topografica che ha dato una certa fama a Giovanni Merlugo è quella del Territorio Vicentino del 1788. Altre mappe conservate nella Biblioteca Bertoliana sono:
1773 Torrente Astico a Fara Vicentino – 1776 Beni della famiglia Valmarana e dei Padri di san Bortolo;
1776 Beni delle famiglie Thiene, Cividale – 1776 Gaianigo di Gazzo Padovano – strada bassanese tra il torrente Tribolo e il fiume Tesina – 1794 Lusiana, Conco – confini;
1798 Beni di Giuseppe Salvi e dei fratelli Sassatelli – 1805 Torrente Agno. (Ottorino Gianesato)

IMMAGINI: 1) Composizione grafica di fantasia (Umberto Ravagnani).
2) La tavoletta pretoriana è uno strumento topografico antico usato per il rilievo e il disegno diretto dei territori in scala. Prende il nome dal matematico Johannes Praetorius. Permette di tracciare mappe e piani sul campo nello stesso momento in cui si guarda e si misura il paesaggio. Sulla destra una mappa eseguita il 10 aprile 1775 da Giovanni Merlugo “Publico Perito“.
NOTE: 1) La contrà del Pizon-Legnon si trova a sud della contrà del Borgo.
2) Oggi conosciuta come “Prà di Stocchero”.
3) La convicinia era formata dai capifamiglia maschi del luogo che si riunivano in assemblea per prendere decisioni.
4) Nel Settecento marittimo, le navi che praticavano la guerra per conto della corona britannica dovevano esibire una “Lettera di Marca” o “Bolla d’Inghilterra”. Si trattava di un documento ufficiale (spesso arrotolato o sigillato in un astuccio) che autorizzava i corsari inglesi ad attaccare legalmente i mercantili nemici. La storpiatura in “busta” deriva dalla traduzione descrittiva del contenitore o del plico sigillato che i capitani custodivano a bordo.
Umberto Ravagnani

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I PREDICATORI

[508] I PREDICATORI E BARTOLOMEO GUELFO

Nel XVIII secolo la poesia era un’arte ad esclusivo diletto degli ambiti nobiliari, per la ragione che i letterati professionisti appartenevano ai ceti più abbienti. Però parallelamente a questi virtuosi della penna, una pletora di poeti minori cercava luce e spazio, che non trovava, rassegnandosi a declamare i suoi versi in qualche bottega od osteria del paese
Come questi ultimi, il povero ciabattino montebellano Bartolomeo Guelfo, autodidatta con alle spalle un breve periodo di studi passato presso i Gesuiti, componeva delle poesie tra relitti di vecchie scarpe da riciclare od accomodare e pochi ritagli di cuoio.
Mostrò un grande interesse e profonda ammirazione nei confronti dei predicatori dei vari ordini religiosi che, soprattutto nei periodi precedenti la Pasqua ed il Natale, ma anche in altre feste importanti, intrattenevano la popolazione con i loro sermoni rivolti alla salvezza dell’anima. Finemente ispirato dalla presenza di questi sapienti ed eloquenti oratori spesso dedicò loro alcuni componimenti di ringraziamento e lode.
E’ pertanto grazie al Guelfo se, gratificando costoro, possiamo conoscere i religiosi che si alternarono a predicare durante le feste e le ricorrenze. Com’era consuetudine, pagati ed ospitati a spese dell’Amministrazione Comunale, quando invitati, ben volentieri ritornarono a Montebello a sferzare quelli con la fede un po’ vacillante.
Ad aprire l’elenco di questi maestri della parola citati dal Guelfo fu il monaco camaldolese Reverendo Don Ortensio Rossi presente a Montebello nel 1746, L’elenco si dipana negli anni a cavallo della metà del Settecento.
Nel 1749 arrivò invece il Reverendo Padre Francesco Sermondi del Terzo Ordine di San Francesco. Si sa che questo religioso fu Provinciale dei Minori Conventuali. In occasione della sua venuta a Montebello doveva essere abbastanza giovane dal momento che nel 1794 era Padre Guardiano nel Convento di San Lorenzo a Vicenza e nove anni prima aveva presenziato al Capitolo dello stesso.
Forse il Guelfo non produsse alcuna poesia dedicata al Padre Carmelitano Giuseppe M. Bertinelli, ma è più probabile che sia andata perduta. Presente in paese nel 1750 per le prediche diede vita pure alla Confraternita della S.S. Maria Vergine del Monte Carmelo. La terza domenica di luglio di quell’anno venne celebrata per la prima volta la festa della Madonna del Carmine. Per quella ricorrenza dai paesi vicini arrivò una moltitudine di persone anche perché, dopo le funzioni, si disputò il Palio dei Berberi, una corsa di cavalli di cui poco si conosce, ma che a detta di alcuni, si doveva disputare tra il ponte della Fracanzana e la piazza del Comune.
Il Guelfo, nel 1753, gratificò con alcuni versi il predicatore Don Valentino Scalzotto, conscio che sarebbero stati indegni della grandezza dell’arte oratoria del religioso.
L’anno seguente arrivò a predicare a Montebello, per la seconda volta, l’anziano domenicano Reverendo Padre Pietro Mezzanelli. Ben si sapeva in quel tempo quanto i domenicani fossero temuti per la durezza dei loro sermoni che incitavano e sferzavano i fedeli al pentimento sincero volto a ottenere la misericordia divina.
E vi tornò una terza volta un anno più tardi. In questa ultima occasione donò una reliquia di San Vincenzo Ferreri, impegnando, nel contempo, la Comunità Montebellana a far realizzare una pala d’altare entro due anni.*
Sempre nel 1755, onorò Montebello con le sue prediche il Reverendo Don Pietro Criconia che il nostro poeta gratificò con un madrigale.
Un predicatore al quale il Guelfo rivolse alcune poesie con opposte intenzioni fu, nel 1756, il Reverendo Don Pietro Pedon(i). Contrariamente ai primi versi pieni di lodi, il poeta ne produsse poi degli altri degni di quelli scritti dal romano Pasquino. Tutto si spiega poiché, in precedenza, per Montebello erano circolati dei fogli con un sonetto che doveva aver preso di mira qualche importante personaggio o apparivano così di cattivo gusto tanto che l’Amministrazione Comunale li fece togliere dalla circolazione. A questa decisione fu entusiasticamente favorevole Don Pietro Pedon scatenando così il malcontento del poeta montebellano.
Altri componimenti poetici in onore di vari predicatori furono prodotti nel 1760 e nel 1763 rispettivamente per lodare l’eloquenza del Reverendo agostiniano Padre Angelo Bernardi e del Reverendo Don Marc’Antonio Cittadini.
Nella solennità di Santa Croce del 1757, con la immancabile presenza di un predicatore, fu organizzato a Montebello un concerto. Il Guelfo non fu particolarmente entusiasta dei suonatori, soprattutto dell’organista, e definì i musici “soggetti da Cason non già da chiesa” in senso dispregiativo poiché penso che all’epoca il “Cason” non fosse altro che una specie di balera di campagna. Ebbe però versi di elogio per i suonatori di archi e corde: “Lascio a gl’archi, e alle corde i loro honori, che han saputo donar con dolci accenti gloria alla croce, e contentezza a’ cuori”. (Ottorino Gianesato)

BIBLIOGRAFIA: G.Maccagnan, “Bartolomeo Guelfo 1690-1765 – Poesie”, a cura di, 2007.
FOTO: Pala di San Martino con Santa Teresa d’Avila e Vincenzo Ferreri, opera di Giacomo Ciesa, custodita nella Chiesa Prepositurale di Montebello Vicentino (rielaborazione  grafica Umberto Ravagnani).
NOTA: * Fu dato l’incarico al pittore Giacomo Ciesa, che rappresentò San Martino, Santa Teresa d’Avila e San Vincenzo Ferreri. Fu restaurato nel 2000 (Ricerca di Luigi Dainese).
VEDI anche l’art. [6] CITTADINI ILLUSTRI del 13-01-2018.
Umberto Ravagnani

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CELESTINO BONVICINI

 

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IL RAGAZZO DI VIA BORGOLECCO

 

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TRA MUSICA E PITTURA

 

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ATTILIO GULBERTI

 

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LINO LOVATO

 

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DA MONTEBELLO A VENEZIA

 

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LA STORIA DI ANNA MIARI

 

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GIUSEPPE CRESTANI

 

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GIUSEPPE VACCARI

 

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IL CALZOLAIO FILOSOFO

 

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L’OFFICINA DELLE SPERANZE

 

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ATTILIO MARASCHIN

 

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RODOLFO FREALDO

 

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LE VOCI DEL PASSATO

 

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RISO AMARO

 

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LA VISPA TERESA

 

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A. PEDROLLO UN GENIO MUSICALE

[420] ARRIGO PEDROLLO: un genio musicale
Una vita dedicata alla musica, tra innovazione e tradizione

Il 23 dicembre 2024 segnerà il sessantesimo anniversario della scomparsa di Arrigo Pedrollo, straordinario compositore di Montebello Vicentino. La sua musica, ricca di sfumature e intensità, rappresenta un ponte tra tradizione e innovazione. Pedrollo non era solo un musicista, ma un autentico poeta dei suoni, capace di raccontare emozioni universali attraverso le sue note. La sua eredità artistica continua a risuonare, ispirando nuove generazioni e mantenendo viva la memoria di un talento unico. Celebrare Pedrollo significa onorare un faro della nostra cultura musicale, un esempio eterno di passione e genio creativo.
Nato il 5 dicembre 1878 a Montebello Vicentino, Arrigo Pedrollo rappresenta uno dei nomi più brillanti della musica italiana del XX secolo. La sua vita e la sua carriera testimoniano un raro connubio di talento, dedizione e visione, che gli hanno permesso di conquistare un posto di rilievo nel panorama lirico e sinfonico internazionale.
Figlio di Luigi Pedrollo, organista e direttore di banda, e di Santa Businello, Arrigo crebbe in un ambiente ricco di stimoli musicali. Il talento precoce del giovane Pedrollo si rivelò già in tenera età: a soli quattro anni suonava composizioni di Chopin, mentre a cinque otteneva i suoi primi riconoscimenti pubblici. La contessa Elisa Marsilio Orgian Piovene, colpita dalle sue doti, intervenne per introdurlo ai maestri Antonio e Gaetano Coronaro.
Grazie a questo sostegno, nel 1892 Pedrollo fu ammesso al Conservatorio di Milano, distinguendosi come il migliore tra undici candidati. Qui studiò pianoforte sotto la guida di Guglielmo Andreoli e approfondì armonia e composizione con Gaetano Coronaro, ereditando una solida preparazione che sarebbe stata alla base della sua futura produzione musicale. Durante gli anni di studio, la sua versatilità lo portò a diventare “maestrino”, insegnando pianoforte e solfeggio a studenti più giovani.
Nel 1900, a conclusione del suo percorso di studi, Pedrollo presentò la sua Sinfonia in Si Minore, conosciuta come La romantica. L’opera, articolata in quattro movimenti, fu diretta nientemeno che da Arturo Toscanini, un evento straordinario per un giovane compositore. Questo riconoscimento segnò un momento cruciale per la sua carriera, consacrandolo come un talento emergente nel panorama musicale italiano.
Il 1908 segnò una tappa fondamentale per Pedrollo con la vittoria del Concorso Sonzogno grazie alla sua prima opera lirica, Juana. Basata sul libretto di Carlo De Carli, Juana si distinse per la complessità emotiva e narrativa, combinando tradizione e sperimentazione. L’opera debuttò nel 1914 al Teatro Eretenio di Vicenza, riscuotendo un grande successo e venendo replicata in molti altri teatri italiani.
Parallelamente, Pedrollo compose Terra Promessa, un’opera che esplorava tematiche bibliche e spirituali attraverso una scrittura musicale raffinata. Presentata per la prima volta al Teatro Ponchielli di Cremona, l’opera fu accolta con entusiasmo e successivamente rielaborata nel 1913, confermando l’abilità del compositore di innovare pur rimanendo radicato nella tradizione.
Il 1920 rappresentò un anno chiave nella carriera di Pedrollo, segnato dalla presentazione di due delle sue opere più importanti: La veglia e L’uomo che ride. La prima, rappresentata al Teatro dei Filodrammatici di Milano, si caratterizzò per un’intensa carica emotiva e un linguaggio musicale innovativo. Accolta con entusiasmo, l’opera fu replicata in Italia e all’estero, arrivando anche al Metropolitan di New York.
Contemporaneamente, Pedrollo portò in scena L’uomo che ride, un adattamento del celebre romanzo di Victor Hugo. Quest’opera, messa in scena al Teatro Costanzi di Roma, consolidò la sua reputazione come uno dei compositori più apprezzati del suo tempo, dimostrando la sua capacità di tradurre grandi capolavori letterari in esperienze musicali di grande impatto.
Milano divenne la città d’elezione per Pedrollo, non solo come compositore ma anche come docente. Nel 1924, Maria di Magdala, un’opera lirica ispirata a temi evangelici, debuttò al Teatro Dal Verme, ottenendo grande successo. Due anni dopo, il compositore presentò Delitto e castigo, tratto dall’omonimo romanzo di Dostoevskij, alla Scala di Milano. Quest’opera, caratterizzata da una scrittura orchestrale audace e da un’intensa introspezione psicologica, rappresentò uno dei vertici della sua carriera.
Parallelamente all’attività compositiva, Pedrollo assunse nel 1929 la cattedra di contrappunto al Conservatorio di Milano, contribuendo alla formazione di una nuova generazione di musicisti e consolidando il suo ruolo nella scena musicale italiana.
Negli anni Trenta, Pedrollo continuò a creare opere di grande rilievo, come Primavera Fiorentina e L’amante in trappola, quest’ultima basata su una novella del Decamerone. Queste composizioni, apprezzate sia in Italia che all’estero, dimostrarono la capacità del compositore di rinnovare il linguaggio musicale senza abbandonare le radici della tradizione lirica.
Un’altra opera significativa fu Il giglio di Alì, composta negli anni Quaranta e frequentemente trasmessa dalla Rai. Questo lavoro riflette la maturità artistica di Pedrollo, capace di combinare elementi tradizionali e moderni con una sensibilità unica.
Nel 1941, Pedrollo lasciò il Conservatorio di Milano per dirigere il Liceo Musicale Pollini di Padova. Tuttavia, il legame con la sua terra d’origine rimase sempre forte, e nel 1942 tornò a Vicenza, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Sebbene in questa fase la sua attività compositiva si fosse ridotta, Pedrollo continuò a essere una figura di riferimento nella scena musicale italiana.
Arrigo Pedrollo è stato un compositore capace di unire tradizione e innovazione, creando opere che ancora oggi risuonano per la loro profondità emotiva e il loro valore artistico. Dalle sue prime composizioni sinfoniche ai capolavori lirici, la sua carriera rappresenta un modello di dedizione e genialità.
Oggi, il suo lavoro è un tesoro che merita di essere riscoperto, non solo come testimonianza di una straordinaria epoca musicale, ma anche come esempio di un artista che ha saputo interpretare il suo tempo con passione e visione.
Nel 1924, Arrigo Pedrollo creò la Marcia dei Combattenti, un omaggio carico di emozione per l’inaugurazione del monumento ai caduti di Montebello. Questa composizione per banda, che potrebbe essere ancora custodita negli archivi della banda civica locale, rappresenta un pezzo di storia e tradizione che meriterebbe di essere riscoperto e valorizzato.
Un sincero ringraziamento va al nipote di Arrigo, Raffaello Pedrollo, il cui contributo informativo è stato indispensabile per questo nostro articolo. Raffaello inoltre ci informa della recentissima produzione del CD di La Veglia da parte del soprano Denia Mazzola Gavazzeni pubblicata da Bongiovanni Bologna e che la Nuova Orchestra Pedrollo, un’orchestra d’archi attiva dal 2014, si esibisce regolarmente, mantenendo vivo il nome del maestro. Alcune registrazioni, disponibili su YouTube, permettono di riscoprire il fascino della sua musica.

LA NUOVA ORCHESTRA PEDROLLO è composta da musicisti che scelgono di incontrarsi, condividere esperienze e intrecciare storie attraverso la musica. Ogni prova è un dialogo tra note scritte e mani che le rendono vive, rivelando una bellezza nascosta. La musica diventa arte viva, arricchita dai luoghi, dalle emozioni del pubblico e dall’unione di strumenti.

ARRIGO PEDROLLO: WALZER - Ascolta ...

Arrigo Pedrollo: Walzer / Gabriele Dal Santo, pianoforte e direttore – Nuova Orchestra Pedrollo /
Registrata al Teatro Olimpico, Vicenza nel 2014, in occasione del 50esimo della morte di A. Pedrollo.

Violini I:
M° Giovanni Guglielmo, primo violino
Irene Pedrollo, Andrea Giacometti, Alessandro Gasperini, Giulio Marangoni, Eleonora Dal Santo

Violini II:
Tiziano Guarato, Enrica Ronconi, Laura Mazza, Giulia Menara

Viole:
Lisa Bulfon, Michele Sguotti, Nicola Possente, Pamela Micoli

Violoncelli:
Daniele Cernuto, Massimiliano Varusio, Anna Grendene

Contrabbassi:
Michele Gallo, Antonio Danese

Arpa: Giulia Rettore

Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:
– G.Maccagnan, Una vita per la musica, 2018;
– F.Grassi, Arrigo Pedrollo, 1979.
– Testi del soprano Denia Mazzola Gavazzeni per la recentissima registrazione di “La Veglia” – Bongiovanni Bo 2024.
FOTO:
1) Il Maestro Arrigo Pedrollo ai tempi di “Juana” – 1914. Sullo sfondo ritratto di Giosuè Carducci con dedica (dal libro Arrigo Pedrollo di Francesco Grassi).
2) Lettera manoscritta inviata da Arrigo Pedrollo ad un suo ammiratore a l’Havana (Cuba), il 26 novembre 1924. All’interno le prime note dell’opera “Maria di Magdala” (collezione privata Umberto Ravagnani).
3) Arrigo Pedrollo all’epoca di “L’uomo che ride“, esattamente un secolo fa, in prima pagina sulla prestigiosa rivista “Musica e Scena”.

Vedi anche gli articoli n.[150] del 5/9/2019 “ARRIGO PEDROLLO” in e n.[359] del 12/10/2023 “Memoria per ARRIGO PEDROLLO”.

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PADRE GIORGIO M. ZEINI

 

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ANTONIO AGOSTINI

 

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ARTURO COSTA

 

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GEMMA CENZATTI

 

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FRA LUIGI MARIA VERLATO

 

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DON ANGELO CRASCO

 

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DON GIROLAMO DALLA-BARBA

 

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IL PIÚ BUONO DELL’ANNO

 

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GEMMA BERTONCIN

 

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DUE SACERDOTI DEL PASSATO

 

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LA MAESTRA CATERINA BERGAMI

 

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