Categoria: <span>PERSONAGGI DI MONTEBELLO</span>

UN RITORNO AMARO

[477] UN RITORNO AMARO
Il bastone inciso nel dolore

Gio.Batta Zerbato nasce il 10 Dicembre 1899 in una famiglia già segnata dall’assenza. È orfano di padre e cresce in fretta, come spesso accade a chi impara presto che il tempo non fa sconti. Quando la guerra arriva a bussare anche a Montebello Vicentino, lui è ancora poco più che un ragazzo. Eppure, nel giro di pochi mesi, la sua vita viene risucchiata dentro un meccanismo più grande di lui, fatto di chiamate alle armi, trasferimenti improvvisi, fronti che cambiano nome e volto. Il 9 maggio 1917 si presenta alla visita di leva. È giudicato soldato abile di terza categoria. Nei verbali restano annotati alcuni tratti fisici, come se qualcuno avesse voluto fermare quell’immagine prima che il tempo e la guerra la consumassero. Gio.Batta è alto, con i capelli ricci. Un bel ragazzo, così viene descritto. Un dettaglio che oggi colpisce, perché racconta una normalità spezzata, un corpo giovane che di lì a poco verrà messo alla prova fino allo stremo.
Il 14 giugno 1917 arriva la chiamata ufficiale. Gio.Batta viene arruolato e assegnato, come molti altri giovani della sua zona, al 6° Reggimento Alpini, Truppe Complementari Vicenza. Entrare negli Alpini non è solo una destinazione militare, è quasi un marchio d’identità. Il Battaglione Vicenza, in particolare, ha una storia lunga e rispettata. È nato nel 1886, erede del disciolto Val di Schio, e porta con sé una tradizione fatta di montagne, sacrificio e orgoglio silenzioso.
Il suo ingresso nel reparto avviene subito dopo uno dei momenti più duri per l’esercito italiano: la Strafexpedition. Le truppe austro-ungariche hanno colpito con forza sulle montagne vicentine, lasciando dietro di sé distruzione e perdite pesanti. Ora è il momento della controffensiva italiana, e gli Alpini vengono chiamati a fare ciò che sanno fare meglio: resistere, risalire pendii impossibili, tenere posizioni in condizioni estreme. Gio.Batta arriva in questo contesto, senza il tempo di abituarsi, senza gradualità.
Nella tarda primavera del 1917 il Battaglione Vicenza opera sul Pasubio e sul Coston di Lora. Sono luoghi che oggi evocano silenzio e panorami aperti, ma allora erano un intreccio di trincee, camminamenti, ricoveri scavati nella roccia. La vita quotidiana è fatta di attese lunghe e improvvise scariche di violenza. Per un ragazzo come Gio.Batta, il passaggio dalla casa al fronte è brutale. Ogni giorno insegna qualcosa che nessuno dovrebbe imparare così presto.
Ad agosto arriva un nuovo ordine. Il 6° Reggimento Alpini viene trasferito sul Carso. È un mondo diverso, quasi alieno rispetto alle montagne. La roccia è nuda, il terreno bruciato dal sole e dalle esplosioni. Qui gli Alpini partecipano ai combattimenti sull’Altopiano della Bainsizza, una delle fasi più sanguinose della guerra sull’Isonzo. Gli assalti si susseguono, le perdite aumentano, la stanchezza diventa cronica. Si combatte per pochi metri, per una quota, per una trincea che il giorno dopo potrebbe essere persa di nuovo. Poi, alla fine di ottobre, tutto crolla. Caporetto travolge l’esercito italiano. Le linee si spezzano, la ritirata diventa inevitabile. È un arretramento confuso, spesso disordinato, in cui si mescolano soldati di reparti diversi, feriti, stanchi, affamati. Anche gli Alpini del Vicenza sono coinvolti in questo movimento caotico verso ovest. Molti non ce la fanno, altri vengono fatti prigionieri, altri ancora riescono a salvarsi per caso.
Il 7 novembre, nei pressi di Bassano, i superstiti del Carso e dell’Isonzo vengono raccolti e riorganizzati. È un momento fragile, in cui si cerca di rimettere insieme ciò che resta. In due fasi successive, il reparto viene schierato sull’Altopiano dei Sette Comuni. Ancora montagne, ancora freddo, ancora trincee. Più tardi, verso la fine della guerra, il fronte si sposterà sul Piave, tra Feltre e Valdobbiadene. Il conflitto si avvia lentamente alla conclusione, ma per molti il peggio deve ancora arrivare.
Nei documenti ufficiali del Distretto Militare di Vicenza non c’è traccia di uno degli eventi più importanti della vita di Gio.Batta: la sua cattura. Eppure, secondo quanto tramandato dai familiari, viene preso prigioniero sul Monte Fior, proprio sull’Altopiano dei Sette Comuni. È un passaggio decisivo, che segna una frattura netta tra il prima e il dopo. Dalla guerra combattuta si passa alla guerra subita, quella senza armi, fatta di fame, freddo e attesa.
Dopo la cattura, Gio.Batta viene deportato. Non è chiaro con certezza dove venga detenuto. Le ipotesi parlano di Mauthausen o di Sigmundsberg, in Austria o in Ungheria. Come accade spesso per i prigionieri, la sua storia si perde tra archivi incompleti e ricordi orali. Ma una cosa è certa: la prigionia è durissima. Le condizioni di vita nei campi sono estreme. Il freddo morde, il cibo è insufficiente, le malattie si diffondono rapidamente. Il corpo inizia a cedere.
È in questo contesto che Gio.Batta realizza un oggetto destinato a diventare il simbolo più concreto della sua esperienza: un bastone intarsiato. Lo lavora durante la prigionia, con pazienza e ostinazione. È un gesto che va oltre l’artigianato. È un modo per resistere, per occupare la mente, per affermare la propria identità in un luogo che tende ad annullarla. Sul bastone incide una data precisa: 5 dicembre 1917. È il giorno del suo internamento. Un segno inciso nel legno come a dire: io c’ero, questo è successo.

Quando la guerra finisce, Gio.Batta non torna subito alla vita civile come gli altri. Deve prima completare formalmente il servizio militare. Il suo stato di salute è ormai compromesso. Le conseguenze della prigionia sono evidenti. Viene concesso un periodo di licenza straordinaria “con assegni”, in attesa degli accertamenti medico-legali. Il 28 aprile 1919, l’Ospedale Militare Principale di Firenze riconosce ufficialmente la gravità delle sue condizioni.
Alla fine del 1919 arriva il congedo illimitato assoluto. Gio.Batta torna a casa con una pensione privilegiata di guerra per infermità contratta in servizio. Ma il ritorno non ha nulla di festoso. Porta con sé un corpo segnato e una salute fragile. Durante la prigionia gli sono state amputate alcune dita dei piedi, probabilmente a causa del congelamento. Una mutilazione che racconta il freddo insopportabile e l’abbandono vissuti nei campi.
Il suo rientro in famiglia viene ricordato con una frase in dialetto: “xe quà ningera”. Un’espressione che indicava i giovani irruenti, quelli che non ascoltavano facilmente i consigli dei più grandi. È una frase detta forse per sdrammatizzare, forse per mascherare l’emozione. Dopo mesi, forse anni di silenzio e paura, Gio.Batta è di nuovo lì, davanti a loro. Ma non è più il ragazzo partito per la guerra. Da quel momento inizia una lunga malattia. Il fisico, già provato, non riesce a recuperare. Le sofferenze patite in prigionia continuano a presentare il conto. Giorno dopo giorno, la sua vita si consuma lentamente. La guerra, anche se finita, continua a vivere dentro di lui. Gio.Batta muore il 30 agosto 1922, a Montebello. Non ha ancora compiuto ventitré anni. Viene sepolto nel nuovo cimitero di Selva, lasciando dietro di sé una storia breve, intensa e dolorosa.
Il bastone intarsiato, oggi custodito dal nipote che porta il suo stesso nome, è forse la testimonianza più forte di questa vicenda. Non è solo un oggetto, ma una traccia tangibile di resistenza e memoria. Ogni incisione racconta il tentativo di restare umano in un luogo disumano. Guardandolo, si può immaginare Gio.Batta seduto da qualche parte, in un campo lontano, intento a incidere il legno per non perdersi del tutto.
La sua non è una storia di eroismi celebrati o di medaglie. È la storia silenziosa di un ragazzo travolto dalla guerra, sopravvissuto al fronte e alla prigionia, ma non alle conseguenze. Una vicenda che ricorda come il conflitto non finisca con l’armistizio e come molte vite continuino a spegnersi lontano dal rumore dei cannoni, nel silenzio delle case e dei piccoli cimiteri.
Umberto Ravagnani, Ottorino Gianesato

BIBLIOGRAFIA: – O. Gianesato “I Soldati di Montebello Chiamati alle armi nella guerra 1915-18“, Associazione Amici di Montebello, 2008-2014.
– M.RIGONI STERN, 1915-1918 LA GUERRA SUGLI ALTIPIANI, 2000.
FOTO:
1) GioBatta Zerbato quando fu chiamato al servizio militare (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) Il prezioso bastone intarsiato realizzato da Gio.Batta Zerbato durante la prigionia (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
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IL RAGAZZO DI VIA BORGOLECCO

[475] IL RAGAZZO DI VIA BORGOLECCO
Una giovinezza tra fede e scuola

Giuseppe Cederle nacque a Montebello Vicentino il 16 agosto 1918, in una casa modesta di Via Borgolecco, allora conosciuta da tutti come Via Fonda. L’abitazione portava il numero 73 ed era semplice, con muri spessi, un piccolo cortile e stanze che si adattavano come potevano alla crescita della famiglia. Lì nacquero tutti e sette i figli di Antonio Cederle e Teresa Muraro, e lì Giuseppe trascorse l’intera infanzia, fino almeno al 1930. Via Borgolecco era una strada popolare, dove quasi ogni porta restava socchiusa nelle giornate di lavoro e dove i bambini correvano tra i cortili e le stalle senza bisogno di troppe raccomandazioni. La comunità era compatta, e ogni famiglia conosceva la storia e le difficoltà delle altre.
Nella casa dei Cederle non mancava mai il movimento. Sette figli significavano voci, incombenze, piccoli conflitti e un continuo adattarsi. Antonio e Teresa gestivano tutto con pazienza e un senso pratico imparato nel tempo. Come molte famiglie del Veneto rurale, vivevano con rigore e parsimonia. Non c’erano sprechi e ogni oggetto aveva un valore preciso. La religione e la vita di comunità erano parte del ritmo quotidiano. Giuseppe crebbe in questo ambiente semplice e ordinato, imparando presto il significato della responsabilità condivisa. Frequentò le scuole elementari a Montebello, dove emerse come un bambino attento, educato e desideroso di imparare. Gli insegnanti ricordavano con particolare favore gli alunni capaci di mantenere la concentrazione anche quando le classi erano numerose e lo spazio mancava. In quegli anni, la scuola elementare era il primo vero ponte verso il mondo esterno. I libri scolastici proponevano una visione della storia e dell’Italia filtrata dal regime, ma gli insegnanti locali, legati al territorio, cercavano spesso di dare spazio a ciò che ritenevano davvero utile: la lettura, la scrittura, il calcolo e il rispetto degli altri.
Nel 1930, la vita di Giuseppe ebbe una svolta importante: lasciò la casa di Via Borgolecco per entrare nel Collegio Maria Immacolata di Montecchio Maggiore, gestito dai Giuseppini. Qui frequentò le tre classi della scuola media. Il passaggio da Montebello al collegio fu significativo. Montecchio, con i suoi castelli che dominavano le alture e la struttura più articolata del paese, offriva un ambiente urbano di dimensioni maggiori e una crescita intellettuale più definita. I Giuseppini avevano un metodo educativo solido, fondato su disciplina, studio e accompagnamento spirituale. Per un ragazzo riflessivo come Giuseppe fu un contesto ideale.
La vita di collegio gli insegnò a confrontarsi con coetanei provenienti da altri paesi, a organizzare il proprio tempo e a coltivare il senso della cura verso gli altri. Qui si rafforzò quella naturale inclinazione al ruolo educativo che molti gli riconobbero negli anni successivi. Non sorprende quindi che, attorno al 1935, lo si trovi come Istitutore presso il convitto dei Padri Somaschi a Casale Monferrato. Il compito dell’istitutore era guidare i giovani studenti nella vita quotidiana: studio, riposo, comportamenti corretti. Era una responsabilità non banale per un ragazzo di poco più di diciassette anni.
Nel frattempo, la famiglia Cederle viveva un cambiamento. Tra il 1930 e il 1940, in una data non esattamente documentata, lasciò la casa di Via Borgolecco e si trasferì in Via Trento, poco oltre un capitello votivo molto noto ai residenti. Qui Antonio prese in gestione una piccola osteria con gioco delle bocce. L’osteria era un punto d’incontro importante, un luogo dove si discuteva, si passava la sera e si costruivano legami. Per i figli l’ambiente era nuovo e curioso: più gente, più voci, un continuo viavai. I Cederle avrebbero vissuto in Via Trento fino al 1962 o 1963, anche dopo la morte di Antonio, prima di trasferirsi quasi tutti a Vicenza. Pierino, il figlio più giovane, subito dopo il matrimonio, nel 1958, lasciò Montebello per trasferirsi in Svizzera con la moglie e vi rimase per 5 anni. Tornato in Italia si stabilì ad Alte Ceccato e, nel 1983, tornò definitivamente a Montebello.
Giuseppe, intanto, continuava il suo percorso di formazione. Attorno al 1936 completò l’abilitazione magistrale, conseguì la maturità classica e si iscrisse all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove intraprese gli studi in lettere e filosofia. Questo passaggio fu per lui un’opportunità straordinaria. Milano negli anni Trenta era una città complessa, in piena trasformazione urbanistica. L’Università Cattolica, ospitata in un antico monastero con chiostri rinascimentali restaurati con attenzione, offriva a giovani come lui un ambiente ricco di stimoli culturali e spirituali.
Gli studi in lettere e filosofia lo misero a contatto con docenti di valore e con compagni provenienti da tutta Italia. L’ateneo non era solo un luogo di istruzione, ma una comunità che incoraggiava la riflessione, il dibattito e la crescita personale. Per Giuseppe, cresciuto tra le colline vicentine e la quiete dei collegi religiosi, Milano rappresentò un orizzonte più ampio. Qui affinò la sua capacità di analisi, imparò a leggere i testi con profondità e approfondì la convinzione che l’educazione fosse la chiave per migliorare la vita delle persone.
Dopo la laurea, trascorse un breve periodo nuovamente a Montebello, dove offrì la sua disponibilità come istruttore di canto sotto la guida dell’organista Leone Crosara, figura vivace della vita musicale locale. L’istruzione musicale era spesso unita all’attività parrocchiale, e lavorare con Crosara significava occuparsi sia della formazione dei giovani cantori sia dell’animazione liturgica.
La sua vita cambiò bruscamente il 18 febbraio 1940, quando venne chiamato al servizio militare. All’inizio la leva poteva sembrare un’interruzione temporanea degli studi e dei progetti professionali, ma la guerra in corso stava già alterando profondamente le prospettive di molti giovani italiani. Dopo i primi mesi di addestramento fu promosso sergente. Nel settembre del 1941 venne inviato a Napoli per frequentare la Scuola allievi ufficiali di complemento di fanteria, un percorso che formava giovani destinati a ruoli di comando. Per “fanteria” si intende l’arma che combatte a piedi; gli ufficiali di complemento erano giovani laureati o diplomati chiamati a integrare l’organico degli ufficiali di carriera in tempo di guerra.
Nel maggio 1942 fu nominato sottotenente e destinato al 39° Reggimento fanteria, da cui passò al XXXII battaglione d’istruzione a Nocera Inferiore. Qui contribuì all’addestramento delle reclute. La vita militare richiedeva disciplina, ma anche capacità di guidare e sostenere gli uomini nei momenti difficili. La sua indole calma e la sua formazione educativa risultarono preziose.
Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio e il crollo dell’alleanza con la Germania, la situazione cambiò radicalmente. Molti reparti furono disarmati, altri si dispersero. Giuseppe scelse una strada coraggiosa: richiese di essere inviato in prima linea, pur appartenendo a un reparto che non avrebbe dovuto combattere direttamente. Venne così assegnato a un plotone del nuovo esercito cobelligerante che affiancava gli Alleati nella risalita della penisola.
Il suo ultimo giorno fu l’8 dicembre 1943, a Quota 343 di Monte Lungo, presso Cassino. Il terreno era scosceso e pieno di caverne naturali dove i tedeschi avevano predisposto posizioni difensive difficili da espugnare. Mentre guidava i suoi uomini all’assalto sotto un intenso fuoco di mitragliatrici e bombe a mano, fu colpito da una scheggia che gli fracassò un braccio. Nonostante il dolore continuò a incitare i soldati: « Ho dato un braccio alla Patria, non importa, avanti per l’onore d’Italia ». Poco dopo fu colpito a morte, ma trovò la forza di compiere un gesto che sarebbe rimasto impresso nella memoria di tutti: estrasse da sotto la giubba una bandiera tricolore e la scagliò in avanti, indicando ai suoi uomini la direzione dell’assalto. Quel gesto, semplice e insieme potentissimo, divenne il simbolo del coraggio del nuovo esercito italiano. Per questi fatti gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Eppure, per comprendere davvero chi fosse Giuseppe Cederle, bisogna guardare soprattutto ai suoi primi vent’anni: alla casa stretta di Via Borgolecco, alla scuola elementare di paese, ai corridoi silenziosi del collegio di Montecchio, ai giorni da istitutore a Casale Monferrato, alle letture universitarie nel chiostro della Cattolica, alle serate nell’osteria di Via Trento dove la famiglia si era trasferita. La sua vita, prima della guerra, racconta di un giovane attento, formato da un ambiente semplice e da un desiderio costante di crescere e far crescere gli altri.
La sua storia è quella di un ragazzo che imparò presto il valore della responsabilità, che studiò con serietà, che educò, cantò, insegnò, ascoltò. Un ragazzo che, nel momento più duro, seppe trasformare questa storia quotidiana in un atto di coraggio assoluto. Se si cerca la radice del suo gesto finale, bisogna tornare proprio lì: a Via Borgolecco, alla luce calma della sua infanzia.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: Numero Unico “Giuseppe Cederle, medaglia d’oro“, 9 dicembre 1943 – 9 dicembre 1945, Il Giornale di Vicenza.
FOTO: Giuseppe Cederle
quando fu chiamato al servizio militare (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
VEDI
anche i nostri articoli: [1] “L’EROE DI MONTELUNGO” e [216] “GIUSEPPE CEDERLE e l’intitolazione della scuola elementare di Montebello”.
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TRA MUSICA E PITTURA

[474] TRA MUSICA E PITTURA
L’eleganza discreta dei Mocenigo

Nel 1870 Alvise Francesco Mocenigo, discendente di una delle più antiche e illustri famiglie veneziane — quella che aveva dato alla Serenissima ben sette Dogi — acquistò una villa a Montebello dalla baronessa Hermann. L’edificio, un tempo elegante residenza di campagna, era stato profondamente danneggiato negli anni precedenti, quando era stato usato come alloggio per gli operai impiegati nella costruzione della linea ferroviaria Ferdinandea, che collegava Milano a Venezia. Decine di lavoratori, ospitati tra le sue mura, avevano inevitabilmente contribuito al deterioramento degli ambienti, trasformando quella che era nata come dimora nobiliare in un improvvisato dormitorio.
La baronessa Hermann, proprietaria colta e intraprendente, si era impegnata con grande dedizione nel restauro della villa, riportandola al decoro originario. Quando la mise in vendita, Alvise Mocenigo ne riconobbe subito il valore storico e la bellezza. Per lui e per la moglie Clementina Spaur, la villa sarebbe diventata un rifugio ideale lontano dal ritmo cittadino, immerso nel verde e nella quiete delle colline vicentine.
Alvise era nato a Venezia nel 1799, solo due anni dopo la fine della Repubblica di Venezia, travolta dalle armate napoleoniche nel 1797. Cresciuto in un’epoca di grandi cambiamenti, aveva assistito alla fine del dominio veneziano, al passaggio sotto l’Austria e poi al lento risveglio del Veneto nel XIX secolo. Nonostante la perdita del potere politico, le famiglie nobili veneziane conservarono un ruolo di primo piano nella vita culturale e sociale della città, e i Mocenigo furono tra i protagonisti di questa nuova stagione.
Nel 1840, quando aveva ormai quarantuno anni, Alvise sposò Clementina Spaur, una giovane viennese di ventiquattro anni, figlia del governatore austriaco di Venezia. Il loro matrimonio univa due mondi: l’aristocrazia veneziana, legata alle glorie passate della Serenissima, e la nobiltà austriaca, simbolo del potere imperiale che allora dominava la città. Fu un’unione non solo di prestigio ma anche di interessi culturali comuni, poiché entrambi amavano l’arte, la musica e la vita elegante che animava i salotti dell’Ottocento.
Clementina Spaur era una donna fuori dal comune. Dotata di un temperamento vivace e sensibile, si era fatta apprezzare per la sua cultura e per le sue doti artistiche. Amava la pittura e la musica, due passioni che nel mondo femminile dell’epoca trovavano spesso poco spazio. La società ottocentesca, dominata da una mentalità maschilista, vedeva infatti con diffidenza le donne che si dedicavano all’arte. Clementina, invece, riuscì a conquistare rispetto e ammirazione, tanto da essere considerata una delle più raffinate pittrici del suo ambiente.
Non è un caso che il suo nome compaia accanto a quello di Giuseppe Verdi. Quando nel 1844 il compositore portò in scena al Teatro La Fenice il dramma lirico in quattro atti Ernani, scritto su libretto di Francesco Maria Piave, volle dedicare l’opera proprio alla contessa Clementina Mocenigo-Spaur, definendola “distinta cultrice della musica italiana”. Una dedica di grande prestigio, segno dell’attenzione e del rispetto che Verdi nutriva nei suoi confronti. Nello stesso periodo, il marito Alvise era presidente del Teatro La Fenice, ruolo che gli consentì di sostenere la produzione musicale veneziana e di promuovere nuovi talenti.
L’acquisto della villa di Montebello avvenne dunque in un momento di piena maturità per i coniugi Mocenigo. È facile immaginare Clementina, pittrice e amante della natura, affascinata dal paesaggio collinare che circondava la dimora: le vigne, i cipressi, la luce che mutava dolcemente durante il giorno. Per lei, abituata alle atmosfere urbane di Venezia, Montebello doveva apparire come un’oasi di calma e di ispirazione.
La villa, come molte residenze nobiliari venete, affondava le sue origini tra Sei e Settecento, quando le famiglie patrizie di Venezia avevano iniziato a costruire dimore di campagna ispirate ai modelli palladiani. Queste ville non erano solo luoghi di villeggiatura, ma anche centri di gestione agricola: un modo per unire il piacere del vivere in campagna con la produttività delle terre circostanti. Nell’Ottocento, molte di queste proprietà persero la loro funzione economica per diventare spazi dedicati al riposo e alla vita culturale. La villa di Montebello si inseriva perfettamente in questa tradizione, con il suo equilibrio tra sobrietà architettonica e bellezza paesaggistica.
L’edificio, dopo il restauro della baronessa Hermann, doveva presentare interni ampi e luminosi, con sale affrescate, pavimenti alla veneziana e soffitti decorati. È probabile che i Mocenigo vi abbiano introdotto nuovi arredi e opere d’arte, adattandola al gusto ottocentesco, più intimo e meno sfarzoso rispetto ai secoli precedenti. Clementina, in particolare, dovette imprimere il suo tocco personale: piccoli quadri, ritratti e paesaggi dipinti da lei stessa o scelti con cura.
Quando Alvise morì a Venezia nel 1884, la lunga storia della famiglia legata alla villa giunse al termine. Come era consuetudine, prima della vendita venne redatto un inventario dettagliato di tutti gli oggetti presenti. Il documento, che elenca 284 voci suddivise in 34 ambienti, è una fonte preziosa per ricostruire l’atmosfera della casa. Vi compaiono mobili, libri, dipinti, suppellettili e oggetti religiosi, segno di una vita domestica elegante ma non ostentata.
Tra le opere menzionate figura un quadro raffigurante la Beata Vergine Maria, che si ritiene possa essere stato dipinto da Clementina stessa durante uno dei suoi soggiorni a Montebello. La scelta del soggetto religioso non sorprende: nell’Ottocento, la devozione mariana era un tema molto amato, e per una donna pittrice rappresentava anche un modo discreto di esprimere sensibilità e spiritualità.
Sebbene non siano rimasti molti esempi delle opere di Clementina Spaur, le poche testimonianze disponibili ne mostrano una notevole finezza di esecuzione e una predilezione per i toni morbidi e armoniosi. La sua pittura riflette quella delicata fusione tra romanticismo e realismo tipica dell’epoca: l’attenzione al sentimento e al paesaggio, ma anche un gusto per il dettaglio e per la luce naturale.
Durante gli anni trascorsi nella villa, la contessa dovette vivere momenti di quiete e di ispirazione. La residenza non era solo un luogo di riposo, ma anche un piccolo centro di vita culturale. È probabile che vi ospitasse amici, artisti e musicisti, come accadeva nelle case nobiliari di allora. I Mocenigo, del resto, erano noti per la loro ospitalità e per il sostegno dato agli ambienti artistici veneziani.
Dopo la morte di Alvise, Clementina probabilmente trascorse ancora qualche tempo nella villa, ma in seguito la proprietà fu venduta. I nuovi acquirenti si susseguirono negli anni, e la dimora conobbe diverse trasformazioni, ma il periodo mocenigiano rimase uno dei più interessanti della sua storia. Non solo per i restauri e gli arredi, ma per il clima culturale che vi si respirava, frutto di un incontro tra tradizione veneziana e gusto mitteleuropeo.
Oggi la vicenda dei Mocenigo a Montebello racconta più di una semplice storia familiare. È lo specchio di un’epoca in cui la nobiltà veneziana cercava nuove forme di identità dopo la fine della Serenissima. Alcuni si ritirarono nelle loro ville, altri si dedicarono all’arte o alla musica, cercando nella cultura ciò che non potevano più trovare nel potere politico. In questo contesto, la figura di Clementina Spaur si distingue come esempio di eleganza e libertà intellettuale.
Nonostante le limitazioni sociali del suo tempo, riuscì a farsi apprezzare come artista e come donna di gusto, dimostrando che la creatività femminile poteva trovare spazio anche in un mondo dominato dagli uomini. La dedica di Verdi, la sua attività pittorica e l’amore per la villa di Montebello ne fanno una figura di confine tra tradizione e modernità, tra Venezia e Vienna, tra arte e vita quotidiana.
Ancora oggi, immaginando la villa immersa nel silenzio delle colline, sembra di poter intravedere l’ombra gentile di quella contessa che amava dipingere la luce, ascoltare la musica e vivere circondata dalla bellezza. Montebello non fu solo un rifugio nobiliare, ma un luogo dove la sensibilità di una donna trasformò una dimora in un piccolo mondo d’arte e armonia.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: AUREOS, articolo n. [226] IL CONTE ALVISE FRANCESCO MOCENIGO, Ricerche e testi di Ottorino Gianesato e Umberto Ravagnani.
– Tesi di Laurea di Stefano De Pizzol “ALVISE FRANCESCO MOCENIGO – LA VITA E LA FIGURA DI UN NOBILE VENEZIANO NELLA RESTAURAZIONE” (1799-1849), Venezia, 2011-12.
FOTO: Uno splendido tramonto su villa Mocenigo-Miari. (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

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ATTILIO GULBERTI

[473] ATTILIO GULBERTI – L’armonia delle piccole cose

Attilio Gulberti nasce a Edolo, piccolo centro della Val Camonica, e cresce in un ambiente montano dove la luce, i materiali e i ritmi della natura modellano fin da subito il suo modo di guardare il mondo. Proprio questo sguardo attento e misurato diventerà il tratto distintivo della sua pittura. Trasferitosi in Veneto, dove vivrà fino alla morte avvenuta a Montebello Vicentino il 9 ottobre 2021, costruisce un percorso artistico coerente e sorprendentemente maturo. Il suo approccio alla pittura nasce in modo spontaneo: prima da autodidatta, poi più consapevolmente grazie agli studi al Liceo Artistico “U. Boccioni” di Valdagno. Qui si confronta con il disegno dal vero, con le tecniche tradizionali e con i primi rudimenti della composizione, affinando una disciplina che conserverà per tutta la vita. Negli anni Ottanta, periodo in cui inizia a esporre, la pittura italiana vive una fase di forte rinnovamento. Le grandi correnti concettuali degli anni precedenti convivono con un ritorno alla figurazione più meditata. In questo contesto Gulberti trova la sua strada senza inseguire le mode: preferisce concentrarsi su ciò che sente davvero necessario, costruendo lentamente un linguaggio personale. Le prime mostre collettive e i concorsi gli valgono premi e riconoscimenti, a dimostrazione di una sensibilità già definita. È un artista che non si accontenta di “produrre”, ma analizza, corregge, lima, riparte da zero se serve. Per lui dipingere non è un gesto impulsivo: è un esercizio di precisione e dedizione.
L’artista Cristina Crestani descrive la sua pittura parlando di “fede”. Non una fede religiosa, ma una fiducia assoluta nel valore del lavoro quotidiano, nella potenza dell’osservazione. Secondo Cristina Crestani, Gulberti costruisce il quadro con la pazienza di una formica, aggiungendo “granellino su granellino”. È un’immagine efficace per capire come affronti la tela: non cerca mai effetti rapidi o soluzioni facili. La sua attenzione al reale è totale. Quando sceglie un oggetto — una brocca, una tazza, un semplice panno — lo osserva con una cura che ricorda la pratica antica dei pittori del Seicento, per i quali anche la più piccola variazione della luce era un elemento decisivo. Gulberti sperimenta vari modi di rappresentare il paesaggio, la figura e le nature morte, ma ciò che lo conquista sempre è la perfezione, intesa come armonia di insieme, come bellezza che nasce dall’equilibrio tra forma, luce e colore. Nel 2012 tre sue opere entrano nel Piccolo Museo di Fighille (Pg), un segno che il suo lavoro continua a essere apprezzato nel tempo.
Chi incontra la sua pittura per la prima volta pensa spesso a Giorgio Morandi, maestro indiscusso delle nature morte. Morandi studiava bottiglie e oggetti comuni per esplorare il rapporto tra volumi, silenzi e luce. Il parallelo è comprensibile: anche Gulberti predilige composizioni misurate, atmosfere quiete, toni sobri. Alcuni osservatori citano inoltre Gianfranco Ferroni, soprattutto per l’attenzione alle luci basse e alle ombre profonde, tipiche di una parte della sua produzione. Tuttavia, questi confronti non esauriscono il senso dell’opera di Gulberti. Osservando più a lungo i suoi dipinti, emerge infatti una cifra personale: una sensibilità che non cerca mai il dramma, ma sceglie la sottrazione, il silenzio, la concentrazione sulle piccole cose.
La sua tavolozza — cioè l’insieme dei colori ricorrenti nelle sue opere — è raffinata e pacata. Predilige i toni chiari, soprattutto il bianco e l’ocra, colori che gli permettono di creare ambienti sospesi e rarefatti. Questi toni, se usati con gradualità, generano una luminosità non invadente ma avvolgente. Le sue nature morte non sono mai “fredde”: hanno un calore interno dato dalla morbidezza dei passaggi cromatici. La composizione è sempre studiata, come dimostrano le geometrie equilibrate e il rapporto calibrato tra luce e ombra. La luce, per Gulberti, è un elemento strutturale: disegna i volumi, modella gli oggetti, li separa e allo stesso tempo li ricompone in una visione unitaria.
Il critico Giovanni Magnani sottolinea come le sue superfici, spesso di dimensioni contenute, sembrino estendersi oltre la cornice. Questo avviene perché gli oggetti non sono “chiusi” nella loro fisicità, ma diventano parte di uno spazio più ampio, suggerito da un fondo che non è mai neutro. Ogni dipinto è una piccola stanza mentale, un luogo che appartiene all’artista e che chi osserva può attraversare. Magnani parla di un mondo silente, arcano e irreale: non nel senso dell’astrazione, ma come sospensione del tempo. È una sensazione che ricorda certe atmosfere metafisiche, dove gli oggetti appaiono più presenti che nella realtà, come se rivelassero la propria essenza.
Amore, intimità, discrezione, poesia: sono parole che ricorrono spesso nelle letture critiche della sua opera. La sua non è una pittura rumorosa; cattura lo sguardo con delicatezza, lasciando che sia l’osservatore a entrare lentamente nel quadro. I numerosi premi e le opere presenti in collezioni pubbliche e private dimostrano come questa voce così discreta abbia saputo conquistare molti appassionati d’arte, in Italia e all’estero.
Nel 2014 Umberto Zaccaria offre una lettura particolarmente lucida del suo lavoro. Per lui Gulberti cerca l’“intima realtà delle cose”, cioè ciò che gli oggetti custodiscono oltre l’apparenza. Per raggiungere questo obiettivo semplifica le forme, elimina il superfluo, lavora su un equilibrio rigoroso tra i volumi. Il ritmo interno dei suoi quadri è paragonabile a una melodia: le luci e le ombre scandiscono il tempo, i piani si alternano come note, il pennello costruisce una sorta di armonia visiva. Zaccaria osserva che Gulberti, raggiunta la maturità artistica, può permettersi una maggiore libertà. Non corre il rischio della stilizzazione, cioè di ridurre le forme a schemi troppo astratti: la sua mano resta salda, capace di modulare lo spazio senza perdere densità emotiva.
Nei suoi dipinti i pigmenti — le sostanze coloranti con cui è composta la pittura — sono stesi in modo da rendere le superfici quasi tattili. È un dettaglio fondamentale: la materia pittorica non è mai pesante, ma suggerisce sempre un contatto possibile. Lo spettatore percepisce le superfici come morbide, leggere, prossime alla realtà. Questo effetto permette all’artista di variare i livelli luminosi, alternando passaggi filtrati a zone più profonde, creando una sorta di contrappunto visivo che dà movimento anche alle composizioni più statiche.
Ogni oggetto rappresentato da Gulberti sembra avere un peso specifico, una storia, un ruolo nella costruzione del quadro. Eppure non è mai solo un oggetto: diventa evocazione, memoria, possibilità di rivelazione. Lo spettatore non è chiamato a decifrare simboli nascosti, ma a lasciarsi guidare dalla sensibilità dell’artista. Gulberti si rivela così pittore e poeta: le sue immagini parlano con poche parole, ma dicono molto a chi è disposto a fermarsi. Nel 2000 la critica Lidia Mazzetto sottolinea come Gulberti abbia dedicato totalmente se stesso alla pittura, trovando in essa non solo un mestiere, ma una strada per conoscersi. Le sue nature morte sono il cuore del suo repertorio: composizioni chiare, leggere, costruite con colori trasparenti. Le tinte sfumate e gli sfondi dilatati evocano ambienti intimi, ricordi, luoghi della memoria. Il bianco e l’ocra, suoi colori prediletti, funzionano come un filtro che seleziona l’essenziale. Non mostrano tutto: mostrano ciò che conta.
In un’epoca segnata da immagini veloci, Gulberti ha scelto la lentezza. Il suo lavoro invita a guardare con attenzione, a soffermarsi sulle piccole cose, a scoprire una bellezza che non si impone ma si rivela nel tempo. È un’eredità discreta ma preziosa, che continua a parlare anche dopo la sua scomparsa.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: Vari articoli di critici d’arte i cui nomi sono riportati nell’articolo.
FOTO: Attilio Gulberti
(elaborazione grafica Umberto Ravagnani).
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LINO LOVATO

[472] LINO LOVATO – Quando la realtà si fa poesia

Lino Lovato nacque a Montebello Vicentino il 10 ottobre 1924, in una terra dove le colline sembrano sciogliersi nella pianura e la luce ha una qualità speciale, mutevole e poetica. Forse fu proprio quella luce, così veneta, a segnare fin dall’inizio il suo destino di pittore. Fin da ragazzo mostrò un’inclinazione naturale per il disegno e il colore, tanto che, negli anni tra il 1939 e il 1942, frequentò la Scuola d’Arte Applicata di Vicenza, sotto la guida del professor A. Benella. In un’Italia che viveva il dramma della guerra, Lovato imparò i fondamenti della pittura e del mestiere artistico, con la pazienza e la disciplina che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita.
Dopo il diploma, lavorò accanto allo scultore vicentino Gino Tossuto. Fu un’esperienza decisiva: studiando l’anatomia umana, il giovane Lino comprese il valore del corpo come forma viva, non astratta. Questo contatto diretto con la materia – la linea che diventa volume, la luce che modella i piani – avrebbe poi influenzato tutta la sua pittura. Negli stessi anni collaborò come restauratore di quadri e affreschi, mestiere che gli permise di conoscere da vicino i segreti dei maestri antichi. Restaurare, per lui, non era solo un lavoro, ma un modo per dialogare con chi lo aveva preceduto.
Dopo la guerra, Lovato cercò una propria strada artistica, senza mai allinearsi alle mode del momento. Dipingeva come viveva: con discrezione, con sincerità. Partecipò a varie mostre collettive – a Verona, Vicenza, Montecchio Maggiore, Arzignano – ma non cercò mai la notorietà. Non amava il clamore delle gallerie; preferiva dipingere per sé, per gli amici, per chi sapeva guardare con attenzione. Il pubblico generico non lo interessava: trovava senso solo nel rapporto umano diretto, nello scambio di idee e di emozioni.
La sua pittura attraversò fasi diverse, ma sempre coerenti con il suo carattere. Nei primi anni, tra la fine degli anni Quaranta e i Cinquanta, le sue opere erano dominate da tonalità scure e forme solide, chiuse, in cui si avvertiva l’influenza del Seicento veneto e fiammingo. Le nature morte e i paesaggi di quel periodo – con i loro fondi ombrosi, le composizioni equilibrate, i riflessi appena accennati – mostrano un pittore attento alla costruzione e alla materia. L’opera “Interno con violino”, di proprietà della famiglia, rappresenta bene questa fase: un gioco di contrasti tra luce e ombra, tra rigore e intimità.
A partire dagli anni Sessanta, Lovato cominciò a schiarire la tavolozza. L’interesse si spostò sempre più verso la luce, intesa non come semplice illuminazione, ma come presenza viva e spirituale. I suoi quadri iniziarono a respirare. Le forme si fecero più aperte, il colore più libero. In questi anni, Lovato trovò una voce più personale, capace di fondere la tradizione figurativa con le nuove correnti dell’espressionismo e dell’astrattismo lirico. Quest’ultimo, a differenza dell’astrattismo geometrico, non elimina del tutto la realtà, ma la trasfigura in sensazioni di colore e movimento.
Pur avvicinandosi alle esperienze dell’arte informale e dell’“action painting” americana – quella pittura del gesto rapido e istintivo resa celebre da artisti come Jackson Pollock o Willem de Kooning – Lovato non rinunciò mai al suo legame con la natura. Il suo segno rimaneva istintivo ma non casuale, e dietro ogni pennellata si riconosceva un’emozione concreta: un paesaggio, una luce, una memoria. L’immagine, pur deformata, restava riconoscibile, radicata nel mondo visibile.
In parallelo, tra gli anni Sessanta e Settanta, prese forma un’altra dimensione della sua arte: quella delle miniature. Erano piccoli dipinti su tavoletta, spesso di pochi centimetri, che Lovato trattava come pagine di diario visivo. Per lui la miniatura non era un esercizio tecnico, ma un modo per catturare al volo un’emozione. Bastava un’idea, un ricordo, un paesaggio visto o immaginato, e il pittore lo fissava subito con la spatola, usando impasti corposi e colori vivaci.
I soggetti delle miniature erano vari: campagne venete, borghi, scorci lagunari, architetture antiche immerse in una luce dorata. In altre, la fonte d’ispirazione era religiosa: crocifissioni, figure di Cristo, visioni mistiche in cui la luce – che spesso si irradiava dal centro dell’immagine – sembrava simbolo di speranza e redenzione. Queste piccole opere, eseguite con libertà e immediatezza, rivelano il lato più intimo e poetico di Lovato.
Negli anni Settanta la sua pittura subì un’ulteriore trasformazione. Il colore si fece più chiaro, più liquido, le forme si aprirono a nuove interpretazioni. Le nature morte e i paesaggi di questo periodo mostrano una leggerezza inedita, come se l’artista avesse finalmente trovato un linguaggio capace di conciliare la realtà e il sogno. Nei suoi toni celesti, nei rosa e nei grigi trasparenti, si avverte un senso di libertà.
Verso la fine del decennio, però, la sua pittura diventò anche più tormentata, più interiore. Le opere degli ultimi sette-otto anni sono le più personali, le più vibranti e drammatiche. Qui Lovato sperimenta una libertà totale: lo spazio non è più costruito prospetticamente ma suggerito da vibrazioni di luce; il colore è franto, spezzato, steso a spatola con gesti rapidi. Ogni quadro nasce da un’urgenza, da un moto interiore. Non c’è più distanza tra la vita e la pittura.
In questo periodo compaiono spesso figure umane: volti deformati dal dolore o illuminati da una luce interiore, come nel “Volto di bambino”; oppure gruppi di figure intrecciate, come in “Esistenza”. In quest’ultima opera, il groviglio di corpi e movimenti sembra tradurre visivamente la confusione e la fragilità della condizione umana moderna: una società caotica, irrazionale, dominata dall’egoismo e dall’inquietudine.
Eppure, anche quando il suo sguardo si fa cupo, Lovato non è mai disperato. La sua pittura è sempre un atto di fede – nella luce, nel colore, nella possibilità dell’uomo di ritrovare un senso. In lui convivono l’esistenzialismo di chi vede il dolore del mondo e la spiritualità di chi crede in qualcosa di più grande. La sua fede cristiana, discreta ma profonda, si riflette nelle tante rappresentazioni del Cristo crocifisso, soggetto che lo accompagna per tutta la vita.
Lovato amava dipingere in compagnia degli amici, spesso di notte, tra un bicchiere di vino e una conversazione. Quell’atmosfera conviviale era per lui parte stessa del processo creativo. Non dipingeva per il mercato, ma per condividere emozioni. Non di rado regalava i propri quadri a chi sentiva vicino: ogni dono era una confessione, un frammento di sé affidato a un altro.
Negli ultimi anni, le sue opere si ridussero spesso a piccole dimensioni. Forse era il riflesso dell’abitudine alla miniatura, ma anche una scelta consapevole: la ricerca di un formato che consentisse la massima immediatezza. Una tavoletta, un’idea, un gesto: bastava questo. Per lui ogni dipinto era come un respiro, un appunto visivo che doveva nascere e compiersi nel momento stesso della sua creazione.
Lino Lovato morì il 3 agosto 1984, a sessant’anni. Aveva partecipato a diverse mostre collettive, tra cui quelle di Verona (1965), Vicenza (1967, 1969), Montecchio Maggiore (1972) e Arzignano (1978). Nel 1976 ottenne un riconoscimento al “Salon de l’Art Libre” di Parigi: un diploma d’onore che testimoniava l’apprezzamento internazionale per la sua opera. Ma il vero premio, per lui, fu sempre il dialogo con la vita stessa, con i luoghi e le persone che lo ispiravano.
I critici che lo studiarono colsero bene la sua doppia anima: lirica e concreta. Il professor Franco Festival scrisse che nei suoi quadri “la fusione tenue dell’azzurro misterioso, del rosso di gioia e del verde rigoglioso” esprimeva “il rapporto dell’anima con l’armonia del colore”. Paolo Pontaito riconobbe invece nella sua pittura “una concretezza che va oltre la semplice evocazione, una produzione artistica di elevato valore e di originale inventiva”.
Guardando oggi le sue opere – le nature morte dei primi anni, le miniature lagunari, i volti inquieti dell’ultima stagione – si riconosce un filo continuo: la ricerca della luce come verità interiore. Lovato non fu mai un teorico né un intellettuale dell’arte, ma un uomo che dipingeva per necessità. In ogni pennellata cercava una risposta, un equilibrio tra il mondo esterno e quello interiore.
La sua è la storia di un artista autentico, che ha vissuto la pittura come esperienza vitale, non come mestiere. Nelle sue tavolozze corpose e nei suoi cieli trasparenti si sente l’eco di una vita intensa, vissuta tra silenzi e passioni, in bilico tra la tradizione e la libertà moderna. La sua eredità non è fatta solo di quadri, ma di uno sguardo: quello di chi ha saputo trasformare la realtà quotidiana in poesia di luce.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: Comune di Montebello, La pittura di Lino Lovato, Sala del Consiglio, 28 aprile 1985, Tipografia/Litografia Crosara, Montebello Vic.
DIPINTO: Autoritratto di Lino Lovato (1981).
NOTE: I nomi dei critici che hanno contribuito con i loro giudizi sul lavoro di Lino Lovato sono riportati nel testo.
Per la mostra su Lino Lovato del 6-12-2019 a Montebello Vicentino vediIl mio ricordo di Lino Lovato.

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DA MONTEBELLO A VENEZIA

[469] DA MONTEBELLO A VENEZIA
Storia di un pittore dimenticato

Mi piace immaginare Felice Castegnaro che cammina lungo la riva degli Schiavoni, la giacca sbottonata, la tavolozza stretta sotto il braccio. Venezia gli si apre davanti con i suoi riflessi mobili, le calli umide, la luce che cambia a ogni passo. È in quella città sospesa tra acqua e cielo che il giovane pittore — nato il 17 maggio 1872 a Montebello Vicentino — trova la sua voce: una voce fatta di colori chiari, di gesti semplici e di una dolcezza che appartiene solo a chi sa guardare davvero. Figlio di una terra laboriosa e discreta, Felice cresce lontano dai clamori dell’arte. Ma il talento, quando c’è, trova sempre un modo per farsi vedere. Nella Vicenza di fine Ottocento, città di solide radici culturali, il giovane scopre il disegno e la prospettiva all’Accademia Olimpica, quella fondata nel Cinquecento da uomini di cultura come Andrea Palladio. In quelle aule impara le regole del mestiere, ma anche che la pittura non è solo tecnica: è un modo di sentire.
Il vero respiro arriva a Venezia. All’Accademia di Belle Arti incontra Ettore Tito, uno dei grandi maestri del realismo veneziano. Tito non insegna solo a dipingere: insegna a guardare. A cogliere la bellezza di un gesto comune, la poesia nascosta nei dettagli. Felice assorbe la lezione e la fa sua, costruendo un linguaggio personale, fatto di luce e di verità.
Nel 1899, a ventisette anni, espone per la prima volta a Verona alcune vedute veneziane. I critici notano subito qualcosa di diverso: quella luce che sembra vibrare da dentro, quei tocchi rapidi e vivi che allontanano ogni rigidità accademica. Due anni dopo, nel 1901, arriva la consacrazione con “Raggi d’oro”, premiato alla IV Biennale di Venezia. Il quadro colpisce per la luminosità calda, quasi fisica, che sembra avvolgere lo spettatore. Da quel momento, il nome di Felice Castegnaro entra stabilmente tra quelli degli artisti più apprezzati della scena italiana.
La sua carriera è intensa. Espone a Roma, Firenze, Milano — città che in quegli anni sono veri laboratori di modernità — e partecipa a ben nove edizioni della Biennale di Venezia. Già nel 1900 aveva presentato “Venezia d’estate” alla Triennale di Milano, confermando la sua capacità di raccontare la vita lagunare con un linguaggio pittorico immediato ma raffinato.
Felice Castegnaro guarda alla lezione degli impressionisti francesi, certo — Monet, Renoir, la loro idea di luce come sostanza viva — ma la filtra attraverso la sensibilità veneta: colori dolci, equilibrio, armonia. La sua pennellata è veloce e spontanea, ma mai impulsiva. Ogni tocco nasce da uno sguardo attento, da un’emozione che si deposita sulla tela con naturalezza. Nei suoi quadri la vita quotidiana diventa racconto: pescatori, madri, bambini, anziane signore con lo scialle sulle spalle. Gente vera, dipinta con dignità e affetto.
Tra le opere più note, “Scialletti” — oggi a New York — ritrae un gruppo di donne al lavoro con una delicatezza che commuove. “Primi passi”, conservato a Montevideo, cattura l’attimo incerto di un bambino che impara a camminare. “Ombra e sole”, di proprietà della Società dei grandi alberghi di Venezia, gioca sui contrasti tra chiaroscuro e bagliori, mentre in “Al sole”, esposto alla XVI Esposizione Internazionale e acquistato dalla Banca Commerciale, la luce diventa protagonista assoluta, come se il calore stesso fosse pittura.
Ma è con “Mammina”, acquistato nel 1914 da Vittorio Emanuele III e oggi al Quirinale, che Felice Castegnaro raggiunge forse la sua sintesi più profonda. Una madre tiene in braccio il suo bambino, in un gesto semplice e universale. Nessuna idealizzazione, nessuna posa. Solo la tenerezza di un momento vero, tradotta in colori morbidi e caldi. È la sua poetica: cercare la grandezza nel quotidiano.
Negli anni della maturità, Felice Castegnaro entra in contatto con i “Ribelli di Ca’ Pesaro” — artisti come Boccioni, Rossi, Casorati — che vogliono rompere con l’accademismo. Felice condivide la loro voglia di libertà, ma a modo suo. Non ha bisogno di scandire una rivoluzione rumorosa: la sua ribellione è silenziosa, coerente, fatta di scelte pittoriche meditate. Espone con loro nel 1912 e di nuovo nel 1930. Quando, nel 1935, la Biennale di Venezia celebra i suoi quarant’anni di storia, gli dedica ventuno opere — un riconoscimento che conferma la sua importanza nel panorama artistico del tempo.
La sua pittura resta sempre fedele alla luce. Non una luce neutra, ma viva, emotiva. È la luce che modella i volti, che accarezza i canali, che fa brillare gli abiti semplici della gente comune. Ogni quadro è un frammento di vita, un respiro trattenuto. Nei suoi colori si sente l’umidità dell’aria veneziana, la calma dei pomeriggi estivi, il rumore lontano dell’acqua contro le fondamenta.
Dopo la Seconda guerra mondiale, però, i gusti cambiano. L’arte guarda altrove: arrivano le avanguardie, l’astrazione, i linguaggi nuovi. Il realismo lirico di Felice Castegnaro appare fuori tempo. Felice si ritira a Zero Branco, in provincia di Treviso. Continua a dipingere, lontano dai riflettori, come sempre ha fatto: per necessità interiore più che per ambizione. Muore lì, il 14 luglio 1958, circondato dai ricordi di una vita interamente dedicata alla pittura.
Nel comune trevigiano oggi una via porta il suo nome — una dedica auspicabile anche per Montebello che gli ha dato i natali. Ma il vero omaggio non è nelle targhe o nei cataloghi: è nelle sue tele, che ancora oggi trattengono la luce e la vita di un tempo. Guardarle significa entrare in un mondo dove nulla è artificiale, dove la pittura respira insieme alle persone che ritrae.
Riscoprire Felice Castegnaro non è solo un atto di memoria, ma un invito a rallentare lo sguardo. Le sue opere non raccontano grandi eventi: raccontano la poesia nascosta nei gesti semplici, la dignità del quotidiano, la bellezza che non chiede attenzione ma la merita.
In un’epoca in cui tutto corre, i suoi quadri ci ricordano che la luce — quella vera — non si cattura, si riconosce. È negli occhi di una madre, nel riflesso di un canale, nella carezza di un pomeriggio veneziano. È la stessa luce che Felice Castegnaro ha inseguito per tutta la vita, e che, a distanza di più di un secolo, continua a parlarci con voce gentile e sincera.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: A.M.Comanducci, Dizionario illustratori pittori e incisori italiani moderni, IV ediz. Milano, 1970.
FOTO: Felice Castegnaro in un ritratto giovanile. (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
Vedi anche il nostro articolo N. [279] del 31 marzo 2022 “Felice Castegnaro”.

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LA STORIA DI ANNA MIARI

 

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GIUSEPPE CRESTANI

 

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GIUSEPPE VACCARI

 

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IL CALZOLAIO FILOSOFO

 

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L’OFFICINA DELLE SPERANZE

 

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ATTILIO MARASCHIN

 

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RODOLFO FREALDO

 

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LE VOCI DEL PASSATO

 

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RISO AMARO

 

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LA VISPA TERESA

 

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A. PEDROLLO UN GENIO MUSICALE

[420] ARRIGO PEDROLLO: un genio musicale
Una vita dedicata alla musica, tra innovazione e tradizione

Il 23 dicembre 2024 segnerà il sessantesimo anniversario della scomparsa di Arrigo Pedrollo, straordinario compositore di Montebello Vicentino. La sua musica, ricca di sfumature e intensità, rappresenta un ponte tra tradizione e innovazione. Pedrollo non era solo un musicista, ma un autentico poeta dei suoni, capace di raccontare emozioni universali attraverso le sue note. La sua eredità artistica continua a risuonare, ispirando nuove generazioni e mantenendo viva la memoria di un talento unico. Celebrare Pedrollo significa onorare un faro della nostra cultura musicale, un esempio eterno di passione e genio creativo.
Nato il 5 dicembre 1878 a Montebello Vicentino, Arrigo Pedrollo rappresenta uno dei nomi più brillanti della musica italiana del XX secolo. La sua vita e la sua carriera testimoniano un raro connubio di talento, dedizione e visione, che gli hanno permesso di conquistare un posto di rilievo nel panorama lirico e sinfonico internazionale.
Figlio di Luigi Pedrollo, organista e direttore di banda, e di Santa Businello, Arrigo crebbe in un ambiente ricco di stimoli musicali. Il talento precoce del giovane Pedrollo si rivelò già in tenera età: a soli quattro anni suonava composizioni di Chopin, mentre a cinque otteneva i suoi primi riconoscimenti pubblici. La contessa Elisa Marsilio Orgian Piovene, colpita dalle sue doti, intervenne per introdurlo ai maestri Antonio e Gaetano Coronaro.
Grazie a questo sostegno, nel 1892 Pedrollo fu ammesso al Conservatorio di Milano, distinguendosi come il migliore tra undici candidati. Qui studiò pianoforte sotto la guida di Guglielmo Andreoli e approfondì armonia e composizione con Gaetano Coronaro, ereditando una solida preparazione che sarebbe stata alla base della sua futura produzione musicale. Durante gli anni di studio, la sua versatilità lo portò a diventare “maestrino”, insegnando pianoforte e solfeggio a studenti più giovani.
Nel 1900, a conclusione del suo percorso di studi, Pedrollo presentò la sua Sinfonia in Si Minore, conosciuta come La romantica. L’opera, articolata in quattro movimenti, fu diretta nientemeno che da Arturo Toscanini, un evento straordinario per un giovane compositore. Questo riconoscimento segnò un momento cruciale per la sua carriera, consacrandolo come un talento emergente nel panorama musicale italiano.
Il 1908 segnò una tappa fondamentale per Pedrollo con la vittoria del Concorso Sonzogno grazie alla sua prima opera lirica, Juana. Basata sul libretto di Carlo De Carli, Juana si distinse per la complessità emotiva e narrativa, combinando tradizione e sperimentazione. L’opera debuttò nel 1914 al Teatro Eretenio di Vicenza, riscuotendo un grande successo e venendo replicata in molti altri teatri italiani.
Parallelamente, Pedrollo compose Terra Promessa, un’opera che esplorava tematiche bibliche e spirituali attraverso una scrittura musicale raffinata. Presentata per la prima volta al Teatro Ponchielli di Cremona, l’opera fu accolta con entusiasmo e successivamente rielaborata nel 1913, confermando l’abilità del compositore di innovare pur rimanendo radicato nella tradizione.
Il 1920 rappresentò un anno chiave nella carriera di Pedrollo, segnato dalla presentazione di due delle sue opere più importanti: La veglia e L’uomo che ride. La prima, rappresentata al Teatro dei Filodrammatici di Milano, si caratterizzò per un’intensa carica emotiva e un linguaggio musicale innovativo. Accolta con entusiasmo, l’opera fu replicata in Italia e all’estero, arrivando anche al Metropolitan di New York.
Contemporaneamente, Pedrollo portò in scena L’uomo che ride, un adattamento del celebre romanzo di Victor Hugo. Quest’opera, messa in scena al Teatro Costanzi di Roma, consolidò la sua reputazione come uno dei compositori più apprezzati del suo tempo, dimostrando la sua capacità di tradurre grandi capolavori letterari in esperienze musicali di grande impatto.
Milano divenne la città d’elezione per Pedrollo, non solo come compositore ma anche come docente. Nel 1924, Maria di Magdala, un’opera lirica ispirata a temi evangelici, debuttò al Teatro Dal Verme, ottenendo grande successo. Due anni dopo, il compositore presentò Delitto e castigo, tratto dall’omonimo romanzo di Dostoevskij, alla Scala di Milano. Quest’opera, caratterizzata da una scrittura orchestrale audace e da un’intensa introspezione psicologica, rappresentò uno dei vertici della sua carriera.
Parallelamente all’attività compositiva, Pedrollo assunse nel 1929 la cattedra di contrappunto al Conservatorio di Milano, contribuendo alla formazione di una nuova generazione di musicisti e consolidando il suo ruolo nella scena musicale italiana.
Negli anni Trenta, Pedrollo continuò a creare opere di grande rilievo, come Primavera Fiorentina e L’amante in trappola, quest’ultima basata su una novella del Decamerone. Queste composizioni, apprezzate sia in Italia che all’estero, dimostrarono la capacità del compositore di rinnovare il linguaggio musicale senza abbandonare le radici della tradizione lirica.
Un’altra opera significativa fu Il giglio di Alì, composta negli anni Quaranta e frequentemente trasmessa dalla Rai. Questo lavoro riflette la maturità artistica di Pedrollo, capace di combinare elementi tradizionali e moderni con una sensibilità unica.
Nel 1941, Pedrollo lasciò il Conservatorio di Milano per dirigere il Liceo Musicale Pollini di Padova. Tuttavia, il legame con la sua terra d’origine rimase sempre forte, e nel 1942 tornò a Vicenza, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Sebbene in questa fase la sua attività compositiva si fosse ridotta, Pedrollo continuò a essere una figura di riferimento nella scena musicale italiana.
Arrigo Pedrollo è stato un compositore capace di unire tradizione e innovazione, creando opere che ancora oggi risuonano per la loro profondità emotiva e il loro valore artistico. Dalle sue prime composizioni sinfoniche ai capolavori lirici, la sua carriera rappresenta un modello di dedizione e genialità.
Oggi, il suo lavoro è un tesoro che merita di essere riscoperto, non solo come testimonianza di una straordinaria epoca musicale, ma anche come esempio di un artista che ha saputo interpretare il suo tempo con passione e visione.
Nel 1924, Arrigo Pedrollo creò la Marcia dei Combattenti, un omaggio carico di emozione per l’inaugurazione del monumento ai caduti di Montebello. Questa composizione per banda, che potrebbe essere ancora custodita negli archivi della banda civica locale, rappresenta un pezzo di storia e tradizione che meriterebbe di essere riscoperto e valorizzato.
Un sincero ringraziamento va al nipote di Arrigo, Raffaello Pedrollo, il cui contributo informativo è stato indispensabile per questo nostro articolo. Raffaello inoltre ci informa della recentissima produzione del CD di La Veglia da parte del soprano Denia Mazzola Gavazzeni pubblicata da Bongiovanni Bologna e che la Nuova Orchestra Pedrollo, un’orchestra d’archi attiva dal 2014, si esibisce regolarmente, mantenendo vivo il nome del maestro. Alcune registrazioni, disponibili su YouTube, permettono di riscoprire il fascino della sua musica.

LA NUOVA ORCHESTRA PEDROLLO è composta da musicisti che scelgono di incontrarsi, condividere esperienze e intrecciare storie attraverso la musica. Ogni prova è un dialogo tra note scritte e mani che le rendono vive, rivelando una bellezza nascosta. La musica diventa arte viva, arricchita dai luoghi, dalle emozioni del pubblico e dall’unione di strumenti.

ARRIGO PEDROLLO: WALZER - Ascolta ...

Arrigo Pedrollo: Walzer / Gabriele Dal Santo, pianoforte e direttore – Nuova Orchestra Pedrollo /
Registrata al Teatro Olimpico, Vicenza nel 2014, in occasione del 50esimo della morte di A. Pedrollo.

Violini I:
M° Giovanni Guglielmo, primo violino
Irene Pedrollo, Andrea Giacometti, Alessandro Gasperini, Giulio Marangoni, Eleonora Dal Santo

Violini II:
Tiziano Guarato, Enrica Ronconi, Laura Mazza, Giulia Menara

Viole:
Lisa Bulfon, Michele Sguotti, Nicola Possente, Pamela Micoli

Violoncelli:
Daniele Cernuto, Massimiliano Varusio, Anna Grendene

Contrabbassi:
Michele Gallo, Antonio Danese

Arpa: Giulia Rettore

Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:
– G.Maccagnan, Una vita per la musica, 2018;
– F.Grassi, Arrigo Pedrollo, 1979.
– Testi del soprano Denia Mazzola Gavazzeni per la recentissima registrazione di “La Veglia” – Bongiovanni Bo 2024.
FOTO:
1) Il Maestro Arrigo Pedrollo ai tempi di “Juana” – 1914. Sullo sfondo ritratto di Giosuè Carducci con dedica (dal libro Arrigo Pedrollo di Francesco Grassi).
2) Lettera manoscritta inviata da Arrigo Pedrollo ad un suo ammiratore a l’Havana (Cuba), il 26 novembre 1924. All’interno le prime note dell’opera “Maria di Magdala” (collezione privata Umberto Ravagnani).
3) Arrigo Pedrollo all’epoca di “L’uomo che ride“, esattamente un secolo fa, in prima pagina sulla prestigiosa rivista “Musica e Scena”.

Vedi anche gli articoli n.[150] del 5/9/2019 “ARRIGO PEDROLLO” in e n.[359] del 12/10/2023 “Memoria per ARRIGO PEDROLLO”.

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PADRE GIORGIO M. ZEINI

 

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ANTONIO AGOSTINI

 

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ARTURO COSTA

 

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GEMMA CENZATTI

 

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FRA LUIGI MARIA VERLATO

 

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DON ANGELO CRASCO

 

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DON GIROLAMO DALLA-BARBA

 

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IL PIÚ BUONO DELL’ANNO

 

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GEMMA BERTONCIN

 

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DUE SACERDOTI DEL PASSATO

 

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LA MAESTRA CATERINA BERGAMI

 

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MEMORIA PER ARRIGO PEDROLLO

[359] MEMORIA PER ARRIGO PEDROLLO

Arrigo Pedrollo, figlio di Luigi e Angela Bussinello, è nato a Montebello Vicentino il 5 dicembre del 1878. Al numero 81 di via Generale Vaccari è stata posta una targa che ricorda la sua casa natale. Ancora bambino di sei o sette anni seguiva il padre, maestro di banda a Montebello ed organista di campagna, nel paesi vicini, e, a dodici anni, già conoscendo benissimo il piano e l’organo, sostituì più d’una volta il padre assente o malato. Quando però il Maestro Antonio Coronaro di Vicenza lo udì interpretare Beethoven, Chopin e Bach, convinse il padre a farlo studiare presso il Regio Conservatorio « Giuseppe Verdi » di Milano. Ed è appunto da questo prestigioso Conservatorio che attingiamo la seguente memoria che fu redatta da Luciano Tomelleri con il contributo del figlio Riccardo.

Se è vero che ciascuno di noi è fabbro del suo destino, bisognerebbe ricordare Arrigo Pedrollo come un cattivo fabbro, qualora con la parola destino s’intenda la fama pubblica, il soddisfacimento mondano dell’esteriorità, il percorso compiuto sulla via che i latini chiamavano cursus honorum. Ma se il destino di un uomo è invece nel significato dei suoi valori spirituali, allora quello di Arrigo Pedrollo risplenderà nel ricordo e nel tempo per la discrezione signorile in ogni, atto della vita e per la purezza ideale in ogni atto dell’arte.
Già questa potrebbe essere la chiave biografica per entrare nell’arte e nella vita di un uomo quale fu Arrigo Pedrollo ed è proprio con queste intenzioni che nelle pagine seguenti sono raccolti gli elementi fondamentali di una cronologia biografica ed estetica. Miglior atto di affetto, miglior atto di stima non ci sembrano possibili, poiché siamo fermamente convinti che in una futura prospettiva storica del primo Novecento musicale italiano ed europeo, la figura e l’opera di Arrigo Pedrollo troveranno una collocazione assai diversa in senso positivo da quella che toccò in sorte all’artista durante la vita. Del resto si tratta di una sorte che per buona parte fu voluta da lui stesso, poiché Arrigo Pedrollo antepose sempre gli affetti agli interessi, il silenzio all’applauso, la tranquillità agli affanni e per questo la sua lunga vita, specie nell’età provetta, fu una lunga sequela di rinunce a quanto gli veniva offerto da un punto di vista pratico della carriera, per la stima, per il rispetto, per il bisogno che s’aveva di lui in varie evenienze della vita musicale italiana.
Fra le altre venture esterne della sua vita, Arrigo Pedrollo ebbe quella di vivere in un’epoca drammaticamente fratturata in due strutture antitetiche: dapprima come sfondo culturale e sociale un epigonismo tardivo e retrivo, per il quale la musica di Arrigo Pedrollo era sin troppo elevata ed aggiornata; poi l’invenzione quasi quotidiana e sempre fantastica di nuovi mondi espressivi, per i quali egli poté sembrare un superato. Di fronte a situazioni opposte ma concorrenti nel risultato, Arrigo Pedrollo rimase sempre sereno e indenne da ogni benché minima traccia di passioni meschine; inoltre egli fu confortato in larga misura dal premio a lui più congeniale: l’affetto verso l’uomo buono, la riconoscenza verso il maestro, la stima verso l’artista.
In questa nobile misura umana egli trovò pieno conforto e pieno appagamento né pensò certo alla storia, per quanto avesse chiara ed intima coscienza di sé. Ora non si vuole ipotecare il futuro e tanto meno amplificare un giudizio, sia pure con le migliori intenzioni del mondo. Ma siamo sicuri che un giorno, forse non lontano, un giovane studioso per una tesi di laurea, un biografo per una monografia critica, uno storico per un paragrafo almeno sulla storia musicale d’Italia in questo secolo, potranno e dovranno occuparsi di Arrigo Pedrollo: a questo fine, come abbiamo già detto, è stato raccolto ciò che segue, e questo ci è parso il modo migliore per trasmettere agli altri quanto conservano nell’animo tutti quelli che lo conobbero come uomo e come artista.”

Il Maestro Arrigo Pedrollo morì a Vicenza il 23 dicembre 1964 e fu sepolto, per suo desiderio, nel cimitero di Montebello Vicentino, il suo paese natale.

FOTO: 1) Busto bronzeo di Arrigo Pedrollo, opera dello scultore Giancarlo Milani (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL CAPORALE SUL VAJONT

 

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